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sabato 3 gennaio 2015

The killing - Stagione 1

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno: 2011
Episodi: 13



La trama (con parole mie): a Seattle la detective Linden, una brutta separazione alle spalle ed un matrimonio che l'attende in California, è all'ultimo giorno di servizio, affiancata dal giovane ed instabile suo sostituto nell'incarico Holder, quando viene chiamata sulla scena di un crimine particolarmente efferato. Il corpo della liceale Rosie Larsen, infatti, è stato ritrovato nel bagagliaio di una macchina sprofondata nel cuore di Echo Park, uno dei rifugi per disperati della città. Al dramma dei genitori e all'inquietudine e agli sconvolgimenti che l'omicidio mette in moto, si aggiunge il desiderio di Linden di non partire senza aver prima risolto il caso: ma quello che poteva apparire come un gioco tra adolescenti finito nel peggiore dei modi rivelerà sfumature sempre più inquietanti, arrivando a coinvolgere perfino uno dei politici più in vista della città, nonchè principale avversario nella corsa per il municipio del sindaco giunto al termine del suo mandato.








Una delle passioni che, nonostante le diversità cinematografiche, ha unito me e Julez fin dai primi tempi della nostra convivenza è stata quella legata al filone "morti ammazzati", che dalle serie tv alla Letteratura, passando per la settima arte, è riuscito quasi sempre a metterci d'accordo: non troppo tempo fa, orfani della consueta visione annuale di Criminal Minds, la signora Ford ha finito per suggerire il recupero di alcuni titoli legati al genere che ci eravamo persi negli ultimi anni.
Se, però, esperimenti come quello di The Forgotten non si sono rivelati particolarmente azzeccati, con il soprendente The Killing - tratto da una serie danese ed adattato, tra gli altri, dal Nic Pizzolato di True Detective - non abbiamo avuto alcun dubbio, giungendo alla fine di questa più che ottima season d'esordio con l'acqua alla gola e l'hype già alle stelle per la seconda.
Con le dovute proporzioni, seguire le indagini dell'interessantissimo duo di detectives protagonisti formato da Linden e Holder - caratterizzati e scritti davvero alla grande - ed osservare le conseguenze devastanti che la morte della giovane Rosie Larsen finisce per esercitare a più livelli dalla sua famiglia ai suoi compagni di scuola, dal suo professore fino alle più alte cariche della politica cittadina costringendo tutte le persone coinvolte a confrontarsi con i propri scheletri nell'armadio ha finito per ricordarmi l'estate del duemiladieci, quando in Croazia accompagnai Julez nel corso della sua prima visione integrale di Twin Peaks: anche in quel caso il brutale omicidio di una ragazza considerata da tutti simbolo di bellezza ed innocenza e di fatto conosciuta davvero da nessuno divenne la scintilla in grado di scatenare un incendio pronto a segnare l'anima della città, senza risparmiare neppure l'agente incaricato di risolvere il mistero.
Linden e Holder, in questo senso, diventano interpreti di una caccia all'uomo pronta a cambiare più volte prospettiva nel corso dei tredici serratissimi episodi di questa prima stagione, finendo per essere tratti in inganno o ispirati nel percorrere la strada verso la soluzione - ? - del caso al pari dello spettatore, conducendolo per mano ad un finale da cardiopalma che lascia per la seconda stagione interrogativi ancora più grandi, di fatto prendendo una via che pare discostarsi, almeno per il momento, dal dolore che ha dilaniato la famiglia Larsen - terribile il confronto tra il padre di Rosie ed il professore sospettato, ed ancor di più l'escalation del rapporto tra i coniugi, separati di fatto dal momento della perdita della figlia -.
Senza dubbio, e considerata l'evoluzione e le energie impiegate dagli investigatori nel corso delle indagini una scelta come quella che chiude l'ultimo episodio potrebbe rivelarsi potenzialmente rischiosa in ottica futura e rispetto allo svolgimento della trama, eppure il prodotto finito funziona alla grande, e la speranza è che possa evolvere nel più convincente dei modi, continuando ad esplorare i dubbi, le luci e le ombre - soprattutto queste ultime - del selvaggio mondo in cui viviamo, e dal quale non potremo mai davvero e fino in fondo proteggere i nostri figli, per quanto ogni giorno ci si sforzi e si speri per il meglio.
E a volte, quando il vaso di Pandora umano viene scoperchiato, non resta che allargare le spalle e cercare di lottare quantomeno per limitare i danni, e non giungere alla fine del giorno quasi soffocati dalla sensazione non tanto di non avercela fatta, quanto di aver in qualche modo contribuito al disastro.
Come la disgraziata combinazione di scelte e coincidenze che hanno portato Rosie in quel bagagliaio, costretta ad una soffocante e lenta agonia.




MrFord




"Baby, I am a survivor
baby, I'm on fire
baby, I'm bout to creep up inside ya
getting high all day, drinking whiskey all night
flipping of the police when them tricks pass by
I'm that fool next door, always late with his rent
I'm that loser on the couch, watching Springer and getting head
dreaming about a better time, better place, better life
looking for that quick fix, and tweeking all night."
(HED) P. E. - "Killing time" -



sabato 25 ottobre 2014

Kristy

Regia: Oliver Blackburn
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
86'





La trama (con parole mie): Justine, un'universitaria con problemi di soldi impossibilitata a fare ritorno a casa per il Giorno del Ringraziamento, finisce per restare sola nel campus nel pieno delle vacanze. Dopo essersi goduta l'isolamento forzato e concentrata sullo studio, la ragazza decide di passare la serata della Festa mangiando schifezze e condividendo le stesse con le guardie di sicurezza del campus: quando, al market più vicino alla facoltà, viene avvicinata da una misteriosa fanciulla che non tarda a ribattezzarla Kristy, tutto cambia.
La giovane, infatti, è a capo di un gruppo che si diletta a prendere di mira, cacciare, uccidere e filmare persone da loro ritenute bersagli, simboli di qualcosa che odiano e desiderano distruggere.
Da quel momento in poi per Justine inizia una notte da incubo, attraverso la quale dovrà passare lottando con le unghie e con i denti per la propria vita.








Come tutti noi ben sappiamo - e ormai, purtroppo, appassionati e non - l'horror è senza dubbio ben lontano dal vivere una delle sue stagioni migliori, ed i titoli davvero interessanti - o almeno in parte tali - finiscono per essere merce sempre più rara, almeno quanto la sensazione di tensione e terrore provata nel corso della visione di una pellicola.
Non troppo tempo fa, grazie ad un paio di segnalazioni venute dalla blogosfera - sempre utilissima per scovare le purtroppo numerosissime opere che non vedranno, probabilmente, mai la luce, sala o home video che sia, in Italia - è giunto all'attenzione del Saloon questo Kristy, prodotto low budget - considerato lo standard a stelle e strisce - che ripesca dal bacino del survival e del thriller, cercando di mescolare le memorie dei vari Non aprite quella porta a cose strepitose come Eden Lake.
Senza dubbio siamo ben lontani dal valore di entrambi gli esempi appena citati - veri e propri cult -, eppure il lavoro di Oliver Blackburn funziona come pochi che siano capitati da queste parti negli ultimi mesi, riesce a trarre da uno spunto tutto sommato già sentito - il gruppo di psicopatici in caccia della protagonista solo apparentemente indifesa - un buon prodotto d'intrattenimento in grado di inquietare e sfruttare al meglio il setting - un campus universitario all'americana, con tanto di aree lounge, piscina, biblioteca e chi più ne ha, più ne metta possiamo solo sognarci qui - senza appesantire troppo il risultato finale grazie ad un ottimo ritmo, belle trovate - anche se telefonata, quella del "firework" dell'epilogo è davvero efficace -, un minutaggio giusto per questo tipo di titoli ed un approccio assolutamente senza pretese - se non, anche se solo in parte, nella spiegazione della natura delle aggressioni, forse agganciata nella speranza di poter lavorare ad un eventuale sequel in caso di successo ripercorrendo, di fatto, più le orme del recente brand dedicato a La notte del giudizio che non ad altri horror -.
Complice di questo successo - almeno considerate le premesse - sicuramente anche il cast, decisamente azzeccato sia per quanto riguarda la protagonista Haley Bennett che per l'inquietante leader della setta di aggressori Ashley Green, che finalmente abbandona i panni inguardabili della sensitiva della saga di Twilight per regalare al pubblico brividi veri, che tutti gli sbiaditi vampiri della nuova generazione possono solo sognare di procurare.
Interessanti anche gli sgherri mascherati della ex succhiasangue, caratterizzati benissimo nonostante, di fatto, non mostrino il proprio volto: certo, non tutte le cose funzionano alla perfezione - soprattutto in fase di scrittura -, eppure il risultato e l'impegno ci sono tutti, ed alcuni passaggi convincono senza ombra di dubbio - il supermarket iniziale, il confronto nel locale delle docce -, finendo per portare Kristy su un piedistallo rispetto a quelle che sono state le proposte di genere che ci sono toccate nel corso di questo duemilaquattordici decisamente scialbo, da questo punto di vista.
In un certo senso, si potrebbe dire che Blackburn sia riuscito a cogliere il fascino dello stile "fuori orario" pur non avendo ancora le carte in regola per giocarsela artisticamente a quei livelli - straordinari, nel caso dell'inarrivabile filmone di Scorsese -, sfruttando le sue carte al meglio e, se non altro, stuzzicando gli spettatori abbastanza affinchè salisse la curiosità di vederlo in azione di nuovo.
Considerati un campus deserto, mezzi limitati, un guardiano notturno interpretato da uno dei residuati del magnifico Six Feet Under, direi che si è già superata di parecchio la promozione.



MrFord



"I wake up
my shoulder's cold
I've got to leave here
before I go
I pull my shirt on
walk out the door
drag my feet along the floor
I pull my shirt on
walk out the door
drag my feet along the floor."
Vampire Weekend - "Campus" - 




lunedì 1 settembre 2014

Anarchia - La notte del giudizio

Regia: James DeMonaco
Orgine: USA, Francia
Anno: 2014
Durata:
103'




La trama (con parole mie): siamo nel 2023, e i Nuovi Padri Fondatori mantengono l'ordine ed il controllo lasciando che ogni anno, nel corso di una notte di sangue, tutti siano liberi di fare ciò che vogliono per le strade. Quello di cui la massa non è a conoscenza, e che solo il leader rivoluzionario Carmelo pare sospettare e voler combattere, è che il governo manda per le strade interi squadroni di soldati incaricati di eliminare più civili possibili tra i gradini più bassi della scala sociale in modo da garantire una stabilità economica maggiore che possa portare ai ricchi maggior solidità.
Quando una giovane coppia ed una madre con la figlia si trovano per le strade, un sergente fuori servizio assetato di vendetta per la perdita del figlio diviene la loro unica possibilità di sopravvivenza: riuscirà l'improvvisato gruppo a passare indenne la nottata? E l'uomo scoverà il responsabile della sua perdita?






I sequel non sono mai una materia facile, a prescindere dai risultati ottenuti dai "numeri uno".
James DeMonaco, che lo scorso anno riuscì nella non facile impresa di proporre una pellicola legata ad un plot onestamente già sentito rendendolo comunque efficace, a questo giro di giostra è stato quantomeno in grado di regalare al pubblico un secondo capitolo della sua saga - e a giudicare dal finale e dagli incassi, presumo verrà messo in cantiere anche un numero tre - per prima cosa differente dal precedente e dunque efficace ed in grado di intrattenere come si conviene.
L'idea di spostare il fulcro dell'azione e della pellicola da una lotta senza quartiere all'interno di un'abitazione ad una sorta di survival urbano che ricorda i Classici di Carpenter funziona seppur non supportata da personaggi all'altezza - la coppia madre/figlia poteva essere sfruttata decisamente meglio, così come approfondito di più il rapporto tra i due fidanzati, che lascia trasparire una tensione mai del tutto risolta -, il ritmo è ben scandito e le situazioni, pronte a ricordare i videogames a livelli degli anni ottanta, coinvolgono decisamente bene nella loro varietà - aiutate anche da un lavoro sul trucco della principale banda di razziatori delle strade, davvero notevole -.
Così come fu per il Purge dello scorso anno, anche in questo caso dietro la patina da film action si nascondono numerosi sottotesti politici, dalla questione della rivolta armata contro il Sistema - Carmelo ed il suo movimento - al dislivello tra classi sociali sempre più marcato - agghiacciante l'asta che precede la caccia nel finale -, senza contare una riflessione interessante a proposito della vendetta e del perdono, che seppur non sfruttata al massimo delle sue potenzialità rende l'epilogo funzionale quanto lo fu quello della precedente notte di sangue portata sullo schermo dal regista e sceneggiatore.
Il viaggio di questi sopravvissuti per le strade della città sconvolta dalla notte delle notti indetta dai misteriosi ed oscuri Nuovi Padri Fondatori tocca dunque, dopo l'invasione domestica esplorata nel capitolo precedente, un altro nervo scoperto dell'uomo comune: ovvero l'essere oggetto di caccia da parte di uno o più predatori abituati a muoversi con l'istinto dei killer.
Senza dubbio i vertici di tensione scaturiti da paure primordiali di questo tipo di cose enormi come Eden Lake sono lontani, ma DeMonaco sa il fatto suo, e finisce per portare sullo schermo un giocattolo tosto e cattivo quanto basta - nonostante non mi sarebbe dispiaciuta un pò di violenza in più - senza dimenticare di essere, comunque, anche lui parte del Sistema e, dunque, procedendo senza scombinare troppo quelli che, di norma, in questi casi, sono i piani dei distributori.
Nel complesso direi, dunque, che questo secondo Purge è un film dalla doppia faccia: da una parte la struttura a livelli e l'inseguimento attraverso le strade della città rende la scommessa assolutamente vinta, dall'altra il lavoro sui personaggi ed alcune eccessive concessioni soprattutto sul finale finiscono per perdere mordente rispetto al primo capitolo.
DeMonaco, comunque, non ha troppo di che lamentarsi: la stoffa per produrre cose interessanti ha dimostrato di averla, e gli incassi hanno finito per dare ragione al suo esperimento.
Staremo dunque a vedere se con la probabile terza notte di terrore la fiducia che ho finito per riporre nel suo lavoro sarà ben ripagata o anche lui finirà per aver bisogno di una "purge" da manuale a suon di bottigliate.



MrFord



"I am an anti-christ
I am an anarchist
don't know what I want but
I know how to get it
I wanna destroy the passer by cos I
I wanna BE anarchy!
No dogs body!"
Sex Pistols - "Anarchy in the UK" - 


venerdì 8 agosto 2014

Nurse 3D

Regia: Douglas Aarniokoski
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 84'





La trama (con parole mie): Danni è un'infermiera fresca di specializzazione, da poco assunta da uno degli ospedali più importanti della città. Quando viene assegnata ad una collega più anziana, la misteriosa e seduttiva Abby, iniziano per lei i guai: la stessa Abby, infatti, nasconde una natura da serial killer in caccia di uomini infedeli alle mogli, e sviluppata una vera e propria ossessione per la sua allieva finisce per tentare in tutti i modi di entrare nella vita di quest'ultima, scatenando una spirale di morte e violenza che condurrà all'inevitabile crescendo di sesso e sangue tipico del buon vecchio thriller da sabato sera su Italia Uno.
Ma non sarà finita così, ed il faccia a faccia tra le due donne rivelerà inaspettate svolte.








Da appassionato di Cinema divoratore di film di tutti i generi, non è troppo strano incontrare, neppure troppo raramente, schifezze tali da fare incazzare profondamente, andando ben oltre le classiche e prepotenti bottigliate: in alcuni casi, però, fortunatamente le succitate schifezze assumono i contorni di proposte trash di culto, talmente brutte e pacchiane da diventare divertenti, ed assurgere al ruolo di quasi mascotte del mese o dell'anno.
Nel corso del duemilatredici fu il caso dell'ormai mitico Sharknado, vera e propria chicca entrata nel cuore degli occupanti di casa Ford fin dalla prima visione, un vero gioiellino di qualità così infima da risultare geniale: il suo erede, almeno per quanto riguarda il duemilaquattordici fino ad ora - Sharknado 2 arriverà, prima o poi -, è senza dubbio questo Nurse 3D, thrillerino pruriginoso da seconda serata anni novanta su Italia Uno degno delle registrazioni su vhs tenute ben nascoste agli occhi dei genitori nel periodo adolescenziale senza alcuna pretesa ed assolutamente innocuo nella sua scarsissima qualità in termini di script, regia ed interpretazioni.
Paz De La Huerta, che i più cinefili ricorderanno nel meraviglioso Enter the void, è la giusta nocchiera per questo viaggio al limite del ridicolo buono giusto per una serata a neuroni spentissimi o, ancor di più, in piena sbronza in compagnia di un nutrito gruppo di fidati amici, pronti a regalare battutacce e volgarità a profusione in occasione delle effusioni tra la succitata Paz e la sua bionda allieva/vittima o delle generose inquadrature dei seni e dei culi delle protagoniste: interessante notare, in questo senso, dettagli al limite della fantascienza come le succinte divise delle infermiere dell'ospedale scelto come principale location, che pare più un atelier di moda che non una struttura sanitaria, considerate le caratteristiche di tutte o quasi le sue impiegate di sesso femminile, o quello di un poliziotto che pare un incrocio tra Ben Harper e The Rock, probabilmente assunto seguendo gli stessi principi delle infermiere per far felice la probabilmente esigua parte di pubblico femminile di questo film.
Con tutti i suoi clamorosi limiti, comunque, va riconosciuto al lavoro di quello che pare un lontano parente bislacco di Aronofsky una voglia di divertirsi di fondo assolutamente perfetta per robette come questa, ed un crescendo finale da quasi horror con tanto di sanguinosa catfight nei corridoi e nelle sale dell'ospedale ed un finale tutto sommato inaspettato per il classico thriller a risoluzione ovvia che ci si aspetterebbe in questi casi.
Inoltre - cosa decisamente non di poco conto, di questi tempi - la durata esigua limita perfino noia e scompensi in termini di pazienza, trasformando la visione in un vero e proprio divertissement ignorante e sguaiato almeno quanto l'abbigliamento della caotica e letale protagonista, che pare cucita per l'appunto come un abito - o un guanto di latex - sulla pelle dell'androgina Paz, che non sarà certo un'attrice da Oscar - neppure per sbaglio - ma in operazioni sopra le righe come questa trova davvero la sua dimensione.



MrFord




"The nurse should not be the one who puts salt in your wounds
but it's always with trust that the poison is fed with a spoon
when you're helpless with no one to turn to alone in your room
you would swear that the one who would care for you never would leave
she promised and said, "you will always be safe here with me"
but promises open the door to be broken to me."
The White Stripes - "The nurse" - 




lunedì 3 marzo 2014

Storie maledette

Produzione: Rai
Origine: Italia
Anno: 1994 - In corso
Episodi: 72




La trama (con parole mie): incentrata su vicende legate a realtà finite in tragedia ed affrontate, con successo più o meno chiaro, dalla Legge, Storie maledette nasce da un'idea della giornalista Franca Leosini, e si preoccupa, puntata dopo puntata, di raccontare dal punto di vista dei colpevoli quanto degli innocenti avvenimenti drammatici nati dall'ignoranza come dalla crudeltà, dalla vendetta come dal puro e terrificante istinto omicida.
Situazioni e persone della porta accanto divengono così personaggi quasi cinematografici, che la realtà ed i fatti riportano - spesso con il sangue - alla quotidianità che viviamo giorno dopo giorno: indagini ed approfondimenti partono dunque dalle carceri all'interno delle quali scontano la pena i pronunciati colpevoli che rivelano quasi sempre sfumature in grado di solleticare comunque il ragionevole dubbio.





Rispetto alla consuetudine del Saloon di dedicarsi, accanto ai film e ai romanzi, alle serie tv, ritaglio uno spazio simile a quello che regalai alla mitica Blu Notte qualche anno fa concedendo un post a quella che, a conti fatti, è e resta una trasmissione televisiva: Storie maledette.
Creata nell'ormai lontano novantaquattro dalla giornalista Franca Leosini ed incentrata su inchieste giornalistiche finalizzate ad un faccia a faccia girato in carcere con i dichiarati colpevoli, questa serie è entrata quasi per caso nelle vite degli occupanti di casa Ford guadagnandosi in poco tempo un notevole rispetto sia per la cura delle inchieste stesse, sia per la conduttrice ed autrice, che al pari di Carlo Lucarelli è riuscita ad entrare nel cuore del sottoscritto e di Julez grazie al suo eccezionale intercalare "Ecco!" ed un piglio deciso e per nulla intimorito neppure dalla presenza di assassini posti di fronte a lei.
Pur non avendo avuto modo di visionare tutti gli episodi andati in onda, ed essendo abituato alla ricorstruzione dei casi più "cinematografica" della già citata Blu notte, sono uscito comunque decisamente soddisfatto da quest'esperienza, e devo ammettere che, superate le prime difficoltà nate da un approccio ed una confezione decisamente televisiva, il coinvolgimento è stato intenso quanto quello che aveva accompagnato, ai tempi, gli omicidi insoluti mostrati dal buon Lucarelli.
L'idea del confronto, inoltre, tra la conduttrice ed i dichiarati colpevoli, risulta vincente oltre che decisamente interessante, e trova i suoi momenti migliori rispetto alle vicende che nel corso degli ultimi decenni hanno avuto una travagliata vita giudiziaria: dall'omicidio di Francesca Alinovi - avvenuto a Bologna nell'ottantatre e trattato anche da Blu notte, che probabilmente se avvenuto ai giorni nostri avrebbe condotto le autorità a soluzioni decisamente differenti - al delirio collettivo di una famiglia di Polistena - forse la più agghiacciante tra le storie passate in questo periodo sugli schermi del Saloon, protagonista un intero nucleo di adulti stretti attorno al legame di parentela e pronti ad uccidere una bimba di cinquanta giorni per scacciare il demonio dalla stessa -, passando attraverso vicende di innamorati, pedofili, killer ed amanti divenuti nemici - casi come quello dell'omicidio di Annarita Curina, uno dei molti che videro coppie pronte ad accusarsi una volta giunte in tribunale -, i brividi che percorrono la schiena dello spettatore sono molti, tutti motivati da quello che è il terrore più grande di tutti, in grado di superare qualsiasi horror o racconto fantastico.
Il terrore della porta accanto, se non della propria.
Ai tempi di Twin Peaks, e del terrore che indusse nel sottoscritto la creatura di David Lynch, una delle caratteristiche che finì per colpirmi maggiormente rispetto a Bob fu proprio il suo aspetto tutto sommato "normale", e l'idea che dietro ad orrori indicibili potessero e possano nascondersi persone che, ad insaputa di ognuno di noi, finiscono per passarci accanto quando prendiamo un mezzo pubblico, facciamo la spesa, chiediamo un'informazione.
Le "storie maledette" sono quelle che escono dalle nostre ombre, e finiscono per divorare chi non se l'aspetta, chi è troppo sicuro - emblematico il caso di Maurizio Gucci - o chi, semplicemente, finisce nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, zittito da una crudeltà o da una ferocia troppo grandi: il silenzio degli innocenti, come recita il titolo di un famoso romanzo, e di un film ancora più famoso.
E quando la Legge mescola le carte, a volte è ancora più arduo scoprire quale possa essere stata la via più giusta da percorrere.



MrFord



"Abbiamo gia' rubato abbiamo gia' pagato
ma non sappiamo dire quello che sarebbe stato
ma pace non ne abbiamo nemmeno lo vogliamo
nemmeno il tempo di capire che ci siamo gia'
cos'e' che ancora ci fa vivere le favole
chi sono quelli della foto da tenere."
Enrico Ruggeri - "Mistero" - 


venerdì 2 agosto 2013

Criminal minds - Stagione 8

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 24




La trama (con parole mie): l'Unità di analisi comportamentale di Quantico, che dedica il suo operato alla cattura di serial killers, privata dell'Agente Prentiss, è rafforzata dall'arrivo di un nuovo membro, l'esperta di linguistica Alex Blake.
Accanto ai casi normalmente affrontati dal team, però, questa volta si sviluppa una vicenda parallela che vede un misterioso assassino pronto a duplicare i delitti di alcuni dei soggetti ignoti smascherati e consegnati alla Giustizia dalla squadra in modo da mettere pressione alla stessa, e pronto a manifestare la sua presenza perfino pedinando e mettendo "sotto scacco" i suoi membri.
Quando i nodi verranno al pettine e otto vittime saranno cadute, il cosiddetto "Replicatore" si troverà finalmente faccia a faccia con l'Unità, pronta a giocarsi il tutto per tutto in modo da fermare questa nuova, terrificante nemesi.





Non è più in mistero che in casa Ford, sia in materia di romanzi che di film o serial, la questione "morti ammazzati" giochi un ruolo non indifferente quando capita di scegliere di affrontare una visione: sia Julez che il sottoscritto, infatti, nutriamo da tempo una discreta passione per serial killers ed affini, dunque prodotti come Criminal minds, lontani dagli standard fighetti del decisamente più noto CSI, di norma sfondano una porta aperta.
Da almeno un paio di stagioni, però, le vicende dell'Unità di analisi comportamentale di Quantico languivano in un trascinarsi che lasciava intravedere una possibile chiusura del titolo e che ci facevano rimpiangere gli esordi decisamente più convincenti segnati dalla figura dell'Agente Gideon - interpretato dal mitico Mandy Patinkin, ormai impegnato con la splendida Homeland, e che spero sempre di veder ritornare, magari nelle vesti di serial killer impazzito -.
Fortunatamente con questa season numero otto la tendenza pare essersi invertita, e dopo un paio di episodi iniziali di routine per la squadra capitanata dal sempre rigido Hotchner l'inserimento del temibile Replicatore come sottotrama e l'approfondimento di particolari personali di charachters storici come il duro Derek Morgan ed il supernerd geniale Reed - davvero efficace la serie di episodi dedicata alla sua storia d'amore mai espressa - sono riusciti ad accendere una scintilla che pareva ormai sepolta da una montagna di cenere, portando una ventata d'aria fresca al titolo ed alimentando l'hype per la prossima stagione, per la quale ci attende un nuovo direttore che probabilmente finirà per intervenire diversamente rispetto alla fino ad ora utilizzata Erin Strauss.
Oltre alle sottotrame principali, risultano interessanti anche i singoli episodi autoconclusivi, impreziositi da ospiti d'eccezione come Angela Bettis, Ray Wise e Brad Dourif e decisamente più inquietanti rispetto a quelli presentati da almeno tre o quattro stagioni a questa parte: non so se la volontà degli autori di tornare ad un registo simile a quello degli esordi sia effettivamente voluta oppure no, ma senza dubbio funziona, e riesce a rendere Criminal minds la proposta migliore, più avvincente e tesa del suo genere almeno per quello che riguarda il piccolo schermo ed il mainstream.
L'unico suggerimento che mi pare di poter lanciare agli autori potrebbe essere quello di alzare ulteriormente la tensione portando lo spettatore quasi a temere la visione nonostante sia chiaro che, essendo un titolo seriale con un cast fisso, difficilmente il caso potrà non essere risolto o i protagonisti subire traumi particolari: personalmente ricordo, a questo proposito, alcune sequenze dei primi anni così toste da farmi venire il dubbio di non essere finito in un qualche thriller fin troppo mozzafiato, invece che in una serie dedicata di norma ad accompagnare la cena dei Ford.
Dovesse tornare anche quell'atmosfera - ed in questa stagione ci siamo andati vicini ben più di una volta -, e ad una sottotrama principale come quella del Replicatore si aggiungessero episodi in grado di mantenere il livello del numero quattordici, Quel che resta, avremmo di fronte non solo la serie principe in materia "morti ammazzati", ma una delle proposte da fiato sospeso più avvincenti che il piccolo schermo possa offrire.


MrFord


"Psycho Killer
qu'est-ce que c'est
fa fa fa fa fa fa fa fa fa far better
run run run run run run run away."
Talking Heads - "Psycho killer" -


sabato 20 luglio 2013

Ju On - Rancore

Regia: Takashi Shimizu
Origine: Giappone
Anno: 2002
Durata: 92'



La trama (con parole mie): la giovane Kayako, con suo figlio Toshio, è stata brutalmente uccisa dal marito proprio tra le mura della sua casa, rimasta maledetta e costata la vita ad ogni persona che l'abbia abitata dopo di loro.
Quando l'assistente sociale Rika è assegnata alla famiglia che la occupa, si innesca una serie di eventi che vede il coinvolgimento non soltanto degli occupanti dell'abitazione, ma anche dei loro parenti, dei curiosi, della polizia e di chiunque cerchi di capire qualcosa rispetto a quello che è realmente accaduto in quel luogo.
L'unica ad essere risparmiata al fato dei malcapitati è proprio Rika, che potrebbe essere destinata a scoprire che la presenza di Kayako e Toshio sia, di fatto, il segno di una richiesta d'aiuto.




Ai tempi dell'uscita di questo film ricordo che l'horror made in Japan era ancora un fenomeno da sdoganare, qui nel Vecchio Continente e soprattutto negli States, che negli anni successivi si sarebbero resi protagonisti di una serie agghiacciante di remake ispirati dai titoli di maggior successo prodotti nel Paese del Sol Levante.
Ricordo anche che il lavoro di Takashi Shimizu terrorizzò praticamente chiunque capitò dalle parti del Saloon di allora, lasciando un ricordo tutto sommato positivo di una visione che aveva davvero molto di televisivo a livello di qualità delle riprese e recitazione - e non è certo un complimento -.
Così, in preda alla cara, vecchia voglia di horror che torna sempre a farsi sentire in questa stagione, ho recuperato questo film ormai decisamente noto in modo da renderne partecipe anche Julez, che il giorno dopo la visione, durante la mia assenza da casa, deve avermi maledetto in molteplici idiomi oltre a farsi coraggio grazie al Fordino durante la notte: onestamente devo ammettere che gli anni trascorsi da quella prima visione non hanno certo fatto troppo bene al lavoro di Shimizu, che parte con una discreta dose di salti sulla sedia per sprofondare nel quasi ridicolo involontario minuto dopo minuto, dando l'impressione di essere un simpatico tentativo decisamente lontano dal vero terrore che il grande schermo può regalare.
Tuttavia, non riesco a non voler almeno un pò bene a questo film, girato e recitato da cani eppure funzionale per l'intrattenimento di una giornata estiva nel pieno ricordo dei tempi ormai irripetibili di Notte Horror, quando in seconda serata da giugno a settembre una volta alla settimana Italia Uno trasmetteva una selezione di tutto rispetto con cavalli di battaglia di caratura ben superiore a quella del titolo in questione - roba come Nightmare, Venerdì 13, Cabal e così via ora ce la sognamo, purtroppo -: certo, lo script è nebuloso e piuttosto scombinato, la logica è tranquillamente in ferie a godersi la spiaggia - la scena dei poliziotti paralizzati dalla paura che restano in attesa di farsi sistemare dalla protagonista fantasma in pieno stile Esorcista è al limite del grottesco -, il bambino funziona il primo paio di volte in cui viene inquadrato prima di diventare più una mascotte che non una presenza inquietante - anche se la sequenza dell'ascensore, per quanto abusata nel mondo della settima arte, resta efficace -, ma si arriva al termine senza essersi certamente alterati a causa di aspettative alte con l'impressione di aver assistito al classico spettacolo perfetto per andare a colpire i più sensibili, un pò come quando tra ragazzini si cominciavano a raccontare episodi agghiaccianti e misteriosi in modo da seminare la paura tra i propri amici sperando di non ritrovarsi terrorizzati a propria volta.
Senza dubbio il tema trattato - quello del rancore accumulato in punto di morte pronto a riversarsi come un male oscuro nel mondo - è interessante e potenzialmente in grado di fornire materia per un film a suo modo memorabile, ma una volta presa coscienza del fatto che il lavoro di Shimizu non ha alcuna mira di questo genere, si potrà tranquillamente superare anche questo scoglio.
A quel punto resterà solo da fronteggiare la paura dei fenomeni in stile Ring e dell'idea che qualcuno possa comparirvi senza essere invitato tra le lenzuola, pronto ad offrirvi un viaggio senza ritorno in un qualche incubo oscuro.


MrFord


"Wear the grudge like a crown of negativity.
Calculate what we will or will not tolerate.
Desperate to control all and everything.
Unable to forgive your scarlet lettermen."
Tool - "The Grudge" - 


martedì 7 maggio 2013

Effetti collaterali

Regia: Steven Soderbergh
 Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
106'





La trama (con parole mie): Emily Taylor aveva tutto, un marito giovane, bello e ricco che l'amava, soldi, visibilità, svago, e tutto ancor prima dei venticinque anni. Quando il suo compagno Martin viene incarcerato per insider trading e sconta quattro anni, la giovane è costretta a ripartire da zero, trovandosi un lavoro e cercando di ricostruire un'esistenza dalle fondamenta.
Il ritorno di Martin, che in carcere ha fatto nuove conoscenze ed ha mille progetti per il futuro, però, non appare così roseo ad Emily, che sprofonda in una crisi depressiva e tenta il suicidio: affidata alle cure dello psichiatra Jonathan Banks, deciderà di sperimentare un nuovo e rivoluzionario prodotto in modo da poter tornare a vivere, senza sapere che lo stesso prevede consistenti effetti collaterali.
Quando, in preda al sonnambulismo, commette un delitto e viene incarcerata, sarà chiamato proprio Banks a fornire una perizia della giovane Emily: è l'inizio di un viaggio nella mente della donna che ribalterà da capo a piedi il mondo del medico.




Devo ammettere di essere rimasto molto sorpreso.
Onestamente, ero preparato a sfoderare le bottiglie delle grandi occasioni per festeggiare quello che, a quanto lui stesso afferma, dovrebbe essere l'ultimo atto sul grande schermo di Steven Soderbergh, pronto a ritirarsi dal giro della settima arte per concentrare le sue energie su Teatro e Musica: ed invece il buon Steven, che in passato ha abituato il sottoscritto a lavori decisamente convincenti - Traffic, Erin Brockovich, Sesso bugie e videotape, il recente Magic Mike - ed altri assolutamente inguardabili - la doppietta Contagion/Knockout - è riuscito a chiudere più che dignitosamente - e per ora - la sua carriera di cineasta con un thriller interessante e decisamente riuscito nell'intento di tenere inchiodati alla poltrona, giocato su una sceneggiatura furbetta ma efficace e su un'ottima interpretazione della fordiana Rooney Mara, che spolvera un personaggio sfaccettato e pericoloso - per se stessa e chi le sta accanto - guadagnandosi ulteriormente l'odio di Julez, che deve ormai averla identificata come l'attrice nemica numero uno.
L'idea di una sorta di trucco da illusionista - anche se non va certo paragonato ad una qualsiasi delle perle di Nolan - che distrae il pubblico dal bersaglio grosso passando dal dramma di coppia a quello della malattia mentale, per poi spostarsi sulle attualissime tematiche dell'insider trading e divenire una sorta di crime story con tanto di intrigo sentimentale ed il morto a rendere tutto più difficile - o più facile, a seconda dei punti di vista - è senza dubbio azzeccata, e Soderbergh riesce nell'intento di evitare che il suo lavoro assuma connotazioni banali e prevedibili virando spesso e volentieri, soprattutto spostando l'attenzione dello spettatore da Emily - assoluta protagonista e vittima nella prima parte - a Jonathan Banks - assoluto protagonista e vittima nella seconda -.
In questo senso Jude Law è bravo a raccogliere il testimone di Rooney Mara e ad assumere il ruolo nocchiero per l'audience, lasciata priva di riferimenti - almeno fino all'escalation conclusiva - e spaurita come il buon dottore cui presta il volto, ritenuto almeno in parte responsabile degli accadimenti che colpiscono Emily e Martin: il progressivo sprofondare di quello che, almeno all'apparenza, si presenta come un professionista integerrimo, diviene così una sorta di riflessione di regista e sceneggiatore a proposito dei lati oscuri e dei segreti che ognuno di noi finisce per avere, e che in determinate situazioni hanno il potere di diventare leve sfruttabili per indurci a commettere atti mai pensati prima o a rappresentare i varchi ideali nel nostro sbarramento di difesa, punti deboli perfetti per essere sfruttati da chiunque voglia manipolarci, o portarci all'esasperazione e alla sconfitta.
E nello scioglimento della matassa Soderbergh riesce addirittura ad essere a suo modo originale nel mescolare ingredienti già visti e conosciuti, creando una sorta di (quasi) nuovo cocktail basato sul riciclo intelligente e mantenendo alta la tensione anche una volta rivelati i retroscena di un piano che ribalta completamente l'ottica di partenza, in un twist che ricorda in qualche modo il primo De Palma ed un certo tipo di Cinema made in USA anni settanta o legato alle migliori performance del recente Allen - Match point e Sogni e delitti -.
Certo, non è tutto oro quello che luccica, e senza dubbio Effetti collaterali si presenta come uno di quei titoli che si guardano rapiti la prima volta, curiosi di scoprire come si è stati raggirati la seconda e dalla terza assumono la non sempre conveniente connotazione dell'esercizio di stile, un pò quello che accadde, ai tempi, anche con un cult come Fight club: lungi da me pensare che quest'opera "ultima" del regista della saga di Ocean possa anche solo sognare di lasciare un segno marcato come quello della creatura di Fincher nata dal romanzo di Chuck Palaniuk, ma senza dubbio siamo di fronte ad una pellicola solida che porta a casa non soltanto la pagnotta standard, ma finisce per stupire - e neppure poco - pur articolandosi su un impianto che, di fatto, non ha nulla di davvero geniale nella sostanza, ma pare rimaneggiato ad arte nella forma.
Sicuramente, proprio per questo, c'è chi non esiterà a definirlo un film vuoto ed incapace di lasciare un segno in questo duemilatredici partito con il botto ed afflosciatosi settimana dopo settimana, eppure trovo che Soderbergh sia riuscito a trasformare un potenziale e banalissimo flop in un thriller d'autore di quelli che, ormai, paiono materia da consegnare alla Storia e al decennio che ne fece la fortuna, quei novanta che per uscire dalla sbornia di tamarrate che furono gli eighties finirono per ricordare al pubblico che era giunto il momento di tornare a sentire brividi lungo la schiena: e non c'è modo migliore, per scatenarli, che partire dal luogo più oscuro, affascinante e malleabile di ognuno di noi.
La mente. Anche quando la stessa è venata dalle più torbide passioni del nostro essere animali.


MrFord


"But instead, I kept my tears inside
'cause I knew if I started I'd keep crying
for the rest of my life with you
I finally built up the strength to walk away
don't regret it but I still live with the side effects."
Mariah Carey - "Side effects" -


sabato 22 dicembre 2012

Sinister

Regia: Scott Derrickson
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Ellison Oswalt è uno scrittore di romanzi catalogati come "true crime", ovvero indagini su crimini ancora aperti o irrisolti svolte dallo stesso autore e rese best sellers di successo. I tempi della sua ultima, vera, scalata alle classifiche, però, sono ormai distanti dieci anni, ed Oswalt comincia a sentirsi alle strette, e più che l'aspetto economico o il benessere di sua moglie o dei figli, avverte la morsa della mancanza del brivido che solo il successo può dare.
Decide così di dedicarsi al misterioso caso di una famiglia trovata impiccata ad un albero: un massacro che pare aver risparmiato la piccola Stephanie, che risulta ancora scomparsa.
Lo scrittore, all'insaputa della compagna, acquista proprio la casa nel cortile della quale avvennero i fatti, che già dai primi giorni del trasloco pare avere un'influenza negativa non soltanto su di lui, ma anche sui suoi due bambini: a complicare le cose si mette il ritrovamento da parte dell'uomo di una misteriosa scatola in soffitta che contiene filmini amatoriali riferiti agli omicidi di cinque famiglie a partire dal 1966, che indicano per ogni scena del crimine la scomparsa di un bambino e la presenza sui luoghi dei delitti di uno strano simbolo e di un personaggio altrettanto inquietante.





Sinister è giunto praticamente per caso nell'hard disk sempre zeppo di titoli di casa Ford, pescato a caso nel grande mare dei film sottotitolati ancora senza una data di uscita italiana: pensare ad Ethan Hawke - uno dei sex symbol alternativi degli anni novanta - nel pieno di un horror diretto dal regista dei ben poco memorabili The exorcism of Emily Rose e Ultimatum alla Terra - pessimo remake dell'omonimo Classico di fantascienza - non mi faceva presagire nulla di buono se non una cascata di bottigliate pronte a colpire.
E invece salta fuori che non solo Sinister funziona, inquieta e spaventa come un film di questo genere dovrebbe sempre fare, ma riesce addirittura a non traballare troppo dal punto di vista della logica e portare a casa un risultato assolutamente insperato date le carte che potevo supporre avesse da giocarsi.
Non c'è nulla di troppo nuovo, nella sceneggiatura tra l'altro firmata anche dal regista, dagli ormai classici bambini spaventosi fino agli omaggi a pietre miliari dell'horror come Shining e L'esorcista con una strizzata d'occhio a cose più recenti come Il sesto senso, senza contare i riferimenti a Stephen King - l'autore letterario horror per eccellenza, citato non solo in qualche modo grazie alla professione del protagonista, ma dal protagonista stesso con il suo riferimento a Cujo -, eppure gli ingranaggi girano neanche fossero stati appena oliati, Ethan Hawke sfodera un'ottima interpretazione - che permette al regista di costruire praticamente l'intera pellicola su di lui, da solo in scena per la quasi totalità del tempo -, non mancano i momenti da salto sul divano e tutto il disegno non crolla neppure quando avviene, di fatto, il passaggio tra realtà e sovrannaturale.
Quello che, infatti, parte come un'indagine - tra l'altro molto inquietante - su una serie di omicidi terrificanti che ricordano quelli del Dragone rosso in Manhunter - pellicola memorabile firmata Michael Mann, sorella maggiore di quello che sarebbe stato Il silenzio degli innocenti - e portano una firma che fa tornare alla mente L'occhio che uccide - l'utilizzo del super 8 a testimonianza degli omicidi -, riesce appena ad indurre nel pubblico l'ipotesi che dietro le mattanze sulle quali indaga Oswalt si celi un serial killer - o una setta - prima di cambiare completamente strada avventurandosi sul sentiero oltre i confini del mondo come noi lo conosciamo, pratica normalmente molto rischiosa per ogni horror che voglia mantenere almeno una parvenza di dignità cinematografica.
Io per primo ammetto di avere storto il naso di fronte all'evidenza di una scelta che, quasi a metà pellicola, ribaltava di fatto il punto di vista rischiando di mandare tutto a monte, compreso il buon carico di tensione accumulato fino a quel momento: invece - e va dato tutto il merito a Derrickson - lo stile di ripresa e l'evolversi della vicenda, pur non risultando rivoluzionari riescono a catturare praticamente da zero per la seconda volta l'attenzione dello spettatore portando in scena un racconto per nulla scontato, dal climax insolito per il genere - davvero ottimo il finale, uno dei migliori degli ultimi anni di horror - e rappresentato da un "uomo nero" da fare invidia al Carpenter dei giorni migliori, un demone legato alla Storia antica che "seduce" dalla prima apparizione per "look" ed apparenza - una sorta di incrocio tra il trucco dei Misfits e le maschere degli Slipknot, dunque una porta aperta che non c'era affatto bisogno di sfondare, con il sottoscritto, per prendere punti - e chiude alla grandissima un crescendo decisamente ben riuscito.
Contribuisce al buon risultato finale anche la colonna sonora - anche se sarebbe più il caso di parlare di effetti -, creepy e disturbante come non mi capitava di sentirne da tempo, ed un'atmosfera in grado di rendere la consueta casa infestata o pseudo tale nel teatro per l'incontro tra una realtà inquietante ed un incubo pronto a realizzarsi nella sua interezza, e che non lascerà nulla e nessuno libero di sperare di avere scampo.
Senza dubbio, dunque, ed assolutamente a sorpresa, una delle migliori proposte del genere non solo di questo 2012 ormai giunto alla conclusione, ma addirittura delle ultime stagioni cinematografiche: in un momento di gravissima crisi dell'horror, roba come questa dobbiamo tenercela stretta e non mollarla neanche per scherzo.
Anche se dovesse tramutare in un vero incubo la già abbastanza inquietante realtà.


MrFord


"We have made the present obsolete
what do you want? What do you need?
We'll find a way
When all hope is gone."
Slipknot - "All hope is gone" -



sabato 6 ottobre 2012

My son, my son, what have ye done

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania/USA
Anno: 2009
Durata: 91'




La trama (con parole mie): Brad Macallam ha vissuto un'intera esistenza all'ombra della madre, e nonostante il suo impegno con il teatro ed il legame con la fidanzata Ingrid è sempre rimasto fedele alla genitrice. Quando, durante un viaggio in Perù con gli amici, ha una sorta di "illuminazione", perde progressivamente il contatto con la realtà: una mattina la polizia è chiamata ad intervenire nel suo quartiere perchè Brad, nel bel mezzo di un caffè preso con i vicini, si è presentato armato di una spada ed ha ucciso proprio sua madre, asserragliandosi dunque in casa armato di fucile con due ostaggi.
Gli agenti, sconvolti dal comportamento dell'uomo, cercano di ricostruire la sua vita attraverso una serie di interrogatori sul posto in modo da avere un quadro il più delineato possibile prima di organizzare una qualsiasi azione d'intervento.






Lynch produce, Herzog gira.
Detto così, in casa Ford sarebbe quasi quasi parso un sogno.
Due dei registi che più ho amato nel corso della mia vita di spettatore, autori di Capolavori quali Una storia vera, Inland empire, The elephant man, Aguirre furore di dio, L'enigma di Kaspar Hauser, Grizzly man, in qualche modo insieme per raccontare una storia - ispirata a fatti reali - in grado di unire la cornice onirica e surreale del primo al confronto con la Natura e l'ignoto del secondo.
Una sorta di mix da sballo di LSD e fede, alcool e ragione scientifica.
Il tutto aggiungendo al cocktail la presenza del sempre incredibile Michael Shannon, ormai uno degli idoli assoluti del Saloon.
Eppure, il risultato è ben lontano dall'essere perfetto.
Ad essere del tutto onesti, considerato il mio sempre sbandierato panesalamismo, questo potrebbe addirittura risultare uno di quei film in grado di farmi incazzare oltremisura, spocchioso ed autoreferenziale, poco comprensibile e decisamente ostico per tutti gli spettatori che non si professino critici o aspiranti registi incapaci di sfondare sempre per responsabilità altrui.
Eppure, questo incantesimo pur non del tutto ben riuscito ha qualcosa che definire magico sarebbe riduttivo: la vicenda di Brad e la sua ricerca di vendetta rispetto ad una madre che gli ha condizionato l'esistenza legata a doppio filo ad un viaggio in grado di aprire nell'uomo una nuova dimensione - e nel Perù che si porta via lungo il fiume gli amici del protagonista si sentono ancora gli echi del già citato ed incredibile Aguirre - e alla leggenda di Oreste, sulle cui spalle pesa la responsabilità di porre fine all'hybris che da Tantalo ad Atreo è giunta fino ad Agamennone e a lui, con il suo progressivo allontanarsi dal mondo, dagli amici, dalla compagna, è in grado di portare un respiro mistico ed anche incredibilmente attuale alla visione, tanto da lasciare più di uno spiraglio aperto su una rappresentazione volutamente oltre le righe - e non sopra, badate bene - degli States e del loro approccio politico e sociale - i detectives che paiono figurine su un palcoscenico, la scelta di Brad di professarsi musulmano ribattezzandosi Farouq, il tentativo di dialogo tra il "terrorista" e le forze dell'ordine, l'osservazione del Canada e del suo essere "futuristico" -.
Certo, il tutto non è esente da rischi - decidere di raccontare una storia che solo nella sua struttura di indagine pare avere un senso logico che nei racconti e nel personaggio principale viene volontariamente abbandonato non è quello che si definirebbe una scelta razionale e sensata per un regista che voglia raggiungere almeno uno tra pubblico e critica -, ma sia Lynch che Herzog non si sono mai avveduti troppo di quello che si sarebbe potuto pensare di loro, dedicandosi a progetti che sono specchio di sensibilità assolutamente personali ed a tratti anche scomode: dunque, charachters come quello dello zio interpretato da Brad Dourif o del nano paiono un omaggio del cineasta tedesco all'autore di Eraserhead, mentre il rapporto madre/figlio e quella casa in colori pastello - per non dimenticare i due ostaggi -, il ruolo della polizia ed il viaggio responsabile del cambiamento e del salto interiore di Brad un personale appunto di Herzog agli States che lo stesso non risparmiò neppure nel sottovalutato Il cattivo tenente - Ultima chiamata: New Orleans.
Non me la sentirei mai di consigliare una visione come questa a cuor leggero, e di certo se dovete iniziare il vostro percorso rispetto alle carriere di questi due miti del grande - e non solo - schermo, sono altri i titoli sui quali dovreste concentrare le vostre attenzioni ed i vostri sforzi: eppure, allo stesso modo in cui si ricomincia a bere dopo una sbronza andata male che vi ha portati a giurare che mai e poi mai l'alcool sarebbe tornato in circolo nel vostro corpo, questo film ha il potere di entrare dentro ad occhi e cuore dell'audience, scavando più a fondo di quanto non sembri rimanendo in attesa del momento giusto per farvi saltare sulla sedia.
Come una palla da basket lasciata ad attendere il ragazzino di talento.
Come il Perù delle sensazioni.
Come l'hybris che finisce, dopo fin troppe generazioni.
O una spada che si dovrà trovare il coraggio di imbracciare, o lasciare cadere a terra.
 


MrFord


"Flamingo, Flamingo...
da quanto tempo sono qui...
Flamingo, Flamingo
perché ci guardano così...
Coi tuoi santi da juke-box
freschi di lavanderia...
Ma è la rumba d'altri film
che ci fa volare via... 
E le foto senza flash
fra le braccia del via vai... 
E quei ritmi di bayon
che sbagliare mi fai."
Sergio Caputo - "Flamingo" -


domenica 26 febbraio 2012

Cold Case - Stagione 6

Produzione: CBS
Origine: Usa
Anno: 2009
Episodi: 23



La trama (con parole mie): siamo di nuovo alla omicidi di Philadelphia, in compagnia della squadra che si occupa dei casi irrisolti avvenuti nella "città dell'amore fraterno" dagli anni sessanta ad oggi.
A fare da parallelo alla consueta struttura da "un caso a puntata" nel corso di questa penultima stagione gli autori si sbilanciano cercando di indagare più approfonditamente sui protagonisti, dalla relazione di Scotty con la giovane esperta della scientifica Frankie alla ricerca di una nuova casa di Nick Vera, passando attraverso il tentato omicidio di Will Jeffries e la riscoperta del rapporto con il padre di Lily Rush.
Un tentativo non sempre riuscito per dare una scossa ad una serie ormai stanca.





Come ormai tutti i frequentatori abituali del saloon ben sanno, in casa Ford le serie con i morti ammazzati di mezzo - eccetto la fighetta e da noi cordialmente detestata C.S.I. in tutte le sue incarnazioni - trovano sempre terreno fertile, mettendo d'accordo il mio gusto maggiormente legato ai prodotti più realistici - I Soprano, The shield, Californication, Breaking bad, Sons of anarchy - e quello di Julez, che è di norma più attratta da titoli in grado, al contrario, di far evadere dalla quotidianità il più possibile.
Insieme a Criminal minds, Cold case è stata una delle prime serie che abbiamo iniziato a seguire consci del fatto che avrebbe trovato il compromesso giusto tra i nostri differenti approcci, divenendo di fatto una delle mascotte di casa Ford e facendo la sua regolare comparsata nei periodi di stacco da altri titoli più "forti", intrattenendoci come si conviene in attesa dei serial più attesi - in questo caso, delle seconde annate del già citato Breaking bad e del magnifico Friday night lights, prossimamente su questi schermi -: con questa sesta stagione, però, comincia a divenire evidente la stanchezza della formula e degli autori, nonostante alcuni tentativi di dare profondità e spessore ai protagonisti inserendo elementi prima sostanzialmente ignorati a proposito delle loro vite private, e, pur mancando per il momento all'appello la settima e conclusiva annata la chiusura della serie pare più che giusta.
Gli episodi - così come le colonne sonore degli stessi, piatto forte della serie soprattutto nei suoi primi anni - cominciano a diventare prevedibili e poco interessanti a meno che il coinvolgimento dei membri della squadra non divenga personale, riportando in quel caso la qualità del prodotto agli standard più alti del passato: in particolare, la puntata dedicata al tentato omicidio di Jeffries e la doppia in chiusura di stagione in cui si apre uno squarcio sul passato di Lily sono risultate le più efficaci, nonchè le uniche - o quasi - ad allontanarsi dalla consueta struttura da fumetto seriale in cui i protagonisti sono sempre uguali a se stessi e tutto quello che accade inizia e finisce nei quaranta minuti canonici senza alcuna ripercussione sul resto della storia.
D'altra parte alcune potenziali sottotrame interessanti vengono accantonate in maniera decisamente frettolosa o - peggio - ingiustificata, come la storia di Rush con l'agente della narcotici Saccardo - interpretato da Bobby Cannavale e sparito come nulla fosse da un episodio all'altro - o quella di Scotty con la giovane Frankie, portata avanti praticamente come riempitivo nei momenti di stanca di questa o quella puntata.
Certo, il risultato è comunque piacevole, il prodotto è confezionato discretamente e si lascia guardare senza fatica, ma forse, considerato l'avvicinarsi della fine del suo percorso televisivo, sarebbe stato più giusto nei confronti di un titolo comunque nel suo genere importante che gli autori si fossero impegnati maggiormente per regalare al pubblico un crescendo da cardiopalma, in modo da lasciare un ricordo davvero importante.
Staremo a vedere, dunque, con l'ultima stagione: intanto cresce un certo rimpianto per un titolo adagiatosi neanche fosse la metà stanca di una vecchia coppia.


MrFord


"You've got time, you've got time to escape
there's still time, it's no crime to escape
it's no crime to escape, it's no crime to escape
there's still time, so escape
it's no crime, crime."
Pearl Jam - "All thos yesterdays" -


 
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