giovedì 17 aprile 2014

Thursday's child


La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite, e nuova ricerca - spesso e volentieri infruttuosa - di qualcosa di interessante a parte le ormai consuete schermaglie in cerca dell'antico splendore tra me e Cannibal Kid. A questo giro, però, la rubrica condotta ormai da tempo dai due quasi ex rivali più agguerriti della blogosfera comincia ad affrontare un cambiamento che, presto, sarà anche grafico e che dovrebbe svecchiare un pò il format così come i suoi due creatori.

Eccezionalmente, questo post esce nella sua versione definitiva per la seconda volta. Meraviglie del mio rapporto con la tecnologia!

"Sharon, tu puoi fare da nave scuola per il Cannibale: io mi becco quel fusto di Ford!"
Transcendence


Cannibal dice: Una volta una nuova pellicola con protagonista Johnny Depp era un evento da accogliere con favore. Negli ultimi anni è diventato un qualcosa cui guardare con sospetto, grande sospetto, manco si trattasse di un film recensito in maniera entusiastica da WhiteRussian. Questo nuovo Transcendence potrebbe quindi essere l’ennesima schifezza nella carriera recente del Depp, così come l’ennesima porcheria della sci-fi recente. Felice poi di essere smentito.
Ford dice: qualche mese fa, ai tempi dell'uscita di Disconnected, avevo confuso questo titolo con quello effettivamente in sala, tanto per dire quanto potesse fregarmi di questa nuova fatica di un Johnny Depp che ormai mi pare più confuso del Coniglione Kid sotto qualche acido da spring break. Considerati i recuperi dalla settimana scorsa, non penso che sarà il primo della mia lista.

"Dichiaro ufficialmente che Cannibal Kid non c'entra nulla con il Cinema."
Gigolò per caso


Cannibal dice: Gigolò per caso è il nuovo film di Woody Allen… Hey no, un momento. È un film con Woody Allen attore, con un ruolo tipicamente da Woody Allen, però il regista in questo caso è John Turturro. Risultato? Sembra un film di Woody Allen, e nemmeno uno dei suoi migliori. Una pellicola vecchio stile decisamente più fordiana che cannibale. Non è una bella cosa.
Ford dice: i tentativi finti simpatici di mascherare il proprio radicalchicchismo non mi sono mai piaciuti, suonano sempre poco credibili. Un po’ come se di colpo Peppa Kid si improvvisasse esperto di Cinema di botte. O di wrestling. A dire il vero il mio antagonista mi parrebbe forzato anche come gigolò. Quasi più di Woody Allen.

"Brindo all'incapacità informatica di Ford."
Rio 2 – Missione Amazzonia


Cannibal dice: Già mi ero tenuto alla larga da Rio 1, figuriamoci se vado ad avventurarmi in Amazzonia. Lascio il (dis)piacere a Ford, che ha già pronta la valigia per questo suo nuovo entusiasmante (?) viaggio bambinesco.
Ford dice: il primo Rio mi era parsa la solita robetta stile Dreamworks buona giusto per mostrare il divario con i prodotti Pixar. Non credo che con il secondo andremo tanto lontano. Roba da cuccioletti. E neppure tanto eroici.

"Andiamo da quella parte: non vorrei rischiare di  incontrare Ford nel cuore della giungla!"
Onirica – Field of Dogs


Cannibal dice: In questa settimana super fordiana non poteva mancare pure un film polacco pseudo intellettualoide, in realtà probabilmente solo noiosoide, di quelli che tanto piacciono al mio blogger rivale. Una cosa talmente radical-chic che persino io la aborro.
Ford dice: finalmente un film decente. Majewski, regista di quello che pare il filmone d'autore non solo della settimana, ma del mese, mi aveva strabiliato qualche anno fa con I colori della passione, e ho come l'impressione che questo suo nuovo viaggio potrebbe essere una conferma del suo talento visivo. E ho come l'impressione che, come ad ogni appuntamento con il vero Cinema d'autore, il Cannibale mancherà all'appello.

"Muori d'invidia, Von Trier!"
Song ‘e Napule


Cannibal dice: Il nuovo film dei Manetti Bros. a sorpresa questa volta non è ambientato a Roma, ma a Napule. Potrebbe essere per loro un cambiamento epocale, un po’ come quando Woody Allen si è spostato a girare da New York all’Europa. Comunque devo ammettere che, a parte giusto qualche video musicale, non ho mai visto niente dei Manetti Bros. e non credo nemmeno comincerò da questo film, uè uè.
Ford dice: i Manetti Bros mi stanno simpatici, ma non credo che rivoluzioneranno il Cinema italiano. O almeno, non quanto il Cinema italiano necessiterebbe. Anche in questo caso, dunque, metto in coda alla lista: sicuramente qualche recupero più interessante o titolo che potrebbe portarmi almeno sulla carta al conflitto con il mio rivale lo troverò di certo.

"Tranquilli, se Ford è arrivato ad esibirsi ad Amici, possiamo farcela anche noi!"
Ti sposo ma non troppo


Cannibal dice: Qui siamo proprio alla frutta. Un film orripilante già dal trailer, anzi, già a partire dal titolo. Di più inguardabile di questa improbabile romcom con protagonista un’improbabile Vanessa Incontrada c’è giusto WrestleMania!
Ford dice: Non voglio essere troppo tenero con questa schifezza. E no, non sto parlando del Cannibale, bensì di uno dei titoli italiani più agghiaccianti mai usciti in sala da quando esiste questa rubrica. Anzi, da quando esiste il Cinema, probabilmente.

"Ford e Cannibal sono d'accordo un'altra volta."
"Non ce la faccio più: la faccio finita."

mercoledì 16 aprile 2014

The act of killing

Regia: Joshua Oppenheimer
Origine: Danimarca, Norvegia, UK, USA
Anno:
2012
Durata: 115'





La trama (con parole mie): in Indonesia, a cavallo tra il 1965 ed il 1966, un colpo di stato depose il governo per instaurare un regno di terrore che, avvalendosi di gruppi paramilitari e gangsters, perseguitò i comunisti o presunti tali e la popolazione cinese presente entro i confini, finendo per mietere più di un milione di vittime. Gli esecutori materiali dei delitti, ormai ben oltre l'età pensionabile, finiscono per ritrovarsi e ricostruire come se si trattasse di un gioco, o di fiction, gli atti da loro stessi perpetrati.
Attualmente considerati delle sorte di leggende ed appoggiati da governanti e figure di spicco del Paese, questi ex aguzzini consegnano al mondo un ritratto tanto agghiacciante quanto clamorosamente umano di uno dei genocidi più terribili del ventesimo secolo.








"Le regole che definiscono i crimini contro l'Umanità sono dettate dai vincitori, ed io ho vinto. Dunque non mi interessa di quello che pensa la Convenzione di Ginevra. Anzi, se dovessi essere chiamato, andrei. Non perchè mi senta in colpa, ma perchè in questo modo potrei finalmente diventare famoso".
In questo modo, parola più, parola meno, uno degli aguzzini delle squadre della morte del terribile biennio '65/'66 in Indonesia, ormai più simile ad un innocuo pensionato medio, sentenzia a proposito di quelle che sono state le sue azioni in quanto gangster assoldato dal governo salito al potere grazie ad un colpo di stato, filmato mentre guida, neanche fossimo persone cui ha dato un passaggio mentre andava a fare la spesa. E non è neppure il momento più agghiacciante, all'interno di The act of killing.
Non è la prima volta che mi capita di guardare documentari che tocchino argomenti terribili, o di leggere degli stessi, dagli episodi legati ai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale all'Unione Sovietica di Stalin, dai Khmer rossi all'Argentina dei desaparecidos, dal Chile di Allende piegato da Pinochet ad Haiti e alla lotta per la pace di Jean Dominique.
Proprio quest'ultimo, nel corso delle sue trasmissioni radiofoniche, cercava di sensibilizzare i contadini analfabeti rispetto al fatto che, in altre parti del mondo, ci fossero persone che subivano le stesse violenze, venivano schiacciate con lo stesso, terrificante metodo: Anwar Congo, uno dei protagonisti assoluti di questo straordinario lavoro di Oppenheimer, afferma più o meno la stessa cosa, accostando il gusto splatter di alcuni film e l'operato della Germania di Hitler all'idea del fascino che un certo tipo di Male finisce per esercitare sul pubblico, dichiarando, mentre sta seduto in poltrona, di aver fatto di peggio più e più volte, con le sue mani, dichiarando senza problemi a favore di macchina da presa di avere staccato la testa a degli uomini.
Non è la prima volta, scrivevo poco sopra, che mi confronto con una visione scomoda come questa, eppure raramente sono uscito così toccato da quello che il regista ha deciso di raccontare: non tanto per la violenza esplicita - in realtà, si parla di ricostruzioni da studio, e di qualità infima, di un gruppo di quasi vecchietti ed esaltati a metà tra il crimine e la politica -, quanto dall'idea che l'espressione di questi assassini sia quella del lato oscuro dell'Uomo, senza una virgola in più o in meno.
Lo stesso e già citato Congo, che probabilmente avrà sulla coscienza più omicidi di un qualsiasi serial killer statunitense, riesce a passare dalla freddezza dei resoconti delle metodologie di uccisione al pentimento mosso da un malessere quasi fisico, dalla dimostrazione di se stesso alle celebrazioni di uno dei gruppi paramilitari dal seguito più numeroso in Indonesia ai nipoti cui è mostrato quello che il nonno faceva ai comunisti sotto forma, per l'appunto, di film, senza apparire posticcio o costruito.
E non è che uno soltanto, dei responsabili mostrati dal regista texano in queste due ore che potrebbero tranquillamente essere definite horror.
La situazione dell'Indonesia attuale, inoltre, benchè lontana da quella dei massacri che fanno da sfondo alla narrazione, lascia che brividi corrano lungo la schiena dello spettatore perchè clamorosamente simile a quella dei Paesi per così dire "civilizzati" come il nostro, che non vivono appoggiandosi ad un equilibrio drammaticamente palese - i gangsters considerati ed ammirati come "uomini liberi", che in quanto al di fuori della Legge, sono giustificati per qualsiasi azione, dall'estorsione di rito ai commercianti cinesi locali ad eventuali servizi offerti ai governi in casi come quelli della persecuzione dei comunisti che ha ispirato questa pellicola - ma che, di fondo, sono regolati da taciti accordi molto simili.
Gli stessi che Jean Dominique cercava di raccontare alla sua gente, o che Anwar Congo ammette esistano in tutto il mondo. Gli accordi dei vincitori che dettano le regole che più convengono affinchè restino tali.
Quello che è mostrato - e che fa più paura - in The act of killing è la terribile sete dell'Uomo.
Di potere, di sangue, di violenza, di bisogno ancestrale di dimostrare di essere il re della foresta.
E che la stessa viva per le strade celata dietro l'aspetto assolutamente comune di un qualsiasi, apparentemente innocuo vecchietto.



MrFord



"Ain't got no place to lay your head 
somebody came and took your bed
don't worry, be happy.
the landlord say your rent is late
he may have to litigate
don't worry, be happy."
Bobby McFerrin - "Don't worry, be happy" - 




martedì 15 aprile 2014

Need for speed

Regia: Scott Waugh
Origine: USA, Filippine, Irlanda, UK
Anno: 2014
Durata: 132'




La trama (con parole mie): Tobey Marshall, pilota dal talento stupefacente e grande meccanico venuto dalla strada, a causa della rivalità di lunga data con il ricco e supponente Dino Brewster finisce in carcere per due anni, perdendo di fatto tutto quello che si era faticosamente costruito, oltre ad uno dei suoi migliori amici. Uscito dal penitenziario e ricostituita la sua vecchia squadra, Tobey cerca vendetta procurandosi una vettura che possa garantirgli l'accesso al prestigioso Trofeo De Leon, al quale partecipano su invito del misterioso Monarch i migliori collezionisti e guidatori di macchine sportive del mondo.
Aiutato da Julia, emissaria di un milionario inglese cui ha promesso metà del montepremi finale, Marshall lotterà con tutte le sue forze non soltanto per vincere la gara, ma anche per riabilitare il suo nome incastrando Dino.






E' quasi incredibile come, a volte, si incroci il cammino di registi o attori che finiscono per essere una vera e propria garanzia di schifezza rispetto alla pellicola alla cui realizzazione prendono parte: potrei citare, come illustre esempio, il buon Paul W. S. Anderson, una sorta di Re Mida al contrario della macchina da presa, tra i nomi più gettonati del Ford Award dedicato al peggio praticamente ogni anno.
Oltre a lui, di recente una new entry di questa poco edificante lista ha fatto clamorosamente parlare di sè al Saloon: Dominic Cooper, attore più che cane maledetto visto nel terribile Un ragionevole dubbio e tornato alla carica come nemesi di Aaron Paul - ancora nel cuore di molti di noi grazie al suo ruolo in Breaking Bad - in questo Need for speed, film insulso e wannabe Fast and furious - che a confronto pare una cosa da Palma d'oro d'ufficio - ispirato dalla nota serie di videogiochi.
Onestamente, quando ho deciso di approcciare il lavoro di Scott Waugh, speravo di imbattermi nella tipica tamarrata da neuroni spenti buona per le serate senza impegno e costruita con ironia da veri Expendables: purtroppo per tutti gli occupanti di casa Ford, il risultato della visione è stato una sfida all'ultima presa per il culo di un ipertrofico videoclip con modelli di macchine sportive dai costi astronomici privo della scintilla giusta per risultare quantomeno piacevole o tamarro abbastanza per fare la differenza, scritto probabilmente da uno stuolo di pre-adolescenti pronti a divertirsi con battute al limite dei Cinepanettoni, adattato malissimo nella versione italiana - un'intera sequenza costuita sul reiterato utilizzo del termine "terrone", che parte come identificazione del tamarro e diventa un riferimento al dirigersi verso il Sud, decisamente agghiacciante - e recitato da cani, sia che si parli di attori fuori parte - il povero Aaron Paul, che fisicamente non ha davvero nulla del pilota bello, maledetto e tormentato: sarebbe stato meglio optare per qualcuno meno bravo ma fisicamente più prestante - sia che il riferimento tocchi interpreti indecenti che non sarebbero buoni neppure per una soap girata in casa come il già citato Dominic Cooper.
Unico a salvare la faccia nel cast, pur se gigioneggiando oltre misura, è il sempre ottimo - e troppo sottovalutato - Michael Keaton, che non dovrebbe neppure stare sullo stesso pianeta dell'inguardabile Dom.
Se non altro, in compagnia di Julez si sono passate le due ore piene - ma nessuno si degna più di portare in sala i buoni, vecchi, cari film da un'ora e mezza!? - a giocare al tiro al piattello con le stronzate che la sceneggiatura cercava di propinarci come trovate da urlo e molto cool, dalle citazioni di film action di ben altro livello - Speed, ad esempio - fino a passaggi che probabilmente gli autori pensavano di grande effetto come l'assurdo salvataggio nel canyon o la pessima gara conclusiva: se non altro, in questo festival di risate, abbiamo potuto raccogliere chicche degne del "fetore degli occhi" del recente spin off di 300 culminate con la sequenza che vede protagonista la spalla di Aaron Paul, Julia/Imogen Poots che, in ospedale, poco prima della sfida decisiva, chiede all'infermiera di avere un tablet per seguire online la gara, e senza indugio viene accontentata tanto quanto il buon pilota di aereo ed elicottero nonchè guida "dall'alto" di Tobey, che, in un carcere militare, non solo vede esaudita la stessa richiesta, ma addirittura ha l'assistenza del piantone - una piacente fanciulla - che tiene in mano il dispositivo in modo da facilitare la visione da parte del detenuto.
Forse neanche Seagal avrebbe osato tanto.
A questo punto, il nuovo capitolo del brand di Fast and furious con Statham nel ruolo del villain avrà il sapore dei grandi premi internazionali.
E viene il sospetto che il buon Jesse Pinkman abbia rifornito cast e crew con le rimanenze dei cristalli blu di Walter White.
Sceneggiatori in primis.



MrFord



"(Speed Demon)
Speedin' On The Freeway
gotta Get A Leadway
(Speed Demon)
Doin' It On The Highway
gotta Have It My Way
(Speed Demon)."
Michael Jackson - "Speed demon" - 




lunedì 14 aprile 2014

Captain America - Il soldato d'inverno

Regia: Joe Russo, Anthony Russo
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 136'





La trama (con parole mie): Steve Rogers, alle spalle gli eventi che hanno portato il suo ritorno e la lotta che coinvolse gli Avengers contro Loki, è occupato principalmente ad ambientarsi in un mondo che non riconosce come suo,  cercando di tenere botta rispetto all'approccio aggressivo e militaresco dello SHIELD capeggiato da Nick Fury, lontano dall'idea di lotta per la Libertà che caratterizzò i suoi scontri con i nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Quando una cellula dell'HYDRA infiltrata nello SHIELD elimina lo stesso Fury, il Capitano viene considerato fuorilegge ed è costretto ad agire nell'ombra spalleggiato dalla Vedova Nera e dal suo nuovo amico Sam Wilson: sfruttando le informazioni dell'ex spia russa e le sue abilità in combattimento i "ribelli" si troveranno a sventare un piano della stessa HYDRA volto a dominare il mondo grazie agli strumenti del controllo militare e della paura, trovando sulla loro strada il leggendario Soldato d'inverno, equivalente russo del Capitano.
L'identità di quest'ultimo si rivelerà un tuffo nel passato di Steve Rogers, e rischierà di scrivere la parola fine per il "Primo Vendicatore".






Da grande appassionato - almeno in passato - di fumetti e più o meno ex sceneggiatore degli stessi, devo ammettere che, se fossi nato una ventina d'anni dopo e mi trovassi ora di fronte i lavori tratti dai titoli più importanti che la Marvel abbia regalato ai suoi lettori nel corso dell'ultimo mezzo secolo, mi strofinerei gli occhi per la meraviglia, sconvolto dall'enormità dei mezzi e dall'approccio assolutamente all'altezza degli albi proposto fin dai tempi della nascita del "progetto Avengers".
Nonostante si tratti di uno dei supereroi che meno digerisco - troppo integerrimo, buono e chi più ne ha, più ne metta -, Captain America aveva ben figurato nel primo film a lui dedicato, in grado di mescolare action, Storia rivisitata e più di un momento quasi grottesco, finendo per apparire al livello dei vari Iron Man e Thor, sulla carta decisamente più favoriti: con il secondo capitolo della sua saga i registi Joe ed Anthony Russo riescono addirittura a fare di meglio, trasformando il buon Capitano in una sorta di action hero da film di spionaggio, incrociando gli 007 al Jack Bauer di 24, alternando sequenze ad alto tasso di adrenalina ed esaltazione - la fuga di Cap dallo SHIELD, con tanto di scontro con elivelivolo, è da antologia - ad un approfondimento del personaggio, dal difficile adattamento alla nostra epoca - divertente notare sulla lista del "da non perdere" dei nostri tempi i Rocky e Vasco Rossi (!?) - ai ricordi dell'amicizia con Bucky - spalla perduta del Capitano ai tempi del secondo conflitto mondiale -, passando al rapporto con Sam Wilson - che introduce uno dei personaggi più sottovalutati dell'universo dell'eroe a stelle e strisce, Falcon - e la Vedova Nera ed allo scetticismo rispetto all'approccio sempre molto USA di prevenzione "d'attacco", distante anni luce dall'ideale di Libertà e Giustizia per il quale Rogers finì per arruolarsi ai tempi dell'opposizione a Hitler.
Un lavoro sicuramente senza pretese "alte", ma funzionale, ben costruito, serratissimo e diretto alla grande, addirittura il migliore, per molti versi, tra quelli legati all'universo Avengers con il primo Iron Man e la pellicola dedicata ai Vendicatori stessi: ottimo il cast - perfino l'inespressivo Chris Evans, che pare nato per il ruolo di Steve Rogers -, impreziosito anche da una collaborazione illustre come quella di Robert Redford, interessanti come sempre gli spunti metacinematografici - la consueta apparizione del sempre arzillo Stan Lee, la tomba di Nick Fury/Samuel Jackson, che reca un'iscrizione con tanto di citazione da Ezechiele 25:17, lo spunto di chiusura al termine dei titoli di coda, diretto da Joss Whedon ed ormai marchio di fabbrica della famiglia Avengers - e tosto lo script, in bilico tra la produzione attuale - ed ironica, grazie al cielo - dei film di botte pronti a raccogliere l'eredità degli anni ottanta ed il tema del complotto tipico dei seventies, quasi si trattasse di una versione ipervitaminizzata e divertente di Jack Reacher.
La presenza dell'HYDRA e di Arnim Zola - una pacchia per gli appassionati degli albi -, la neonata alleanza tra il Capitano e Falcon, la ricerca del Soldato d'inverno - insieme all'introduzione di Sharon Carter, storica fiamma di Steve Rogers sulla pagina - pongono inoltre solide basi per un terzo capitolo ormai praticamente obbligato che, se realizzato con lo stesso piglio di questo secondo, finirà per arricchire - e alla grande - il già notevole affresco dipinto dalla Marvel rispetto ai suoi eroi più famosi nel corso delle ultime stagioni cinematografiche.
E se il vecchio Capitano riesce ancora a regalare emozioni di questo tipo, ben vengano gli Expendables come lui, anche quando sono integerrimi e troppo buoni per piacere ad un vecchio cowboy abituato ad antieroi decisamente più "sporchi".



MrFord



"There is no historical precedent
to put the words in the mouth of the President
there's no such thing as a winnable war
it's a lie that we don't believe anymore
Mr. Reagan says we will protect you
I don't subscribe to this point of view
believe me when I say to you
I hope the Russians love their children too."

Sting - "Russians" - 





domenica 13 aprile 2014

Wrestlemania XXX

La trama (con parole mie): nel giro di una sola settimana, mi trovo per la seconda volta a parlare di wrestling, una delle mie più grandi passioni dai tempi dell'infanzia, quando ancora il Cinema era praticamente un passatempo. Esattamente una sette giorni fa si è tenuta, a New Orleans, la trentesima edizione del Superbowl dello Sport Entertainment, ventiquattro anni dopo il primo che vidi, esaltatissimo, da spettatore. Era il millenovecentonovanta, e nel corso del main event Ultimate Warrior sconfiggeva Hulk Hogan raccogliendo, almeno sulla carta, il suo testimone. Oggi, nel duemilaquattordici, si è assistito ad un altro evento altrettanto importante.




Quest'anno il mio rapporto con il wrestling, da sempre disciplina amatissima al Saloon, è stato decisamente particolare.
A fine gennaio, infatti, con la Royal Rumble - evento tra i più amati dai fan e non solo - si è sancito l'abbandono forse definitivo di CM Punk, mio personale favorito nonchè primo wrestler a contrastare in tutto e per tutto - finendo perfino, almeno in senso strettamente lavorativo, dalla parte del torto - la volontà della Federazione più potente del mondo di continuare a lavorare indipendentemente da quello che era - ed è - il volere del pubblico, primo acquirente del prodotto.
Daniel Bryan, attuale campione, dovrebbe accendere più di un cero in segno di ringraziamento rispetto al suddetto Punk: se, infatti, la ribellione non fosse avvenuta, non avremmo avuto un finale di Wrestlemania come è stato.
Ma il ribattezzato "Yes movement" non ha di certo rappresentato la notizia della settimana, per chi, come il sottoscritto, suda e soffre anche solo osservando questi omaccioni seguire un copione simile a quello di un grande, unico spettacolo sul ring.
La morte di Ultimate Warrior, idolo della mia infanzia ed eroe della mia prima Wrestlemania da spettatore - ventiquattro anni fa, incredibile davvero - è riuscita infatti solo in parte ad eclissare la fine di uno dei più grandi miti del wrestling moderno: la Streak di Undetaker.
Leggenda assoluta del quadrato, possa piacere oppure no, il Deadman è riuscito a passare indenne attraverso ventuno edizioni di questo incredibile evento prima di cadere sotto i colpi di Brock Lesnar, che agli inizi degli Anni Zero era visto come una sorta di nuovo messia della disciplina, e dopo aver conquistato tutto il possibile, dieci anni fa esatti decise di abbandonare per tentare una carriera - fallimentare - nel football professionistico e dunque nelle MMA - decisamente migliore -, scatenando le reazioni dei fan ai tempi del suo per allora ultimo incontro, opposto a Goldberg, prima di tornare in pompa magna - pur se, di fatto, part time - due anni or sono.
Il Mercedes SuperDome di New Orleans ammutolito a quel conto di tre ha lasciato decisamente senza parole anche il sottoscritto, almeno al principio: la frase "the streak is over" ha risuonato pesante almeno quanto i rintocchi che da quasi un quarto di secolo accompagnano il "becchino" al quadrato, sollevando il dubbio rispetto alla scelta - senza dubbio dell'atleta stesso - di propendere per Lesnar - tra i più odiati dal pubblico - invece che per Shawn Michaels - una vera leggenda -, Triple H - una leggenda in fieri - o CM Punk - il best in the world, di nome e di fatto -, sue vittime nelle ultime edizioni.
Stupore provato a caldo a parte, la soluzione è infine parsa assolutamente giusta e sensata.
Nel corso dell'incontro tra Undertaker e Brock Lesnar, infatti, l'impressione è stata quella che il buon "Principe delle tenebre" della WWE non ce la faccia più, a sostenere il ritmo sul ring, neppure quando si tratta di portare a conclusione un match all'anno.
E che, dunque, fosse giunto il momento, e che la persona giusta per poterlo rendere reale fosse quella che, a quanto si dice, ha più ruggini - e parliamo di spogliatoio, non di finzione scenica - con il detentore del record, uno che il pubblico, sia pure per esigenze di spettacolo, odia.
"Per un bambino è una violenza molto maggiore vedere il cattivo vincere, che non vedere un pò di sangue", ha commentato Julez.
Ed è proprio vero. Ma la Realtà, almeno in questo caso, vince sulla Leggenda.
Il fiato, i colpi, gli infortuni e tutto quello che comporta una carriera di questo genere contano, così come gli anni che, inesorabilmente passano.
Tutto finisce, anche quello che pensavamo non sarebbe finito.
Ed è in quest'ottica che va letta la scelta di Mark Calloway - questo il vero nome di Undertaker - di rinunciare ad una delle vere istituzioni del wrestling di tutti i tempi, il suo record di imbattibilità nell'appuntamento più importante dell'anno.
Chapeau, quindi, a lui. 
E alla WWE, che tutta in piedi tributa un omaggio ad uno dei suoi più grandi interpreti di sempre.
Questa è stata una Wrestlemania amara, per il sottoscritto.
Nonostante Bryan, nonostante l'inevitabile reso epico dalla realtà. 
Nonostante il successo e la sconfitta.
E' stata la Wrestlemania in cui speravo di vedere trionfare il mio favorito, che ha deciso di mollare perchè stanco di non poter esprimere al massimo il suo talento. Posso capirlo. E penso possa farlo anche gran parte della gente che lavora.
E quella in cui, per la prima volta, non mi sentivo così sicuro di andare contro un'istituzione - la suddetta Streak - che ho sempre detestato.
E' andata male in entrambi i casi.
Ma come ogni lottatore che si rispetti, incasso e vado avanti, pronto a rialzarmi.
Perchè le regole del gioco, e della vita, prevedono anche, e soprattutto questo.



MrFord









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