mercoledì 1 aprile 2015

Gemma Bovery

Regia: Anne Fontaine
Origine: Francia
Anno: 2014
Durata:
99'





La trama (con parole mie): Martin Joubert, parigino d'adozione tornato da sette anni nel paese delle sue origini, in Normandia, da sempre legato al mondo letterario eppure felice di godersi la pace dei sensi e dell'anima grazie alla manualità della panificazione, si ritrova l'esistenza sconvolta dall'arrivo di due nuovi vicini, una coppia di sposi inglesi dal cognome evocativo, Bovery.
Entrambi legati al mondo dell'arte, Charles e Gemma appaiono felici e complementari, almeno fino a quando Martin nota una sorta di solitudine nello sguardo della giovane donna che lo porta ad associare la stessa con la protagonista di uno dei suoi romanzi di riferimento: quando il legame tra Charles e Gemma vacillerà a causa della storia di quest'ultima con il giovane Hervè, Martin si prodigherà cercando di intervenire, finendo per complicare ancor di più la situazione.
Come reagirà Gemma? E quale destino letterario si prospetta per l'eroina di questa improvvisata epopea romantica?









Se c'è una cosa che, per quanto potrò per sempre detestare i nostri cugini d'oltralpe, il Cinema francese continuerà ad avere rispetto a quello made in Terra dei cachi, è un tocco di classe che possiamo e potremo decisamente soltanto invidiare.
Ho approcciato Gemma Bovery con estremo ritardo rispetto all'uscita in sala, conteso idealmente tra le recensioni positive di un cinefilo fidato come il Bradipo ed uno assolutamente inaffidabile come il Cannibale, in una serata basata sul ripiego, con Julez destinata al riposo sul divano e nessun film dall'hype particolarmente alto in rampa di lancio, ed ho finito per godermelo giusto poco meno dell'ottimo Nella casa firmato da Ozon, uno dei cineasti transalpini più interessanti al momento in circolazione.
Non so se il magnetismo offerto da questa pellicola - peraltro firmata da Anne Fontaine, responsabile di quell'obbrobrio di Two mothers - sia stato guidato dai riferimenti letterari - pur non avendo mai letto Madame Bovary, resto profondamente legato al periodo della mia vita in cui la Letteratura fungeva da cartina tornasole per le mie giornate anche più di quanto il Cinema faccia oggi - o dalle curve armoniose e decisamente invitanti di Gemma Arterton - essendo da sempre preferibilmente un felliniano, donne di questo genere hanno il potere di toccare tasti decisamente "dolenti" -, ma il risultato non cambia: Gemma Bovery è stata una delle sorprese più interessanti di questi primi mesi del duemilaquindici, una pellicola capace di prendersi il suo tempo neanche ci trovassimo nel pieno di una seduzione, in grado di fotografare alla grande le illusioni maschili e la praticità femminile, e di mantenere l'equilibrio tra la tensione del thriller sentimentale e le risate della commedia romantica.
La figura di Gemma, al centro di una vicenda della quale, almeno in una certa misura, è spettatrice, e quella di Martin, spettatore per inclinazione ed indole, hanno finito per toccare nel profondo le due anime di questo vecchio cowboy, cresciuto come il secondo e vissuto davvero come la prima, passato dal timore di esporsi all'assoluta noncuranza delle conseguenze: e questo film è interessante proprio perchè in grado di mostrare le due cose senza prendere una posizione, ironizzando e drammatizzando senza disequilibri, sfruttando i cani come metronomi - del resto, siamo animali sociali - senza risparmiare nulla agli esseri umani, che finiscono per sentirsi sempre un passo avanti anche quando si trovano dieci indietro - condizione, questa, prevalentemente diffusa nel genere maschile -.
Di pari passo, inoltre, con la levità e l'approccio apparentemente soave del Cinema francese troviamo una fisicità che quasi ci riporta al burro di Bertolucci e di Marlon Brando, nascosto dietro un paio di mosse della Arterton che porterebbero alla resa molti - se non tutti - quelli che leggeranno queste righe: Gemma Bovery, con la sua beffa nel finale ed un dramma profondamente romantico mascherato da leggerissima commedia primaverile, riporta ad una dimensione decisamente semplice quello che i grandi scrittori hanno deciso di trasformare in materia alta pur essendo consci dell'inutilità dell'impresa.
In fondo, come giustamente ricorda il Professor Keating, scrivere è un modo ideale per "rimorchiare le donne", o almeno per credere di poterlo fare: nessuno, del resto, avrà mai alcune risposte, da una possibile conquista, ad un'innamorata, a qualcuno che pensiamo di conoscere, e invece è da un'altra parte, in un altro luogo.
Gemma Bovery è proprio così: pensiamo di averlo compreso, di aver decifrato l'enigma, ed invece è tutto lì, in un pezzo di pane.
La soluzione più tragicamente semplice alla volontà più intensa che si possa pensare: quella legata alla vita.
Peccato che non sempre si abbia la possibilità di concretizzarla: come un amore solo immaginato, o sfiorato, o sfiorito, o tramontato troppo presto.
Del resto, anche quando si crede di sì, non si dettano mai le regole.
Alla vita come al cuore e al basso ventre.
Ed è questo, il bello di Gemma Bovery.
Il dramma dell'impossibilità di fronte alla gioia della primavera.
Quasi il segreto della passione.




MrFord




"L'uomo che cammina sui pezzi di vetro
dicono ha due anime e un sesso di ramo duro in cuore
e una luna e dei fuochi alle spalle
mentre balla e balla,
sotto l'angolo retto di una stella."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" - 





martedì 31 marzo 2015

Mortdecai

Regia: David Koepp
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
107'






La trama (con parole mie): Mortdecai è un non troppo pulito mercante d'arte di base in Inghilterra, pronto ad occuparsi dei suoi baffi come dell'amata moglie Johanna e delle opere che i suoi bisogni economici o le circostanze lo inducono a recuperare, comprare o vendere.
Quando il vecchio rivale in amore ed agente dell'MI6 Martland lo coinvolge nella ricerca di un Goya misteriosamente trafugato a seguito della morte della restauratrice che se ne stava occupando, i nodi sentimentali, economici ed artistici vengono al pettine: Mortdecai dovrà dunque venire a patti con se stesso, i baffi che di recente l'hanno contraddistinto, il suo fido guardaspalle Jock e tutto il mondo dell'arte - più o meno sotterraneo - per poter risolvere il caso, tirarsi fuori dai guai e rimediare al recente precipitare della sua reputazione.
Riuscirà l'impacciato ed assolutamente inaffidabile ed improvvisato uomo d'azione a portare a termine la più importante delle missioni che mai si è trovato ad affrontare?








In tutta onestà, pensavo che quest'anno non ci sarebbe stata gara, rispetto alla prima posizione nella classifica dedicata al peggio, considerato il livello garantito da Cinquanta sfumature di grigio.
Purtroppo per me, ero in errore: Mortdecai, infatti, ha rappresentato senza ombra di dubbio una delle esperienze da spettatore più agghiaccianti degli ultimi mesi, una fiera del ridicolo di un'ora e quaranta capitanata da un inguardabile Johnny Depp, ormai degno erede di Robert De Niro rispetto allo sputtanamento di se stessi e di una carriera un tempo da brividi, pessimo prodotto di finta avventura patinata assolutamente ridicola.
Trovare altro da scrivere a proposito dello scempio firmato da David Koepp - che sarà pure un mestierante, ma in passato è riuscito anche a portare in sala cose discrete - è davvero difficile, e a nulla servono ambientazioni europee finto alternative - almeno per gli abitanti degli States - o un cast sulla carta stellare - il già citato e spompatissimo Depp, Paul Bettany, Gwyneth Paltrow, Ewan McGregor -, così come un impegno prossimo allo zero dei neuroni per trovare almeno una parziale giustificazione all'esistenza di una roba inutile sotto tutti i punti di vista come questa.
Neppure l'azione e l'utilizzo almeno sulla carta ironico del tuttofare Jock riescono a salvare il salvabile, specie quando ad ogni piè sospinto il protagonista pare non attendere altro se non l'occasione per gigioneggiare risultando, più che un improvvisato James Bond shakerato con Clouseau, una pallida e patetica imitazione di Mr.Bean, uno dei fenomeni di grande e piccolo schermo che più ho detestato nel corso della mia vita.
Non ricordo quando fu l'ultima volta in cui dovetti lottare con il desiderio di mandare avanti veloce una pellicola - il già citato Cinquanta sfumature di grigio escluso -, ma è giusto che sappiate che resistere, in questo caso, è stato di una difficoltà da record: se possibile, dunque, a meno che non cerchiate un titolo destinato a finire per certo in cima alle classifiche del peggio dell'anno, fate in modo di non incrociare neppure per sbaglio il cammino di Mortdecai e dei suoi ridicoli baffi, resi protagonisti di un tormentone di coppia noioso quanto il film stesso.
Vorrei poter trovare lo spunto per rendere più interessante il post, corposo ed in grado di compensare l'eventuale visione di questo Merdecai, ma è davvero, davvero troppo perfino pensando di mettersi alla tastiera - o davanti allo schermo - con in corpo una robusta dose di White Russian.
Senza contare che, effettivamente, questa roba davvero non merita niente più di due righe che la possano liquidare il più in fretta possibile.




MrFord




"State, state, state, state of the art
(state of the art)
(hold the phone, it's so)
state, state, state, state of the art
(listen to the difference!)
state, state, state, state of the art
(by use of a computer)
(oh my God, it's so)
state, state, state, state of the art."
Gotye - "State of the art" - 




lunedì 30 marzo 2015

Inside man

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2006
Durata:
129'






La trama (con parole mie): Dalton Russell sa bene quello che deve fare. E conosce il piano come le sue tasche. Una rapina, nel pieno centro di Manhattan. Arthur Case è il proprietario e socio della Banca assalita dal commando di Russell, e sa bene cosa potrebbe perdere, se il contenuto di una certa cassetta di sicurezza venisse allo scoperto. Madeleine White è una negoziatrice, una donna con le palle d'acciaio sempre pronta a risolvere le grane peggiori dei potenti, per la giusta parcella. Keith Frazier è un detective tosto ed incasinato, indagato dalla disciplinare per una vicenda di soldi rispetto alla quale si dichiara innocente e una voglia di riscatto che punta ad una promozione.
Quando le loro strade finiranno per incrociarsi, mantenere l'equilibrio potrebbe diventare decisamente difficile: a fare da arbitro, la Grande Mela, New York City, la città che più di ogni altra ha simboleggiato la modernità ed il concetto di metropoli cosmopolita.








Questo post partecipa alle celebrazioni del Black Power Day.





"Ed è qui, come direbbe il Bardo, che sta l'inghippo", sentenzia Dalton Russell, guardando in camera, in apertura di uno dei più straordinari film degli Anni Zero.
Onestamente, l'unico inghippo che mi pare di trovare, è dato dal fatto che si tratti del più grande film che Spike Lee - regista manifesto della cultura "black" - abbia mai girato, nonchè uno dei titoli più importanti, parlando di heist movies, dai tempi di Rapina a mano armata.
E non parliamo, dunque, di piccoli calibri.
Personalmente, ho sempre pensato che il problema del vecchio Spike risiedesse principalmente nella sua eccessiva ed incontrollata rabbia, e nel fatto che i suoi prodotti - anche i migliori - fossero razziali e razzisti, in una certa misura, quanto il sistema che il cineasta newyorkese cercava di criticare: il suo percorso per giungere a questo vertice assoluto, partito con Summer of Sam e passato attraverso l'altrettanto splendido La 25ma ora, ha visto come protagonista principalmente una sorta anestetizzazione del lato più black del suo approccio, affidandosi alla tecnica e ad un'ironia - in questo caso - graffiante in grado di colpire ad ogni latitudine sociale e, allo stesso tempo, fornire al pubblico una delle dichiarazioni d'amore più profonde per New York che siano state mai portate sullo schermo.
Dalla sequenza della ricerca di qualcuno che possa comprendere il linguaggio della registrazione "donata" dai rapinatori alla polizia - "Siamo a New York, qualcuno conoscerà la lingua che stanno parlando" - alla vicenda di Vikram, passando per il cellulare di Peter Hammond ed il dialogo - da antologia - tra Dalton ed il bambino con il padre tra gli ostaggi a proposito del videogame che il piccolo sfrutta come passatempo nel corso delle ore del sequestro, tutto suona come un ritratto ironico ed allo stesso tempo traboccante amore di una città ricca di contraddizioni e conflitti, dalla strada ai salotti d'alto bordo, ma ugualmente e forse proprio per questo una delle più affascinanti al mondo.
Ma Spike Lee non si limita a questo: grazie soprattutto al confronto tra Russell ed il suo antagonista - il perfetto Frazier di Denzellone Washington - con Inside man viene a galla un Cinema di genere che ricorda i Classici come Un bacio e una pistola, o i romanzi di Mickey Spillane ed Elmore Leonard impreziosito da una tecnica ed un approccio assolutamente moderni, cui fa da cornice - o da cuore - una critica meno arrembante ma non per questo poco decisa agli anni del bushismo e della cultura del terrore, culminata con una parte finale grazie alla quale, in una certa misura, tutti i protagonisti di questo intrigo finiscono per cavarsela senza però uscire puliti, quasi come se la sceneggiatura ci ricordasse l'imperfezione - ed il bello della stessa - che si cela dietro l'umanità, rappresentata alla grande dagli ostaggi della banca e dai loro interrogatori.
E dato che, malgrado qualche scivolone nel corso degli anni - cinematografico ed in termini di dichiarazioni -, il pungente Spike non è affatto stupido, Inside man finisce anche per risultare uno degli esempi migliori di confezione hollywoodiana impeccabile e titolo assolutamente perfetto nell'ambito del Cinema dell'illusione - forse, a memoria del sottoscritto, superato soltanto, in tempi recenti, dall'appena precedente The prestige -, che lega lo spettatore alla poltrona e lo trasporta di prepotenza quasi dentro lo schermo: un'evoluzione, in questo senso, è riuscita a farmi rabbrividire, nel corso della revisione concessa a questo Modern Classic grazie al Black Power Day che celebriamo oggi.
Un passaggio che, dal primo gennaio del duemilaquattordici, era accaduto soltanto una volta.
La partenza dal divano e l'arrivo a terra del sottoscritto, cocktail alla mano e culo sul tappeto, a bocca aperta di fronte al televisore: come fu per The Wolf of Wall Street.
E basterebbe questo, per definire Inside Man.
Anche se, a ben guardare, forse l'idea rende di più per definire il filmone totale di Scorsese, altro grande interprete della cultura newyorkese nella settima arte.
Ma poco importa.
Qui non c'è nessun inghippo.
Solo un fottuto, grande colpo.
Un fottuto, grande film.
Anzi, più che grande.
"Noi non dimenticheremo", si intravede su un muro dietro Denzel Washington.
La ferita del World Trade Center ancora aperta.
Neppure io dimenticherò.
Non dimenticherò quanto è grande Spike Lee quando misura l'ego di Spike Lee e diventa un dannato, enorme interprete della cultura americana.
Black e non solo.




MrFord






"Chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya."
A. R. Rahman - "Chaiyya Chaiyya" -





domenica 29 marzo 2015

Get shorty

Regia: Barry Sonnenfield
Origine: USA
Anno: 1995
Durata: 105'




La trama (con parole mie): Chili Palmer, addetto al recupero crediti delle famiglie mafiose di Miami in rotta con uno dei suoi boss, viene spedito prima a Las Vegas e dunque a Los Angeles per mettere le mani su un fuggitivo che deve all'Organizzazione dei soldi e proprio per le strade di L. A. decide di scrivere la parola fine al suo rapporto con la malavita ed iniziare una nuova carriera in ambito cinematografico, spinto dalla sua passione per il grande schermo.
Entrato in contatto casualmente con il produttore Harry Zimm, Chili farà del suo meglio affinchè la vicenda che l'ha visto - e lo vede - protagonista possa diventare una sceneggiatura in grado di essere la base di un film pronto a lasciare il segno.
Ma riuscirà l'ex gorilla della mala a sopravvivere alla vera e propria giungla del mondo dello spettacolo?








Esistono titoli clamorosamente figli dell'epoca in cui tu stesso sei cresciuto, considerati piccoli o grandi cult, o consacrati come successi, o fallimenti colossali, che arrivano ad essere protagonisti degli schermi anche di chi con il Cinema c'entra poco o nulla, conquistando fette di pubblico - anche profondamente occasionale - inconcebili sulla carta che, per una qualche strana ragione, finiamo per mancare inesorabilmente.
Nel mio caso, Get Shorty è uno degli esempi più lampanti di questo tipo di fenomenologia: diretto dal Barry Sonnenfeld di Men in black e costruito a partire da un romanzo di Elmore Leonard - vecchia conoscenza del Saloon e fordiano ad honorem, tra racconti western, l'ispirazione per Justified e molto altro -, questo film a tratti pacchiano e decisamente divertente e godibile cavalcò, ai tempi, l'onda del successo clamoroso e planetario di Pulp fiction, ripescando un John Travolta rilanciato proprio da Tarantino grazie ad un personaggio che fin dalle prime battute promette di rimanere nel cuore di chi ne seguirà le gesta per parecchio tempo.
Senza dubbio questa commedia nera pronta a bersagliare l'apparentemente dorato mondo dello spettacolo hollywoodiano in maniera molto più incisiva del recente vincitore dell'Oscar come miglior film Birdman - e non starò qui a menarla sul fatto che il lavoro di Inarritu sia stato clamorosamente sopravvalutato - ha connotati profondamente derivativi e legati esclusivamente ai tempi della sua uscita, è un wannabe pulp senza dubbio edulcorato e più incentrato sulla parte grottesca del genere, che non sulla violenza vera e propria, non può ambire a ridefinire uno standard o a segnare la Storia della settima arte, eppure funziona, avvince e diverte ancora, sfruttando senza dubbio le atmosfere da noir assolato in pieno stile Chandler - un pò come avrebbe fatto di lì a poco Il grande Lebowski - ed un'ironia di fondo gustosa e di pancia.
Interessante, inoltre, osservare quelli che allora erano attori in piena rampa di lancio - o rilancio - come John Travolta e Rene Russo, vecchi leoni pronti a dare sostegno al progetto - Delroy Lindo e Gene Hackman - e caratteristi certo ancora non consci della carriera che li avrebbe attesi in seguito - James Gandolfini - muoversi in un contesto in bilico tra il violento - anche non soltanto in termini fisici - ed il ridicolo, in grado di strappare ben più di una risata ma anche di indurre riflessioni neppure troppo banali sulla Natura umana quando il successo - che si parli di crimine o di spettacolo, poco importa - bussa alla nostra porta e snocciola le sue dorate promesse.
Non tutte le ciambelle riescono con il buco - si veda la sottotrama dedicata ai trafficanti colombiani, accantonata troppo in fretta ed in maniera sbrigativa -, ed il film è ben lontano dall'essere perfetto - le opere che in qualche modo rimangono prigioniere del loro tempo non lo sono mai -, eppure ammetto di essere stato più che felice di aver dedicato una serata a questo recupero, e che il fatto di averlo a disposizione per un'altra visione senza troppi pensieri legata al genere "ludico-investigativo" - dal già citato Il grande Lebowski a Kiss Kiss Bang Bang, passando per Sette psicopatici e il recente Vizio di forma - non può che farmi sentire non solo bene in quanto spettatore, ma anche come scombinato e caotico attore della grande commedia umana.




MrFord



"Kick 'em when they're up, kick 'em when they're down
kick 'em when they're up, kick 'em when they're down
kick 'em when they're up, kick 'em when they're down
kick 'em when they're up, kick 'em all around."
Booker T and the MG's - "Can't be still" - 




sabato 28 marzo 2015

Missing New York

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Anno: 2014
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Frank Decker è un detective della polizia di Lincoln, in Nebraska, ha trentacinque anni, una carriera promettente ad attenderlo - si dice sia il candidato più probabile per la successione nel ruolo di Capo della Polizia locale - ed un matrimonio che, se non fosse per i figli che non arrivano, prosegue senza alcun problema apparente.
E' un uomo tutto d'un pezzo, vecchia scuola, reduce dell'Iraq, legato all'istinto ma anche ad una solida etica morale.
Quando la piccola Hayley Hansen scompare, la sua vita cambia: la promessa fatta alla madre della bambina di ritrovarla a tutti i costi, infatti, diviene la miccia pronta a far esplodere la sua intera impalcatura sociale: mollato il lavoro e lasciato naufragare il matrimonio, con i risparmi del padre da sempre messi da parte per una casetta da pesca sul lago Deck comincia un viaggio per le strade degli USA che lo porterà, in oltre un anno di ricerche, sulle tracce di chi, forse, sa dove la piccola può essere finita.
Sempre che sia ancora viva.








A prescindere dal fatto che ora sia padre, ci sono argomenti che mi sono sempre stati a cuore: uno di questi, e forse uno di quelli cui sono maggiormente sensibile, è la violenza o l'abuso rispetto ai minori.
Parallelamente, e considerando materie decisamente più leggere, trovo che il fascino del "lone rider" legato alla strada, agli errori e disequilibri tanto quanto agli slanci irrefrenabili e passionali sia uno dei più irresistibili presenti nella realtà così come nella finzione.
Don Winslow, uno degli autori che ho più amato nel corso degli ultimi dieci anni, con questa sua ultima fatica è riuscito alla perfezione ad unire i due elementi appena citati: una storia crime dal ritmo serrato del thriller d'alta scuola unita ad un main charachter destinato a rimanere nel cuore del lettore per lungo tempo, umano e vivo come piacciono da impazzire da queste parti.
Perchè Frank Decker, o Deck, come perfino sua moglie Laura ama chiamarlo, è un tipo old school, tutto d'un pezzo, abituato a battersi ma non per questo incline a farlo, deciso quanto delicato, generoso quanto profondamente egoista: del resto, salvare qualcuno - specialmente quando il qualcuno in questione è l'emblema dell'innocenza e della meraviglia -, è un pò come salvare se stessi.
Era dai tempi dell'Harry Hole di Nesbo o degli Hap e Leonard di Lansdale - e non sto certo parlando di piccoli calibri - che non mi capitava di imbattermi in un protagonista con il quale empatizzare così tanto: la scommessa di Deck nel mettersi alla ricerca della piccola Hailey Hansen, il suo viaggio attraverso un'America lontana e distaccata quanto partecipe e viva sulle note del più che proletario Springsteen trasformano Missing in un romanzo on the road tra i più appassionanti che il genere possa offrire, lontano senza dubbio dai fasti de Il potere del cane ma non per questo non in grado di tracciare solchi profondi nel cuore di chi lo affronta.
Ma non voglio trasformare il post di questo lavoro che ho sentito profondamente nelle budella in una recensione nuda e cruda: voglio sia chiaro il brivido provato nel seguire pagina dopo pagina le imprese di un uomo comune, che potrebbe essere un amico, il vicino, un fratello, o un genitore - non se la prenda male il vecchio Deck - deciso a rendere il luogo in cui viviamo un posto migliore, fosse anche solo per l'innocenza probabilmente perduta ma ugualmente e profondamente cercata di Hailey.
Tutti noi sappiamo bene che seguire il valzer dei giorni ponendosi domande ed affrontandole non è il più facile dei modi in cui vivere, tanto quanto sia più semplice scoprire come essere indifferenti - o lasciarsi catturare dal fascino di un ruolo "limitato" - che non tentare a tutti i costi di cambiare le regole, sovvertire il Destino, portare chi non l'avrebbe mai sospettato davanti ad un banco dei testimoni, a prescindere dalla posizione sociale, il conto in banca, il numero di favori che in questi casi si finisce per essere pronti a chiedere, pur se a malincuore.
C'è chi va a caccia di nuovi "talenti", senza alcun obbligo fisico o remora morale, e chi, al contrario, lotta per mantenere una parvenza di normalità ed equilibrio al cospetto degli individui di tale risma, quasi potesse sospendere il giudizio nonostante si augurerebbe per loro le più atroci sofferenze.
Probabilmente non sarò mai stupido, coriaceo o anche soltanto pronto quanto il personaggio creato da Winslow, in grado di risvegliarsi dal torpore modaiolo di Le Belve e I re del mondo finendo per confezionare la sua opera più matura dai tempi di Satori: la vicenda di Deck è quella di molti spiriti indomiti, coraggiosi o semplicemente cacciatori di gloria in attesa dell'occasione di una vita, quella fornita dallo sguardo di una madre che sarà eternamente riconoscente al salvatore della sua piccola, il suo amore, il suo sangue.
Ma comprendo il significato di ogni gesto, il senso di una ricerca anche senza speranza.
Quello della possibilità che Hailey ci sia, comunque vada.
Qualunque cosa resti.
E a conti fatti, è sempre sicuro che resti Frank Decker.
Perchè senza Deck, questo romanzo sarebbe solo un buon thriller.
E i sogni on the road non avrebbero la stessa forza.




 MrFord




"Licence, registration, I ain't got none,
but I got a clear conscience
'Bout the things that I done
Mister state trooper please don't stop me..."
Bruce Springsteen - "State Trooper" -












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