martedì 24 maggio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Regia: Gabriele Mainetti
Origine: Italia
Anno:
2015
Durata: 112'







La trama (con parole mie): Enzo Ceccotti è un piccolo criminale di strada della periferia romana, un individuo solitario che, quando non tenta di sbarcare il lunario grazie a piccoli furti, passa il tempo chiuso in casa mangiando budini di fabbricazione industriale e guardando film porno.
Nel corso di una rocambolesca fuga dalla polizia, finisce nel Tevere in una zona in cui sono stati scaricati barili di scorie non identificate: tornato a casa ed alla vita di sempre, scopre di aver guadagnato, nell'incidente, una forza ed una resistenza sovrumane, che inizialmente sfrutta in modo da poter portare a termine colpi che in precedenza avrebbe potuto solo sognare.
Quando, però, la disequilibrata vicina di casa figlia di uno dei suoi contatti nel mondo del crimine, appassionata della serie di Jeeg Robot d'acciaio, si avvicina emotivamente ad Enzo spingendolo ad agire nel giusto, le cose cambiano: specie quando lo Zingaro, boss locale con ambizioni spropositate, entra prepotentemente nelle vite dei due.













Considerato il mio rapporto recente con il Cinema italiano, giocato sulla nostalgia dei tempi in cui sfornavamo Capolavori a raffica ed eravamo un punto di riferimento mondiale per la settima arte e le continue critiche alle miriadi di inutili nuove uscite, questo duemilasedici ha segnato un netto salto in avanti, soprattutto per quanto riguarda le speranze da nutrire rispetto al futuro.
Prodotti come Perfetti sconosciuti o Veloce come il vento, per quanto impossibili da considerare come molti hanno sperato o creduto che potesse essere ma ugualmente titoli dal valore indubbio e dal respiro almeno all'apparenza più internazionale, infatti, hanno spinto il sottoscritto a pensare che perfino nell'ormai quasi irrecuperabile Terra dei cachi qualcosa si stesse muovendo.
Lo stesso discorso è applicabile all'osannatissimo e già cult movie Lo chiamavano Jeeg Robot, un successo di critica e pubblico che, probabilmente, non si sarebbero aspettati neppure gli autori stessi nei più rosei sogni di gloria.
Hype a mille e recensioni entusiastiche lette una dopo l'altra, ho inseguito questo titolo per mesi, quasi sperando che potesse significare il salto di qualità che da anni attendo - esclusi un paio di nomi grossi già consolidati -, ad un tempo cercando di non esaltarmi troppo per finire poi deluso: il risultato è stato una sorta di via di mezzo, così come per i due titoli fenomeno di questo duemilasedici italiano in sala citati in apertura di post.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un gran bel film, costruito con un piglio che, di norma, da queste parti ci si sogna, graziato da una regia ed una colonna sonora pazzesche e da un interprete come Luca Marinelli che potrebbe rappresentare il futuro attoriale della nostra penisola in cui neppure un tonno come Santamaria sfigura, che coinvolge, emoziona e convince, ma che, nonostante tutti questi pregi, è e resta "confinato" allo status di promessa: gli entusiasmi quasi incontenibili di alcune recensioni lette dai tempi della sua uscita in sala, infatti, paiono non aver tenuto conto che, per quanto da queste parti non si sia mai tentato un esperimento simile con successo - perchè, lo ribadisco, il prodotto lo è, eccome -, oltreoceano si ha la possibilità di incrociare il cammino con lavori del genere a bizzeffe, e dai quali lo stesso Mainetti potrebbe aver preso ispirazione, si pensi a Batman begins, Kick Ass, Super, e chi più ne ha, più ne metta.
La vicenda di Enzo Ciccotti, solitario criminale di mezza tacca trasformato dal disequilibrato amore per Alessia in un potenziale supereroe - considerati il finale ed il successo, non mi stupirei se venisse messo in cantiere un sequel - pronto a muoversi nella periferia criminale romana quasi Non essere cattivo incontrasse Christopher Nolan funziona, è divertente, tragica e violenta quel tanto che basta per fare breccia nell'audience di qualsiasi livello culturale e di passione rispetto alla settima arte, trascina e non pecca di presunzione così come di essessiva retorica: in un certo senso, Mainetti è riuscito nella non facile impresa di confezionare un film sostanzialmente privo di difetti e nato per vincere, nonostante di fatto si tratti dell'epopea di uno sconfitto, di un outsider pronto ad emergere dal fango proprio come i supereroi Marvel di maggior successo.
Dunque, se ancora non l'avete fatto, correte a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot.
Difficilmente ne resterete delusi.
Solo, non aspettatevi il film del secolo.
Perchè ad ogni eroe che si rispetti serve del tempo per farsi per bene le ossa.






MrFord






"C'è una ragione che cresce in me e una paura che nasce
l'imponderabile confonde la mente
finchè non si sente e poi, per me più che normale
che un'emozione da poco mi faccia stare male
una parola detta piano basta già
ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta."
Anna Oxa - "Un'emozione da poco" - 






lunedì 23 maggio 2016

Veloce come il vento

Regia: Matteo Rovere
Origine: Italia
Anno:
2016
Durata:
118'






La trama (con parole mie): Giulia De Martino è una giovanissima e promettente pilota del circuito del GT, da sempre guidata in pista e fuori dal padre, che ha cresciuto lei e suo fratello minore Nico nonostante gli abbandoni della madre.
Quando il genitore muore a causa di un attacco cardiaco proprio durante un gran premio, Giulia si ritrova sola ad affrontare il ritorno di Loris, suo fratello maggiore da dieci anni ormai lontano da casa, ex pilota divenuto tossico in rotta con la famiglia: costretta ad accettare la sua presenza per evitare l'affidamento suo e di Nico, entrambi minorenni, Giulia scoprirà che l'esperienza in pista di Loris potrebbe risultarle utile per vincere il campionato ed evitare di perdere la casa, promessa dal padre ad uno dei grossi nomi del circuito in cambio della certezza di condurre proprio Giulia alla vittoria.
Grazie agli allenamenti ed ai suggerimenti di Loris, la giovane pilota pare finalmente rivelare tutto il suo talento, ma il Destino è in agguato, pronto a rendere la vita ancora più difficile ai fratelli De Martino.












Ai tempi dell'uscita in sala di Veloce come il vento, storsi e non poco il naso a fronte di quello che appariva come l'ennesimo tentativo finto autoriale di riportare il Cinema italiano a livelli quantomeno decenti, complici l'ambientazione legata al circuito del GT e Stefano Accorsi, che non ho mai particolarmente digerito neppure nelle sue interpretazioni migliori: a seguito della lettura di alcune recensioni che dipingevano il lavoro di Matteo Rovere come una delle cose migliori degli ultimi tempi, però, la curiosità anche al Saloon è aumentata, ed alla fine è avvenuto il recupero della pellicola.
Fresco di visione, mi sento libero di ammettere che effettivamente Rovere ha compiuto un ottimo lavoro, portando in scena una storia - ispirata alle reali vicende del pilota Carlo Capone - con passione, tecnica e vigore, affidandosi al lato emotivo dell'audience e superando, in questo modo - ed in velocità - la questione sportiva e di motori che avrebbe limitato l'apprezzamento del pubblico poco avvezzo a quel mondo.
Veloce come il vento, infatti, si rivela un titolo più legato ai concetti di famiglia e fratellanza - entrambi molto cari al sottoscritto -, che non al mondo delle corse in pista, ottimo nell'alternare passaggi divertenti ad altri molto drammatici, riuscendo almeno in parte ad uscire dalla connotazione del "troppo italiano" finendo per apparire quasi come un'opera in "stile Sundance", per quanto radicata nelle radici romagnole dei suoi protagonisti: un plauso, dunque, al giovane regista romano, va tributato, anche se occorre che si frenino gli eccessivi entusiasmi in modo da non inficiare in negativo la visione da parte di chi, spinto da recensioni troppo entusiastiche, finisce per aspettarsi da questo titolo una sorta di miracolo.
In fondo, non siamo dalle parti di Rush o da quelle del Cinema americano delle grandi produzioni, i limiti - soprattutto in termini di recitazione, nonostante l'indubbio fascino della giovane protagonista Matilda De Angelis, già da molti ribattezzata, in quanto a fattezze, "Jennifer Lawrence italiana", non si può certo parlare di interpretazioni memorabili - sono evidenti, la sceneggiatura è a tratti troppo tagliata con l'accetta, eppure nel complesso Veloce come il vento fila dritto come le vetture da corsa, e seppur non nel migliore dei modi, giunge al traguardo compiendo l'impresa più importante, almeno per quanto mi riguarda: conquistare cuore e simpatia.
Non importa, infatti, che possa ricordare una qualche produzione oltreoceano, o prendere le distanze da una realtà stanca e spesso trash come la nostra(na), sul grande schermo e non: Veloce come il vento porta sullo schermo la necessità di raccontare una bella e coinvolgente vicenda familiare, di quelle che sbandano e paiono destinate a finire contro il più duro dei muri ed invece, all'ultimo istante, riescono a riprendere la strada e dirigersi dritte dove è giusto che vadano.
Tutto questo senza contare che, in casa Ford, gli outsiders cazzuti ed allergici alle regole troveranno sempre un posto speciale, così come le storie di rivincita e rinascita: la forza dell'Uomo ed il bello della vita stanno nella capacità di imparare a rialzarsi, e mostrare anche quando non ce lo si aspetta o si aspetterebbe qualcosa di incredibile e sorprendente.
E a volte non servono corse all'ultimo respiro, piedi premuti su freno o acceleratore come se non ci fosse un domani: bastano due stronzate, un giro in piscina, un tuffo e qualche innocua bugia.
Semplicità, dio bono, e voglia di vivere.
Sempre e comunque.





MrFord





"I am idiot drug hive, the virgin, the tattered and the torn
life is for the cold made warm and they are just lizards
self-disgust is self-obsession honey and I do as I please
a morality obedient, only to the cleansed repented."
Manic Street Preachers - "Faster" - 





domenica 22 maggio 2016

Ash VS Evil Dead - Stagione 1

Produzione: Starz
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10








La trama (con parole mie): sono passati trent'anni dagli eventi che hanno visto Ash protagonista di una lotta all'ultimo sangue con i semimorti, ed avanti e indietro nel tempo. L'uomo, come allora tamarro e sopra le righe, in possesso del Necronomicon e come allora commesso in un grande magazzino, si diletta con alcool, droghe e giovani disposte a cedere al suo fascino fino a quando una notte brava non lo conduce a recitare una poesia presente sul Libro dei morti creata per risvegliare il Male che, ai tempi, gli era costato una fidanzata, gli amici ed una mano.
Affiancato dai giovani colleghi Pablo e Kelly, Ash dovrà accettare il suo ruolo di eroe, riprendere boomstick e motosega e dare inizio ad una nuova battaglia.
Ma cosa accadrà se il Male, questa volta, dovesse offrirgli qualcosa che non può rifiutare?








Per dare la misura della goduria che una serie come Ash VS Evil dead è in grado di provocare agli abitanti del Saloon basta una misura in termini di tempistiche: per Mr. Robot, sòla del secolo per quanto riguarda il piccolo schermo, osannata inspiegabilmente un pò ovunque, ci sono voluti tre mesi di visioni a singhiozzo prima di decidere di dare un taglio netto ad un'esperienza allucinante per quanto riguarda ritmo, coinvolgimento e trasporto, per Ash sono bastati tre giorni, o poco più, per divorare l'intera stagione e godere di ogni secondo della stessa, dalle reminiscenze dei passati La casa, La casa 2 e L'armata delle tenebre alle risate spese su episodi come Fire in the hole, spontanee e di pancia come non capitava da tempo neppure rispetto al grande schermo.
Il ritorno di Ash - charachter mitico all'origine di un vero e proprio culto dei fan - e del suo interprete Bruce Campbell non potevano, dunque, tra un colpo di boomstick ed uno di motosega, un semimorto che esplode ed un altro che uccide nel modo peggiore possibile il primo malcapitato che gli capita per le mani, che essere un successo, specie se conditi dagli stessi elementi che, ormai trent'anni or sono, resero Evil Dead uno dei titoli di riferimento dell'horror e non solo.
Complimenti, in questo senso, a Starz per aver intuito le potenzialità del prodotto ed aver lasciato mano libera alla produzione, che non si risparmia nulla rispetto a splatter decisamente grindhouse e vintage, colpi bassi, (auto)ironia ed una costruzione in grado di alimentare l'hype degli appassionati in vista di una seconda stagione che promette di essere una delle più interessanti dei prossimi mesi, almeno per quanto riguarda il sottoscritto.
Ottimi i comprimari, dal timido Pablo alla più aggressiva Kelly, senza dimenticare la poliziotta sexy in pieno stile anni settanta e l'ormai mitica Lucy Lawless, forse in parte penalizzata da un personaggio ancora soltanto accennato ma comunque sempre in grado di rievocare i fasti indimenticati di Xena: per il resto, divertimento, sangue a volontà, allusioni sessuali e hype già a mille per il secondo giro di giostra, che vedrà l'insolito gruppo di cacciatori di semimorti affrontare, di fatto, la decisione di Ash di cedere lo "scettro" al Male stesso in modo che si autocontrolli - e ho seri dubbi in proposito - in cambio di una goduriosa ed assolata pensione - che accetterei volentieri anche io, in tutta onestà, considerato che non ho assolutamente idea di quanti anni mi restino di lavoro, e la cosa mi fa più paura di un esercito di semimorti da squartare con motosega alla mano -.
Un prodotto, dunque, promosso a pieni voti, veloce, diretto, sboccato, insanguinato e divertentissimo, di quelli che sempre più mi convincono ad abbracciare la grande famiglia dei pane e salame senza troppi fronzoli e pensieri, che come il sottoscritto ed Ash pensano che il tempo sia troppo prezioso per sprecarlo in inutili pippe mentali.
Meglio indossare l'abito della festa ed essere pronti a sporcarlo spassandosela al massimo e senza ritegno, anche se questo significa far saltare qualche testa di zombies assetati di sangue.




MrFord





"Raining blood
from a lacerated sky
bleeding its horror
creating my structure
now I shall reign in blood!"
Slayer - "Raining blood" -




 

sabato 21 maggio 2016

Krampus

Regia: Michael Dougherty
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno:
2015
Durata:
98'








La trama (con parole mie): Max Engel è un ragazzino da sempre affascinato dallo spirito del Natale e dalla figura di Santa Claus, pronto a difendere la stessa da chiunque voglia sminuirne l'importanza. Quando le Festività portano a casa sua gli zii e le ingombranti presenze dei cugini, l'atmosfera pesante e gli sgradevoli ospiti uniti ai problemi attraversati di recente dai suoi genitori a causa del lavoro del padre che porta quest'ultimo spesso ad essere impegnato e fuori casa ed il rapporto sempre più distante tra lui e la sorella maggiore, inducono Max, per la prima volta nella sua vita, a rinnegare tutta la fiducia da sempre nutrita nel venticinque dicembre.
Quello che, però, Max non sa, è che la sua "ribellione" finirà per smuovere uno spirito malvagio da tempi immemori pronto a fare irruzione sulla Terra, per prendere, e non per dare, ogni volta che si manifesta la volontà di qualcuno di non voler vivere, e non voler credere in uno spirito animato da sacrificio, generosità e desiderio di calore e felicità: il Krampus.
La famiglia Engel dovrà quindi fare fronte comune per poter riportare, se possibile, le cose alla normalità.











Ricordo ancora come se fosse ieri la prima visione di Gremlins: correvano gli anni ottanta, ero ancora alle elementari ed uscito dalla meraviglia per Labyrinth, quando mio padre tornò dalla mitica videoteca di Paolo - che periodicamente torno a citare come uno dei luoghi più importanti e formativi della mia infanzia - proprio con la vhs del lavoro di Joe Dante, affermando che, a quanto detto dallo stesso, se il labirinto del Duca Bianco mi aveva conquistato, allora lo avrebbe fatto anche quello.
Il risultato fu una vera e propria rivelazione, passata dal desiderio di avere un Gizmo tutto mio alla tensione della lotta contro quegli spiritelli malvagi e spietati da parte di un'intera comunità proprio a cavallo delle festività natalizie, che da sempre rappresentano i momenti più felici o più tristi di chi li vive, spesso a seguito dei ricordi e delle esperienze che ci si è costruiti.
Michael Dougherty, fino ad ora più noto come sceneggiatore che come regista, classe settantaquattro, probabilmente deve aver avuto esperienze simili nel corso dell'adolescenza, e mescolando le stesse, il gusto del macabro e delle favole nere a quello irriverente ed ironico di popcorn movies dell'epoca come Mamma, ho perso l'aereo ha finito per regalare al pubblico questo Krampus, giunto al Saloon clamorosamente - purtroppo - fuori stagione grazie al tam tam di numerosi blog tenuti da vere e proprie autorità del settore horror che ha finito per essere una delle sorprese più liete che il genere abbia regalato al sottoscritto negli ultimi mesi.
Costruito grazie ad uno spirito che mescola il gusto della favola nera alla trasposizione della realtà, Il Canto di Natale al Tim Burton dei tempi migliori, Krampus pesca a piene mani dall'immaginario tipico del racconto accanto al fuoco costruito per terrorizzare i più piccoli senza dimenticare le lezioni del survival movie, delle suggestioni del suggerito prima che mostrato - le creature, tutte bellissime, vengono rivelate soltanto nel corso dell'ultimo terzo di pellicola - e dal rispetto per quello che, di fatto, è l'approccio dei grandi film per ragazzi del decennio che ha prodotto le cose migliori in questo senso di sempre, i già citati eighties: a partire dalla splendida sequenza d'apertura, parodia di quello che accade - e che mi è capitato di vivere sulla pelle, da una parte e dall'altra della barricata - nei giorni dell'isteria da regalo dell'ultimo minuto, fino alla lotta all'ultimo respiro di una famiglia che pare più disgregata che mai pronta ad unirsi a fronte delle difficoltà e di una battaglia per la sopravvivenza, passando attraverso le suggestioni dei vecchi racconti - e film, perchè no - dell'orrore ed un finale beffardo ed amarissimo, Dougherty regala agli appassionati una chicca fatta e finita, e pone il nome del regista e sceneggiatore tra i più quotati per l'immediato futuro di un genere che, nel passato recente, non ha certo vissuto le sue stagioni migliori.
Come se poi non bastassero una cornice azzeccatissima - immagino quella che deve essere l'atmosfera nel vedere un titolo di questo tipo proprio nei giorni delle Feste - ed una serie di antagonisti difficilmente dimenticabili, troviamo una galleria di protagonisti pressochè perfetti con un cast in gran forma - per quanto mi riguarda, vincono la certezza Toni Collette ed il caratterista David Koechner - e charachters mitici come la vecchia nonna e la zia che metteresti volentieri sotto con la macchina più e più volte nel vialetto di casa, assicurandoti che i passaggi possano essere lenti e decisi.
Personalmente, credo nella stagionalità del Cinema, e non amo concedermi visioni di questo tipo in periodi stimolanti e dal sottoscritto molto amati come la primavera, ma Dougherty ed il suo Krampus hanno saputo farmi dimenticare tutto, trasportandomi in un mondo che mescola amarcord ed evergreen, realtà e sogno, divertimento e terrore come se di colpo fossi ancora quel ragazzino quasi timoroso ad inserire nel videoregistratore la vhs di Gremlins, senza sapere cosa aspettarmi se non un'ora e mezza di nerissima evasione dalla realtà.
E di magia della settima arte.





MrFord





"I'm dreaming of a white Christmas
with every Christmas card I write
"May your days be merry and bright
and may all your Christmases be white.""
Bing Crosby - "White Christmas" - 






venerdì 20 maggio 2016

Film rivalutati

La trama (con parole mie): complice un'idea davvero interessante del buon Jean Jacques promossa come Day per bloggers in modo da togliere la ruggine che da mesi pare essersi depositata sulle iniziative di gruppo, si dedica la giornata di oggi ad una carrellata di pellicole negli anni rivalutate, dal sottoscritto, in positivo o in negativo, complici reiterate visioni, il Tempo e l'età, che spesso e volentieri ci fornisce punti di vista differenti rispetto a titoli apparsi la prima volta come delusioni o must assoluti.




AMORES PERROS di Alejandro Gonzales Inarritu


All'epoca dell'uscita - lo vidi in una sala semideserta in solitaria - rimasi stregato dal Pulp fiction messicano che lanciò nell'orbita che conta il doppio premio Oscar Inarritu, che per un breve periodo divenne il mio idolo incontrastato: alla lunga, per quanto ancora ami questo film, ho di molto rivalutato la valutazione complessiva, che deve tantissimo a Tarantino, per l'appunto, e a parte una tecnica pazzesca mostra tanta pancia ma poco controllo.


ROMEO+GIULIETTA di Baz Luhrmann


Ricordo che fui trascinato al Cinema dalla mia fidanzata - se si può definire così una storia di poche settimane a diciassette anni - insieme ad un altra coppia di amici a causa di Di Caprio e passai il secondo tempo a limonare duro e a mettere le mani sotto la maglietta della suddetta sbattendomene di Luhrmann e soci.
Con il tempo, ho rivalutato tantissimo - ed in positivo - lo straordinario lavoro di adattamento alla modernità operato da Luhrmann su uno dei drammi più noti del Bardo.


HEAT - LA SFIDA di Michael Mann


Se torno con la memoria alla prima visione di Heat - La sfida, quasi non ci credo io stesso.
Mi parve verboso, lungo, inconcludente, in completo contrasto con la fama che lo precedeva e le descrizioni di mio fratello: già alla seconda visione, cambiai completamente punto di vista.
Insieme a Vivere e morire a Los Angeles e Point break, infatti, può essere considerato l'action d'autore definitivo made in USA.


ARANCIA MECCANICA di Stanley Kubrick



Altra storia curiosa: vidi per la prima volta Arancia meccanica in sala con mia madre, nel duemilauno, quando fu presentato nella versione rimasterizzata per i trent'anni dall'uscita: ricordo che, per quanto strabiliato, trovai il tutto dannatamente datato, e pensai che, forse, almeno in parte la sua fama poteva essere considerata eccessiva.
Non molto tempo dopo, rivedendolo in VHS, rimasi a bocca aperta di fronte ad una scena in particolare che mi aprì gli occhi non solo a proposito di questo Capolavoro, ma anche dell'opera tutta del genio assoluto Kubrick.


FERRO 3 di Kim Ki-Duk



Nuovo titolo, nuova fidanzata - questa volta una storia davvero seria -, qualche anno dopo Luhrmann: stavo ancora scoprendo Kim Ki-Duk, ed ero abituato alla ruvida, violenta bellezza dei suoi primi lavori, e finii per essere spiazzato dall'eterea spiritualità di Ferro 3.
Ci vollero almeno un altro paio di visioni prima di apprezzare completamente quello che, forse, è uno dei titoli più significativi della carriera del cineasta coreano.


CRANK di Neveldine e Taylor


Nel mio periodo di allontanamento dall'action e dalle tamarrate, preso completamente dal solo Cinema d'autore, Crank mi parve una vera schifezza, un insulto alla settima arte tutta.
Fortunatamente, quel periodo è finito ed il sottoscritto è arrivato al disintossicarsi dalle stronzate da radical finendo per godersi al meglio chicche come questa, e come il suo seguito.
Il discorso varrebbe anche per i miei titoli favoriti del genere action, e perfino per la saga di Rocky, ma ho pensato di sfruttare uno dei film che di norma meno cito e che, ad oggi, mi esalta davvero alla grande.


DISTRICT 9 di Neil Blomkamp



Quando approcciai per la prima volta il lavoro dell'enfant prodige ormai imploso Neil Blomkamp, avevo in testa ancora le parole entusiastiche di mio fratello, ma a parte lo schierarmi con i Gamberoni, non trassi troppo godimento dalla visione: occorsero un paio di altri passaggi per seguire le orme del percorso già fatto anni prima con il succitato Heat - La sfida, e finire per considerare District 9 uno dei grandi classici di fantascienza contemporanei.
Peccato davvero che, con i film successivi, il buon Neil non sia più stato in grado di raggiungere gli stessi livelli.


THE DEPARTED di Martin Scorsese


Scorsese è un Maestro, e su questo non ci sono dubbi. Complici il cast all star ed una storia tra il noir ed il poliziesco che avevo già apprezzato nella sua versione made in Hong Kong, uscii dalla sala soddisfatto e pronto ad applaudire alla grandiosa messa in scena orchestrata dal vecchio Marty: ad oggi trovo The Departed una delle pellicole più convenzionali di Scorsese, paradossalmente quella che è riuscita a regalare allo stesso il tanto agognato Oscar - un pò com'è accaduto quest'anno per Di Caprio con The Revenant -.
Niente di davvero grave, ma si sa che da un grande ci si aspettano sempre cose grandi.

KUNG FU PANDA di John Stevenson e Mark Osborne


La prima volta che il mio cammino incrociò quello di Po fu con Julez, nei primi mesi della nostra convivenza, quando non avevamo orari, vivevamo in centro a Milano ed avevamo un Cinema praticamente sotto casa.
Tanto mi divertì il film, quanto detestai il finale, in contrasto con la filosofia di accettazione del diverso e di tolleranza espressa fino a dieci minuti dall'epilogo.
La passione del Fordino per il personaggio del paffuto panda passato dall'essere un fan nerd dei Cinque Cicloni a Guerriero dragone esperto di kung fu e le decine di visioni dello stesso hanno finito per smussare gli angoli e trasformare questo film in un vero e proprio cult del Saloon.

SALVATE IL SOLDATO RYAN di Steven Spielberg



Questo film ha una storia curiosa, rispetto al sottoscritto: lo vidi in videocassetta pirata ai tempi dell'uscita in sala, e rimasi emozionato oltre misura dalle storie dei singoli soldati raccontati da Spielberg, in un periodo - quello dell'adolescenza - in cui l'ideale romantico della tragica morte eroica da giovane mi rapiva, e non poco.
Lo rividi nel pieno del mio periodo da radical appassionato di proposte d'autore e, a parte la tecnica indubbia mostrata nella sequenza dello sbarco, trovai il tutto infarcito di una retorica a stelle e strisce eccessiva.
Quando, recuperato in bluray, affrontai una nuova visione per raccontarlo anche qui al Saloon, riscoprii una sorta di via di mezzo tra le due posizioni: epoche diverse per vite che sembrano diverse.




MrFord




Partecipano all'iniziativa con coraggio anche:

http://nonceparagonecinema.blogspot.com/2016/05/film-che-ho-rivalutato-donnie-darko.html
http://directorcult.blogspot.com/2016/05/i-film-che-ho-rivalutato.html
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