venerdì 6 marzo 2015

Housebound

 Regia: Gerard Johnstone
Origine: Nuova Zelanda
Anno: 2014
Durata: 107'
 





La trama (con parole mie): Kylie Bucknell, giovane fuggita alla realtà profondamente provinciale della sua infanzia finita dentro per un maldestro tentativo di rapina, è condannata ad otto mesi di domiciliari nella casa materna che, di fatto, dovrebbe essere un nido sicuro ed un incentivo per la ragazza a tornare sulla retta via.
Peccato che, oltre ai problemi di convivenza con la genitrice ed il suo compagno, la dimora pare essere una sorta di ricettacolo di presenze inquietanti, pronte a scatenare i peggiori istinti ed i sospetti di chiunque, da una parte e dall'altra della barricata della Legge, si trovi a confrontarcisi: quando una vecchia storia di omicidi brutali torna alla luce, Kylie è costretta a fare affidamento su Amos, incaricato di sorvegliare la sua libertà vigilata, per fare chiarezza a proposito di quello che è accaduto - e sta accadendo - tra quelle mura.
Quale sarà l'ultima verità?
E soprattutto, sarà letale?








Se qualcuno mi avesse detto che una certa qual rinascita del genere horror sarebbe venuta non tanto dall'Europa, dagli States o dal Giappone, quanto dall'area del mondo "down under" - di fatto, da leggere come Nuova Zelanda ed Australia -, avrei dato fiducia alla previsione solo per l'amore incondizionato che nutro per la Terra dei canguri e del ricordo della stessa: al contrario di quanto appena scritto, invece, in un'annata - e parlo dell'appena trascorso duemilaquattordici - in cui lo stesso horror ha finito per sprofondare in abissi che ormai pare conoscere solo la settima arte italiana, sono stati prodotti come Wolf Creek 2, The Babadook e questo davvero gustoso Housebound a fare la parte dei leoni.
In particolare il lavoro di Gerard Johnstone, giunto al Saloon dopo una serie di lusinghiere recensioni raccolte un pò ovunque nella Blogosfera, ha sorpreso in positivo anche gli abitanti di casa Ford, unendo le atmosfere grottesche dei Fratelli Coen alle suggestioni di una purtroppo poco conosciuta chicca firmata Wes Craven come La casa nera - ho il sospetto che l'idea dello sfruttamento delle intercapedini della casa giunga proprio da lì -, filtrandole attraverso il thriller più che l'horror classico, un approccio pulp ed una galleria di personaggi che paiono outsiders destinati, in un consueto slasher, a finire sulla lista delle vittime senza colpo ferire - fatta eccezione, ovviamente, per la protagonista Kylie, che con il suo metodo del prendere a pugni in faccia tutto quello che può fare paura ha finito per guadagnarsi i gradi di fordiana onoraria -.
Certo, il prodotto non è esente da difetti, soprattutto in termini di scrittura - alcuni passaggi sono tagliati decisamente con l'accetta, e le spiegazioni fornite tirate almeno in parte per i capelli -, eppure il giocattolo funziona molto bene, accompagna la visione alternando momenti divertenti ed altri da silenzio in sala ed occhi sgranati, affidandosi ad almeno due cambi di direzione decisi che non risultano forzati o sfruttati come un trucco per evitare che lo spettatore si accorga della pochezza dell'insieme: il percorso di Kylie, partito con una poco pensata - e spassosissima - rapina ad un bancomat e trasformatosi in una lotta a distanza con un serial killer che la vede improvvisarsi detective accanto al suo sorvegliante per i domiciliari Amos - il charachter senza dubbio più riuscito della pellicola -, riesce a far coesistere il climax tipico delle proposte di genere con i tempi dilatati della commedia nera indie, sfruttando appieno le locations, gli spazi stretti, la sospensione ed il ruolo che muta di una ragazza partita come "mela marcia" decisamente poco simpatica anche da seguire come main charachter e divenuta, di fatto, una sorta di improvvisata detective - splendida l'incursione nella casa del vicino, uno dei sospettati principali nella "lista" della stessa Kylie ed Amos -.
Non saremo certo di fronte a qualcosa di rivoluzionario, o destinato a segnare la Storia del Cinema, eppure Housebound è una delle risposte migliori che l'horror potesse dare ai suoi fan più accaniti così come agli scettici, una parabola che strizza l'occhio e colpisce duro senza lesinare in risate o sangue a fiumi: il crescendo finale con il confronto tra Kylie ed il colpevole degli omicidi è degno della migliore tradizione delle tarantinate - quelle che funzionano, sia chiaro - così come degli slasher, in cui il mostro viene alla fine a trovarsi di fronte all'inevitabile ed improvvisata - mai come in questo caso - eroina.
E l'approccio della scombinata Kylie rispetto alla Paura e a chi la porta è già un piccolo cult, qui al Saloon.
Come questo film.




MrFord




"Housebound
you daren't go out
because you're housebound
you don't want to go out
because you're housebound
there's no way out
because you're housebound
you daren't go out!"
The Specials - "Housebound" - 





giovedì 5 marzo 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): la consueta carovana di uscite settimanali guidata dal mandriano esperto qui presente e da quel ciuchino di Cannibal Kid prosegue nella sua avanzata in un weekend che riserva principalmente incognite.
Considerato, comunque, che il mio antagonista è la definizione stessa di incognita - e di antiCinema -, direi che le cose non sono poi così diverse dal solito.

"Ho due biglietti omaggio per un film consigliato da Cannibal." "Allora ti puoi scordare che esca con te."
    Nessuno si salva da solo

"Ho fatto bere a Ford tre White Russian, e ancora è tranquillo come se si fosse fatto acqua fresca. Quello non è umano."
Cannibal dice: Nessuno si salva da solo, ma se Ford aspetta che lo salvi io, campa cavallo...
Un attore di cui salverei la carriera, o almeno le intenzioni, è Riccardo Scamarcio, che dopo il successo di 3MSC è riuscito a costruirsi un suo percorso cinematografico dignitoso. Adesso è protagonista di questo nuovo film di Sergio Castellitto, di cui avevo apprezzato Non ti muovere e La bellezza del somaro, mentre mi era sembrato alquanto modesto il suo ultimo Venuto al mondo, pure questo tratto così come il nuovo Nessuno si salva da solo da un romanzo di Margaret Mazzantini, ovvero sua moglie. Non sono quindi troppo fiducioso, ma un'occhiata mi sa che gliela darò in ogni caso, sicuro del fatto che Ford, con una delle sue solite scelte radical-chic, snobberà questa proposta firmata dalla radical-chicchissima coppia Castellitto + Mazzantini.
Ford dice: nessuno si salva da solo. Specialmente Cannibal, quando finalmente gli metterò le mani addosso.
Castellitto mi è sempre piaciuto più come interprete che non come regista, pur ritenendolo radical e poco simpatico in un modo che non riterrei neppure il mio detestabile rivale.
Sinceramente, non credo sarà mia priorità recuperarlo, dunque attenderò di criticare senza pietà la recensione del Cucciolo Eroico.



Focus - Niente è come sembra

"Merda, mi sento come se avesse guidato Ford per un centinaio di chilometri."
Cannibal dice: Dopo il mega floppone After Earth, Will Smith rifà il suo ingresso nel mondo del cinema hollywodiano con una pellicola che sembra una commedia-thriller-action di quelle che andavano forte quando andava forte lui. E quando Ford era ancora in età da pre-pensione, seppure per poco. Io comunque un'occhiata senza troppe aspettative e per una serata disimpegnata gliela darei, non fosse altro che per la presenza di Margot Robbie.
Ford dice: Will Smith un tempo mi stava simpatico. Il principe di Bel Air, Men in black, quell'approccio un po' tamarro e un po' scanzonato che piace tanto al sottoscritto. Poi, tra Io sono leggenda e After Earth, non ricordo un solo film con protagonista il buon Will che valesse la visione - tranne, forse, Hancock -, anzi, gli effetti delle stesse visioni sono stati assolutamente devastanti.
Dunque direi che questo Focus finirà per essere visto per dovere di cronaca e massacrato come si conviene.
E in questo senso spero proprio che a Peppa Kid piaccia.



Black or White

"Fidati di un cowboy: non lasciare avvicinare Cannibal alla tua proprietà!"
Cannibal dice: Un film con Kevin Costner significa una cosa sola, anzi due: la prima è che trattasi di film fordiano. La seconda è che quindi io me lo posso risparmiare alla grande. E voi?
Ford dice: io voglio bene a Kevin Costner, che è un fordiano fatto e finito. Ma credo che abbia già bruciato il suo bonus con Three days to kill. Senza contare che questo film mi ispira quanto una porcata di Lars Von Trier suggerita da Cannibal.



The Search

"Quello è Cannibal Kid. Devi starne bene alla larga."
Cannibal dice: Pellicola incognita della settimana. Il nuovo film di Michel Hazanavicius, il regista dello splendido film premio oscar The Artist, pare sia un mattonazzo di due ore e mezza davvero pesante. La tematica della guerra in Cecenia d'altra parte non è certo leggera. Io mi sa allora che faccio il superficialone di turno e non vado alla ricerca di questo The Search. Salvo una stroncatura da parte di Ford, che mi porterebbe a un recupero immediato.
Ford dice: non sono troppo ansioso di recuperare questo The search. Hazanavicius, che aveva firmato lo splendido The artist, è ormai approdato ai lidi dorati delle grandi produzioni, e temo che questi possano condannarlo come è accaduto a tanti altri registi prima di lui. Sarei lieto di venire smentito, così come lo sarei se il mio rivale cominciasse a mostrare di capirci qualcosa di Cinema, ma non sempre i sogni si realizzano.



Superfast, Superfurious

"La coreografia inventata da Peppa Kid è proprio una bomba!"
Cannibal dice: Schifezza assicurata al 100%, però io di fronte ai film parodia non mi tiro quasi mai indietro. Un po' come fa Ford con gli action movies anni ottanta e/o con attori residuati dagli anni ottanta. Con la differenza che io riconosco che si tratta di porcherie assolute, mentre lui cerca di spacciare i suoi film guilty pleasure per dei capolavori.
Ford dice: schifezza totale che non guarderò neppure sotto tortura.
Ormai l'unica persona sopra i quattordici anni che pare continuare ad avere interesse in queste parodie resta il non più troppo giovane anagraficamente Cannibal Kid.



Senza Lucio

"Mi basta un dito per mettere al tappeto Cannibal: anche da morto."
Cannibal dice: Lucio Dalla non mi è mai piaciuto particolarmente, ma nemmeno mi è mai spiaciuto troppo. Cosa che, per un cantante nazional-popolare italiano, non è da poco. Questa pellicola documentario in ogni caso mi pare più una visione adatta ai fan hardcore del cantautore bolognese, quindi mi sa che io starò senza Senza Lucio. E di sicuro Senza Ford.
Ford dice: grande rispetto per Dalla, nonostante tra i cantautori italiani non sia certo il mio favorito. Non penso, dunque, che mi butterò a capofitto in questa visione, lasciando eventualmente che siano le canzoni del fu Lucio a ricordarmi la sua opera e l'importanza che ha avuto rispetto alla musica italiana.


mercoledì 4 marzo 2015

Ida

Regia: Pawel Pawlikowski
Origine: Polonia
Anno:
2013
Durata:
82'





La trama (con parole mie): Anna è un'orfana cresciuta in un orfanotrofio della Polonia dei primi anni sessanta, pronta a prendere i voti e profondamente legata alla realtà che ha sempre conosciuto. Quando la Madre Superiora le chiede di incontrare, prima di consacrarsi per il resto della sua vita a dio, l'unica parente rimasta in vita, la zia Wanda, la ragazza accetta senza celare i suoi dubbi.
L'incontro tra le due donne, profondamente diverse l'una dall'altra, condurrà entrambe ad un viaggio fisico ed emotivo alla ricerca delle proprie origini: Anna, infatti, scopre di essere ebrea, di chiamarsi Ida e di essere scampata per miracolo agli eccidi perpetrati durante la guerra che sono costati la vita ai suoi genitori.
Accompagnata proprio dalla zia, la ragazza avrà dunque occasione di riscoprirsi e scoprire il mondo prima di decidere cosa fare con la sua anima e la religione.






Per quanto paladino e sostenitore del Cinema pane e salame - soprattutto negli ultimi dieci anni, direi, passata la sbronza only radical dei dieci precedenti -, ho sempre amato ed amerò sempre un certo Cinema d'autore sentito e profondo, in grado di unire al valore tecnico una profondità emotiva che possa lasciare un segno nel pubblico: Ida è senza dubbio parte di questa apprezzatissima famiglia di titoli, che seppur non terra terra come ci si aspetta ormai che sia il Saloon finisce per conquistarsi un posto d'onore anche a questo bancone, con un paio di giri offerti ed una pacca sulla spalla per la capacità del regista di portare in scena un road movie d'altri tempi - in tutti i sensi - rarefatto eppure clamorosamente denso in termini di sensazioni, nonchè uno dei migliori esempi di settima arte "in rosa" che ricordi.
Il rapporto tra Anna/Ida e sua zia Wanda, costruito come nella migliore tradizione del romanzo di formazione, in bilico tra la memoria del dramma vissuto dalla Polonia negli anni della Seconda Guerra Mondiale e la volontà di un Paese di lasciarsi quello stesso dramma alle spalle, tra vita vissuta e profonda spiritualità, senza troppi giri di parole, artifici tecnici o minutaggi eccessivi porta sullo schermo tutto quello che serve, rigoroso eppure passionale, come se la giovane protagonista - che, come giustamente sottolinea Wanda all'inizio del viaggio, ha pensieri impuri come tutti quelli che non portano abiti sacri - mettesse in scena il conflitto interiore e d'identità al centro del quale si trova a dibattersi.
Pawlikowski, sfruttando al meglio due protagoniste perfette sotto tutti i punti di vista ed una fotografia tra le più belle passate sugli schermi di casa Ford negli ultimi mesi, riesce anche a raccontare i dilemmi e le domande legate al concetto di Fede senza mai apparire eccessivo da una parte o dall'altra, mostrando al contrario il lato umano di quella che dovrebbe essere, di fatto, "materia divina": tutti punti a favore di un piccolo ma decisamente splendido film in grado di riportare alla mia memoria di spettatore il neorealismo che tanto bene fece alla settima arte nostrana così come alcuni sprazzi di cruda potenza dell'Est come li avrebbero dipinti Maestri del calibro di Waijda e Tarkovski.
Certo, non siamo ai livelli di Katyn o L'infanzia di Ivan, eppure Ida mostra, nella quotidianità - piacevole o crudele che sia - di alcune sequenze e nel lirismo travolgente di altre, una scintilla che in questi primi mesi del duemilaquindici ho sentito poco rispetto ai titoli usciti in sala, soprattutto tra quelli candidati agli Oscar: grande merito va al suo autore, che pare aver mescolato tutti gli ingredienti nel modo più saggio, preciso ed onesto possibile, regalando un palcoscenico importante anche alle due ottime interpreti, in grado di palleggiarsi alla perfezione comprimari come il contadino che le condurrà alla verità sui genitori della ragazza o il giovane sassofonista.
Come se non bastasse, perfino ad un ateo senza alcuna voglia di stringere legami con la religione in toto come il sottoscritto, Pawlikowski riesce a rendere bene la scelta conclusiva di Ida, grazie ad un percorso di ricerca legato all'esperienza e non alla cieca Fede: e nonostante, di fatto, questo film racconti principalmente drammi e porti a galla ricordi dolorosi di una nazione e della protagonista che la rappresenta, sui titoli di coda ho finito per sentirmi straordinariamente in pace, come se, dopo tutta quella neve, Ida avesse il potere di prendermi per mano e condurmi alla primavera.
Per un piccolo film polacco che pare uscito da un'altra epoca, direi che è una cosa davvero da non sottovalutare.




MrFord




"Come to decide that the things that I tried were in my life just to get high on.
when I sit alone, come get a little known
but I need more than myself this time.
step from the road to the sea to the sky, and I do believe that we rely on
when I lay it on, come get to play it on
all my life to sacrifice."
Red Hot Chili Peppers - "Snow" - 




martedì 3 marzo 2015

Automata

Regia: Gabe Ibanez
Origine: Bulgaria, USA, Spagna, Canada
Anno: 2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): in un futuro prossimo in cui le tempeste solari hanno ridotto a pochissimi milioni di persone la popolazione umana, i sopravvissuti si affidano agli interventi di contenimento di una nuova generazione di automi programmati per proteggere e servire senza opporre resistenza alcuna, o domande che possano rompere gli equilibri.
Jacq Vaucan, emissario della più grande compagnia produttrice di robots ed addetto alla parte assicurativa, entra in contatto con un poliziotto alcolizzato che afferma di aver terminato uno degli automi intento ad autoripararsi e modificarsi: l'incontro è solo l'inizio di una serie di scoperte che porteranno Vaucan a venire in contatto con un gruppo di ribelli meccanici desiderosi di emanciparsi dal loro compito di schiavi senza volontà, mettendo a rischio non solo il suo lavoro ed incolumità, ma anche il futuro della sua compagna e della figlia che porta in grembo.







In condizioni normali, se qualcuno mi avesse presentato a scatola chiusa una produzione iberico/bulgara/nordamericana di fantascienza con protagonista Antonio Banderas, avrei pensato senza dubbio ad uno scherzo, o ad un prodotto di infima serie godurioso e senza alcun ritegno da serata a neuroni staccati: al contrario Automata, prodotto di nicchia e, seppur non perfetto, assolutamente interessante di Gabe Ibanez, è tutto fuorchè una visione da poco, o da dedicare alle serate con gli amici sotto i pesanti effetti dell'alcool.
Ottimamente confezionato - come si scriveva qualche giorno fa qui al Saloon, una produzione artigianale che in Italia possiamo solo sognarci -, forse troppo derivativo ma ugualmente efficace, non brillantissimo in quanto a ritmo eppure funzionale negli intenti, Automata mescola le atmosfere di complotto di Minority Report, le velleità sociali di Blade Runner, la critica di District 9 e l'azione di Dredd: senza dubbio non siamo dalle parti del cult, e neppure del Capolavoro, eppure, considerate le aspettative e le basi di partenza, il risultato è quantomeno archiviabile come un successo, un prodotto in grado di fare ben sperare ed una delle cose più genuine che la fantascienza abbia portato sul grande schermo - in termini di distribuzione mainstream - di recente.
Lo stesso protagonista, che dagli Expendables alle pubblicità del Mulino Bianco abbiamo ormai imparato a vedere in tutte le vesti possibili ed immaginabili, funziona, e regala all'audience emozioni che parevano sopite dai tempi di El mariachi e C'era una volta in Messico, pur mostrando un carattere più riflessivo e da "lone wolf" che non da tamarro spaccaculi: onestamente, Banderas mi è sempre stato simpatico, dai primi lavori con Almodovar allo spassoso Two Much, e non sarei riuscito a volergli male neppure a fronte di un fallimento clamoroso, eppure con la sua presenza e l'impegno che pare avere profuso per il ruolo di Jacq riesce addirittura a rendere credibile perfino la sua compagna Melanie Griffith, presente in una piccola parte e sempre più inguardabile.
A prescindere, comunque, dalla metà di Banderas e dalla componente umana della pellicola - che, di fatto, rappresenta anche la critica sociale di Ibanez -, veri protagonisti sono i robots, ottimamente realizzati ed in grado non solo di riportare visivamente alla memoria i bei tempi dei gamberoni di Neil Blomkamp, ma anche di stimolare riflessioni forse non nuove ma ugualmente interessanti a proposito della libertà di pensiero e di azione, e del ruolo che, nel corso della Storia, hanno avuto i governi e gli organismi di controllo sul libero arbitrio e la sua espressione.
L'escalation finale ed il legame tra Vaucan e la sua famiglia e quella dei robots con il loro "nuovo nato" è da questo punto di vista molto azzeccata, tanto da portare a galla prima dell'azione, degli effetti e delle sparatorie l'efficacia principalmente concettuale di un film sulla carta nato esclusivamente a servizio della parte ludica e d'intrattenimento.
Ma il vero motivo di vanto per Gabe Ibanez ed Automata è e sarà principalmente quello di avermi regalato la prima visione quantomeno discreta che annoveri nel cast Dylan McDermott, fino ad ora garanzia assoluta di schifezza atomica neanche fosse l'ultimo degli Steven Seagal: una cosa davvero non da poco per un titolo sulla carta di seconda fascia lasciato per mesi a prendere polvere in uno dei tavoli più remoti del Saloon e recuperato quasi per caso, così come casualmente deve averlo proposto la distribuzione nostrana.




MrFord




"Stop trying to live my life for me
I need to breathe
I'm not your robot
stop telling me I'm part of the big machine
I'm breaking free
can't you see,
I can love, I can speak
without somebody else operating me
you gave me eyes so now I see
I'm not your robot, I'm just me."
Miley Cyrus - "Robot" -




lunedì 2 marzo 2015

Selma - La strada per la libertà

Regia: Ava DuVernay
Origine: USA, UK
Anno:
2014
Durata:
128'
 




La trama (con parole mie): Martin Luther King, leader afroamericano fondamentale nella lotta per la conquista di diritti civili fino ai primi anni sessanta negati alla sua gente dai salotti della Casa Bianca e dal rapporto con Lyndon Johnson fino alle marce di protesta, ritratto in uno dei momenti cruciali della sua carriera politica ed esistenza.
A Selma, in Alabama, si visse infatti nel sessantacinque una delle stagioni più importanti della lotta per il voto degli afroamericani ed alcuni dei drammi più terribili legati alla conquista di diritti che ogni uomo dovrebbe acquisire alla nascita: sostenuto da gente comune, avversari politici come Malcolm X, il suo entourage e la famiglia, il Dottor King dovrà fare fronte alle difficoltà organizzative, personali, politiche e legate all'ignoranza manifestata dagli estremisti bianchi in modo da portare a termine quello che sarà ritenuto un atto dimostrativo pacifico fondamentale per conquiste che ancora oggi hanno importanza nella società.








In quello che, con ogni probabilità, sarà ricordato come l'anno dei biopic - almeno rispetto ai film candidati nelle categorie principali degli Oscar -, una proposta come Selma era davvero un rischio: trattando una tematica importante ma potenzialmente pericolosa - in termini di resa finale e trabocchetti legati alla retorica - come quella dei diritti civili passando attraverso una delle figure cardine legate agli stessi, Martin Luther King, Ava DuVernay di fatto ha deciso di scommettere sulla sua capacità di narratrice mettendo probabilmente in conto di finire, in caso di fallimento, per essere ricordata come la conciliante regista del The butler di questa stagione.
Fortunatamente per noi la coraggiosa donna dietro la macchina da presa è riuscita nell'impresa di trovare il giusto equilibrio e consegnare all'audience un film artigianale e privo di chissà quali spunti "alti" eppure solido e potente, sobrio e di pancia, interpretato alla grande da tutti i i suoi protagonisti e pronto a raccontare le vicende legate a Selma, Alabama - uno dei centri nevralgici della lotta di quegli anni - senza essere schiacciato dagli stessi e dai loro interpreti - Tim Roth, Tom Wilkinson e David Oyelowo su tutti -: la presenza, infatti, nel ruolo di protagonista, di Martin Luther King - e, seppur solo per una breve parentesi, di Malcolm X - non inficia la narrazione che resta legata a doppio filo ad una città e ad una zona, quella del profondo Sud, che ancora oggi mostra di avere problemi legati alla gestione dei rapporti tra bianchi e neri.
Una narrazione che non solo non patisce le oltre due ore di durata, ma che ha il potere di intrattenere il pubblico come il più riuscito dei blockbuster d'autore hollywoodiani e ad un tempo soddisfare quantomeno in parte il desiderio di una certa asciuttezza di fondo del pubblico più di nicchia e della critica: interessanti, in questo senso, il confronto tra l'approccio assolutamente passionale del Dottor King e del suo entourage contrapposto a quello degli organismi di controllo statunitensi, ben rappresentati dai report "battuti a macchina" all'inizio di ogni sequenza dai riscontri storici documentati, neanche ci trovassimo all'interno di un file della CIA o dell'FBI fino ad ora secretato e rivelato all'opinione pubblica nella sua interezza.
Dovendo pensare a quello che dovrebbe essere il classico blockbuster artigianalmente di livello superiore che si finisce per vedere e rivedere sempre con grande piacere - come fu The Help tre anni or sono - traendo una lezione importante anche in termini di contenuti, Selma sarebbe un ritratto perfetto, senza dubbio superiore agli spenti The Imitation Game e La teoria del tutto ed in linea con uno stile ed un approccio che riescono a mescolare il piglio del documentario, o della serie tv di qualità a quello del Cinema in grado di riunire lo spettatore occasionale e l'appassionato.
Tutte qualità non da poco, che si traducono al loro meglio più che nelle scene madri - la marcia nei suoi due tentativi, l'uccisione del ragazzo nella caffetteria - in quelle apparentemente marginali e legate al mondo più privato del Dottor King - il suo rapporto con Mahalia Jackson, le difficoltà con la moglie - ed alle incertezze che il Presidente Johnson ebbe rispetto all'appoggio dato al grande leader afroamericano.
Da questo punto di vista - ma non solo - il lavoro della DuVernay si può considerare un grande successo, ed un importante sguardo su una cittadina che, per quanto piccola e geograficamente lontana dai veri luoghi di potere USA, rappresentò il fulcro di una rivoluzione fondamentale per quella che, con tutte le sue imperfezioni, è la società attuale: la marcia di King e la sua lotta, unite, seppur distanti per ideologia, a quelle di Malcolm X, ebbero il compito di formare le nostre coscienze di bianchi prima ancora di quelle degli afroamericani, giunti alla vigilia di un cambiamento sacrosanto ed epocale nella loro vita sociale.
E forse, a ben vedere, una Selma - almeno in termini astratti, o di coraggio - servirebbe a volte anche oggi, non fosse altro che per sensibilizzare una società che troppo spesso si maschera dietro un finto progressismo.



MrFord



"One day when the glory comes
it will be ours, it will be ours
one day when the war is won
we will be sure, we will be sure
oh glory."
John Legend - "Glory" - 




Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...