giovedì 31 luglio 2014

Thursday's child special holydays edition

La trama (con parole mie): vacanze - tempo permettendo -, uscite non proprio esaltanti da contare sulle dita di una mano, clima rilassato e chi più ne ha, più ne metta, coinvolgono anche la rubrica più attesa - !?!?!?!? - della blogosfera, dedicata ai nuovi titoli approdati nelle sale commentati per l'occasione dal sottoscritto e dal suo rivale sempiterno Cannibal Kid.
Dunque, in un'unica soluzione, ecco pronte per voi tutte le proposte che ci accompagneranno fino a dopo ferragosto, appena in tempo per il rientro e - speriamo davvero - la ripresa della stagione cinematografica.

"Ognuno di questi manubri pesa più del Cannibale!"
Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

 
Cannibal dice: Della serie di pellicole de Il pianeta delle scimmie non me n’è mai importato nulla, quasi quanto del bloggaccio WhiteRussianaccio. Il primo (pare) mitico film degli anni ’60 non l’ho mai visto, quello di Tim Burton m’è sembrata una gran flebo e l’ultimo con James Franco mi aveva colpito così tanto che non ho avuto manco voglia di recensirlo. Questo nuovo capitolo, definito dalla campagna marketing come il nuovo film di fantascienza più sconvolgente dai tempi di Matrix, frase che negli ultimi 15 anni avrò già sentito almeno 15 mila volte, mi ha già stufato dal trailer. Passo allora volentieri la visione a quel gorillone di Ford, che sul pianeta delle scimmie si sente sempre a casa.
Ford dice: il recente L'alba del pianeta delle scimmie, per quanto riuscito a metà, non mi era dispiaciuto affatto, complici una riflessione niente male rispetto al dispotismo dell'umanità ed un'interpretazione pazzesca di Andy Serkis nel ruolo dello scimmiesco protagonista.
Ammetto di attendere con discreta curiosità questo secondo capitolo delle avventure di Caesar, sperando che interrompa l'agghiacciante trend di questa scialba estate al Cinema.


"Hey Ford, sgancia un pò di quel White Russian!"
Chef – La ricetta d’amore


Cannibal dice: Questo film sono pronto a odiarlo e ad amarlo allo stesso tempo.
Odiarlo perché è il tentativo indie low-budget di Jon Favreau, il regista dei primi due Iron Man, uno capace di far passare Michael Bay per un grande Autore, ed è qui presente pure nelle vesti di sceneggiatore e attore protagonista.
Amarlo perché c’è Scarlett Johansson e i film con Scarlett Johansson, fatta eccezione per le porcatone supereroistiche, non ce la faccio a non amarli.
E Ford?
Lui sono pronto a odiarlo. E basta.
Ford dice: Favreau mi sta simpatico, così come i film indie, quando non sono troppo radical chic nello stile del mio rivale. Considerata, dunque, la già citata pochezza di proposte, penso proprio tenterò un recupero. Sempre che, nel frattempo, Peppa Kid non dichiari di trovarsi di fronte ad una ficata. In quel caso, passerò volentieri la mano.

"Nel taco di Peppa Kid ci schiaffo un pò di lassativo, giusto per farmi due risate!"
Io vengo ogni giorno
 (esce il 7 agosto)


 
Cannibal dice: Il titolo è talmente scemo che sarebbe perfetto per un post di Pensieri Cannibali, ma per un film forse è un pochino esagerato. Quanto alla pellicola, si tratta di un teen-movie anch’esso troppo scemo perché possa perdermelo. Gustandomelo ancora di più sapendo che è uno di quei film che Ford invece non guarderà mai e poi mai. Se non sotto mia tortura.
Ford dice: già dal titolo questo film promette ben poco, a meno che non si tratti di uno spin off di Californication. Dato che non troveremo, però, da queste parti Hank Moody o Charlie Runkle, lascio al Cannibale quello che è del Cannibale. Le teenate.

"Oh mio dio! Le hai più grosse di Katniss Kid!"
Hercules – Il guerriero
(esce il 13 agosto)


 
Cannibal dice: Ecco la Fordianata dell’estate e, forse, dell’anno. Hercules in versione The Rock. Una merda totale fin dal trailer. Probabilmente sarà tra i miei candidati al peggio del 2014, mentre nella lista di Ford rischia di finire nella top 10 del meglio. Se pensate di leggere ancora il blog WhiteRussian, riflettete prima su questo.
Ford dice: in attesa degli Expendables, non posso che festeggiare con i calici alzati l'avvento dell'Hercules interpretato da The Rock, che probabilmente finirà per rivelarsi una tamarrata agghiacciante e terribile ma che, allo stesso tempo, stimolerà i miei istinti di goduria suina quando si tratta di propostacce da neuroni in vacanza. Per il ferragosto, direi che sarà perfetto. E anche per mantenere alto il livello di ostilità rispetto al Cucciolo in attesa della prossima Blog War.

"Per il primo che cattura il Cucciolo Eroico, da bere gratis una settimana!"
Dragon Trainer 2
(esce il 16 agosto)
 

 
Cannibal dice: Molto carino il primo Dragon Trainer, uno dei miei cartoni preferiti degli ultimi tempi, però come al solito il bisogno di un seguito io non lo sentivo. Ma al riciclare le idee di Hollywood ormai sono allenato, così come all’amore incondizionato di Ford nei confronti delle tamarrate, quindi nessuna sorpresa.
Ford dice: il primo Dragon Trainer fu senza dubbio uno dei titoli più interessanti prodotti dalla Dreamworks - se non il più interessante in assoluto. Così come per Monsters&Co, però, non sentivo il bisogno di un sequel che rischia di rovinare il ricordo del bellissimo primo capitolo: la speranza è che, se non allo stesso livello, si attesti almeno oltre la soglia della decenza, regalandomi intrattenimento ed un titolo da visione futura con il Fordino.

Ford e Peppa Kid sconvolti dalla loro insolita alleanza.

mercoledì 30 luglio 2014

Tutte contro lui

Regia: Nick Cassavetes
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Mark è un uomo di successo, arrembante negli affari e con il gentil sesso. E' sposato con Kate, ingenua e naif, ma poco importa: le sue avventure vanno di pari passo con gli obiettivi raggiunti nel mondo del business, anche sfruttando mezzi non proprio puliti.
Quando, a seguito di una coincidenza, Kate scopre che il marito da due mesi si dedica all'avvocatessa di grido Carly senza che quest'ultima sappia nulla del fatto che sia sposato, tra le due donne nasce un'amicizia resa ancora più forte dall'entrata in gioco di una terza amante, la giovane e formosa Amber. Formata un'alleanza, le tre rappresentanti del gentil sesso cercheranno di rendere la vita di Mark un inferno, e di vendicarsi dei torti subiti e delle menzogne che l'uomo ha rifilato ad ognuna di loro.
Riusciranno nel loro intento, o il legame con lui rovinerà l'improvvisata, nuova alleanza?






L'estate è, da sempre, il momento dell'anno in cui staccare il cervello e concedersi una meritata e goduriosa pausa, che si parli di lavoro o dei neuroni, costretti ad inseguire visioni più o meno impegnative nel corso dell'anno - oltre a fare fronte a tutto il resto della quotidianità -: di norma, dunque, i mesi più caldi diventano, di fatto, il momento migliore per i distributori per portare in sala gli horror più sguaiati, gli action più tamarri e le commedie più leggere, pronti all'uso sia che si tratti di utenti navigati che necessitano di svago così come di spettatori occasionali, naturalmente portati a questo tipo di soluzione.
Peccato soltanto che l'estate di questo duemilaquattordici pare essere iniziata a fine aprile, ed i cervelli di tutti noi cinefili hanno avuto decisamente tempo per rilassarsi come di norma si conviene in luglio e agosto: Tutte contro lui, commediola romantica da amiche in serata da aperitivo ed imitazione di Sex and the city prosegue in questa direzione rappresentando, di fatto, anche uno dei potenziali blockbuster dell'estate, supportata da un cast di nomi pronti a richiamare fanciulle - Coster Waldau, reduce dalle fatiche di Game of thrones - ed eventuali fidanzati - Cameron Diaz, ma soprattutto, come ben detto anche dalle parti del mio rivale Cannibale, le tette di Kate Upton -.
Peccato che, di fatto, dopo una prima parte sorprendentemente scorrevole e a suo modo piacevole per un titolo usa e getta come questo, segua una seconda più sbrindellata a livello di scrittura e volgare nella comicità, come giustamente notato da Julez - e pensare che i Ford non sono certo dei principini, in questo senso -: il risultato è una robetta facilmente dimenticabile che ben rappresenta una delle annate - e delle belle stagioni - più tristi della Storia recente del Cinema, partita benissimo con cose enormi come The wolf of Wall Street e finita gambe all'aria neppure fossimo sotto l'ombrellone senza l'obbligo di rientrare al lavoro.
Certo, in serate di particolare stanca ci si fa andar bene anche Tutte contro lui, spinti principalmente dalla voglia di rilassarsi senza prestare neppure troppa attenzione all'evoluzione della trama, ridendo
degli sketch riusciti - e, per quanto ne possa dire all'indirizzo del lavoro di Nick Cassavetes, ce ne sono - e dimenticando quanto cagna è la succitata Kate Upton concentrando la propria attenzione nella zona della sua scollatura - anche perchè, per quanto sia dipinta dalle amiche/rivali Cameron Diaz e Leslie Mann, fisicamente non pare proprio così perfetta -.
Per il resto, aspettatevi il consueto susseguirsi di gags che pescano a piene mani dalle differenze tra i due sessi ed il finale telefonato che questo tipo di prodotti suggerisce già entro il primo quarto d'ora di visione - fondamentalmente, da queste parti si sono azzeccate quasi tutte le previsioni rispetto al destino delle tre protagoniste - e la piccola parte che si ritaglia il sempre tosto Don Johnson, fordiano ad honorem che dalle parti del Saloon ha sempre almeno un drink di credito.
Sarà come bere un mojito di troppo al bar sulla spiaggia, fantasticando su una particolarmente avvenente vicina di ombrellone: il giorno dopo, facilmente, vi sarete dimenticati già tutto, ma una
sbronza innocua ed estiva non fa mai davvero male.



MrFord




"Close the door
turn the light off
switch your mind off
make it right for me
pull the blind door
try to wind down
take the liberty."
Morcheeba - "Gimme your love" - 




martedì 29 luglio 2014

Enemy

Regia: Denis Villeneuve
Origine: Canada, Spagna
Anno: 2013
Durata: 90'




La trama (con parole mie): Anthony, un professore di Storia dalla vita apparentemente tranquilla ma turbato da sogni popolati da misteriosi ragni, scopre per caso guardando un film dell'esistenza di un suo doppio in tutto e per tutto, un individuo che fisicamente pare la sua copia esatta.
Sconvolto dall'avvenimento, decide di fare il possibile per mettersi in contatto con lui ed incontrarlo, anche a rischio di passare per un folle pronto a minacciare l'esistenza di quello che è un noto attore sposato ed in attesa di un figlio: quando, finalmente, riuscirà ad ottenere un faccia a faccia, il punto di vista di Anthony si ribalterà, mentre Adam, il suo alter ego, comincerà a manifestare interesse rispetto ad uno scambio dei loro ruoli.
Chi, dunque, troverà il suo spazio e la sua vera collocazione?
E quale ruolo avranno, in tutto questo, la compagna di Anthony e la moglie di Adam?








Non è semplice, nell'oceano di proposte che il grande schermo passa di anno in anno, andando perfino indietro nel tempo, trovare registi che, nel corso della loro carriera, sono riusciti sempre e comunque a mantenere un livello qualitativo alto nelle loro opere per il sottoscritto: perfino i mostri sacri ed i fordiani come Clint Eastwood, leggenda vivente, non hanno risparmiato scivoloni.
Ad oggi, credo che soltanto Kubrick, Kurosawa, Welles, Bunuel, Fellini e pochi altri - e non parliamo certo di piccoli calibri - siano riusciti a lasciarmi sempre a bocca aperta: Denis Villeneuve, che negli ultimi anni aveva sfoderato cose egrege come Politechnique, La donna che canta ed il recente Prisoners, era avviato a diventare uno dei più performanti registi attuali, un nome che poteva già essere tradotto come una garanzia di visione importante.
Peccato che, dopo l'esperienza - peraltro molto riuscita, cosa non da tutti - ad Hollywood e con le majors, il nostro sia tornato in Canada come bisognoso di immergersi ed abbandonarsi ad un'apnea profonda nel Cinema autoriale a tutti i costi, ispirandosi ad un romanzo di Saramago per portare in scena un'opera pretenziosa e non sempre chiara, che pare mescolare Lynch e Cronenberg - il che, sulla carta, sarebbe senz'altro un bene -, poggiata sulle spalle di un ottimo - ma non convincente come fu nel già citato Prisoners - Jake Gyllenhaal e senza dubbio profonda, ma priva dello spessore drammatico e coinvolgente dei suoi lavori precedenti.
Il viaggio alla ricerca di se stesso - o dell'altro se stesso - del protagonista diviene dunque uno spunto per lo spettatore ma ad un tempo un bagaglio che pare troppo pesante da portare nonostante il minutaggio decisamente limitato, e che trova i suoi momenti peggiori proprio nelle parti oniriche, che dovrebbero, di fatto, essere invece il catalizzatore d'attenzione maggiore per l'audience: e tra ragni giganti e metamorfosi grottesche, la realtà finisce per vincere la battaglia con il sogno grazie ai confronti tra Anthony e Adam ed al loro ribaltamento di ruoli tra cacciatore e cacciato, senza dubbio l'elemento più interessante del lavoro di Villeneuve.
Lavoro, e ci tengo a sottolinearlo, non brutto o deludente - le bottigliate sarebbero prontamente scattate, se così fosse stato -, ma senza dubbio freddo ed incapace di incidere ai livelli cui questo incredibile regista mi aveva abituato, quasi la sua parte emotiva fosse rimasta imprigionata dalla voglia di lavorare su una nicchia di pubblico piuttosto che sulle platee mainstrem e dalla derivazione letteraria - pur rimasta solo una derivazione - dello script: un peccato davvero, perchè se di norma il problema degli autori d'essai giunti alla corte di Hollywood è la snaturazione del loro talento, per il buon Denis pare essere stato un comeback amplificato alla dimensione d'origine, ritrovata popolata da incubi dalle otto zampe ed una sorta di nebbia ad incombere sul cuore, che ritengo sia la parte più importante e tosta del suo Cinema.
Per quanto possa suonare assurdo, dunque, perfino al sottoscritto, spero che presto il talento esplosivo di questo regista possa tornare ad esplodere, anche se questo dovesse significare un suo nuovo abbraccio alle grandi platee e agli Studios delle produzioni milionarie.



MrFord



"I knew you were
you were gonna come to me
and here you are
but you better choose carefully
‘cause I, I’m capable of anything
of anything and everything."
Katy Perry - "Dark horse" - 



lunedì 28 luglio 2014

Smetto quando voglio

Regia: Sidney Sibilla
Origine: Italia
Anno: 2014
Durata:
100'




La trama (con parole mie): Pietro, ricercatore laureato e genio della neurobiologia, fatica a trovare un impiego fisso all'interno dell'Università, così come i suoi vecchi amici Alberto – chimico divenuto lavapiatti -, Mattia e Giorgio – latinisti benzinai -, Bartolomeo – dall'economia dinamica al poker con zingari circensi -, Andrea – antropologo alla ricerca di un posto in uno sfasciacarrozze – e Arturo, impiegato presso il Comune di Roma come sovrintendente nei cantieri ove vengono rinvenuti reperti
storici, archeologo. 
Illuminato casualmente da una notte passata ad inseguire uno studente cui da ripetizioni, l'uomo viene travolto dall'idea di sintetizzare una droga basata su una molecola non inclusa nelle liste del Ministero e dunque sulla carta legale e buttarsi nella vendita al dettaglio nelle discoteche.
Il successo arriva, così come i soldi: ma per la banda di produttori e spacciatori improvvisati i guai diventeranno più ingestibili della normale situazione di precarietà.






Nel corso degli ultimi mesi – per essere generosi - l'Italia ha attraversato una crisi cinematografica tra le più terribili della sua Storia, evidente specchio della desolante situazione culturale e lavorativa che ci troviamo tutti costretti ad affrontare ogni giorno, con un occhio oltre confine ed un altro ai conti di fine mese.
Una delle sorprese più interessanti in sala è stato proprio questo Smetto quando voglio, commedia d'azione che richiama piccoli cult come Santa Maradona celebrato qui nella blogosfera e dalla critica più canonica: senza dubbio, quando il pensiero corre alle proposte giunte dalla Terra dei cachi nel passato recente, l'esperimento di Sidney Sibilla è senza dubbio riuscito, fresco e divertente, dal taglio
americano condito da una strizzata d'occhio non indifferente al Capolavoro Breaking Bad, una tra le opere più importanti mai prodotte per il piccolo schermo.
Eppure l'impressione che ho avuto seguendo le tragicomiche vicende di questo gruppo di geniacci improvvisatisi produttori e spacciatori è stata quella di un'opera in grado di far gridare al quasi miracolo principalmente per la pochezza delle alternative, più che per il suo effettivo valore: non che non me la sia goduta, o che non abbia trovato assolutamente perfette alcune sue sequenze – la rapina alla farmacia è un pezzo da antologia -, o non si percepisca tutta l'inquietudine che tocca tutti noi allo stato attuale delle cose – laureati o no, poco cambia -, ma da qui a considerare Smetto quando
voglio un fulmine a ciel sereno devono passare diversi bicchieri di robusti cocktails.
In particolare, è lo script a mostrare il fianco ad una certa facilità di fondo nell'evoluzione della trama, condita perfino di qualche eccesso che poteva essere risparmiato – il fatto che perfino il temuto gangster Murena sia un laureato reinventatosi criminale equivale a tirare un po' troppo la corda, ad esempio -, e che non rende giustizia fino in fondo alla riflessione assolutamente vera ed allarmante a
proposito dello scarso impiego delle risorse dei nostri studenti e ricercatori, che spesso e volentieri, più che finire a produrre nuove droghe, fuggono all'estero cercando lidi più sicuri, remunerativi ed organizzati.
Lo stesso rapporto tra Pietro e la sua fidanzata – una come di consueto cagna maledetta Valeria Solarino – scricchiola in più di un passaggio – come il cambio di atteggiamento della conclusione, con il passaggio dall'ostilità in tutto e per tutto rispetto alla nuova attività del compagno al sostegno di una nuova condizione ed occupazione all'interno del mondo del crimine, pur se in una misura diversa, dello stesso -, confermando il fatto che lo script non fosse la priorità del regista, più impegnato a fondere un'estetica moderna e giovane ad un piglio a metà tra il già citato Santa Maradona e i primi lavori di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Non voglio, comunque, che questo post diventi un tiro al bersaglio contro questo film, che mi ha coinvolto – sia parlando di divertimento, sia di riflessioni sulla condizione attuale in termini di lavoro e precarietà soprattutto di Julez – ed intrattenuto decisamente bene, e se paragonato alla media della produzione tricolore attuale risulta senza dubbio superiore – fatta eccezione per La grande bellezza e lo “straniero” Still life, per trovare qualcosa di un livello superiore dovrei tornare con la memoria a La migliore offerta -: c'è da sperare dunque che la musica cambi, per noi e soprattutto per i nostri figli, in Italia, perchè le alternative che non riguardino una carriera – destinata facilmente a finire male – nel crimine cominciano ad essere davvero poche.




MrFord




"I won't pay, I won't pay ya, no way
now why don't you get a job"
say no way, say no way ya, no way
now why don't you get a job."
The Offspring - "Why don't you get a job?"




domenica 27 luglio 2014

Californication - Stagione 6

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): abbiamo lasciato Hank in preda all'attacco omicida/suicida di Carrie, sua ex dei tempi del ritorno a New York, e lo ritroviamo sprofondato nel senso di colpa per essersi salvato, al contrario della donna. Spedito in comunità di recupero da famiglia ed amici, lo scrittore più scombinato del piccolo schermo non solo ritroverà se stesso, ma anche un nuovo impiego che lo vedrà alle prese con la stesura di una rock opera basata sul suo primo best seller, God hates us all.
E mentre Charlie Runkle dovrà fare fronte alla sua parte gay, ecco che Moody troverà nuova ispirazione grazie a Faith, una groupie specializzata nel riuscire a tirare fuori il meglio da ogni talento cui si dedica.
Inutile dire che la stessa avrà filo da torcere con questo vecchio bastardo dedito al sesso e all'alcool.








Se questo fosse stato un "normale" post giunto al termine di una "normale" stagione di Californication, avrei attaccato con la consueta sviolinata su quanto voglio bene a quel vecchio bastardo di Hank Moody, a quanto la vita che sto vivendo grazie a Julez e al Fordino mi tenga di fatto - alcool escluso - lontano dagli scombinamenti caotici di questo tipo, a quanto questo e a quanto quello.
Peccato che la sesta non sia stata davvero una "normale" stagione di Californication.
Per la prima volta, infatti, dalla sua messa in onda nell'ormai discretamente lontano 2007, il serial dedicato allo scrittore ispirato a grandissimi come Warren Zevon - non a caso le citazioni del suddetto fioccano come neve, in tutti i sensi la si voglia intendere - segna un'involuzione, un passo falso, una crisi creativa e di idee che pare quasi trovare lo specchio nei suoi episodi centrali, dedicati proprio alla possibilità che anche un grande scrittore possa attraversare una fase calante nella propria carriera.
Questo non è dovuto tanto al sempre grande Moody - e ad un Duchovny che è assolutamente nato per interpretarlo -, ad una spalla impareggiabile - il magnifico Charlie Runkle, sempre più l'idolo ed il motore della serie - e ad una nuova compagna decisamente interessante - come giustamente ha fatto notare nel corso della visione la signora Ford, Maggie Grace per la prima volta appare decisamente brava, e non solo un corpo buttato davanti alla macchina da presa -, quanto ad una mancanza di direzione che non permette ai protagonisti di crescere o confrontarsi con qualcosa di nuovo, ripetendo uno schema già affrontato nel corso delle annate precedenti senza la verve delle stesse, reso ancora meno incisivo da comprimari assolutamente non all'altezza di quelli passati dalle parti di casa Moody - il posticcio Atticus è lontano anni luce da gente come Ashby, così come dallo spassoso Samurai Apocalypse della penultima stagione - ed episodi che scorrono via intrattenendo alla grande senza lasciare, però, un segno effettivo nel cuore degli spettatori, oltre che nelle parti basse.
Senza dubbio sequenze come il viaggio aereo da Los Angeles a New York sul jet privato di Atticus o sottotrame dominate da zucca pelata Runkle in versione finto gay entrano di diritto nel meglio che questa dal sottoscritto amatissima serie abbia mai offerto al suo pubblico, eppure nel complesso potrei paragonare la stagione numero sei dedicata alle gesta di Moody ad una sveltina neppure troppo divertente in una notte di baldoria paragonata a mesi - se non anni - di scopate royale.
Lo stesso personaggio di Becca, fondamentale durante la season five per stimolare la crescita di padre di Hank, appare sbiadito e senza uno scopo, riciclata come se volesse a tutti i costi ripercorrere le orme del genitore ed addirittura apparentemente accantonata dagli autori: un vero peccato, perchè personalmente avrei trovato il tentativo di rendere Moody almeno in parte più "saggio" davvero interessante, fornendo per una volta un punto di vista differente dai consueti duelli tra ragione e sentimento che continuano a ripetersi tra lui e la più o meno compagna di una vita Karen.
Uno scivolone può capitare anche ai migliori, e onestamente non mi preoccupo più di tanto di una stagione così sottotono: me la sono goduta comunque.
La speranza, però, è che con il nuovo anno Hank torni a brillare come ha sempre fatto, almeno prima che possa diventare troppo ingombrante il dubbio se non fosse stato meglio chiudere quando ancora si era al massimo.
In fondo, quelli come Moody sono così, sempre con il piede sull'acceleratore.
O come raccontava e cantava il grande Warren, "I enjoy every sandwich", o se non vi basta, con "I'll sleep when I'm dead".



MrFord



"I can saw a woman in two 
but you won't want to look in the box when I do
I can make love disappear 
for my next trick I'll need a volunteer."
Warren Zevon - "For my next trick I need a volunteer" - 


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