giovedì 17 maggio 2012

Mud Lounges - Salotti di fango

Regia: Fabio Cento
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 15'



La trama (con parole mie): Pasquale è un giovane soldato dalle ambizioni di pittore confinato in una trincea nel corso della Seconda Guerra Mondiale. In un momento di tregua è avvicinato da Salvatore, un uomo più grande e dai sogni decisamente più terreni dei suoi: quest'ultimo, infatti, aspetta solo la fine del conflitto in modo da poter tornare dalla sua famiglia e costruire una casa dove vivere con la moglie ed il figlio.
Pasquale, invece, è legato all'incertezza di un futuro che ancora non riesce a vedere, che passa attraverso visioni che poco si addicono alla vita dura del fronte.
Una granata segnerà le esistenze di entrambi.




Quando, ormai più di due anni fa, inauguraii questo saloon, mai mi sarei aspettato che sarebbe durato, o che sarebbe divenuto qualcosa di più grande di un angolo quasi esclusivamente personale in cui parlare dei film passati sugli schermi di casa Ford: invece, passo dopo passo, eccomi pronto ad ospitare per la seconda volta dopo Michele Torbidoni ed il suo La cosa in cima alle scale un altro regista italiano alla ricerca di un suo spazio all'interno della complessa distribuzione nostrana.
Ovviamente un'iniziativa di questo tipo non può che essere un piacere per il sottoscritto, specie quando, come in questo caso, mi ritrovo quasi a sentirmi un "fratello maggiore" dell'autore in questione: Fabio Cento, l'uomo dietro la macchina da presa di questo interessante corto, ha infatti la stessa età di mio più giovane brotha, e si ritrova come il sottoscritto ai tempi della pubblicazione del mio primo libro di racconti - molti, molti anni prima rispetto a quello del Cannibale, ahahahahhaahah! - a dover fare i conti con tutti i disequilibri che si trovano quando, di fatto, la voglia di dimostrare il proprio talento deve giocarsi il palcoscenico con il bisogno effettivo di raccontare.
Mud Lounges, girato con discreta perizia e prodotto ottimamente pur essendo un corto realizzato quasi esclusivamente dal buon Fabio, si presenta come un esperimento come più spesso se ne dovrebbero incontrare in rete, nei Festival e nelle sale italiane, sfruttando ad esempio uno spazio prima della proiezione dei lungometraggi da affiancare ai consueti trailer delle nuove uscite.
So già che vi starete chiedendo, dunque, il perchè delle bottigliate nonostante questo inizio promettente: il fatto è che Fabio ha, a mio parere, la mano giusta per poter realizzare davvero qualcosa di interessante nel panorama del Bel Paese, ma, come tutti i giovani autori, pare non avere ancora trovato l'equilibrio giusto in merito alla questione narrazione/tecnica cui accennavo poco sopra.
Il suo corto è di impatto visivo notevole per il tipo di prodotto, e risulta più "completo" visivamente di titoli dal successo notevole nell'ambiente del Cinema alternativo italiano come Radice quadrata di tre - che ho amato tantissimo - o Il bosco fuori, soprattutto per quanto riguarda la resa video e la fotografia.
Quello che manca, a conti fatti, è una certa immediatezza di fondo - incarnata dal personaggio di Salvatore - sacrificata per dare uno spazio maggiore alla componente autoriale anche nell'ambito dei testi, a tratti quasi soffocanti rispetto all'energia messa dal regista nel suo lavoro nel loro rimando a quello che, di fatto, è l'eredità lasciata da Malick con La sottile linea rossa.
In questo senso, interessante la scelta di proporre un'umanizzazione dei protagonisti ed un'effettiva assenza della violenza esplicita della guerra - sempre fuori campo - così come quella di proporre una visione della stessa attraverso le aspettative dei protagonisti rispetto al futuro.
Ed è proprio tra Pasquale e Salvatore che pare dibattersi Mud Lounges, indeciso se porsi come un film d'autore o d'emozione: quello che mi sento di consigliare a Fabio è di non perdere il tocco, ma non pensare che sia la sola perizia a fare grande una pellicola.
Nel video del backstage sulla realizzazione del cortometraggio, sono rimasto colpito da una scena in particolare che mi pare perfetta da citare in ottica futura rispetto alla carriera di questo giovane regista: Pasquale e Salvatore - o almeno, i loro interpreti -, al culmine di uno dei dialoghi più intensi rispetto al rapporto tra l'arte del primo e la vita "pane e salame" del secondo, si ritrovano a dover fronteggiare una vespa improvvisatasi comparsa.
Pur senza alcun errore da parte dei due - e nonostante la perfetta spontaneità dell'insieme - viene chiamato lo stop: ed è proprio questo che posso rimproverare, a Mud Lounges e al suo ideatore.
Non essersi fidato troppo dell'energia, almeno a dispetto della tecnica.
E a Fabio, che potenzialità ne ha, eccome, dico: fratellino, lasciati più andare, e non permettere al peso di un Malick di minacciare lo sviluppo di quello che sei e puoi diventare - come ti auguro - sul grande schermo.
Anche perchè, a volte, anche essere così in alto non preserva dalle cadute.
Il fango è materia di ognuno di noi, come il sangue che finiamo per sputarci sopra in modo da poter pensare di aver realizzato quello che volevamo.
O almeno di portarci a casa il tentativo.


MrFord


"My name is Mud
not to be confused with Bill or Jack or Pete or Dennis
my name is mud and it's always been
'cause I'm the most boring sons-a-bitch you've ever seen."
Primus - "My name is mud" -


mercoledì 16 maggio 2012

Rampart

Regia: Oren Moverman
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 108'



La trama (con parole mie): Dave Brown è poliziotto da ventiquattro anni. E non è mai stato uno che è andato per il sottile. Sul finire degli anni ottanta è stato protagonista di un caso che ha visto l'uccisione di un presunto stupratore proprio per sua mano, e da quel momento in poi la sua carriera è stata segnata dal dubbio che la sua brutalità fosse eccessiva.
A seguito del pestaggio di un sospettato, il suo nome torna alla ribalta mettendolo a confronto anche con gli squilibri della vita privata, fatta di due figlie avute da due sorelle, alcool, una condotta completamente irregolare ed un fascino da maledetto che pare proprio non riuscire a scrollarsi di dosso.
Come se la caverà quando di fronte avrà come potenziali avversari i suoi stessi colleghi e datori di lavoro?




E' davvero un peccato vedere le sale italiane infarcite di prodotti di bassissimo livello mentre all'estero continuano a sbucare come funghi in novembre titoli meravigliosi come Take shelter o interessanti quanto questo Rampart: prodotto dalla stessa squadra che portò sugli schermi l'ottimo Oltre le regole - The messenger e basato su uno script scritto dal regista e dal noto autore James Ellroy, questo film recupera le atmosfere che fecero di The Shield una serie di culto per anni introducendo un personaggio che, pur non avendo nulla di particolarmente distintivo rispetto al già mitico Vic Mackie, esalta una volta ancora le superbe doti di un Woody Harrelson in spolvero incredibile, in grado di trasmettere tutti gli squilibri del protagonista senza che gli stessi possano essere presi come gigionismi da star.
La vicenda di Dave Brown, poliziotto che pare tutto tranne equilibrato ed affidabile ma che, comunque, non da mai l'impressione di essere "assente ingiustificato", pesca a piene mani dal disagio che attanaglia chi è costretto a vivere sulla strada e secondo le sue regole spesso e volentieri obbedendo a direttive create da chi la stessa strada vede soltanto dall'alto di un ufficio con vista panoramica su una Los Angeles che non risparmia niente a nessuno, specialmente nei suoi distretti più borderline: certo, lo scombinato Dave non è certo il prototipo del padre ideale o dell'eroe positivo, ed un collega come lui potrebbe risultare più difficile da gestire che non una sparatoria con un criminale, eppure c'è qualcosa, nella sua poco lucida condotta, in grado di renderlo più affidabile di un qualsiasi burocrate troppo impegnato nella politica - la breve apparizione di Steve Buscemi dice tutto in merito -.
Peccato che, a fronte di un cast in gran forma - Robin Wright soprattutto, spalla perfetta per Harrelson -, la sceneggiatura non risulti espressa in tutte le sue potenzialità, e sottotrame sulla carta interessanti come quella che vede il confronto con la dirigente interpretata da Sigourney Weaver passino in secondo piano rispetto alla parte più "crime" soprattutto nella seconda metà della pellicola, togliendo mordende ad uno script che, considerati i nomi coinvolti nella sua stesura, poteva rivelarsi decisamente più dirompente.
Quello che conta, però, è che nonostante il risultato non sia all'altezza del lavoro precedente di Moverman, Rampart risulti essere un film di genere con due palle d'acciaio, in grado di partire da una cornice ed un contesto assolutamente polizieschi per spostarsi su binari legati alle angosce più profonde dei suoi personaggi, che trovano nell'uccisione che ha segnato la carriera di Dave uno spunto di riflessione di rara intensità: lo stupratore fu ucciso per mettere la pezza su un'indagine svolta male o per giustificare la sete di vendetta del padre di due ragazze? E l'allergia congenita di Brown alla disciplina e alle regole, così come i suoi eccessi, sono davvero messi all'angolo dalla stessa polizia per tutelare il suo buon nome, o tutto è nascosto dietro una questione prevalentemente politica?
Probabilmente la verità non sta da nessuna delle due parti, e i punti da collegare per avere il quadro completo sono da entrambe: in mezzo, però, c'è la vita di Dave, con le persone che ama e quelle che odia.
Primo fra tutti se stesso.
E quando ci si trova nel mezzo, non importa quanto si è duri, o tosti, o pronti a tutto.
Si prendono botte da entrambe le parti.


MrFord


"When I open my eyes
I was blind as can be
and to give a man luck
he must fall in the sea
and she wants you to steal and get caught
for she loves you for all that you are not
when you're falling down
falling down
when you're falling down
falling down falling down."
Tom Waits - "Falling down" -


martedì 15 maggio 2012

Assassinio sull'Eiger

Regia: Clint Eastwood
Origine: Usa
Anno: 1975
Durata: 123'



La trama (con parole mie):  Jonathan Hemlock è un professore di storia dell'arte appassionato di alpinismo che, in passato, ha condotto una doppia vita come assassino al soldo dei servizi segreti americani. Quando un suo vecchio commilitone viene ucciso, quella che inizialmente era una missione accettata per un ricatto del suo superiore - il misterioso Dragone, un albino rinchiuso in un bunker e vulnerabile alla luce - diviene una questione personale: dovrà dunque riprendere i suoi vecchi attrezzi, rimettersi in forma e tentare per la terza volta la scalata dell'Eiger, che già in passato era risultata troppo anche per un esperto come lui.
Tra i suoi compagni di cordata si annida l'uomo che dovrà eliminare: riuscirà Hemlock nell'impresa? E soprattutto: porterà a casa la pelle dopo averla portata a termine?
In questi casi, infatti, l'avversario più duro è sempre la Natura.




Mi sento come se si fosse chiuso un cerchio.
Dopo anni di recuperi, dvd, bluray e colpi di mulo, anche Assassinio sull'Eiger è passato sugli schermi di casa Ford.
In particolare, si trattava dell'unico film di Eastwood regista che ancora mancava all'appello delle mie visioni, quindi mi pare quasi giusto e doveroso sentire una sorta di malinconia, attorno a questo particolare passaggio nel mio lettore.
Ricordo che il primo fu Gli spietati, registrato da mio fratello in seconda serata e ancora oggi uno dei miei film del cuore e favoriti in assoluto: vennero poi gli anni della produzione forse migliore del regista - quella dalla metà degli anni novanta a Mystic river e Million dollar baby -, il ritorno ai primi western e, alla fine, dei titoli al momento non reperibili sul mercato home video italiano.
Certo, Assassinio sull'Eiger è tutto tranne un film memorabile: tratto da un romanzo del mitico Trevanian - già autore di Shibumi -, è un thriller senza particolari picchi di ritmo o tensione impreziosito principalmente dalle riprese vertiginose realizzate dal vecchio Clint tra i canyon statunitensi, ma che per il resto non aggiunge nulla ad un genere che ha offerto prodotti decisamente più avvincenti e tecnicamente più d'impatto.
Da fan del granitico Callahan, ho comunque apprezzato il gigionismo della sua interpretazione, che senza dubbio ha fruttato più divertimento all'autore che non una vera e propria prova d'attore memorabile da consegnare al pubblico, tanto da muovere paragoni - almeno nel sottoscritto - con i suoi charachters da vecchio West, scritti con l'accetta e definiti più dai gesti che dalla loro profondità.
Ottimi invece i duetti da cameratismo selvaggio con George Kennedy, l'(auto)ironia che pervade l'intera pellicola e la scalata finale dell'Eiger, ostica cima delle Alpi svizzere: quello che resta, però, soprattutto rispetto ai veri Capolavori eastwoodiani, è davvero pochino, tanto da far pensare ad un recupero di questo film soltanto da parte degli appassionati di nonno Clint, dei residuati degli anni settanta legati alle spy-stories di stampo classico o degli amanti dell'alpinismo.
In questo senso, si potrebbe quasi pensare ad Assassinio sull'Eiger come ad una versione d'autore - anche nella tamarraggine - di Cliffhanger, perla stalloniana da sempre amata qui nel pieno dei territori fordiani, finendo per decidere di gustarselo senza aspettarsi troppo, come una versione più datata di Firefox o La recluta, giusto per non risparmiarsi nessuno dei titoli meno convincenti - ma ugualmente pane e salame ed assolutamente godibili - firmati da Eastwood.


MrFord


"And either way you turn
I'll be there
open up your skull
I'll be there
climbing up the walls."
Radiohead - "Climbing up the walls" -


lunedì 14 maggio 2012

Chronicle

Regia: Josh Trank
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 84'



La trama (con parole mie): Andrew, Matt e Steve sono tre liceali dai destini apparentemente molto diversi. Il primo è un ragazzo timido e chiuso, un weird guy dalla madre morente ed il padre ex pompiere violento e alcolizzato, il secondo il cugino cool del primo, sempre pronto a spronare il brutto anatroccolo della famiglia a tirarsi fuori dal guscio anche per farsi bello.
Il terzo, invece, è il tipico vincente: candidato rappresentante d'istituto, sportivo, di successo a scuola e con le ragazze.
Quando, nel corso di un rave, una misteriosa scoperta regala loro dei superpoteri legati alla telecinesi, i ragazzi divengono inseparabili, e si esercitano documentando il tutto su videocamera affinando sempre più le loro abilità, passando dall'assemblare comunissimi Lego per arrivare a volare e progettare di viaggiare in tutto il mondo.
Ma "da un grande potere derivano grandi responsabilità", e sarà proprio questo l'inizio del disastro.





Sono passati ormai dieci anni tondi tondi dall'esordio cinematografico dello strabiliante primo Spider Man firmato Sam Raimi, quello che fu la pietra angolare di una vera e propria rivoluzione nell'ambito dei film di supereroi: dall'esplosione della Marvel culminata con il recente Avengers ai celebratissimi Batman targati Christopher Nolan, il genere ha originato un vero e proprio boom in grado di portare alla realizzazione di pellicole "contro" come Kickass e Super e molti titoli decisamente poco degni anche e soprattutto di una distribuzione su larga scala.
Anche il piccolo schermo ha reso omaggio al concetto di supereroe, dalla meteora Heroes al mitico - almeno per le prime due stagioni - Misfits, cercando nel suo piccolo di innovare una tradizione che rischiava di divenire stantìa e poco stimolante per autori e spettatori.
E' proprio da quest'ultimo che prende spunto Josh Trank - giovanissimo regista da tenere d'occhio, classe 1985 - per questo suo Chronicle, che pare mescolare le idee della corrente alternativa della sci-fi in stile District 9 con l'irriverenza di Nathan e soci: partendo dall'idea del finto documentario - tutto è girato con la camera a spalla come fosse una ripresa amatoriale, in bilico tra il fastidio che questo approccio può provocare nello spettatore ed idee metacinematografiche notevoli come il dialogo tra Andrew e la madre in cui il ragazzo risponde alla domanda "Chi ci sta guardando?" con "Milioni di persone in tutto il mondo, mamma": geniale - il regista ci porta a riflettere sull'annosa questione del "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" che fece la fortuna proprio dei personaggi Marvel - i cosiddetti "supereroi con superproblemi" - mostrando l'effetto che l'essere di fatto superuomini può avere su tre adolescenti diversi tra loro, legati proprio dal potere acquisito da un'amicizia tanto stretta quanto potenzialmente rischiosa.
Interessante, in questo senso, vedere la nuova condizione dei tre giovani influenzarli ribaltando di fatto quelli che sono i loro ruoli all'interno della spesso crudele società dell'high school portando Andrew ad una progressiva esplosione dovuta alla rabbia accumulata in anni di soprusi vissuti tra le mura domestiche e quelle della scuola, più forte anche della meraviglia per le abilità acquisite e della vicinanza di Matt e Steve, il primo più attento a contenere e responsabilizzare gli altri due ed il secondo stregato dall'aspetto ludico dei suoi poteri - tutti e tre gli interpreti, giusto per non farsi mancare nulla, funzionano e anche bene -.
Se, però, da un lato la sceneggiatura non brilla per originalità spiccata - fin dal principio abbiamo chiara l'escalation che minerà la solidità del gruppo - e specialmente nella seconda parte tende a perdersi almeno in parte e la regia spesso appare confusionaria - non tutti sono in grado di realizzare cose pregevoli con lo stile da mal di mare del mockumentary -, il comparto tecnico è davvero notevole, dalla messa in scena - il production designer, del resto, è Stephen Altman, figlio del grande Robert - agli effetti, assolutamente prodigiosi sia nella resa dei poteri dei ragazzi sia sulle conseguenze degli stessi rispetto all'ambiente circostante.
La cosa più interessante, però, è e resta la riflessione che l'intera pellicola stimola nello spettatore, quasi ci trovassimo di fronte ad una versione più matura - nonostante l'età dei protagonisti - e decisamente meno sguaiata e tamarra di Hancock, in cui personaggi con talenti ed abilità straordinarie trovano in loro stessi i nemici peggiori che potrebbero esistere, schiacciati dalla consapevolezza di essere arrivati - come riflette lo stesso Andrew - ad un nuovo stadio evolutivo.
Come se non bastasse, la sensazione di vuoto di cui si parla dai tempi della famigerata generazione x pare trovare terreno fertile in questi figli del nuovo millennio soffocati dal concetto di reality e da social network sempre più "in presa diretta", senza avere un indirizzo preciso sul quale puntare le proprie giocate, se non la fuga - il filo conduttore del viaggio fino ai confini del mondo da loro conosciuto, il Tibet, in cui monaci imparano a governare se stessi grazie alla meditazione e alla ricerca della pace interiore -.
Niente di nuovo sotto il sole, eppure un niente di nuovo che ribolle energia e voglia di spaccare tutto, quasi il regista volesse ricordarci quello che si prova quando ci si affaccia sulla vita da adulti - con tutti i suoi pro e contro - e si crede di poter controllare tutto: il fatto è che non esiste alcun potere in grado di permetterci di controllare davvero soprattutto noi stessi.
E Andrew, Matt e Steve, con i loro scherzi ed i loro voli a perdifiato, sono i primi a (non) saperlo.
Come tutti i ragazzi della loro età.


MrFord


"The faster we're falling,
we're stopping and stalling.
we're running in circles again
just as things were looking up
you said it wasn't good enough.
but still we're trying one more time."
Sum 41 - "In too deep" -


domenica 13 maggio 2012

Homecoming

Regia: Joe Dante
Origine: Usa
Anno: 2005
Durata: 58'



La trama (con parole mie):  David Murch, consulente del Presidente degli Stati Uniti ed esperto di campagne elettorali, nel corso di una trasmissione televisiva sfodera un accorato appello in difesa dei soldati caduti, esprimendo il desiderio di volerli vedere tornare. 
Quando è il Presidente, ispirato dal tema così ben trattato dal suo collaboratore, a riportare in un discorso per la campagna elettorale della rielezione lo stesso passaggio, i ragazzi morti sotto le armi cominciano ad uscire dalle loro bare chiedendo la possibilità, prima di abbandonare definitivamente questo mondo, di poter votare alle elezioni: il panico scatenato da questa anomala ondata di elettori finirà per portare Murch a prendere una decisione che potrebbe sancire il suo passaggio sul fronte opposto rispetto a quello del suo datore di lavoro e della scatenata e repubblicana fino al midollo amante Jane.




Devo dire di aver sempre voluto un gran bene a Joe Dante, fin dai tempi in cui ero soltanto un bambino e molta della sottile ironia che pervade le pellicole del regista del Jersey mi sfuggiva, nascosta ai miei occhi dagli effetti o dalle atmosfere di cult della mia infanzia come Salto nel buio o Gremlins.
Crescendo, ho imparato a conoscere ed apprezzare anche il piglio decisamente caricaturale dei suoi lavori - che associo ormai inesorabilmente al pur più cattivo Romero -, ed opere come The howling o Matinee sono divenute, nel corso degli anni, sempre più mitiche, acquistando valore invece di perderlo progressivamente.
Casualmente, mi sono imbattuto di recente in una recensione di Mereghetti che parlava entusiasticamente, invece, di questo film per la tv nato come episodio della serie Masters of horror che mi era sfuggito, così ho deciso di recuperarlo e rispolverare quelle atmosfere dal sapore seventies che nell'horror recente saturo di montaggi frenetici e citazioni a raffica si sono andate purtroppo perdendo, finendo per uscire dalla visione decisamente soddisfatto: in pieno periodo bushista, infatti, Dante fornisce la sua personale critica all'operato dell'ex Presidente regalando una piccola chicca al pubblico senza dover ricorrere a chissà quali espedienti da salto sulla sedia, solleticando invece l'inquietudine di una riflessione clamorosamente attuale e profondamente politica.
I suoi soldati zombies, invece che andarsene in giro a fare la gente a brandelli biascicando e sbavando senza ritegno, chiedono con una certa decisione che la loro posizione rispetto alle incombenti elezioni per la Presidenza sia presa in considerazione, chiudendo il cerchio del ritorno al mondo dei vivi una volta imbucata la scheda elettorale: un ritratto di questo tipo di spauracchio cinematografico assolutamente inedito e clamorosamente interessante, non privo di omaggi - il passaggio che vede, con la resurrezione dei morti dei conflitti più lontani nel tempo, anche il già citato George A. Romero e Jacques Tourneur - e virate di profondità notevole - il legame tra David Murch ed il defunto fratello, veterano del Vietnam -, ma soprattutto intelligente ed incisivo, soprattutto considerato il periodo in cui fu girato, quando ancora la speranza della rinascita by Obama - che poi, a ben guardare, non c'è stata - era un miraggio cui tutti i democratici dai grandi sogni anelavano senza ritegno.
In particolare assume uno spessore notevole l'escalation finale, evidente riferimento alle vicende che portarono alla vittoria del già citato Bush Jr. su Al Gore e alla manipolazione e al controllo del destino politico da parte di chi detiene il potere, in barba all'opinione di chi, almeno sulla carta, dovrebbe essere il vero detentore dello stesso: il popolo.
L'ironico e decisamente "politically uncorrect" finale - che riprende la scena d'apertura -, giocato sulla contrapposizione tra la compagna del protagonista Jane - che fa sembrare Schwarzenegger un democratico convinto, vegano e hippy - e gli zombies in cerca di vendetta per i voti rubati risulta davvero efficace, e fa rimpiangere a noi vecchi fan di Joe Dante che Homecoming fosse destinato a Masters of horror invece che al Cinema, togliendoci di fatto la possibilità di un lungometraggio vero e proprio che avrebbe potuto liberare la carica di irriverenza di questo autore in misura ancora maggiore.
Ma è inutile recriminare: il prodotto è decisamente riuscito, e tra qualche decennio gli appassionati di horror - e non solo - potranno ripescarlo come un ritratto insolito di un'epoca spesso sottosopra come la nostra.


MrFord


"Vote or die muthafucka, muthafucka vote or die
rock the vote or else I'm gonna stick a knife through your eye
democracy is founded on one simple rule
get out there and vote or I will muthafuckin’ kill you."
da South Park - "Vote or die" -


  

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