lunedì 20 maggio 2013

Il grande Gatsby

Regia: Baz Luhrmann
Origine: Australia, USA
Anno: 2013
Durata:
142'




La trama (con parole mie): Nick Carraway, giovane di belle speranze del Midwest, giunge a New York, culla dei sogni, per coltivare le speranze di scrittore e riallacciare i rapporti con la cugina Daisy, sposata al milionario vecchio stampo Tom Buchanan. Il giovane finisce per trovare un lavoro a Wall Street ed incuriosire nientemeno che Jay Gatsby, nuovo ricco in testa ad un impero dalle dubbie origini che vive in un castello proprio accanto alla piccola abitazione di Nick, noto in tutta la città per le sue principesche feste alle quali chiunque, dalle star di Musica e Cinema ai politici, dai criminali alle ereditiere, desidera partecipare per perdersi nel cuore del suo mondo.
Quello che nessuno sa è che Jay Gatsby è un uomo solo, all'inseguimento di un desiderio che è anche una rivalsa rispetto ad una società che l'aveva rifiutato e costretto, in qualche modo, a pensare sempre e solo in grande.
Nick diverrà il suo confidente, e scoprirà la sostanza che è fuoco e motore di quello stesso desiderio, finendo per abbandonare New York, l'alcool, le feste e l'ipocrisia di un universo in cui tutto pare misurarsi con l'apparenza.




"E così, mentre noi eravamo tutti presi a cercare di scoprire cosa ci fosse di sporco dietro il successo di Gatsby, lui inseguiva un sogno più puro di quanto ognuno di noi fosse."
Recita più o meno così una delle frasi di Nick Carraway che definiscono Jay Gatsby, straordinario protagonista del mitico romanzo firmato da Francis Scott Fitzgerald portato in sala con magnifica ridondanza da Baz Luhrmann, che lasciatosi alle spalle il suo film meno riuscito - Australia, per la cronaca - è tornato a strabiliare il pubblico e ai fasti di Moulin rouge!, in barba alla tiepida critica che l'ha accolto a Cannes.
Senza dubbio la materia che ha originato quest'opera magnificente e tecnica, commovente e sentita, esplosiva e malinconica, è qualcosa che molti romanzieri potranno solo sognare di produrre in tutta la loro più o meno illustre carriera, eppure il regista australiano è riuscito nella non facile impresa di mettere il suo visionario talento per l'eccesso al servizio di una vicenda dal respiro classico, una delle storie d'amore e critiche alla società e all'Uomo moderno più intense e vibranti di sempre, trasformando la New York spumeggiante che precedette il crollo del ventinove in un melting pot all'interno del quale si mescolano jazz e Jay-Z, fumo e colori, spirito da esploratori e salotti da film in costume, riuscendo a tirare fuori il meglio da un cast praticamente perfetto, all'interno del quale non sfigura neppure Joel Edgerton, uno dei cani maledetti più sconcertanti che il Cinema americano possa offrire. Da Isla Fisher a Toby Maguire - forse il vero anello debole della catena, se di debolezze possiamo parlare, per un'opera come questa -, da Carey Mulligan - perfetta per interpretare la vuota, pessima, frigidissima Daisy - ad un clamoroso Leonardo Di Caprio, che sfodera un fascino in grado di trasformare le spettatrici in sala in quattordicenni neanche ci trovassimo ai tempi d'oro di Titanic e porta in scena un protagonista che trasforma Il grande Gatsby in una versione al maschile del già citato Moulin rouge! con la sua Satin.
Come se non bastasse, negli eccessi e nella solitudine di questo personaggio larger than life, nella purezza del suo sogno, nei misteri che circondano la sua inesorabile ascesa, troviamo riferimenti che vanno dall'Howard Hughes che lo stesso Di Caprio interpretò nello splendido e troppo sottovalutato The aviator scorsesiano al Kane di Quarto potere, oltre ad una versione positiva del Calvin di Django unchained, potentissima ultima fatica tarantiniana che aveva visto brillare il buon Leo come ormai siamo abituati a vedere.
Ad ogni modo, si potrebbero davvero scrivere molte cose, di un film come Il grande Gatsby: si potrebbe discutere della messa in scena fastosa e festosa della prima parte contrapposta al decadente oblìo autunnale della seconda, del ritmo vorticoso che quasi non permette di percepire le due ore e un quarto suonate conclusive, della colonna sonora come sempre curata nei minimi dettagli, della fotografia patinatissima e perfetta, delle influenze letterarie e cinematografiche dietro a sequenze che sono veri e propri gioiellini come il the pomeridiano a casa di Carraway che permette l'incontro a distanza di anni di Gatsby e Daisy - un omaggio perfetto alla screwball comedy dei tempi d'oro di Howard Hawks, per intenderci -, del crescendo che porta a quella fatidica telefonata a bordo piscina e della luce verde che è la Rosebud di Jay Gatsby, milionario per attitudine, ambizione ed aspirazioni prima che per denaro.
Ma non è quello che ho intenzione di fare ora.
Quello che voglio è chiudere gli occhi e lasciarmi travolgere dal ricordo struggente di una visione tra le più emozionanti dell'anno - l'ultimo film uscito in sala ad avermi colpito in questo modo è stato Noi siamo infinito, pur narrando di epoche della vita decisamente differenti -, sulla grandezza schiacciante del sogno di Gatsby e la sua impotenza di fronte ad un Idea in grado di soverchiare completamente la Realtà, anche quando la stessa è modellata da qualcuno con il Potere ed il denaro che soltanto nei sogni da mille e una notte si potrebbe pensare di avere: voglio sentire sulla pelle il brivido di una corsa in macchina attraverso le strade di una città che pare essere il centro del mondo, la rabbia montare di fronte a chi giudica e prende posizione e continua a pensare di essere superiore per diritto di nascita - altro passaggio straordinario, quello del confronto tra Gatsby e Buchanan rispetto all'amore di Daisy -, sogni in bianco o nero perdersi in un presente inesorabilmente grigio, che non prevede buoni o cattivi, non giudica e al massimo osserva, come gli occhi di un dio che pare essere in prima fila per uno spettacolo travolgente e magico, proprio come il Cinema.
Voglio camminare a passi decisi lungo quel pontile ed osservare la luce verde fendere la nebbia ed arrivare nel cuore di ogni festa sfarzosa e sopra le righe, nel luogo in cui esistono solo silenzio e malinconia, solitudine ed il mare in tempesta di quello che vorremmo essere intento ad infrangersi sugli scogli di quello che siamo destinati ad essere.
Un tempo mi sarei perso nella visione di questo film immaginando di essere Carraway, l'aspirante scrittore che, di fronte a quella che sarà la "grande" materia della sua opera e della sua vita, scopre un passo dopo l'altro se stesso, dall'apice al declino, dai colori all'oscurità, dal sole e dal mare fino alla neve dell'inverno.
Ora guardo avanti e vedo la mia luce verde, e sento il formicolio che lungo la schiena sale per finire dritto al cuore, come un proiettile: Gatsby.
Chi è veramente Gatsby?
E' un milionario? Un esploratore? Un soldato? L'assassino del Kaiser? Un reduce? Un ragazzino di umili origini divenuto un nuovo ricco con mezzi non sempre leciti? Un amico? Un sognatore?
Un prigioniero dei sogni? La vittima di un'idea?
Una barca che rema controcorrente, risospinta senza sosta nel passato?
Ci sono tante domande, ipotesi, voci e dicerie, a proposito di Gatsby.
Per me esiste una sola risposta: Gatsby è grande.
Come questo film.


MrFord


"In all my dreams
it's never quite as it seems
never quite as it seems
I know I've felt like this before
but now I'm feeling it even more
because it came from you."
The Cranberries - "Dreams" - 


domenica 19 maggio 2013

Il re scorpione

Regia: Chuck Russell
Origine: USA
Anno: 2002
Durata:
92'




La trama (con parole mie): Mathayus, guerriero specializzato nell'arte dell'uccisione, viene assoldato dalle tribù rimaste libere dal giogo di Memnone per assassinare l'indovina che siede accanto al sovrano aiutandolo con le sue profezie a vincere ogni battaglia.
Quando, però, un traditore all'interno della cerchia dei capi clan costerà il fallimento del piano e la morte del fratello dello stesso Mathayus, quest'ultimo farà in modo di costruire da solo il suo destino portando con lui oltre le mura di Gomorra, capitale dell'impero di Memnone, la donna chiave delle vittorie del despota, per organizzare una resistenza e sferrare l'attacco finale incurante di tutti i rischi che comporta.
E anche quando le probabilità saranno tutte contro i nostri, il condottiero perseguirà il suo motto, "vivi libero e muori da eroe".
Solo che non morirà, ovviamente, e per Memnone ed i suoi saranno cazzi amarissimi.
Ma dovevano saperlo, indovina a parte: non ci si mette contro The Rock.





Ai tempi dell'uscita in sala de Il re scorpione attraversavo una delle fasi più raccapriccianti di radicalchicchismo acuto della mia carriera di spettatore, tanto da rimanere inorridito all'idea di concedere anche una mezza visione ad una baracconata venuta da una costola de La mummia - altro film che detestai ai tempi - e diretta da un regista semisconosciuto il cui nome pare un cocktail tra Chuck Norris e Kurt Russell quando potevo affrontare l'ennesima maratona di titoli russi o vietnamiti che definire di nicchia sarebbe stato come etichettarli i più commerciali tra i blockbuster.
Fortunatamente, con gli anni, mi sono ripreso da quel terribile momento, e grazie ad un recente suggerimento di Vincent ho recuperato questo divertentissimo cult del trash tamarro prodotto nientemeno che da Vince McMahon in persona - per chi non lo sapesse, il patron della World Wrestling Entertainment - ed interpretato da una delle star più amate della storia del wrestling stesso, ormai conosciuto anche dagli aficionados degli action movie, The Rock, ai tempi in piena rampa di lancio nella sua carriera come attore nonchè nome di primo piano della federazione - fu proprio a causa degli impegni cinematografici che il buon Dwayne Johnson abbandonò il ring proprio in quel periodo per tornare a calcarlo in pompa magna, seppur part time, negli ultimi due anni -.
Costruito come una sorta di giostra da strizzata d'occhio al mondo dei videogiochi, condito da botte da orbi praticamente dall'inizio alla fine e neppure per un secondo privo di una profonda autoironia, Il re scorpione è entrato fin dalle prime sequenze tra i cult tamarri del Saloon figli degli anni zero, una sorta di versione all'ammeregana dei vecchi film con Bud Spencer e Terence Hill che tanto mi facevano impazzire da bambino, prima che divenissi esterofilo e mi dedicassi alle perle dei vari Van Damme, Stallone e Schwarzenegger.
La trama risibile, gli effetti dozzinali ed una realizzazione certo non esemplare - della recitazione non parliamo neppure - scompaiono di fronte a momenti esilaranti durante e tra una scattottata e l'altra, con il nostro pompatissimo protagonista sempre pronto a sollevare il suo noto sopracciglio - altro momento cult per ogni fan dello sport entertainment - e a regalare frasi indimenticabili come il motto "vivi libero e muori da eroe", che poteva essere superato solo dall'eccezionale catchphrase che il Nostro ha da sempre adottato sul quadrato, "if you smell what the Rock is cooking".
Dunque, cari avventori del Saloon, se non avete mai dato una chance a questa baracconata e vi trovate in una serata di astinenza da Expendables, buttatevi a capofitto nella sarabanda d'imprese che porteranno il più che barbaro Mathayus a divenire il leggentario Re Scorpione della profezia prendendosi il tempo, nel corso dei novanta minuti scarsi della pellicola, di destinare sonorissimi calci in culo tutti i nemici pronti ad incrociarne il cammino, dall'ultimo degli sgherri all'apparentemente invincibile sovrano Memnone, che come ogni cattivo che si rispetti in questo genere di titolo dovrebbe essere ben conscio dei rischi che si corrono ad incrociare il cammino dell'eroe, ancor più se si parla di The Rock.


MrFord


"I'm not afraid of fading
I stand alone
feeling your sting down inside me
I'm not dying for it
I stand alone
everything that I believe is fading."
Godsmack - "I stand alone" -



sabato 18 maggio 2013

Marrakech express

Regia: Gabriele Salvatores
Origine:
Italia
Anno: 1989
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Teresa, una ragazza spagnola, arriva a Milano per incontrare gli amici del suo uomo Rudy, inseparabili fino a dieci anni prima ed ormai praticamente degli sconosciuti. Proprio Rudy, in prigione in Marocco, ha bisogno di una cauzione di trenta milioni in modo da poter tornare in libertà: Marco, Ponchia e Paolino, ritrovatisi a loro volta, decideranno di mettere insieme il denaro e partire per Marrakech in compagnia di Teresa, per assicurarsi che i loro soldi non vadano perduti.
Nel corso del viaggio, alla frontiera con la Francia, recupereranno anche Cedro, altro elemento del loro vecchio gruppo, prima di muoversi toccando Saint Tropez, Barcellona ed il continente africano.
I giorni passati insieme risveglieranno l'affetto all'interno del gruppo ed apriranno le porte ad un nuovo inizio per la loro amicizia: ma le sorprese, una volta giunti a destinazione, non saranno finite.





Pochi film si sono guadagnati sul campo il titolo di cult pur partendo da premesse di totale ed inesorabile panasalamismo quanto Marrakech Express, che in una certa misura ancor più di Mediterraneo ha rappresentato un punto di svolta per la carriera di Gabriele Salvatores, influenzando ben più di una generazione di spettatori ed aspiranti attori e registi: personalmente, affrontai per la prima volta il viaggio di Ponchia, Marco, Paolino e Cedro dalla nebbiosa Milano di fine anni ottanta - terrificante l'immagine del ponte della Ghisolfa, luogo in cui venne girata anche una delle parti più importanti di Rocco e i suoi fratelli, com'era ai tempi - al cuore della calda Marrakech, allora considerata probabilmente alla stregua di una meta esotica, dopo aver già visto e rivisto almeno una decina di volte l'epopea dei soldati esuli in Grecia che portò l'Oscar al clan dello stesso Salvatores, eppure questo non rese l'esperienza in qualche modo riduttiva - in fondo, soprattutto a livello cinematografico e recitativo, tra le due pellicole non c'è paragone -, e al contrario mi permise di avere un quadro più completo della mitologia alla base dei primi lavori del regista milanese - compreso Turnè, che con Marrakech Express e Mediterraneo compone una sorta di quasi trilogia - fatta di viaggi ed amicizie nate o da recuperare, storie d'amore, malinconia e ricordi.
Oggi, all'ennesimo passaggio sugli schermi di casa Ford, il racconto del viaggio di Ponchia e soci si rivela come una raccolta alla mano, sincera ed onesta di una serie di perle da risata sguaiata venata di quello struggimento da fine delle vacanze che pervade tutte le pellicole di questo genere, nell'ottica del viaggio che, con i suoi momenti magici e le difficoltà, prima o poi giunge alla sua naturale conclusione lasciando quel piacevole vuoto da occhio lucido cui nessuno riesce davvero a resistere - almeno nessuno che porti nel cuore la passione per la scoperta e l'esplorazione, l'esperienza ed il movimento -.
E dalle milanesate di Ponchia/Abatantuono con il suo inglese, francese o spagnolo maccheronici ed il mal di denti alla storica partita di calcio tra Italia e Marocco - ripresa ed omaggiata anche da Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba -, dal rapporto tra Paolino e Cedro al fermo alla frontiera tra Spagna e Marocco con la scimmia anti-hashish fino alla biciclettata nel deserto e a quel "Chi sei, Lawrence d'Arabia!?" tutto funziona, e si perdonano sia i sentimentalismi che gli eccessi di naturalezza, riscoprendo anche una certa carica emotiva di sequenze come quella della partita di calcio già citata o del finale con la trivella.
Certo, siamo ben lontani dalla perfezione, ed il look e l'approccio spesso e volentieri artigianali si notano, eppure il risultato è confortante e piacevole come quelle serate che si possono passare solo con gli amici più stretti, con le battute sparate praticamente a memoria - come i passaggi sul campo di calcio di una squadra abituata a giocare insieme - e l'impressione che ci sia sempre qualcuno pronto a coprirti le spalle - così come a renderti la vittima di qualche "zingarata" -, la colonna sonora tra Santana e Dalla è praticamente perfetta ed il cast mostra tutta l'empatia che probabilmente era presente anche fuori dal set.
Dunque, nel pieno rispetto di quella che è la tradizione del Saloon, non posso che continuare ad amare Marrakech Express, con le sue imperfezioni e la sua sincerità, la voglia di viaggiare e ricominciare, lasciare alle spalle il grigio per buttarsi nel sole: e se per questo si dovrà passare lungo la Rambla sognando una notte d'amore con una caliente bellezza locale e finendo per rubare in un market aperto ventiquattr'ore, allora ben venga anche questo.
Fa tutto parte del bello del viaggio.


MrFord


"Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va."
Lucio Dalla - "L'anno che verrà" -


venerdì 17 maggio 2013

Fordino Unchained Vol. 3

La trama (con parole mie): oggi il Fordino compie quattro mesi. Il 17 gennaio scorso, dopo una giornata pressochè infinita, quel piccoletto di quasi tre chili comparve nella vita degli occupanti del Saloon prendendone immediatamente possesso.
Ora i chili sono sei, le espressioni non si contano e si scopre già in lui il desiderio di stare in piedi sulle gambe e biascicare quella gamma di suoni che, una sbavata dopo l'altra, diventeranno parole: approfittando del regalo che, complice Julez, arrivò per la Festa del Papà, abbiamo trasformato una mattinata insieme in un ponte tra il passato ed il futuro, la mia e la sua parte sportiva, momenti che vanno oltre anche alle corse, agli impegni e alle stanchezze che si accumulano giorno per giorno.







Nonostante spesso, in passato come ora, non abbia esitato a definirmi una persona assolutamente caotica, chi mi conosce bene sa quanto sia legato a personali riti - quotidiani e non -, dagli allenamenti la mattina - presto o tardi che sia - al film con il - o i - cocktail della sera: probabilmente ognuno di noi ha quei luoghi in cui sa di poter tornare sempre, o in cui rifugiarsi, all'interno dei quali si sente al sicuro, protetto da tutto e da tutti.
L'arrivo del Fordino, ovviamente e positivamente, ha scardinato molti di questi stessi riti, che ora vivono un'esistenza decisamente più clandestina che assume, a volte, le dimensioni di quelle "fughe" di cui ci si rende protagonisti da adolescenti, e che ora vedono nei ruoli di main charachters Julez ed il sottoscritto, pronti ad approfittare della nanna del piccolo per un pò di sana pratica da letto o semplicemente per dedicarci l'una ad un bagno più o meno rilassante e l'altro alla scrittura di tutti i post lasciati indietro per scelta o necessità.
A volte, però, nel traffico non sempre gestibile dei giorni che si susseguono come un'avventura decisamente unica ed assolutamente totalizzante, capita di essere travolti da momenti magici, che nessuno che non si ritrovi nell'occhio di questo ciclone potrà davvero comprendere fino in fondo - e non lo scrivo per menarmela neanche questo fosse il più radical dei blog ad argomento genitori e figli -: non avevo ancora archiviato, infatti, la prima esperienza in piscina fatta con il Fordino qualche giorno fa, quand'ecco che una mattina di riposo per la signora Ford ed il suddetto Fordino in piena agitazione bambinesca hanno prodotto un paio d'ore in cui, dopo aver inutilmente tentato di mettere mano alla tastiera con lui in braccio - e chissà che non potesse aiutarmi ad avere qualche illuminazione per una o l'altra recensione -, si è finiti spalmati sul divano a visionare il dvd di Hulk Hogan's All time champ, cartone animato profondamente anni ottanta prodotto ai tempi dell'apice del successo dell'Hulkster, padre di tutti i John Cena di tutte le generazioni, scovato da Julez in un cestone di offerte e parte del primo regalo ricevuto dal sottoscritto in quanto neo-papà.
Tralasciando sulla qualità cinematografica del prodotto - davvero bassissima, e proprio per questo a suo modo divertente ed irresistibile -, pensare ai primi tuffi di mio figlio e alla tensione nel tenerlo in equilibrio nell'acqua seduto sulle mie mani - in tutti questi anni di pesi, non ho mai avuto tanta cervicale e dolore ai tendini dei polsi come in questi quattro mesi di cambi di pannolini, passeggiate calmanti per la casa, aerei simulati ed evoluzioni che trovano nel sorriso del bambino qualcosa che va oltre qualsiasi acciacco fisico - ed al fatto che per la prima volta si è guardato - per così dire - il wrestling come io lo vedevo, ormai quasi trent'anni fa, con mio nonno - lo stesso che mi trasmise la passione per il western -, è stato un brivido di quelli che spero di provare ancora ogni volta che potrò condividere una qualche esperienza con lui, consigliargli un disco o un film, raccontare di quando era così piccolo che potevo anche tenerlo sopra di me fino a sentire la sua testa abbandonarsi tra il petto ed il braccio, con il ciuccio a vibrare quasi impercettibile al ritmo del respiro.
Quattro mesi sono una bella età, anche se non ce la si ricorderà se non attraverso le parole dei propri vecchi, e rappresentano un momento in cui quel luogo in cui si si sente al sicuro, protetti da tutto e da tutti è dato dal fatto che ci sono due genitori per i quali dedicarsi a queste piccole, mitiche, sbavanti, inesauribili personcine diventa quello stesso luogo sicuro che hanno inseguito ed inseguiranno probabilmente ancora attraverso le loro passioni per tutta una vita.
Forse è per questo che ci si dimentica dei primi mesi a spasso nel mondo: perchè in questo modo, quando toccherà a noi essere dall'altra parte, ci si potrà gustare tutta quella incasinata meraviglia come se fosse la prima volta.
Fantastici Quattro, AleLeo. Ed il bello è che siamo solo all'inizio.



MrFord




"Ch-ch-ch-ch-Changes
turn and face the strange
(ch-ch-Changes)
don't want to be a richer man
ch-ch-ch-ch-Changes
turn and face the strange
(ch-ch-Changes)
just gonna have to be a different man
time may change me
but I can't trace time."
David Bowie - "Changes" -


giovedì 16 maggio 2013

Thursday's child

La trama (con parole mie): settimana davvero curiosa, quella che attende noi tutti poveri spettatori, con una potenzialmente grande uscita contornata da ripescaggi o pseudo tali di titoli che non dovrebbero neppure essere distribuiti a casa dei distributori in modo da punirli per le loro malefatte.
Evidentemente il trend positivo che aveva aperto il duemilatredici è ormai un ricordo lontano, e sia io che il mio sempre sgradevole antagonista Cannibal Kid dovremo riporre ogni speranza nell'imminente Festival di Cannes per poter finalmente portare a casa qualcosa di decente a proposito del quale litigare come si deve. 

"Alla salute, Ford! Mi sono liberato di quel pusillanime del piccolo Canny!"
Il grande Gatsby di Baz Luhrmann
 


Il consiglio di Cannibal: il grande Canny
Finalmente una grande uscita. Ci voleva il grande Gatsby, oltre che l’inizio del Festival di Cannes?
O forse ci voleva che finisse la Festa del Cinema, così quei volponi dei distributori italiani hanno fatto pagare l’ingresso scontato quando non c’erano film interessanti da vedere, e ora che ne arriva uno guarda caso gli sconti finiscono… Bravi, siete più astuti di Ford!
Il grande Gatsby di certo suscita una grande curiosità per il grande cast, per la grande colonna sonora, per i grandi trailer, per la grande attesa montata alla grande dal grande marketing della grande pellicola, ma anche perché è tratto da un grande classico della grande letteratura americana e perché questa nuova trasposizione è firmata dal grande Baz Luhrmann.
Detto questo, resta pur sempre una grande incognita. Riuscirà Luhrmann a tornare ai livelli dei suoi due grandi capolavori pop Romeo + Giulietta e Moulin Rouge!, o ci proporrà una nuova grande lagna come Australia?
La grande risposta ve la daranno prossimamente i vostri grandi occhi, ma anche il grande Cannibal e il piccolo Ford.
Il consiglio di Ford: il grande Fordsby
Baz Luhrmann è uno dei pochi registi in grado di mettere d'accordo i due antagonisti per antonomasia della blogosfera nel bene - Moulin rouge! - così come nel male - Australia -.
L'attesa per questo superkolossal tratto da uno dei più grandi cult della letteratura a stelle e strisce è senza dubbio fervente, nonchè un buon viatico per il Festival di Cannes, che quest'anno prevede veri e propri fuochi d'artificio.
La speranza del grande Fordsby e del piccolo campagnolo Kid è che il buon Baz metta a frutto tutto il suo talento e consegni al pubblico un film degno di restare nella memoria perlomeno della stagione.
Pensieri Cannibali, al contrario, lo consegneremo felicemente all'obio.

"Pronto, Ford!? Purtroppo qualcosa è andato storto: il Cannibale è ancora in giro!"
AmeriQua di Marco Bellone, Giovanni Consonni


Il consiglio di Cannibal: AmeriVaCagà
Ma ancora???
Ne avevamo già parlato alcune settimane fa, ora come una cena mal cucinata da un MasterFordChef si ripropone. Evidentemente avevano deciso di non farlo uscire, forse perché si erano accorti che non potevano distribuire sul serio nei cinema un film con la Mastronardi, ma adesso finalmente (?) sta per arrivare.
AmeriQuiQuoQua, ma va a cagà!
Attento Ford, che tra qualche settimana ce lo ripropongono di nuovo…
Il consiglio di Ford: AmeriAgain? No, thanks.
Cari Bellone e Consonni, vostro film mi sta molto diludendo.
Era già usciti in sali e poi no just because it's a shit, e voi mi proponeti again this mapazzone, come dice mio collega Barbieri.
Questa roba se la vedono i miei gatti vengono a casa vostra e dopo essersi rifatti unghie su tutti i divani vi cagano nel letto: ma cosa vi è successo da piccoli!? Vostri genitori vi hanno venduti a famiglia Goi che vi ha costretti a stari in cameretta con piccolo pazzoide Marco!?

"Marco, mi hai molto diludendo. Togliti il grembiule: sei fuori dalla cucina di MasterFordChef!"
A Lady in Paris di Ilmar Raag


Il consiglio di Cannibal: Ford, a lady in Lody
Andare a vedere A Lady in Paris di tale Ilmar Raag o Il grande Gatsby di Baz Luhrmann?
Eeeh, che dilemma atroce ci presenta di fronte la distribuzione italiana questa settimana. Una scelta combattuta come dover decidere se visitare lo scintillante, scoppiente, frizzante, sempre divertente e coloratissimo Pensieri Cannibali, o il triste, stantio, lugubre, sempre deprimente e tetro WhiteRussian?
Il consiglio di Ford: a lady in Casale, Katniss Kid.
Onestamente il film del buon Raag - che ha un nome da esploratore estremo o serial killer impossibile da catturare - mi attira ben poco, e penso che in questa settimana di poche uscite concentrerò la mia attenzione su Gatsby, piuttosto che rischiarmela con proposte che non consiglierei neppure al mio peggior nemico.
O forse sì, considerato che a Cannibale potrebbe addirittura piacere.

"Che bello! Finalmente possiamo raggiungere il nostro amico Ford al pensionato!"
Beket di David Manuli


Il consiglio di Cannibal: Beket, come back da dove arrivi
Vogliamo far mancare per una settimana a Ford un oscuro film italiano realizzato nel 2008 e che approda nelle sale solo ora?
Che poi non era già uscito pure questo, così come quella cagata di AmeriQua? Bah. Fatto sta che questo film puzza talmente tanto di radicalchicchismo poco chic che persino a un radical-chic troppo chic come me fa proprio schif.
Ford che fa tanto quello tutto arti marziali e film coi supereroi ah yeah, state invece a vedere che tra qualche tempo ce lo spaccerà come la salvezza del cinema italiano. Perché Ford, e diciamolo, per quanto lo neghi è in realtà il vero re dei radical-chic. O se non altro dei radical-schif ahahah. (ok, questa battuta non faceva ridere, ma anche Ford mette sempre l’ahahah dopo le sue battute che non fanno mai ridere ahahah)
Il consiglio di Ford: aspettando Godot? No, il Cinema.
Ho come l'impressione che questa settimana i simpatici distributori italiani abbiano deciso di prenderci per il culo sparando in sala per la seconda - se non la terza o la quarta - volta proposte nostrane di interesse e valore di molto sotto lo zero, come AmeriQua e questa roba qua.
Titoli talmente agghiaccianti che perfino quello snob preda dell'ego di Cannibal Kid finirà per snobbare, preferendo vedere in gran segreto qualche bell'action con Sly o Schwarzy intenti a spaccare il faccino di qualche fighetto come lui.

Sconfiggere il Cannibale in una Blog War è come segnare a porta vuota.


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