domenica 1 maggio 2016

Il solista

Regia: Joe Wright
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2009
Durata: 117'








La trama (con parole mie): Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times specializzato in storie di strada, si imbatte per caso nell'homeless Nathaniel Ayers, che si rivela essere un talentuoso musicista che decenni prima abbandonò la prestigiosa Julliard di New York a seguito di un crollo psicotico. Fiutato il grande servizio e dunque coinvolto in una sempre più stretta, combattuta e sincera amicizia, il reporter si lega inesorabilmente al musicista, finendo per conquistare i lettori e trovandosi di fronte ad una delle sfide professionali e soprattutto umane più toste della sua vita: guadagnare, infatti, la fiducia di una personalità fragile come quella di Ayers risulterà essere più difficile che conquistare premi assegnati per servizi ed inchieste.
Riuscirà il giornalista a scindere i due lati della vicenda, o rimarrà schiacciato dalla personalità traboccante del suo nuovo amico?












Ho sempre trovato, malgrado la diversità di tematiche e generi rispetto a quello che è lo "standard fordiano" Joe Wright un tipo tosto, pronto perfino a regare un piccolo cult al Saloon grazie allo splendido Espiazione, forse uno dei film romantici più apprezzati da queste parti negli ultimi anni.
Proprio a seguito della pellicola appena citata, il regista anglosassone sbarcò dalle parti di quella Hollywood tanto brava a fabbricare sogni quanto ad affossare promettenti registi provenienti dall'altra parte dell'oceano - ricordo l'esempio clamoroso di Von Donnersmarck, passato dal Capolavoro Le vite degli altri alla merda mortale The tourist prima di scomparire nel nulla -: malgrado, ai tempi, fossi molto curioso di scoprire cosa avrebbe potuto combinare il buon Joe avendo a disposizione un setting diverso e due attori sicuramente interessanti come Robert Downey Jr e Jamie Foxx, Il solista rimase una sorta di desiderio inespresso, quasi ci fosse qualcosa pronto a puzzare come una calza sudata dimenticata sotto il letto.
La prossima volta dovrò segnare a caratteri cubitali di dare retta al mio istinto senza dover necessariamente fronteggiare una realtà amara.
Il solista, infatti, non solo è indubbiamente il lavoro meno convincente e più "americanamente" convenzionale di Wright, ma anche un ibrido retorico e poco ispirato di pellicole irritanti come La ricerca della felicità ed altre decisamente più interessanti come Shine: la storia del musicista homeless Nathaniel Ayers, ispirata ad una storia vera, è infatti portata sullo schermo come la consueta favola urbana dall'allerta buonismo tipica della parte peggiore della settima arte a stelle e strisce, viziata da una sceneggiatura che pare completamente slegata dalla regia - e pesa come un macigno la parte in pieno stile 2001 che Wright si concede per far sperimentare al pubblico il rapporto con la musica di Ayers -, dal gigioneggiamento eccessivo dei due protagonisti - si tratta, senza dubbio, della pellicola in cui ho sopportato meno Downey Jr degli ultimi anni, nonostante l'Iron Man di noi tutti al sottoscritto stia parecchio simpatico - e da un piglio cui manca il carattere del film d'autore così come la zampata strappalacrime del grande titolo "di cassetta".
Non che mi aspettassi di incontrare un film in grado di ribaltare la mia vita di spettatore, specie nei giorni seguiti alla nascita della Fordina, ma sinceramente, anche rispetto ai dubbi nutriti ai tempi dell'uscita, pensavo che l'autore del già citato Espiazione potesse realizzare qualcosa di molto più originale e convincente, piuttosto che l'ennesima parabola di riscatto sociale misto a rivincita dell'outsider figlia del peggior qualunquismo dei nostri cugini oltreoceano: il dispiacere più grande, in questi casi, per un wannabe USA come il sottoscritto, è legato al fatto che i detrattori della Land of the free finiscono per andare a nozze con proposte come questa, pronte ad alimentare il sacro fuoco dell'ostilità verso le stelle e strisce.
Curioso, comunque, che in casi come questo - o quelli de La ricerca della felicità o The tourist -, il regista finisca sempre per essere un europeo, quasi la questione sulla responsabilità di questo tipo di fallimenti fosse da palleggiare tra la visione degli USA che pensiamo di avere in Europa e la mano pesante della produzione rispetto alla realizzazione di un film "all'americana" per mano di un figlio del Vecchio Continente: sinceramente, non so quante responsabilità potesse avere Joe Wright rispetto a quello che, senza dubbio, è stato un esperimento fallito, ma senza dubbio i successivi - seppur più che discreti - Hanna e Anna Karenina e l'ultimo - ed evitato accuratamente - Pan non remano troppo a suo favore.
Resta, dunque, una storia di amicizia, cronaca ed attualità che, probabilmente, se approcciata diversamente, ed affidata a mani diverse - non migliori o peggiori, semplicemente più abituate a raccontare un certo tipo di realtà urbana, e mi vengono in mente al volo il giovane e promettente regista di Fruitvale Station e Creed, o il primo Spike Lee ancora lontano dai recenti deliri -, avrebbe potuto ribaltare parecchie regole, invece di seguirle nel peggiore e più banale dei modi.





MrFord





"So forget this cruel world
where I belong
I'll just sit and wait
and sing my song.
and if one day you should see me in the crowd
lend a hand and lift me
to your place in the cloud."
Nick Drake - "Cello song" - 





sabato 30 aprile 2016

Anvil - La storia degli Anvil

Regia: Sacha Gervasi
Origine: Canada
Anno: 2008
Durata: 80'







La trama (con parole mie): a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, gli Anvil, formazione canadese tra le più influenti dell'heavy metal mondiale, riconosciuta da gruppi come Metallica, Anthrax, Guns and Roses, sparisce di fatto dai radar che contano centrando uno dei casi più clamorosi di insuccesso commerciale che il genere abbia mai conosciuto.
In realtà i due membri fondatori della band, amici d'infanzia e coppia praticamente inseparabile, Steve "Lips" Kudlow e Robb Reiner, cantante e chitarrista il primo e batterista il secondo, non hanno mai mollato i loro sogni ed il progetto di portare gli Anvil alla ribalta, hanno continuato a pubblicare dischi ed esibirsi per piccoli gruppi di appassionati e a lavorare come tutti i comuni mortali del pianeta, invece che dedicarsi a vite da rockstar dissolute.
Quando, nel duemilasei, un'improvvisata manager italiana li riporta in tour in Europa sperando di alimentare i sogni di Kudlow e Reiner e le cose non vanno come tutti loro avrebbero voluto, il tredicesimo disco degli Anvil diventa l'ultima scommessa, il treno atteso da una vita: ma l'occasione si presenterà, o si tradurrà nell'ennesima, amara delusione?













Ricordo bene l'effetto che ebbi guardando il finale di A proposito di Davis, firmato dai Fratelli Coen: un'amara consapevolezza filtrata attraverso l'antico adagio dell'uno su mille ce la fa che calza a pennello a qualsiasi campo artistico.
E che si tratti di un treno che passa una volta sola, del "trovarsi nel posto giusto al momento giusto" - come afferma il compianto Lemmy proprio in un estratto di questo documentario -, di talento o di un insieme di fattori che non potremo mai spiegare, è incalcolabile il numero degli aspiranti musicisti, scrittori, attori, registi, pittori e chi più ne ha, più ne metta, che popolano il mondo - e mi metto tranquillamente nel novero -: persone che ci hanno provato, e che, un giorno, si sono rese conto che il tempo era passato, e quello che era un sogno sfolgorante è diventato lo sfogo o il passatempo dei momenti liberi dal lavoro e dagli impegni del quotidiano.
Personalmente, da parecchio - ed in particolare dalla nascita del Fordino - vivo con filosofia questo destino, considerato che preferisco godere di quello che ho il più possibile piuttosto che rimuginare a proposito di quello che potrei avere, ed investire le energie nell'avere quello che posso raggiungere con le mie forze senza affidarmi a casualità assortite, ma a prescindere dal mio coinvolgimento nella visione del sorprendente lavoro di Sacha Gervasi - che, qualche anno dopo Anvil, portò in scena il più che discreto Hitchcock -, o dalla filosofia da outsider dai sogni artistici infranti, ho trovato questo documentario un eccezionale inno alla vita ed alla voglia di viverla, alla passione ed alla dedizione rispetto a se stessi dei suoi due protagonisti, Steve Kudlow e Robb Reiner, fondatori degli Anvil e pionieri dell'heavy metal classico, al centro di una vicenda che pare la versione "hard rock" di quella del leggendario Rodriguez di Searching for Sugar Man.
Osservare i due amici d'infanzia arrangiarsi con lavori certo non esaltanti, vivere il loro sogno grazie al sostegno di fan accaniti pronti a vederli dal vivo centinaia di volte in piccoli club dimenticati da dio, partecipare ad un Festival in Europa ed apparire esaltati come fan, più che come musicisti parte del carrozzone - bellissimi i siparietti con i Thin Lizzy, Toni Iommi o i Twisted Sister -, cadere e rialzarsi con le proprie forze contando esclusivamente sul loro legame e sulla loro musica è qualcosa di profondamente genuino e magico, in grado di tenere sveglia perfino Julez - che con il metal ha ben poco a che spartire - e riportare alla mente del sottoscritto Emiliano, che avrebbe letteralmente adorato un lavoro come questo - sempre che non l'avesse visto, considerata la sua cultura musicale e le sue radici ben piantate nell'heavy - e che quasi rivedo precipitarsi in camera mia e di mio fratello annunciando di aver scoperto una "perla" programmando un sabato sera con visione, alcool e rutto libero magari prima di dirigerci allo Zoe, nota discoteca rock milanese che fu la nostra seconda casa a cavallo del duemilasei per quasi un paio d'anni di weekend molto wild.
La vicenda degli Anvil e la loro lunga corsa verso la realizzazione di un sogno durato più di trent'anni è pura poesia a ritmo di riff aggressivi e ritmica serrata, una parabola quasi magica che ha il suo culmine proprio nei confronti tra due fratelli acquisiti e nei loro faccia a faccia più drammatici - da brividi il litigio e la riappacificazione nel corso delle sessioni di registrazione del tredicesimo disco in Inghilterra, con questi due uomini che paiono metallari fuori tempo massimo con le lacrime agli occhi a giurarsi bene eterno neanche fossero una vecchia coppia di sposi -, e che trova la sua ideale conclusione in un cerchio che si chiude così come tutto si era aperto, o si sarebbe dovuto aprire.
In fondo, la vita spesso non ci riserva quello che vorremmo, o che siamo pronti a sognare: eppure mi viene da pensare che Steve Kudlow e Robb Reiner il loro vero tesoro l'abbiano trovato in qualche misura solo per mezzo della Musica e del metal, e che sia da cercare in due famiglie che sono state sempre presenti per loro - e per le loro passioni -, e in loro stessi.
Esistono, sono esistite ed esisteranno, infatti, rockstar planetarie pronte a vivere e morire da sole.
Loro, invece, avranno sempre un fratello, un amico, un compagno. Nella buona e nella cattiva sorte.
Come le migliori coppie.
E questa è una cosa che nessuna chart mondiale potrà mai dare.





MrFord






"Metal on metal
ears start to bleed
cranking it up
fulfilling my need
metal on metal
shakin' the place
blows back your hair
caves in your face."
Anvil - "Metal on metal" -







venerdì 29 aprile 2016

Rock the kasbah

Regia: Barry Levinson
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 106'







La trama (con parole mie): Richie Lanz è un impresario e produttore discografico californiano che ha visto decisamente giorni migliori sia in termini personali che di carriera e successo, pronto ad offrire contratti ed estorcere denaro a casi umani disposti a tutto per una speranza nel mondo delle sette note.
Quando, per caso, ha l'occasione di partecipare ad un tour che prevede tappe in tutti i principali campi dei soldati americani di stanza in Afganisthan con la sua segretaria nonchè cantante di punta e la stessa fugge lasciandolo senza soldi e passaporto, per Richie ha inizio una vera e propria avventura che lo condurrà, tra prostitute in attesa di ritirarsi e trafficanti d'armi, ad un villaggio sperduto tra le montagne dove avrà l'occasione di far fruttare il suo fiuto di scopritore di potenziali artisti da classifica rispetto ad una ragazza educata secondo le più rigide tradizioni pashtur.
Riuscirà Lanz a dare un'occasione a se stesso ed alla sua nuova protetta, o tutto finirà nel peggiore dei modi?










Ho sempre adorato - ma non è certo un mistero - Bill Murray.
Fin dall'infanzia e da Ghostbusters, ho sempre sognato di potermi immedesimare - malgrado non si trattasse certo di un figo senza ritorno, in termini prettamente estetici - in quel guascone sciupafemmine dalla risposta sempre pronta, che rappresentava tutto quello che, da ragazzino, preda della mia timidezza senza controllo, non ero.
Sono passati gli anni, i film, le esperienze, mi sono avvicinato così tanto a quel tipo di comportamento da suscitare incredulità nelle persone che mi conoscono ora, quando mi dichiaro, per l'appunto, un "ex timido", ma è rimasto immutato l'affetto per un attore che ho sempre considerato come una zio matto, quello da prendere come modello di bad guy alla facciazza dei genitori che ho sempre pensato sarei diventato, e che ora che sono genitore, non riesco a non ammirare comunque.
Rock the kasbah è un film dell'ormai stanco Barry Levinson come ce ne sono mille altri, ritmato da una colonna sonora bella ma più che abusata - a parte la mitica Bawitaba di Kid Rock, che quasi regalava i quattro bicchieri a questo titolo, è la fiera del pur piacevole ma sempre troppo sfruttato Cat Stevens -, implausibile nella scrittura ed all'interno del quale Bill Murray fa il Bill Murray, dunque con tutti i limiti possibili ed immaginabili, eppure ho finito per godermelo dal primo all'ultimo minuto senza ritegno e particolari pretese.
L'odissea professionale, musicale ed umana di Richie Lanz, produttore discografico più simile ad un truffatore che ad uno scopritore di talenti, in un Afganisthan in bilico tra tensioni culturali, esercito statunitense, mercenari, trafficanti e signori della guerra, impreziosita dalle sempre gradite presenze di Zooey Deschanel e Kate Hudson è una giostra divertente e piacevole quanto basta per una serata senza troppo impegno ma comunque in grado di non far staccare completamente i neuroni, che si tratti di amore per il rock o di attenzione rivolta alla condizione delle donne all'interno di determinate culture - la dedica conclusiva della pellicola resta una delle idee migliori della stessa -.
Per il resto, nulla di nuovo sotto il sole e soprattutto nulla che la realtà non spazzerebbe via a colpi di sogni spezzati: ma il bello delle sette note e della settima arte è proprio regalare al proprio pubblico un'illusione magica e confortevole come una bella sbronza felice da risata facile e sonno profondo, come se non ci fosse un domani.
Dovendo compiere una scelta, migliore forse la prima parte, più spiccatamente Murraycentrica e scanzonata della seconda, senza dubbio incentrata sulla parte più sentimentale e profonda, ma a conti fatti tutto scivola via discretamente bene, e poco importa se, in un modo o nell'altro, Rock the kasbah si confonderà nella memoria sparendo di fronte a titoli simili ma ben superiori come Broken flowers, perchè sarà come aver ascoltato quella hit anni settanta già nota e stranota che, comunque, si finisce per canticchiare come se fossimo ancora presi dalla prima cotta per il pezzo.
Se, a questo cocktail forse annacquato aggiungiamo poi una riflessione sulla necessità assoluta dell'emancipazione proprio grazie all'arte, condita con un pò di ironia e buoni sentimenti, allora abbiamo il drink di sicurezza perfetto per le serate naufragate, la sega della buonanotte, il bacio in fronte per un sonno di sogni goduriosi ed il più rock possibili.
Del resto, se non si guarda in faccia ad una realtà spesso troppo triste con un pò di ironia ed un sorriso beffardo, si rischia di diventare troppo cinici o troppo tristi: e Richie Lanz non è nessuno dei due.
Lui crede, e c'è.
Una specie di piccolo Drugo.
Un pò come Bill Murray, che in questo vestito calza come nel pigiama preferito.




MrFord




"Now over at the temple
oh! They really pack 'em in
the in crowd say it's cool
to dig this chanting thing
but as the wind changed direction
the temple band took five
the crowd caught a wiff
of that crazy Casbah jive."
The Clash - "Rock the casbah" -






giovedì 28 aprile 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): per una volta, nel corso di questa primavera decisamente scialba per quanto riguarda la settima arte, mi pare di trovarmi di fronte ad una settimana che, almeno in una certa misura, potrebbe regalare qualche soddisfazione.
Quello che, invece, continua a non regalarmene neanche per sbaglio è quello scellerato del mio acerrimo nemico nonchè co-conduttore di rubrica Cannibal Kid, che continua a tormentare i lettori di White Russian con le sue bislacche opinioni legate alla settima arte: uno sporco lavoro, quello di sopportarlo, ma qualcuno deve pur farlo.

"Penso proprio che gli scritti di Cannibal e Ford saranno i primi a venire bruciati dopo il mio ritorno."
La foresta dei sogni

"Così quello è Ford!? E' davvero mostruoso come diceva Cannibal!"
Cannibal dice: Nuovo film di Gus Van Sant con Matthew McConaughey e Naomi Watts. Sembrerebbe un film uscito dai miei sogni, gli stessi in cui quando digito su Google “WhiteRussian” mi escono solo le ricette per preparare il cocktail, e non dei presunti blog cinematografici. Eppure questa pellicola è passata piuttosto inosservata/criticata al Festival di Cannes dell'anno scorso e più che un lavoro da sogno, potrebbe rivelarsi un diludendo da incubo.
Ford dice: tipico film pronto ad alimentare aspettative enormi sulla carta ed altrettanto a fornire su un piatto d'argento la delusione.
Personalmente, spero che possa rivelarsi una gran bella visione, anche se i dubbi sono quasi più di quanti non ne nutra tutti i giorni rispetto alle recensioni di Cannibal Kid.



Lui è tornato

"Eddai, Adolf! Perfino Ford sa cos'è un mouse, ormai!"
Cannibal dice: Film su un cattivone del passato che si trova del tutto spaesato nel mondo del presente...
No, ma che avete capito?
Non sto parlando di James Ford, ma di Adolf Hitler!
Ford dice: un film che racconta il ritorno online del Cannibale dopo l'ennesimo weekend lungo. La storia di un blogger un tempo prolifico ed ormai radical figlio dei fine settimana bene passati al mare o in montagna.



The Dressmaker – Il diavolo è tornato

"Dovevo saperlo che per raggiungere casa Ford non avrei potuto prendere neppure un calesse!"
Cannibal dice: Abbiamo capito che il diavolo è tornato...
Ah, ma qui non si parla più di Hitler, bensì di un'affermata stilista interpretata da Kate Winslet che ritorna nel paesino australiano in cui è cresciuta?
Sembra una vicenda in grado di coniugare un personaggio radical-chic molto Cannibal style con un'ambientazione da bifolchi fordiani. Credo quindi che questo film potrebbe essere apprezzato sia su Pensieri Cannibali che su WhiteRussian, sebbene per motivi opposti.
Ford dice: titolo che potrebbe essere la sorpresa della settimana, accolto molto bene ed in grado, almeno sulla carta, di soddisfare sia i radical che i pane e salame. Sarà davvero così? Personalmente, considerata la carestia dell'ultimo periodo, spero bene.



10 Cloverfield Lane

"Quel mostro di Ford sta di nuovo cercando di abbattere casa nostra: ma per chi ci ha preso, per i Goi!?"
Cannibal dice: Il sequel/prequel/remake/spinoff/nonhocapitocosacazzoè di Cloverfield, una delle pellicole sci-fi più particolari degli ultimi anni. Non sarà ai livelli del primo, ma un'occhiata ci sta.
Ford dice: il primo Cloverfield era stato, a mio parere, una gran bella sorpresa. Questo qualsiasi cosa sia rispetto a Cloverfield non sarà certo ai livelli dell'originale, ma nonostante questo mi metta sulla stessa barca di Peppa Kid, penso che un'occhiata ci stia tutta.



Zeta

"Noi sì che siamo giovani, altro che quel vecchietto di Cannibal Kid!"
Cannibal dice: Film sulla scena hip-hop underground italiana, con protagonista Salvatore Esposito, il Genny di Gomorra – La serie, e con un sacco di rapper nostrani. Il pubblico sarà già pronto a massacrarlo, yo invece non vedo l'ora di vederlo e magari di combattere una nuova rap-battle contro lo scarsissimo James Ford, lo Sceminem della blogosfera.
Ford dice: la scena rap italiana spesso e volentieri mi delude, ma sono quasi curioso di affrontare la visione di questo Zeta. Se non altro per avere le basi per l'ennesima rap-battle che vincerei con Cannibal Creed.



La coppia dei campioni

"Coppia di coglioni! Certo che quel Ford è un comico più bravo di noi!" "Massimo, non ci voleva poi tanto!"
Cannibal dice: La coppia dei campioni siamo io e Ford, che cacchio vogliono Massimo Boldi (perché, esiste ancora?) e Max Tortora (ma chi è?)?.
Ford dice: più che una coppia di campioni, Boldi e Tortora paiono una coppia di coglioni. Meglio pensare ad una coppia decisamente meglio assortita come il sottoscritto ed il Cucciolo Eroico.



Infernet

Un film talmente importante, che più che la locandina non sono riuscito a trovare.
Cannibal dice: Infernet, il titolo del nuovo inquietante blog di James Ford.
Ford dice: Infernet, il titolo del nuovo inquietante blog di Cannibal Kid.



Benvenuti... ma non troppo

"Casa Goi? Ci manda Ford, ha detto che potevate ospitarci per un anno o due."
Cannibal dice: Benvenuto Ford qui su Pensieri Cannibali... ma non troppo. Anzi, per niente. Vattene subito via!
Quanto al film, una commedia francese giocata sul confronto tra ricchi e poveri, e non sto parlando del gruppo preferito dal vecchio Ford, credo che non si rivelerà troppo male.
Ford dice: il Cinema francese è sempre un'incognita, specie da quando ho scoperto la passione per lo stesso del mio rivale Cannibal Chic. Tutto sommato, però, proposte come questa potrebbero essere non del tutto da buttare.



Lo stato contro Fritz Bauer

"Lo stato contro di me, e nessuno contro Cannibal? E' un vero scandalo!"
Cannibal dice: Il cinema tedesco negli ultimi tempi sta offrendo buone cose, ja, però per questa settimana direi che è meglio puntare su Lui è tornato che non su questo, così come se si cerca un bel post è meglio scommettere su Pensieri Cannibali che non su WhiteRussian.
Ford dice: preferirei vedere lo stato contro Cannibal Kid, ma se dovesse capitare, una visione di questo titolo made in Germany potrebbe starci senza problemi.



Sole alto

"Mi pare quasi di essere la protagonista di un film di Malick!"
Cannibal dice: Film croato/serbo/sloveno che riflette sulla guerra nell'ex Jugoslavia. Mi sembra un po' un mattonazzo buono per l'ex Ford, quello che una volta fingeva di guardare pellicole impegnate e ora non finge manco più, troppo impegnato com'è a vedere unicamente delle schifezzone tamarre per gente tutta steroidi e niente cervello.
Ford dice: altra possibile scommessa autoriale della settimana, anche se, dai tempi di Kusturica, non ho più trovato un film o un regista in grado di raccontare con la stessa potenza le vicende dell'ex Jugoslavia. Le riserve restano, ma chissà. Rispetto a Cannibal, invece, nessuna riserva: è senza speranza da fin troppo tempo.



Cavallo denaro

"Non ti avvicinare a Cannibal Kid, è pericoloso!"
Cannibal dice: Lavoro portoghese che mi sa di autorialità eccessiva persino per un radical come me, e pure per il Ford più snob dei tempi migliori.
Ford dice: settimana ad alta concentrazione autoriale, il che non significa necessariamente garanzia di qualità. Un po' come quando si apre Pensieri Cannibali.



Appena apro gli occhi – Canto per la libertà

"Ed ora una ballad che dedico alla mia fan numero uno: Katniss Kid."

Cannibal dice: Ennesimo film impegnato della settimana. Ma i distributori italiani non farebbero meglio ad aprire gli occhi e vedere che sta arrivando la bella stagione e la gggente c'ha voglia di leggerezza?
Ford dice: dopo settimane di nulla assoluto, la settimana del radical chic!? È una congiura orchestrata da Cannibal?






Fuga dal pianeta Terra

"Hey Cannibal, vieni a fare il protagonista di un cartone animato con me?" "Ford, sei forse più ubriaco del solito?"
Cannibal dice: Se non esce almeno una pellicola d'animazione a settimana, la distribuzione italiana e Ford vanno in crisi. Io comunque, che sono più terra terra, mi accontento anche solo di una fuga dal pianeta WhiteRussian.
Ford dice: più che una fuga dal pianeta Terra, io propongo una fuga dal pianeta Cannibal.


mercoledì 27 aprile 2016

Il segreto dei suoi occhi

Regia: Billy Ray
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
111'







La trama (con parole mie): nel pieno della lotta al terrorismo post-undici settembre, un team di investigatori scopre che la figlia di una dei membri dello stesso è stata violentata ed uccisa prima di essere scaricata in un cassonetto accanto ad una moschea già sorvegliata a causa dei possibili legami con cellule pronte ad attaccare Los Angeles.
Quando i sospetti si concentrano su Marzin, un giovane frequentatore della moschea stessa, i coordinatori dell'indagine cercano in tutti i modi di mettere un freno a Ray Kasten, deciso a catturare il colpevole dell'omicidio, in modo da non pregiudicare l'intera operazione: quando i conflitti interni diverranno così evidenti da non poter essere più arginati, Kasten abbandonerà l'incarico ed il tempo trascorrerà.
Tredici anni dopo, convinto di aver ritrovato Marzin sotto un'altra identità, Ray tornerà dai suoi vecchi colleghi in modo da riaprire il caso che ha sconvolto le loro vite: ma le cose non andranno come poteva sperare.










E' universalmente noto ad appassionati e non di Cinema quanto possa essere difficile realizzare sequel all'altezza degli originali, che possano appassionare e convincere senza risultare copie sbiadite degli stessi, conquistare se possibile una parte di pubblico ancora maggiore - discorso già fatto ieri, tra l'altro, rispetto a Il cacciatore e la regina di ghiaccio -.
Allo stesso tempo, penso sia ancora più difficile realizzare un remake che possa in qualche modo eguagliare il livello - quando è buono - del titolo che l'ha ispirato, riuscendo all'occorrenza anche ad aggiungere qualcosa che ne definisca addirittura una profondità maggiore: in questo senso, in tempi recenti l'unico titolo che posso pensare di inserire in questa categoria è il Millennium di David Fincher, in grado di superare - e neppure di poco - il suo epigono scandinavo, ma parliamo, comunque, di merce molto rara.
Il segreto dei suoi occhi, film cileno vincitore dell'Oscar come miglior film straniero nel duemiladieci, per tematiche, tecnica ed intensità emotiva, aveva fatto breccia nel mio cuore ai tempi della sua uscita, lasciando un segno che ancora oggi posso quasi toccare con mano: l'idea di un remake in salsa a stelle e strisce già di partenza risultava, a prescindere dalla così breve distanza temporale dal suo ispiratore, davvero fuori luogo, anche e soprattutto perchè priva della carica che la questione della dittatura di Pinochet garantiva al lavoro originale di Campanella, qui presente in veste di produttore.
Il risultato, senza dubbio ottimamente portato sullo schermo e reso interessante da un cast di prim'ordine - dalla Kidman ad un'ottima Julia Roberts, passando per Chiwetel Ejiofor -, in grado di funzionare discretamente come thriller a sè stante, finisce però per perdere nettamente il confronto, dimostrandosi ad un tempo privo del carattere necessario per risultare in qualche modo memorabile per chi non ha ancora avuto modo di gustarsi l'originale, della tecnica per emularlo - sequenze come quella dello stadio, per quanto ben trasposte, parlano da sole - e soprattutto in grado di far ricredere chi, come questo vecchio cowboy, lo approcciava con il dubbio che non potesse esserne all'altezza.
Non che questo secondo Il segreto dei suoi occhi sia un brutto film - anzi, oserei dire il contrario -, che non coinvolga - del resto, le tematiche restano profonde ed importanti, pur cambiando l'ordine degli addendi, per dirla come ai tempi della scuola - o non catturi l'attenzione quanto basta per rimanerne avvinti: più che altro, pare mancare la scintilla che distingue i grandi film da quelli che si possono guardare - o riguardare - al loro passaggio in tv ma finiscono per essere sempre e comunque pellicole tra le tante, perse nell'oceano di proposte di un genere - come il thriller - decisamente sfruttato soprattutto oltreoceano.
Un risultato a metà, dunque, per Billy Ray ed il suo cast, di quelli che funzionano ma non convincono, non hanno nulla di cui rimproverarsi ma, allo stesso tempo, che possa davvero distinguerli dal resto: sarei comunque eccessivo se affermassi di non essermi goduto la visione - e quasi mi sentirei di consigliarla a tutti coloro che ancora non avessero visto l'originale, fosse anche solo un tentativo per approcciare il genere -, o allo stesso tempo promuoverlo senza riserve.
Va riconosciuto, comunque, a regista ed attori l'impegno profuso ed il coraggio di mostrare una certa comunanza di idee con la pellicola d'ispirazione nonostante, di fatto, in questo caso si parlasse del decisamente più politicamente corretto mercato distributivo statunitense ed internazionale.
Niente di perfettamente riuscito, dunque, ma un tentativo: e, chiedetelo pure a Ray, un tentativo, a volte, è in grado di fare la differenza rispetto a silenzi pesanti come macigni.





MrFord





"I saw you creeping around the garden
what are you hiding?
I beg your pardon don't tell me "nothing"
I used to think that I could trust you
I was your woman
you were my knight and shining companion
to my surprise my loves demise was his own greed and lullabies."
Lana Del Rey - "Big eyes" - 





Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...