domenica 19 aprile 2015

Compagno di sbronze

Autore: Charles Bukowski
Origine: USA
Anno: 1972
Editore: Feltrinelli




La trama (con parole mie): per le strade di Los Angeles e della California, negli angoli più remoti delle periferie o nelle campagne dei lavori più umili dati ad immigrati clandestini e reietti della società, affogati nel sesso e nell'alcool vivono i personaggi protagonisti della raccolta di racconti firmata dal mito della Letteratura di strada Charles Bukowski, che porta tutto se stesso - in senso etico e letterale - nei personaggi che abitano queste favole nere, spensierate e malinconiche costruite attorno a losers e ultimi della classe.
Socialmente parlando.
Dal lirismo struggente alle volgarità gratuite, assistiamo ad una vera e propria carrellata di miserie umane e scommesse perdute con la vita cariche, come sempre, di tutta la grinta e la passione che il vecchio Hank riusciva a mettere nei suoi racconti.






Si può dire che, ai tempi, io abbia approcciato Charles Bukowski in netto anticipo.
Non ricordo esattamente quando lessi per la prima volta un prodotto della penna del mitico Hank, ma in una certa misura - e anche se non potevo saperlo, all'epoca - fu profetico rispetto a quello che sarebbe stato il mio futuro: perchè, come chi frequenta il Saloon da tempo già saprà, nel corso dell'adolescenza il mio pensiero era più quello di scrivere, per l'appunto, che non bere, girare per le strade, esplorare situazioni e persone come fossero viaggi.
Eppure, da un certo punto della mia vita in poi, è stato proprio così.
E, nonostante abbia un lavoro, una famiglia, una vita tutto sommato equilibrata posso fieramente definirmi parte di quel tipo di caotici viaggiatori che subiranno sempre e comunque il fascino irresistibile delle loro passioni, dell'idea che sentire sulla pelle qualcosa sarà sempre e comunque meglio di quanto sarebbe non sentirlo: gentaglia piratesca e non sempre raccomandabile come lo stesso Bukowski.
Personalmente, penso che la sua opera fondamentale sia Pulp, che, lo ricordo ancora, lessi a cavallo di un viaggio a Madrid nell'estate del duemilacinque - una delle più fondamentali della mia vita - poco prima di Delitto e castigo - ed è stato curioso scoprire in questa raccolta di racconti che il vecchio Charles considerasse Dostoevskij "un duro" -: Compagno di sbronze, come tutte le compilation di scritti, finisce per essere in qualche modo incostante ed alternare fasi di stanca con altre al limite del geniale, proprio come l'opera stessa del vecchio Hank.
Umana, di pancia, decisa, bastarda, senza controllo, anche quando il controllo esiste.
I protagonisti dei racconti, tutti figli della stessa esistenza di Bukowski, tutti profondamente Bukowski, anche nella distanza da lui, mostrano l'irriverenza e l'irruenza dell'adolescenza e quella malinconia struggente da fine delle vacanze che accompagna la crescita, la maturità, la vecchiaia, fino alla fine: ed è quasi incredibile pensare di trovare nelle stesse pagine momenti clamorosamente grotteschi e divertenti come i giri in macchina per trovare il posto migliore per scaricare la merda raccolta dal cesso intasato e la parabola legata all'impossibilità nel riuscire a succhiarsi il cazzo da soli - "perchè due centimetri o un universo intero, in quel caso, paiono alla stessa distanza" - ed altri legati a doppio filo alla solitudine, alla consapevolezza di essere animali in balia delle passioni, al non temere la morte, eppure essere ben consci che quando calerà il sipario, sarà un respiro spezzato, e poi nulla.
Ed il bello è proprio questo: nessuno è perfetto, la vita stessa non è perfetta, le giornate non sono perfette, il sesso non è perfetto, una qualsiasi sbronza non è perfetta.
Ma è proprio in tutto questo non essere perfetti, che sta la perfezione.
Hank doveva essere un individuo poco raccomandabile, un vero stronzo, un ubriacone, ma dalla sua prima all'ultima parola si sente come un pugno in faccia tutta la voglia indescrivibile di vivere e sentire la vita sulla pelle di questo animale (a)sociale dedito a tutti i piaceri che è possibile infliggere al proprio corpo ed al proprio spirito fino a vederli allo stremo, ed un passo oltre.
Compagno di sbronze è così: irascibile ed affascinante, disgustoso e godurioso, una rissa da bar con il migliore e più tosto avversario possibile che, chissà, con un bicchiere alla fine della lotta potrebbe perfino diventare il nostro migliore amico.
Ammesso che il caos interiore ci permetta di averne uno.
Compagno di sbronze è una lettura con due palle enormi, che non si preoccupa di piacere, o di farci sconti, e favori: non so se avete presente cosa possa significare uscire a bere con qualcuno che con il bere ha un certo feeling. E non parlo di studenti dall'aperitivo facile, o da drink la sera.
Parlo di chi vive sempre sul filo. Walk the line, cantava Cash.
Non è facile. C'è il rischio di vivere momenti decisamente dimenticabili.
Ma anche quello di provare sulla pelle l'emozione sincera che si esprime soltanto nel momento in cui si è senza freni.
E in questo, il vecchio Hank era davvero un professionista con i fiocchi.



MrFord



"That amazing grace
sort of passed you by
you wake up every day
and you start to cry
yeah, you want to die
but you just can't quit
let me break it on down:
it's the fucked up shit."
Warren Zevon - "My shit's fucked up" - 




sabato 18 aprile 2015

American Horror Story - Freak Show

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 13





La trama (con parole mie): torna sul bancone del Saloon Julez, sempre pronta ad affrontare tutti i titoli - che si parli di grande o piccolo schermo - che il sottoscritto finisce per non avere il coraggio di fronteggiare per timore di ritrovarsi di fronte l'ennesima delusione.
Fino ad ora è stato effettivamente così, dunque cosa accadrà con l'ultima stagione della creatura di Ryan Murphy? Sarà una fiera delle bottigliate come fu per l'annata d'esordio o una rivelazione fulminante come Asylum?
O ancora peggio, una robetta come quella mostrata con Coven!?







AMERICAN HORROR STORY FREAK SHOW

Ed ecco a voi, siore e siori, un altro spectaculo spectacular  diludendo!
Sento dal pubblico voci che si levano richiedendo la Suspense?
Ma dico io, siori e siore, credete forse di trovarvi di fronte al grande, irreprensibile Alfred Hitchcock? Ma dico io, siore e siori, credete forse di trovarvi di fronte al mitico Stanley Kubrick?
No cari miei siore e siori (e ora la smetto), lo spettacolo a cui assisteremo stasera è un numero di altissimo alto medio basso bassissimo infimo livello di MAGIA.

Per la preparazione di questo numero avremo bisogno di:
un’attrice bellissima seppur agée che replichi paro paro i personaggi degli AHS precedenti ma con classe e competenza, as usual, e un bellissimo accento tedesco
un giovane attore di grandi capacità e strano fascino
un numero a caso di freak veri o falsi che siano
un ambientazione azzeccatissima nell’intento di inquietare
uno psicopatico che, se non è psicopatico anche nella realtà, merita l’Oscar
una scena riuscita ripetuta ad libitum (Life on Mars)

Con questo numero vogliamo dimostrare a voi, signore e signori del pubblico, come siamo in grado, noi del Freak Show, di prendere questi ingredienti di qualità, cucinarli, condirli, impiattarli e presentarvi… QUESTO PIATTO FA SCHIFO!

Come ci siamo riusciti mi chiedete urlando?
Ma cari signori e signore un mago non svela mai i suoi trucchi! E smettetela di lanciare i pomodori, va bene, va bene, ve lo spiego!

Ebbene, per prima cosa prendete un gruppo di sceneggiatori dediti all’alcool o, in alternativa, che soffrano del morbo di Alzhaimer, tipo Alice.
Fategli scrivere un pezzo di puntata a testa, nella speranza che l’alcool o l’Alzhaimer facciano loro dimenticare i personaggi a metà strada.
Puntate tutto su due o tre scene che comunque siano venute vagamente bene in fase di scrittura e pensate “ma sì, tanto gli spettatori sono dei grandi idioti, con questo zuccherino dovrebbero essere contenti”.
Alla fine, e badate bene, solo alla fine, prendete qualcuno con un cervello semi funzionante, o solamente che sia bravo a memory e fategli chiudere velocemente tutte le sottotrame in modo da avere la giustificazione che voi sì, voi sapevate dove stavate andando quando sembrava che le cose fossero scritte a cazzo. Fate morire ampressa ampress un po’ tutti senza grandi patemi d’animo.

A quel punto spolverate di marketing, sperate nell’effetto tanto l’ho già mangiato una volta e non mi è venuto il cagotto et VOILA’, les jeux sont fait, rien ne va plus.

Siete soddisfatti della spiegazione del trucco cari signori e signore del pubblico? Cos’è quello sguardo omicida acceso su tutti i vostri volti? Signori badate, mi state facendo paura, paura quella vera, aiutooooooo rivoglio l’innocuo American Horror Story Freak Shooooooowwwww.



Julez


 

"E chi li vede strilla oh mamma mia !
gambe in spalla e vola via
e non c'e' camomilla che calmi un po’
ninna ah, ninna uh, ninna oh..."
I Mostriciattoli - "Carletto il principe dei mostri" -



 

venerdì 17 aprile 2015

The normal heart

Regia: Ryan Murphy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
132'





La trama (con parole mie): siamo nei primi anni ottanta quando la comunità gay di New York comincia a rendersi conto dell'avvenuta esplosione di una nuova, pericolosa e terribile epidemia che pare continuare a crescere ed essere legata all'attività sessuale. Ned Weeks, attivista e scrittore, decide di iniziare a sensibilizzare non solo le masse ed il governo, ma anche chi, come lui, è omosessuale, lottando senza quartiere in modo che questo morbo possa essere immediatamente isolato e studiato.
Accanto agli amici di una vita guidati dal deciso Bruce Miles e dalla dottoressa Emma Brookner, Weeks prosegue per anni la sua guerra incurante delle scarse doti di diplomatico che mostra, delle amicizie che si incrinano e dei rischi - politici e non - che si assume.
Sostenuto anche dall'amore del compagno Felix, Ned si troverà a superare ogni confine arrivando perfino ad attirare su di lui le antipatie della comunità di cui fa parte, senza per questo rinunciare affinchè il mondo conosca tutti i rischi legati alla diffusione dell'HIV.








Il mio rapporto con Ryan Murphy è sempre stato piuttosto altalenante: il produttore di Nip/Tuck, Glee ed American Horror Story, infatti, è stato in grado, in questi anni, di regalare al sottoscritto ottime soddisfazioni così come di guadagnarsi le bottigliate delle grandi occasioni, ed ogni volta che approccio una sua creatura parto sempre con la guardia alta, per evitare di trovarmi a gestire delusioni troppo cocenti.
Non è il caso di The normal heart, forse la cosa migliore mai portata sullo schermo dall'autore nativo di Indianapolis, un'opera sentita e toccante legata a doppio filo a quelli che sono stati gli anni della realizzazione, da parte del mondo - e non solo di chi era ed è omosessuale - dell'esistenza dell'AIDS, che imperversò selvaggiamente proprio a partire dai primi scampoli di eighties e finì per spazzare via un'intera generazione, o quantomeno segnarla nel profondo.
Sfruttando un cast in ottima forma e costituito da grossi nomi - da Marc Ruffalo e Taylor Kitsch ad una serie di volti noti del piccolo schermo, Matt Bomer e Jim Parsons in primis -, Murphy porta in scena la vera e propria lotta che alcuni esponenti della comunità gay di New York intrapresero affinchè scattasse l'allerta per una malattia che ancora non si conosceva affatto, e che spesso finì per essere sottovalutata o messa in secondo piano rispetto ad una scopata clandestina o che non si era prevista: in questo senso, i personaggi di Ned Weeks e Bruce Miles risultano tra i più interessanti che il piccolo e grande schermo abbiano mai regalato al pubblico riguardo queste tematiche.
Il primo, donchisciottesco e poco diplomatico, talmente deciso a portare a vanti la sua lotta da rendersi nemiche anche le persone al suo fianco, ed il secondo, apparentemente più deciso e forte eppure sempre pronto a mediare, a cercare una soluzione in grado di accordare le parti in causa senza danneggiare eccessivamente l'una o l'altra; il primo dedito ad una storia lunga e molto intensa, il secondo legato a diversi partners, tutti amati e tutti ugualmente destinati a scomparire sotto il suo peso - e quello della malattia -; il primo senza mezze misure, tutto per i sogni in grande e la lotta senza quartiere, il secondo pronto a trovare sempre l'accordo migliore, pur essendo un soldato di professione.
Difficile, nel corso della visione, non trovare momenti in cui prendere le parti di uno o dell'altro, così come non rimanere toccati dalla realtà di voluta disinformazione che probabilmente costò la vita a migliaia di uomini in quel periodo, ed allo stesso tempo non notare le critiche neppure troppo velate mosse alla stessa comunità gay dall'opera, come pronta a riconoscere, almeno in alcuni frangenti, la scarsa combattività dei suoi membri nel perorare una causa che toccava da vicino tutti loro - e non solo, ovviamente -.
L'unica pecca che rende The normal heart "solo" un buon prodotto e non un cult totale è data dal fatto di essere giunto a seguito di pellicole come Philadelphia o Behind the candelabra, decisamente su un altro livello sia dal punto di vista tecnico che emotivo: resta comunque un lavoro più che pregevole, socialmente molto impegnato e coinvolgente, che ricorda più Milk o Dallas Buyers Club che non i classici citati poco sopra.
Restano, comunque, le importanti riflessioni legate alla necessità di lottare per i propri diritti, il proprio riconoscimento, la propria identità - che sia sessuale, razziale o qualunque altro fattore vogliate considerare in merito -, ed una passione grande come quella di Ned, protagonista non sempre piacevole e senza dubbio scomodo, charachter in grado di irritare profondamente eppure assolutamente perfetto come compagno di lotta.
Credo, infatti, che sia sempre grazie a personalità di questo calibro che la Storia prenda direzioni nuove, e che cambiamenti importanti - soprattutto in termini sociali - vengano applicati alle nostre società: senza i Ned Weeks pronti a stringere i denti ed andare avanti anche in barba ai compagni pronti ad abbandonarli, probabilmente ora saremmo ancora qui a chiederci per quale ragione un misterioso morbo finisca per essere così presente e distruggere dall'interno le nostre comunità.
Un morbo che non ha avuto e non ha distinzioni legate a gusti sessuali, razza o credo.
E che, paradossalmente e tristemente, risulta essere molto più democratico di molti dei politici che cercarono di tenerlo sotto silenzio.




MrFord




"Give me time
to realize my crime
let me love and steal
I have danced
inside your eyes
how can I be real
do you really want to hurt me
do you really want to make me cry."
Culture Club - "Do you really want to hurt me?" -




giovedì 16 aprile 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): torna, puntuale come un orologio o una delle completamente assurde opinioni cinematografiche del mio rivale Cannibal Kid la rubrica che vede proprio quest'ultimo tentare di stare dietro al sottoscritto nell'illustrare a tutti voi viaggiatori le uscite della settimana.
A questo giro di giostra la situazione è praticamente una scommessa: in almeno un paio di casi, infatti, potremmo trovarci di fronte ad ottime sorprese così come a tempeste di bottigliate.
Solo le prossime visioni, dunque, sapranno dare la risposta a questo dubbio.


"Non farei guidare a Ford il sottomarino neanche per tutto l'oro del mondo."
Mia madre

"E' inutile che tenti di far comprendere il Cinema a Cannibale: è un'impresa impossibile."
Cannibal dice: Non so davvero che aspettarmi, da questo nuovo film di Nanni Moretti, uno che mi piace parecchio, però ha anche una personalità talmente forte che certe volte oscura la stessa pellicola che interpreta. Con questo Mia madre sembra tornare dalle parti seriose de La stanza del figlio, che pure all'epoca avevo apprezzato, ma non so... Preferisco il Moretti più ironico. E poi qui c'è quella lagna di Margherita Buy, la James Ford del cinema italiano.
Ford dice: Moretti mi è sempre stato sul cazzo. Anche se, in tutta onestà, i suoi primi film - quando ancora era ironico e non radical chic serioso - li ho davvero adorati. Purtroppo, questo Mia madre mi pare più dalle parti de La stanza del figlio - che non mi entusiasmò per nulla - che non di Caro diario. Come se non bastasse ritroviamo Margherita Buy, la Katniss Kid del Cinema italiano.



Black Sea

"E così quello è il famigerato mostro marino Ford. Terribile."
Cannibal dice: C'è una cosa che odio... okay, ce ne sono due. La prima la conoscete tutti ed è La Cosa che commenta qua sotto. La seconda sono i film ambientati dentro i sottomarini. Mi spiace per il buon Jude Law, ma mi sa che a immergermi in una visione del genere non ce la faccio.
Ford dice: se fossimo ancora tra gli anni ottanta e novanta con in ballo la Bigelow o Sean Connery potrei anche essere curioso rispetto a questo film, ma Jude Law, putroppo, non basta. Probabilmente si inabisserà come spero possa accadere presto al blog del mio rivale qua sopra.



Citizenfour

"Il mio voto a Pensieri cannibali: quattro secco."
Cannibal dice: Io di docufilm in genere ne vedo uno all'anno e in genere li adoro: di recente è successo con i capolavori Sugar Man e The Act of Killing, chissà che il miracolo non si ripeta con il documentario premio Oscar dedicato allo scomodo Edward Snowden, un informatico vero, mica come il ridicolo Chris Hemsworth del ridicolo Blackhat.
Ford dice: i documentari sono un terreno da sempre considerato fertile, dal sottoscritto - al contrario del finto intenditore di Cinema che mi ritrovo come compare di rubrica -, e questo Citizenfour potrebbe rivelarsi l'uscita più interessante della settimana.
Sarà una conferma come lo splendido Blackhat o una fuffa tutta scena come il sopravvalutato Birdman?



Le vacanze del piccolo Nicolas

"Caro Peppa Kid, sei un pusillanime perfino per me."
Cannibal dice: Film francese sul periodo pre-adolescenziale?
J'adore!
Anche se non escludo si possa rivelare una bambinata fordianata vaccata clamorosa...
Ford dice: ai tempi, non concessi la visione - o forse la persi senza accorgermene, non ricordo - del primo film con protagonista il piccolo Nicolas, e per il momento non credo andrò in caccia di questa seconda. Attenderò il parere del Coniglione numero uno della blogosfera, e se dovesse proprio fargli schifo, allora correrò a recuperarlo al volo.



The Fighters - Addestramento di vita

"La prossima volta che Ford ci invita per un weekend pensiamoci due volte!"
Cannibal dice: Altra pellicola francese, altra pellicola che sembra meritare una chance. Questa ancor di più. Anche perché, a dispetto del titolo, sembra tutto fuorché un becero action fordiano da trogloditi. Tra Mia madre e Citizenfour, potrebbe a sorpresa essere questo il film della settimana?
Ford dice: non ricordo in quale momento, in questi giorni ancora elettrici per l'esaltazione fornita da Fast and furious 7, mi è parso di vedere il trailer di questo finto survival very radical. Inutile specificare quello che ho pensato. Non vorrei che Peppa Kid si scandalizzasse e corresse a dirlo alla maestra.



Figlio di nessuno

"Ora ti faccio nero, Peppa: ho concluso l'addestramento fordiano con il massimo dei voti."
Cannibal dice: Ford, se consigli questo film serbo pseudo autoriale sei proprio un brutto figlio di...
Nessuno. Ahahah :D
Ford dice: l'unico Nessuno che conosco, senza contare l'Odissea, è il neurone che crede di abitare nell'antro che sta tra le orecchie del Cannibale. E purtroppo me lo devo sciroppare più di quanto non vorrei.


mercoledì 15 aprile 2015

Humandroid

Regia: Neill Blomkamp
Origine: USA, Messico, Sud Africa
Anno: 2015
Durata: 120'





La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro a Johannesburg, e mentre la violenza ed i problemi sociali impazzano, una grande corporazione si affida alle creazioni del giovane genio della robotica Deon Wilson, progettista di una serie di automi programmati per prendere il posto degli agenti di polizia umani sempre al lavoro sull'idea di realizzare un prototipo dotato di una propria coscienza.
Accantonato dunque il progetto dell'ex militare Vincent Moore, che prevedeva l'utilizzo di droidi guidati da piloti umani tramite uno speciale casco in grado di creare un legame tra uomo e macchina, i nuovi tutori dell'ordine paiono trovare la loro dimensione risolvendo gran parte dei problemi di ordine pubblico: quando, però, il progetto di automa "umano" di Deon viene bocciato e quest'ultimo decide di portarlo comunque avanti all'insaputa dei propri capi, si innesca una serie di eventi che vede coinvolti lo stesso scienziato, una gang di criminali di strada, una sentinella robot destinata alla demolizione e lo stesso Moore.
Il file in grado di sviluppare "l'anima", infatti, inserito nel robot sulla via della rottamazione, da origine a Chappie, primo automa ad avere, in tutto e per tutto, una vita non solo fisica, ma anche e soprattutto sentimentale: combattuto tra l'idea di seguire le indicazioni del suo creatore o quelle dei nuovi amici della strada, Chappie diverrà l'ago della bilancia di uno scontro che potrebbe rivelarsi epocale.









Con ogni probabilità, essere dei talenti - sulla carta o effettivi - non è affatto un buon affare, almeno quando ci si ritrova costretti a mantenere fede ad aspettative alte da parte di chi attende al varco più un fallimento che un successo.
Neill Blomkamp, ex genietto legato al mondo della pubblicità divenuto una sorta di fenomeno qualche anno fa grazie all'ottimo District 9 - che, nonostante le prime diffidenze, convinse alla grande anche il sottoscritto, ed alimentò un culto sconsiderato per i gamberoni protagonisti - è senza dubbio, allo stato attuale, una delle vittime più illustri che la settima arte abbia fatto in questo senso.
Alle spalle, infatti, la delusione di Elysium - prima, grande prova sul banco fornito dal dorato mondo hollywoodiano -, il giovane cineasta sudafricano era di fatto chiamato, con questo Chappie ribattezzato - per una volta giustamente - dai titolisti italiani con Humandroid a convincere i fan più hardcore e legati all'autorialità di non essere un fuoco di paglia, il classico regista pronto a giocarsi le migliori cartucce all'esordio per poi sedersi su idee e soldi facili per tutto il resto della sua carriera, accontentandosi di divenire un mestierante.
Se, effettivamente, l'intento di Blomkamp era questo, occorre constatare quantomeno il suo parziale fallimento: Humandroid - o Chappie, che dir si voglia -, infatti, ripercorre le orme non certo entusiasmanti del già citato Elysium, fondamentalmente promettendo spunti interessanti di fatto seppelliti, ad opera completa, da un eccessivo citazionismo ed una dose altrettanto oltre misura di concessioni al grande pubblico ed al concetto di blockbuster.
Senza dubbio il quasi giovane regista - parliamo di un mio coetaneo, del resto, e dunque il suddetto quasi è d'obbligo - mostra di amare quello che, di fatto, pare essere stato il suo bagaglio culturale come spettatore - e come contraddirlo: si notano influenze che vanno da Corto circuito a Robocop, passando per Blade Runner, Mad Max e l'immaginario della sci-fi post atomica da Ken il guerriero all'intera o quasi produzione eighties del genere - senza però discostarsi dal plot che aveva fatto la sua fortuna con il film d'esordio, di fatto riportando Chappie alla condizione dei gamberoni e sfruttando l'umanizzazione della macchina neanche fossimo tornati ai fasti - impossibili da eguagliare - di Terminator 2.
Eppure, riferimenti ed ironia a parte - spassoso il "puttana di figlio", già cult -, diversi ingranaggi paiono incepparsi, nell'apparentemente ben confezionata macchina del buon Neill: dallo script - decisamente spezzettato e poco sensato nella gestione dei personaggi, dalla gang di criminali al creatore di Chappie - al cast - che, tolti i due interpreti "musicali" di Yo-Landi e Ninja, pare assolutamente svogliato a partire da Hugh Jackman -, senza contare la quasi perenne sensazione di deja-vù, appare presto evidente che, se la speranza era di poter sfruttare questo film per consacrare una volta per tutte il suo regista, la stessa ha finito per essere disillusa neppure troppo difficilmente.
Il risultato portato sullo schermo, infatti, tolta la resa artigianale, gli effetti - ottimi tutti i robots ed i loro movimenti - ed alcuni passaggi molto divertenti - il primo furto d'auto del protagonista -, finisce per inserirsi a pieno titolo tra le visioni destinate ad essere dimenticate non troppo tempo dopo il passaggio sui nostri schermi: Blomkamp manca il bersaglio grosso, dunque, e senza alcuna possibilità di appello, ma quantomeno evita l'incazzatura e la tempesta di bottigliate che ne avrebbero almeno qui al Saloon compromesso il futuro e la credibilità quantomeno presentando un prodotto visivamente ben realizzato, male strutturato ma in grado di apparire funzionale quantomeno a chi per la prima volta si confronterà con l'operato di questo regista.
Non è molto, ma è molto di più di quanto non si potrebbe pensare, considerato il fatto che Humandroid ha tutto il diritto di essere ascritto alla categoria degli esperimenti sbagliati.
Con buona pace dell'ottimo Chiappie, che nonostante l'età avanzata vorrei davvero come compagno di giochi e scorribande, per me quasi prima ancora che per il Fordino.




MrFord




"Oooh rock'n'roll robot, 
oooh rock'n'roll robot
io ti amo, io ti cerco, io ti voglio, 
rock'n'roll robot."
Alberto Camerini - "Rock and roll robot" - 




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