mercoledì 18 gennaio 2017

Il GGG - Il grande gigante gentile (Steven Spielberg, USA/India, 2016, 117')




Voglio sia chiaro a tutti che, come molti della mia generazione, voglio un bene sconfinato a Steven Spielberg: grazie a lui e ad alcuni film come E.T., Indiana Jones, Incontri ravvicinati del terzo tipo ma anche Duel, Lo squalo, L'impero del sole ho avuto le prime esperienze sulla pelle della meraviglia del Cinema, consolidate, nonostante qualche scivolone, in tempi più recenti con Schindler's List, Munich o Prova a prendermi.
Ad oggi, posso contare davvero sulle dita di una mano le opere del regista che ancora non ho affrontato da spettatore.
Eppure, con il Nuovo Millennio, qualcosa tra me ed il vecchio Steven si è rotto: La guerra dei mondi, War Horse e Lincoln, nello specifico, hanno messo così a dura prova la pazienza da farmi dubitare di molto di quel bene, e soltanto il recente e più che discreto Il ponte delle spie aveva riacceso la speranza.
Ma evidentemente anche Spielberg non deve volermi troppo bene, perchè con questo Il GGG ce l'ha messa davvero tutta per farsi detestare come nei momenti peggiori delle tre rotture di coglioni quantomeno di ottavo livello - per dirla come Rocco Schiavone - citate poco sopra: a prescindere, infatti, dall'aspetto tecnico - come sempre curatissimo e lavorato ad uso e consumo dell'hd e del 3D neanche fossimo in un parco tematico da Universal Studios -, e dal romanzo per ragazzi che l'ha ispirato - e che, occorre ammetterlo, non ho mai particolarmente amato -, Il grande gigante gentile è la favoletta per bambini buonista e noiosa per eccellenza, una sorta di Hugo Cabret - altro titolo che avevo detestato con tutte le mie forze - all'ennesima potenza, resa ancora più insopportabile da una piccola protagonista saccente e fastidiosa - ed io adoro i bambini - ed un modo di parlare dei giganti - ma questa, va detto, non è certo colpa del regista - assolutamente insopportabile ed adattato neanche tutti gli spettatori fossero un pò indietro di cottura, per dirla in termini metaforici ed edulcorati.
In buona sostanza, Il GGG ha tutte le carte in regola per essere il tipico film da sabato pomeriggio su Italia Uno, di quelli che perfino i piccoli - ormai tutti troppo svegli ed esposti a molte delle visioni non solo degli adulti, ma anche più adulte dei film d'animazione di nuova generazione - snobbano vinti dalla noia dopo qualche minuto, figurarsi dopo un paio d'ore.
Non basta, dunque, la sola perizia tecnica o meraviglia di effetti - la sequenza della caccia ai sogni è sicuramente una gran cosa, visivamente parlando -, se le stesse mascherano semplicemente carenza di idee e coinvolgimento: in questo senso Spielberg dovrebbe imparare da se stesso, quando con Hook riuscì nell'impresa certo non facile - seppur confezionando un prodotto imperfetto - di unire la magia della favola con l'epicità del titolo ad ampio respiro, portando gli spettatori adulti a riscoprirsi bambini ed i bambini a sentirsi un pò più "grandi".
Nel caso del GGG, tutto pare, semplicemente, una presa per il culo.
Adulti o bambini, conta poco.
E sinceramente, dopo aver amato incondizionatamente Swiss Army Man, ho vissuto la sequenza dedicata alle scoregge verdi degna della volgarità del peggior Cinepanettone.
E del peggior Cinema.
Cinema di cui, tristemente, Il GGG fa senza dubbio parte.




MrFord



martedì 17 gennaio 2017

Assassin's Creed (Justin Kurzel, UK/USA/Francia/Hong Kong, 2016, 115')




I videogiochi, fin dai tempi della mia infanzia, del Commodore 64, il Sega Master System e dunque Mega Drive, sono sempre stati parte della componente ludica e d'intrattenimento delle giornate in casa Ford giungendo fino alla Playstation 4 attuale, che se non fosse per gli impegni con i Fordini utilizzerei molto più spesso che non per i ritagli di serate quando, con tutti a letto, libero la mente grazie a sequele quasi infinite di partite a PES, e negli ultimi anni alcune produzioni - si vedano Last of us, Red dead redemption o le saghe di Uncharted e Dead space - hanno raggiunto livelli tali da scomodare addirittura paragoni con il Cinema.
Peccato che - vedasi l'orrido Warcraft - le trasposizioni su grande schermo di videogames di successo siano state nella loro quasi totalità fallimentari: non è da meno questo Assassin's creed, firmato ed interpretato dallo stesso trio che lo scorso anno in questo periodo consegnò al pubblico l'ottimo Macbeth - Justin Kurzel, Michael Fassbender, Marion Cotillard -.
Se, infatti, la pellicola tratta da Shakespeare spingeva l'acceleratore su interpretazioni pazzesche ed un'autorialità al confine con il rischio - in molti lo trovarono soporifero, senza dubbio si trattava di un lavoro ostico -, questa pare invece la tipica marchetta da portafoglio gonfio di regista ed attori, inutile ed assolutamente incapace di provocare qualsiasi emozione e portata qualche centimetro sopra l'abisso soltanto dall'indubbio talento del cineasta australiano, che dimostra, con una manciata di inquadrature e le dinamiche sequenze d'azione quantomeno di conoscere il suo mestiere.
Troppo poco, però, per quello che avrebbe dovuto - o voluto? - ambire a diventare un blockbuster e rivelatosi un buco nell'acqua fatto e finito, che si tratti di critica - è stato massacrato in lungo e in largo - o botteghino - al momento, la parola più ricorrente è flop, e neppure leggero -, una raccolta di sequenze adrenaliniche messe in fila una dopo l'altra in bilico tra presente di narrazione e passato - come fu per il primo capitolo del franchise videoludico, che, lo ammetto, non è riuscito mai a conquistarmi - all'interno della quale perfino gli attori più consumati paiono pesci fuor d'acqua pronti a recitare un copione che dice poco o nulla e del quale non pare capirsi tanto di più, da una parte o dall'altra della macchina da presa.
Un'operazione commerciale di quelle in grado di far incazzare oltre misura la critica più snob, e che finiscono per gettare ombre anche sui popcorn movies d'intrattenimento becero che, al contrario, fanno del pane e salame un vero e proprio vanto: peccato per Kurzel - che probabilmente ha deciso di accettare questo lavoro, oltre che per il compenso, proprio per poter completare il già citato Macbeth - così come per Fassbender e la Cotillard, che da queste parti sono sempre molto ben visti e, come il resto di cast e crew, sprofondano senza colpo ferire insieme alla pellicola, il primo impegnato solo a mostrare il suo stato di forma, la seconda a sfoderare una verve da "è il lunedì mattina del peggior lunedì dell'anno, ho il ciclo e poca voglia".
Non penso che, in fin dei conti, loro saranno così affranti - soprattutto osservando l'estratto conto -, ma spero che, la prossima volta, prima di imbarcarsi in un'operazione di questo tipo, valutino bene la credibilità che potrebbero perdere agli occhi dei fan ed ancor più dei detrattori accaniti: personalmente, comunque, io voglio crederci ancora.
Senza incappare, almeno spero, magari in un sequel, nelle gesta di questi misteriosi assassini incappucciati.
In quel caso, sarebbe davvero troppo anche per un cinefilo di bocca buona come il sottoscritto.




MrFord




lunedì 16 gennaio 2017

Silence (Martin Scorsese, Messico/Taiwan/USA, 2016, 161')




Una delle caratteristiche che più apprezzo, rischi compresi, di alcuni grandi Maestri del Cinema, è quella di mettersi sempre in gioco, senza adagiarsi troppo su schemi e storie da "confort zone": uno su tutti, tra i miei preferiti, senza dubbio è Clint Eastwood, ma appena dietro di lui fa gran mostra di coraggio Martin Scorsese, che fatta eccezione per l'esperimento a mio parere completamente sbagliato di Hugo Cabret, negli anni successivi ai suoi vertici "gangsta" ha saputo raccogliere sfide davvero niente male, portando sullo schermo biopic travolgenti - The aviator -, Capolavori - The wolf of Wall Street -, tentativi di thriller - Shutter Island e produzioni dal respiro epico e mistiche come quest'ultimo Silence, che rievoca un altro lavoro del vecchio Marty, Kundun, e riporta alla memoria le atmosfere di Mission, cultissimo tra i pochi in grado di mettere d'accordo grande pubblico e critica.
Ho affrontato la visione di Silence con più di una riserva, e per la prima volta in sala da solo dopo davvero molto tempo, gustandomi - tecnicamente parlando - ogni minuto di quella che è senza dubbio una produzione firmata da fuoriclasse, dallo stesso Scorsese passando per Thelma Schoonmaker - forse la miglior montatrice degli ultimi trent'anni -, Dante Ferretti e Rodrigo Prieto, emozionandomi sicuramente meno di quanto non accadde per il Wolf sopracitato ma finendo catapultato in un mondo ad un tempo profondamente distante ed assolutamente comprensibile, in quanto ateo miscredente - per quanto riguarda la prima caratteristica - ed inequivocabilmente umano - la seconda -.
In fondo, la vicenda dei due gesuiti interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver, partiti per il Sol Levante in uno dei periodi più rischiosi per i cattolici a seguito delle pesanti repressioni che avvennero nel pieno dell'era dei grandi Damyo alla ricerca del loro mentore, apparentemente allontanatosi dalla Fede ed integratosi ai costumi locali, è una storia, più che di uno scontro religioso ed ideologico, profondamente umana, e di uomini e donne che scelsero una o l'altra strada in un momento in cui difendere strenuamente la propria posizione o rinnegarla potevano significare vita o morte.
Interessante, in questo senso, la visione tutto sommato molto laica fornita da Scorsese della Fede - pur trattandosi di un'opera completamente dedicata al sacrificio che i preti gesuiti ed i cattolici giapponesi oppressi dal Potere costituito affrontarono ai tempi -, resa ancora più grande dallo straordinario personaggio di Kichijiro - che pare una versione nipponica del Santo Bevitore della Leggenda - e dal faccia a faccia drammatico nel tempio buddista tra il Rodrigues di Garfield ed il Ferreira di Neeson, quando il secondo affronta il suo ex allievo affermando "Guarda tutti questi morti: loro non hanno incontrato il loro destino per dio, ma per te. Se tu non fossi venuto qui, niente di tutto questo sarebbe accaduto.".
Muoversi nei meandri dei concetti di Fede e Destino, del resto, è come mettere piede in una palude - anche qui torna la similitudine con il Giappone fatta dai due gesuiti - in cui non si hanno certezze e si cercano risposte - o rassicurazioni - in un silenzio che, spesso, è così pesante da schiacciare anche il più determinato ed il più forte degli uomini: del resto, se non per opere umanitarie, quale potrà essere davvero il senso ultimo dell'evangelizzazione? O meglio, quale potrà essere stato?
I massacri, le persecuzioni, le uccisioni, le ingiustizie si sarebbero verificate anche se nulla di quello che è accaduto fosse di fatto accaduto?
Cosa spinge uomini e donne a sopportare fino alla morte una tortura nel nome di una salvezza promessa ma mai comprovata?
"Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore", cantava De Andrè in uno dei suoi pezzi più straordinari ed evocativi: forse è questa, la risposta.
Forse sono i quattro giorni di agonia di Mokichi, ed una piccola croce di legno intagliata in modo grezzo divenuta una reliquia più sacra di qualsiasi immagine calpestata.
Forse la Fede è semplicemente l'espressione più pura del nostro essere umani, parte del mondo e della Natura, in barba a qualsiasi essere divino.
Forse la Fede è quel silenzio.
Quello che rompiamo alla nascita, ed al quale torniamo con la morte.
In fondo, tutte le risposte sono proprio lì.




MrFord




domenica 15 gennaio 2017

24 - Stagione 8




In questi primi quasi sette anni di Saloon, accanto a novità e scoperte, si è dato ampio spazio, che si parli di Cinema come di piccolo schermo, ai recuperi di titoli divenuti cult per un motivo o per un altro, ai tempi della loro uscita, snobbati dal sottoscritto: uno di quelli più goduriosi è stato senza ombra di dubbio quello di 24, celebratissima da tutti gli amanti dell'action e non solo ai tempi di Lost e giunta al Saloon quando negli States quasi si avviava alla sua (prima) conclusione proprio con questa season numero otto.
La corsa del mitico Jack Bauer, dunque, al termine di otto anni costruiti da momenti memorabili, innumerevoli uccisioni, terroristi neutralizzati e governi - anche statunitensi - rovesciati, giunge al termine nel modo più onorevole, lontana dai fasti del momento migliore della serie - direi senza dubbio le stagioni dalla tre alla cinque - ma sempre in grado di intrattenere qualsiasi pubblico, dai poco avvezzi all'action ai tamarri, dai vecchi fan come il sottoscritto ai nuovi come il Fordino, che non vedeva l'ora di vedere il sempre leggermente reazionario Bauer arrabbiarsi per "spaccare tutto".
A rendere ancora più divertente un'ottava stagione che, ai tempi, segnò il commiato dell'agente speciale americano, un ritmo ed una serie di twists ben orchestrati - nonchè il ritorno di vecchi nemici come Logan - pronti a recuperare terreno su una settima che, indubbiamente, segnava il passo rispetto ad una proposta, come scrissi ai tempi, decisamente figlia degli anni del "bushismo" che, nel pieno dell'era di Obama, trovava poco terreno fertile.
Interessante, comunque, vedere Jack dapprima coinvolto suo malgrado nel tipico intrigo da potenziale attentato che l'aveva visto protagonista in diverse occasioni nel corso di questa cavalcata dunque al centro di un gioco delle parti da infiltrato con la mafia russa e la sua vecchia fiamma Renee Walker, prima di dedicarsi al testa a testa con i potenziali terroristi ed agli intrighi politici pronti a coinvolgere le più alte cariche dello Stato: in questo senso, ottima la scelta di rendere più fragile il personaggio del Presidente Taylor - il primo a non risultare, almeno finora, profetico, rispetto a quanto mostrato da questa serie - e di permettere il rientro di Logan, così come di spostare l'azione dalla strada della prima parte ai corridoi del potere della seconda, sfruttando come collante l'interessante charachter di Dana Walsh, partita in sordina e finita alla grande regalando una delle scene più clamorose pensate per Jack Bauer, forse il protagonista da "sconti a nessuno" più tosto dai tempi del Dirty Harry di Eastwood.
Certo, non si potrà mai pretendere di trovarsi di fronte il titolo che cambia la vita come per i già citati Lost o Breaking Bad, così come l'atmosfera assolutamente ludica di chicche del calibro di Alias, ma 24 è e resta parte integrante della storia delle serie televisive, una sorta di risposta del piccolo schermo al Die Hard figlio della settima arte, con un protagonista che difficilmente i fan dimenticheranno, e che non vedo l'ora di tornare a vedere in azione nel sequel andato in onda un paio d'anni or sono che, almeno per ora, chiude il discorso con il franchise mantenendo inalterata la squadra vincente Bauer/O'Brien in attesa del reboot atteso per febbraio, che cambiando protagonista potrebbe, purtroppo, non avere la stessa fortuna dell'originale.
A prescindere da tutto, da come sono andate o come andranno le cose, senza dubbio Jack Bauer avrà sempre un posto speciale, nel cuore del sottoscritto e degli spettatori: fosse anche solo per essere uno dei migliori scacciapensieri in un'epoca in cui, purtroppo, alcuni avvenimenti incredibili - e non in senso buono - hanno finito per trovare più spazio nella realtà che non nella fiction.



MrFord



 

sabato 14 gennaio 2017

Imperium (Daniel Ragussis, USA, 2016, 109')




Fin dai primi tempi dell'apertura del Saloon, una delle cose più interessanti oltre al confronto con gli altri blogger ed i titoli emersi proprio grazie al popolo della rete, è risultata per il sottoscritto senza dubbio la "pesca" degli stessi, in particolar modo quelli ancora privi di una data di distribuzione in Italia: di norma ogni settimana, spesso senza neppure sapere, almeno inizialmente, di cosa si tratti, cerco di recuperare tutto quello che è stato sottotitolato e che, con ogni probabilità - specie se si tratta di produzioni lontane dal concetto di blockbuster o di autori molto noti -, non vedranno mai la luce nelle nostre sale.
Uno dei titoli in questo senso approcciati più di recente è stato questo Imperium, che aveva finito per colpirmi sia per l'argomento trattato - l'infiltrazione degli agenti federali nelle organizzazioni criminali è sempre un ambito interessante, per il sottoscritto - sia per un ruolo tutto sommato inedito portato in scena dall'ex Harry Potter - e dubito, purtroppo, per nulla aiutato anche dal fisico, che potrà mai scrollarsi di dosso questo pesante fardello - Daniel Radcliffe, pronto ad interpretare la talpa all'interno delle organizzazioni operanti nel sicuramente inquietante mondo dei gruppi inneggianti alla supremazia bianca.
Ovviamente non siamo certo di fronte al nuovo Donnie Brasco - in fase di scrittura si ha l'impressione che tutto sia troppo facile, ed è chiaro che, nonostante Radcliffe, Toni Colette ed un paio di nomi riconoscibili soprattutto dagli amanti del piccolo schermo, non si tratti di chissà quale produzione altisonante -, la vicenda è abbastanza lineare e telefonata - si capisce fin dalla sua prima apparizione chi sarà il "vero cattivo", anche se la chiusura lampo dell'indagine non giova alla tensione accumulata nella prima parte della pellicola - e l'impressione, nonostante sia tutto ispirato da fatti realmente accaduti, è che per il protagonista Nate sia davvero tanto, troppo facile infiltrarsi arrivando subito a piacere ai pezzi grossi senza per questo incontrare nessuna reale difficoltà, eppure la visione di questo Imperium scorre come deve scorrere ed intrattiene come deve intrattenere, suscitando a tratti anche una certa inquietudine a proposito di come devono sentirsi gli agenti che finiscono a ricoprire incarichi di questo genere, sottoposti ad un carico di tensione costante, al rischio per la propria incolumità ed all'influenza che la loro nuova "famiglia" potrebbe avere su di loro - e torno a citare Donnie Brasco, un vero e proprio caposaldo del genere -.
Da questo punto di vista è molto interessante il confronto finale tra Toni Colette e Daniel Radcliffe che giustifica la scelta dell'ufficiale in comando di optare per uno o per l'altro agente a seconda di quelle che sono le caratteristiche del gruppo e delle persone controllate e spiate: in questo senso, sfruttare un ex vittima di bullismo che possa, nonostante il QI molto alto ed un grande raziocinio, per empatizzare con molti estremisti rifugiatisi nello stesso estremismo proprio perchè vittime a loro volta è quantomeno interessante, e probabilmente, in mano a sceneggiatori ed un regista di altra caratura, in grado di confezionare prodotti di spessore ben superiore a quello di Imperium.
Ma poco importa: quello che conta è aver affrontato una visione a suo modo onesta e convincente, tesa e serrata il giusto, e pronta a fornire gli elementi base per una buona serata senza troppe pretese, ma non priva di spunti di riflessione.
Considerate quelle che sono le capacità effettive del fu Harry Potter, direi che è stata quasi una piccola magia.




MrFord




 
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