martedì 16 settembre 2014

The sacrament

Regia: Ti West
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 95'





La trama (con parole mie): Jake, Sam e Patrick, tre giovani reporter, colgono l'occasione per un servizio che potrebbe rivelarsi un buco nell'acqua o uno sguardo unico su una comunità chiusa dove ha trovato rifugio Caroline, sorella di Patrick.
Giunti sul posto ed ottenuto a fatica il permesso di rimanere e riprendere il luogo ed i membri della comunità stessa, i tre si ritrovano a contatto con una realtà apparentemente idilliaca gestita da un leader - denominato Padre da tutti i presenti - che con sermoni melliflui e più che convinti pare avere definitivamente convinto ogni abitante di Eden Parish a credere nel suo progetto.
Quando, però, la festa organizzata proprio per celebrare l'arrivo dei reporter venuti dal mondo esterno termina, per Sam e Jake in particolare, separati dal loro compagno, si apre un mondo di dubbi e terrore circa la conduzione del campo da parte del Padre e dei suoi fedelissimi.
Cosa aspetta, dunque, i tre "intrusi"? E cosa si cela davvero dietro la facciata da Paradiso in Terra mostrata a prima vista del campo?








Il rapporto del sottoscritto con Ti West si potrebbe definire in molti modi, ma certo non con il termine semplice.
Quando, qualche anno fa, The house of the devil fece la sua comparsa regalando qualche brivido alla blogosfera, recuperai al volo il titolo speranzoso di potermi trovare di fronte ad un vero, nuovo talento del genere horror, che negli ultimi anni ha conosciuto più dolori che gioie, almeno da queste parti, finendo per essere soddisfatto solo in parte: neppure il tempo di capire che direzione avrebbe preso il suddetto rapporto, quand'ecco giungere l'onda lunga di Innkeepers, celebratissimo dalla critica online ed acclamato come qualcosa di innovativo ed unico nel suo genere.
Purtroppo, però, come spesso accade quando l'asticella delle aspettative finisce per alzarsi inevitabilmente, la delusione fu cocente, tanto da compromettere - e non poco - il giudizio sul lavoro di West, che ai tempi mi parve più un furbetto citazionista figlio della generazione di registi influenzati dall'ascesa di Tarantino negli anni novanta che non aveva poi così tanto da raccontare, e ben poco da sfruttare per inquietare e spaventare il suo pubblico.
E dunque, venne The sacrament.
Bistrattato da molti dei bloggers che avevano gridato al miracolo con il succitato Innkeepers, di fatto l'ultimo lavoro dietro la macchina da presa del buon Ti rappresentava una sorta di prova decisiva rispetto al diritto di permanenza dello stesso all'interno del Saloon: ed è curioso come, per quanto ai suoi fan hardcore sia parsa un'opera minore, l'abbia trovata di gran lunga la più riuscita del suo autore, regista - per l'appunto - e montatore.
The sacrament, infatti - ispirandosi agli eventi del massacro di Jonestown del 1978 operato ed orchestrato da Jim Jones, agghiacciante leader religioso, registrato come la più grande perdita di civili statunitensi fino all'undici settembre duemilauno -, porta sullo schermo tutta l'inquietudine ed il fascino perverso e misterioso del mondo delle sette e dell'influenza che queste ultime - specie se a sfondo religioso - finiscono per esercitare sui propri adepti, e seppur non inventando, di fatto, nulla di nuovo - da Manson e la sua Famiglia nella realtà al The village di Shyamalan i temi non suoneranno certo innovativi al pubblico -, regala uno dei prodotti migliori che il genere abbia concepito nel corso quantomeno della stagione in corso.
L'incredibile, agghiacciante, grottesca avventura dei tre protagonisti, partiti con l'idea di prestare soccorso alla sorella di uno di loro e, in caso, realizzare un servizio da poter rivendere ed utilizzare, diviene lo spunto per un mockumentary efficace, teso ed inquietante - soprattutto nella prima parte -, che fotografa alla grande quello che è il delirio nato da convinzioni religiose - imposte oppure no, poco importa - malsane e dettate da un leader pronto a sfruttare il suo carisma per fare presa, principalmente, su persone dalle spiccate debolezze - emarginati, poveri, tossici, figli delle ombre della società -.
Senza dubbio il risultato non è esente da difetti - non sempre la tecnica del found footage risulta chiara e comprensibile, e soprattutto nel crescendo di tensione finale West pare perdersi almeno in parte per dedicarsi a sequenze visivamente più impressionanti come il confronto tra Caroline e Patrick o tra il Padre e Jake e Sam - e potrebbe addirittura irritare chi, come del resto gli occupanti di casa Ford, a fronte di situazioni da lavaggio del cervello come quelle delle sette finisce per sgranare sempre gli occhi, chiedendosi come sia possibile per una ed ancor più per decine di persone riuscire a cadere nella rete di un unico individuo, per quanto almeno ai loro occhi dotato possa apparire, eppure l'utilizzo di elementi ormai classici come la piccola Savannah ed i dubbi crescenti dei main charachters rendono questo viaggio allucinante quanto basta per garantire una visione che il decisamente più noioso Innkeepers può solo sognarsi, o limitare ad un paio di momenti inspiegabilmente riusciti.
Un plauso dunque a West, che con un colpo di coda a metà tra il thriller ed il survival è riuscito in qualche modo a rientrare nelle grazie del sottoscritto, che ora si dichiara pronto ad attenderlo al varco per il prossimo lavoro: questo The sacrament, di fatto, è stato un sacrificio necessario.
E clamorosamente efficace.




MrFord




"You know our sacred dream won't fail
the sanctuary tender and so frail
the sacrament of love
the sacrament of warmth is true
the sacrament is you."
HIM - "The sacrament" - 




lunedì 15 settembre 2014

Under the skin

Regia: Jonathan Glazer
Origine: USA, UK, Svizzera
Anno:
2013
Durata:
108'





La trama (con parole mie): un misterioso motociclista, recuperato il cadavere di una donna, rende possibile la "vestizione" di un'aliena dello stesso. L'entità extraterrestre, una volta assunte le fattezze umane, decide di vagare attraverso la Scozia seducendo uomini che finisce per destinare all'oscurità psichedelica delle sue "stanze". Quando l'incontro con un ragazzo sfigurato cambia le sue prospettive, per la misteriosa viaggiatrice i sentimenti umani cominceranno a fare sempre più breccia nel suo modo di rapportarsi alla realtà.
Ma non è detto che a questo cambiamento corrisponda, di fatto, qualcosa di positivo: e circondata dalla cornice di una Natura splendida, selvaggia ed incontaminata, l'ospite extraterrestre potrebbe finire per incontrare un destino ben più amaro di quello delle sue prede.








Complice una delle stagioni cinematografiche meno esaltanti degli ultimi dieci anni, quest'anno ho finito per rimanere a corto anche di pellicole da massacrare come si conviene a suon di bottigliate, considerato che addirittura - almeno in parte - Lars Von Trier con il suo Nymphomaniac ha finito per deludermi da questo punto di vista: fortunatamente, non più tardi di una settimana fa, Colpa delle stelle è giunto in soccorso risvegliando dal torpore il sottoscritto e dando una bella spolverata alle sue armi predilette, conscio probabilmente di scaldarle per un'altra clamorosa merda d'autore che qualcuno è riuscito addirittura a definire un filmone come Under the skin.
Ma partiamo dal principio: come se non fosse bastata la lezione di The tree of life, continua ad apparirmi assurdo e ben oltre i confini di tutte le realtà conosciute che un regista sano di mente si prospetti di scimmiottare - verbo scelto ovviamente non a caso - 2001, Capolavoro assoluto di Kubrick, pensando di poter stupire con qualche immagine da trip d'acido buttata a caso sullo schermo.
Nel passato recente, soltanto Enter the void e Holy motors sono riusciti nell'intento di ricreare atmosfere ben oltre il lecito traendone, di fatto, qualcosa di unico e destinato ad essere ricordato: Jonathan Glazer, probabilmente traboccante d'ego quanto il già citato Von Trier, decide di prendere di petto l'inarrivabile lezione dello Stanley di noi tutti confezionando un polpettone indigesto, lento, inutile, privo di capo e coda, giocato tutto sulle scene di nudo che coinvolgono la protagonista Scarlett Johansson, che se rapportata agli standard della vita di tutti i giorni potrà apparire una bella donna ma che, di fatto, se presentata come la figa stellare che non è finisce per deludere, una volta svestita, anche chi si aspettava un corpo da fantascienza - e non è il mio caso, considerato che già pensavo che non avrebbe retto il confronto con la Rosario Dawson dell'altrettanto deludente In trance di qualche mese fa -.
Certo, la cornice è splendida, e le location scelte dall'autore assolutamente perfette, tanto da riportare alla memoria il sapore del whisky di malto e le visioni del - quello sì - meraviglioso Valhalla rising, il finale interessante, la tesi legata alla dipendenza dei maschi umani adulti dal triangolo più importante del mondo - e forse dell'universo - assolutamente veritiera, ma non bastano poche - e scontate - verità per rendere interessante una pellicola assolutamente priva di attrattive e senso di esistere, buona giusto per i radical chic pronti a darsi un bel tono da spocchiosi decandando i sottotesti che Under the skin dovrebbe comunicare al suo pubblico.
Raramente, pure finendo per sforzare i pochi neuroni rimasti con gli occhi aperti a fatica cercando di ricordare una situazione analoga, ho finito per annoiarmi così mortalmente durante la visione di un film, mantenendo l'interesse sveglio - e non solo quello - grazie ad abbondanti rifornimenti di cibo ed agli scorci offerti dalle Highlands, finendo prigioniero di una sceneggiatura sconclusionata e solo apparentemente "geniale" in grado di saltare da dialoghi al limite del ridicolo involontario alle inquadrature su una Johansson - che non è mai stata chissà quale attrice, intendiamoci - alla sua di gran lunga peggiore interpretazione di sempre.
Come se tutto questo non bastasse, finisco anche per fare finta di niente e soprassedere rispetto ai riferimenti ad Elephant man e all'approccio in stile Cronenberg per evitare di infierire ulteriormente su quello che potrebbe essere uno dei candidati più autorevoli a film peggiore dell'anno, in barba a tutti gli snob che sono corsi a gridare al miracolo rispetto ad uno dei simboli più efficaci della definizione di "merda d'autore".
Se questi sono gli alieni che dovrebbero aprirmi gli occhi, preferisco tenere gli stessi decisamente "wide shut", per non essere da meno e citare un Maestro che certa gente come Glazer non dovrebbe neppure permettersi di immaginare.
Figuriamoci intraprendere una presunta carriera nello stesso campo.




MrFord




"Mi piace la bicicletta, ci faccio dei giri, 
incontro la fidanzata e poi le mostro il cambio. 
E tutto era partito da un mio caro amico, 
per questo dico fidati quando ti dico 
la visione della figa da vicino, la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, la visione della figa."
Elio e le Storie Tese - "La visione" - 




 

domenica 14 settembre 2014

Enemies closer

Regia: Peter Hyams
Origine: UK, USA
Anno: 2013
Durata: 85' 




La trama (con parole mie): Henry, un ranger forestale da anni di stanza in una quasi disabitata isola situata nella zona di confine USA/Canada, ha un passato nelle forze speciali da seppellire nella memoria pronto a chiedergli il conto per mezzo del fratello di uno dei suoi uomini dei tempi, morto tragicamente in azione. Clay, questo il nome dell'improvvisato vendicatore, rintraccia infatti Henry con l'intento di ucciderlo e chiudere i conti anche con se stesso, reduce da una vita ben lontana dall'essere felice, in bilico tra un passato in carcere ed il rancore provato per l'uomo che ritiene responsabile della fine del suo fratellino.
Peccato che il progetto di vendetta sia bruscamente interrotto dall'arrivo sull'isola della banda di Xander, pericolosissimo trafficante di droga ed assassino deciso ad ogni costo a recuperare un carico affondato al largo a seguito di un incidente aereo: Henry e Clay, dunque, nemici giurati, dovranno fare fronte comune per sopravvivere e porre fine alla minaccia di Xander.








So già che starete pensando - primo fra tutti il Cannibale - che sia impazzito.
Per quanto possa essere un tamarro sguaiato ed un amante di un certo tipo di action e di trash, di norma non assegno mai voti troppo alti ai titoli perfetti per lo svago dei miei neuroni, neanche quando si tratta di film con protagonista il numero uno di questo genere: il mio caro, vecchio Sly.
Eppure è proprio così. Enemies closer è inesorabilmente, inequivocabilmente, incredibilmente una figata come non ne vedevo da tempo, e senza dubbio il miglior film con protagonista Van Damme dai tempi dell'ormai mitico JCVD, e tra i primi cinque della sua intera carriera - non contando quella meraviglia di Expendables 2, sia chiaro -.
Fin dalla prima apparizione del Nostro, tornato al ruolo del cattivo come all'inizio della sua carriera, vestito da mountie canadese, con una cavellata assolutamente inguardabile che lo fa assomigliare ad un pupazzo da show televisivo, un piglio totalmente sopra le righe, incontrollato e gigioneggiante, pronto a fare polpette dei malcapitati di turno con una serie di mosse più vicine all'MMA che non ai calci rotanti del passato, si ha la percezione di essere di fronte a qualcosa di davvero speciale.
Tutto questo, senza contare il francese.
Perchè grazie all'incredibile personaggio di Xander, il buon Jean Claude può tornare a sfoggiare la sua lingua madre accostandola ad un charachter non solo destinato a mettere in ombra tutti gli altri, ma anche lo script stesso, geniale nella sua crudele aura da villain da fumettone lontano dai limiti ormai imposti quasi ovunque dal PG: trafficante di droga vegano con traumi infantili che l'hanno portato ad odiare chiunque minacci la Natura ed i suoi abitanti, il criminale portato in scena da Van Damme è uno spettacolo per gli appassionati del genere così come per il Cinema - trash - tutto, e la vicenda - figlia di un certo tipo di prodotti assolutamente macho oriented - con i due nemici per la pelle portati da una minaccia più grande a stringere alleanza fino a diventare quasi amici finisce per mescolare la mitologia di eroi amatissimi da queste parti come Hap e Leonard a situazioni che ricordano - purtroppo non per spessore del resto del cast - meraviglie eighties in stile Tango&Cash.
Interessante, inoltre, la scelta di non rendere invincibili - anzi, piuttosto fallibili - i due "eroi" contrapposti a Xander, così come la volontà del regista di non porre limiti all'istrionismo becero di Van Damme, in grado di prendere sulle spalle l'intera pellicola rifacendosi di cose recenti di dubbio gusto come Welcome to the jungle e regalando praticamente una perla per ogni singola sequenza: dalla già citata prima apparizione all'ultima, assistiamo di fatto ad un festival vero e proprio dell'attore ed esperto di arti marziali belga, pilastro dell'action anni ottanta e simbolo di un'epoca che ancora oggi risulta difficile pensare possa essere davvero parte del passato.
Ottimo il lavoro sulla fotografia - che potrà anche apparire piuttosto scura, eppure in alcuni momenti è riuscita addirittura a ricordarmi i colori sempre carichi del wuxia -, ed il ritmo, pronto a non dare un attimo di tregua allo spettatore grazie a twist che, seppur telefonati, finiscono per appassionare neanche si potesse tornare ragazzini in preda ai primi sfoghi da film di arti marziali con tanto di mosse replicate durante e dopo la visione.
Enemies closer è tutto questo e molto di più.
Lo capiranno i figli della mia generazione, cresciuti a pane e Stallone e Schwarzenegger, che ancora si emozionano all'idea dell'incontro di Muay Thai con le corde delle fasciature imbevute di resina e spinte tra i cocci di vetro, e provano un brivido quando il cervello si stacca dalle menate della vita e si può pensare che tutto questo possa esistere davvero.
Perchè se esiste, è grazie ad attori, interpreti, esperti del calibro di Van Damme.
Squilibri e disciplina, calci rotanti e situazioni improbabili, quelli come lui sono il cuore pulsante della macchina dei sogni che è il Cinema.




MrFord




"So anytime somebody needs you, 
don't let them down, although it grieves you,
Some day you'll need someone like they do, 
looking for what you knew."
Led Zeppelin - "Friends" - 




 

sabato 13 settembre 2014

Fringe - Stagione 5

Produzione: Fox
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 13




La trama (con parole mie): ripescati dall'ambra ventuno anni nel futuro rispetto alla loro epoca Walt e Peter Bishop, Olivia e Astrid si ritrovano in un mondo dominato dagli Osservatori che vede i giorni dell'umanità praticamente contati. Aiutati dalla resistenza e dalla figlia ormai adulta Etta si trovano a combattere per realizzare un piano orchestrato dallo stesso Walter in compagnia del misterioso Donald nel passato ed impresso su una serie di videocassette che dovrebbe portare i nostri ad annullare la minaccia degli Osservatori stessi grazie ad una sorta di paradosso temporale che induca la misteriosa razza ad autoannullarsi.
Sarà una lotta dura e non priva di sacrifici anche in termini di vite, ed uno scontro all'ultimo sangue con gli invasori guidati dal glaciale e spietato Capitano Windmark.






Dopo un inizio difficoltoso ed una prima visione del pilot che rimase un episodio isolato per anni in casa Ford, Fringe ha rappresentato, nelle ultime stagioni di visioni "da tavola" degli occupanti del Saloon un appuntamento fisso e decisamente amato, costruito su un gruppo di personaggi memorabile e sulla contaminazione di generi, dalla sci-fi classica ai paradossi temporali, dal thriller all'horror, da X-Files agli scenari in pieno stile Blade runner di questa ultima stagione, giocata tutta su un futuro assolutamente distopico ed orwelliano all'interno del quale i protagonisti si trovano a fronteggiare i più enigmatici tra i comprimari delle precedenti seasons, gli Osservatori.
Occorre comunque ammettere che i primi episodi hanno rappresentato una fonte di discreto disorientamento per noi Ford, abituati ad un piglio decisamente più efficace - e soprattutto alle ottime stagioni due e tre - e ad un ritorno emotivo in grado di fare il paio con l'intrattenimento: rodato, però, il meccanismo, e stabilito un certo equilibrio legato al cambio dell'ambientazione, la creatura di J. J. Abrams è riuscita a riguadagnare il terreno perduto finendo per piazzare un finale toccante e decisamente perfetto per l'intera serie, poggiata sulle spalle del meraviglioso Walter - evidentemente un nome che porta bene, sul piccolo schermo - Bishop interpretato alla grandissima da un John Noble in spolvero totale, toccando un tema sempre affascinante come quello dei viaggi e dei paradossi temporali che, da Ritorno al futuro a Ricomincio da capo, è sempre stato un vero e proprio must da queste parti.
Senza dubbio la riduzione del numero degli episodi rispetto alle annate precedenti ha finito per influire sullo script - passaggi come il destino di Etta, quello di Nina Myers o di Broyles, così come il viaggio di Olivia nella dimensione parallela che era stata protagonista della quarta stagione, il ritorno della parte "oscura" di Walter o il tentativo di Peter di rendersi il più simile possibile agli Osservatori avrebbero meritato decisamente più spazio, ed una calma maggiore nello scioglimento delle trame e sottotrame - e la stessa Olivia, main charachter fin dal principio, risulta nettamente ridimensionata sia nell'importanza che nell'impatto sull'opera, perdendo parte del carisma che l'aveva contraddistinta in precedenza, eppure il lavoro su Walter e Donald/Settembre, unito agli spunti legati ai rapporti che si evolvono tra padri e figli riescono a sopperire alle mancanze e alle imperfezioni di una chiusura di serie che, nel bene o nel male, rimane all'altezza di un prodotto sicuramente di genere ma ugualmente in grado di appassionare e legare a se spettatori anche normalmente non avvezzi a sci-fi ed affini.
Se, a questo, si aggiungono il recupero di molti riferimenti alle annate precedenti - dai casi Fringe usati come armi contro gli Osservatori ai misteriosi simboli comparsi fin dal principio prima di ogni interruzione pubblicitaria - ed un episodio conclusivo commovente quanto dedicato all'azione - ottimo il confronto finale con il detestabile Windmark, perfetto "cattivo" quasi da fumetto -, il compito è assolto.
E, a volte, il passaggio di testimone assume il significato di una "nuova speranza" che gli appassionati di fantascienza conoscono bene.
Anche quando si tratta soltanto di un tulipano tracciato su un foglio bianco.




MrFord




"Who knows? Not me.
We never lost control
you're face to face
of the Man who Sold the World."
David Bowie - "The man who sold the world" - 



venerdì 12 settembre 2014

Sons of anarchy - Stagione 5

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2012
Episodi: 13





La trama (con parole mie): Jax Teller, riuscito finalmente nell'impresa di scalzare Clay dalla presidenza dei SamCro prendendo il suo posto, si trova a dover amministrare tutte le questioni rimaste in sospeso dei Sons con la Legge, le incriminazioni federali, il destino di Big Eight, i nuovi membri entrati a sostituire morti ed arrestati, il traffico di armi con gli irlandesi, quello di droga con il Cartello, e soprattutto la sete di vendetta del boss locale Pope, ancora furioso per la morte di sua figlia, avvenuta in seguito ad un errore di Tig.
Il confronto con lo stesso Pope innescherà una serie di eventi che porterà Jax a nuove alleanze e perdite dolorose, nonchè ad un suo avvicinarsi ad un lato oscuro che finirà per renderlo più simile a Clay e a tutto quello che ha sempre cercato di combattere di quanto non potesse credere lui stesso.








Tornare a Charming, ed accanto ai SamCro, è sempre una faccenda tosta, per gli occupanti di casa Ford: il serial firmato da Kurt Sutter, da tempo il degno erede nel cuore di questo vecchio cowboy di The Shield, era giunto alle soglie di questo quinto giro di boa sospinto da pareri non propriamente positivi, che segnalavano un passo decisamente più spento degli autori nel portare sullo schermo le vicende della gang di motociclisti finalmente capitanata da Jax Teller, riuscito dopo quattro stagioni nell'impresa di spodestare Clay Morrow, suo patrigno nonchè responsabile della morte del padre del giovane protagonista.
Da parte mia, se non una certa e neppure troppo marcata dispersione dovuta ai numerosi personaggi e sottotrame affrontate, il suddetto calo in termini di qualità non è stato riscontrato, specialmente considerato che questa quinta annata è parsa nella quasi totalità degli episodi la più amara ed oscura tra quelle finora passate sullo schermo dei Sons: il progressivo mutamento nell'atteggiamento di comando di Jax - in grado di spingerlo su binari pericolosamente simili a quelli percorsi dalla sua nemesi Clay -, la morte di uno dei SamCro più amati dell'intera serie, i botta e risposta a suon di vendette ed uccisioni tra i Sons e Pope, i tradimenti ormai all'ordine del giorno all'interno di questo gruppo di autoribattezzatisi fratelli hanno reso la season five senza dubbio drammatica, un vero macigno posto sul cuore degli spettatori.
All'introduzione di nuovi personaggi decisamente efficaci come Nero ed il ranger in caccia dei responsabili della morte di sua sorella - che promette scintille per la prossima stagione -, le vecchie conoscenze garantiscono lo spessore necessario affinchè, come di consueto quando si tratta della creatura di Sutter, si giunga alla conclusione con il fiato corto e la tensione al massimo - dall'anima nera Gemma all'instabile Tig, passando per il fedelissimo Chibs ed il controverso Juice -: non una cosa da poco, considerato il calo fisiologico che, di norma, colpisce le proposte da piccolo schermo che fin dai loro esordi finiscono per abituare il loro pubblico ad uno standard qualitativo alto.
Personalmente, sono contento che i SamCro continuino la loro corsa senza illusioni, tra carne e sangue, evitando di vendere all'audience sogni di lieti fini che, nelle vite reali e soprattutto in quelle segnate dalla violenza come le loro, difficilmente si incontrano: lo stesso fato di Jax, sempre più legato al Potere e corrotto dallo stesso, è emblematico.
E le uniche strade per uscire da questo tunnel in un modo o nell'altro paiono essere assecondarlo e perdere se stessi, o lasciarsi travolgere rischiando il tutto per tutto: Jax e Hopie, senza troppi giri di parole.
Sons of anarchy, dunque, continua ad essere una proposta con le palle più che quadrate, pane e salame, diretta e cattiva come il mondo pronto a mettere sotto, in preda ad un delirio da selezione naturale, chiunque si lasci fregare o si arrenda allo stesso: resta da chiedersi se il prezzo da pagare per restare vivi e continuare a combattere - senza, dunque, avere anche solo una vaga speranza di pace - sia oppure no troppo alto.




MrFord



"She eyes me like a pisces when I am weak
I've been locked inside your Heart Shaped box for weeks
I've been drawn into your magnet tar pit trap
I wish I could eat your cancer when you turn black."
Nirvana - "Heart shaped box" - 



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