venerdì 21 novembre 2014

Il pianeta delle scimmie

Regia: Franklin J. Schaffner
Origine:
USA
Anno: 1968
Durata:
112'






La trama (con parole mie): l'astronauta George Taylor ed il suo equipaggio, in viaggio verso lo spazio profondo, si pongono in uno stato di animazione sospesa che possa permettere a tutti loro di superare la prova del Tempo e giungere dove nessun umano era mai stato prima.
Precipitati su un pianeta dalle caratteristiche molto simili alla Terra e perso un membro, i tre superstiti si troveranno a lottare per la loro sopravvivenza e libertà in un mondo governato da scimmie umanoidi che, di fatto, ricoprono un ruolo terribilmente simile a quello che sulla Terra hanno sempre ricoperto gli umani.
Quando le vicissitudini di questa nuova sfida porteranno alla morte anche gli altri due compagni, Taylor si troverà a doversi affidare alla studiosa locale Zira per poter riconquistare la propria individualità: ma sarà soltanto per andare incontro ad una sorpresa terribile.









Non troppo tempo fa, ancora freschi di visione del recente e controverso - almeno per quanto riguarda le recensioni che l'hanno avuto come oggetto - Apes revolution, io ed il mio fratellino Dembo ci trovammo nel bel mezzo di una passeggiata al parco con bimbi al seguito da bravi padri di famiglia a chiacchierare a proposito della prima pellicola che originò il successo ormai rispolverato del brand dedicato al futuro dominato dalle scimmie: in quell'occasione fu proprio il mio succitato ed inseparabile compare a giungere in casa Ford con l'omaggio del bluray di quella pellicola datata millenovecentosessantotto, più simile nel suo approccio alla sci-fi alle visioni del Kubrick di 2001 o dei b-movies di Bava che al gusto per l'eccesso e del larger than life attuali, pronto a giurare che la visione valesse non solo più di quelle dei due ultimi capitoli del "brand" - anche se, ormai, varrebbe più parlare di reboot, o ispirazione -, ma anche della maggior parte dei titoli di genere attualmente in circolazione in sala.
Ed effettivamente, ancora una volta, finisco per dare ragione al mio fratellino.
Il pianeta delle scimmie, a quasi cinquant'anni dalla sua realizzazione, trova ancora non solo un significato ben preciso ed una collocazione, ma risulta - con tutti i limiti realizzativi e di espressione del caso - assolutamente attuale se non addirittura visionario nell'affrontare tematiche che, pur rinnovandosi, all'interno della nostra società continuano ad avere un significato profondo e ben preciso e fornendo allo spettatore la giusta dose di tensione legata allo svolgimento della storia di Taylor fino al clamoroso - anche se intuibile -, disperato finale, tra i migliori che la fantascienza di questo tipo abbia mai regalato al suo pubblico.
Certo, vanno messi in conto all'opera di Schaffner una certa retorica molto USA - che, comunque, ha spesso e volentieri il sapore di non troppo celata critica - ed un approccio, in termini di svolgimento e di mezzi, assolutamente naif per lo standard attuale e forse anche quello di allora, eppure l'insieme risulta coeso ed avvincente, non banale - il ribaltamento sociale delle parti tra uomo e scimmia risulta credibile ed in un certo qual modo verosimile -, in grado di tenere ancora inchiodati alla poltrona dal primo all'ultimo minuto: la struttura resta quella del film didattico - in un certo senso, le moderne imprese di Caesar, per quanto evidenti, non sono subordinate ad una sorta di monito da indirizzare alle platee, al contrario di quelle di Taylor, interpretato dal discutibile, umanamente parlando, Charlton Heston - che potrebbe addirittura indispettire i più radical o i meno avvezzi ad un approccio all'apparenza così poco moderno di una pellicola, così come i dialoghi tra il protagonista umano ed i suoi carcerieri pronti a condurre l'audience al drammatico confronto nell'aula di tribunale, teatro di una sorta di sfida quasi filosofica simile a quella che precede la battaglia conclusiva.
La tematica, poi, cara alla fantascienza classica, che conduce Taylor all'agghiacciante scoperta dell'epilogo - che non rivelo per evitare spoiler nel caso in cui qualcuno decidesse di vederlo per la prima volta - è funzionale e resa al meglio: un occhio esperto potrebbe riuscire ad intuirlo in anticipo, eppure l'idea di abbandonarsi completamente e vivere le vicende dell'astronauta esule nella loro parte più d'azione funziona almeno quanto riflettere non tanto sul fatto che siano le scimmie a dominare il pianeta sul quale gli uomini giungono, ma che la loro società apparentemente avanzata nasconda falle di sistema pronte ad esplodere alla prima variabile impazzita.
Un pò quello che accade anche da queste parti, sulla Terra.
La nostra Terra.
E chissà poi fino a quando.



MrFord



"Big gorilla at the L.A. Zoo
snatched the glasses right off my face
took the keys to my BMW
left me here to take his place."
Warren Zevon - "Gorilla you're a desperado" - 





giovedì 20 novembre 2014

Thursday's child

La trama (con parole mie): alle spalle le settimane dei lanci delle nuove pellicole di Nolan, dei Dardenne e targate Marvel, ecco sopraggiungere un weekend che promette, al contrario dei precedenti, di affossare senza se e senza ma l'umore di ogni cinefilo che si rispetti. Purtroppo per chi ne capisce di Cinema, infatti - e non sto parlando del mio rivale e co-conduttore della rubrica Cannibal Kid, ovviamente -, torna sul grande schermo una delle teen-saghe più inutili del passato recente, Hunger Games, che vale e varrà la pena solo ed esclusivamente grazie alla presenza sempre più che ben accetta di Jennifer Lawrence.
Per il resto, sarà probabilmente noia.

Cannibal e Ford tra una quarantina d'anni, ancora nel pieno del loro idillio bromantico.
Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I


Cannibal dice: Jennifer Lawrence si è lasciata con Chris Martin?
Libidine.
Arriva un nuovo capitolo di Hunger Games?
Doppia libidine.
Ford odierà questo episodio della saga young adult teen fantasy preferita dal sottoscritto ancor più dei precedenti splendidi capitoli?
Libidine coi fiocchi!
Ford dice: se non ci fosse di mezzo Jennifer Lawrence, credo avrei abbandonato la serie teen più inutile degli ultimi anni più o meno dalla metà del primo film. Poco male: vorrà dire che mi rifarò gli occhi con lei preparando le consuete bottigliate.

"Peppa Kid, stavolta ti infilzo come un pollo allo spiedo!"
Scusate se esisto!


Cannibal dice: Scusate se Ford esiste, ma non ci posso far niente. Dio, o più probabilmente Satana, l'ha creato e quindi ce lo dobbiamo tenere. Così come ci dobbiamo tenere queste commedie italiane che, soprattutto a ridosso del periodo natalizio, si affollano sempre più numerose nei multisala. Di film con protagonista Paola Cortellesi ne ho visti un paio, Sotto una buona stella e Nessuno mi può giudicare, che mi sono sembrati meno male del previsto, però la voglia di vedermi questo è comunque a livelli bassini. Molto bassini.
Ford dice: scusate se Cannibal esiste, prometto che prima o poi riuscirò a mettere fine a tutte le vostre sofferenze, e anche alle sue. Nel frattempo, cercherò di risparmiarmene evitando come la peste quest'ennesima robetta italiana.

"Ford, Cannibal: non siamo per niente soddisfatti delle vostre opinioni a proposito del nostro film. Proprio per niente."
I toni dell'amore - Love Is Strange


Cannibal dice: Love Is Strange parla della relazione tra due uomini anziani. No, non è la storia di Ford e Cannibal. Io sono giovane! I due protagonisti sono invece John Lithgow, uno degli attori più inquietanti di sempre qui alle prese con un ruolo almeno apparentemente più dolce, e Alfred Molina, che di solito non mi piace ma che qui chissà non mi sorprenda. A meno che non affoghi nel buonismo e negli stereotipi, potrebbe trattarsi di una commedia romantica davvero singolare e da non perdere.
Ford dice: pensavate si trattasse dell'atteso film a tematica gay con protagonisti Ford e Cannibal? Ancora no! Per quello dovremo attendere che il Cucciolo smetta di temermi e decida di dividere il set con il sottoscritto.
Nel frattempo questa potrebbe perfino essere la sorpresa della settimana.

"Ford, sei contento di esserti finalmente sposato con la tua nemesi?" "Peccato che qui in Italia si siano dovuti aspettare cinquant'anni!"
My Old Lady


Cannibal dice: In una settimana che vede arrivare il film young adult più atteso dell'anno, da me e non solo, ecco che arriva anche il film old adult più atteso dell'anno, da Ford e da lui solo. Fin dal titolo, My Old Lady si preannuncia come il trionfo della terza età. My Old Ford, lo so che sei eccitato per questa pellicola, ma attento a non farti venire un infarto!
Ford dice: ennesimo film sul filone terza età che nonostante si adatti al sottoscritto pare più una robetta per signore buona per Katniss Kid piuttosto che una figata expendable perfetta per il vecchio Ford. Non resta, dunque, che saltare anche questa volta a piè pari. Magari sulla schiena del Cannibale.

"Mamma, mettiti il cuore in pace: sei troppo giovane per Ford, al massimo puoi avere qualche speranza con Cannibal!"
These Final Hours


Cannibal dice: Dall'Australia, terra prediletta del mio blogger rivale che finge di esserci stato anche se io non ci credo, arriva questo film fantascientifico/psicologico che spero possa stare più dalle parti di Another Earth che non dalla robe apocalittiche alla Michael Bay. Sento forte puzza di fordianata, e non è un buon odore, però qualche sorpresina ce la potrebbe riservare.
Ford dice: l'Australia, terra prediletta del sottoscritto, sforna quella che potrebbe rivelarsi la tamarrata della settimana. Buon per me, e spero male per Cannibal, che se lo sciropperà auspicandosi il meglio e finirà per trovarsi di fronte la più classica delle da lui tanto odiate fordianate.

"Quello stronzo di Ford mi ha preferito Jennifer Lawrence: ma come si permette!?"
Adieu Au Langage - Addio al linguaggio


Cannibal dice: Il maestro della Nouvelle Vague Jean-Luc Godard ha 80 suonati, eppure li porta meglio di quel vecchio rimba di James-Luc Fordard. Questo suo nuovo esperimento cinematografico si preannuncia come qualcosa di troppo radical-chic persino per me, però allo stesso tempo potrebbe essere una visione affascinante. E soprattutto potrebbe portare alla definitiva esplosione della testa (vuota) dell'autore di WhiteRussian.

Ford dice: Godard ha tutto il mio rispetto, davvero. Un grande della Nouvelle Vague, e del Cinema. Ma fin troppo radical chic da sempre. E se con l'età, di norma, si peggiora, figuratevi cosa potrebbe significare buttarsi a capofitto in quella che pare essere una delle visioni regine del radicalchicchismo di quest'anno. La lascio volentieri a Radical Kid. E spero sia un addio.

"Questo film sarà una vera prigione, per quel tamarro di Ford. Sarà contento Peppa."

mercoledì 19 novembre 2014

Jersey Boys

Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 134'






La trama (con parole mie): nel cuore del Jersey della mala e della tradizione di origine italiana, Tommy De Vito accoglie, nel pieno dell'epoca d'oro a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta il giovane e promettente cantante - nonchè parrucchiere - Frankie Valli nel suo gruppo, con la speranza di trasformare in una professione effettiva la passione che guida lui ed i ragazzi che non vorrebbero dover scegliere tra una carriera criminale ed una da cittadino qualsiasi.
Quando Bob Gaudio, compositore e strumentista, entra nella band ed inizia il sodalizio creativo con Frankie, le cose cambiano: puntando il tutto per tutto su un nuovo nome, i giovani cantanti danno inizio ad una carriera che li condurrà dritti alla Hall of fame del Rock un successo dopo l'altro.
Ma il prezzo dell'immortalità e della fama dei Four Seasons sarà almeno in parte alto: le strade dei suoi quattro componenti, infatti, finiranno per prendere binari così diversi da dubitare che possano aver mai davvero costituito un gruppo.








Nel corso delle ultime stagioni cinematografiche, l'appuntamento con le nuove produzioni firmate dall'idolo fordiano Clint Eastwood è sempre stato un must per il quale annullare impegni e precipitarsi in sala, spinto dalla curiosità rispetto a quello che sarebbe stato il lavoro dietro e davanti alla macchina da presa del "texano dagli occhi di ghiaccio".
E in fondo, da Gran Torino ad Invictus, fatta eccezione per Changeling - che, per quanto ben realizzato, è stato l'unico film del vecchio Clint a non conquistarmi particolarmente -, tutto si è sempre concluso con un vero e proprio sentimento di ammirazione per questo grande Maestro del Cinema USA, il John Ford dei nostri tempi, un assetato di esperienza e di vita pronto a mettersi in gioco ogni volta come fosse la prima: rispetto a Jersey Boys, tratto da un musical di grandissimo successo a Broadway ispirato alla carriera ed alla vita di Frankie Valli, il timore di trovarsi di fronte  ad una sorta di progetto su commissione ha finito per prolungare oltre misura l'attesa, quasi temessi di affrontare una nuova esperienza come quella legata al già citato Changeling.
E, devo ammetterlo, almeno per i primi venti minuti di pellicola, ho temuto che potesse essere davvero così: Eastwood, ormai, muove la macchina come pochi altri, e conosce benissimo il suo mestiere, arrivando a confrontarsi anche con generi lontani da quelli che lo hanno formato riuscendo a settare standard qualitativi altissimi, scomodando paragoni con grossi calibri che, almeno sulla carta, dovrebbero a dispetto dell'età e per esperienza da cineasti metterlo comunque all'angolo - come Martin Scorsese, al quale lo "spietato" Clint pare essersi ispirato parecchio per la messa in scena di questo lavoro -, eppure l'impressione che si trattasse di un'operazione commerciale della Warner dirottata sulla mano esperta di Eastwood dopo il naufragio del primo progetto che avrebbe dovuto essere firmato da Jon Favreau era davvero ingombrante, almeno per il sottoscritto.
Ma l'ex pupillo di Siegel e Leone - che si concede perfino un'autocitazione dei tempi di Rawhide - sa come gestire il Tempo, e dunque, senza fretta, sequenza dopo sequenza, finisce per impadronirsi di una materia senza dubbio non sua - quella del musical - sfruttando l'esperienza recente nell'ambito del biopic - J. Edgar - ed omaggiando la Hollywood dei Grandi Studios con una classe impareggiabile, concedendosi nella seconda parte un crescendo clamoroso sia dal punto di vista della narrazione, sia rispetto alla profondità della riflessione sul Tempo, la Famiglia, le origini ed i valori americani - ma non solo - che da buon repubblicano non ha mai nascosto di rispettare.
In un certo senso, si potrebbe associare al regista la figura del sempre magnifico Christopher Walken, che come un vero boss d'altri tempi segue, protegge e cerca di aggiustare tutte le faccende che riguardano il suo favorito Frankie, uno dei cantanti più importanti della Storia della Musica americana, interprete unico e conosciuto dal grande pubblico anche quando le canzoni hanno finito per superare la fama del loro autore - sinceramente, io stesso sono rimasto a bocca aperta nello scoprire che brani coverizzati da generazioni di band ed artisti solisti siano eredità dello stesso Frankie e dei Four Seasons -: eppure, nonostante il denaro, il successo, la fama, la vita di Valli e dei suoi compagni non è stata semplice quanto potrebbe apparire.
Ed è proprio nel momento delle difficoltà che Clint sfodera le sue zampate migliori, riflessioni sull'esistenza e sul quotidiano che, inesorabilmente, formano caratteri e vite, e sull'amicizia, sulla capacità tutta umana di vedere le cose esclusivamente secondo il proprio punto di vista, sulle cadute ed i ritorni che rendono ogni esistenza speciale, unica, degna di una grande storia e di una grande colonna sonora.
E mentre i Four Seasons cantano "Walk like a man", Eastwood prende per mano lo spettatore e racconta cosa sono la crescita, la voglia di imparare sulla propria pelle e dai propri errori e quella di raccontare, di tramandare, di lasciare qualcosa a qualcuno - che si spera siano i propri figli -, il coraggio di accettare le sconfitte ed alzarsi, sempre, con la testa alta ma ugualmente pronti ad inchinarsi per ringraziare di quello che abbiamo avuto e chi ci sta, in una misura o nell'altra, applaudendo.
Ed anche di quello che, del resto è inevitabile, perdiamo lungo la strada.
Perchè siamo tutti Jersey Boys.
Qualcuno ce la fa, e qualcun'altro no.
Ma non per questo una storia - o un punto di vista della stessa - è meno importante di un'altra.



MrFord



"He said walk like a man
talk like a man
walk like a man my son
no woman's worth
crawling on the earth
so walk like a man my son."
The Four Seasons - "Walk like a man" - 




martedì 18 novembre 2014

Interstellar

Regia: Christopher Nolan
Origine: USA, UK
Anno: 2014
Durata: 169'





La trama (con parole mie): siamo in un futuro prossimo in cui la Terra, in ginocchio a seguito di cambiamenti climatici, vive una profonda crisi legata alle risorse alimentari. Cooper, un ex pilota vedovo diventato agricoltore che vive con i figli Tom e Murph, è convinto dal professor Brand, uno studioso alla ricerca di una soluzione che possa permettere all'umanità di scoprire un'alternativa di vita su un altro pianeta, a prendere parte ad una missione potenzialmente senza un termine che porterà l'equipaggio della nave dallo stesso Cooper condotta attraverso un wormhole vicino a Saturno dall'altra parte dell'universo, sulle tracce di un gruppo di scienziati partiti anni prima alla ricerca di risorse naturali su dodici corpi celesti diversi.
Separatosi a malincuore dalla famiglia, Cooper accetta nella speranza non solo di salvare l'umanità, ma anche di poter tornare a riabbracciare i suoi figli: riuscirà, insieme al suo equipaggio - compresa la figlia dello stesso Brand - ad attraversare Spazio e Tempo riuscendo nell'impresa?






 
Fin da bambino, per quanto negli anni delle superiori non sia certo stato una cima in fisica, l'astronomia ha rappresentato una delle mie più grandi passioni: ricordo ancora - e conservo gelosamente - "Il libro dell'astronomia", tomo di notevoli dimensioni regalatomi per Natale da mia zia quando avevo sette anni all'interno del quale si parlava ancora dell'esplorazione del Sistema Solare grazie alle sonde Voyager, forse le prime ad aver compiuto servizi completi sui pianeti esterni - per intenderci, tutto quello che si può trovare oltre Marte e la fascia degli asteroidi -, quando ancora Plutone non era stato "degradato" a semplice corpo celeste e probabilmente non si aveva idea di cosa fosse un quasar.
Ad alimentare questa passione "spaziale" del sottoscritto fu senza dubbio lo spirito al centro di una discussione tra Cooper ed uno degli scienziati al suo fianco nel corso della missione di salvataggio del mondo, ovvero quello che supera il concetto di studioso e libera l'ispirazione dell'esploratore: fondamentalmente, la scoperta dello spazio profondo e dei suoi silenzi infiniti non è altro che una versione clamorosamente più grande di quello che rappresentò la conquista degli oceani, e l'epoca dei grandi viaggi e dei loro protagonisti, da Magellano a Colombo. 
Seguendo questa linea di pensiero, il lavoro di Christopher Nolan con Interstellar è uno dei più emozionanti, sentiti e visivamente impressionanti che la sci-fi ricordi negli ultimi decenni, un viaggio prima di tutto emozionale e sentimentale che, di fatto, paragona le montagne russe del cuore all'idea di qualcosa di così grande da non poter essere neppure immaginato, l'Universo: un luogo all'interno del quale esistono fenomeni in grado di piegare addirittura il Tempo giungendo ben oltre quella che è la nostra comprensione attuale, e che a volte regalano brividi unici - i già citati quasar, ammassi di stelle pulsanti ai confini del cosmo, riescono a produrre una luce così intensa da essere visibili anche ai nostri telescopi, posti a miliardi di anni luce da loro, permettendo alle singole particelle di viaggiare e giungere a noi dopo un intervallo di tempo che ha avuto inizio quando ancora il Sistema Solare doveva ancora in qualche modo essere immaginato - che neppure la più sfrenata immaginazione visiva e cinematografica potrà mai rendere.
Ma Interstellar non è soltanto questo: è anche un comparto tecnico spaventoso, momenti di impatto enorme - dalle onde gigantesche al Gargantua, passando per Saturno -, mai come prima l'espressione della volontà di quello che, ad oggi, è forse l'erede principale insieme a J. J. Abrams dello Spielberg dei bei tempi, di trovare un punto d'incontro tra autorialità e Cinema popolare, nella speranza di concedere qualcosa ad entrambi e di conseguenza a se stesso.
Ed è un'opera a tratti troppo prolissa e derivativa - inevitabili i riferimenti a Contact, Signs, Inception, Europa Report, Solaris, Stargate e soprattutto l'inarrivabile 2001 -, in grado di regalare momenti di grande impatto emotivo e subito dopo incappare in scivoloni al limite del buonismo hollywoodiano più sfrenato - il confronto finale tra Murph e suo padre -, non sempre limpida a livello di script - ma, con un argomento di questo calibro a livello scientifico, è da mettere in conto - e solo parzialmente convincente a livello di casting - sprecati la Chastain e Affleck, compitino da sei politico per Caine e Lightow, fuori ruolo Damon ed il solo, ormai onnipresente McConaughey a tenere sulle spalle la baracca -.
Come prendere, dunque, Interstellar, attesissimo e celebratissimo ritorno di Christopher Nolan sul grande schermo?
Non come il Capolavoro che, personalmente, ancora attendo dal cineasta inglese, ma neppure come qualcosa di fallimentare o sbagliato.
Ci troviamo di fronte ad un grande prodotto realizzato da un professionista unico e di talento che, da buon illusionista, questa volta non è semplicemente stato in grado di lasciare a bocca aperta con un "prestigio" mozzafiato, quanto, più che altro, con un inganno costruito alla grande.
Eppure, lo spirito che anima questa pellicola ha qualcosa di grande, capace di lasciare non tanto a bocca aperta, quanto a cuore spalancato: è il sapore delle epopee e dei viaggi, lo spirito degli esploratori e dei naviganti, quel "non andarsene docili", "l'amore che muove il sole e le altre stelle", e che soprattutto muove noi, piccoli ed insignificanti esseri al cospetto di un Universo che sarà sempre così enorme anche solo da immaginare da risultare irresistibile e magico.
Perchè il brivido della conquista cresce esponenzialmente tanto più la conquista stessa appare fuori dalla nostra portata.
E l'Universo è ancora fuori dalla portata di Christopher Nolan.
Ma vi assicuro che vederlo tentare è stato come riprendere tra le mani il mio libro dell'astronomia e tornare ai tempi in cui, a sei o sette anni, sognavo un giorno di viaggiare tra quei mondi lontanissimi.
Il Tempo che si piega.
Ci riporta ad essere bambini per tornare al futuro.
E in quasi tre ore di spettacolo sentire il miracolo ed assaggiare la caduta.
La relatività del Tempo - sempre lui - e l'assolutezza della Gravità.
E non c'è Gravità con attrazione più forte dell'amore.
 
 
 
MrFord
 
 
 
"Parlami dell' esistenza di mondi lontanissimi
di civiltà sepolte di continenti alla deriva.
Parlami dell'amore che si fà in mezzo agli uomini
di viaggiatori anomali in territori mistici...di più.
Seguimmo per istinto le scie delle Comete
come Avanguardie di un altro sistema solare."
Franco Battiato - "No time no space" -
 
 
 
 

lunedì 17 novembre 2014

Frank

Regia: Lenny Abrahamson
Origine: UK, Irlanda
Anno: 2014
Durata:
95'




La trama (con parole mie): Jon, un giovane aspirante musicista non particolarmente dotato in fase di scrittura dei pezzi, finisce casualmente per sostituire il tastierista della strampalata e stralunata band dei Soronprfbs ed essere assoldato dagli stessi per completare la registrazione di un album in un cottage in Irlanda. Convinto di passare soltanto qualche giorno accanto ai nuovi compagni di viaggio e al loro curioso leader, Frank, che indossa da sempre una maschera enorme sul volto, Jon comincerà a documentare i loro momenti di svago e con gli strumenti - improvvisati e non - tra le mani, finendo per rimanere più di un anno legato alla band.
Quando, grazie a Youtube e Twitter, Jon entrerà in contatto con gli organizzatori di un Festival negli States e l'album sarà finalmente finito, i Soronprfbs e Frank dovranno fronteggiare la loro crisi più profonda: dissidi interni, i dubbi del leader e l'incompatibilità tra Jon e Clara saranno, infatti, un banco di prova ancora più duro del successo imminente.







Se avessi stilato una classifica dei film alla vigilia più temuti dal sottoscritto di quest'anno, Frank se la sarebbe giocata senza dubbio con i primi, grossi calibri da bottigliate come Under the skin o Nymphomaniac: film indie con musica alternativa come base, una vicenda molto weird e quel tipo di narrazione senza un vero e proprio filo logico tipica dell'esaltazione da radical chic impersonata da un protagonista che, probabilmente, mi verrebbe voglia di prendere a badilate sulla testona finta ad ogni piè sospinto.
Eppure, nonostante certo non si parli di un film perfettamente riuscito, il lavoro di Lenny Abrahamson è riuscito a modo suo a conquistarmi nonostante tutto ciò che è stato appena scritto: non tanto per la chiacchierata performance decisamente inusuale di Michael Fassbender, per le canzoni eseguite nel corso delle riprese dagli attori o per la particolarità di alcuni passaggi, quanto più che altro per la capacità di descrivere e coinvolgere l'audience rispetto a quella che è la vita di una band, che di fatto - in tour o nel corso della registrazione di un disco - diviene di fatto una famiglia, con tutti i pregi e gli squilibri profondi del caso.
Il percorso del protagonista Jon - interessante sfruttare, e molto bene, il suo lato di loser anche in campo artistico, quasi la voglia e la passione non fossero neanche lontanamente bilanciate dal talento - all'interno dei Soronprfbs - nome non solo perfetto, ma anche decisamente affascinante -, il progressivo affermarsi e sentirsi riconosciuto - per una volta l'utilizzo dei social network in un film non mi è parso eccessivo o pacchiano - che prelude l'inevitabile caduta e la ricerca di un nuovo stimolo, di un finale giusto - ed anche in questo caso, nonostante le critiche all'evoluzione e all'epilogo del film, mi pare che la scelta operata sia stata la migliore possibile - è coinvolgente ed allo stesso modo repellente, quasi fossimo lo stesso Jon in perenne lotta con Clara, vera e propria eminenza grigia della band - ottima la Gyllenhaal -.
Dunque, per quanto non possa certo considerare le canzoni dei Soronprfbs come dei pezzi cult - tutt'altro, a dover essere sincero - e trovare assolutamente irritante il loro modo di porsi rispetto all'arte e al mondo - la vita "oltre confine" nel capanno in cui viene registrato l'album, la parola salvezza, i confronti davvero oltre il limite del grottesco tra Frank ed i suoi ragazzi -, la sensazione che mi pare resti e divampi attraverso il confronto tra Jon ed i suoi nuovi compagni di viaggio ha avuto il grande merito di permettere al sottoscritto di fare un passo oltre, comprendendo il bisogno di questo gruppo di squilibrati artisti di cantare il proprio amore a loro modo, senza troppi giri di parole o banalizzazioni esecutive, ed il confronto degli stessi con il main charachter - Jon, non Frank, sia chiaro -, un ragazzo mosso dall'ambizione che vorrebbe veder realizzati i suoi sogni senza fare troppi conti con doti certamente non impressionanti - splendido il passaggio in apertura con il tentativo di Jon di comporre mentalmente un brano basandosi su paesaggi, persone e situazioni incrociate in strada nel tragitto fino al luogo di lavoro -.
Con più probabilità, però, la cosa che ha permesso al sottoscritto di empatizzare con Frank e Jon e, dunque, andare oltre i difetti di questo film e tutte le caratteristiche che di norma finiscono per irritarmi è che dietro quella maschera ingombrante e quella voglia irrefrenabile di comunicare che caratterizzano i due volti di questa medaglia, ci sono i tentativi artistici di tutte le persone che vorrebbero o tentano per tutta una vita di guadagnarsi l'occasione pronta a cambiare loro la vita stessa, ma che, di fatto, per colpa o per Destino, o semplicemente per qualche incongruenza di tempi ed avvenimenti, non usciranno mai dal loro piccolo angolo di periferia - pur se artistica - dimenticata da tutti, forse anche da quelli che la abitano.
Frank e Jon sono due di quei novecentonovantanove che guardano affermarsi l'uno su mille.
E non possono fare altro che lottare, e lottare, per fallire.
Ed andarsene via quando si rendono conto che è troppo tardi.



MrFord



"You're just a little boy underneath that hat
you need your nerve to hide your ego - don't come with that
you think everything is handed to you free
but it's not that easy, no."
Amy Winehouse - "You know you now" - 



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