martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh, UK/USA, 2017, 115')




In uno dei loro pezzi più noti ed apparentemente semplici, i Beatles cantavano "All you need is love".
Detta così, senza associarla ai Fab Four, parrebbe quasi una frasetta del cazzo da Baci Perugina, o romanzo rosa di dubbio gusto ed indubbia (bassa) qualità.
Ma come spesso accade, nella semplicità risiede qualcosa di talmente grande da mangiarsi tutto il resto, perfino quando il mondo attorno crolla pezzo dopo pezzo, e l'unica strada che pare possibile per lo stesso è quella di andare inesorabilmente a puttane, senza usare troppi giri di parole.
Ed è quella la direzione che pare aver preso la vita ad Ebbing, Missouri, uno di quei piccoli centri persi tra il nulla e l'addio eastwoodiani in cui tutti sanno tutto di tutti ed i peccati sono al contempo ben nascosti sotto i tappeti eppure alla mercè delle voci che danno buoni consigli non potendo più dare cattivo esempio: c'è un Capo della polizia che è il ritratto dell'uomo d'altri tempi, con un bel tumore al pancreas e non si capisce se troppa condiscendenza o troppo poco coraggio, il suo protetto che vive in bilico tra bullismo e razzismo, e per sfogare la rabbia di una vita ben al di sotto degli standard che i suoi fumetti probabilmente gli fanno sognare preferisce affogare il dolore nell'alcool o gettando pubblicitari falliti dalle finestre dopo averli pestati, un venditore di auto usate che cerca con il cuore, le bugie ed una strana e silenziosa determinazione a non essere visto sempre e solo come un nano, miserie umane e speranze più o meno in pezzi che s'infrangono, divampano, esplodono contro tre manifesti che cercano di portare a galla una verità terribile piuttosto che rimanere confinati nella tranquillità di un silenzio troppo pesante.
E poi c'è lei, Mildred.
Mildred che è una donna che ha dovuto farsi le ossa a fronte di un marito violento che esibisce una fidanzata che potrebbe essere la loro figlia morta, bruciata e violentata proprio sulla strada di quei manifesti, che lavora e non ha paura di dire quello che pensa e fare quello che vuole, che ha deciso, perduto l'amore, di sopravvivere grazie all'odio.
Perchè è quello, che resta in piedi nei posti persi tra il nulla e l'addio, le case polverose delle speranze infrante.
Quello che pompa il sangue nel cuore di Mildred, in quello di Dixon, che scorre sotto le strade di Ebbing, Missouri. Quello che si è portato via una ragazza nel peggiore dei modi, e che trascina da sotto i tappeti in cui vengono nascosti male i peccati tutto quello che di peggiore può rimanere dei peccati stessi, dal rancore alla paura. E di nuovo, all'odio.
Lo stesso che trasforma una risata o un momento talmente assurdo dall'essere divertente in una delle sequenze più disturbanti del passato recente, che apre vecchie ferite e si compiace nel cospargerle con il sale del rimorso e dei sensi di colpa, e trasforma qualsiasi confronto in una sorta di guerra.
Per chi in guerra ci è andato perdendo fin troppo della sua umanità, e per chi è rimasto, e combatte ancora più duramente tutti i giorni.
E proprio quando, come nella notte più buia, l'unica strada che pare possibie è quella di andare inesorabilmente a puttane, ecco che ritorna quella frase semplice semplice.
All you need is love.
Una cosa apparentemente banale che si porta dietro il segreto del mondo, anche quando pare non ci sia davvero un cazzo per cui anche solo sognare di essere felici, o lottare, o difendere.
Perchè, come scriveva Hesse, "Senza una madre non si può amare, senza una madre non si può morire", o come ricorda Willoughby a Dixon, "Non puoi essere un buon poliziotto senza amore".
L'amore ti da la dimensione di quello che vuoi proteggere, e la forza per dimostrare che anche le cose peggiori, a volte, possono prendere una direzione diversa da quella che si possa pensare.
Non è detto che possano comunque finire bene, o che da qualche parte l'odio non possa generare altro odio.
Ma chi è pronto a scommettere su quella semplice frase, ha senza dubbio spalle abbastanza larghe per sopportare il dolore e volontà abbastanza forte per iniziare un viaggio che possa portare oltre.
Quello che accadrà si potrà sempre decidere un passo dopo l'altro.



MrFord



lunedì 15 gennaio 2018

Bright (David Ayer, USA, 2017, 117')




E' ormai chiaro quanto grande sia l'influenza di Netflix nel panorama non soltanto più circoscritto al piccolo schermo, ma anche, in una certa misura, al grande, pur se riferito al proprio portatile o al salotto di casa e non ad un multisala da weekend: il network che ha rivoluzionato il modo di approcciarsi all'universo dei serial si è ormai definitivamente lanciato anche nella produzione originale di lungometraggi, da Okja a 1922 o Il gioco di Gerald, per citarne tre che nel corso degli ultimi mesi hanno fatto parecchio parlare di loro.
Bright, giunto in rete a seguito di una campagna pubblicitaria piuttosto forte, diretto dal David Ayer di End of watch e Sabotage ed interpretato da Will Smith e Joel Edgerton, era senza dubbio una scommessa, un rischio, una di quelle cose in bilico tra l'essere una potenziale figata ed un potenziale fallimento, nonchè la produzione più costosa messa in piedi finora da Netflix: mescolando elementi che paiono usciti dritti dalla mitologia de Il Signore degli anelli con le tensioni razziali di District 9 e gli elementi urbani da sempre nel corredo artistico del regista, gli autori sono, a mio parere, riusciti a vincere la scommessa confezionando un prodotto assolutamente tamarro e sopra le righe, assolutamente imperfetto, eppure godibilissimo da guardare e pronto a solleticare il desiderio non solo di un sequel, ma anche di un'eventuale e reiterata visione, portandomi a riflessioni simili a quelle indotte dall'altrettanto imperfetto e recente Seven Sisters.
L'odissea da sbirri da strada di Ward e Jakoby, segnati da un destino che li ha visti essere messi in coppia a causa del carattere difficile del primo e della natura di orco del secondo, che porta a galla pregiudizi e razzismo - anche se parliamo di creature fantastiche, la metafora è evidente -, hard boiled nel senso più classico del termine, un'atmosfera da manga fantasy pronta a prendere il sopravvento soprattutto nella seconda parte, una dose consistente di violenza, un'interpretazione affascinante di una Los Angeles versione modern fantasy, per l'appunto, funziona ed intrattiene con l'irruenza tipica del film action anni ottanta con qualche deriva nel thriller soprannaturale e soprattutto nel prodotto da quartiere malfamato, musica alta - gran colonna sonora, senza dubbio - e proiettili che nel mio caso ha sempre esercitato un certo fascino.
Personalmente, avendolo approcciato senza alcuna pretesa se non scoprire cosa aveva progettato Netflix con un team che sapeva più di grande produzione hollywoodiana in cerca di risultati da fantascienza al botteghino, ho trovato piuttosto esagerato il tiro al bersaglio che è stato fatto rispetto ad un prodotto solido e piacevole, che non entrerà certo nella Storia del Cinema ma che svolge il suo compito nel migliore dei modi, neanche fosse un orco apparentemente non troppo sveglio e di sicuro ingenuo che affianca come meglio può un collega che non solo non si fida di lui, ma neppure lo vorrebbe al suo fianco, rinverdendo i fasti del buddy movie versione sbirro neanche fossimo tornati indietro ad Arma letale.
Avendo poi un background legato a doppio filo al mondo dei fumetti e dei giochi di ruolo, Bright ha rappresentato un divertissement perfetto, un pò come se Tolkien avesse deciso di ambientare una storia in mezzo ai casini di Strange Days: certo, il lavoro di Ayer non avrà pretese ed originalità, ma sfrutta il cocktail caotico e vario che si ritrova per le mani finendo per appoggiare sul bancone uno di quei beveroni dai colori sgargianti che pensi, da ottimo bevitore, che vada bene giusto per le feste degli adolescenti ed invece ti ritrovi a scolare a raffica con la sensazione di buttare nel motore benzina pronta soltanto ad essere data alle fiamme.
Per un vecchio cowboy come me, non ci si pone neppure il dubbio: anche perchè bere un cocktail in più non solo può significare scoprire sapori nuovi, ma anche che non si ha paura di tutta la diversità presente in qualsiasi mondo, reale o immaginario.
E conoscere, gustare, imparare da quella diversità può essere un ottimo modo per uscire anche dai più brutti guai vivi e più pieni.



MrFord



 

venerdì 12 gennaio 2018

Last friday night - Special Horror Edition



Per farci perdonare dalla latitanza da Feste della scorsa settimana, la rubrica dedicata alle uscite in sala più gettonata ed anarchica della rete torna per il secondo giorno consecutivo, rinfrescando l'edizione speciale di qualche mese fa con ospiti le Guardiane, per l'occasione tornate ad affiancare il sottoscritto e Cannibal Kid nel recensire quello che ci aspetta in ambito horror per i prossimi tre mesi.
Ovviamente, commenti sarcastici e colpi proibiti non saranno risparmiati, tanto da far impallidire perfino i più terrificanti tra i mostri del grande schermo.


"Nooooooo! Maledetto Goi, non mettermi quelle luride manacce addosso!"



THE MIDNIGHT MAN - 11 Gennaio

"Robert Englund? Sei davvero tu? Non un Visitor che cela le sembianze di Marco Goi!?"

Le Guardiane: C’è un qualcosa di simpatico in questo film che non riusciamo bene ad identificare.. sarà la presenza del buon vecchio Robert Englund o della mitica Lin Shaye? Boh staremo a vedere! Una possibilità gli va data, anche se non ci aspettiamo niente di più di una pellicola per chi ama i brividi facili!
Cannibal Kid: Anche per me c'è un qualcosa di simpatico in questo film. Solo che nel mio caso non è certo la presenza di quei due tizi più vecchi e inquietanti di Mr. Ford. È il fatto che è una pellicola teen che pare una variante horror di Jumanji e potrebbe rivelarsi una visioncina da “piccoli brividi” perfetta per intrattenere me e far infastidire il mio blogger rivale. Quindi, doppia libidine.
Ford: rispetto a questo film sono in bilico. Da una parte l'idea dell'ennesimo teen movie che vorrebbe far paura ma non potrà mai, dall'altra Robert Englund, che resta comunque una garanzia. Non so se sperare che si tratti della prima ipotesi in modo da poter essere in disaccordo con Cannibal, o della seconda per poter avere un film quantomeno decente da guardare.


INSIDIOUS - L’ULTIMA CHIAVE - 18 Gennaio

"Questo gioco proposto dalle Guardiane non mi piace per niente."

Le Guardiane: Vabbé ormai con questa saga siamo arrivati alla leggenda quindi che ve lo diciamo a fare? Vogliamo vedere questo film ORA! AHAHAHAHA già dal trailer si preannuncia un "Gardaland dell'horror", quindi vero e proprio pane per i nostri denti! Imperdibile! XD
Cannibal Kid: Io mi diverto con poco, mi basta pigliare per il culo Ford per la sua passione per il wrestling e i brutti film, ma certo che anche le Guardiane non scherzano mica. Il primo Insidious è uno degli horror più terrificanti visti di recente, però il 2 era inguardabile. Il terzo invece, per quanto di qualità infima, mi aveva divertito abbastanza e quindi mi sa che sono pronto a fare un viaggio anch'io in questa Gardaland dell'horror insieme alle due Guardiane. Che ci volete fare? Ci divertiamo anche così.
Ford: Insidious mi è sempre parso un brand inutile, per l'horror e per il Cinema, neanche l'avesse girato Cannibal. Strano che gente normalmente seria come le Guardiane si siano fatte trascinare in questa Gardaland dell'horror che mi sa che divertirà, o spaventerà, o entrambe le cose, solo Cannibal. Per quanto mi riguarda, piuttosto mi schiaffo una bella serata di wrestling e rutto libero.

SLUMBER - IL DEMONE DEL SONNO - 1 Febbraio


Le Guardiane: Dal trailer sembra essere un frullatone di diversi film recenti come Babadook, Oujia e The Conjuring e simili.
Insomma niente di nuovo sotto il sole, specie in questo primo trimestre del 2018 dove lo standard delle pellicole in uscita pare essere abbastanza uniformato. Daremo una possibilità anche a questo, magari una risata riesce a strapparcela!
Cannibal Kid: Il demone del sonno? Stiamo parlando della stessa persona? Mr. Ford in compagnia dei suoi soporiferi film pseudo impegnati?
Nonostante questo, o forse proprio per questo, mi sa che io da questo Slumber girerò al largo.
Ford: altro film come paiono essercene in giro a mazzi, e che con ogni probabilità è destinato a finire nel dimenticatoio - o nel cestino - come molti dei suoi simili. Senza contare che il demone del sonno io lo conosco bene, soprattutto nelle nottate in cui i Fordini ci rendono la vita più difficile.

LA VEDOVA WINCHESTER - 14 Febbraio

Helen Mirren su un mezzo di trasporto tipico degli anni della gioventù di Ford.

Le Guardiane: Nel caso non ne abbiate mai abbastanza ecco a voi un’altra storia di fantasmi e demoni!
Pare di capire che quest’anno vanno per la maggiore XD!!
La storia della casa Winchester è affascinante e rende questo uno dei luoghi che più vorremmo visitare al mondo, anche se in realtà non ha niente di paranormale alle spalle.. siamo perciò curiose di vedere cosa si sono inventati!
Perlomeno sotto il profilo recitativo la presenza di Helen Mirren fa ben sperare... staremo a vedere!
Cannibal Kid: Ancora case infestate? Ma basta!
Helen Mirren poi è brava, però mi fa sbadigliare quasi più di Ford.
Ford: Helen Mirren sarà anche brava, ma la voglia di affrontare l'ennesima, inutile casa infestata è più o meno la stessa che avrei di una maratona di teen cult di Cannibal.

ANNIENTAMENTO - 22 Febbraio

"Non avevo mai guardato nella bocca di un Ford, prima d'ora!"

Le Guardiane: Questo thriller fantascientifico sembra veramente interessante! Il trailer riesce a darci un assaggio della trama senza addentrarsi troppo (cosa incredibile al giorno d’oggi!). Ciò che colpisce a prima vista è sicuramente l’aspetto visivo e l'intrigante alone di mistero che avvolge il tutto... poi vabbè la Portman è sempre un bel vedere, perciò questo lo teniamo d'occhio!
Cannibal Kid: Oh, finalmente un film da non perdere! È vero che Natalie Portman negli ultimi tempi di cacchiate ne ha girate parecchie, con mio sommo dispiacere, ma questa volta dovrebbe tornare a fare centro. Il regista è infatti Alex Garland, alla sua opera seconda dopo lo splendido Ex Machina, e questo potrebbe essere uno di quei thriller sci-fi perfetti anche per i meno appassionati di fantascienza. Si rivelerà il nuovo Arrival o quasi?
Nell'attesa, io propongo un altro annientamento. Indovinate di chi?
Ford: nell'attesa di compiere l'annientamento di Cannibal con le mie stesse mani, posso dire che in questo caso ci troviamo di fronte ad un potenziale cult. La Portman è una garanzia, e Garland con Ex Machina era riuscito nella quasi impossibile impresa di mettere d'accordo perfino me ed il mio rivale. Tra i titoli che proponiamo oggi, è forse quello che garantisce l'hype maggiore.

ESCAPE ROOM - 22 Febbraio


Le Guardiane: Film del 2017 che come al solito da noi esce con un anno di ritardo... mal di poco visto che sembra essere un mediocre filmetto sulla scia di Saw e compagnia bella. Staremo a vedere se ha qualche buona carta da giocare...
Cannibal Kid: Un solo anno di ritardo mi sembra già un buon risultato, considerati i tempi da bradipo (o da Ford) della distribuzione italiana. A vedere il trailer poi non credo avrebbero fatto un enorme torto al popolo italiano a non distribuirlo del tutto. Detto questo, lo spunto della escape room, per quanto in abusato stile Saw, è perfetto per un horrorino scemo, e quindi mi sa che non riuscirò a scappare da una visione potenzialmente trash del genere.
Ford: ennesimo film che pare la tipica immondizia horror buona per pusillanimi come Cannibal. Dal canto mio, preferisco replicare l'esperienza delle vere escape room, che sono davvero una pacchia, soprattutto se giocate con le persone giuste. Quindi non il Cucciolo Eroico.

MUSA - 8 Marzo


La Guardiane: Unico film tra quelli presenti in questa rubrica con una regia che ci ha già regalato degli ottimi prodotti come Bad Time, Nameless, Darkness e Rec.
Il trailer ci lascia un po' perplesse ma sappiamo che con Balaguerò tutto può rivelarsi diverso da ciò che sembra... Sicuramente non ce lo lasceremo sfuggire!
Cannibal Kid: Di Jaume Balagueró ho sempre evitato il tanto osannato Rec, per via di quello stile Blair Witch Project che mi provoca il mal di stomaco. In compenso ho visto il discreto Darkness e soprattutto il valido Bad Time e quindi credo che darò anch'io una possibilità al suo nuovo film. Sperando che faccia da Musa per ispirare una solita bellissima recensione di Pensieri Cannibali e un solito pesantissimo post di White Russian.
Ford: Balaguerò è uno di quei registi che non riesco a decifrare, capace di portare sullo schermo cose più che discrete come Rec o Bad Time e merdate giganti come Darkness o Nameless. Una possibiltà l'avrà senz'altro, ma sempre e comunque con il freno a mano tirato, a meno che questa Musa non riesca davvero ad ispirare lui e, di conseguenza, anche noi. Tranne Cannibal, ovvio. Con lui sarebbe un'impresa disperata.

giovedì 11 gennaio 2018

Thursday's child



Alle spalle la sosta delle Feste natalizie, torna alla ribalta la rubrica dedicata alle uscite cinematografiche più celebrata (???) della blogosfera, che oltre ai consueti presentatori, il qui presente Ford ed il suo rivale Cannibal Kid, a questo giro ospiterà l'aristocratica Alessia Carmicino, una delle bloggers più ottocentesche che possiate immaginare.
Come avrà influito la sua presenza sulla prima uscita del duemiladiciotto di questo appuntamento?


"Sono la versione horror del Cucciolo Eroico! O almeno, vorrei esserlo!"


Tre manifesti a Ebbing, Missouri

"Questi sono i resti di Cannibal: Ford ha fatto davvero uno scempio."

Alessia: Tre manifesti in una cittadina nel bel mezzo del nulla per dire a Cannibal di smettere di scrivere? Dopo anni di storica rivalità, da Ford mi aspettavo quanto meno un un duello di pistola alla Sergio Leone, non queste soluzioni politically correct!
Già accolto meravigliosamente e premiato a Venezia, fresco fresco di Golden Globes arriva al cinema il nuovo film di Martin McDonagh (regista irlandese che aveva fatto scintille col bellissimo e strampalatissimo In Bruges), sulla storia di una madre coraggio coi contro bip decisa a scoprire l'identità dell'uomo che ha violentato e ucciso la figlia diciannovenne. Capolavoro o robetta radical chic piazzata ad hoc per guidare una stagione dei premi dove l'affermazione della donna la farà da padrone?
Cannibal Kid: Ford, in effetti anche io mi aspettavo qualcosa di più estremo e violento da te, che non degli “innocui” manifesti. Che poi saranno così innocui?
Si direbbe proprio di no a guardare il film, che ho già visto e di cui prossimamente scriverò. Sempre che i manifesti di Ford non facciano davvero effetto e mi impediscano di continuare a scrivere. Per la gioia del mondo.
Ford: a dire il vero, da buon wrestler, attaccherò i manifesti su tre cartelli di legno che sarò felice di fracassare sulla zucca di Cannibal per inaugurare nel miglior modo possibile il duemiladiciotto. Per quanto riguarda il film, che dovrei vedere in questi giorni, penso si tratti di un'ottima proposta fordiana perfetta per iniziare bene l'anno, in barba ad Alessia che gufa senza ritegno una cannibalata radical chic.

Benedetta follia

"Ma come ti vesti!? Cosa pensi di fare, uscire con Ford!?"

Alessia: Che Verdone sia ormai un autore stanco e vicino all'ebollizione sembra trovare d'accordo anche i nostri agguerritissimi eroi. Questo film, in cui un pio e virtuosissimo proprietario di un negozio di articoli sacri prende a lavorare come commessa una giovane e prorompente venticinquenne, potrebbe essere il trionfo dello stereotipo verdoniano più grigio e insopportabile quanto un lavoro decente e una buona rimessa in carreggiata. Siamo nelle mani di Dio, per rimanere in tema.
Cannibal Kid: È vero che negli ultimi tempi Verdone pare bollito quasi quanto Ford, però non riesco comunque a volergli male e, per quanto sembra rifare sempre lo stesso film come un Woody Allen de' noantri, il trailer di questo suo “nuovo” lavoro mi ispira una certa simpatia. E quindi mi sa che finirò per dargli un'occhiata, daje!
Ford: Verdone mi è sempre stato simpatico, anche se la grinta dei tempi d'oro è da un pezzo in pensione. Non credo vedrò questo film, ma nel dubbio, attenderò di capire che ne pensa Cannibal per fare esattamente il contrario.

The Midnight Man

Cannibal cerca di togliersi il sangue dopo lo scontro con Ford.

Alessia: Un'ombra si aggira minacciosa nella soffitta della nonna... lo vedo, è lui, è Cannibal! Per tentare di sfuggire all'ennesimo giro di tombola natalizia si è rifugiato lì in attesa di tempi migliori, o semplicemente per sfuggire alle domande/interrogatorio della prozia.
Non amo particolarmente gli horror (perchè da brava donna coraggiosa finisco sempre a vederli con un cuscino sugli occhi buttando via i soldi del biglietto), ma questa sorta di antiJumanji in cui un gruppo di giovincelli si mette a fare un gioco da tavola che risveglia i loro incubi peggiori potrebbe essere interessante. Poi c'è anche sua maestà Robert Englund, mica bruscolini.
Cannibal Kid: L'intuito da detective d'altri tempi stile signora in giallo di Alessia c'ha quasi preso. È vero che mi sono rifugiato in soffitta, ma per sfuggire a Ford, non a qualche prozia. Quanto al film, spero che si riveli un horrorino teen scemo abbastanza da potermi piacere, anche se dal trailer sembra prendersi più sul serio di Ford in uno qualunque dei suoi post. Bene così: cosa c'è di più spaventoso?

Ford: gli horrorini teen, di norma, o mi fanno il solletico o incazzare più di Cannibal, che appena troverò nella sua piccola soffitta passerà davvero momenti di paura. L'unica cosa che pare essere interessante di questo The Midnight Man pare essere Robert Englund, sperando che non sia bollito come tanti altri miti che con l'età hanno deciso di prendere la via del non ritorno. Un po' come il Cannibale.
Cannibal Kid: Ford, stai quindi dicendo che sono un mito? :)

Leo Da Vinci – Missione Monna Lisa

"Cannibal, vuoi una mela? L'ha avvelenata per te la Carmicino!"

Alessia: Con Coco che si prepara a far vincere l'ennesimo Oscar alla Disney Pixar, questi tentativi dell'animazione italiana di trovarsi un posticino nel mercato mi fanno sempre una gran tenerezza: perplessità massime su questo lungometraggio dedicato al giovane Leonardo Da Vinci, pronto a fregare il tesoro dell'isola di Montecristo al poro Edmond Dantes con qualche secolo di anticipo. Se va tutto bene sarà un'innocua bambinata, ma ho la sensazione che anche i fordini si annoierebbero parecchio.
Cannibal Kid: A me invece, più che tenerezza, questi film fanno una gran pena. E penso pure ai Fordini. A Ford padre invece no. Lui è pronto a spacciare qualunque innocua bambinata animata come Coco e come questa per un capolavoro assoluto.
Ford: proprio stasera ho visto il trailer insieme al Fordino, che non mi è parso particolarmente interessato, se non all'ambientazione vagamente piratesca. Fortunatamente, ha ancora negli occhi quel gioiellino di Coco. E va bene così.

mercoledì 10 gennaio 2018

Ferdinand (Carlos Saldanha, USA, 2017, 108')



E' tradizione delle Festività che in sala, oltre ai Cinepanettoni, giungano proposte forti - almeno sulla carta - anche per il Cinema d'animazione, pronte a sfruttare l'onda lunga delle vacanze per portare intere famiglie a condividere l'esperienza del grande schermo.
Con la tempesta che è stata il meraviglioso Coco targato Pixar anche i Ford sono entrati felicemente a far parte della tradizione - ripercorrendo le tracce di Oceania lo scorso anno -, godendosi il piacere di poter condividere una visione a quattro che potesse coinvolgere tutti i membri della famiglia allo stesso modo, replicando con il nuovo nato del Blu Sky Studio, padre di divertissement molto amati dai Fordini come i due Rio: Ferdinand.
E' assolutamente logico e giusto sottolineare fin da subito che gli standard Pixar e del già citato Coco sono lontanissimi sia in termini di tecnica che di portata emotiva dell'intera operazione, e che la storia di questo toro amante dei fiori e pronto a divenire una sorta di pacifista anti-corrida sia principalmente un piacevole intrattenimento che non inventa nulla da nessun punto di vista e percorre la strada sicura tracciata fin dall'alba della settima arte proprio dai prodotti Disney, con il protagonista messo di fronte a prove che, come è giusto in questi casi che sia, vengono superate nel nome dell'amore e di un pò di buonismo, eppure la visione scorre senza intoppi, risulta piacevole - anche se a tratti forse troppo tirata per le lunghe - e permette a grandi e piccoli di godersi un pomeriggio insieme in gran tranquillità.
Personalmente ho apprezzato molto l'impatto che alcune tematiche hanno avuto sul Fordino, curioso di capire il perchè di uno spettacolo come la corrida all'interno del quale si fa del male ad un animale o al significato della parola "mattatoio" - una cosa che mette più in difficoltà noi genitori, ovviamente - così come il pensiero che un grande fan - quantomeno idealmente, a seguito di letture che hanno posto le basi della mia formazione letteraria - della corrida come istituzione come il sottoscritto si sia ritrovato a ritrattare molte delle posizioni che aveva saldamente difeso in passato, ancora toccato da letture come Sangue e arena o Alle cinque della sera.
Riflessioni, dunque, non di poco conto anche e soprattutto se rapportate ad una pellicola in cui anche quello che pare finire male non finisce male - neppure lontanamente -, per la maggior parte della sua durata virata alla commedia d'avventura e legata a doppio filo a siparietti musicali apparentemente divertenti che in realtà si rivelano i momenti più deboli dell'intera produzione - come la gara di ballo tra i cavalli e i tori dell'allevamento, decisamente inutile all'economia del racconto -.
Nel complesso, dunque, il lavoro di Saldanha risulta piacevole ma anche senza infamia e senza lode, a conferma che il regista abbia tirato fuori il meglio con il suo esordio - il primo episodio del fortunato L'era glaciale - prima di uniformarsi a quello che ci si aspetta da una produzione standard per i blockbuster d'animazione: certo, riscoprire alcuni luoghi che ho visitato ed amato in Spagna - come Madrid e la stazione di Atocha o Ronda, in Andalusia - è sempre piacevole ed offre ulteriori spunti per racconti e spiegazioni ai più piccoli della tribù, ma i livelli di titoli davvero destinati a fare la storia dei, buoni, vecchi, cartoni animati sono davvero altri.
Ferdinand è buono, simpatico e forse anche un adulto lo vorrebbe come animale domestico, per quanto fuori taglia.
Ma riuscire a toccare il cuore come tradizione magica del Cinema in questi casi quasi impone, è tutta un'altra storia.



MrFord



martedì 9 gennaio 2018

Coco (Lee Unkrich&Adrian Molina, USA, 2017, 105')




Credo che il momento esatto in cui decisi di farla finita con la religione, le credenze e quant'altro fu quello del funerale del mio nonno materno, lo stesso cui devo la passione per il Western ed il Cinema, accanto al quale vidi i primi incontri di wrestling, e che ancora oggi, avendo vissuto più anni senza di lui che con lui, avrei voluto avere accanto per raccontargli un sacco di cose, e ancora di più farmene raccontare.
Il giorno prima, nell'obitorio dell'ospedale, rimasi accanto al suo corpo per qualche minuto, da solo.
Toccando quella pelle fredda non mi pareva ci fosse più traccia dell'uomo con il quale avevo giocato a carte migliaia di volte, reduce della Seconda Guerra Mondiale, che non lasciava passare nulla a nessuno tranne a me e mio fratello.
Quel giorno misi nella tasca della giacca che l'avrebbe accompagnato per l'ultimo viaggio due biglietti, uno con una mia poesia ed un altro con una citazione legata alla Grecia antica: "L'immortalità sta nel ricordo di chi ci ha amati".
Una frase decisamente vera, nel senso che chi ci resta nel cuore fino alla fine, e nei ricordi, di fatto accompagna anche noi per quello che trasmettiamo al mondo e per quello che ci porteremo nell'ultimo, grande sonno.
Ieri, invece, per preparare il Fordino alla visione di Coco e raccontagli il senso dietro al Dia de las muertos, ho fatto presente per la prima volta che, quando toccherà a me, vorrei che lui e sua sorella organizzassero una grande festa, con musica, alcool e più casino possibile: per quanto mi riguarda, un funerale dovrebbe essere la celebrazione della vita di una persona, e non una cosa triste come quella cui assistetti quel giorno del settembre del novantasette.
Io non ci sarò per ovvi motivi, ma mi piace pensare che possano esserci loro, e godersela anche per me, magari raccontando aneddoti come ora io scrivo di mio nonno, e ricordo piccole cose che restano mie, e che nessuno potrà portarmi via.
Attraverso la visione di Coco, che pure è lineare e semplice, quasi prevedibile, ho avuto la fortuna di poter rivivere e provare emozioni da entrambi i lati di un'invisibile barricata, che passa da quando, piccoli, affrontiamo per la prima volta la perdita, o da adulti, quando capiamo di essere in procinto di passare il testimone, ed il pensiero non è più quello di ambire a chissà quale aldilà, ma al ricordo di chi viene dopo di noi.
L'ultimo film targato Pixar, sicuramente non geniale ai livelli di Inside out ma emotivamente potente quanto Up!, a prescindere dalla linearità della sceneggiatura o dalla meraviglia visiva, è un pozzo profondo, come canterebbe De Andrè, all'interno del quale ognuno si può specchiare, a diverse età della vita: nella fila davanti alla nostra avevamo una famiglia con i genitori di una decina d'anni più vecchi di noi e tre figli, che commentavano le canzoni o ridevano per i momenti più divertenti; ho sentito la bambina più grande, probabilmente in età da scuole medie, chiedere al padre se stava piangendo di fronte ad una delle sequenze più commoventi della pellicola, e poi abbracciarlo prima dell'uscita, stretta, a luci accese, come se fossero nel salotto di casa.
Allo stesso tempo, cercando di resistere alle lacrime, avevo il Fordino appoggiato ad una spalla, perso nei colori degli animali volanti del "mondo degli scheletri" e la Fordina che mi saltava sulle gambe, e pensavo a quanto capivo Coco, e soprattutto suo padre.
Questo, prima di tutto, è il bello di questo ennesimo miracolo Pixar: la semplicità.
Ognuno di noi ha vissuto la perdita. Ognuno porta nel cuore i ricordi di qualcuno che vivrà per sempre con lui. Siamo stati bambini pieni di sogni e adulti con il desiderio di essere ricordati.
Io ho chiuso con credenze e religioni il giorno del funerale di mio nonno, ormai più di vent'anni fa.
E ho cominciato a credere nel vivere, il più profondamente possibile per le possibilità che ognuno di noi ha. E quando arriverà il momento di chiudere i conti, celebrare la vita di chi non tornerà più da queste parti. Perchè è questo che ha fatto. Vivere. La cosa più bella che si possa immaginare.
E l'unica che ci garantisca dei ricordi.
Coco parla dell'importanza di quei ricordi.
E della festa che meritano.




MrFord



 

lunedì 8 gennaio 2018

Justice League (Zack Snyder, USA/UK/Canada, 2017, 120')




I frequentatori abituali del Saloon ormai conoscono bene la predilezione del sottoscritto per la Marvel rispetto alla DC Comics, così come il complicato rapporto che lega questo vecchio cowboy a Zack Snyder, autore discontinuo che nel corso degli anni è riuscito a regalare discrete soddisfazioni e ciofeche immonde: con il tentativo orchestrato proprio da quest'ultimo di organizzare una sorta di risposta cinematografica made in DC per contrastare il sempre notevole successo del Cinematic Universe della Marvel ho avuto la conferma di tutti i limiti non solo dei seriosi e troppo statici charachters della concorrente principe di Mamma M, ma anche dello stesso Snyder, complici produzioni decisamente soporifere e poco incisive legate a Superman e Batman, i due portabandiera di questo universo.
Proprio in questo senso mi aspettavo che Justice League potesse esplodere come una bomba e guadagnarsi un posto d'onore nella Top Ten dedicata al peggio dell'anno degli appena assegnati Ford Awards: una previsione che, come accaduto di recente con Madre! di Aronofsky, non ha trovato riscontro nella realtà.
Justice League è ben lungi dal poter essere considerato un bel film - o anche solo discreto -, eppure si è presentato decisamente meno peggio di quanto potessi aspettarmi, complici senza dubbio la Wonder Woman di Gal Gagot - di gran lunga il charachter più interessante di questo "universo" - ed un ritmo che, nonostante le lungaggini tipiche di Snyder e la pesantezza devastante di Superman e del Batman di Ben Affleck - che pare aver cancellato tutto il bene fatto da Nolan e Bale con l'Uomo Pipistrello - non è risultato così lento: due sorprese che sono valse alla pellicola la mancata presenza nella già citata Top Ten del peggio del duemiladiciassette ma che non alimentano certo l'hype per un eventuale secondo capitolo del "supergruppo" della DC, che oltre alla noia di Supes e Batman presenta un Aquaman totalmente inutile - portato sullo schermo solo per contare sulla presenza accalappia donne di Momoa -, un Flash acerbo nonchè copia sbiadita di Spider Man per spirito ed un charachter impresentabile anche a livello di effetti come Cyborg.
Per quanto, dunque, il lavoro di Snyder e Whedon abbia scampato il peggio qui al Saloon - ma non al botteghino, che a quanto pare ha avuto poca pietà - penso basti riflettere sul fatto che, una volta esclusa la sua presenza ai Ford Awards, abbia clamorosamente dimenticato di doverne scrivere il post per due settimane buone è la prova di quanto poco consistente possa risultare per lo spettatore e la sua memoria: fossi nei produttori della risposta DC al Cinematic Universe, ripenserei ad una strategia diversa e valida così come ad un alleggerimento complessivo dei charachters, nonchè ad uno spazio sempre maggiore concesso all'unico volto che, in questa galleria, pare avere senso e spessore, quello di Wonder Woman.
Un segnale importante, considerati gli eventi dell'anno appena trascorso, per un regista fortemente "macho" come Snyder.



MrFord



 

venerdì 5 gennaio 2018

Gomorra - Stagione 3 (Sky, Italia, 2017)




Forse per inclinazioni che, se fossi nato in diversi contesti sociali, mi avrebbero portato inevitabilmente su una certa strada, o per indole, o chissà che altro, ho sempre subito il fascino del crime, delle tragedie sheakespeariane in versione criminale, dai Goodfellas di Scorsese ai romanzi di Winslow, da Romanzo criminale a C'era una volta in America, dal Padrino a Gomorra: la serie con protagonisti assoluti i due incredibili charachters di Genny Savastano e Ciro Di Marzio, fin dalla prima stagione è riuscita a ritagliarsi un posto d'onore non solo nel panorama del piccolo schermo italiano ed internazionale, ma anche qui al Saloon, dove ha sempre occupato posti di rilievo nella top ten dedicata alle migliori serie televisive negli ultimi tre anni.
Con questa terza stagione il titolo tratto dal lavoro di Saviano era chiamato al difficile compito di confermare due annate pazzesche, costruite su colpi di scena, tradimenti, violenza, morti nella cornice della Napoli criminale, e più nello specifico di Secondigliano, il regno dei Savastano: dopo la morte dell'indimenticabile Pietro di Fortunato Cerlino, il panorama per Genny cambia, in bilico tra la vita a Roma accanto alla moglie ed al figlio appena nato ed il ruolo nella città natale, così come per Ciro Di Marzio, dapprima amico fraterno dello stesso Genny, dunque rivale, e di nuovo alleato, autoesiliatosi in Bulgaria e sempre alle prese con traffici illeciti e violenza.
Proprio dalle differenze nelle vite dei due riparte il terzo giro di giostra di Gomorra, che vede nelle ambizioni sempre vive di Genny - dalle importazioni di droga dall'Honduras alla rivalità sotterranea con il suocero Avitabile - ed il nuovo ruolo da "jedi" di Ciro, che dopo aver perso moglie e figlia - la prima per mano sua, la seconda in conseguenza alla guerra a Pietro Savastano - pare ormai essersi astratto da qualsiasi cosa possa rappresentare la realtà o il sogno di una realtà migliore per gli altri.
Proprio in questo senso si evolve l'intera stagione, giocata sull'ennesimo comeback di Gennaro Savastano - costretto ad una lotta con i boss della Napoli centrale che vedono Secondigliano come una provincia - e sul rapporto tra Ciro stesso ed Enzo, capo di una giovane fazione pronta a tutto per poter trovare il proprio spazio nella geografia della malavita che conta.
Il "passaggio di consegne" tra questi ultimi, tipico di quelli che abbiamo imparato a conoscere soprattutto al Cinema tra Maestro ed Allievo, assume le dimensioni, episodio dopo episodio, di una sorta di preludio al dirompente season finale, che segna il pubblico e gli appassionati e segnerà, con ogni probabilità, la serie già dalla prossima annunciata stagione.
Accanto, poi, alla caduta ed alla rinascita di Genny - che testimonia tristemente quanto succede spesso e volentieri in Italia rispetto allo sfruttamento dei lavoratori e dei voti politici - ed al percorso di Ciro e "Sangue blu" Enzo in sensi opposti, assistiamo al consolidamento di personaggi già cardine dalla scorsa stagione come Patrizia - destinata ad occupare uno spazio sempre maggiore con il passare del tempo - ed all'ingresso nel cast di volti nuovi che destabilizzeranno senza ombra di dubbio il panorama di quella che è una delle proposte migliori che l'Italia abbia mai esportato negli ultimi vent'anni.
A livello sociale e di critica molte voci si sono sollevate rispetto al cattivo esempio che può dare un lavoro del genere soprattutto ai giovani non in grado di comprenderne le sfumature o alla reiterazione di situazioni che vedono Genny e Ciro uscire sempre ed indiscutibilmente come sorta di immortali - il soprannome del secondo, del resto, è proprio quello -, ma per quanto mi riguarda un prodotto di questa portata trova la sua grandezza proprio nel proporre l'umanità anche di chi vive in un abisso che non conosce ritorno, e che vede quale destino soltanto la galera o la morte.
Non è prevista ritirata, o pace.
In fondo, anche il peggiore degli uomini mangia, dorme, ama, odia, vive e muore come qualsiasi altro, e la cosa più interessante di proposte come Gomorra è proprio questa: denunciare mostrando, al contempo, quello che si porta dentro ognuno di noi.
E le sfumature ed il caso che conducono in un secondo da una parte o dall'altra della barricata.



MrFord



giovedì 4 gennaio 2018

Seven Sisters (Tommy Wirkola, UK/Francia/Belgio, 2017, 123')




Lo sci-fi distopico, prima ancora di quello cosmico diviso tra astronavi e viaggi interstellari, è da sempre il mio favorito quando si parla di questo genere: da Blade Runner a Predestination, passando per Arancia meccanica, quando il Futuro appare più vicino del Presente nonchè specchio dei problemi dello stesso, è sempre interessante riflettere su quello che siamo e quale direzione potrebbe prendere - se non l'ha già fatto - il mondo.
Tommy Wirkola, autore che avrà sempre un giro gratis al Saloon grazie ai due spassosissimi Dead Snow ma anche un paio di bottigliate nella nuca per quella schifezza atomica di Hansel e Gretel, supportato da Netflix e da una Noomi Rapace nella sua personale versione di Orphan Black, regala una delle chicche più interessanti di questo periodo a cavallo tra la fine e l'inizio dell'anno, assolutamente non perfetto soprattutto nel corso dell'evoluzione della trama ma interessante, avvincente e ben ritmato, un giocattolone più profondo di quanto non si pensi di quelli che, giunti al termine della visione, si finisce per ringraziare quantomeno per aver ricordato quanto sia bello perdersi in una pellicola senza pensare al prima o al dopo, neanche ci si ritrovasse proiettati al suo interno.
What happened to Monday - adattato non si sa per quale assurdo motivo come Seven Sisters - è un viaggio non solo in un futuro spaventoso almeno quanto quello mostrato in cose come The Handmaid's Tale, ma anche nelle speranze di sette donne costrette a vivere una accanto all'altra e una come l'altra per oltre trent'anni, impossibilitate ad essere loro stesse se non all'interno di una casa che sarebbe quasi più facile identificare come prigione fino a quando il destino di una di loro non catapulta le altre al centro di una vera e propria lotta per la sopravvivenza che ha il sapore dell'inizio di una rivoluzione: Wirkola, che sotto sotto è un tamarro all'ennesima potenza, mescola con sapienza parti assolutamente action ad altre più intimiste - che, fatta eccezione per le rivelazioni nel finale, va detto, a mio parere funzionano solo parzialmente - e per quanto non destinato a lasciare davvero il segno nella Storia della Settima Arte, consegna al pubblico un gran bel prodotto d'intrattenimento, che non ha pretese ma guadagna punti, non si presenta come fosse un wannabe cult ma finisce, a modo suo, quasi per diventarlo.
Certo, la caratterizzazione delle sette sorelle è piuttosto tagliata con l'accetta e la Rapace non è un fenomeno, eppure tutto funziona e nel finale assistiamo ad un paio di twist decisamente interessanti, pronti ad offrire, oltre all'intrattenimento, spunti di riflessioni non indifferenti rispetto a quanto siamo o saremmo disposti a fare nel momento in cui si scontrano Amore e Famiglia, o ancora peggio, combaciano.
Il risultato è una sorta di versione tamarra di cose come Minority Report, tirata quanto basta per far vincere anche la stanchezza e godere dell'evoluzione della storia, che dalla sua ha il merito di aver tenuto inchiodata al divano anche Julez che non è particolarmente amante del genere ed ancor meno dell'attrice protagonista qui presente: merito senza dubbio di Wirkola, che vorrei vedere più spesso e con la possibilità di osare, senza essere imbrigliato da regole commerciali o trappole come il già citato Hansel e Gretel - del quale pare sia in lavorazione, purtroppo, un secondo capitolo -.
Per un titolo che doveva essere semplicemente una visione da decompressione da Feste e che ha finito per mancare la Top 30 dei Ford Awards praticamente solo per una questione di tempistiche, direi che è un risultato più che dignitoso.
Se consideriamo, poi, che gran parte dello stesso è merito di un(a) Lunedì, direi che il valore potrebbe addirittura raddoppiarsi.



MrFord



 

mercoledì 3 gennaio 2018

Madre! (Darren Aronofsky, USA, 2017, 121')




Aronofsky è uno dei grandi misteri del Cinema, per quanto mi riguarda.
Da sempre esaltato da un nutrito zoccolo duro di sostenitori, qui al Saloon ha avuto una vita difficilissima fin dagli esordi, fatta di delusioni e bottigliate, visioni sconvolgenti - non in senso positivo - ed aspettative sempre più basse.
E d'un tratto, grazie ad un cambio di rotta ed alla scelta di portare sullo schermo una delle mie più grandi passioni - il wrestling -, divenuto un idolo neanche fosse Clint Eastwood: con The Wrestler, infatti, probabilmente uno dei miei film favoriti degli ultimi dieci anni e forse di sempre, il buon Darren riportò piuttosto in alto l'asticella, confermando il suo valore con il successivo ed ipnotico Black Swan, che quasi mi fece pensare che, per un Malick che progressivamente perdevo, andavo forse a guadagnare un nuovo visionario ai miei favoriti.
Niente di più sbagliato: neppure il tempo di consolidare la sua posizione nelle graduatorie fordiane, quand'ecco giungere come una sventagliata di mitra Noah, obbrorio hollywoodiano della peggior specie pronto a scalare le classifiche dei peggiori e a farmi ricredere una volta ancora a proposito di questo autore che definire discontinuo mi pare assolutamente riduttivo.
Con l'arrivo in sala di Madre! le previsioni più ottimistiche prevedevano, da queste parti, una tempesta di bottigliate di quelle delle grandi occasioni, condite da una recensione che avrebbe potuto essere dominata dall'incazzatura o dalla facile ironia rispetto al soggetto: e invece, ecco una nuova sorpresa firmata da Aronofsky.
Madre! mi è parso un film interessante, assolutamente lontano dallo scempio che avevo previsto, con molte idee potenzialmente ottime se ben sviluppate: peccato che, nello specifico, l'autore non sia riuscito neppure per sbaglio proprio in quest'impresa, lanciandosi in una serie di tentativi che vorrebbero apparire estremi e pronti a sconvolgere lo spettatore risultando semplicemente uno di quegli artisti che pensano che basti provocare per essere considerati geniali.
Ad ogni modo, oltre alla canotta senza reggiseno di Jennifer Lawrence, ho trovato questo film a suo modo coraggioso ed intelligente, nonostante la volontà di chi l'ha firmato di esplicitare fin troppo l'abbia minato alle fondamenta, costringendo lo spettatore ad un'agonia che può essere paragonabile a quella della protagonista - e questo potrebbe essere considerato un pregio, da alcuni - e ad una sorta di lezione forzata che rende l'intera operazione spocchiosa ed antipatica, nonostante tematiche come quella del rapporto tra l'artista e la sua arte, il ruolo della donna e la definizione del concetto di sacrificio, che avrebbero senza dubbio potuto trasformare questo titolo nell'ennesimo stupefacente comeback di Aronofsky, che neppure fosse Rocky prende cartoni e critiche all'angolo per poi piazzare il colpo vincente.
A questo giro è mancato, e su questo non ho alcun dubbio, eppure una flebile speranza - al contrario del già citato Malick - esiste ancora, e forse, sotto tutto il suo desiderio di imporsi come autore mistico e complesso, si nasconde un ragazzo che ancora non è cresciuto nonostante si avvicinino i cinquanta che deve ancora trovare la sua strada: personalmente, spero che questa strada possa essere chiara al prossimo film, e che il mancato massacro di Madre! sia un segno che, da qualche parte, lo straordinario narratore di The Wrestler esista ancora.
O quantomeno, che esista la sua Ispirazione.



MrFord



 

martedì 2 gennaio 2018

Holydays series



Con le appena trascorse vacanze natalizie, tra pranzi, cene, trasferte ed impegni moltiplicati dalla presenza in casa dei Fordini, qui al Saloon si è lavorato su alcune serie che erano rimaste in sospeso con la preparazione delle classifiche ed i festeggiamenti, ed approfittando di un momento libero ho deciso di ricorrere al vecchio stratagemma del Bullettin - rubrica che tenni un paio di estati or sono per riassumere in poche righe quello che di norma traduco in un post - per raccontare di tre titoli che ci hanno accompagnati in questo appena nato duemiladiciotto.




Parto con il più semplice da descrivere, Hawaii Five-O, giunto alla sua quinta stagione qui al Saloon con uno standard ormai rodato, una qualità non particolarmente alta ma anche una leggerezza perfetta per accompagnare i Ford tutti ai pasti, quando i più piccoli della tribù sfogano tutto quello che, di norma, viene sfogato giocando e dunque la concentrazione non è proprio quella delle grandi occasioni: non parliamo certo di un titolo imperdibile, quanto più del classico prodotto buono per tutti senza infamia e senza lode, che qui si continua a seguire per affezione rispetto ai protagonisti, per le location pazzesche e ormai anche per la sigla, diventata un must per i Fordini, con tanto di balletto incorporato.




Rimanendo in tema di sigle è diventata un cult da queste parti anche quella di Orange is the new black, chiamata con la quinta stagione a replicare la precedente, forse ad oggi la migliore annata per le ragazze di Litchfield. Il livello, purtroppo, si abbassa, complice un pò di confusione e di una mancanza di idee solide per gestire la rivolta scoppiata con la morte di Pussey, ma non mancano passaggi interessanti sia in termini comici o grotteschi sia emozionanti. 
Il gruppo si rivela affiatato, è interessante il ruolo del cattivo affidato alla guardia Piscatella ed è attuale la critica sociale: manca solo il botto vero.




Chiudo questa breve carrellata con uno dei titoli più caldi dell'inverno, che a causa delle tempistiche non ho potuto valutare per la Top 30 dedicata alle serie tv negli appena assegnati Ford Awards - se ne riparlerà, in caso, a fine duemiladiciotto -: The Punisher.
Parte della scuderia dei personaggi Marvel targati Netflix e della versione urbana del Cinematic Universe, Frank Castle, ex marine in cerca di vendetta rispetto ai colpevoli della morte della sua famiglia, è un personaggio complesso e difficile da scrivere e descrivere, spigoloso ma profondo: Jon Bernthal lo rende alla grande, fisicamente e nell'approccio, e la serie ha il grande pregio di andare in crescendo, chiudendo con due episodi tesi e violentissimi. Peccato che la prima metà di stagione, giocata sulla preparazione dell'escalation della seconda, finisca per essere tendenzialmente lenta e priva della marcia che rispetto ad un prodotto seriale ti fa sbavare all'idea di schiaffarti un episodio dietro l'altro.
Un plauso, ad ogni modo, alla coppia formata da Punisher e Micro, davvero perfetti nel rendere l'atmosfera da buddy movie inserita in un contesto decisamente violento e drammatico.
Spero, comunque, in una seconda e nel rilancio definitivo di un charachter notevole finalmente rappresentato da un attore cui il ruolo pare essere stato cucito addosso come una seconda pelle.




MrFord



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