lunedì 18 giugno 2018

Saloon Mundial: the curse of the winners




Dopo Francia '98, vincere un Mondiale non è mai stato presagio di buona sorte, per i detentori del titolo, all'edizione successiva.
La squadra trascinata da Zidane che vinse in casa in quell'anno uscì malamente come ultima del girone nel duemiladue, il Brasile trionfatore in Corea venne superato proprio dalla Francia ai quarti nel duemilasei, l'Italia che alzò la Coppa a Berlino tornò a casa in Sudafrica come i cugini d'oltralpe dopo i gironi, destino identico per la Spagna vincitrice nel duemiladieci in Brasile quattro anni fa.
Oggi, questa maledizione che pare non risparmiare nessuno ha colpito anche i teutonici, tra i favoriti di questo torneo: a seguito di una partita bella e combattuta, che gli stessi tedeschi paiono aver sottovalutato almeno quanto i colleghi argentini contro l'Islanda ieri, il Messico si è imposto meritatamente, facendo iniziare il cammino in salita ai Campioni.
Certo, nel già citato duemiladieci la Spagna iniziò proprio con una sconfitta contro la Svizzera, e poi andò a vincere, ma pare che, in questo caso, le cose non vadano proprio in quella direzione.
Il fatto è che nel calcio di oggi, divenuto globale, non sempre basta essere i più tecnici, i più quotati, i più forti: a volte, quando la condizione fisica spinge una forte motivazione, anche compagini meno favorite possono riuscire in quello che appare come incredibile.
E sinceramente, non posso che esserne contento.
Perchè questo pare un Mondiale costruito sulle sorprese, che per una volta potrebbe davvero regalare una finale - ed una vittoria - ad una squadra nuova, che sorprenda e stupisca - un pò come era accaduto in Sudafrica, quando si giocarono la coppa Spagna e Olanda, che mai l'avevano sollevata prima -: e dunque, a seguito dei miracoli dell'Islanda, del Messico e della Svizzera - ancora una volta - stasera, pronta a fermare al pareggio il Brasile del divo Neymar, in questo momento comincio a coltivare davvero la speranza di una competizione diversa da tutte le altre, che potrebbe regalare al pubblico un'escalation diversa da tutte le altre, e dalle solite schermaglie tra i soliti noti.
Siamo appena all'inizio, e tutto potrebbe accadere o cambiare, considerato quanto questo tipo di competizioni siano imprevedibili, ma voglio continuare a sperare che il buongiorno si veda dal mattino e che il mattino abbia l'oro in bocca, e possano essere la fame e la passione, e non il divismo e le certezze, a farla da padrone sul campo da qui all'ultimo giorno.
Per ora, in questo Mondiale orfano dell'Italia - della quale, sinceramente, non sento così tanto il bisogno se non per trasporto - sento fermentare la voglia di ribaltamento rispetto ai "poteri forti" che stimola il mio animo da ribelle, e mi porta a sperare che quache rivoluzione calcististica sia già in atto, e pronta a sorprendere il mondo.
Nel frattempo, mi godo le vittorie e le sorprese giorno per giorno.
Sperando non siano certo le ultime.



MrFord

domenica 17 giugno 2018

Saloon Mundial: and Messi...





Se dovessi scegliere tra una persona di carattere pronta a starmi profondamente sul cazzo o una totalmente anonima dalla mia parte, credo sceglierei senza troppi patemi d'animo la prima.
Questo perchè amo il confronto, la sfida, la passione che emerge e bussa alla porta.
Nel corso della mia vita di amante del calcio ci sono stati giocatori in grado di emozionarmi come un grande film, o un romanzo, o una canzone: penso soprattutto a Roberto Baggio, uno che il Mondiale o la Champions non li ha mai vinti, che ha dovuto lottare per ogni successo, superare conflitti, fugare ad ogni partita dubbi, quasi fosse sempre il primo match, il debutto, il momento della conferma.
E che praticamente ogni volta mi ha regalato quella magia di chi è in grado di prendere per mano chi sta al suo fianco e portarlo dove non avrebbe neppure immaginato.
Personalmente trovo che i due giocatori considerati i più grandi di quest'epoca, Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, non siano all'altezza di Roberto Baggio. O di Van Basten. O di Maradona. E via discorrendo.
Eppure, tra loro c'è un abisso.
Il primo, nel suo divismo quasi tomcruiseiano, è come un bambino che vuole sempre tutto e anche di più. Il secondo, circondato da un'aura che non gli corrisponde neppure per scherzo - quella del mitico Diego -, scompare ogni volta in cui gli si chiede di tirare fuori le palle.
Ancora negli occhi la tripletta di Ronaldo di ieri contro la Spagna, e la punizione che ha siglato il pareggio finale, oggi ho visto il suo più grande rivale - questioni "caprine" a parte - avvicinarsi al dischetto in una partita che a mio parere l'Argentina ha sottovalutato contro la rivelazione degli ultimi Europei, l'Islanda divenuta il vero simbolo dei Goonies del calcio, con il terrore e la rassegnazione negli occhi.
E neanche l'avessi gufato, prima ancora di sbagliare un calcio di rigore - non è mica da questo particolare che si giudica un giocatore, canterebbe De Gregori - ha in qualche modo e ancora una volta tarpato le ali alla sua squadra mostrandosi la cosa più lontana da un trascinatore si potesse immaginare: e così nasce una nuova favola islandese, e per l'ennesima volta mi trovo a confermare quello che penso di questo indubbio, inutile talento.
Inutile perchè forte solo nei momenti in cui chi è pronto a coprirgli le spalle è forte, a dare il meglio solo quando la vittoria è sicura, o già in cassaforte.
Troppo facile, caro Leo. Troppo scontato.
Mi viene da pensare che se fosse stato islandese, o un giocatore di una qualsiasi squadra di un qualsiasi campionato di serie b, e non il pupillo ed il predestinato del Barcellona, uno dei club più ricchi e potenti al mondo, ricettacolo di campioni, Messi non sarebbe stato dov'è ora, considerato com'è ora.
In un certo senso, Messi è come un figlio di papà che ha trovato la pappa pronta e che non è mai stato davvero pronto a guadagnarsela. E sinceramente, ritengo sia giusto che all'ennesimo Mondiale questo limite venga finalmente riconosciuto, a meno che lui non sia davvero pronto a superarlo.
Come lo sport insegna, come lo sport permette di sognare di fare.
Perchè se uno dei calciatori più talentuosi al mondo si permette di tirarsi indietro quando squadre certo non fenomenali come Danimarca e Perù si danno battaglia dal primo all'ultimo minuto emozionando e sbagliando e continuando a lottare come se fosse il giorno più importante delle vite dei loro giocatori, allora qualcosa in quello stesso calciatore non funziona.
Forse non ama quello che fa. O non lo ama abbastanza.
Di certo, per uno cresciuto a guardare partite come questo vecchio cowboy, non è abbastanza.
E allora è giusto che fallisca. Che veda la sua casa di carta crollare su fondamenta che non reggono.
Ed il suo rivale fare quello che dovrebbe fare anche lui, e sbeffeggiarlo.
Perchè da un grande talento - o potere - derivano grandi responsabilità.
La prima fra tutte, far sognare chi ti guarda.
E Messi non fa sognare proprio nessuno.
O almeno, non fa sognare me.



MrFord

sabato 16 giugno 2018

Saloon Mundial: Cristiano again




E' davvero curioso quanto il Destino giochi con noi.
Quattro anni fa, a cavallo tra il primo ed il secondo giorno del Mondiale brasiliano, scrissi un post furente ed arrabbiato contro i poteri forti ed i geni, spinto da un periodo non facile a livello personale e lavorativo, e dal fastidioso atteggiamento dei carioca che, sulla carta, partivano favoriti nella competizione.
Come tutti sappiamo, il Brasile ai tempi rimediò solo un quarto posto e due batoste clamorose in semifinale e nella "finalina" per il terzo posto, e ad oggi siedo alla tastiera con la mente decisamente più sgombra di allora. Certo, sono e resterò sempre un sostenitore degli outsiders, ma inizio la consueta cronaca dei Mondiali di calcio - ormai alla sua terza "edizione" qui al Saloon - dedicando la "copertina" a Cristiano Ronaldo, che qualche mese fa era già comparso da queste parti a seguito del gol fantascientifico segnato nell'andata dei quarti di finale della Champions - poi vinta dal suo Real Madrid - contro la Juventus.
Questa sera, infatti, si è tenuto il primo, vero big match della competizione, il duello tra Spagna - come sempre negli ultimi anni, tra le favorite - e Portogallo - Campione Europeo uscente, ma squadra decisamente inferiore alla Roja -, e Cristiano, a differenza della sua "nemesi" Messi, non ha voluto saperne di scomparire dai radar: anzi, con una tripletta che è un mix di furbizia - il rigore e la punizione conquistati sono quantomeno dubbi -, tecnica e quella meraviglia da cartone animato che è anche il bello del calcio e dello sport: quando un campione - perchè di campioni così, inutile negarlo, non ne nascono molti - decide di prendere in mano la propria squadra e, dopo essersi visto rimontare due volte e superare, a due minuti dalla fine inventa qualcosa come la punizione che ha siglato il tre a tre conclusivo, allora, per dirla come Ivan Drago in Rocky IV - tanto per restare in tema russo - "è un vero campione".
E dunque, a distanza di quattro anni, da sostenitore dei Goonies e degli outsiders, mi trovo a dover esultare per uno di quei geni afflitti da divismo che tanto criticavo nel post che inaugurò i Mondiali brasiliani: ma il bello dello sport è anche questo.
Riconoscere un gesto, qualcosa che colpisce e lascia senza parole.
Qualcosa che vada oltre il fatto che per la prima volta da quando sono nato assisto a questa competizione senza avere l'occasione di tifare per l'Italia - giustamente per molte ragioni eliminata ai playoff lo scorso autunno dalla Svezia -, oltre alle nazioni partecipanti, a chi scegliere di tifare, alle voci di mercato e a tutto il circo che gira attorno al mondo del pallone, tra i più ricchi e mediaticamente esposti di tutto lo sport: io voglio sentire l'emozione sulla pelle, dalla rabbia che provai ai tempi delle Notti Magiche alle lacrime di gioia per i miracoli di Roberto Baggio in USA, dalla rivisitazione di Seven Nation Army all'essere ancora qui, ad una tastiera, per raccontare quello che provo quando qualcosa mi coinvolge e conquista, che si tratti di Sport, Cinema o altro stuzzichi quel desiderio di magia e l'ingordigia che mi contraddistinguono.
E lo scrivo da outsider affamato come un genio.
Come il più anonimo e scombinato mediano possibile animato dallo stesso lampo visto negli occhi e nei gesti di Cristiano Ronaldo che, a due minuti dalla fine della partita, sposta l'arbitro che lo stava intralciando e calcia una punizione perfetta.
E la barriera, la tensione, il portiere, il pubblico, il tempo, per un attimo spariscono.
E resta solo la magia.
Quella che voglio. Quella che placa il mio appetito. Quella che cerco.
Cristiano Ronaldo pare avermi letto nella mente.
Ora, quello che chiedo a questo Mondiale, è di andare avanti così.



MrFord




giovedì 14 giugno 2018

Thursday's child







Nuova settimana di uscite e nuovo, incredibile ospite per il teatro delle schermaglie tra Ford e Cannibal: Vincenzo, che non solo ha scritto di suo pugno un intro ed un outro, ma si è proposto per la partecipazione ed ha manifestato uno spirito davvero in linea con lo spirito di questa rubrica.
Peccato che sia servito solo a farmi sentire più vicino al mio rivale. Una cosa da brividi.


Intro di Vincenzo: Me lo merito, perché del resto sono l’ultimo arrivato. La peggior settimana cinematografica dell’anno, con le peggiori uscite di sempre. Ragazzi statevene a casa, andate al mare, per i monti, per le campagne, tanto sta settimana non c’è veramente un c***o. Cioè, la settimana scorsa è uscito Jurassic World 37 e pure un film di cui avrei potuto vantare una parente nella crew (Al massimo ribasso)… e invece niente, mi è toccata la peggior settimana del 2018. Me la pagherete “CK & Ford”… che già con quei due nomi sembrate più due stilisti che due cinefili… Ma vabbè vediamo che schifezze film ci propone l’italica distribuzione questa settimana… 


"Cannibal e Ford? Non li posso proprio vedere, quei due!"



Pitch Perfect 3

"Cos'è questa roba annacquata!? Il cocktail preferito di Cannibal?"

Vincenzo: Se volete un incrocio tra La La Land, Sister Act e Spring Breakers (ma senza pseudo-pornografia) questo film fa per voi. Aggiungo soltanto che questa roba qui è arrivata al secondo sequel, come Il padrino o come Il signore degli anelli. E ho detto tutto…
Cannibal Kid: Un incrocio tra La La Land e Spring Breakers? Ma hai appena descritto il mio film ideale!
Di Sister Act invece ne faccio anche a meno. Comunque, nonostante Pitch Perfect 2 non fosse certo fenomenale ed era meno riuscito rispetto al primo simpatico capitolo, alle Barden Bellas voglio sempre bene, e in particolare ad Anna Kendrick e Hailee Steinfeld, quindi questo terzo episodio europeo del loro tour come rinfrescante visione estiva mi sembra l'ideale. Alla faccia di tutti i radical-chic come Ford che, dopo aver gradito il primo film, hanno spernacchiato il sequel. O di quelli come Vincenzo che massacrano le povere belle Bellas a priori.
Ford: benchè La La Land sia stato grandioso, e Spring Breakers assolutamente sottovalutato, non ho mai amato particolarmente Sister Act. Il primo Pitch Perfect, a sorpresa, mi aveva piuttosto divertito, finendo purtroppo per essere demolito nel ricordo da un secondo capitolo pessimo ai livelli di un 50 sfumature. Con questa premessa, la mia voglia di recuperare la versione "Tour europeo" di questo numero tre è pari a molto meno di zero, dunque per l'estate credo mi diletterò con qualche visione tamarra dei miei cari, vecchi action anni ottanta.

Ogni giorno

"Ora mando un bel selfie della buonanotte a Vincenzo!"

Vincenzo: No vabbè Maria, io esco! Per fortuna da noi la moda di Federico Moccia è passata, e probabilmente il suddetto starà buttando nell’alcool tutti i soldi guadagnati spremendo i portafogli delle quindicenni. Un altro teen movie? Non so cosa ne pensate voi ragazzacci. Quest’anno credevo che avessero già dato abbastanza tra Midnight Sun con Schwarzy Junior e quel floppaccio di Succede…
Cannibal Kid: No vabbè Maria, io questa settimana ho troppe robe da vedere. Con due pellicole teen in un solo colpo potrei andare in overdose. Checché ne dica Vincenzo, questa a me sembra una delle migliori settimane cinematografiche da parecchio tempo a questa parte. Ci vorrebbero film come questo... ogni giorno.
Ford: ogni giorno mi chiedo come cazzo viene in mente ai distributori di propinarci roba di questo tipo. Neanche fossimo tutti come Cannibal.

La stanza delle meraviglie

"E ora bambini preghiamo insieme che quella rubrica chiuda i battenti."

Vincenzo: Qui entriamo nell’ambito dell’accettabilità, pur se siamo sempre nella fascia teen (almeno per i protagonisti). C’è il metacinema alla Hugo Cabret, c’è l’adattamento da una graphic novel, che fa molto contemporaneo. E c’è Todd Haynes che ha nei miei confronti una totale apertura di credito dai tempi di I’m Not There. Quindi sapete che vi dico? Non vado a vederlo per non rovinare la stima che ho per il suddetto.
Cannibal Kid: Vincenzo, fai bene a non vederlo. Todd Haynes era un grandissimo regista, almeno fin quando tirava fuori gioielli come Velvet Goldmine, Lontano dal paradiso e il recente Carol, quindi fino a poco tempo fa. Il da te citato e sopravvalutato I'm Not There invece non mi aveva fatto impazzire. Questo poco meraviglioso La stanza delle meraviglie rappresenta nettamente il punto più basso della sua carriera, nonché una delle più grandi delusioni cinematografiche di quest'anno. Per il tuo bene, continua a evitarlo, Vincenzo. Mentre a Ford, per via del suo zuccheroso buonismo infantile, potrebbe persino piacere.
Ford: ho sempre avuto un debole per Todd Haynes, da Velvet Goldmine a I'm not there, anche se, dovendo scegliere una sua pellicola, penso opterei per Lontano dal paradiso. Questo La stanza delle meraviglie mi ispira poco ed ha il sapore di potenziale delusione, ma quando il resto è come i titoli che abbiamo visto poco sopra, mi sa tanto che c'è poco da fare gli schizzinosi.

211 - Rapina in corso

"Arrestate quest'uomo: ha un parrucchino più grande del mio!"

Vincenzo: Ecco il film che fa per la coppia CK & Ford. A voi che ve piace menarve e fare i bulli. E poi c’è Nicolas Cage, uno che io adoro. Lo adoro come adoro un dito chiuso nella portiera…
Cannibal Kid: Il film che fa per Ford, di sicuro non per me che detesto gli action. Cage invece non lo detesto, ma lo considero un grande attore di talento come considero Ford un giovane blogger di talento.
Ford: questo film sembra una merdaccia pura e fumante, anche per uno come me che adora gli action ignoranti e tamarri. Eppure voglio troppo bene a Nicholas Cage, dunque potrei anche tenerlo buono come guilty pleasure estivo, magari per una serata da sbronza.

Ulysses: A Dark Odyssey

"E a questa che è successo?" "Ha dato ascolto troppe volte ai consigli di Cannibal e Ford."

Vincenzo: Ho già capito. Questo è il The Broken Key di quest’anno. Il film che avevo definito “Il Codice Da Vinci in bagna cauda” (definizione brevettata™ e depositata®). Film italiano, diretto da ??? con protagonisti sconosciuti e alcuni pensionati celebri (Danny Glover, Udo Kier) ingaggiati solo per mettere in bella mostra il nome sulla locandina e attirare così qualche sprovveduto. Ci son cascato già l’anno scorso e stavolta non mi faccio fregare…
Cannibal Kid: Complimenti a Vincenzo per la definizione di The Broken Key. Meno complimenti a lui per esserselo visto. Cioè, mi snobba le gradevoli pellicolette teen per sorbirsi un mattonazzo con pensionati che manco Ford nell'ospizio a cinque stelle in cui sta passando gli ultimi anni della sua vita si sparerebbe?
Questo Ulysses: A Dark Odyssey in ogni caso mi incuriosisce per due ragioni: vedere come se la cava Skin degli Skunk Anansie come attrice e vedere se una trashata del genere è abbastanza una porcheria da finire nella flop 10 dei peggiori film dell'anno.
Ford: mi tengo alla larga da una robaccia epica come questa almeno quanto Cannibal dal buon Cinema. E sono ben felice così. Del resto, in estate si possono passare le serate fuori.

A Quiet Passion

"E così quello è Vincenzo?" "Sì, ha sostituito Peppa Kid nel nostro circolo del the delle cinque."

Vincenzo: Dai, questo sulla carta è l’unico che si salva. Biopic su Emily Dickinson, che è quella che diceva “Sono tutto e il contrario di tutto”. Un po’ come Ford che è il contrario di Cannibal e viceversa. Ma non è che poi siete come i poli opposti che si attraggono?
Cannibal Kid: Purtroppo siamo proprio come i poli opposti, infatti è da anni che io e Ford non riusciamo a fare a meno l'uno dell'altro...
Oddio, io ce la farei anche, però lui senza di me si sentirebbe come un cane senza padrone. O come una mosca senza merda. Ecco quest'ultimo paragone credo sia più calzante. :)
A Quiet Passion a me sembra nettamente la visione più noiosa della settimana e quindi posso affermare che Vincenzo si candida a mio nuovo opposto totale al posto del Ford. Anche perché su questo credo che lui sia d'accordo con me: è il classico film che le carampane accompagnano al tè delle 5.
Ford: ma cosa sta succedendo al mondo se mi tocca concordare con Cannibal a proposito di un film che una ventina d'anni fa avrei giudicato il più interessante di questa scialba settimana? Forse questa storia dei poli opposti ci sta facendo diventare come Daniel LaRusso e John Lawrence in Cobra Kai. Diversi, eppure uguali. E ho i brividi al pensiero.

Mary e il fiore della strega

Katniss Kid e Ford durante una lezione di giardinaggio.

Vincenzo: No vabbè ragazzi, non ci sta veramente un c***o sta settimana… potrei mettermi qui a dire che il tizio è il discepolo di Miyazaki e fingere che la cosa possa interessare a qualcuno. La verità è che questa è la settimana peggiore per le uscite cinematografiche dai tempi dell’attacco a Pearl Harbor…
Cannibal Kid: Non credo lo vedrò, ma questo anime nipponico mi sembra già più promettente di molti film d'animazione bambineschi che escono in continuazione. Insomma, a me questa settimana sembra piena di pellicole potenzialmente migliori rispetto a Pearl Harbor. Il film, intendo.
Ford: sono un'altra volta d'accordo con Cannibal!? Vincenzo, ma che combini!? Questa specie di Kiki's Delivery Service mi pare piuttosto interessante, anche se non sarà mai all'altezza dei lavori di Miyazaki. Ma la vera cosa sconvolgente continua ad essere la sintonia con Peppa Kid. Mi starò rammolendo!?

Conclusione di Vincenzo: Oh ragà non può finire così! Mi dovete reinvità (non so perché parlo in romanesco, sono di Torino). Nel frattempo me ne vado qualche giorno in Sardegna, altro che cinema :-D :-D

mercoledì 13 giugno 2018

Nella tana dei lupi (Christian Gudegast, USA, 2018, 140')












Uno dei generi più affascinanti dell'action e del crime è senza dubbio, almeno al Cinema, quello dell'heist movie.
Quando, poi, lo stesso si mescola con l'hard boiled, per quanto mi riguarda almeno metà del lavoro è fatto: il suddetto cocktail, infatti, permette ai suoi autori di mescolare storie di "buoni" e "cattivi" con talmente tante sfumature da mescolare continuamente le carte, di regalare passaggi da vecchi duelli da Far West e tenere inchiodato il pubblico dal primo all'ultimo minuto.
Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di godermi vere e proprie pietre miliari del genere, dal mitico Rififi a Inside man, passando per cult personali come Heat - La sfida: posso dire, dunque, che è sempre difficile, per una nuova uscita che entri in questo campo da gioco, pensare di confrontarsi con quelle che l'hanno preceduta.
E' difficile anche per Nella tana dei lupi, firmato dallo sceneggiatore all'esordio dietro la macchina da presa Christian Gudegast, solido filmaccio con duri da entrambi i lati della barricata, proiettili come se piovesse ed un ritmo decisamente sostenuto.
Grazie al fordiano ad honorem Gerard Butler e a queste caratteristiche, il lavoro di Gudegast - che negli USA è stato un buon successo al botteghino, tanto da sollecitare la produzione ad avviare il processo che porterà ad un sequel - avrebbe sula carta tutte le caratteristiche per diventare uno dei guity pleasures di questa spentissima primavera: peccato che lo stesso sia in più di un senso frenato dal suo essere profondamente derivativo, cosa assolutamente dannosa se si pensa al pubblico più smaliziato ed appassionato al genere.
Nonostante, infatti, alcuni buoni passaggi, è possibile chiaramente notare le influenze di David Ayer, Michael Mann, Antoine Fuqua, il Ben Affleck di The Town con una spruzzata finale che sa di scopiazzata de I soliti sospetti talmente evidenti da insinuare il dubbio, nello spettatore, che il regista sia un derivato dei suoi più noti colleghi piuttosto che un giovane in grado di trasformare le influenze in qualcosa di nuovo.
Può essere che si tratti di peccati di "gioventù", per l'appunto, e che con i prossimi lavori il buon Gudegast impari a gestire meglio le sue fonti d'ispirazione, ma per il momento lui e Nella tana dei lupi restano solo interessanti divertissement da una sera di quasi estate assolutamente lontani dai cult che hanno caratterizzato un genere tra i più affascinanti della settima arte, in grado di consegnare al pubblico e alla cultura pop charachters e situazioni memorabili.
Senza dubbio la lunga sequenza dell'uscita dalla Federal Reserve e le sparatorie che ricordano la filosofia dietro a Capolavori come Il mucchio selvaggio o il già citato The Heat sono punti a favore di questo lavoro, ma è ancora troppo poco affinchè lo stesso si affranchi dalle ispirazioni e trovi un carattere ed una via unici: per il momento resta qualcosa destinato a scivolare piano piano dalla memoria, cancellato dalle stesse immagini che devono aver formato il loro autore.
Immagini che prendono il posto di quelle cui si è assistito per oltre due ore, pronte a svanire come un fuggitivo pieno di sorprese anche quando di fronte si ritrova una squadra di sceriffi da far impallidire i più tosti degli sbirri da grande schermo.



MrFord



martedì 12 giugno 2018

Tomb Rider (Roar Uthaug, UK/USA, 2018, 118')








Ai tempi della sua prima uscita in videogioco, non ero un grande fan di Lara Croft. Nonostante e forme molto generose ed un look decisamente fuori dagli schemi per un charachter in stile Indiana Jones, le sue avventure su console mi parevano noiose e poco interessanti: occorsero quasi vent'anni e l'avvento della versione moderna del game originale - che strizza l'occhio a quel Capolavoro che è la saga di Uncharted - per farmi ricredere ed avvicinare ad un brand che avevo snobbato clamorosamente anche al Cinema ai tempi dell'apice della visibilità di Angelina Jolie.
Il suo ritorno sul grande schermo, ad ogni modo, lasciava diversi dubbi sia rispetto al tipo di operazione - e scegliere un regista norvegese semisconosciuto nonostante il nome da guerriero vichingo o canzone di Katy Perry - che sulla protagonista, una Alicia Vikander che, con la sua fisicità non proprio propompente e da cazzuta spaccaculi non mi dava l'idea di una Lara Croft come si sarebbe potuta immaginare: al contrario, invece, ho trovato la giovane star molto in parte, in grado di trasmettere bene la psicologia del personaggio e la sua intensità fisica.
Peccato che il resto del film, considerato il suo scopo - intrattenere selvaggiamente ed il più sguaiatamente possibile - ed i paragoni non proprio semplici legati a questo tipo di prodotti - il già citato Indiana Jones resta l'esempio più noto, netto ed inarrivabile - risulti poco più di una traversata noiosa dal sapore di già visto, se si escludono una certa vulnerabilità mostrata dalla protagonista - i main charachter cazzuti ma con fragilità sono sempre molto interessanti - ed i paesaggi decisamente pazzeschi per qualunque fordiano amante della Natura e della sua capacità di mozzare il fiato, resti davvero poco di originale: personalmente, anche se va calcolata la stanchezza combinata da crossfit, lavoro e Fordini, ho faticato a più riprese a tenere gli occhi aperti, e non ho trovato nessuno spunto da brivido o commozione nel tormentato rapporto tra Lara Croft e suo padre - quantomeno è stato interessante rivedere Dominic West -, o colpo di genio nel villain interpretato da Walton Goggins, uno di quei fordiani ad honorem dai quali mi aspetto sempre molto, forse troppo.
E dai cattivi che sono i classici cattivi ai sacrifici che sono i classici sacrifici, tutto procede stancamente verso un finale prevedibile che avrebbe dovuto aprire ad una nuova saga, ma che considerati gli incassi decisamente poco incoraggianti probabilmente resterà un sogno come una di quelle località mitiche segnate su mappe impossibili da trovare o leggere, e che richiedono colpi di genio e rischi altissimi come prezzo da pagare per essere condotte a termine.
Peccato che, in questo caso, a parte quello che ci si potrebbe aspettare dal più classico pop corn movie buono per essere dimenticato in qualche ora, non troviamo nulla di quanto si potrebbe immaginare di leggendario o destinato a sorprendere.




MrFord




lunedì 11 giugno 2018

Cobra Kai - Stagione 1 (YouTube Red, USA, 2018)







Chi frequenta il Saloon da un pò di tempo sa quanto potrebbe essere difficile, per me, scrivere un post dedicato alla prima stagione di Cobra Kai: un post che potrebbe uscire fordiano oltre misura, dedicato al Tempo che scorre inesorabilmente neanche fossimo i protagonisti del video de Gli anni degli 883 ai tempi d'oro, al decennio che mi ha visto iniziare a crescere ed amare il Cinema, alle prime vittorie degli outsiders che attraverso Rocky e Karate Kid hanno posto le basi per tanto di quello in cui ho creduto negli anni a venire.
E così come fu di recente per Creed, attraversare i dieci episodi di Cobra Kai è stato come guardare me stesso bambino, e ripercorrere i giorni che hanno trasformato quello che era un Daniel LaRusso in un Johnny Lawrence versione sensei in bilico tra desiderio di riscatto, alcool, voglia di trasmettere il lato positivo di un "cattivo": proprio con l'avvicinarsi del finale di stagione, Daniel - che nel ribaltamento delle parti continuo di questo prodotto assolutamente geniale per timing e riferimenti rimbalza spesso e volentieri da un lato all'altro della barricata in modo totalmente umano, come del resto faceva allora - afferma che la differenza tra lui e Johnny, più simili di quanto loro stessi non potessero sembrare, è stata data dai loro maestri.
Dall'indimenticato ed indimenticabile Miyagi al perfido John Kreese, chiunque di noi, nel corso della vita, avrà avuto modo di provare sulla pelle l'effetto che un buono o cattivo insegnante riesce a trasmettere: l'allievo avrà sempre la responsabilità di imparare al meglio quello che viene trasmesso - in questo senso, bellissimo il lavoro fatto sui personaggi, che hanno tanto del teen movie in senso positivo, di Miguel, Hawk e Robbie -, ma sta e starà al maestro fare in modo che non possano esserci cattive interpretazioni, o strade che possano portare dove nessuno dei due vorrebbe.
Cobra Kai, nel rispetto dell'originale Karate Kid - con qualche riferimento ai due successivi -, del rinnovato interesse per il fascino degli eighties, del prodotto indirizzato al pubblico adolescente, delle tematiche di attualità - interessante il fatto che il Cobra Kai, ai tempi casa dei bulli, sia ora il rifugio degli sfigati in cerca di riscatto e rivincita - racconta in modo semplice, emotivo, divertente e quasi magico un ritorno, una nuova generazione che potrebbe crescere con i miti della precedente, senza dimenticarsi chi, come una vecchia canzone ascoltata accanto ad un vecchio nemico in una vecchia macchina, porta indietro nel tempo.
Perchè il nemico vero resta sempre quello.
Che passa, e per quanto possa regalare nuove possibilità, un colpo alla volta, per dirla come Rocky, finisce per toglierci tutto quello che abbiamo. Inesorabilmente e senza appello.
Cobra Kai è una serie che, al contrario, ci permette di pensare, sperare, sognare di prenderci una rivincita con il bullo più grande di tutti, quello che porta alcuni a "colpire per primi" - nel timore di essere colpiti a loro volta - ed altri a "cercare l'equilibrio": il Tempo.
Quello che, inesorabilmente, si porta via i maestri buoni e cattivi, i colpi ricevuti o assestati, i ricordi, i sogni, quello che siamo stati e quello che saremo, e infine anche noi.
Quello che non ha pietà.
Il bello, però, e Johnny Lawrence lo sa bene quanto me, è sorprenderlo.
Mostrare che la forza non sta nel pugno, come gridava Kreese, ma nella capacità di chi potrebbe sferrarlo di decidere di non farlo, in pieno stile Miyagi.
E in quel modo, affondare un colpo più forte di quanto non si possa immaginare.
Questo Cobra Kai è stato decisamente uno di quei colpi.
Così forte che non me lo sarei aspettato.
Che mi ha divertito, commosso, fatto sorridere, ricordare, e pensare che tutti, prima o poi, passano dall'essere allievi ad essere maestri.
L'importante, in tutto questo, è che si pensi che non si smette davvero mai di imparare.
Di sorprendere e lasciarsi sorprendere.



MrFord



 

giovedì 7 giugno 2018

Thursday's child







Nuova settimana per la rubrica dedicata alle uscite con più ospiti della blogosfera che torna finalmente ad avere ospiti, per la precisione Andrea, che avrà l'arduo compito non tanto di far dimenticare l'ospite della settimana precedente, quanto di trovare il punto d'equilibrio - o di squilibrio - tra il vecchio cowboy ed il finto giovane Radical Kid.



"Questo è un cucciolo di Ford, bisogna stare davvero molto attenti."



JURASSIC WORLD – IL REGNO DISTRUTTO

"E questo è un esemplare di Ford adulto: occorre stare ancora più attenti."
 
Andrea: Un film sui dinosauri? Un altro? Ma non si erano estinti? Non amo il genere. Il mio unico contatto coi dinosauri è stato Terra Noia… ehm, Nova e non è andato oltre la puntata pilota. Cos’altro c’è da dire sui dinosauri? Niente più di quanto si sia già visto: i soliti ‘argh’, le solite zanne, le solite rincorse. Ma sicuramente qualcosa di interessante può offrirla Chris Pratt, l’attore protagonista. E no, non la sua interpretazione. Ma che pensate, maiali? Mi riferisco ai pettorali scolpiti.
Cannibal Kid: Non è che fossi molto appassionato di Jurassic World, negli anni '90. Sarà che non ho mai avuto la passione per i dinosauri e le cose jurassiche in generale, Ford compreso. Il primo recente Jurassic World però a sorpresa non mi era spiaciuto affatto, o se non altro non mi aveva distrutto le palle dalla noia. Questo sequel non troppo richiesto riuscirà a bissare? Non ci giurerei troppo, ma credo potrei fare uno sforzo. Più per Bryce Dallas Howard che per Chris Pratt, a dirla tutta.
Ford: nel corso degli anni novanta, a sorpresa come Cannibal, non ero un grande fan del brand "Jurassico" inaugurato da Spielberg, eppure il recente Jurassic World mi aveva divertito parecchio. Questo nuovo capitolo, oltre ad apparire una tamarrata degna del Saloon, potrebbe divertire molto anche il Fordino, dunque ben venga, Pratt o Dallas Howard che sia, seppur per diversi motivi.

MALATI DI SESSO

"E quest'acqua naturale cosa mi rappresenta? Mi avete preso per Cannibal?"

Andrea: Stavo pensando di esordire con “Oh, interessante.” Poi mi sono accorto che il film è di provenienza italica e munito di tutte le protezioni del caso – non voglio mica beccarmi la malattia dell’italianità vuota e stantia che appesta tanto cinema e serialità nostrani – sono andato a letto col trailer. Nel senso che l’ho visto sul pc accovacciato fra le lenzuola spiegazzate perché i resti di un’antica cena hanno monopolizzato il tavolo della stanza e minacciavano di prendere vita. Mi ha eccitato? Mi ha reso malato di sesso come un simile titolo sembra promettere? No. È più sexy l’alluce scarnificato della vecchietta in ciabatte che incontro sotto casa di tutto il cast, di tutta la confezione registica e di tutto il comparto autoriale (ma perché qualcuno ha scritto questa zozzeria che zozza non è?). Immancabile la canzone americana, di cui, sebbene famosissima, mi sfugge il titolo: un modo tutto italiano per spruzzarsi addosso un po’ di figaggine. Dal momento che i nostri film e le nostre serie perlopiù ne sono privi in senso drammaturgico, allora basta sbatterci sopra un brano degli U2 o dei R.E.M. e sei in pace col lato cool e profondo di te.
Cannibal Kid: I poster scopiazzati da quelli di Nymphomaniac del solo e unico Lars von Trier non sono certo il massimo dell'originalità, considerando che la stessa idea era già venuta qualche annetto fa a quelli di Smetto quando voglio. La canzone usata nel trailer, per sciogliere il dubbio di Andrea, è la più che piacevole “Spirits” degli Strumbellas, che mi pare piaccia anche a Ford. Pure questa però non è un'idea di primo pelo, visto che ad esempio l'aveva già sentita suonare nel trailer de Il sole a mezzanotte, se non ricordo male. Il tema trattato è interessante, ma lo svolgimento rischia di essere tutt'altro che fenomenale o anche solo un minimo imprevedibile. L'unico dubbio che ho è: nella clinica per malati di sesso, i protagonisti incontreranno anche Harvey Weinstein?
Ford: il sesso ci sta sempre, e quando è sfruttato bene in un film per quanto mi riguarda si va alla grande. Peccato che in questo caso si tratti dell'ennesima poracciata italiana dalla quale girerò alla larga neanche fosse un alluce scarnificato di vecchietta. O, per dire, un Cannibal Kid.

TITO E GLI ALIENI

"Più che alieni, quei tre bloggers mi paiono alienati."

Andrea: A proposito di italianità… questa di Tito e gli Alieni però è un’italianità che non mi spiace, è un’italianità che almeno a parer mio sembra fresca e genuina e vada coltivata. C’è un’ironia buona, che gioca coi vizi e gli stereotipi, ribaltandoli, facendoli fare il can can e la doppia giravolta, non il sarcasmo spicciolo rubato dai discorsi della nonna su come si fa il brodino e guarda ti sei fatto sulla maglia una macchia a forma di pisello, attento a non scivolare sulle bucce di banana e guarda che zoccola. Ovviamente potrei sbagliarmi, eh. Spero che l’ora e mezza di film non mi sbugiardi. Pena, rapimento da parte degli alieni.
Cannibal Kid: C'è Valerio Mastandrea, e quindi per me è sì. Non che sia l'attore migliore del mondo o anche solo d'Italia, però (quasi) sempre sceglie dei progetti interessanti, o se non altro che a me piacciono parecchio, dai film di Virzì a Perfetti sconosciuti, passando per La felicità è un sistema complesso, Fiore e la serie La linea verticale. Questo Tito e gli alieni inoltre dal trailer si candida a potenziale gioiellino. Basta solo che non si riveli la solita robetta buonista buona per Ford.
Ford: robe italiane giuste ne escono davvero poche, e questo Tito e gli alieni, nonostante il tito(lo) agghiacciante, pare rientrare nella categoria. Lo spero davvero, perchè Mastandrea mi è sempre piaciuto ed i progetti alternativi made in Terra dei cachi, se ben gestiti, non hanno nulla da invidiare a quelli oltreoceano che, come dice a sproposito Cannibal, incenso per partito preso.

L’ATELIER

"Quello è Cannibal Kid." "Davvero? Quel blogger che pensa di essere giovane come noi e invece è soltanto un vecchio? Com'è ridotto male!"

Andrea: E veniamo ai francesi. I francesi non è che filmicamente li frequenti tanto – ma un bel francesino occhi azzurri e boccuccia sottile attendo con ansia di incrociarlo. Da quel poco che la mia percezione cinefila, ma più telefila, ha annusato qui e lì penso che i francesi abbiano buon gusto per l’estetica, siano molto raffinati e spesso questa raffinatezza tracimi in arte. A volte, però, come è accaduto con Les Revenants si chiudono così a riccio nelle loro confezioni filmiche algide e altezzose che non sanno toccare le corde dello spettatore che in sala si predispone a farsi stuzzicare. Un po’ come farsi bello per il proprio maschietto e non venire filati ‘manco di striscio. Va bè, spero che la relazione con L’atelier almeno sia più… proficua.
Cannibal Kid: Io invece del cinema francese, da buon radical-chic terminale quale sono, penso il meglio. Non sempre, eh, però spesso. L'atelier è il nuovo lavoro diretto da Laurent Cantet, il regista del notevole La classe, quindi clamorosamente potrebbe mettere d'accordo in positivo sia me che Ford. E non è mica roba da tutti. Certo non da tutti i francesi, considerando che il mio blogger rivale in genere li detesta.
Ford: in genere detesto i francesi almeno quanto Cannibal Kid, ma Cantet è una piacevolissima eccezione, autore di uno dei miei film d'oltralpe preferiti degli ultimi dieci anni, La classe. Questo L'atelier forse non si adatta altrettanto bene agli argomenti fordiani classici, eppure mi sento di dare fiducia ad uno dei pochi nomi del panorama cinematografico mondiale che, e Andrea sarà testimone, riesce a mettere d'accordo i due rivali numero uno della blogosfera.

DIVA!

"Di quello che hanno da dire quei tre non voglio più sentire neppure una parola!"

Andrea: Mi sembra un’operazione interessante. Un film a metà fra fiction e documentario con una manciata di attrici moderne che provano a ripercorrere i vissuti di Valentina Cortese, che – faccio mea culpa – non sapevo ‘manco chi fosse prima di sentir parlare del film. Il film sembra fatto con le migliori intenzioni… ma riusciranno le attrici di oggi a reinterpretare un volto che, apprendo solo ora – sì, sono vissuto in un pianeta fatto di sole serie televisive U.ES.EI e bei ragazzi –, è scolpito nel cinema italiano. Qua c’è il rischio cagna maledetta… Sarà forse un caso che nel cast ci sia anche Carolina Crescentini?
Cannibal Kid: Avevo sentito parlare di questo Diva! perché era stato premiato con un Nastro d'Argento al miglior docufilm, però non è che mi ispiri troppo. Come operazione sulla carta sembra anche interessante, ma nella pratica a vedere il trailer mi sembra un lavoro ad alto rischio sbadiglioso. Insomma, io ho intenzione di fare la diva di turno che se la tira e questo film lo guarderà soltanto se qualcuno mi pagherà profumatamente per farlo.
Ford: io non credo di avere le movenze, lo stile e la classe di una diva, ma purtroppo ancora una volta questa settimana mi tocca concordare con Peppa Kid rispetto al rischio noia di un'operazione che potrebbe anche rivelarsi interessante. A questo punto manderei in avanscoperta Andrea, in modo che possa sdebitarsi con noi dell'ospitata!

RESPIRI

"Andrea è ancora chiuso a piangere in camera sua?" "Sì, non si è più ripreso dall'incontro con Ford e Cannibal."

Andrea: Apparentemente sembra un thriller ben fatto, almeno a stando a quel pochetto che ho visto nel trailer, un pochetto però senza dialoghi… e questo mi dà da pensare. Ho il timore che se gli attori aprissero bocca le atmosfere cupe da thriller si riconvertirebbero in una chiassosa sagra della porchetta con tanto di banda e ‘annunciaziò’ del sindaco. Forse è questa la paura su cui vuole fare leva il film…
Cannibal Kid: Il timore sollevato dall'attento Andrea mi ha fatto mancare il respiro, molto più di quanto non sia riuscito a fare il trailer di questo poco invitante thriller. E mi ha toto il respiro quasi quanto una recensione strampalata uscita dalla mente malata di Mr. Ford.
Ford: non trattenete il respiro nell'attesa che decida di guardare questo film. Tranne Cannibal.

LA TERRA DELL’ABBASTANZA

"Ammazza, questo posto è peggio di Casale e di Lodi messe insieme!"

Andrea: Per la serie ‘spenna il Saviano dalla cacca d’oro’, ecco un altro film legato a Napoli e agli ambienti della mafia. Sì, la prospettiva è diversa. Stavolta è il boss a venire ucciso dagli innocenti e bla bla bla. Però io ho come l’impressione che sia tutta un’enorme operazione commerciale, chiaramente di pregio, che accontenta le tasche dei produttori e le penne dei critichi, che così possono vergare elogi di caratura letteraria sentendosi un po’ Dante e un po’ Manzoni, come piace fare a me coi miei telefilms. Per me, è nì.
Cannibal Kid: Per me, è un no sonoro. La stessa risposta che do di default a qualunque domanda o richiesta di Ford. E per questa settimana, con i poco promettenti filmetti della settimana, direi che è abbastanza.
Ford: io mi dico abbastanza sicuro che eviterò anche questo film come la peste. O come Cannibal.

mercoledì 6 giugno 2018

End of justice - Nessuno è innocente (Dan Gilroy, Canada/Emirati Arabi/USA, 2017, 122')







Immagino sia capitato a tutti voi almeno una volta nella vita di ordinare un piatto - o un cocktail - che sulla carta avrebbe tutti gli ingredienti giusti per piacervi solo per scoprire che, al contrario, finirete per rimpiangere la scelta.
Giusto per farvi un esempio pratico: la maionese è una delle cose che più detesto al mondo, e la sua presenza - anche minima - compromette la possibilità per questo vecchio cowboy di assaggiare un piatto, un panino o qualsiasi altra cosa.
Eppure i suoi ingredienti, presi singolarmente, sono tutti più che apprezzati.
End of justice - terribile adattamento italiano dell'originale Roman J. Israel Esq. - potrebbe essere paragonato proprio alla "merda gialla", come direbbe Vincent Vega: non che mi abbia fatto così tanto schifo ma, se paragonato ai pezzi che compongono il suo puzzle, rappresenta senza dubbio una delle delusioni più clamorose di questa già decisamente spenta primavera cinematografica - anche se, lo ammetto, tra desertificazione della blogosfera, stanchezza da lavoro e crossfit e impegni con i Fordini, anch'io ultimamente sono più da serie tv -.
Questo perchè Dan Gilroy, con il suo Lo sciacallo, era stato una delle sorprese più interessanti di qualche stagione fa, il buon Denzellone è sempre un grande - anche quando, come in questo caso, gigioneggia a livelli fuori scala - ed il legal thriller ha da sempre esercitato un fascino particolare sugli occupanti del Saloon, specie se associato a questioni etiche o filosofiche, se così possiamo definirle.
Peccato che, nonostante protagonisti, autore e confezione, End of justice si perda in se stesso e soprattutto nella gestione del tempo narrato neanche fosse il peggiore dei prodotti da sabato sera su Italia Uno, raccontando il conflitto interiore di un protagonista sulla carta assolutamente interessante con una semplicità da taglio con l'accetta degna del più trash degli slasher movies: Roman J. Israel Esq, avvocato ombra del suo socio, genio quasi autistico del sistema legale, paladino dei diritti degli accusati con il sogno di intentare una sorta di "causa allo Stato" che potrebbe portare ad una rivoluzione del sistema legale, trovatosi privo del suo "scudo" e in un ambiente che non gli è consono, cade vittima del fascino del potere e delle scappatoie, finendo per commettere tutti gli errori che fino ad allora aveva tanto criticato, o lottato per cancellare.
Un'evoluzione sulla carta stimolante per sceneggiatori e pubblico resa troppo semplice e veloce, quasi si fosse deciso di condensare un'intera stagione di una serie in un film di un paio d'ore - o le tre settimane citate ad inizio pellicola neanche fossero mesi, o addirittura anni -: non che cambiamenti radicali siano da escludere completamente nella realtà, e senza dubbio eventi traumatici possono portare a compiere scelte che nella quotidianità finiscono per essere poco più di remote possibilità, eppure l'impressione, nel cambio di ruoli di Washington e Farrell, è che tutto appaia forzato e posticcio, neanche Gilroy avesse abbandonato i panni dello sciacallo per trasformarsi in una sorta di pavone e mostrarsi più appariscente di quanto in realtà non sia.
Un atteggiamento - ed un problema - che si riflettono anche sulla pellicola, assolutamente lontana dai classici del genere e neppure tanto pessima da stuzzicare una stroncatura di quelle buone per sfogarsi e divertirsi anche un pò: semplicemente il tentativo di "cambiare il mondo" di Roman J. Israel Esq risulta assurdo come tutti i sogni donchisciotteschi - e questo potrebbe essere anche positivo - quanto fastidioso come i bei voti di quei secchioni che ai tempi della scuola si lamentavano ogni volta di essere andati male ad un compito in classe per poi prendere i voti più alti.
Peccato non essere più a scuola, a volte.
Perchè per loro la vita sarebbe decisamente più semplice.
E chissà, certi piatti con ingredienti perfetti potrebbero perfino risultare perfetti a loro volta.
Peccato che la scuola sia finita da un pezzo.




MrFord




martedì 5 giugno 2018

Proprio lui? (John Hamburg, USA/Cambogia, 2016, 111')







Ricordo ancora benissimo la sera in cui, tornato dal lavoro tardi, con i Fordini già a letto e Julez quasi, mangiai guardando Nonno scatenato, becerata all'americana di quelle buone per far venire la pelle d'oca a tutti i radical chic del mondo: le risate sguaiate e liberatorie di quell'occasione, in barba alla pochezza artistica del prodotto, furono un toccasana neanche avessi visto un filmone a cinque stelle - o quattro bicchieri, per usare il linguaggio del Saloon -.
Poco tempo fa, nel pieno della prima - e non positiva - esperienza lavorativa dopo il mio "anno sabbatico" da casalingo, in una serata da weekend zero impegni e zero neuroni, abbiamo ripescato casualmente dal bacino di Sky questo Proprio lui?, commediaccia di grana grossissima a tema "da famiglia" con Bryan Cranston e James Franco uscito nelle nostre sale all'inizio del duemiladiciassette e almeno da queste parti passato completamente in sordina: fortunatamente per me ed i miei neuroni alla ricerca di svago, il lavoro di Hamburg si è rivelato pienamente all'altezza del già citato Nonno scatenato così come dei più scombinati lavori della brigata Apatow, in particolare - considerato il protagonista - Strafumati, ancora oggi uno dei miei cult ignoranti più amati in assoluto.
Il confronto tra la famiglia dell'inquadrato piccolo imprenditore Ned, giunta in California dal Michigan per festeggiare il Natale accanto all'amata primogenita ed al suo nuovo fidanzato, un giovane multimilionario legato al mondo dei videogames e delle app, è uno spasso sopra le righe e spesso e volentieri decisamente volgare - ma non nel senso volgare del termine - che ha permesso non solo che mi sguaiassi sul divano cercando di non fare troppo casino ridendo rischiando in quel modo la sveglia dei Fordini, ma anche di ripetermi la sera successiva quando, complice la dormita fatta da Julez più o meno a metà pellicola, abbiamo replicato la visione accanto ai suoceri Ford, per mia fortuna decisamente più easy e meno inquadrati del rigido - almeno al principio - Ned.
Proprio sul personaggio interpretato da Cranston mi sono concentrato pensando al momento in cui la Fordina comincerà a presentarmi i fidanzati ufficiali, e sarò costretto non solo a cercare di non immaginare neppure quello che combineranno tra loro, ma anche a non colpire con una bottiglia il malcapitato di turno: e tra i riferimenti ai Kiss - non avrebbero potuto scegliere una band più cara al sottoscritto, con tanto di sorpresa finale -, gag davvero sopra le righe come piacciono qui al Saloon, un Franco talmente larger than life da risultare inesorabilmente spassoso, Proprio lui? ha rappresentato il punto più alto, per quanto strano possa suonare, che una commedia abbia toccato da queste parti negli ultimi mesi, in barba a tutto il radicalchicchismo ed alle proposte a denti stretti che spesso un certo Cinema d'autore forzato vuole propinare rispetto al genere.
La commediaccia, invece, è importante, vitale e sincera, quasi un simbolo perfetto - con l'action tamarra - del pane e salame che tanto amo e che sempre difenderò, si tratti di settima arte o di vita in generale: se, dunque, siete genitori di una bimba come il sottoscritto, godetevi questa parabola sguaiata per alleggerirvi dal pensiero di quando vi ritroverete dall'altro lato della barricata, mentre se siete fan hardcore del Cinema "alto", fate un favore ai vostri cervellini fumanti ed abbandonatevi a questo viaggio sulle montagne russe della volgarità, delle risate e della sguaiatezza.
Non si sa mai che possa aiutarvi a stringere un pò meno le chiappe.



MrFord




 

lunedì 4 giugno 2018

Brawl in cell block 99 (S. Craig Zahler, USA, 2017, 132')






Gli anni passati nella blogosfera sono stati importanti, oltre che per la scoperta di film e serie, anche per il legame che si è costruito con Dembo, il mio "fratellino" conosciuto tra queste pagine diventato uno dei miei più cari amici: quando, di recente, proprio lui mi consigliò di recuperare Brawl in cell block 99 firmato da Zahler, che qualche anno fa mi colpì con il bellissimo e violentissimo Bone Tomahawk, non ho saputo resistere.
Partiamo dunque subito con quella che è la realtà dei fatti: questo nuovo lavoro del regista non è all'altezza del primo, specialmente in termini di scrittura e plausibilità - in alcuni passaggi è assolutamente esagerato, e non parlo di sequenze di lotta -, ma senza dubbio dimostra il talento dietro la macchina da presa del ragazzo ed una carica emotiva enorme, che finirà per colpire qualunque spettatore sia padre.
Merito anche di un Vince Vaughn in grandissimo spolvero, che dopo anni passati a recitare lo stesso ruolo in commedie senza troppo spessore da True Detective in poi ha finito per reinventarsi, portando sullo schermo in questo caso un personaggio solo apparentemente semplice e tagliato con l'accetta, una macchina da guerra su gambe che regala - e in questo senso c'è affinità con il già citato Bone Tomahawk - un finale di pellicola davvero tostissimo, ed un confronto in chiusura con un Don Johnson che tira fuori dal cilindro un charachter che pare uscito da un fumettaccio di genere.
Se, dunque, lo script ha qualche difetto, il punto forte del lavoro di Zahler è la parte dedicata agli scontri portati in scena, coreografati benissimo, molto credibili e tosti, dal primo confronto con il guardiano del carcere - forse il passaggio che mi ha colpito di più, dato che giunge "a freddo" - allo scontro finale con i responsabili della situazione del protagonista, non certo per stomaci deboli.
Non bisogna però confondere Brawl in cell block 99 con i filmacci di serie b ai quali potrebbe essere associato per genere o svolgimento della trama, quanto più che altro come una versione "al sangue" di una storia legata a doppio filo all'amore paterno e ai sacrifici che si è disposti a compiere per il futuro dei propri figli: l'accettazione del proprio destino stoicamente mostrata dal charachter di Vaughn, in questo senso, misura la portata del messaggio del film, e seppur parzialmente celata dalla componente prettamente di lotta della pellicola mostra a chiunque lo sappia vedere un gran cuore, ed un modo per sfruttare anche gli angoli bui dei sottogeneri per raccontare storie che non siano solo ossa rotte e botte da orbi.
Brawl in cell block 99 resta comunque un film non per tutti, dalle immagini mostrate al ritmo, che probabilmente pusillanimi radical come Cannibal Kid detesteranno dal primo all'ultimo fotogramma, eppure mostra senza alcun dubbio il talento di un regista da tenere d'occhio per il prossimo futuro e che già regala hype da vendere per il suo prossimo lavoro, che mescolerà poliziesco e noir: se Zahler dovesse riuscire, infatti, a limare alcune sbavature come sceneggiatore, ci ritroveremmo per le mani un piccolo erede della grande tradizione del primo Refn, ed un nome da continuare a tenere d'occhio.
Il mio consiglio, dunque, è di farvi forza e non lasciarvi troppo prendere dai pregiudizi rispetto al genere, ed affrontare Brawl in cell block 99 con la guardia alta e lanciando il cuore oltre l'ostacolo.
Se riuscirà a colpirvi, sono sicuro che non lo dimenticherete facilmente.



MrFord




 

venerdì 1 giugno 2018

Oslo



E come lo scorso anno a Bruges, i Ford si prendono qualche giorno di vacanza - anche dai Fordini - per visitare la città di Harry Hole.
Chissà se in Norvegia sono preparati per la nostra invasione?



MrFord
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