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lunedì 16 luglio 2018

Saloon Mundial: la dura legge del gol




E così, il Mondiale duemiladiciotto, il primo che abbia vissuto da "non tifoso", è finito.
Da un certo punto di vista si è chiuso nel modo peggiore, con la squadra tra le quattro rimaste in gara che meno avrei voluto vedere trionfare, ma dall'altro ha regalato senza dubbio una delle finali più ricche di gol della Storia, ed ha oggettivamente incoronato una squadra che, pur non giocando un bel calcio - del resto, non lo era neppure il nostro nel duemilasei - è stata in svantaggio per nove minuti in tutta la competizione, ha saputo costruire una generazione di giocatori giovani, affamati e talentuosi e negli ultimi vent'anni un team che ha raggiunto tre finali mondiali su sei ed una europea. Certo non cosa da poco.
Dall'altra parte, esce a testa alta una Croazia che ha regalato forse il miglior approccio al campo della competizione, e che ha patito principalmente la mancanza di qualcuno in grado di prendere per mano la squadra e, dopo minuti e minuti di nulla, cambiare il destino di uno - o più - match: Modric e Rakitic, forse i più talentuosi tra i biancorossi, soffrono entrambi del morbo di Messi, e personalmente ho finito per apprezzare decisamente di più gente come Vida, che pare uno uscito ieri dal carcere e lotta dal primo all'ultimo minuto, tecnica o no.
Del resto la Francia, che subisce come un incassatore e riparte con la velocità di una macchina da corsa, può invece contare sulle giocate di ragazzi forse difficili da digerire come Pogba e Mbappè - che, in realtà, sono semplicemente ragazzi - e sull'intelligenza di un grandissimo Griezmann, vero motore di quella che è considerata una squadra di fenomeni, e quando meno l'avversario se l'aspetta, sfodera zampate che sono macigni poggiati sulle spalle di chi si trova di fronte, in grado anche di rendere papere come quella di Lloris giusto un aneddoto da raccontare nel corso della sbronza che segue la vittoria.
Dunque, la finale ha consegnato la Coppa alla squadra che ha giocato peggio ma che ha saputo sfruttare al meglio i suoi talenti, che ricorda la canzone degli 883 ma che non deve sminuire i vincitori o giustificare i perdenti: è andata così, ed è stato giusto e bello vedere che tutti, in misura diversa, l'anno accettato condividendo anche la bellissima doccia finale. Putin escluso.
Ma ci sta anche questo.
Il Mondiale è finito, è stato emozionante ed intenso, ha regalato gioie e dolori, match dalla tensione palpabile - come quello di oggi pomeriggio - ed altri vissuti con leggerezza - l'Inghilterra non pervenuta alla "finalina" per il terzo e quarto posto, giustamente vinta dal Belgio -: è stato il primo Mondiale VAR - sistema che continuo ad apprezzare - e quello, forse, con più sorprese dai tempi della pilotatissima kermesse del duemiladue, ha portato un cambiamento nel panorama calcistico delle stelle e delle Nazionali considerate istituzioni ed una ventata di aria fresca in un calcio che, finalmente, pare uscire dall'epoca segnata dal tiki taka spagnolo.
Uno dei giocatori fondamentali - anche se deve ancora dimostrare davvero tutto - è un ragazzo che non ha ancora vent'anni, e che ai tempi in cui Deschamps sollevava la coppa nel novantotto non era ancora nato, quando si portavano divise larghissime e non era possibile rivalutare una decisione arbitrale.
Il bello del nuovo, del Tempo che passa, dell'idea che qui in Italia possa essere in fasce il giocatore che ci farà vincere di nuovo un Mondiale tra vent'anni è tutto qui.
E' giusto che i Bleus si godano la vittoria. Anche se qui al Saloon si sperava di festeggiare per le strade di Zagabria, che da quanto sento hanno già trovato lo stimolo per farlo comunque, rispetto ad un risultato storico.
Restano, a rovinare la festa, il pensiero del già citato Putin unico sotto l'ombrello durante la cerimonia di premiazione, ed il pensiero per il destino di chi, nel nome delle Pussy Riot, ha pacificamente invaso il campo sul finire della partita: sinceramente penso che tutto quello che si potrebbe risolvere male si risolva bene, e che la festa non nasconda troppa sporcizia sotto il tappeto.
Per il resto, brindo a chi ha vinto e a chi ha perso, sapendo bene per quale parte ho lottato e continuerò a lottare.



MrFord

sabato 14 luglio 2018

Saloon Mundial: never say die








L'ultima partita prima delle due finali di questo Mondiale fuori dagli schemi ha tenuto fede a quello che è stato il mantra di questa improvvisata rubrica dai giorni dei gironi di qualificazione: è finita si dice alla fine.
La Croazia, che è passata dal dominare nella prima parte della competizione a non riuscire mai a chiudere un match nei novanta minuti - rigori contro Danimarca e Russia, supplementari contro l'Inghilterra, ma del resto il Portogallo vinse gli ultimi Europei pareggiando sul campo quasi tutte le partite vincendo in finale proprio contro la Francia - mostra ancora una volta il carattere e la tenuta fisica che nel calcio attuale paiono avere la meglio su tecnica, individualità e superstar.
Dopo aver subito un gol praticamente a freddo e giocato un primo tempo che lasciava presagire alla finale più classica immaginabile ed un rammarico simile a quello del Belgio - bellissimo, comunque, il filmato del pubblico di Hyde Park a Londra che esplode insieme alla birra -, la Croazia si guadagna la prima finale della sua storia entrando in campo nella seconda frazione con un piglio da spaccaculi ed un Perisic scatenato, che prima pareggia con un acrobazia da film di arti marziali e poi centra il palo, portando i Leoni anglosassoni ai supplementari dove, a fronte del progressivo cedimento mentale degli avversari, Mandzukic si dimostra cinico come un sicario portando i compagni all'appuntamento più importante delle loro carriere - anche in questo caso, indimenticabile l'immagine dei giocatori croati che travolgono un fotografo che finisce per essere parte integrante del gruppo - mentre i ragazzi oltremanica finiscono per subire il peso della loro inesperienza, portando a casa un Mondiale comunque storico - era dai tempi di Italia '90 che l'Inghilterra non centrava una semifinale - e la garanzia che, tra due anni, all'Europeo saranno una delle squadre da battere.
Ora restano da giocare due sole partite, una simbolica e storicamente spettacolare perchè priva di pressioni - la "finalina" tra Inghilterra e Belgio - ed una tesa come una corda di violino, che vedrà la Francia dei nuovi fenomeni affrontare la Croazia tutta squadra, carattere e volontà. Certo, ci sono Modric e Rakitic, che però paiono soffrire del morbo di Messi, e dunque tutto finirà sulle spalle dei Mandzukic e dei Vida, gente che non guarda in faccia a niente e nessuno, e combatte fino a quando non è il momento di crollare.
La Francia resta favorita, ma per quanto mi riguarda, dovesse trionfare - per la prima volta nella Storia - una squadra come la Croazia, sarei ben più che felice.
In memoria dei ricordi che ho del tempo trascorso in quella parte di Adriatico qualche anno fa e del favore che, al Saloon, hanno sempre gli outsiders.
Specialmente se di fronte si ritrovano la mia rivale calcistica per eccellenza.



MrFord

mercoledì 11 luglio 2018

Saloon Mundial: usare la testa








E così, a quasi un mese dall'inizio del Campionato del Mondo di calcio, abbiamo uno degli ultimi verdetti espressi dal campo: la Francia guidata da Deschamps, che vinse la Coppa nel novantotto da giocatore, approda in finale - dopo aver perso quella dell'ultimo Europeo - per la terza volta nella sua Storia, mostrando di avere tecnica, capacità di incassare, carattere, furbizia e soprattutto testa.
Come quella di Umtiti, che spezza i sogni di un Belgio sicuramente talentuoso ma al quale manca la zampata decisiva, il salto di qualità che consacra davvero un collettivo, sportivo o no: Hazard è fenomenale, eppure pensare che negli ultimi sei minuti - quelli di recupero - si è giocato praticamente soltanto nell'area belga è abbastanza indicativo del reale desiderio di vincere mostrato dai Diavoli Rossi.
I transalpini, invece, che tra le quattro rimaste, pur non essendo più antipatici come ai tempi di Zidane e soci, erano e sono quelli che meno vorrei vedere trionfare, dimostrano oltre al talento - Griezmann e Mbappè sono spine nel fianco per qualsiasi squadra, là davanti - hanno anche solidità e coscienza: tra quarti e semifinale passano con il minimo - uno a zero in entrambi i casi - partendo da due calci da fermo con due gol di testa firmati dai due difensori centrali.
Nonostante questo, la partita è stata vivace, ricca di ribaltamenti di fronte, con occasioni da entrambe le parti, i dribbling ubriacanti del già citato Hazard - che forse troverebbe casa ideale nel Real orfano di CR7 - ed un numero magico di Mbappè che controlla la palla con il destro e di tacco sinistro libera Giroud in area che avrebbe meritato senza dubbio un gol solo per il coniglio uscito dal cilindro del dio del calcio e consegnato al numero dieci dei Bleus: certo, è un ragazzo di neanche vent'anni e pecca in provocazioni e cadute in stile Neymar specialmente nell'ultimo quarto d'ora - costategli anche una giusta ammonizione -, ma senza dubbio rappresenta uno degli astri nascenti più scintillanti non solo del Mondiale, ma del pallone in generale.
E non è detto che, sei i cugini d'oltralpe dovessero vincere anche domenica, non possa essere il primo a spodestare, un pò come è stato nel corso di questa competizione, Messi e Cristiano Ronaldo, dominatori delle scene negli ultimi dieci anni per quanto riguarda il prestigioso Pallone d'oro.
Domani toccherà a Croazia e Inghilterra, che si giocheranno l'altro posto disponibile in quella che sarà la partita conclusiva di un Mondiale che ha regalato sorprese ed emozioni pur se osservato senza l'adrenalina e l'entusiasmo del tifoso: personalmente, posso dire che chiunque vincerà nella seconda semifinale avrà il mio sostegno domenica rispetto alla Francia, storica nemica fordiana calcistica e non solo, che comunque andrà, avrà sicuramente guadagnato il suo posto e perfino un pò - ma solo un pò - della mia non belligeranza.
Non male davvero per una banda di ragazzini a metà tra i delinquentelli da film anni ottanta e i divi ubriacati dalla loro stessa strafottenza.



MrFord

lunedì 9 luglio 2018

Saloon Mundial: dai quarti alle quattro





E così, neanche il tempo di dedicarmi ad un weekend in trasferta a Torino con il clan dei Ford, ed ecco che i quarti di finale hanno consegnato alla Storia le quattro squadre che si contenderanno i Mondiali di questo duemiladiciotto.
Mondiali che saranno ricordati per le sorprese - del resto, credo che in pochi, alla vigilia della competizione, avrebbero ipotizzato che, a questo punto, gli idoli Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar, nonchè la corazzata tedesca, sarebbero stati tutti a casa -, per i gol figli della "zona Cesarini", per la mancata partecipazione dell'Italia.
Ma cominciamo dall'inizio: l'Uruguay privo di Cavani responsabile dell'eliminazione dei Campioni d'Europa di Cristiano Ronaldo viene facilmente cancellato dalla Francia di Griezmann, che non sarà "fenomeno" come Mbappè ma difficilmente manca agli appuntamenti, e finisce per rappresentare l'ostacolo più grande verso la finale che personamente sogno, quella tra Belgio e Croazia.
Intanto il Belgio, in grado di incassare le sfuriate tecniche brasiliane, spezza i sogni dei carioca - con merito e qualche rischio - spezzando l'ultimo dei miti di quest'epoca, il sopravvalutato e simulatore Neymar, che si vede perfino respinto un tiro magico da un intervento da sogno di Courtois poco prima della fine. Sarà pure casualità, ma ormai è dal duemiladue che il Brasile non arriva ad una finale, e resta solo una promessa non mantenuta.
E' dunque giunto il turno dell'Inghilterra, altro grande classico del calcio che dai tempi di Italia '90 non guadagnava una semifinale, pronta a liberare diverse tifoserie dal fantasma svedese: personalmente approvo completamente una Nazionale rifondata e giovane, anche se questa Inghilterra è totalmente priva del fascino di quella di Lineker e Gascoigne che giunse terza nel corso delle "Notti Magiche".
A chiudere la carrellata, a seguito di un match fatto di botta e risposta, la Croazia, che dopo la Danimarca finisce per fare fuori sempre ai rigori la Russia padrone di casa, senza ombra di dubbio protagonista di un Mondiale che valorizzerà tutti i suoi giocatori.
A questo punto della cavalcata, è curioso notare come la rassegna iridata si concluda come un Europeo, e che le quattro squadre rimaste siano relativamente "nuove" in materia: la Francia ha in bacheca il titolo portato a casa in casa nel novantotto da Zidane e soci, l'Inghilterra lo stesso per il sessantasei, mentre Belgio e Croazia giungono vergini al confronto.
Io continuo a sperare che il Mondiale delle sorprese sorprenda fino alla fine, e che ogni match sia teso e combattuto come lo sono stati anche i quarti.
Chissà, magari pronti ad entrare nella Storia grazie ad un qualche momento epico che, ovviamente, sarò ben lieto di ricordare, trasmettere e raccontare.



MrFord






mercoledì 4 luglio 2018

Saloon Mundial: è finita si dice alla fine parte due




Oltre al Mondiale delle sorprese, dev'essere anche quello dell'ultimo minuto.
Mai, che ricordi, nella competizione principale del mondo del calcio, così tanti match si sono decisi quando i giochi parevano fatti, e mai il concetto di "ultimo minuto" è valso così tanto.
E' valso per la Svezia, che due anni fa all'Europeo battemmo senza troppi patemi e che si è aggrappata alla kermesse in Russia all'ultimo minuto rappresentato dai playoff dopo aver lasciato a casa la ben più temibile - sulla carta - Olanda nel corso dei gironi di qualificazione: è stato allora che sono iniziate le dichiarazioni come "non esiste un Mondiale senza l'Italia", "la Svezia non sarà mai una minaccia senza Ibrahimovic" e via discorrendo.
La realtà è che i vichinghi ikea, pur non portando spettacolo sul campo, hanno finito per ridurre ai minimi termini gli Azzurri - impietosamente e giustamente rimasti a guardare i Mondiali sul divano -, sopravvivere ad un girone che vedeva la Germania farla da padrona e ad un ottavo di finale contro una Svizzera ricca di talento che chiude la gara con una superiorità schiacciante in termini di possesso palla - e non solo -.
Dimostrazione che il calcio sta nuovamente cambiando, e che l'era del guardiolismo è giunta al tramonto: in fondo, delle otto squadre rimaste a contendersi la Coppa è soltanto una a mostrare un gioco funambolico - il Brasile di Neymar -, mentre le altre sette - perfino squadre tecniche come Belgio e Croazia - sono decisamente più orientate ad un gioco che ha nel carattere, nella fisicità e nella solidità le armi migliori.
Se qualcuno, alla vigilia del playoff con l'Italia, mi avesse detto che la Svezia si sarebbe giocata l'accesso alla semifinale del Mondiale, avrei pensato si fosse fatto qualche birra di troppo.
Più ultimo minuto di così.
E di ultimi minuti ha vissuto la partita tra Inghilterra e Colombia, che alle spalle un primo tempo decisamente bruttino - forse il peggiore tra quelli degli ottavi di finale - ed un nervosismo crescente, scelgono di portare in scena un thriller che vede prima i britannici in vantaggio - su un rigore nettissimo - gestire ed amministrare la gara e dunque i Cafeteros buttarla dentro con un difensore - l'enorme Mina, tre gol al mondiale, una bella cifra per uno nel suo ruolo - dopo aver modificato l'assetto tattico per tentare il tutto per tutto con quattro attaccanti ad un minuto dalla fine del recupero.
A quel punto il vantaggio psicologico ha portato alla pressione dei colombiani, pronti a rispondere agli attacch inglesi per giungere alla lotteria dei rigori, vera regina del fiato sospeso.
E anche qui, succede di tutto: al terzo tiro dal dischetto, con la Colombia in vantaggio di un gol, pareva che i giochi fossero fatti e che all'Inghilterra non restasse che rassegnarsi ad una maledizione che li ha perseguitati più che l'Italia negli anni novanta.
E invece, prima il tiro troppo bello per entrare di Uribe che sbatte contro la traversa interna - dopo che proprio una sua bomba da distanza siderale aveva provocato il calcio d'angolo dal quale era nato il pareggio della sua squadra - dunque l'errore di Bacca - ma, da tifoso milanista, ricordo quanto fosse inaffidabile dal dischetto - spostano ancora gli equilibri.
Dier non sbaglia, e l'Inghilterra prende per i capelli un quarto di finale contro la Svezia che ha il sapore del calcio anni cinquanta e sessanta.
Rimangono dunque otto squadre delle quali sei europee e due sudamericane, e di almeno la metà alla vigilia del Mondiale non avrei detto sarebbero riuscite a giungere fino a dove sono giunte.
Ora, c'è una netta distinzione tra quello che sarà e quello che mi piacerebbe vedere, o quasi: perchè se con ogni probabilità le due semifinali vedranno opporsi Francia e Brasile da un lato e Croazia e Inghilterra dall'altro, sarei felice come un bambino se le final four fossero Uruguay e Belgio così come Croazia e Svezia.
Ma non voglio andare troppo oltre.
Anche perchè gli ultimi minuti non sono ancora finiti.



MrFord




martedì 3 luglio 2018

Saloon Mundial: è finita si dice alla fine




La giornata di calcio mondiale di oggi è stata senza dubbio meno poetica e magica di quella di ieri, nonostante i due match in programma siano stati a conti fatti più belli di quelli che hanno portato Russia, Spagna, Croazia e Danimarca alla lotteria dei rigori: nel pomeriggio il Brasile ha stroncato i sogni messicani - e i miei di vedere un'altra sorpresa materializzarsi sul tabellone - mostrando la differenza di tasso prettamente tecnico con gli avversari.
Personalmente, così come nel duemilaquattordici, il Brasile non mi piace: è una squadra leziosa, a mio parere meno incisiva e potente delle formazioni dell'illustre passato di questa Nazionale, ed ha il suo simbolo nel fastidioso Neymar, che per quanto bravo continua ad essere uno di quei calciatori dalla scena facile che difficilmente sopporto. E così come nel duemilaquattordici, spero che il loro cammino si possa interrompere prima della finale del quindici luglio, anche fosse per mano di squadra che non mi sono mai state particolarmente simpatiche - leggasi la Francia di Mbappè -.
In serata, invece, è andato in scena un match al cardiopalma: quando, all'inizio del secondo tempo, con un uno-due a dir poco incredibile - e splendido nella sua esecuzione - il Giappone si è portato sul due a zero contro il favoritissimo Belgio, ho pensato come prima cosa che l'analisi che avevo fatto dei Diavoli Rossi fosse esatta - ovvero che si sarebbero sciolti al primo ostacolo - e come seconda che nell'ironia di chi in questi giorni diceva, stando a tutte le sorprese, che forse era la volta buona per i nipponici di imitare gli eroi dei cartoni animati e vincere la competizione poteva addirittura nascondersi un'incredibile verità.
Ma come più volte ho sentito al Cinema, "è finita si dice alla fine", e la squadra belga con grandissima tenacia - ed una qualità complessiva decisamente alta - non solo è riuscita a rimontare, ma anche ad evitare i supplementari con un gol in pieno recupero: curioso solo che, in una serata così thrilling e giocata all'ultimo secondo, le tre reti siano arrivate da elementi tecnicamente non eccelsi - Vertonghen e Fellaini - o subentrati dalla panchina - Chadli - piuttosto che dai più blasonati, pagati e celebrati Mertens, Lukaku e Hazard.
Ora occorrerà capire se, nell'incrocio ai quarti, il Belgio sarà in grado di mostrare lo stesso carattere contro i funanboli - anche nelle cadute - brasiliani, o se si ripeterà l'eliminazione degli europei come quattro anni fa contro l'Argentina di Messi.
Per quanto mi riguarda, e nonostante li ritenga fondamentalmente degli incompiuti, come allora sarò al loro fianco. E come allora continuerò a sperare che a vincere possa essere il meno celebrato e favorito.
Anche se, come è accaduto oggi - ed in particolare stasera - è finita si dice alla fine, e non è detto che sia proprio la fine che avevamo sognato.



MrFord





lunedì 2 luglio 2018

Saloon Mundial: porte e portieri








Il ruolo del portiere è decisamente scomodo.
In un certo senso, è un pò come quello del genitore.
Sei l'ultimo baluardo, quello che apre le braccia o chiude con una mandata in più la porta di casa.
Quello a cui si guarda quando si è nella merda, o cui si passa la colpa nel momento in cui tutto è compromesso.
Del resto, è sempre più facile e meno responsabilizzante guardare dietro piuttosto che davanti.
La seconda giornata degli ottavi di finale è stata senza dubbio segnata dal ruolo dei portieri.
E, per uno strano gioco del destino, dal rapporto tra genitori e figli.
Non sono state due belle partite, quella tra Russia e Spagna e tra Croazia e Danimarca, lontane entrambe anni luce dai match che hanno inaugurato la fase eliminatoria ieri, eppure le emozioni non sono mancate.
Nel pomeriggio la Russia padrona di casa si guadagna un posto storico - che mancava dagli anni settanta dell'Unione Sovietica - ai quarti di un Mondiale al termine di un match in cui ha lavorato dall'angolo, e messo a nudo tutti i limiti di un sistema di gioco - quello della Spagna del tiki taka - ormai superato: nel calcio attuale, legato a preparazioni fisiche rigorose, la leziosità paga sempre meno, e non sempre la tecnica individuale riesce ad avere la meglio su un'intenzione di squadra.
Poi, senza dubbio, se Akinfeev, portiere russo presente dieci anni fa all'ascesa degli iberici che vinsero due Europei ed un Mondiale di seguito, non si fosse opposto ai rigoristi della Roja, le cose ora sarebbero ben diverse: in realtà Koke aveva scritto in faccia l'errore, ma sull'ultimo rigore spagnolo, il "guardia di porta" russo compie un mezzo miracolo - assistito dalla fortuna - dimostrando che non sempre vince il più forte, per fortuna.
Questa sera, poi, dopo una partenza a razzo - due gol in quattro minuti, una cosa incredibile per una partita ad eliminazione diretta di un Mondiale -, è parso di assistere ad un match fotocopia di quello tra Russia e Spagna, con la Croazia tecnicamente superiore messa in difficoltà dalla determinazione e dalla fisicità danesi: almeno fino al centoquindicesimo, quando a cinque minuti dalla lotteria dei rigori Modric, stella croata ed eroe della vittoria contro l'Argentina ai gironi, va sul dischetto con la responsabilità di un match point sulle spalle.
E fallisce.
E qui si torna al principio.
Il ruolo del portiere è decisamente scomodo.
Ne sa qualcosa Kasper Schmeichel, numero uno danese, figlio del mitico Peter, che nel novantadue condusse a sorpresa la sua Nazionale alla vittoria di un Europeo che tutti avrebbero giurato già in mano a squadre decisamente più forti - l'Olanda di Van Basten su tutte -: il buon Kasper, che ha avuto le palle di seguire le orme paterne ed è salito alla ribalta delle cronache qualche anno fa quando il Leicester di Ranieri vinse la Premier League, si trova di colpo la responsabilità dell'intera competizione sulle spalle.
E para.
Stringe quel pallone come se fosse un figlio, raggomitolandosi in posizione fetale, con tutti i compagni che lo abbracciano.
Praticamente, porta la Danimarca ai rigori. Sotto gli occhi del padre, orgoglioso e commosso.
E succede che ai rigori Kasper replica per due volte ai tiratori croati. Una cosa davvero non da poco.
Peccato che Subasic, suo collega dall'altra parte, forse per non sentirsi in difetto, decide di pareggiare il conto totale, e alla fine della serie le sue parate sono tre.
Danimarca a casa, sogno sfumato, la favoritissima Croazia avanza, anche se a fatica.
Il ruolo del portiere, scrivevo in apertura, è decisamente scomodo.
Come quello di un genitore.
Questa notte, in casa Schmeichel, probabilmente si vivranno emozioni molto intense.
Di certo, fossi Peter, sarei orgoglioso di Kasper come se avesse vinto il Mondiale.



MrFord




domenica 1 luglio 2018

Saloon Mundial: ottavi di finale, parte prima








I Mondiali di calcio sono entrati nel vivo, e lo hanno fatto presentando i due ottavi di finale iniziali che, almeno sulla carta, avrebbero potuto tranquillamente essere almeno semifinali.
Due partite diverse ma giocate fino all'ultimo, tese e molto belle, che hanno emesso un verdetto importante: Leo Messi e Cristiano Ronaldo, le due superstar dominatrici degli ultimi dieci anni di calcio, tornano a casa.
Al loro posto, raccolgono il testimone per la competizione Mbappe - giovanissima star francese che pare anche essere un tipo piuttosto schivo, che a diciannove anni porta agevolmente il dieci che fu di Zidane sulle spalle - e Cavani - che toglie le castagne dal fuoco ad un Uruguay che nel secondo tempo è parso una sorta di Rocky Balboa, pronto a prenderne tante senza mai andare al tappeto, e che spero possa tornare in campo nonostante l'infortunio subito -.
Per quanto pronosticassi esattamente l'opposto, è stata comunque una giornata di grande calcio, con match combattuti, divertenti ed emozionanti, dallo spettacolare quattro a tre del pomeriggio - i gol di Di Maria e Pavard sono due perle - al serrato due a uno della sera, entrambi in grado di esprimere il bello di uno sport mediaticamente ed economicamente sempre troppo esposto ma che continua ad emozionare chiunque riesca a viverlo senza considerarne gli interessi.
Messi e Ronaldo, dunque, protagonisti di un Mondiale a conti fatti fallimentare, tornano a casa nello stesso giorno, il primo restando silenzioso ed anonimo ed il secondo reagendo stizzito e rabbioso, ma chiaramente in calo rispetto alle prime, diropenti due partite disputate - e qui si potrebbe pensare ad un errore nella preparazione atletica che l'ha visto arrivare all'esordio troppo carico per poi spegnersi progressivamente -: a questo punto la competizione dovrà trovare nuovi volti da copertina e nuovi protagonisti, cosa che, personalmente, apprezzo molto, specialmente nell'ottica di una finale inedita e, chissà, in grado di regalare la coppa ad un Paese mai premiato prima.
Curioso che i due rivali per eccellenza del pallone, con le loro differenze di approccio, di gioco, caratteriali, si ritrovino sconfitti insieme, neanche il Destino avesse deciso di riservare, con questo Mondiale, un cambio della guardia: per quanto mi riguarda, è giusto che il rinnovamento ci sia, considerato che tra quattro anni probabilmente nessuno dei due mostri sacri suddetti sarà parte della competizione, e che le rivoluzioni sono sempre ben accette.
Ora occorrerà capire se il quarto di finale che ci attende vedrà prevalere la spinta della "giovane Francia" multietnica, atletica e sprezzante - meno antipatica delle sue controparti passate, ma ugualmente per questioni storiche invisa a questo vecchio cowboy - o l'esperienza dell'Uruguay del mitico Tabarez - vederlo alzarsi con la stampella dalla panchina provoca un misto di tenerezza ed ammirazione - e di Cavani e Suarez - due che non ho mai particolarmente sopportato, ma che senza dubbio rappresentano una tipologia di giocatori di talento e combattenti ad un tempo -.
Domani, invece, vedremo se la Croazia potrà effettivamente candidarsi ad outsider da battere e se prevarrà il vantaggio di essere la squadra di casa o quella più blasonata - Russia e Spagna potrebbero riservare sorprese -: per oggi, e per quanto mi riguarda, più che Messi, Ronaldo, le rivalità e le superstar, vince il calcio.
Quello bello e ben giocato.
Quello che non lascia respiro fino all'ultimo secondo.
E metterei la firma perchè il Mondiale fosse così fino alla fine.



MrFord




venerdì 29 giugno 2018

Saloon Mundial: the curse of the winners, part two




E così, la maledizione è tornata a colpire.
Senza dubbio la notizia più clamorosa di questi ultimi due giorni di gironi eliminatori dei Mondiali è stata quella legata all'incredibile sconfitta maturata dalla Germania campione uscente contro la già eliminata Corea del Sud, che conferma quanto, negli ultimi vent'anni, la vittoria nel Mondiale precedente abbia influito negativamente sulla detentrice della Coppa.
La Francia, vincitrice nel novantotto, nel duemiladue uscì mestamente ai gironi; il Brasile che trionfò in Corea nel duemilasei uscì ai quarti - la migliore prestazione degli ultimi vent'anni dei detentori del trofeo -; l'Italia che sollevò la coppa a Berlino nel duemiladieci salutò sempre ai gironi, così come la Spagna vittoriosa in Sudafrica abbandonò subito la competizione in Brasile.
A questo giro è toccato alla Germania, che dall'ottantadue non era mai stata eliminata prima dei quarti di finale e che negli ultimi quattro Mondiali è stata rispettivamente seconda, terza, terza e prima.
La debacle di ieri contro la Corea è il simbolo di una supponenza che, probabilmente, colpisce i gruppi sportivi ormai affermati e poco affamati, che privi di stimoli e carattere, finiscono per sottovalutare troppo situazioni ed avversari e finire per essere rispediti a casa a testa bassa.
Passano così, a sorpresa, la Svezia che qualche mese fa aveva castigato l'Italia - suscitando l'ironia proprio dei tedeschi - e il Messico in quello che, senza dubbio, è stato il girone più sorprendente della competizione.
Dall'altra parte, il Brasile non tradisce le attese e passa come primo, guadagnandosi la sezione di tabellone più difficile ma candidandosi comunque ad essere una delle avversarie più difficili da affrontare in questo Mondiale, considerato che una partita da Brasile ancora non l'ha giocata.
Gli ultimi match della prima fase si sono conclusi un paio d'ore fa, confermando un Belgio in ottima salute - che, nonostante le speranze, continuo a pensare finirà non troppo bene - e consegnando agli opinionisti i dibattiti sulla questione tra Senegal e Giappone, che alla pari su tutto sono state giudicate in base al cosiddetto fair play, una di quelle regole assurde quanto il sorteggio della monetina di un tempo: per quanto mi riguarda, in questi - rari - casi dovrebbe essere organizzato una sorta di prequel degli ottavi di finale, una partita secca ad eliminazione diretta delle due squadre in posizione "scomoda". In modo che possa essere il campo a parlare.
Domani avremo la prima giornata di pausa del Mondiale in vista dell'inizio della carrellata degli ottavi di finale, primo passo verso l'incoronazione dei nuovi campioni: personalmente continuo a sperare in continue sorprese e partite tese dall'inizio alla fine, spettacolari ed emozionanti.
Per quanto riguarda i pronostici e le aspettative, aspetto di parlarne prima che il pallone dia il suo verdetto: quello che è certo, per ora, è che sia un Mondiale dal sapore di Europeo, con dieci squadre su sedici a rappresentare il Vecchio Continente, quattro sudamericane, Messico e Giappone.
L'Africa, per la prima volta come la Germania dall'ottantadue, resta senza rappresentanti nella fase più calda del torneo.
Chissà cosa accadrà?
Quello che è sicuro è che sarò in prima fila, aspettando di essere sorpreso.



MrFord

mercoledì 27 giugno 2018

Saloon Mundial: being human, part 2








Il fatto che la sorpresa, dopo due turni a dir poco da incubo, sia il parziale risveglio di Messi, è quasi un simbolo di quello che è stato più volte definito il Mondiale delle sorprese, anche se, a conti fatti, con la metà del tabellone per gli ottavi di finale completato, non c'è poi così tanto da restare stupiti.
Forse il vero colpaccio è rappresentato non dalla decantata Pulce - che pur gioca la sua partita migliore e con più carattere fino ad ora -, ma da Rojo, che a cinque minuti dalla fine toglie le valigie dei suoi compagni dall'aereo e le tiene ancorate al suolo russo.
D'altra parte, la favola islandese che aveva animato l'Europeo di due anni fa e le speranze degli italiani delusi pronti a tifare per l'outsider per eccellenza, finisce miseramente sotto i colpi della Croazia, che si candida ad un ruolo da protagonista nella competizione: e così, al termine di un girone tesissimo e combattuto, possiamo tirare un sospiro di sollievo e proseguire nell'eterna lotta tra Messi e Cristiano Ronaldo anche al prossimo turno, quando i due simboli di squadre, approcci e filosofie agli antipodi si troveranno di fronte due sfide decisamente importanti, con il Portogallo ad affrontare l'Uruguay e l'Argentina la Francia.
Ci sarà tempo, comunque, di analizzare - e pronosticare - gli ottavi tra qualche giorno, e intanto, a partita ed emozioni archiviate, posso affermare che, nonostante tutto, l'Argentina alla fine ce l'ha fatta più per demeriti dell'avversaria che per meriti propri, almeno nel secondo tempo: con qualcuno di più sicuro dietro e spietato davanti, credo che difficilmente ora Messi e soci potrebbero essere a festeggiare la permanenza nel Mondiale.
Nulla da ridire rispetto alla Nigeria, che si è battuta ed ha combattuto fino alla fine, ma senza dubbio offrire le stesse occasioni ad una squadra come la Francia - giusto per fare un esempio realistico di cosa aspetta l'Albiceleste - significa essere pronti a prendersi una bella batosta e tornare a casa con la coda tra le gambe.
Certo, la Storia ci ha insegnato che a volte le protagoniste che iniziano con il freno a mano tirato esplodono poi a competizione iniziata - in fondo l'Italia delle magie di Baggio nel novantaquattro si qualificò per il rotto della cuffia ai gironi e proprio contro la Nigeria agli ottavi ringraziò il Codino che la condusse in finale, e il Portogallo di Cristiano Ronaldo agli ultimi Europei trionfò dopo aver collezionato se non ricordo male cinque pareggi consecutivi entro i novanta minuti -, ma farsi scudo con tradizioni, almanacchi e scaramanzie varie funziona solo come palliativo, perchè per vincere una competizione come un Mondiale occorrono sì fortuna e Destino, ma anche una sonora dose di palle e di carattere.
Se penso all'Italia, infatti, credo che quella che sollevò la Coppa nel duemilasei non fosse la migliore - quelle che vidi nel novanta e novantaquattro erano senza dubbio superiori -, ma aveva un grande cuore, un gruppo affiatato ed una solidissima tenuta fisica e mentale: tutte caratteristiche fondamentali in manifestazioni così lunghe e potenzialmente imprevedibili.
Parallelamente, nel girone pomeridiano, Francia e Danimarca si accontentano di non farsi male, passano insieme il turno e regalano al Mondiale il primo zero a zero - decisamente noioso -, mentre il Perù salva l'onore a scapito dell'Australia, che chiude all'ultimo posto nonostante i proclami della vigilia di voler tentare il miracolo per qualificarsi agli ottavi.
Domani lo spettacolo riprende, con altre due grandi a giocarsi il tutto per tutto in match che possono voler significare rilancio o sprofondo: chissà cosa riserverà il Mondiale delle sorprese?



MrFord

martedì 26 giugno 2018

Saloon Mundial: being human








E così, il Mondiale delle sorprese chiude i primi due gironi regalando al pubblico due ottavi di finale che, a conti fatti, sorprese non sono ma che promettono scintille, riporta sulla Terra - ma il bello dello sport è anche questo - l'alieno Cristiano Ronaldo e regala tensione fino all'ultimo secondo: alle spalle l'ottimo e spettacolare pareggio tra Giappone e Senegal - le partite dovrebbero essere sempre così - e l'eliminazione della Polonia di Lewandowski, che doveva essere una delle outsider più temibili della competizione, il Girone A si è chiuso lasciando come fanalino di coda l'Egitto di Salah - altro grande deluso - e regalando a sorpresa il primato all'Uruguay, che strapazza i padroni di casa della Russia e si prepara ad affrontare il Portogallo.
Proprio la Russia affronterà nella prossima fase ad eliminazione diretta la Spagna, che a fatica passa come prima nel Girone B dopo aver agguantato nel recupero il pareggio contro il certo non irresistibile Marocco: sarà interessante vedere se avranno la meglio la tecnica e la classe degli iberici o la forza che essere padrona di casa in un Mondiale regala sempre ad una squadra.
L'incertezza alimenta curiosità e potenziali match da ricordare, quindi ben venga.
Dall'altra parte, contro la Celeste guidata da un indomito Tabarez - che dimostra davvero una grande forza d'animo a continuare ad allenare una squadra in una competizione così importante e stressante nonostante la malattia - assisteremo alla caduta o alla risalita di Cristiano Ronaldo, che dopo un avvio da cartone animato nel Mondiale questa sera è parso nervoso e stanco, ha finito per fallire un calcio di rigore e rischiato un'espulsione che sarebbe stata pesantissima per i suoi: eppure, il risultato dei suoi errori risulta essere differente da quello della sua controparte Messi.
Nel momento in cui sbaglia il tiro dal dischetto Ronaldo appare stizzito, come un ragazzino che vuole sempre vincere e che non si aspetta altro che vincere nel momento in cui fallisce un'occasione clamorosa: non c'è una chiusura, una disperazione, il terrore di avere le spalle al muro.
Si intravede, nei suoi occhi, quasi una rabbia da maniaco del controllo che viene messo alle strette dal Destino e non ci sta, non ci sta neanche per scherzo: il suo problema, la sua umanità, pare trovare spazio agli antipodi di quella di Messi, quasi il portoghese fosse un fiume che prende a testate la diga che cerca di arginarlo e l'argentino un fiume che chiede, quasi supplica, di essere rinchiuso da una diga.
E anche se so che questo sarà uno dei temi ricorrenti di questo Mondiale visto dal Saloon, anche quando sbaglia e si rivela umano - che poi è la cosa migliore che ci sia - CR7 si rivela più interessante della Pulce, perchè riesce a trasmettere comunque più emozioni.
In tutto questo circo di divinità del Pallone che mostrano il fianco neanche fossero i grandi nomi dell'Olimpo ai tempi dell'Antica Grecia, senza dubbio merita un applauso l'Iran, che lotta fino all'ultimo rischiando di mandare a casa prima la Spagna e dunque proprio il Portogallo, e soprattutto per la prima volta porta finalmente le donne del proprio Paese allo stadio, aprendo uno spiraglio ad un'evoluzione culturale e sociale sacrosanta, giusta e considerato tutto rivoluzionaria: in questo senso la loro vittoria, i giocatori iraniani l'hanno ottenuta.
E se avrà ripercussioni dal punto di vista della vita entro i confini della loro terra, sarà senza dubbio più importante di una qualificazione.



MrFord

domenica 24 giugno 2018

Saloon Mundial: per il rotto della cuffia




E così, la lotta al Potere continua.
Perfino nel Mondiale delle sorprese, la bestia nera che combatto ogni giorno, ideologicamente e per indole, non intende mollare l'osso, e intende farmi sudare ogni successo sperato.
A rimorchio della clamorosa sconfitta dell'Argentina di Messi contro la Croazia, infatti, l'Islanda delle favole ha riportato tutti sulla Terra perdendo malamente contro la Nigeria riaprendo le speranze dell'Albiceleste di rimanere in corsa, pur se come seconda del suo girone, e mentre il Belgio - che quattro anni fa in Brasile e due agli Europei speravo incarnasse la Rivoluzione - continua la sua marcia fin troppo facile, di quelle tipiche delle neopromosse che si illudono per poi scomparire a metà stagione, ed il Messico fa sognare i suoi tifosi e non solo - a scapito della Corea del Sud - questa sera il campo ha purtroppo dato uno scossone alle speranze che avevo rispetto a questa competizione fino ad ora decisamente fuori dagli schemi.
Nel momento del vantaggio svedese, ho pensato che il momento pareva davvero essere giunto, e che la suddetta Rivoluzione fosse iniziata: l'ho pensato anche nel momento del pareggio di Reus, dell'espulsione di Boateng, l'ho pensato per novantacinque interminabili minuti.
Poi, all'ultimo respiro - come per il Brasile di Neymar con Costarica -, è arrivato un gol pazzesco di Tony Kroos, perno del centrocampo del Real Madrid mangiatutto degli ultimi anni a scacciare gli incubi peggiori dei Campioni del Mondo, rimettendo tutto in gioco per l'ultimo match, quando affronteranno la Corea con un piede a casa mentre la Svezia si troverà obbligata a vincere contro il Messico, finendo per risolvere tutto, in quel caso, con la differenza reti.
Sulla carta, mi sarei dovuto incazzare per il peso che inevitabilmente alcune squadre hanno, o facilità a venire fuori dalla merda anche quando pare non esserci uscita, o per il Potere in tutte le sue accezioni, ideologiche, pratiche, vere o immaginate che siano: eppure proprio non ce l'ho fatta.
Perchè gol come quello di Kroos sono davvero troppo belli per essere sminuiti in base a speranze e simpatie, ed hanno il potere - quello buono - di far sognare, di cambiare il corso degli eventi come solo nei film o nei vecchi cartoni animati era possibile cambiare: una manciata di secondi al termine, una parabola magica, una corsa liberatoria, un abbraccio di una manciata di ragazzi che rappresenta quello di un intero Paese.
Personalmente, mi ha riportato alla mente quando, nell'estate del millenovecentonovantaquattro - ventiquattro anni fa, cazzo -, nella camera della pensione a Bellaria, guardai sulla televisione portatile di mio nonno gli ottavi di finale dei Mondiali, Italia contro Nigeria, e a un tiro di sputo dal fischio finale e dall'eliminazione - eravamo sotto di un gol - Roberto Baggio inventò un colpo da biliardo che riprese per i capelli gli Azzurri e fu l'inizio della galleria di magie che ci portò in finale.
Ricordo che, esultando per quel gol - neppure per quello della vittoria, siglato sempre da Baggio ai supplementari -, piansi di gioia. Da solo, nella camera di una pensione che ha significato l'estate per gran parte della mia infanzia.
La mia lotta al Potere continua e continuerà, sempre.
Ma di fronte al potere - quello buono - di gol così, non posso che togliermi il cappello.
Perchè è nella speranza e nelle magie dell'ultimo secondo che vive la Rivoluzione.



MrFord

venerdì 22 giugno 2018

Saloon Mundial: Messi non tanto bene








Al secondo giro di giostra - e di partite - i Mondiali cominciano ad emettere i loro verdetti.
Nel gruppo A la Russia e l'Uruguay accedono matematicamente agli ottavi - e si giocheranno il primo posto nell'ultima partita del raggruppamento -, nel B la Spagna e il Portogallo si avviano a conquistare la qualificazione - anche se Cristiano Ronaldo, sempre decisivo, e soci farebbero meglio a non sottovalutare lo scontro con l'Iran -, nel C pare ormai chiaro che saranno Francia e Danimarca ad accedere alla fase successiva - nonostante non brillino particolarmente per spettacolarità, ma del resto al Mondiale non sempre vince lo show -, ma è nel girone D che si sta consumando una delle sorprese più grandi della kermesse calcistica russa: l'Argentina di Leo Messi, erede sbandierato di Maradona, dopo il fiacco pareggio con l'Islanda, porta a casa una sonora batosta contro la Croazia di Modric e Rakitic - anche a causa di una papera da manuale del portiere Ceballos - candidandosi al ruolo che è stato dell'Italia negli ultimi due appuntamenti calcistici iridati in Sudafrica e Brasile.
Se domani, in quella che di colpo è diventata la partita più importante della giornata, la stessa Islanda dovesse superare la Nigeria, l'Albiceleste sarebbe matematicamente fuori dalla rassegna, protagonista di un'eliminazione che oltre a privare la competizione di una delle favorite della vigilia rappresenterebbe per l'Argentina lo stesso dramma sportivo vissuto dal Brasile quattro anni fa nella semifinale persa con punteggio tennistico contro la Germania.
Ma a prescindere dalle scarse possibilità che la squadra sudamericana abbia di passare il turno, la prova che mi aspettavo avrebbe fornito la competizione, ovvero che Messi, talento indiscusso a parte, non sia affatto quel Messia che tanti dipingono, è giunta sul campo: il buon Lionel, che al Barcellona fa faville con alle spalle una squadra di fuoriclasse che lavorano per lui - Rakitic compreso -, con la sua Nazionale - molto forte in attacco, ma dalle fondamenta tutt'altro che solide in difesa - stenta non solo a trovare spazio, gol e prestazioni, ma dimostra come se non fosse già chiaro di essere privo del carattere distintivo dei grandi campioni, lo stesso che il suo rivale Cristiano Ronaldo pare sfoderare in quasi tutti i match.
Il fatto, per quanto mi riguarda, ormai è questo: Messi è incapace di gestire la pressione, è come uno di quei bambini che dicono "la palla è mia" o di quei cattivi capi che al lavoro quando tutto va bene sono prodighi di pacche sulle spalle e grasse risate e poi, quando la musica cambia, trovano sempre qualcuno o qualcosa cui dare la colpa; il fatto è che il talento è un peso difficile da portare sulle spalle, a prescindere dalle responsabilità. E forse, a volte, è quasi meglio che se ne abusi e ci si mostri "cocky" e sbruffoni, quando lo si ha, piuttosto che coprirsi il viso con la mano e fare finta di non esistere anche quando è chiaro che sarebbe impossibile farlo.
La verità è che Lionel Messi è un insulto al suo stesso talento.
Perchè io, se l'avessi, scenderei in campo con lo spirito che animava gente come George Best, o Gascoigne, Cantona, lo stesso Maradona: avrei il coraggio di segnare anche di mano, quasi contando sul fatto che nessuno potrebbe contraddirmi, perchè a farlo sarebbe il migliore.
Lionel Messi è un insulto a tutti quelli che si devono fare il culo a capanna ogni giorno della loro vita, nello sport e nel lavoro, quando uno come lui dovrebbe solo scendere in campo e tirare fuori i coglioni buttando la palla nel sacco.
Lionel Messi ha paura di vincere, a meno che non ci sia qualcuno - o un gruppo di qualcuno - con le spalle abbastanza larghe da assicurarsi il peso della sconfitta, se dovesse arrivare.
E' così nel Barcellona. Non con l'Argentina.
E l'Argentina non è neanche la minima parte di quello che è la vita.
Quindi, caro Lionel, mi auguro che questo, per te, sia un brusco, pessimo, terribile risveglio.
Ma che ti dia il calcio in culo che ti serve per non fare incazzare chi deve sudare anche solo per sognare di avere le tue possibilità.



MrFord

mercoledì 20 giugno 2018

Saloon Mundial: sorprese e speranze



Ogni appuntamento con il Mondiale di calcio, per quanto mi riguarda, e anche senza l'Italia, continua ad avere un fascino irresistibile: l'atmosfera, le sorprese, le certezze, le possibilità prendono corpo partita dopo partita, regalando momenti che restano impressi nella memoria come fossero sequenze memorabili di film.
Dopo aver latitato per questioni lavorative legate alla vita quotidiana di questo vecchio cowboy, la rubrica dedicata alla competizione più importante del mondo del calcio torna riassumendo, alla vigilia delle partite di oggi, le ultime due giornate: la Svezia, dopo aver giustamente lasciato a casa gli Azzurri, liquida la Corea senza troppi patemi, candidandosi a possibile "esecutore" anche per la Germania già sconfitta dal Messico, e mentre anche il Brasile si appende a Neymar come quattro anni fa senza rendersi conto che non si tratta, come per Messi, di Cristiano Ronaldo, sperando che gli acciacchi fisici possano permettergli di essere in campo, esplodono altre due sorprese, Giappone e Senegal, che battono le ben più quotate Colombia e Polonia, mentre il Belgio dilaga - ma si scioglierà appena gli scontri si faranno più seri, come sempre - e l'Inghilterra ringrazia il recupero e Kane.
Il primo verdetto, nel frattempo, pare quasi essere stato emesso: la Russia padrone di casa strapazza l'Egitto di Salah e si qualifica virtualmente per gli ottavi di finale, rivelando talenti che probabilmente il prossimo anno giocheranno in grandi club europei e che, a questo punto e considerando il fattore "casa", potrebbero ambire senza dubbio almeno ai quarti.
Personalmente, ad ogni match io spero principalmente di divertirmi e restare sorpreso, anche perchè il calcio, così come la società, l'arte e qualsiasi cosa possa venirvi in mente, ha bisogno di ventate d'aria fresca che permettano a tifosi, addetti ai lavori e giocatori di rimettersi in gioco, commentare, sognare: il bello della vita - e dello sport come sua espressione - in fondo, è proprio questo, e dunque un sostenitore della Resistenza questo vecchio cowboy non può che sperare che il "Mondiale delle sorprese" come è stato già ribattezzato possa continuare come è iniziato, e regalare sfide mai viste e momenti imprevedibili.
Neanche fossimo in uno di quei cartoni animati anni ottanta in cui il Giappone arriva in finale.
E magari vince anche.



MrFord

venerdì 23 settembre 2016

Pelè - Birth of a legend (Jeff&Michael Zimbalist, USA, 2016, 107')



Come dimostrano le lunghe serie di post dedicate a Mondiali ed Europei, qui al Saloon il calcio è sempre stato ben accolto, in barba agli haters ed ai fighetti che, in occasione delle manifestazioni suddette, finiscono a fingere di tifare per squadre estere salvo poi, eccezionalmente, tornare indietro in caso di vittoria o con una punta di superiorità affermare che a loro "il calcio non interessa": una delle figure più mitiche che il pallone abbia regalato ai suoi tifosi - forse la più mitica, insieme a quella di Diego Maradona - è senza alcun dubbio quella di Pelè, per molti il giocatore più forte della storia di questo sport.
A cavallo tra il Mondiale carioca e l'Olimpiade di Rio, una pellicola da grande distribuzione dedicata alla celebrazione della sua ascesa, partita dalle favelas e culminata con la finale del Campionato del mondo del cinquantotto vinto a sorpresa contro la favoritissima Svezia padrona di casa ed allora praticamente uno schiacciasassi, pareva un'idea pressoche perfetta, considerato il ruolo di ambasciatore sportivo occupato da O Rey negli anni: peccato che, nonostante il fascino indubbio che questo sport riesce ad esercitare sul sottoscritto, la rivalità tra Pelè e Altafini, la presenza di Vincent D'Onofrio ed il ruolo che la ginza - stile legato alle tradizioni di origine africana dei primi schiavi portati in America ai tempi del colonialismo ed alla nascita della capoeira che rese famosi fuoriclasse come Pelè o Garrincha - ebbe nella rivincita sportiva ed umana di quel Brasile, il film risulti talmente romanzato, patinato, scritto e realizzato ad uso e consumo della commercializzazione più bieca da quasi infastidire anche in momenti piacevoli come l'omaggio a Pelè in persona, che compare brevemente nel corso della scorribanda dei giocatori della nazionale verdeoro dentro e fuori l'albergo che la ospita prima della finale insperata contro la già citata Svezia.
Siamo dunque lontani da esempi di perfetto Cinema calcistico come Il maledetto United o Fuga per la vittoria - che, peraltro, vedeva proprio Pelè tra i protagonisti -, e più vicini ad una versione meno avvincente e ben riuscita di pellicole dedicate alla rivincita degli outsiders come The Millionaire, che probabilmente il pubblico occasionale o non amante del calcio non potrà cogliere in tutte le sue sfumature e quello invece innamorato della settima arte troverà scontato o retorico - la morte del piccolo amico di Pelè in gioventù -: l'atmosfera è quella della visione da tv in una serata in cui non si è trovato nient'altro da vedere di più interessante, e benchè si finisca comunque per farsi coinvolgere dalla ginza dei giocatori carioca ansiosi di dimostrare il loro valore ed il loro retaggio al mondo ed ai detrattori, tutto risulta per essere davvero troppo poco per poter considerare non tanto come memorabile Pelè - Birth of a legend, ma anche soltanto meritevole di una menzione che possa rimanere impressa nella memoria a fine stagione.
Se, dunque, O Rey è stato un fuoriclasse assoluto ed uno dei giocatori simbolo di quello che è lo sport più seguito al mondo, il film che ne celebra gli esordi e l'ascesa dal Santos alla Nazionale non è neppure paragonabile all'ultimo dei panchinari.




MrFord
 
 
 
 
 

lunedì 14 luglio 2014

Saloon Mundial: Panzer 4x4

La trama (con parole mie): questa sera si è giocata la finale dei Mondiali, che ha chiuso il cerchio su una delle rassegne sportive più seguite del pianeta, nonchè di una delle edizioni della stessa più combattute e sorprendenti - malgrado i nomi altisonanti delle prime quattro classificate -.
E dopo tre appuntamenti giocati da perenne loser, la Germania torna ad alzare la coppa ventiquattro anni dopo l'ultima volta: è la vittoria di un gruppo, di un progetto, dell'applicazione.
E dell'incapacità di Messi e soci di mettere il carattere necessario per fare davvero la differenza.








E alla fine, è andata come speravo andasse.
La Germania di Loew si è finalmente laureata Campione del Mondo battendo un'Argentina mai doma - forse la più vivace del Mondiale - guidata come di consueto da un Messi in preda alle crisi di vomito e fermato dall'incapacità di fare la differenza nel momento decisivo come capitava spesso e volentieri a quello che è considerato il suo predecessore e riferimento, tale Diego Maradona - in questo senso, esemplare il riso isterico del numero dieci dell'Albiceleste una volta fallita la punizione che, di fatto, è stata l'ultima speranza della sua squadra, ben oltre il centoventesimo minuto -.




Va comunque reso l'onore delle armi ad un'Argentina che si gioca ad armi pari con la corazzata tedesca il titolo, che spreca molto - clamoroso l'errore di Higuain nel primo tempo - e viene colpita proprio quando cominciava a diventare opinione comune l'ipotesi dei calci di rigore.
Ha vinto, ad ogni modo, la squadra dal miglior collettivo - non a caso, l'azione decisiva è passata dai piedi di due giocatori entrati dalla panchina - e dal progetto più convincente - escluso Miro Klose, trentaseienne, la rosa tedesca è forse la più giovane, mediamente, della rassegna -, portata al trionfo da un giocatore che non aveva entusiasmato fino a questo momento, ma che, con la sua classe novantadue diviene il simbolo di un rinascimento calcistico del quale, probabilmente, sentiremo ancora parlare.







Lostiani, poi, i numeri.
La Germania, infatti, conquista il quarto Mondiale ventiquattro anni dopo l'ultimo trionfo, che risale all'Italia del millenovecentonovanta delle Notti Magiche - finale vinta ancora contro l'Argentina e ancora per uno a zero -, così come l'Italia lo conquistò proprio in Germania nel duemilasei ventiquattro anni dopo l'ottantadue - che vide gli Azzurri imporsi proprio sui tedeschi -: coincidenze niente male per le due Nazionali lanciate all'inseguimento del Brasile, ancora in testa per quanto riguarda i titoli vinti con cinque vittorie all'attivo.







Senza dubbio, e senza nulla togliere agli sforzi degli argentini - che, comunque, devono ancora maturare parecchio, fatta eccezione per gente con gli attributi come Mascherano -, la Germania ha meritato più di ogni altra di sollevare la coppa, afferrata con carattere, grinta, voglia e talento.
Evidentemente, l'occhio clinico teutonico riesce a fare tesoro delle sconfitte e sfruttare al meglio l'esperienza - dall'edizione del millenovecentocinquantaquattro, la prima vinta dai nostri secondi cugini, non c'è mai stata un'edizione dei Mondiali in cui la loro selezione non sia arrivata almeno ai quarti, dunque tra le prime otto del torneo -, oltre a permettere ai giocatori di scendere in campo con una determinazione assolutamente incrollabile.
Non a caso, sono stati loro i primi europei a sollevare la Coppa del Mondo nel continente americano, così come saranno, in Russia tra quattro anni, con ogni probabilità i primi a sfatare la maledizione delle vincenti che ha colpito tutte le Nazionali vittoriose nell'edizione precedente dal duemiladue ad oggi.






Ma poco importano le speculazioni, ora.
Che giocatori, tifosi e staff si godano i festeggiamenti, e che il Mondiale di calcio - forse l'appuntamento sportivo più seguito al mondo - si concluda come è giusto che sia: con una festa.
Il Saloon, approfittando, alzerà un paio di calici in più in onore dei vincitori.
Senza contare che, stasera, sono proprio quelli che sperava fossero.



MrFord




martedì 1 luglio 2014

Saloon Mundial: Vecchi Continenti

La trama (con parole mie): con il terzo giorno degli ottavi di finale lasciamo momentaneamente il Nuovo Mondo per trasferirci nel Vecchio, complice un doppio confronto tra Europa e Africa. Francia e Nigeria prima, Germania e Algeria poi, infatti, si sono giocate un posto tra le best eight del Mondiale, con l'intenzione di non far rimpiangere le sfide combattutissime dei giorni appena precedenti.
Un viaggio che, attraverso il pallone, ha portato il pubblico a cavallo tra passato e futuro, frontiere aperte e colonialismo, tradizione e nuove realtà.









Se ripenso agli inizi degli Anni Zero, e all'odiosa Francia di Zidane, quella dei ragazzi di Deschamps - allora in campo, nella Juve e con la Nazionale, accanto a Zizou - mi pare una squadra proveniente da un altro pianeta: la nuova generazione calcistica dei cugini transalpini, figlia di una realtà sempre più multietnica, è piacevole, vogliosa e grintosa, perfettamente simboleggiata da Benzema - che più che un giocatore del Real Madrid, pare un lottatore di una squadra di seconda fascia - e Pogba, che è destinato a diventare un fenomeno quanto e forse più di pilastri del centrocampo della Francia del passato recente come Desailly e Vieira.







Va detto, comunque, che la Nigeria - come fece con noi nel '94 - vende carissima la pelle, sfiorando il gol il più occasioni prima del vantaggio francese a dieci minuti dalla fine colpendo anche una traversa dando un seguito a quella ormai nota come "La maledizione di Pinilla".
Un autogol ingrassa un bottino che sarebbe stato forse più giusto fissare sulla differenza di misura, e lancia i Galletti verso un quarto di finale alla vigilia insperato - occorre considerare che la squadra uscita malamente nel duemiladieci è stata completamente rifondata basandosi principalmente sui giovani con un coraggio non indifferente -, finendo per gettare benzina sul fuoco a proposito di sogni di gloria che paiono molto, molto simili a quelli che, match dopo match, sentimmo crescere noi nel duemilasei.
Tra l'altro, otto anni fa, il trenta giugno, una decisamente diversa Italia superò l'Ucraina nei quarti di finale infilando agilmente tre pere per volare in semifinale contro i padroni di casa della Germania.
Altri tempi davvero.







Rimanendo in tema teutonico, questa sera i nostri quasi vicini tedeschi hanno avuto la meglio sull'indomita Algeria - che, lo ammetto, ho tifato fino all'ultimo secondo -, imponendosi per due a uno nel corso dei supplementari evitando dunque lo spettro dei calci di rigore ed agguantando un quarto di finale tutto europeo con la suddetta Francia.
Una partita combattuta e molto bella, che la Germania ha vinto grazie ad una maggior organizzazione ed esperienza, a Neuer - che indovina un paio di uscite assolutamente provvidenziali -, a cambi più che azzeccati - dall'autore del gol che sblocca il risultato, Schuerrle, a Khedira - e a Mueller, che pur non andando in rete si dimostra decisivo.
Nel corso della visione di questa battaglia - e onore delle armi agli algerini, che non hanno mollato neanche di fronte all'evidenza - ho avuto una sorta di epifania: dobbiamo ringraziare che l'Italia sia uscita.
Perchè contro squadre così determinate, avrebbe fatto una figura decisamente peggiore.
Chiudo con un paio di appunti rispetto all'andamento degli ottavi: al momento, con alle spalle le prime sei partite su otto, si sono viste trionfare solo le squadre che, nel corso dei gironi, si erano qualificate come prime.
Speriamo che la Svizzera, domani contro l'Argentina, possa smentire questo dato.
Altra cosa curiosa è che tre match su sei sono finiti dopo centoventi minuti - in due casi, anche dopo i calci di rigore -: per un Mondiale che, nel corso della prima fase ha visto pochissimi pareggi, può significare soltanto il timore legato ad una posta in gioco che si alza sempre di più.



MrFord




mercoledì 25 giugno 2014

Italia - Uruguay

La trama (con parole mie): oggi è finito ingloriosamente il Mondiale dell'Italia, eliminata per la seconda edizione consecutiva dalla rassegna iridata nei gironi di qualificazione.
Non accadeva dagli anni sessanta.
Nonostante io stesso nutrissi speranze quantomeno di passare il turno, non restano dubbi: questa Nazionale è lo specchio di un Paese che, da troppo tempo, non offre davvero più nulla per cui valga la pena credere.
Peccato davvero.
Questo, però, non pregiudicherà la mia voglia di continuare a seguire un Campionato del mondo che è una continua sorpresa. E lo dimostra il tabellone degli ottavi, da una parte e dall'altra, che porterà alle prime semifinaliste.









Pensavo che, con Italia - Costarica, si fosse toccato il fondo rispetto alla qualità che poteva offrire una partita di calcio, Azzurri presenti o no. E invece i nostri, ben accompagnati dai colleghi dell'Uruguay - che non hanno prodotto niente di meglio - sono riusciti a fornire uno degli spettacoli calcistici più brutti che si potessero ricordare, lontano anni luce da quella che doveva essere una lotta all'ultimo minuto per un match da dentro o fuori.
Ieri sera, guardando Brasile - Camerun, una praticamente già qualificata e l'altra aritmeticamente a casa, mi sono esaltato molto di più.
Figurarsi.
E ci saranno le polemiche - in effetti, il rosso a Marchisio è fantascienza -, il caldo, le scuse, le accuse - principalmente a Prandelli, che mi starà pure simpatico, ma pare non averne azzeccata quasi nessuna, in questa fallimentare e a quanto pare sua ultima esperienza come ct - e chi più ne ha, più ne metta, ma la cosa peggiore è che si è trattata di una partita semplicemente scarsa. Scarsissima.
Quattro anni fa, quando l'eliminazione giunse con una sconfitta alla terza gara del girone eliminatorio, scrissi che ero felice di poter essere un tifoso di calcio per la tensione e l'emozione accumulata negli ultimi minuti, malgrado la Nazionale avesse inesorabilmente deluso.
In questo caso non c'è stato neppure questo.
Tanto sarebbe valso schierare Paletta.
E magari, allora, ci saremmo anche divertiti.









Buffon ha fatto quello che ha potuto, mettendo la mano per rimediare a quelle poche - ma limpide - occasioni costruite dall'Uruguay.
Bonucci, all'esordio, si è portato a casa la pagnotta, ma in fondo poco importava.
Stesso discorso per Barzagli, che comunque si conferma assolutamente troppo lento per essere un difensore di livello - vedasi gente come David Luiz -.
Chiellini alza leggermente il voto delle prestazioni - scarse - precedenti mostrando quantomeno la volontà di gettare il cuore oltre l'ostacolo, finendo in attacco più spesso di alcuni suoi compagni che quello dovrebbero fare per contratto.
D'Artagnan, invece, dalla speranza di essere il Grosso di questo Mondiale è passato all'essere piccolo. Troppo piccolo.
Marchisio c'ha provato. Ma non è andata troppo bene.
Verratti, l'unico a produrre qualcosa degno di nota nel secondo tempo, è uscito per crampi, o chissà per quale altro motivo. Ed io mi chiedo: a venti e poco più anni, con un'occasione di questo genere tra i piedi, ma sul serio abbandoni il campo come se niente fosse?
Chi, ad ogni modo, pensava che il ragazzo potesse diventare il nuovo Pirlo, si sbaglia di grosso. Alla sua età, il glaciale Andrea - senza stare a citare gente come Del Piero o l'inarrivabile Baggio - era già in grado di prendere per mano la squadra e cambiare le partite.
Al posto di Verratti è entrato, a secondo tempo inoltrato, Thiago Motta.
E la domanda sorge spontanea: Prandelli, il tuo pusher è Walter White!?
Pirlo, probabilmente, aveva già capito al primo minuto della sfida con il Costarica cosa sarebbe accaduto. Pare il capitano di una nave che affonda.
De Sciglio è un ragazzino. Bravino, per carità. Ma non lo spaccino per il nuovo Tassotti, o Maldini. Perchè sta proprio su un altro pianeta.
Immobile. Di nome e di fatto. Quello che doveva essere il salvatore della patria è diventato un incubo su gambe. Spero che la dirigenza e l'allenatore del Borussia Dortmund non abbiano visto la partita, altrimenti c'è il rischio che lo rispediscano a Torino per direttissima.
Senza contare che il simpatico Ciro ha deciso, imitando Verratti, di lasciare anzitempo il campo distrutto dai crampi. Gli è subentrato Cassano. Ora, mi sono ripromesso di non fare polemiche da italiano medio, ma davvero il barese imbullonato al terreno come un omino del Subbuteo con i piedi nel cemento e dall'autonomia di due/tre minuti scarsi era preferibile a Giuseppe Rossi, giudicato non pronto e troppo fragile?
Balotelli. L'avevo già detto. Mario non è un fenomeno. E', come giustamente afferma Julez, una specie di Vieri di serie b. Se, poi, palle non ne arrivano, tanti saluti e baci.
Ad ogni modo ho trovato assolutamente assurdo privarci dell'unico attaccante di peso alla fine del primo tempo per mettere in campo il pur volenteroso ed alcolico Barolo, che non è un giocatore in grado di prendere per mano una squadra e condurla alla vittoria.









Tant'è. Usciamo meritatamente, risparmiandoci comunque la figuraccia che avremmo rimediato agli ottavi di finale contro una Colombia in grande spolvero, che passa il turno accanto ad una Grecia risorta dopo un primo turno che la dava per spacciata.
Il contrario di quanto accaduto a noi, passati dai tweet ironici all'indirizzo degli inglesi e dalle grandi speranze di vittoria al ritorno a casa a capo chino, piegati da un Uruguay certo non irresistibile, che pare avere adottato lo stile furbetto e molto europeo del Brasile, solo con molta meno classe.
Un peccato, perchè da tifosi si spera sempre nel meglio.
D'altra parte, però, è forse giunto il momento che qualcosa cambi, qui nella Terra dei cachi, che si parli di calcio, politica, situazione economica o sociale.
Non siamo, infatti, neppure più il Paese della Resistenza all'ultimo respiro - che ci ha portato in cima al mondo nel duemilasei, Mondiale vinto con grandi meriti di una difesa strenua e quasi imbattibile, e di un attacco cinico e senza troppi fronzoli -, del catenaccio e del contropiede, degli urli a squarciagola di gioia incontenibile.
Siamo una Nazione mediocre, rappresentata da giocatori mediocri.
E, cosa ancora peggiore, priva del carattere necessario per poter alzare la testa.







Restano due possibilità, davanti a noi: rimboccarci tutti le maniche e ripartire da zero - e badate, il calcio è solo una metafora - con pazienza e perseveranza, o guardare altrove, e andarsene via.
Un pò come Graziano Pellè, che dopo una serie di infruttuose esperienze tra Serie A e B, da qualche anno milita nel Feyenord, in Olanda, dove in sessantaquattro presenze ha realizzato cinquantaquattro gol. Ora, qualcuno probabilmente dirà che il campionato nella patria dei tulipani vale sicuramente meno del nostro, eppure loro veleggiano felici verso la fase finale dei Mondiali con punteggio pieno e partite spettacolari, mentre noi torniamo a casa dopo un girone al limite del disastroso.
Le scelte, spesso e volentieri, influenzano la vita.
E da viaggiatore, assolutamente non patriottico e casinista quale sono, devo dire che mi dispiace dover sperare di poterne fare al di fuori di questi confini, o che le possa - o peggio, debba - fare mio figlio. Perchè è una sconfitta anche nostra.







Continua, debacle nostrane a parte, il sorprendente Mondiale carioca, che ora  - e dopo le partite di questa sera - vede da un lato del tabellone Brasile - Cile e Colombia - Uruguay e dall'altro Olanda - Messico e Costa Rica - Grecia. Tolti i grandi nomi dei verdeoro e degli orange, probabilmente nessuno, alla vigilia, si sarebbe aspettato degli accoppiamenti di questo genere.
Sulla carta, dunque, Brasile e Olanda potrebbero essere due delle quattro semifinaliste del torneo.
Ma voglio sperare che possa non essere tutto così scontato, e che le sorprese continuino ad imperversare in questa Coppa del mondo assolutamente ed incondizionatamente globalizzata.
Con buona pace del calcio vecchia maniera.



MrFord




domenica 22 giugno 2014

Saloon Mundial: l'altro mondo del calcio

La trama (con parole mie): ogni Mondiale ha le sue sorprese, pronte giusto a scombinare l'andamento della competizione almeno per una partita o due.
La rassegna iridata brasiliana, però, fino ad ora pare non aver affatto voglia di smettere di regalarne.
Così, nella giornata di oggi, malgrado i risultati non siano stati quelli che speravo personalmente, si è cominciato a vedere un cambiamento nel calcio globale che porterà, probabilmente, ad un'evoluzione e ad una maggiore incertezza non soltanto da qui alla fine di questo torneo, ma anche delle prossimi.






Se, un paio di settimane fa, qualcuno mi avesse predetto che, ad un giro di giostra dagli ottavi di finale - o quasi, dato che ancora manca una manciata di partite -, ci saremmo ritrovati con un Brasile deludente, un'Argentina spenta, Spagna ed Inghilterra a casa, Uruguay e Italia costrette a giocarsi un posto da seconda dietro il Costarica, avrei probabilmente chiesto informazioni al suddetto qualcuno rispetto alla tipologia di cocktail alla quale aveva deciso di consacrare la sua esistenza.
Invece, eccoci qui.
Fortunatamente per tutti gli spettatori, il Mondiale carioca si sta rivelando uno dei più sorprendenti e "nuovi" della Storia, con Nazionali fino ad ora mai salite agli onori della cronaca pronte a guadagnarsi le luci della ribalta, qualificazioni improbabili ed eliminazioni eccellenti: ieri notte, per rimanere in tema rispetto alle nuove compagini pronte a giocarsi un posto da protagoniste, si è tenuta Ecuador - Honduras, una delle partite, lo ammetto, che meno mi ha interessato fino ad ora, se non per il fatto che quell'H enorme sulle magliette degli honduregni - ma si dirà così!? - mi hanno ricordato quelle della Hot Dog di Holly&Benji.
Peccato che non militino tra le fila dei suddetti centroamericani i gemelli Derrick.
Per la cronaca, al triplice fischio è risultato imporsi l'Ecuador, che ora punta forte ad un secondo posto - forse anche primo, a seconda di quale sarà l'esito dello scontro all'ultima partita - dietro la Francia: Valencia e compagni saranno carne da cannone per gli ottavi o continueranno a sorprendere?






Nel pomeriggio, invece, l'Argentina di Leo Messi si è imposta - qualificandosi anzitempo per gli ottavi - contro il coraggioso Iran, che non solo ha resistito per novantuno minuti, ma si è anche visto negare un rigore neanche avesse di fronte il Brasile padrone di casa.
Accantonati, comunque, i sospetti rispetto alla volontà di chiudere questo Mondiale con una finale - vinta dai verdeoro - tra la suddetta Argentina ed il Brasile, restano diverse certezze: questa Albiceleste è lontana anni luce da quella di Maradona, e Messi, suo trascinatore, in barba a premi e pubblicità, e alle sue capacità tecniche, risulta uno dei fuoriclasse meno interessanti della Storia del Calcio, noioso quanto la sua pettinatura e carismatico quanto un paio di ciabatte.
Nonostante il divario tecnico sia incolmabile, preferisco mille volte avere in squadra un Balotelli dedito alle stronzate che un Messi sempre precisino e perbenino, ma questo forse è un mio problema.
Anche perchè, con buona pace di qualsiasi detrattore, il piccolo Lionel con i suoi compagni si sono, di fatto, dichiarati presenti, e stando come sono ora le cose finiranno per trovarsi un calendario decisamente favorevole fino alla semifinale.
Ad ogni modo, non mi stupirei se fossero rispediti a casa anzitempo: questo Mondiale non ha padroni, a prescindere dai nomi di copertina.









Ma il piatto clou della giornata è stato senza dubbio fornito dalla partita di stasera, assolutamente bellissima soprattutto nel secondo tempo - il primo ha ricordato più una prolungata fase di studio -, roba da far apparire quella di ieri dell'Italia come una sorta di copia più che brutta del gioco del calcio.
I ragazzi africani - tutti, ormai, europei d'adozione, per quanto riguarda l'approccio - non solo, infatti, hanno tenuto testa ai teutonici panzer che parevano inarrestabili, ma con un gol di vantaggio hanno finito per rischiare perfino che il bottino fosse più grosso, divorando un'occasione che avrebbe concretizzato una delle sorprese più inaspettate del Mondiale e messo pepe a volontà sull'ultima giornata del girone.
C'è voluto quel vecchio volpone di Klose, che scippando fondamentalmente un gol ad un compagno eguaglia il record realizzativo di Ronaldo nella fase finale della competizione, per rimettere le cose a posto: l'arcigno e salterino Miro, in un certo senso, è un pò come Inzaghi.
Il fiuto della palla in rete gli cresce nel sangue, e ho come l'impressione che non abbia ancora finito, e che il conto aperto con la competizione continuerà a stimolarlo.
Bravissimi, comunque, i ragazzi africani - e non lo dico con condiscendenza -, che spero proprio possano cavalcare l'onda e sfruttare la stessa affinchè il continente più vecchio del mondo non debba ammettere una sconfitta su tutta la linea.
La speranza è che tutto possa evolversi senza troppo legarsi a schemi e giochi di potere, lasciando che il pubblico possa spalancare la bocca e lasciarsi travolgere dal piacere di uno sport soffocato, senza dubbio, da denaro, pubblicità e chi più ne ha, più ne metta, ma in grado di emozionare come pochi altri.
E per quanto possa preferire la Germania al Brasile stesso o all'Argentina - in fondo parliamo della Nazionale con più finali perse nella Storia dei Mondiali -, coltivo in segreto il pensiero di un'altra vincitrice della coppa fino ad ora estranea al successo.
Che sia l'Olanda, o l'Ecuador, o l'Iran, o il Ghana, poco importa.
Basta ci metta il cuore.
E non mi lamenterò di certo se fossimo noi, a godere di quei brividi.




MrFord



P. S. Si sta giocando, nel frattempo, Nigeria-Bosnia. Zero a zero. Propendo, comunque, per i secondi, che pronostico come ombre dell'Argentina nonchè altra possibile outsider da stupore per il resto del torneo.

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