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lunedì 24 giugno 2019

White Russian's Bulletin


Nuova settimana e nuovo Bulletin insolitamente in orario rispetto all'uscita e insolitamente variegato in termini di proposte: a causa della breve vacanza al mare, infatti, ho potuto chiudere i conti con un romanzo che giaceva sul comodino da troppo tempo, tentare la strada della sala e quella delle serie televisive. Non tutto, purtroppo, ha però regalato emozioni e gioie dalle parti del Saloon. Forse è l'ora, una volta festeggiata l'estate con l'ennesimo passaggio su questi schermi de Il grande Lebowski, trovare titoli che non richiedano particolare impegno: i neuroni saranno in vacanza anticipata e non si rischieranno delusioni.


MrFord



SLEEPING BEAUTIES (Stephen&Owen King, USA, 2017)

Risultati immagini per sleeping beauties wikipedia

Regalatomi da Julez più o meno all'inizio dello scorso anno e subito iniziato, il romanzo a quattro mani scritto dal Re del terrore e da suo figlio - un genere di nepotismo che non apprezzo particolarmente per quanto, forse, nella sua posizione farei esattamente lo stesso per i Fordini -, nato per essere venduto come base per una serie televisiva, ha praticamente tutte le carte in regola per essere una di quelle letture da divorare: una trama non originalissima ma interessante, un interrogativo attuale - cosa combinerebbero gli uomini in un mondo privo o quasi di donne? -, momenti onirici ed altri violenti e reali. 
Eppure.
Eppure Sleeping Beauties non riesce mai ad ingranare la marcia, non incolla alla pagina e, soprattutto, non stuzzica affatto la curiosità di scoprire come andrà a finire. Nella pratica, non crea quella dipendenza che prodotti del genere dovrebbero creare quasi per contratto.
E dunque le seicento e oltre pagine sono diventate una sorta di tappa obbligata intervallata da qualche romanzo di più veloce scorrimento nell'ultimo anno e mezzo, chiuse proprio nel viaggio in treno che mi ha portato dal resto dei Ford. Una liberazione, per quanto mi dispiaccia ammetterlo.




HELLBOY (Neil Marshall, USA/UK/Bulgaria, 2019, 120')

Hellboy Poster

Chi frequenta il Saloon da un pò ben conosce la stima che io nutra per Neil Marshall dai tempi dell'ottimo esordio Dog Soldiers e dello strepitoso The Descent, che ho mantenuto negli anni nonostante il calo nella resa dei suoi lavori sia risultato anno dopo anno evidente.
Il rilancio di Hellboy, charachter creato da Mike Mignola e portato benissimo sullo schermo qualche anno fa da Guillermo Del Toro, poteva essere l'occasione della vita per il regista scozzese di tornare a fare parlare di sé in positivo: peccato che questo Hellboy convinca poco, risulti confusionario e privo di spessore, troppo preoccupato di seminare in vista della creazione di un eventuale franchise ma davvero poco convincente sia se guardato dal punto di vista del cinecomic a largo consumo che da quello della proposta insolita e violenta di nicchia.
Un vero peccato, perchè il protagonista è un personaggio da homerun in termini di potenziale appeal, contrasti e scrittura, e in questa sede viene sfruttato davvero poco e male, finendo per risultare addirittura pesante, più che grottesco e magnetico.
Un'occasione sprecata che, purtroppo, segna e non poco il percorso di Marshall sul grande schermo, almeno per quanto riguarda il Saloon.




SUBURRA - STAGIONE 1 (Neftlix, Italia, 2017)

Risultati immagini per suburra stagione 1

Nata ispirandosi all'omonimo film e sull'onda lunga del successo di Gomorra, Suburra rappresentò, un paio d'anni or sono, la risposta di Netflix al successo targato Sky dei Savastano, poggiandosi sulle solide spalle, parlando di talento attoriale, di Alessandro Borghi, pronto con il sorprendente Giacomo Ferrara a prendere per mano un prodotto partito in sordina e forse artigianale rispetto al già citato Gomorra ma episodio dopo episodio divenuto sempre più interessante, principalmente grazie proprio al rapporto tra i personaggi di Aureliano e Spadino, interpretati rispettivamente dagli appena citati Borghi e Ferrara.
Il loro rapporto, nato nell'odio e sviluppatosi come un'amicizia che nasconde la situazione complicata di Spadino, è forse la cosa più interessante della stagione, a prescindere dalle sottotrame che vedono la Roma Capitale percorsa da intrighi che passano dalle sue strade ai salotti d'alto bordo, dal Vaticano fino alla Sicilia della Mafia: un quadro inquietante all'interno del quale i tre giovani protagonisti sono costretti a sopravvivere come pesci gettati dalla vasca di un acquario in un oceano popolato da squali.
Non parliamo di un titolo destinato a fare la storia del piccolo schermo, ma di un prodotto che, per chi ama il genere, rappresenta una buona alternativa made in Italy e, potenzialmente, potrebbe perfino fare "il grande salto". Un pò come i suoi protagonisti.


martedì 19 aprile 2016

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Regia: Roy Andersson
Origine: Svezia, Germania, Norvegia, Francia, Danimarca
Anno:
2014
Durata:
101'








La trama (con parole mie): Sam e Jonathan, venditori di scherzi e maschere non propriamente abili e non propriamente fortunati, si muovono attraverso veri e propri quadri ed epoche destinati a mostrare, attraverso il grottesco, l'ironia e l'assurdo, la grande commedia umana, soprattutto la sua parte legata a doppio filo al concetto di morte ed al suo rapporto con la stessa.
Un viaggio sconnesso e scombinato volto all'esplorazione, alla critica ed alla ricerca, tutto posato sulle spalle di personaggi nati per essere inesorabilmente outsiders: dove, dunque, condurrà il percorso dei ben poco eroici protagonisti?
Riusciranno a piazzare il nuovo articolo che cercano di spingere e riscuotere soldi dovuti o dovranno soccombere ad un Sistema più grande cantando canzonette per festeggiare la loro sconfitta?












Era da tempo, ormai, che non mi capitava per le mani una bella scarica di bottigliate d'autore.
Ultimamente, infatti, che sia per la stanchezza legata alla quotidianità lavorativa o quella - decisamente più importante in tutti i sensi - legata agli impegni con i piccoli Ford, preferisco di gran lunga destinare le mie serate cinefile a proposte più leggere e legate all'intrattenimento, riservando ai titoli d'essai uno spazio limitato per le giornate più libere da impegni: Peppa Kid sarà pronto a dichiarare quanto, la contrario, mi sia rammollito, considerato che le ultime tempeste di bottigliate sono state, di fatto, figlie di stroncature "easy", ma come al solito quando è lui ad aprire bocca, poco importa, specie considerato che questa settimana è stata inaugurata proprio dal massacro del suo tanto caro Mr. Robot, e nonostante quello di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza potrebbe essere senza troppi problemi annoverato nel gruppo dei suddetti bocciati "con garbo".
Il lavoro di Roy Andersson, da molti radical considerato un Maestro e premiato con il Leone d'oro a Venezia, è indubbiamente notevole per tutto quello che riguarda l'aspetto tecnico, dalla messa in scena alla regia, dall'uso del primo e del secondo piano al piano sequenza, dalla fotografia alla prospettiva, che colloca questo film lungo una sorta di ideale confine tra Majewski e Sokurov, roba da "mica bruscolini".
Peccato che, a conti fatti, per poter considerare davvero una pellicola grande debbano essere tenute presenti anche altre cosine come la sceneggiatura, la capacità di parlare ad un pubblico il più vasto possibile e raccontare allo stesso una storia così come dare un senso alla stessa: poco importa, infatti, che le idee ricordino il primo Kaurismaki - di tutt'altro livello rispetto a questo film, sia chiaro -, o che il grottesco riesca in alcuni passaggi a colpire nel segno, se a fare da contrappeso a tutte le qualità di questo Piccione si trovano novanta minuti e spiccioli di nonsense assoluto che pare una presa per il culo del pubblico giocata attorno a quelle che paiono improvvisazioni senza alcun senso.
Certo, io potrei essere ormai troppo pane e salame, ma sinceramente assistere a sequenze che vedono frasi fuori contesto ripetute quasi come un mantra come se dovessero, più che convincere o divertire, ipnotizzare l'audience, risulta essere una perdita di tempo non da poco per tutti quelli che devono lottare per guadagnarsi quello stesso tempo: ed è ormai lontana, almeno per il sottoscritto, l'epoca in cui bastava l'autorialità più o meno estrema di una pellicola per guadagnarsi da queste parti lo status di cult, così come, d'altro canto, si è abbassata la soglia di tolleranza per i film che paiono costruiti ad uso e consumo di un'elite che, probabilmente, neppure c'è, o di quelle giurie pronte ad andare in brodo di giuggiole per lavori apparentemente incomprensibili come questo.
Non sarò certo io a remare contro i prodotti da Festival, o di nicchia, ma trovo che sia davvero troppo facile - e questa volta mi risparmio il supponente, perchè quantomeno Andersson non trasmette questa sensazione - pensare di presentare un lavoro esteticamente ineccepibile ma, passatemi la definizione, eticamente scorretto come questo: il signor Andersson ed il suo Piccione, infatti, meriterebbero gli ormai noti - e quelli davvero cult - novantadue minuti di applausi del fantozziano "E' una cagata pazzesca!", in barba ai premi, ai leoni e a tutte le giurie pronte ancora a credere in un Cinema elitario e forzatamente colto.
Il giorno successivo alla visione, ho ripensato al re del grottesco, della satira e del "nonsense" della settima arte, Luis Bunuel, che, da bravo genio assoluto qual'era, riusciva e riesce tramite le sue pellicole a parlare a chiunque senza bisogno che qualche presunto critico o santone intellettuale debba farsi trovare pronto ad educare le masse per estrapolare significati che, chissà, forse neppure ci sono.
Del resto, ci sarà pure un motivo se il piccione è uno degli animali più inutili e ributtanti che possano esistere.
E non penso riguardi da vicino riflessioni sulla morte o sull'esistenza.




MrFord




"For just a Skyline Pigeon
dreaming of the open
waiting for the day
he can spread his wings
and fly away again
fly away skyline pigeon fly
towards the dreams
you've left so very far behind."
Elton John - "Skyine pigeon" - 





lunedì 11 aprile 2016

Desconocido - Resa dei conti

Regia: Dani De La Torre
Origine: Spagna
Anno:
2015
Durata:
102'








La trama (con parole mie): Carlos è un funzionario di banca con una lunga carriera alle spalle, una vita agiata, una bella famiglia ed un'apparenza di successo. Una mattina, quando decide di accompagnare i due figli a scuola, il suo mondo si ribalta: contattato tramite un cellulare ritrovato proprio sul cruscotto della sua auto da uno sconosciuto, è ricattato in modo da trasferire tutti i suoi risparmi ed una considerevole somma di denaro attraverso la banca su un conto sicuro.
Se non obbedirà alle istruzioni del suo contatto, il mezzo che sta trasportando lui ed i suoi figli esploderà a causa delle bombe installate sotto i sedili, pronte a detornarsi nel momento in cui qualcuno dovesse lasciare il suo posto.
L'uomo si troverà dunque a lottare per la sopravvivenza della sua famiglia - oltre che di se stesso -, per il suo lavoro e la speranza di poter spiegare alle forze dell'ordine che quello che sta facendo non è frutto di un gesto estremo di follia legato alla sua separazione dalla moglie: cosa accadrà, dunque, quando i nodi verranno al pettine?











Ammetto di averci sperato.
Il Cinema spagnolo ha sempre prodotto buone cose, il thriller è un genere di casa al Saloon, recensioni di alcuni bloggers decisamente affidabili - e non sto parlando del mio antagonista Cannibal Kid, ovviamente -, una tecnica notevole - basti pensare al piano sequenza che, di fatto, segna il giro di boa della pellicola, davvero splendido -, un protagonista da pollici altissimi - Luis Tosar, già apprezzato in Bed Time e Cella 211 -.
Le premesse di un successo, insomma, c'erano davvero tutte.
Ritmo ed azione compresi, conditi da una spalla per il suddetto main charachter come la coordinatrice degli artificieri da fare invidia alle più cazzute eroine ottime per registe come Katherine Bigelow.
Eppure Desconocido, serratissimo film iberico da poco approdato in sala in Italia, ha finito per non convincermi affatto.
Ma non voglio concentrarmi sui palesi limiti di sceneggiatura di una vicenda intrigante pronta a fare acqua da tutte le parti - in fondo, non siamo dalle parti di Speed, che essendo una tamarrata feroce può permettersi certe concessioni, ma di qualcosa dal taglio decisamente più realistico, almeno sulla carta -, di una seconda parte nettamente inferiore alla prima o di tutto quello che si potrebbe criticare - tecnica a parte, per l'appunto - del lavoro del pur promettente Dani De La Torre: vorrei concentrarmi sul Cinema americano, palese ispiratore di questo prodotto, osteggiato spesso e volentieri dai radical di qualsiasi continente.
Perchè se Desconocido fosse stato girato a Los Angeles invece che a La Coruna, con Jason Statham a prendere il posto di Luis Tosar ed un Simon West qualsiasi dietro la macchina da presa a dispetto del già citato De La Torre, la maggior parte dei sostenitori "alti" di questo film si sarebbero trovati senza se e senza ma dall'altra parte della barricata: tipico thriller d'azione poco plausibile, grande sfoggio di mezzi e tecnica assolutamente non supportato dalla plausibilità logica, un finale che più retorico e buonista non si potrebbe.
Peccato che il film non sia a stelle e strisce, ma un prodotto assolutamente e completamente figlio di un tentativo tutto europeo di sdoganare l'intrattenimento più basic cercando di dare allo stesso una connotazione autoriale: troppa grazia, ragazzi miei.
La realtà dei fatti, purtroppo, è che a parte l'indubbia perizia ed un attore protagonista molto valido, Desconocido sia una brutta copia di decine e decine di produzioni statunitensi non solo attuali o quantomeno recenti, ma figlie di epoche già trascorse da parecchio, eighties su tutte: troppo facile mascherare l'operazione come qualcosa di nuovo, o cool, e troppo poco per considerarla, al contrario, soltanto un divertissement buono per rilassare i neuroni al termine di una giornata o di una settimana pesanti.
Un vero peccato, perchè per un amante del genere come il sottoscritto titoli che possano in qualche modo rinverdire i fasti del passato sono una vera e propria manna dal cielo, e soprattutto dopo aver letto segnalazioni come quella della Bolla, l'impressione di trovarsi di fronte proprio ad una piccola perla aveva assunto una certa consistenza, sfumata un minuto dopo l'altro nel corso della visione di questo Desconocido che sarà scorrevole e comunque piacevole da vedere quanto vorrete, ma che alla fine suonerà senza appello come una pesante delusione.
A meno che non siate strenui detrattori di un certo tipo di produzioni americane: allora potrà essere l'occasione giusta per apprezzare un genere senza sputtanarvi con gli amici del circolino d'essai affermando che, sotto sotto, voi i vecchi film con Stallone, Schwarzenegger e Bruce Willis li adorate.






MrFord





"We get some rules to follow
that and this, these and those
no one knows
we get these pills to swallow
how they stick in your throat
taste like gold
oh what you do to me
no one knows."
Queens of the stone age - "No one knows" -







domenica 3 aprile 2016

Infinite Jest

Autore: David Foster Wallace
Origine: USA
Anno: 1996
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): siamo dalle parti di Boston in un futuro prossimo in cui Stati Uniti, Canada e Messico sono riuniti sotto un'unica bandiera, e tra tennis, aneliti indipendentisti del Quebec ed un film che porta al piacere fisico estremo chi lo guarda e ci si perde, assistiamo alle vicende della famiglia Incandenza, pronta a rimbalzare tra una stranezza e l'altra, un futuro da star della racchetta ed un bong di colore imprecisato, quello che era e quello che potrebbe essere.
Ma cosa mostra questo "Infinite Jest" pronto a ribaltare le regole di qualsiasi cosa, ed a rapire inesorabilmente chi se ne ritrova preda?
Riusciranno i protagonisti di questa epopea a trovare una risposta? E sarà una risposta sensata, o un tentativo fuori da ogni schema di trovare un senso ad una vita sempre e comunque troppo complicata?










In tutta onestà, è la seconda volta che capita nel corso della mia vita di lettore.
Di norma, anche nei casi in cui mi trovo di fronte a qualcosa che azzecca poco con le mie corde, tiro dritto e mi faccio forza fino alla fine, sicuro del fatto che, in un modo o nell'altro, la fatica sarà ripagata.
Curioso che, come la prima volta, accada con un romanzo che è considerato un cult imprescindibile, uno di quei titoli che andrebbero letti almeno una volta nella vita, senza se e senza ma: ai tempi fu Il signore degli anelli la vittima sacrificale del sottoscritto, nonostante tre - e dico tre - tentativi differenti di superare la noia terribile della prosa troppo descrittiva di Tolkien facendomi forza grazie ai personaggi e ad una cornice che ho sempre apprezzato, senza successo.
A questo giro di giostra, è stata la volta di Infinite Jest, celebratissimo titolo che valse a David Foster Wallace l'appellativo di genio assoluto della narrativa americana, di recente tornato alla ribalta grazie all'ottima visione di The end of the tour, che, come scrissi nel post dedicatogli, riuscì non solo a solleticare la curiosità rispetto alla lettura di questa pietra miliare, ma anche il desiderio sopito del sottoscritto di rimettermi alla tastiera per scrivere qualcosa che non sia una recensione: le aspettative, dunque, in proposito, erano molto alte, la curiosità molta, il desiderio di confrontarmi, dopo Il Cartello, con un altro volume imponente, pressante.
Peccato che, a conti fatti, si sia rivelato tutto come un gigantesco buco nell'acqua.
Personalmente, non ho nulla contro Wallace, la sua indubbia proprietà di linguaggio e la straordinaria cultura pronte ad eruttare ad ogni pagina, alla fantasia grottesca o al coraggio di lavorare ad un'opera così complessa e scombinata, eppure anche solo arrivare a centocinquanta pagine scarse sulle mille totali si è rivelata un'impresa pressochè impossibile e fantascientifica, che ho dovuto abbandonare per non torturarmi continuamente con il pensiero dello spreco di tempo e lettura che sarebbe stato dedicare ad Infinite Jest almeno un altro paio di mesi - considerato il ritmo con il quale stavo procedendo - di viaggi avanti e indietro dal lavoro.
E ad ogni secondo di quest'impresa fallita, ho continuato a rimuginare sull'effetto provocato dalle sbronze di parole di Wallace a quello della stessa matrice firmato Bukowski, autore molto legato al grottesco che qui al Saloon ha un posto d'onore: se, infatti, da un lato l'inquietudine esistenziale del buon David ha assunto le sembianze di una sorta di mostro composto per un quarto da una donna in periodo mestruale, per un altro da un professore radical e sbomballato, dunque dal tuo compagno di liceo rimasto ai tempi delle (troppe) canne all'intervallo e dalla sensazione di perdersi talmente tanto in se stessi da essere impossibilitati a vivere il mondo all'esterno, dall'altro il mitico Hank è sempre stato in grado di farmi percepire una vitalità incontrollabile, una voglia di azzannare, mangiare, sputare, leccare le cose da farmi sentire la Natura animale dritta nel profondo del cuore.
Per limiti miei, dunque, del mio approccio e della formazione che mi ha condotto dall'adolescenza dei pipponi ad ora, non credo di essere in questo periodo della mia vita in grado di poter dedicare altro, al vecchio Wallace, se non le bottigliate delle grandi occasioni, ed un brindisi alla liberazione da quella che pareva, senza se e senza ma, una prigionia da lettura in grado di non farmi neppure lontanamente godere di quello che è uno dei miei grandi piaceri quotidiani.
Questo, con ogni probabilità, mi costerà l'ingresso nei circoli letterari più cool della blogosfera e non, nei caffè da reading alternativi e via discorrendo, ma volete sapere una cosa?
Non me ne importa un bel cazzo.
Preferisco recuperare una bella bottiglia, tornarmene a casa, scolarmela tutta dopo essermi ingozzato a tavola, sdraiarmi sul divano e meditare su quel tipo che cercava di farsi un pompino da solo e, non riuscendo nell'impresa, sentenziava: "Possono essere due centimetri o anni luce, ma il risultato è dannatamente lo stesso".
Quanto ha ragione.




MrFord





"I wanna tell you a story about an acrobat. it's a funny situation I'm going to explain. in a nutshell he had sat on a chair's hind two legs badaboom! Because of a Lego brick he's dead. So what? So strange? It was only a game. Does it seem strange?"
Jarvis - "Badabap the parrot" -







sabato 18 aprile 2015

American Horror Story - Freak Show

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 13





La trama (con parole mie): torna sul bancone del Saloon Julez, sempre pronta ad affrontare tutti i titoli - che si parli di grande o piccolo schermo - che il sottoscritto finisce per non avere il coraggio di fronteggiare per timore di ritrovarsi di fronte l'ennesima delusione.
Fino ad ora è stato effettivamente così, dunque cosa accadrà con l'ultima stagione della creatura di Ryan Murphy? Sarà una fiera delle bottigliate come fu per l'annata d'esordio o una rivelazione fulminante come Asylum?
O ancora peggio, una robetta come quella mostrata con Coven!?







AMERICAN HORROR STORY FREAK SHOW

Ed ecco a voi, siore e siori, un altro spectaculo spectacular  diludendo!
Sento dal pubblico voci che si levano richiedendo la Suspense?
Ma dico io, siori e siore, credete forse di trovarvi di fronte al grande, irreprensibile Alfred Hitchcock? Ma dico io, siore e siori, credete forse di trovarvi di fronte al mitico Stanley Kubrick?
No cari miei siore e siori (e ora la smetto), lo spettacolo a cui assisteremo stasera è un numero di altissimo alto medio basso bassissimo infimo livello di MAGIA.

Per la preparazione di questo numero avremo bisogno di:
un’attrice bellissima seppur agée che replichi paro paro i personaggi degli AHS precedenti ma con classe e competenza, as usual, e un bellissimo accento tedesco
un giovane attore di grandi capacità e strano fascino
un numero a caso di freak veri o falsi che siano
un ambientazione azzeccatissima nell’intento di inquietare
uno psicopatico che, se non è psicopatico anche nella realtà, merita l’Oscar
una scena riuscita ripetuta ad libitum (Life on Mars)

Con questo numero vogliamo dimostrare a voi, signore e signori del pubblico, come siamo in grado, noi del Freak Show, di prendere questi ingredienti di qualità, cucinarli, condirli, impiattarli e presentarvi… QUESTO PIATTO FA SCHIFO!

Come ci siamo riusciti mi chiedete urlando?
Ma cari signori e signore un mago non svela mai i suoi trucchi! E smettetela di lanciare i pomodori, va bene, va bene, ve lo spiego!

Ebbene, per prima cosa prendete un gruppo di sceneggiatori dediti all’alcool o, in alternativa, che soffrano del morbo di Alzhaimer, tipo Alice.
Fategli scrivere un pezzo di puntata a testa, nella speranza che l’alcool o l’Alzhaimer facciano loro dimenticare i personaggi a metà strada.
Puntate tutto su due o tre scene che comunque siano venute vagamente bene in fase di scrittura e pensate “ma sì, tanto gli spettatori sono dei grandi idioti, con questo zuccherino dovrebbero essere contenti”.
Alla fine, e badate bene, solo alla fine, prendete qualcuno con un cervello semi funzionante, o solamente che sia bravo a memory e fategli chiudere velocemente tutte le sottotrame in modo da avere la giustificazione che voi sì, voi sapevate dove stavate andando quando sembrava che le cose fossero scritte a cazzo. Fate morire ampressa ampress un po’ tutti senza grandi patemi d’animo.

A quel punto spolverate di marketing, sperate nell’effetto tanto l’ho già mangiato una volta e non mi è venuto il cagotto et VOILA’, les jeux sont fait, rien ne va plus.

Siete soddisfatti della spiegazione del trucco cari signori e signore del pubblico? Cos’è quello sguardo omicida acceso su tutti i vostri volti? Signori badate, mi state facendo paura, paura quella vera, aiutooooooo rivoglio l’innocuo American Horror Story Freak Shooooooowwwww.



Julez


 

"E chi li vede strilla oh mamma mia !
gambe in spalla e vola via
e non c'e' camomilla che calmi un po’
ninna ah, ninna uh, ninna oh..."
I Mostriciattoli - "Carletto il principe dei mostri" -



 

giovedì 7 agosto 2014

The forgotten

Produzione: ABC
Origine: USA
Anno: 2009
Episodi: 17




La trama (con parole mie): Alex Donovan, ex poliziotto al quale è scomparsa una figlia che lo stesso si prospetta, prima o poi, di ritrovare, è a capo di una speciale unità di volontari che si occupano di ritrovare le identità perdute di tutti i cadaveri rinvenuti senza documenti e volti dalla polizia di Chicago. Supportato dalla detective ed ex collega Russell, Donovan scava nel passato delle vittime in modo da poter rendere possibile un loro riconoscimento ed un collegamento che possa dare ai parenti o agli amici una possibilità di salutare per l'ultima volta chi hanno perduto, spesso e volentieri smascherando anche colpevoli non rintracciati dalle forze dell'ordine.
I casi che il Forgotten Network - questo il nome del gruppo - affronterà toccheranno diverse realtà sociali e personali, rendendo possibile ad ogni membro un confronto con se stesso e con la realtà a volte clamorosamente triste di una metropoli moderna.








Negli ultimi anni la crescita qualitativa delle proposte per il piccolo schermo ha cambiato la geografia dei movimenti anche attoriali, portando molti nomi associati a blockbuster e successi al botteghino presenti e passati a confrontarsi anche con questa nuova - si fa per dire - realtà: terminato con successo l'esperimento di Cold Case, Jerry Bruckheimer ritenta la strada degli omicidi insoluti e delle piste fredde grazie all'apporto di uno dei volti più importanti di un certo Cinema alternativo soprattutto anni novanta, Christian Slater, caduto più o meno nel dimenticatoio con l'avvento del Nuovo Millennio.
Peccato che questo The Forgotten - che terminò anzitempo la sua corsa dopo una sola stagione, qualche anno fa - non sia riuscito sotto nessun aspetto a seguire le orme del suo per certi versi predecessore, dando vita ad una sorta di copia sbiadita del serial con protagonista la Detective Rush, privo del carattere - sia per quanto riguarda il prodotto che per i suoi protagonisti - e di quella scintilla necessaria a legare il pubblico in modo da assicurarsi un futuro anche commerciale.
La stessa idea di un gruppo di volontari che, in barba a lavoro e famiglia, riescono a trovare il tempo e le energie per seguire indagini con risultati migliori della polizia risulta poco credibile, senza contare che la scelta dei personaggi - esclusi il protagonista Alex Donovan e la sua spalla in polizia Russell - non ha contribuito per nulla al successo del prodotto: troppo sciapi sia in termini di caratterizzazione che attoriali, preda di una serie di scelte discutibili e cambi di rotta piuttosto forzati - si veda il rapporto tra Tyler e Candace, completamente dimenticato negli ultimi episodi -.
Come se non bastasse, le trame hanno ricordato agli occupanti di casa Ford quei fumetti italiani dalla struttura sempre identica che episodio dopo episodio forniscono casi che già in partenza si sa che i protagonisti risolveranno senza neppure sudarci troppo: addirittura in tre o quattro occasioni, Julez ha sfoderato la detective che è in lei dei tempi migliori azzeccando il colpevole dell'omicidio di turno alla prima scena.
Una mezza delusione, dunque, considerato che qui al Saloon ci si aspetta sempre un certo tipo di risultato quando si tratta l'argomento morti ammazzati, ma ad un tempo nulla che possa davvero solleticare le bottigliate, o che meriti un giudizio severo e massacrante.
In fin dei conti, si tratta di un prodotto mediocre che perfino il pubblico occasionale ha finito per snobbare sancendone la prematura fine, e che non avrebbe mai e poi mai avuto le caratteristiche necessarie per imporsi in un panorama che porta nelle case degli spettatori cose di un livello decisamente più alto - dal già citato Cold Case a Criminal minds, senza contare gli innumerevoli seppur dal sottoscritto snobbati CSI -: peccato per Slater, che prosegue nella sua striscia negativa e, di fatto, non cambia di una virgola il suo personaggio pseudo maledetto portato sulle spalle fin dai tempi della giovinezza.
Neppure l'inserimento della vecchia conoscenza dei fan di 24 Elisha Cuthbert riesce nell'impresa di risollevare l'asticella dell'attenzione rispetto ad un prodotto davvero noiosetto, che neppure la visione nel corso di pranzi e cene come sottofondo è riuscita a rendere più scorrevole qui dalle parti di casa Ford, senza contare che la mancanza di una sigla effettiva, ha privato anche il Fordino di un balletto da associare al titolo.
Un tentativo, dunque, sicuramente fallimentare di esplorare nuovi aspetti di un genere come il noir da sempre amato da queste parti, non nocivo o terribile ma decisamente innocuo: e quando si parla di un prodotto da legarsi al thriller, sono sempre termini che si preferirebbe non usare mai.




MrFord




"From the top to the bottom
bottom to top I stop
at the core I’ve forgotten
in the middle of my thoughts
taken far from my safety
the picture is there
the memory won’t escape me
but why should I care."
Linkin Park - "Forgotten" - 




 

domenica 13 luglio 2014

Saloon Mundial: samba orange

La trama (con parole mie): ieri sera si è tenuta la "finalina" dei Mondiali, l'inutile consolazione che decide il terzo e quarto posto del torneo. Onestamente sono tra quelli che ritengono questa sfida inutile, buona giusto per giocare una partita in più ed incassare con sponsor e pubblicità, ma in questo caso non posso che essere felice di essermela gustata dal primo all'ultimo minuto.
Perchè ancora una volta, il dio del pallone ha deciso che i carioca padroni di casa dovevano pagare un dazio forse addirittura eccessivo perfino per loro.








Pronti via e subito non ci si crede: complice un clamoroso doppio errore arbitrale -  la punizione con espulsione di Thiago Silva è diventata un rigore con ammonizione dello stesso - l'Olanda piazza il primo gol dopo neppure due minuti, con Van Persie che zittisce le polemiche che hanno circondato gli Orange e la loro unità di squadra dopo la sconfitta ai rigori con l'Argentina.
L'impressione è che si prospetti, per i verdeoro, un'altra ripassata come quella subita contro la Germania in semifinale.
Il mojito che stringo nella destra preparato da Julez - che, per essere praticamente astemia, è un'ottima barwoman - di colpo diventa ancora più buono.







Neanche il tempo di constatare la pochezza del Brasile cui neppure il simbolo Neymar trascinato zoppicante in panchina come un amuleto pare servire, ed ecco che gli arancioni infilano la seconda pera, complice un inguardabile pasticcio della difesa avversaria. Ora, più che un'impressione, arriva la certezza che sarà un match a senso unico e che Thiago Silva e soci dovranno rimboccarsi le maniche per evitare un altro punteggio tennistico.







Vedere l'Olanda dominare la gara quasi completamente - se si esclude Oscar, i carioca praticamente non si vedono - rischiando di andare a segno almeno due o tre altre volte nel corso del primo tempo aumenta purtroppo il rammarico di non aver visto Robben e compagni giocare in questo modo anche contro l'Albiceleste, regalando al sottoscritto la finale europea che sperava di vedere stasera.







Nel secondo tempo la musica non cambia, con il già citato Robben che si tuffa e simula neanche fosse l'altrettanto già citato Neymar ad ogni piè sospinto - forse voleva omaggiare il suo collega grande assente - e le occasioni che piovono addosso agli Orange - anche se, occorre ammetterlo, un paio piuttosto grandi capitano anche sui piedi purtroppo non così brasiliani di questo Brasile -, che concludono la pratica con un gol di Wijnaldum in pieno recupero, giusto per essere, se non spietati quanto i tedeschi, almeno altrettanto sicuri della propria imposizione sugli avversari.






Forse mi sono accanito troppo anch'io, alla fine, su questo Brasile: ho tirato fuori tutte le maledizioni possibili e le ho scagliate - a quanto pare con successo - su Neymar e compagnucci nel corso di tutto il Mondiale.
Ma onestamente, non riesco a non godermela.
Mi sento come la Germania che, anche sul sei o sette a zero, continuava a macinare gioco ed usare la porta di Julio Cesar come un tiro al bersaglio.
L'Olanda, intanto, porta a casa un terzo posto meritatissimo - esce imbattuta dal Mondiale, di fatto, essendo stata eliminata ai rigori in semifinale - e si candida ad essere una delle protagoniste del prossimo Europeo, tra due anni.
Stasera, invece, si giocheranno il tetto del mondo i tedesconi di Loew e gli argentini mosci di Messi.
Inutile aggiungere che la speranza del Saloon è quella di vedere ancora una volta la Vecchia Europa regolare da par suo l'altra scuola più importante del calcio: quella sudamericana.



MrFord




sabato 5 luglio 2014

Saloon Mundial: la grande illusione

La trama (con parole mie): oggi si sono tenuti i primi due quarti di finale, lasciando che il Mondiale con le sue emozioni tornasse prepotentemente a scuotere il Saloon.
Da una parte, una sfida tutta europea tra Germania e Francia, dall'altra le speranze degli appassionati di calcio e di outsiders pronti a tifare Colombia contro il favoritissimo Brasile.
Quali squadre saranno uscite vincitrici, garantendosi un posto tra le prime quattro del Mondiale?








Devo ammettere che quasi mi è dispiaciuto, vedere fuori dai giochi la giovane e mai doma Francia di Deschamps poggiata sulle spalle di Benzema e Pogba.
Una vittoria sofferta ma meritata, però, quella della Germania, che conferma un carattere enorme e di essere una vera e propria certezza del calcio globale - negli ultimi tre Mondiali, è sempre giunta alla semifinale, pur non vincendo mai la competizione: seconda nel 2002, terza nel 2006 e 2010, staremo a vedere quest'anno -.
Loew si dimostra un tecnico notevole, Neuer un portiere strepitoso, il collettivo forse non perfetto e quadrato come altri del passato teutonico ma senza dubbio in grado di affrontare ogni sfida con lo spirito di sacrificio e i coglioni della grande squadra.






Curioso che il gol decisivo giunga nelle fasi iniziali del match, su palla inattiva e ad opera di un difensore, Hummels, che già in tempi non sospetti il sottoscritto aveva ingaggiato anche giocando a PES. Il resto, forse, non è stato calcio champagne o d'altri tempi, ma una solida sfida tra due compagini pronte a dare il tutto e per tutto, in termini di energie, per poter raggiungere l'obiettivo.
La tenuta, dunque, e la capacità tenere duro hanno finito per fare la differenza e definire quello che, per ora, pare essere il leit-motiv dei quarti di finale.
Niente più supplementari, niente più rigori. Si punta al massimo risultato mettendo sul piatto il massimo sforzo concentrandosi sui novanta minuti.







Rispetto alla seconda partita, mi sento in dovere di fare un'ammissione neppure troppo inaspettata: ho remato contro i carioca, spocchiosi, finti e superfavoriti, fin dal principio.
Li ho detestati e li detesto ancora, specie dopo aver assistito all'eliminazione di quella che era stata la squadra più interessante - insieme al Belgio - del Mondiale: la Colombia.
Eppure James Rodriguez e compagni cadono - sul più bello - contro, probabilmente, il Brasile migliore del torneo, forte non tanto nel gioco o nell'attacco, quanto nei suoi due straordinari baluardi difensivi - non a caso, gli unici a piacermi davvero -: sono proprio loro a segnare su due azioni da fermi - come Hummels, si scriveva poco sopra - reti in qualche modo casuali ma dal tempismo perfetto - la prima, dell'ex difensore del Milan - e clamorose per potenza e capacità d'esecuzione - la seconda, una punizione che lascia ammirati e a bocca aperta tutti quelli che amano il calcio -.
A poco serve il tardivo richiamo alla carica dello stesso Rodriguez su rigore, per i Cafeteros, che a mio parere tornano a casa colpevolmente dopo aver giocato un primo tempo assolutamente al di sotto delle loro possibilità, frenati dalla doccia fredda di Thiago Silva e da una presunzione di fondo che li ha visti godersi un pò troppo il ruolo di quasi favoriti ed il tifo che, probabilmente, tutto il mondo faceva sperando di vederli addirittura vittoriosi al Mondiale - me compreso -.
La verità, però, è che questa rassegna - equilibratissima e soprendente, decisamente più bella ed intensa sia di quella del duemiladieci che, malgrado la nostrana vittoria, del duemilasei - ha finito per illudere tutti i sognatori grazie alle prestazioni strepitose di squadre come la Colombia, l'Algeria, il Costa Rica, il Belgio, la Svizzera, per poi voltare le spalle alla meraviglia sul più bello, finendo per garantire una semifinale che è quanto di più classico e già visto si possa immaginare: Brasile contro Germania.
Se non altro, come avevo predetto e sperato Neymar finisce la partita in lacrime.
Peccato solo che non sia per questioni sportive, ma a seguito di un infortunio.
Razionalmente, spero non sia nulla di grave e che possa giocare la semifinale - che mi vedrà tifare spudoratamente per i tedeschi -: emotivamente, spero che sia presente per poter di nuovo piangere come un bambino dopo che i panzer di Loew avranno asfaltato i sogni del popolo verdeoro come la kermesse iridata pare continuare a voler fare con i miei.



MrFord




mercoledì 25 giugno 2014

Italia - Uruguay

La trama (con parole mie): oggi è finito ingloriosamente il Mondiale dell'Italia, eliminata per la seconda edizione consecutiva dalla rassegna iridata nei gironi di qualificazione.
Non accadeva dagli anni sessanta.
Nonostante io stesso nutrissi speranze quantomeno di passare il turno, non restano dubbi: questa Nazionale è lo specchio di un Paese che, da troppo tempo, non offre davvero più nulla per cui valga la pena credere.
Peccato davvero.
Questo, però, non pregiudicherà la mia voglia di continuare a seguire un Campionato del mondo che è una continua sorpresa. E lo dimostra il tabellone degli ottavi, da una parte e dall'altra, che porterà alle prime semifinaliste.









Pensavo che, con Italia - Costarica, si fosse toccato il fondo rispetto alla qualità che poteva offrire una partita di calcio, Azzurri presenti o no. E invece i nostri, ben accompagnati dai colleghi dell'Uruguay - che non hanno prodotto niente di meglio - sono riusciti a fornire uno degli spettacoli calcistici più brutti che si potessero ricordare, lontano anni luce da quella che doveva essere una lotta all'ultimo minuto per un match da dentro o fuori.
Ieri sera, guardando Brasile - Camerun, una praticamente già qualificata e l'altra aritmeticamente a casa, mi sono esaltato molto di più.
Figurarsi.
E ci saranno le polemiche - in effetti, il rosso a Marchisio è fantascienza -, il caldo, le scuse, le accuse - principalmente a Prandelli, che mi starà pure simpatico, ma pare non averne azzeccata quasi nessuna, in questa fallimentare e a quanto pare sua ultima esperienza come ct - e chi più ne ha, più ne metta, ma la cosa peggiore è che si è trattata di una partita semplicemente scarsa. Scarsissima.
Quattro anni fa, quando l'eliminazione giunse con una sconfitta alla terza gara del girone eliminatorio, scrissi che ero felice di poter essere un tifoso di calcio per la tensione e l'emozione accumulata negli ultimi minuti, malgrado la Nazionale avesse inesorabilmente deluso.
In questo caso non c'è stato neppure questo.
Tanto sarebbe valso schierare Paletta.
E magari, allora, ci saremmo anche divertiti.









Buffon ha fatto quello che ha potuto, mettendo la mano per rimediare a quelle poche - ma limpide - occasioni costruite dall'Uruguay.
Bonucci, all'esordio, si è portato a casa la pagnotta, ma in fondo poco importava.
Stesso discorso per Barzagli, che comunque si conferma assolutamente troppo lento per essere un difensore di livello - vedasi gente come David Luiz -.
Chiellini alza leggermente il voto delle prestazioni - scarse - precedenti mostrando quantomeno la volontà di gettare il cuore oltre l'ostacolo, finendo in attacco più spesso di alcuni suoi compagni che quello dovrebbero fare per contratto.
D'Artagnan, invece, dalla speranza di essere il Grosso di questo Mondiale è passato all'essere piccolo. Troppo piccolo.
Marchisio c'ha provato. Ma non è andata troppo bene.
Verratti, l'unico a produrre qualcosa degno di nota nel secondo tempo, è uscito per crampi, o chissà per quale altro motivo. Ed io mi chiedo: a venti e poco più anni, con un'occasione di questo genere tra i piedi, ma sul serio abbandoni il campo come se niente fosse?
Chi, ad ogni modo, pensava che il ragazzo potesse diventare il nuovo Pirlo, si sbaglia di grosso. Alla sua età, il glaciale Andrea - senza stare a citare gente come Del Piero o l'inarrivabile Baggio - era già in grado di prendere per mano la squadra e cambiare le partite.
Al posto di Verratti è entrato, a secondo tempo inoltrato, Thiago Motta.
E la domanda sorge spontanea: Prandelli, il tuo pusher è Walter White!?
Pirlo, probabilmente, aveva già capito al primo minuto della sfida con il Costarica cosa sarebbe accaduto. Pare il capitano di una nave che affonda.
De Sciglio è un ragazzino. Bravino, per carità. Ma non lo spaccino per il nuovo Tassotti, o Maldini. Perchè sta proprio su un altro pianeta.
Immobile. Di nome e di fatto. Quello che doveva essere il salvatore della patria è diventato un incubo su gambe. Spero che la dirigenza e l'allenatore del Borussia Dortmund non abbiano visto la partita, altrimenti c'è il rischio che lo rispediscano a Torino per direttissima.
Senza contare che il simpatico Ciro ha deciso, imitando Verratti, di lasciare anzitempo il campo distrutto dai crampi. Gli è subentrato Cassano. Ora, mi sono ripromesso di non fare polemiche da italiano medio, ma davvero il barese imbullonato al terreno come un omino del Subbuteo con i piedi nel cemento e dall'autonomia di due/tre minuti scarsi era preferibile a Giuseppe Rossi, giudicato non pronto e troppo fragile?
Balotelli. L'avevo già detto. Mario non è un fenomeno. E', come giustamente afferma Julez, una specie di Vieri di serie b. Se, poi, palle non ne arrivano, tanti saluti e baci.
Ad ogni modo ho trovato assolutamente assurdo privarci dell'unico attaccante di peso alla fine del primo tempo per mettere in campo il pur volenteroso ed alcolico Barolo, che non è un giocatore in grado di prendere per mano una squadra e condurla alla vittoria.









Tant'è. Usciamo meritatamente, risparmiandoci comunque la figuraccia che avremmo rimediato agli ottavi di finale contro una Colombia in grande spolvero, che passa il turno accanto ad una Grecia risorta dopo un primo turno che la dava per spacciata.
Il contrario di quanto accaduto a noi, passati dai tweet ironici all'indirizzo degli inglesi e dalle grandi speranze di vittoria al ritorno a casa a capo chino, piegati da un Uruguay certo non irresistibile, che pare avere adottato lo stile furbetto e molto europeo del Brasile, solo con molta meno classe.
Un peccato, perchè da tifosi si spera sempre nel meglio.
D'altra parte, però, è forse giunto il momento che qualcosa cambi, qui nella Terra dei cachi, che si parli di calcio, politica, situazione economica o sociale.
Non siamo, infatti, neppure più il Paese della Resistenza all'ultimo respiro - che ci ha portato in cima al mondo nel duemilasei, Mondiale vinto con grandi meriti di una difesa strenua e quasi imbattibile, e di un attacco cinico e senza troppi fronzoli -, del catenaccio e del contropiede, degli urli a squarciagola di gioia incontenibile.
Siamo una Nazione mediocre, rappresentata da giocatori mediocri.
E, cosa ancora peggiore, priva del carattere necessario per poter alzare la testa.







Restano due possibilità, davanti a noi: rimboccarci tutti le maniche e ripartire da zero - e badate, il calcio è solo una metafora - con pazienza e perseveranza, o guardare altrove, e andarsene via.
Un pò come Graziano Pellè, che dopo una serie di infruttuose esperienze tra Serie A e B, da qualche anno milita nel Feyenord, in Olanda, dove in sessantaquattro presenze ha realizzato cinquantaquattro gol. Ora, qualcuno probabilmente dirà che il campionato nella patria dei tulipani vale sicuramente meno del nostro, eppure loro veleggiano felici verso la fase finale dei Mondiali con punteggio pieno e partite spettacolari, mentre noi torniamo a casa dopo un girone al limite del disastroso.
Le scelte, spesso e volentieri, influenzano la vita.
E da viaggiatore, assolutamente non patriottico e casinista quale sono, devo dire che mi dispiace dover sperare di poterne fare al di fuori di questi confini, o che le possa - o peggio, debba - fare mio figlio. Perchè è una sconfitta anche nostra.







Continua, debacle nostrane a parte, il sorprendente Mondiale carioca, che ora  - e dopo le partite di questa sera - vede da un lato del tabellone Brasile - Cile e Colombia - Uruguay e dall'altro Olanda - Messico e Costa Rica - Grecia. Tolti i grandi nomi dei verdeoro e degli orange, probabilmente nessuno, alla vigilia, si sarebbe aspettato degli accoppiamenti di questo genere.
Sulla carta, dunque, Brasile e Olanda potrebbero essere due delle quattro semifinaliste del torneo.
Ma voglio sperare che possa non essere tutto così scontato, e che le sorprese continuino ad imperversare in questa Coppa del mondo assolutamente ed incondizionatamente globalizzata.
Con buona pace del calcio vecchia maniera.



MrFord




sabato 21 giugno 2014

Italia - Costarica

La trama (con parole mie): noi della Terra dei cachi non sappiamo proprio farci mancare niente, in termini di sofferenza calcistica - e non solo, ma questa è un'altra storia -.
Così, dopo l'infausto risultato di ieri sera che ha riaperto i giochi per l'Uruguay, abbiamo deciso di renderla ancora più difficile disputando una delle peggiori partite che la Nazionale di Prandelli abbia mai giocato e tornando a capo chino negli spogliatoi dopo essere stati battuti dal Costarica, che doveva essere la squadra materasso del girone e si è rivelata una sorpresona.
Da un lato, è anche meglio così.
Dall'altro, martedì contro l'Uruguay saranno cazzi da cagare, e dovremo giocarci il Mondiale come se fossimo già alla fase di eliminazione diretta.











Onestamente, alla notizia dell'assenza di Paletta in campo, pensavo anch'io che la partita contro il sorprendente Costarica si sarebbe rivelata una sorta di rilassante discesa dopo la tensione accumulata con gli inglesi: evidentemente, però, i nostri cari Azzurri sanno soltanto soffrire, sfoderando ottime prestazioni con avversari sulla carta di livello e sottovalutando clamorosamente le squadre non "di cartello" - in questo senso, dovremo fare attenzione all'eventuale incrocio con la Colombia agli eventuali ottavi di finale -.
La partita di oggi - anche se, tecnicamente, si parla di ieri pomeriggio - è stata una delle più brutte del Mondiale - battuta, probabilmente, solo dai pareggi di Nigeria e Iran nel primo turno e da quello più recente di Giappone e Grecia -, mal giocata - dall'Italia -, mai decollata, mai davvero emozionante.
Nonostante, infatti, un paio di fiammate da una parte e dall'altra, l'impressione è stata quella del tipico match di fine stagione, quando tutti i giochi sono fatti e resta giusto da onorare in qualche modo il campo: ora, non so se i Nostri pensassero che in Costarica non si sapesse neppure cos'è un pallone da calcio, ma la squadra che aveva - seppur con difficoltà - domato l'Inghilterra è apparsa immobile - anche se, alla fine, il buon Ciro è rimasto in panca - e priva di carattere e mordente.
Buffon, al rientro, non ha certo fatto gridare al miracolo, e quasi quasi mi ha fatto rimpiangere il buon Sirigu, che probabilmente ha molta più fame del Capitano.
La difesa - malgrado l'assenza del già citato Paletta - non è pervenuta: l'Abate di Natale, essendo stato piantato fuori stagione e in un clima che non gli è congeniale, deve aver toccato due palloni in croce, Chiellini e Barzagli hanno avuto il fiato corto per tutto il match, mentre D'Artagnan, ancora una volta, è stato l'unico a far vedere perlomeno una certa volontà.








Nel centro del campo abbiamo, purtroppo, perso la partita.
Marchisio, visibilmente appannato, non è stato all'altezza del primo match.
Pirlo, per quanto sia sempre Pirlo, era in una delle sue giornate in cui costa troppo fare il fenomeno.
Capitolo De Rossi: vedasi Marchisio.
Cadrega, il migliore degli Azzurri contro gli anglosassoni, ha tenuto fede al suo nuovo nome.
Ed è rimasto sotto il tavolo.
E poi c'è stato Thiago Motta.
Onestamente, ad un certo punto, dopo essermi chiesto se fosse in campo oppure no, ho creduto che Paletta avesse sfruttato un trucco in stile Diabolik per sostituirsi al centrocampista del Paris Saint Germain. O che i nostri naturalizzati di origine sudamericana avessero deciso di complottare per minare le già non troppo clamorose possibilità dell'Italia di proseguire nel suo cammino.
Comunque, complimenti: perchè il sempre attivo Thiago è il primo morto vivente a partecipare ad un Mondiale.
Nel corso della ripresa Prandelli prova a salvare il salvabile, gettando nella mischia Cassano - inutile quanto la sua convocazione: onestamente avrei preferito Giuseppe Rossi, o Destro, o Toni, o Gilardino, senza contare che, nel corso del secondo tempo, pensavo al fatto che Roberto Baggio oggi, cinquantenne, sarebbe riuscito a risultare più decisivo di Fantantonio, in campo -, Insigne - che verrà ricordato più per aver messo in mostra i tatuaggi togliendosi la maglietta prima di entrare in campo che per altro - e Cerci - volenteroso, ma poco utile -.
Per chiudere, proprio lui, always him, Mario Balotelli: in tutta onestà, io non riesco a farmelo stare antipatico, o dargli contro.
Che sia un cazzone è indubbio, ma chi non lo sarebbe a neppure venticinque anni con tutti quei soldi e quel successo?
Allo stesso tempo, però, mi pare abbia testa, e l'abbia avuta anche quando non si definì, pur se provocatoriamente, un fuoriclasse: non stiamo, infatti, parlando di Van Basten, il già citato Baggio, o chissà chi altro. Parliamo di un attaccante dalla grande forza fisica e dai discreti attributi tecnici.
Eppure, se allo stesso tagliamo i rifornimenti, difficilmente si arriverà da qualche parte.
Mi viene in mente Ibrahimovic, probabilmente quello che, nello stesso ruolo di SuperMario, è il migliore al mondo, per come stanno le cose oggi: si può essere un cannoniere incredibile, avere la dinamite nel destro, nel sinistro, in testa.
Eppure, quando manca la scintilla, tutto tace.
La scintilla non ce l'hanno tutti. Anzi, pochissimi sono così fortunati.
A questa Nazionale la scintilla manca.
Ma, del resto, lo sapevamo già.
Ma mancava anche nel 2006, e sappiamo bene come è finita.
Dunque, qui al Saloon si continua a sperare, confidando nel fatto che con l'Uruguay potremmo anche tirare fuori i cosiddetti stimolati da un avversario più prestigioso - principio sbagliato, ma se utile, perchè non sfruttarlo? - e che, comunque, non fosse altro che per la sofferenza, almeno gli ottavi, noi che siamo qui a tifare, li meritiamo eccome.
Se, poi, Paletta e Panettone Motta non dovessero essere in campo, tanto di guadagnato.




MrFord



P. S. Nel frattempo, stasera, la Francia ha silurato la Svizzera cinque a due.
Pare uno spettacolo, ma ho come l'impressione che appena i Bleus incontreranno qualcuno di serio, le cose saranno decisamente diverse.



giovedì 19 giugno 2014

Saloon Mundial: Roja matada

La trama (con parole mie): avevo predetto ieri che questa sarebbe stata una giornata di verdetti, ma non mi aspettavo in modo così clamoroso. In barba a quanto sembrava dopo la partita inaugurale, infatti, questo pare sempre più il Mondiale degli outsiders: la Spagna, costretta a giocarsi il tutto e per tutto contro il Cile, ha fallito clamorosamente la sua occasione.
Il resto, dunque, pare essere passato tutto in secondo piano: e se per Russia - Corea del Sud poteva starci, è un peccato per la bellissima partita che è stata Olanda - Australia.
Ma tant'è. Qui al Saloon siamo comunque contenti così.









Ieri notte, più o meno a questa stessa ora, ha esordito al Mondiale la Russia guidata da Fabio Capello, che non solo dovrebbe farsi pubblicità - in fondo, nel 2018 i Campionati del mondo di calcio si svolgeranno proprio nella patria degli zar -, ma che sulla carta era considerata come una delle potenziali sorprese della kermesse iridata.
Il risultato è stato una partita al limite del pessimo che ha visto i cosacchi di Don Fabio correre ai ripari e salvarsi per il rotto della cuffia a seguito di una papera clamorosa del loro portiere che aveva apparentemente spianato la strada ad una Corea che non è neppure lontanamente quella che una dozzina d'anni fa - e poco importarono gli aiuti arbitrali - arrivò in semifinale.
Secondo pareggio del Mondiale e serio candidato al match più brutto della rassegna.






La seconda partita della giornata, invece, è stata decisamente più interessante: l'Olanda che, una settimana fa, ha pettinato la Spagna come si conviene ha avuto vita durissima contro la "mia" Australia, che seppur destinata a tornare in patria è uscita a testa altissima dal confronto con i vice Campioni del mondo. Gol spettacolari, ribaltamenti di fronte e risultato, tensione fino all'ultimo minuto: dovrebbe essere sempre così.
Occorre però ammettere che, nonostante l'approccio funambolico ed i quintali di gol messi a segno finora, gli Orange non paiono comunque invincibili, e potrebbero avere vita non facile se messi a confronto con formazioni più toste ed arcigne come la Germania o il Cile.






E proprio parlando di Cile, giungiamo al piatto forte della serata: la spocchiosa Spagna, vincitrice degli Europei del 2008 e 2012 - e noi lo sappiamo bene - e degli ultimi Mondiali, esce a testa bassissima dopo aver incassato due pere sonore anche nella sua seconda partita dopo le cinque della prima.
Complimenti a Vidal e compagni, che appaiono arrabbiati e grintosi quanto basta per poter sperare di avanzare almeno fino ai quarti - anche se, con ogni probabilità, agli ottavi dovranno vedersela con il Brasile -, e grande delusione per Casillas e soci: un peccato, perchè la Roja era una grande squadra venuta dalle profondità del mondo degli outsiders, passionale e sfrenata, rovinata irrimediabilmente dal suo stesso infighettamento e dalla fame ormai nulla di vittorie.
Per la prima volta, dunque, la squadra Campione del mondo esce matematicamente dopo due sole partite su tre, conferma di una regola non scritta dei Mondiali che, almeno nella Storia recente, hanno visto le vincitrici dell'edizione precedente deludere alla grande al loro ritorno in competizione - la Francia nel 2002, eliminata all'ultima partita del girone, il Brasile nel 2006, fuori agli ottavi, l'Italia nel 2010, pronta ad imitare i cugini transalpini -.
Probabilmente non paga la scelta dei ct di puntare troppo sull'ossatura dei vincitori passati: evidentemente arrivare sul tetto del mondo - sogno, probabilmente, di ogni calciatore - soddisfa più di quanto non si possa pensare.
Al contrario, qui al Saloon si festeggia quello che, finora, è un Campionato del mondo quasi esclusivamente incentrato sulle sorprese: speriamo che si possa continuare così.



MrFord



P. S. Nel frattempo continuano gli aggiornamenti sulle partite in corso in notturna. Al momento la Croazia è in vantaggio sul Camerun, ridotto in dieci uomini. Se continua così, Mandzukic e compagni potranno giocarsi il tutto per tutto contro il Messico nell'ultima partita del girone.




venerdì 28 marzo 2014

Spiders 3D

Regia: Tibor Takacs
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 89'





La trama (con parole mie): una stazione spaziale legata all'ex Unione sovietica in orbita attorno alla Terra, colpita da un meteorite, viene distrutta. Una delle sue parti, sopravvissuta all'impatto e al contatto con l'atmosfera, finisce per precipitare su New York, bloccando il traffico della rete metropolitana e portando in dono un ragno modificato a seguito di una scoperta che l'ex governo URSS fece nel Caucaso, legata a creature aliene parassite cui paiono resistere soltanto gli aracnidi.
Iniziata la riproduzione nei sotterranei della Grande Mela, i ragni cominceranno a preparare il nido per la loro regina, in barba all'esercito che spera di poterli controllare e alle misure di sicurezza prese per l'occasione: sarà la famiglia di Jason Cole, sovrintendente della sicurezza dei trasporti urbani, a rimettere le cose a posto come in ogni buon, vecchio film USA.








Sono molto, molto, molto deluso.
Davvero.
Ai tempi dell'uscita in sala - che poi, sarà davvero stato distribuito in qualche circolo anche solo di provincia!?  - nutrivo davvero grandi aspettative rispetto a questo Spiders 3D, nonostante il suddetto 3D sia uno dei deterrenti maggiori quando si tratta di decidere oppure no se concedere una visione qui al Saloon: in un modo o nell'altro, mi aspettavo l'erede duemilaquattordici, indiscusso ed indiscutibile, di Sharknado, vera e propria meraviglia trash che la scorsa estate ha finito per essere una clamorosa rivelazione, un colpo di genio che illuminò la sera dell'otto agosto in quel di Viareggio, diventando un must assoluto che appena possibile farà fieramente parte della mia videoteca personale.
Magari addirittura in bluray.
E invece all'opera da zero in grafico Pritchard firmata da Tibor Takacs accade la cosa peggiore che possa verificarsi in questi casi: non si ride neanche per sbaglio, neppure per i clamorosi errori di regia, sceneggiatura e messa in scena, non si prendono per il culo gli attori - tra le altre cose, Patrick Muldoon deve essere abbonato agli insettoni, considerati i suoi trascorsi nel mitico Starship Troopers di Verhoeven -, non si ha la percezione giocosa - o sconvolgente, a seconda di quello che potete provare rispetto agli aracnidi - dei ragni a prescindere dalle loro dimensioni, o quella della meraviglia che soltanto le opere geniali "al contrario" riescono a regalare.
Non ho idea se l'origine di questo clamoroso fallimento sia da ricercare nella volontà di puntare sulla componente in pieno stile complotto degli autori, sulla seriosità dell'approccio o la totale mancanza di ironia anche involontaria - che, purtroppo per lo spettatore, sfocia spesso e volentieri nella noia mortale -, ma di fatto Spiders manca il bersaglio grosso centrato dal già citato Sharknado finendo per apparire come uno di quegli horror che si prendono troppo sul serio e, di norma, incassano il doppio - se va bene - delle bottigliate che meriterebbero proprio a causa della loro spocchiosità.
Dunque la speranza del sottoscritto di raccomandare a tutti i viaggiatori della Frontiera una visione di questo film quasi fosse una garanzia assoluta di meraviglia - per quanto distorta potesse essere la stessa - ha finito per tramontare già nei primi dieci minuti in pieno stile Pelham 123 rivisitato in chiave sci-fi di serie molto, molto infima: di consueto una delusione di questo genere meriterebbe le peggiori bottigliate, ma purtroppo per voi - e per il vecchio cowboy che se l'è dovuto sorbire - il lavoro di Takacs non merita neppure quelle, bensì la gradazione alcolica più bassa che il Saloon possa rimediare.
Un filmaccio pessimo neppure degno di essere associato alle grandi perle del trash di genere e non solo, destinato ad essere dimenticato, per nulla sconvolgente - sotto qualsiasi punto di vista - e più simile alle schifezzine da seconda serata - o terza, o del livello delle fiction pomeridiane - che non a qualche guizzo che potrebbe essere definito unico ed inimitabile uscito dall'oceano delle produzioni minori.




MrFord




"Sorry I'm not home right now
I'm walking in the spiderwebs
so leave a message
and I'll call you back
a likely story
but leave a message
and I'll call you back."
No Doubt - "Spiderwebs" - 





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