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lunedì 14 maggio 2018

La casa di carta - Stagione 1 (Netflix, Spagna, 2017)





Quando ero piccolo e mio padre mi portava a dormire, la sera, c'erano due possibilità che si prospettavano come "favola della buonanotte": la prima era la versione ridotta - per ovvie questioni di tempo - dell'Odissea, che culminava - anche se non ci arrivavo praticamente mai - con la storia dello scontro tra Ulisse e Polifemo, la seconda un ninna nanna particolare, probabilmente legata al passato di mio nonno, Bella ciao.
Se escludo le sigle dei cartoni animati o i classici di natale imparate all'asilo e a scuola, credo sia stata la prima canzone che imparai a memoria: ai tempi mi colpiva tantissimo l'idea di questo "partigiano" - che non sapevo cosa fosse esattamente - che decideva di combattere il nemico ben sapendo che poteva morire, ma che in caso l'avrebbe fatto per la libertà e per chi sarebbe venuto dopo di lui.
Un'altra cosa che ha finito sempre per affascinarmi è il confine sottile che esiste tra Ordine e Resistenza, intesi come concetti filosofici più che burocratici o legali, un pò come quello che differenzia chi vive per lavorare e chi lavora per vivere, o chi preferisce il denaro o la libertà.
Del resto i confini, le barricate, le leggi sono tutte linee immaginarie create e poste da noi uomini, che in Natura non avrebbero senso senza la nostra geografia sociale: non a caso, spesso e volentieri, sono i fuorilegge ad affascinarmi, o quegli stronzi che, per dirla come Johnny Cash, paiono vivere per il concetto di "walk the line".
Ho ritrovato entrambe in una serie giunta al Saloon grazie al tam tam della rete, non perfetta ma avvincente e tesa come una corda di violino, piena di sorprese ed apparentemente uscita dalla parte bella degli anni novanta, quelli di Tarantino e de I soliti sospetti, e le ho ritrovate in particolare in due sequenze che hanno rievocato proprio quei concetti: la prima è il ballo che i rapinatori e sequestratori addestrati e guidati dal misterioso Professore - personaggio fantastico interpretato benissimo da Alvaro Morte - improvvisano al primo, vero segnale di possibile riuscita della loro impresa, liberatorio e travolgente, sulle note di Bella ciao; la seconda, sulle stesse note cantate dal Professore e dal suo braccio destro Berlino la notte prima dell'assalto alla Zecca di stato, alternata con un ottimo montaggio al possibile fallimento.
In quei momenti, che si tratti del bambino in me che ascoltava ed imparava quel canto o ammirava quel vecchio bastardo di Ulisse, non ho potuto pensare altro che se fossi stato il personaggio di un film, o di una serie, sarei senza dubbio stato uno di loro.
Perchè Bene e Male sono concetti relativi, anch'essi condizionati dalle convenzioni e dal sistema, e nel corso di questa cavalcata mi sono ritrovato a sorridere amaramente al pensiero che charachters come "Arturito", direttore della Zecca, possano considerarsi "i buoni", quando semplicemente si tratta di vigliacchi senza morale con il solo vantaggio di avere troppa paura per superare certi confini, e in situazioni estreme l'umanità o la crudeltà che portiamo dentro definiscono senza dubbio più di quanto non possa fare qualcosa inventato ad uso e consumo della Società.
Non voglio che tutto questo sia una sorta di idealistico quanto irrealistico sfogo contro la società da pseudo ribelle istituzionalizzato, ma l'elogio di un'opera che porta in scena un'umanità dirompente, passionale, caliente - per usare un termine spagnolo -, che anche nelle piccole cose - i messaggi vocali lasciati da Anjel a Raquel in segreteria, che passano dall'amore alla rabbia - rende benissimo tutta la gamma di sentimenti che possiamo provare, vivere, e che abbiamo il dovere, da qualunque parte ci si trovi del confine invisibile, di difendere.
Perchè quello che viviamo, a prescindere dalla carta in torno, è carne e sangue, e gioia, e voglia di riscatto o di rivalsa o di rivolta, è cattiveria, è generosità, spensieratezza, vigliaccheria, coraggio, follia, qualsiasi cosa possa mettervi i brividi possiate immaginare.
E La casa di carta mette i brividi.
Un pò come quando, da piccolo, ascoltavo Bella ciao prima di dormire e sognavo di essere partigiano.



MrFord




 

mercoledì 10 gennaio 2018

Ferdinand (Carlos Saldanha, USA, 2017, 108')



E' tradizione delle Festività che in sala, oltre ai Cinepanettoni, giungano proposte forti - almeno sulla carta - anche per il Cinema d'animazione, pronte a sfruttare l'onda lunga delle vacanze per portare intere famiglie a condividere l'esperienza del grande schermo.
Con la tempesta che è stata il meraviglioso Coco targato Pixar anche i Ford sono entrati felicemente a far parte della tradizione - ripercorrendo le tracce di Oceania lo scorso anno -, godendosi il piacere di poter condividere una visione a quattro che potesse coinvolgere tutti i membri della famiglia allo stesso modo, replicando con il nuovo nato del Blu Sky Studio, padre di divertissement molto amati dai Fordini come i due Rio: Ferdinand.
E' assolutamente logico e giusto sottolineare fin da subito che gli standard Pixar e del già citato Coco sono lontanissimi sia in termini di tecnica che di portata emotiva dell'intera operazione, e che la storia di questo toro amante dei fiori e pronto a divenire una sorta di pacifista anti-corrida sia principalmente un piacevole intrattenimento che non inventa nulla da nessun punto di vista e percorre la strada sicura tracciata fin dall'alba della settima arte proprio dai prodotti Disney, con il protagonista messo di fronte a prove che, come è giusto in questi casi che sia, vengono superate nel nome dell'amore e di un pò di buonismo, eppure la visione scorre senza intoppi, risulta piacevole - anche se a tratti forse troppo tirata per le lunghe - e permette a grandi e piccoli di godersi un pomeriggio insieme in gran tranquillità.
Personalmente ho apprezzato molto l'impatto che alcune tematiche hanno avuto sul Fordino, curioso di capire il perchè di uno spettacolo come la corrida all'interno del quale si fa del male ad un animale o al significato della parola "mattatoio" - una cosa che mette più in difficoltà noi genitori, ovviamente - così come il pensiero che un grande fan - quantomeno idealmente, a seguito di letture che hanno posto le basi della mia formazione letteraria - della corrida come istituzione come il sottoscritto si sia ritrovato a ritrattare molte delle posizioni che aveva saldamente difeso in passato, ancora toccato da letture come Sangue e arena o Alle cinque della sera.
Riflessioni, dunque, non di poco conto anche e soprattutto se rapportate ad una pellicola in cui anche quello che pare finire male non finisce male - neppure lontanamente -, per la maggior parte della sua durata virata alla commedia d'avventura e legata a doppio filo a siparietti musicali apparentemente divertenti che in realtà si rivelano i momenti più deboli dell'intera produzione - come la gara di ballo tra i cavalli e i tori dell'allevamento, decisamente inutile all'economia del racconto -.
Nel complesso, dunque, il lavoro di Saldanha risulta piacevole ma anche senza infamia e senza lode, a conferma che il regista abbia tirato fuori il meglio con il suo esordio - il primo episodio del fortunato L'era glaciale - prima di uniformarsi a quello che ci si aspetta da una produzione standard per i blockbuster d'animazione: certo, riscoprire alcuni luoghi che ho visitato ed amato in Spagna - come Madrid e la stazione di Atocha o Ronda, in Andalusia - è sempre piacevole ed offre ulteriori spunti per racconti e spiegazioni ai più piccoli della tribù, ma i livelli di titoli davvero destinati a fare la storia dei, buoni, vecchi, cartoni animati sono davvero altri.
Ferdinand è buono, simpatico e forse anche un adulto lo vorrebbe come animale domestico, per quanto fuori taglia.
Ma riuscire a toccare il cuore come tradizione magica del Cinema in questi casi quasi impone, è tutta un'altra storia.



MrFord



martedì 28 giugno 2016

Euro 2016: ottavi di finale - Parte III


Se dovessi parlare pensando da tifoso ed appassionato di calcio, quella di ieri potrebbe essere tranquillamente annoverata come una delle giornate migliori che potessi sperare di vivere.
Di fronte avevo gli ultimi due ottavi di finale dell'Europeo, Italia-Spagna ed Inghilterra-Islanda.
In entrambi i casi, le mie favorite partivano da outsiders.
L'Italia - che è giunta in Francia per questa competizione con una delle selezioni che ho meno amato nella vita ed un allenatore che non ho mai sopportato fin dai tempi in cui era solo un calciatore - e l'Islanda, vera e propria sorpresa del torneo, avrebbero dovuto realizzare due vere e proprie imprese, e le probabilità che entrambe riuscissero nell'intento erano davvero scarse.
Eppure, eccoci qui.
Personalmente, e nonostante i dubbi della vigilia, nutrivo diverse speranze per gli Azzurri opposti alla Roja, ormai incanalata nell'inevitabile parabola discendente di qualsiasi squadra di successo clamoroso come lo sono stati gli uomini di Del Bosque tra il duemilaotto ed il duemiladodici, che quattro anni fa ci annientò in una finale a senso unico.
Di fatto, la partita di ieri ha mostrato una verità anche cinematografica: l'Italia ed i suoi giocatori - allenatore compreso, e fatta eccezione solo per un elemento, lo scarpone insignito del numero dieci Thiago Motta, che ci ha graziati facendosi squalificare per il quarto di finale che ci aspetta sabato contro la Germania - avevano gli "occhi della tigre", gli spagnoli no.
Avrei voluto vedere, al gol di Pellè - molto simile a quello che chiuse la pratica con il Belgio un paio di settimane fa - i volti di tutti quei finti alternativi che quattro anni fa tifavano Spagna pur essendo italiani, giusto per il gusto di vederli sbugiardare le loro posizioni.
In casa Ford, in quel momento, si festeggiava con un abbraccio di famiglia ed esultanze scomposte del Fordino - poco conscio, a dire il vero, di quello che stava accadendo - a volume tale da svegliare la Fordina, che da parte sua ancora può contribuire soltanto con qualche "GU!" alla causa.
I ragazzi di Conte, per quanto tecnicamente di molto inferiori alle Furie Rosse, hanno condotto una gara strepitosa anche nei momenti di sofferenza, mostrando un carattere eccezionale, mangiandosi occasioni pazzesche - avrei pestato Eder più del Cannibale, in occasione del gol sbagliato in contropiede - e meritando l'accesso ai quarti di finale.
Da Buffon - bravissimo su Piquè - all'hobbit Giaccherini, tutti hanno dato il loro contributo pensando ed agendo da squadra: una cosa che rende onore al calcio e allo sport.








Allo stesso modo in serata ha rispettato la magia del campo e delle favole l'Islanda, una compagine che pare quasi Daniel LoRusso gettato nell'All Valley Championship in mezzo a tutti i membri del Kobra Kai e che ad oggi ha regalato il sogno più grande ad un popolo che si sta rivelando la mascotte di questo curioso Europeo.
L'Haka vichinga con la quale i giocatori islandesi hanno festeggiato la vittoria - meritata - sull'Inghilterra insieme ai loro tifosi è una delle fotografie più belle di un evento che era iniziato sotto il segno delle minacce dell'Isis e della violenza delle frange più estreme di alcune tifoserie.
Ed è sicuramente più bello così.
Quando, al rigore segnato da Rooney, Julez si è dichiarata dispiaciuta per un gol che avrebbe potuto tagliare le gambe agli islandesi Ragnar e soci hanno subito risposto da guerrieri: loro non mollano.
E mi sa tanto che, ormai, anche gran parte dell'Europa non molla con loro.
Non mi dispiacerebbe, antipatie personali a parte, che superassero la Francia per affrontarli a viso aperto e da combattenti leali in semifinale.
In quel caso, vincere o perdere sarebbe ugualmente un onore.




MrFord







giovedì 23 giugno 2016

Euro 2016: terzo round


E così la fase a gironi di quest'ultimo Europeo di calcio si è conclusa.
Come si diceva in Senza esclusione di colpi, "adesso cominciano gli incontri seri".
Ma prima di analizzare i match che, a partire da sabato, costituiranno gli ottavi di finale ad eliminazione diretta, faccio un passio indietro per ricostruire un pezzo alla volta la situazione che ha chiuso gli otto gironi: si parte dalla Francia, che come era ampiamente prevedibile ha chiuso prima classificata pur non entusiasmando per nulla contro la Svizzera, onestamente seconda.
Tornano a casa l'Albania - che comunque per la prima volta nella sua storia ottiene un successo nel corso della fase finale di una competizione internazionale - e la Romania, una delle presenze più inconsistenti dell'Europeo.
Sorprende invece il Galles, che non solo passa il turno ma lo fa da primo della classe, mettendo dietro le sue spalle la più blasonata Inghilterra e la ripescata come migliore terza Slovacchia: Gareth Bale, per il momento, si rivela l'unica delle grandi stelle del calcio europeo a saper brillare in questa competizione insieme ad Alvaro Morata, che speriamo non rechi un dispiacere ai suoi sostenitori da ormai ex giocatore della Juventus tra qualche giorno.
Nel terzo girone, a parte il prevedibile passaggio del turno di Germania e Polonia, sorprende l'Irlanda del Nord, una delle grandi outsiders della vigilia, come la già citata Slovacchia passata al ripescaggio: i tedeschi, forse i candidati più autorevoli alla vittoria finale, non mi hanno comunque ancora davvero stupito, e resto convinto che, in caso di passo falso o eccessiva confidenza, possano essere battuti.
Con il girone D abbiamo invece avuto una almeno sulla carta amara sorpresa: la Croazia, in forma fisica strepitosa, supera i Campioni d'Europa uscenti della Roja e si piazza prima, spingendo gli spagnoli agli ottavi proprio contro l'Italia, in una rivincita anticipata della finale di quattro anni fa.
Alle loro spalle la Turchia ha tentato l'impresa di agguantare il ripescaggio battendo un'inutile Repubblica Ceca, non riuscendo nel miracolo. Ma non avrebbe fatto strada comunque.
L'Italia, invece, dopo la sorprendente prova contro il Belgio e la meno convincente ma solida opposta alla Svezia, infarcita di seconde linee - non me ne voglia Conte, che ha più volte dichiarato che la squadra è composta da ventitre elementi -, poco motivata e simile alla peggiore Nazionale possibile - quella che, del resto, mi aspettavo per questi Europei - ha ceduto all'Irlanda, pronta così ad agguantare l'ultimo treno per gli ottavi di finale mentre il Belgio rialzava la testa superando la Svezia.
Europeo da dimenticare per Ibrahimovic, e molti dubbi tornati a galla per gli Azzurri.
Le sorprese più grandi, però, giungono dal girone F: non solo il Portogallo di Cristiano Ronaldo agguanta alla disperata una qualificazione come ripescata, ma le prime due classificate sono risultate Ungheria e Islanda, probabilmente tra le meno quotate squadre della vigilia.
Felicissimo per entrambe, che finiranno per essere le mascotte del sottoscritto nei prossimi giorni.








La situazione per gli imminenti ottavi di finale - che inizieranno questo sabato -, dunque, è la seguente: da un lato del tabellone si sfideranno Svizzera e Polonia - partita incerta ed interessante, simpatizzerò per la prima ma non disdegnerei il passaggio della seconda -, Croazia e Portogallo - sfida potenzialmente spettacolare, con i croati secondo me non solo favoriti, ma potenziali finalisti da questo lato della griglia dell'Europeo -, Galles e Irlanda del Nord - sfida tutta anglosassone, io sarò con Bale e soci anche per solidarietà con il mio compare Steve, che vanta origini proprio gallesi - e tra Ungheria e Belgio - nonostante i Diavoli rossi mi siano sempre piaciuti, il sostegno fordiano andrà tutto per tutone Kiraly e compagni -; dall'altro, invece, troveremo tutte le squadre più blasonate del continente: Germania e Slovacchia - i primi sono favoritissimi, ma non devono sottovalutare troppo la brigata di Hamsik -, Italia e Spagna - che oltre a mettere in scena la rivincita dell'ultima finale dell'Europeo, porteranno sul campo probabilmente la partita più dura tra quelle degli ottavi, nella speranza che gli Azzurri ritrovino la grinta della partita con il Belgio e tengano duro, perchè lo spirito della sfida con l'Irlanda di questa sera non fa presagire nulla di buono -, Francia e Irlanda - inutile dire che starò dalla parte dei figli dell'Isola di smeraldo contro gli odiati cugini d'Oltralpe - e per chiudere Inghilterra e Islanda - ed anche in questo caso, il tifo di casa Ford sarà senza ritegno indirizzato agli uomini del Nord, davvero troppo "Goonies" per non suscitare le mie simpatie -.
"Adesso cominciano gli incontri seri", citavo poco sopra.
Speriamo che, oltre ad esserlo effettivamente, siano anche il più possibile emozionanti.





MrFord

giovedì 19 giugno 2014

Saloon Mundial: Roja matada

La trama (con parole mie): avevo predetto ieri che questa sarebbe stata una giornata di verdetti, ma non mi aspettavo in modo così clamoroso. In barba a quanto sembrava dopo la partita inaugurale, infatti, questo pare sempre più il Mondiale degli outsiders: la Spagna, costretta a giocarsi il tutto e per tutto contro il Cile, ha fallito clamorosamente la sua occasione.
Il resto, dunque, pare essere passato tutto in secondo piano: e se per Russia - Corea del Sud poteva starci, è un peccato per la bellissima partita che è stata Olanda - Australia.
Ma tant'è. Qui al Saloon siamo comunque contenti così.









Ieri notte, più o meno a questa stessa ora, ha esordito al Mondiale la Russia guidata da Fabio Capello, che non solo dovrebbe farsi pubblicità - in fondo, nel 2018 i Campionati del mondo di calcio si svolgeranno proprio nella patria degli zar -, ma che sulla carta era considerata come una delle potenziali sorprese della kermesse iridata.
Il risultato è stato una partita al limite del pessimo che ha visto i cosacchi di Don Fabio correre ai ripari e salvarsi per il rotto della cuffia a seguito di una papera clamorosa del loro portiere che aveva apparentemente spianato la strada ad una Corea che non è neppure lontanamente quella che una dozzina d'anni fa - e poco importarono gli aiuti arbitrali - arrivò in semifinale.
Secondo pareggio del Mondiale e serio candidato al match più brutto della rassegna.






La seconda partita della giornata, invece, è stata decisamente più interessante: l'Olanda che, una settimana fa, ha pettinato la Spagna come si conviene ha avuto vita durissima contro la "mia" Australia, che seppur destinata a tornare in patria è uscita a testa altissima dal confronto con i vice Campioni del mondo. Gol spettacolari, ribaltamenti di fronte e risultato, tensione fino all'ultimo minuto: dovrebbe essere sempre così.
Occorre però ammettere che, nonostante l'approccio funambolico ed i quintali di gol messi a segno finora, gli Orange non paiono comunque invincibili, e potrebbero avere vita non facile se messi a confronto con formazioni più toste ed arcigne come la Germania o il Cile.






E proprio parlando di Cile, giungiamo al piatto forte della serata: la spocchiosa Spagna, vincitrice degli Europei del 2008 e 2012 - e noi lo sappiamo bene - e degli ultimi Mondiali, esce a testa bassissima dopo aver incassato due pere sonore anche nella sua seconda partita dopo le cinque della prima.
Complimenti a Vidal e compagni, che appaiono arrabbiati e grintosi quanto basta per poter sperare di avanzare almeno fino ai quarti - anche se, con ogni probabilità, agli ottavi dovranno vedersela con il Brasile -, e grande delusione per Casillas e soci: un peccato, perchè la Roja era una grande squadra venuta dalle profondità del mondo degli outsiders, passionale e sfrenata, rovinata irrimediabilmente dal suo stesso infighettamento e dalla fame ormai nulla di vittorie.
Per la prima volta, dunque, la squadra Campione del mondo esce matematicamente dopo due sole partite su tre, conferma di una regola non scritta dei Mondiali che, almeno nella Storia recente, hanno visto le vincitrici dell'edizione precedente deludere alla grande al loro ritorno in competizione - la Francia nel 2002, eliminata all'ultima partita del girone, il Brasile nel 2006, fuori agli ottavi, l'Italia nel 2010, pronta ad imitare i cugini transalpini -.
Probabilmente non paga la scelta dei ct di puntare troppo sull'ossatura dei vincitori passati: evidentemente arrivare sul tetto del mondo - sogno, probabilmente, di ogni calciatore - soddisfa più di quanto non si possa pensare.
Al contrario, qui al Saloon si festeggia quello che, finora, è un Campionato del mondo quasi esclusivamente incentrato sulle sorprese: speriamo che si possa continuare così.



MrFord



P. S. Nel frattempo continuano gli aggiornamenti sulle partite in corso in notturna. Al momento la Croazia è in vantaggio sul Camerun, ridotto in dieci uomini. Se continua così, Mandzukic e compagni potranno giocarsi il tutto per tutto contro il Messico nell'ultima partita del girone.




lunedì 2 luglio 2012

Euro 2012 - La finale

La trama (con parole mie): e così i sogni si sono infranti proprio sul più bello. 
Nella finalissima di questo Europeo l'Italia dei miracoli si infrange contro le Furie rosse spagnole, che centrano una storica triplete bissando il successo di quattro anni fa e ribadendo la vittoria ottenuta al Mondiale in Sudafrica.
Una partita che per gli Azzurri non è praticamente mai iniziata, che segna nel modo più amaro la fine di questo torneo ma che resta un punto di partenza importante per rialzarsi e cominciare a lavorare imparando dalla lezione subita.



"Ogni maledetta domenica si vince o si perde: l'importante è vincere o perdere da uomini", gracchia sornione il mitico coach D'Amato in Ogni maledetta domenica.
Ed è così che va, nello sport.
Questo Europeo dei miracoli, iniziato con una compagine azzurra tra le meno amate e supportate del passato recente, divenuto una sorta di metafora della rivalsa del nostro Paese rispetto alla crisi e alla situazione politica continentale, si è chiuso come molti di noi non avrebbero voluto: la sconfitta con la Spagna di Del Bosque - squadra impareggiabile, inutile girarci attorno - è stata netta, pulita, cristallina.
Le Furie rosse hanno dominato una sfida vinta prima di tutto con la testa e l'atteggiamento, mostrando ai nostri la differenza tra una squadra abituata a vincere e traboccante classe ed un gruppo di sognatori che paiono aver fatto il passo più lungo della gamba: si potrebbe parlare di molte cose, dall'esperienza in campo internazionale dei giocatori iberici alla serata no di quelli italiani, dai capelli tagliati di Balotelli allo scellerato cambio Montolivo/Motta - uscito, sfiga vuole, dopo cinque minuti per infortunio lasciando la squadra in dieci e sancendo, di fatto, la fine delle speranze di un'eventuale, remota rimonta -, dagli infortuni alla stanchezza, dal Pirlo ingabbiato al Fabregas indemoniato.
Ma questi sono argomenti da cronaca sportiva alla ricerca della discussione, e poco altro.
La Spagna ha vinto meritatamente.
E alla grande, mostrando ancora una volta di essere, al momento, la squadra più forte del mondo.
Questo, però, non deve sminuire il percorso fatto dai nostri ragazzi, che contro ogni pronostico sono giunti a questa sera e, soprattutto, sono riusciti a farsi voler bene nonostante tutti i loro limiti: in fondo, questa è una nuova Italia fatta di giovani figli di altre culture e latitudini nati e cresciuti accanto a noi, eredità di tutti quelli che saranno i visi degli Azzurri del futuro.
E' una nuova Italia fatta di tamarri senza ritegno, che rispondono mostrando i muscoli senza dire una parola, perchè quello non è propriamente il loro campo.
E' una nuova Italia che continua ad essere segnata dai soliti, vecchi scandali e dalle magagne che fanno parte del suo dna.
Io stesso non sono contento di molte cose del nostro Paese, e spesso e volentieri sono il primo a criticarlo: ma nonostante tutto, questa resterà sempre la mia casa, il posto in cui mi farebbe piacere tornare anche se finissi a stare all'altro capo del mondo - e credetemi, tornerei in Australia oggi stesso -.
E se è il calcio che ci deve unire, per superficiale che sia, ben venga.
Criticare l'unità che mossa per istinto dal pallone mi pare sempre un pò radical chic.
Perchè è vero, questa è la Terra dei cachi, ma è anche la Patria di Giovanni Falcone, Fabrizio De Andrè, Leonardo Da Vinci, Federico Fellini, Roberto Baggio.
E di Mario Balotelli.
E nostra.
E in qualche modo, andando oltre le preferenze calcistiche o personali, le inclinazioni e le aspirazioni, mi sento Mario Balotelli anche io.
Un ragazzo che vorrebbe spaccare il mondo, poi si guarda attorno e vede il suo Paese senza fiducia in lui.
Quanti di noi si sentono in questo modo?
Molti più di quanto non si crederebbe. O si è disposti ad ammettere.
La verità è una sola: siamo tutti Mario Balotelli.
Siamo l'Italia.
Quindi non possiamo che applaudire questi ragazzi per averci regalato l'emozione di Euro 2012, tornare ad alzarci in piedi come De Rossi con il suo ginocchio sbucciato, ricordarci che siamo gente con la scorza dura, che "tiene i cavalli" - come sono solito ribadire -, e andare avanti.
Nell'ultimo numero del suo Capolavoro - quello Slam Dunk che consiglio a tutti, appassionati di fumetti e non -, il mangaka Takehiko Inoue, sfruttando le parole dell'allenatore del liceo Sannoh, uscito perdente al termine di una sfida incredibile, afferma: "La sconfitta che abbiamo subito oggi costruirà la nostra fortuna di domani".
Coraggio, ragazzi.
Tra due anni, al Mondiale carioca, io sarò ancora qui.
E chissà, forse inizierò dicendomi sfiduciato, scriverò criticando un attaccante che non esulta per esortarlo a lasciarsi andare, farò ironia sugli Azzurri e poi mi ritroverò rapito dalle emozioni, e sarò con loro fino all'ultimo minuto. Al triplice fischio.
"Ancora un altro round", diceva sempre il mio caro, vecchio, Rocky Balboa.
Ancora un altro round, ragazzi.
Ancora un altro round, Italia.
In fondo, a Resistere siamo sempre stati bravi.


MrFord


P. S. In tutto questo, complimenti davvero ad una Spagna in grado di giocare una finale perfetta sotto tutti i punti di vista.
Non sarà la squadra con più cuore al mondo, e le vittorie - come spesso accade - l'hanno forse privata di un pò di simpatia, ma di sicuro, in questo momento resta il meglio del calcio mondiale.

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