Quando ero piccolo e mio padre mi portava a dormire, la sera, c'erano due possibilità che si prospettavano come "favola della buonanotte": la prima era la versione ridotta - per ovvie questioni di tempo - dell'Odissea, che culminava - anche se non ci arrivavo praticamente mai - con la storia dello scontro tra Ulisse e Polifemo, la seconda un ninna nanna particolare, probabilmente legata al passato di mio nonno, Bella ciao.
Se escludo le sigle dei cartoni animati o i classici di natale imparate all'asilo e a scuola, credo sia stata la prima canzone che imparai a memoria: ai tempi mi colpiva tantissimo l'idea di questo "partigiano" - che non sapevo cosa fosse esattamente - che decideva di combattere il nemico ben sapendo che poteva morire, ma che in caso l'avrebbe fatto per la libertà e per chi sarebbe venuto dopo di lui.
Un'altra cosa che ha finito sempre per affascinarmi è il confine sottile che esiste tra Ordine e Resistenza, intesi come concetti filosofici più che burocratici o legali, un pò come quello che differenzia chi vive per lavorare e chi lavora per vivere, o chi preferisce il denaro o la libertà.
Del resto i confini, le barricate, le leggi sono tutte linee immaginarie create e poste da noi uomini, che in Natura non avrebbero senso senza la nostra geografia sociale: non a caso, spesso e volentieri, sono i fuorilegge ad affascinarmi, o quegli stronzi che, per dirla come Johnny Cash, paiono vivere per il concetto di "walk the line".
Ho ritrovato entrambe in una serie giunta al Saloon grazie al tam tam della rete, non perfetta ma avvincente e tesa come una corda di violino, piena di sorprese ed apparentemente uscita dalla parte bella degli anni novanta, quelli di Tarantino e de I soliti sospetti, e le ho ritrovate in particolare in due sequenze che hanno rievocato proprio quei concetti: la prima è il ballo che i rapinatori e sequestratori addestrati e guidati dal misterioso Professore - personaggio fantastico interpretato benissimo da Alvaro Morte - improvvisano al primo, vero segnale di possibile riuscita della loro impresa, liberatorio e travolgente, sulle note di Bella ciao; la seconda, sulle stesse note cantate dal Professore e dal suo braccio destro Berlino la notte prima dell'assalto alla Zecca di stato, alternata con un ottimo montaggio al possibile fallimento.
In quei momenti, che si tratti del bambino in me che ascoltava ed imparava quel canto o ammirava quel vecchio bastardo di Ulisse, non ho potuto pensare altro che se fossi stato il personaggio di un film, o di una serie, sarei senza dubbio stato uno di loro.
Perchè Bene e Male sono concetti relativi, anch'essi condizionati dalle convenzioni e dal sistema, e nel corso di questa cavalcata mi sono ritrovato a sorridere amaramente al pensiero che charachters come "Arturito", direttore della Zecca, possano considerarsi "i buoni", quando semplicemente si tratta di vigliacchi senza morale con il solo vantaggio di avere troppa paura per superare certi confini, e in situazioni estreme l'umanità o la crudeltà che portiamo dentro definiscono senza dubbio più di quanto non possa fare qualcosa inventato ad uso e consumo della Società.
Non voglio che tutto questo sia una sorta di idealistico quanto irrealistico sfogo contro la società da pseudo ribelle istituzionalizzato, ma l'elogio di un'opera che porta in scena un'umanità dirompente, passionale, caliente - per usare un termine spagnolo -, che anche nelle piccole cose - i messaggi vocali lasciati da Anjel a Raquel in segreteria, che passano dall'amore alla rabbia - rende benissimo tutta la gamma di sentimenti che possiamo provare, vivere, e che abbiamo il dovere, da qualunque parte ci si trovi del confine invisibile, di difendere.
Perchè quello che viviamo, a prescindere dalla carta in torno, è carne e sangue, e gioia, e voglia di riscatto o di rivalsa o di rivolta, è cattiveria, è generosità, spensieratezza, vigliaccheria, coraggio, follia, qualsiasi cosa possa mettervi i brividi possiate immaginare.
E La casa di carta mette i brividi.
Un pò come quando, da piccolo, ascoltavo Bella ciao prima di dormire e sognavo di essere partigiano.
MrFord














