lunedì 24 luglio 2017

Mommy (Xavier Dolan, Canada, 2014, 139')





Si può dire che Mommy, in un certo senso, rappresentasse in qualche modo la Moby Dick di Dolan, giovanissimo e fenomenale regista incensato dalla critica di tutto il mondo, e la mia come spettatore dei suoi lavori, quando tempo fa ho dato inizio al recupero della sua filmografia in ordine cronologico.
Se, dunque, potevo aver paura in una certa misura di approcciare il suo lavoro al principio, Mommy rappresentava quella stessa paura nella sua versione più mostruosa e titanica, considerato il suo status sin dai tempi dell’uscita in sala ed ai riconoscimenti a Cannes.
Dunque, considerato tutto, devo togliermi questo peso dal cuore: Mommy è un film strepitoso, realizzato con un talento visivo pazzesco, emotivamente d’impatto, come sempre per i lavori del giovane Xavier costruito in modo sublime attorno alla Musica – la scena cult sulle note di Wonderwall, ma anche i passaggi su Colorblind dei Counting Crows o Celine Dion sono da brividi -, destinato a rappresentare uno standard difficilmente superabile dai cineasti delle prossime generazioni, iniziato prendendosi il tempo e chiuso in modo pazzesco, quasi fosse una versione del Nuovo Millennio del fu I 400 colpi.
Eppure, lo ammetto, non è e non sarà il preferito, il film del cuore di Dolan, per quanto mi riguarda.
Forse, il fatto di esserci arrivato un gradino alla volta, ed avendo visto a breve distanza anche i quattro film precedenti del ragazzo, ha tolto in parte l’entusiasmo che una visione così sconvolgente provocherebbe a mente sgombra, senza sapere che Mommy è in realtà il culmine di un percorso iniziato con J'ai tuè ma mere, proseguito con Les amours imaginaires, LawrenceAnyways e Tom a la ferme.
In Mommy tutti i temi cari al regista canadese trovano forma e perfezione – forse perfino troppa -, e così come fu per quello che io considero il Maestro dei Maestri – il signor Kubrick, per intenderci – quello che è oggettivamente il suo film migliore ha finito per segnarmi dentro in misura minore rispetto ad altri meno potenti e perfetti ma più spontanei.
Certo, sto fancendo le pulci a quello che, con ogni probabilità sarà ricordato come uno dei film simbolo di questa seconda decina degli Anni Zero, dall’uso del formato – che potrà apparire un po’ pretenzioso, ma che risulta perfetto se applicato alle emozioni dei personaggi – ad un protagonista sopra le righe, rabbioso e commovente, un “rebel without a cause” che raccoglie il testimone dei Jimmy Dean e lo porta ad un livello ancora più alto, alimentando il fuoco di quello che è uno dei rapporti più complicati e profondi che ognuno di noi vive nel corso dell’intera esistenza: quello con la propria madre.
I conflitti, i momenti d’amore e confidenza, la sensazione di dipendenza ed allo stesso modo la necessità del distacco, l’escalation di un legame che finisce per influenzare chiunque in positivo come in negativo, nella formazione e nella crescita, in amore ed una volta ritrovatisi genitori: il rapporto di Steve con Die è senza dubbio uno dei più intensi e complessi passati sul grande schermo, erede della tradizione che va da Psyco a Tutto su mia madre, ed indaga senza snaturare nulla, dagli insulti agli abbracci, dalla posizione egoistica di Die a quella di Steve, dai piccoli gesti di generosità di una e dell’altro in un mare in tempesta come è giusto che la vita sia.
In un certo senso, Mommy è un film di guerra, il fratello maggiore e cresciuto di J'ai tuè ma mere, la lotta di due entità indivisibili che iniziano la loro esistenza insieme, in simbiosi, la proseguono in battaglie alternate da periodi di pace vissuti con trasporto e tornano a combattersi pur sapendo che fughe, tradimenti, ferite e lacrime non potranno mai intaccare il nodo che tiene insieme i reciproci cuori.
Come ogni guerra che si rispetti, non ci sono veri vincitori, né vinti.
E forse, solo un ultimo salto potrà liberare davvero tutti.
E portarli dove nessun muro, interno ed esterno, potrà più separare quegli stessi cuori.




MrFord




 

venerdì 21 luglio 2017

Tom à la ferme (Xavier Dolan, Francia/Canada, 2013, 102')




Quando, sfruttando un regalo di Julez, decisi di affrontare finalmente Xavier Dolan, giovane regista canadese considerato un vero e proprio fenomeno da molta della critica radical del mondo, che già ai tempi di questo Tom à la ferme, suo quarto lungometraggio, e dunque a venticinque anni, aveva già fatto incetta di premi nei Festival più noti - Cannes in particolare -, ammetto di aver avuto una certa paura.
Ai tempi del mio personale periodo radical, infatti, un percorso di questo tipo avrebbe assunto le dimensioni di una sorta di manna dal cielo, ma considerati gli anticorpi sui "falsi miti" cinematografici cresciuti sani e forti nel sottoscritto nel corso degli ultimi anni, il rischio di una tempesta di bottigliate era davvero alto: fortunatamente, con la parte "storica" del suo percorso alle spalle, posso affermare che effettivamente, età o no, Xavier Dolan è un talento puro, forse incontrollato ed imperfetto - a ben guardare, fino ad ora nessuno dei suoi film è davvero ineccepibile - ma assolutamente impossibile da ignorare e dimenticare, che riesce a colpire a fondo neanche - come mi è già capitato di scrivere - portasse dentro la "furia" della giovinezza e la saggezza di qualcuno che la vita l'ha vissuta e provata sulla pelle per molto, molto tempo - è uno dei pochi autori "da grandi" che ho visto in qualche modo catturare, anche se principalmente per l'uso straordinario della musica, perfino i Fordini nel corso delle nostre sessioni di gioco pomeridiane, quando a prescindere dal film che metto mentre sono con loro ignorano tranquillamente quello che passa sulla tv, non rientrando nella categoria "animazione" o supereroi che spaccano tutto -.
Tom à la ferme, prima vera e propria variazione - nonostante i temi trattati restino simili a quelli dei tre film precedenti - del cineasta canadese rispetto al melò "anni novanta" che l'aveva lanciato è un esperimento curioso e a tratti molto disturbante, un thriller che, fosse uscito nel corso dei settanta, avrebbe fatto il paio con i lavori di Polanski, o nei primi ottanta, con l'Almodovàr nella sua versione più "oscura": il ruolo della madre - centrale nella poetica dell'autore -, quello della società con le sue variabili, del confronto tra città e campagna, la risoluzione - o tentativo di risoluzione - della propria sessualità, la ricerca di identità e libertà accompagnano in un viaggio a tratti quasi horror - l'inseguimento nei campi di granoturco, il racconto della rissa nel locale notturno - ma assolutamente passionale e magico - la strepitosa sequenza del tango, un pezzo di Cinema con due palle grandi come granai, roba da brividi veri - lo spettatore, che pur nella messa in scena decisamente semplice e scarna si ritroverà avvinto da una vicenda torbida ed inquietante dal primo all'ultimo minuto, complice il triangolo formato dalle figure di Tom e della madre e del fratello del suo amato, che nel proprio paese nascondeva le sue inclinazioni omosessuali.
Senza dubbio quello di Dolan è un Cinema che può spiazzare o destabilizzare - e subito torna prepotente alla mente l'immagine di chiusura dello sfregiato, che quasi ha riportato alla mente nel sottoscritto il miglior Lynch -, eppure solo apparentemente ostico, difficile ed "alto": in fondo, questo giovane autore porta sullo schermo passioni e pulsioni che vivono ed esplodono nel cervello come sotto l'ombelico di tutti noi, filtrandole attraverso la propria esperienza e sensibilità senza per questo privarle di una notevole universalità, proprio quello che un narratore non dovrebbe mai dimenticare.
Ed è questa, finora, la cosa che più mi ha colpito e conquistato di Xavier Dolan.
La necessità di raccontare storie.
La necessità di essere presente nel raccontarle.
Nel viverle.
Un pò come Tom, che prima di trovare la forza e la volontà di una fuga, del superamento di un dolore profondo, dovrà provare sulla pelle ogni singolo atomo delle sue prigioni, dei suoi sentimenti.
E farlo con la coscienza, stabile o no che sia, di essere lì per sua volontà.
E per sua volontà muoversi oltre.
Con lo stesso spirito resto in attesa di Mommy: per scoprire se, come in molti hanno scritto, detto, dichiarato, Dolan ed il suo Cinema possano compiere un ulteriore passo.
Perchè se così fosse, voglio compierlo al suo fianco.




MrFord




giovedì 20 luglio 2017

Thursday's child



Nuova settimana molto, molto estiva per la distribuzione cinematografica italiana, con titoli decisamente poco convincenti che portano avanti un'annata che pare più stanca perfino della blogosfera. A dare un pò di brio al tutto ci pensano - più o meno - i vostri due bloggers nemici preferiti: Ford e Cannibal Kid.


"Ma che ci fai con quel bilanciere, Vincent? Credi di essere Ford!?"



Prima di domani

"Bravissima, hai fatto un'imitazione perfetta di Katniss Kid!"

Cannibal dice: Prima di domani è un film che, da buon appassionato di robe teen, ho già visto prima del suo arrivo nei cinema. Non prima di domani, ma nel giro di pochi giorni, arriverà anche il mio post. Considerando i tempi di Ford nel recuperare una pellicola (delle serie tv non parliamone nemmeno), lui lo vedrà non prima del 2097. Anzi no, non lo guarderà mai, perché lui con tutti i suoi pregiudizi figuriamoci se si avvicina a un film adolescenziale.
Ford dice: i film adolescenziali sono l'equivalente fordiano degli action per Cannibal, ma dato che il sottoscritto non è soffocato dai pregiudizi come il suo rivale, in un periodo di magra totale come questo potrei perfino recuperarlo.
Potrei.

CHiPS

"Se presti di nuovo la mia moto a Ford giuro che ti colpisco con il casco!"  "Che sarà mai! Non può guidare peggio di quel pericolo pubblico di Marco Goi!"

Cannibal dice: Avete presente la serie tv CHiPS?
Bravi, io invece no. Nei primi anni '80, quando veniva trasmessa dalle nostre parti, io ero troppo piccolo e guardavo solo i cartoni animati. E comunque 'sta roba non me la sarei vista comunque. Ford invece, che con queste porcate/tamarrate 80s c'è cresciuto, probabilmente se la ricorda bene e sarà inorridito dal fatto che abbiano osato farne una nuova versione, che si preannuncia perdibilissima sia per i vecchi fan dell'originale, che per le nuove (più o meno) generazioni come la mia.
Ford dice: ai tempi dei primi anni ottanta, quando le attuali serie televisive di qualità quasi cinematografica erano solo un sogno, CHIPS era uno dei telefilm che più mi divertiva guardare, insieme ad Arnold, Hazzard e Super Vicky. Questa sorta di remake mi pare invece una porcata micidiale, roba talmente trucida da far apparire anche le tamarrate più trucide come produzioni radical. Nonostante sia estate, lo eviterò neanche fosse piaciuto da matti a Cannibal.

 



USS Indianapolis

"Non possiamo permettere a Capitano Ford di mettersi al timone: finiremo dritti a fondo!"


Cannibal dice: Nicolas Cage ormai gira così tanti film che non si fa in tempo a massacrarne uno, che già la settimana dopo ne esce un altro. Se nello scorso weekend arrivava Cane mangia cane, che a quanto pare a sorpresa potrebbe essere parecchio interessante, adesso il suo parrucchino svetta in una nuova produzione, che pare invece un war movie catastrofico di qualità così infima che giusto Ford potrebbe spacciarlo per un Capolavoro d'altri tempi. E poi ancora...
Ford dice: avevo recuperato questo film mesi fa, ma lette un paio di recensioni e data un'occhiata ad altrettante sequenze, ho deciso che, nonostante la presenza di Cage e del suo parrucchino, avrei desistito. E non ho alcuna intenzione di tornare sui miei passi, neppure se nel farlo dovessi calpestare il Cucciolo Eroico.




Operation Chromite

"Cannibal Kid, sei in arresto per crimini contro il Cinema."

Cannibal dice: Una schifezza fotonica action come quella con Nicolas Cage non è abbastanza?

E allora ecco che ne arriva pure una dalla Corea del Sud che di questo passo, se continua a sfornare pellicole del genere, rischia di diventare più spaventosa della Corea del Nord.
Ford dice: c'è stato un tempo in cui qualsiasi produzione proveniente dalla Corea significava visione quasi obbligatoria. Poi, anche da quelle parti è arrivato Liam Neeson. E le cose sono cambiate.




Savva

E per la prima volta in esclusiva per White Russian, una foto del Cucciolo Eroico.

Cannibal dice: Fiaba bambinesca animata proveniente dalla Russia che non augurerei di vedere manco al presidente della Russia Putin. Al presidente di White Russian Ford però sì... ;)

Ford dice: tipico film d'animazione buttato in sala giusto perché ogni settimana occorre il film d'animazione.

Considerato che siamo nel pieno dell'estate, direi che attenderò l'inverno per pensare alla Russia. A Cannibal, invece, cerco di non pensare mai.

 

mercoledì 19 luglio 2017

Laurence anyways (Xavier Dolan, Canada/Francia, 2012, 168')




Nel corso di questo personale recupero della filmografia di Xavier Dolan mi è capitato di ripensare ai commenti decisamente prevenuti lasciati in altri blog nel corso di questi anni così come a quanto sia stato curioso ignorare il giovane canadese per timore e poca voglia ed energie mentali per poi recuperare i suoi lavori nell'arco di poco più di un mese: ed è capitato di pensare a quanto sia bello, a volte, essere smentiti.
Laurence anyways, a mio parere e fino a questo momento, è in qualche modo il titolo più debole della filmografia del regista: troppo lungo e dilatato, clamorosamente bello e lirico in alcune sequenze ed assolutamente insistito e posticcio in altre.
Ma poco importa.
Perchè Dolan si fa amare ugualmente, anche quando un suo lavoro - e parliamo di qualcuno che, ai tempi dell'uscita di questo film, aveva ventiquattro anni scarsi - riesce soltanto ad essere imperfetto e tra il discreto ed il quasi buono, piuttosto che una vera e propria bomba.
Perchè Dolan, in barba all'età e neanche fosse il vampiro di una qualsiasi intervista, mostra la sensibilità di una persona che conosce i sentimenti e la vita ben oltre quello che si potrebbe conoscere nel periodo dell'esistenza in cui lui scrisse e diresse questo lavoro.
Laurence anyways, infatti, e come fino ad ora ogni pellicola firmata dal cineasta, a prescindere dalle tematiche legate alla sessualità ed all'importanza della diversità e dell'identità che ci definisce - protagonista di una delle sequenze più clamorose che abbia visto negli ultimi mesi, quella del momento "di gloria" di Laurence dopo la prima lezione a scuola vestito da donna, che ancora una volta dimostra che, Tarantino e Wong Kar Wai esclusi, il giovane Xavier è il più grande regista vivente a saper unire immagini e colonna sonora - è la cronaca di una storia d'amore portata sullo schermo con la passione di un ventenne e la consapevolezza di chi potrebbe avere sessant'anni oppure trecento, in grado di definire le stagioni dell'esistenza e dell'amore stesso con partecipazione e distacco ad un tempo.
Pensare che a produrre tutto questo - e le mie parole sono solo la punta di un enorme iceberg, in questo senso è assolutamente evocativa e potente a recensione di Caden - sia stato qualcuno che era - ed è, a conti fatti - poco più che un ragazzo è clamoroso ed incredibile, nonchè specchio di un talento di quelli destinati a segnare un'epoca, che magari ad oggi non avrà ancora realizzato il suo vero Capolavoro - anche se, nel momento in cui scrivo, non ho ancora terminato il mio percorso di scoperta - ma che è senza dubbio destinato a diventare un riferimento non solo per gli spettatori o per chiunque si trovi travolto - ed è letteralmente così - dai suoi lavori, ma anche per un'epoca priva o quasi di riferimenti che saranno i Maestri del futuro.
La diversità, intellettuale e sessuale, che difende a spada tratta Dolan, probabilmente ben conscio dei limiti di una società comunque ben più elastica di quella vissuta dai suoi protagonisti in questo film, e che riesce ad unire il background dei cult del Vecchio Continente e dei mostri sacri asiatici all'irruenza del nuovo, sono i cardini di una pellicola che metterà alla prova gran parte del pubblico ma che, una volta conclusa, non potrà lasciare altro, nel bene o nel male, che bellezza.
Perchè quando si vive se stessi e chi ci sta intorno così a fondo, anche quando le cose finiscono per andare male e trasformarsi in autunno - si veda il dialogo nel locale, molto simile per tematiche a quello delle protagoniste dell'indimenticabile Vita di Adele, e la strepitosa scena a seguito dello stesso -, non si può che considerare che la salvezza stia proprio lì.
Nella nostra unicità, diversità, vita senza confini.
Nella bellezza.
Poco importano nomi e cognomi.
Ci siamo noi.
E basta.
Anyways.




MrFord




 

martedì 18 luglio 2017

Les amours imaginaires (Xavier Dolan, Canada, 2010, 101')




Sono davvero contento che Les amours imaginaires sia stato il secondo lavoro del giovane fenomeno Xavier Dolan, e di stare seguendo il suo percorso artistico cronologicamente, colmando una lacuna che cominciava a farsi davvero troppo pesante: perchè se fosse stato il primo, senza dubbio io e lui saremmo partiti con il piede sbagliato.
Non che si tratti di un film deludente, o brutto, o talmente radical da solleticare le peggiori bottigliate del sottoscritto, ma senza dubbio, alle spalle il fulminante esordio di J'ai tué ma mére, tutto emozioni e nessuna spocchia, probabilmente a seguito dei primi riconoscimenti, il "Prescelto" della settima arte cede in questa sede almeno in parte al desiderio ed alla voglia di mostrare e mostrarsi prima che all'esigenza di raccontare una storia, un sentimento, uno stato d'animo.
In Les amours imaginaires, infatti, oltre ad una grande cultura cinematografica ed echi che fanno pensare ad Almodovar e Wong Kar Wai, scene musicate che farebbero invidia a Tarantino - ed allo stesso Wong - ed una riflessione sui triangoli d'amore e sull'amore non corrisposto senza dubbio profonda e coinvolgente, si nota un certo autocompiacimento del quale era privo l'esordio del canadese, che non inficia il risultato finale in termini tecnici e cinematografici ma, senza dubbio, almeno ai miei occhi, mostra il fianco ad una critica che non ero riuscito neppure ad immaginare con la pellicola precedente.
Una cosa buona, sotto molti punti di vista, considerato che parliamo di un regista spaventosamente giovane e con margini di miglioramento ancora enormi, e che nonostante non mi abbia convinto agli stessi esaltanti livelli del lavoro precedente alimenta comunque l'hype rispetto alla cavalcata che mi sono prefissato di compiere rispetto alla sua opera grazie ad un approccio che non mi aspettavo, legato a doppio filo all'amore ed al modo di vivere lo stesso ed alle figure che, maggiormente, lo influenzano nel corso della nostra vita.
E' interessante notare, rispetto a Les amours imaginaires, quanto i suoi protagonisti, per quanto odiosi e poco sopportabili nel loro battagliarsi per un amore non corrisposto, abbiano suscitato più la mia tenerezza che non un'incazzatura, quasi fossero figli adolescenti cui dare una pacca sulla spalla ed augurarsi si facciano meno male possibile, e che le sequenze - tutte splendide, occorre ammetterlo - giostrate e girate con l'ossatura della Bang bang di Nancy Sinatra riproposta in italiano da Dalida sono risultate ipnotiche anche per i Fordini, colpiti sia dal brano - ballo selvaggio di lei, domande sul significato del "bang bang" di lui - che dalle immagini, quasi danze di colori sullo schermo per uno di quei film "di papà" a proposito dei quali non si fanno troppe riflessioni, neppure "ma è buono o cattivo?", tipico interrogativo di questi tempi di AleLeo.
Ad ogni modo, Dolan può anche aver compiuto un leggero passo indietro, ma resta come uno di quegli allievi eccezionalmente talentuosi che un insegnante che si rispetti ha quasi il dovere di tartassare in modo che possano davvero tirare fuori tutto il mondo che hanno dentro: non posso pensare o presumere di essere suo insegnante - non saprei girare una sola scena con questo stile, e forse girarla in generale -, ma in qualità di fratello maggiore, mi riservo di marcarlo stretto e, se necessario, picchiare duro in modo che tutto possa davvero uscire fuori ed esplodere.
Tutto, ma proprio tutto l'amore - per il Cinema e per l'Amore - che il giovane Xavier mostra di avere.
Soprattutto quello non immaginario.




MrFord




lunedì 17 luglio 2017

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, Canada, 2009, 96')




Per uno che mangia pane e Cinema tutti i giorni come il sottoscritto, considerata la sua fama soprattutto rispetto agli appassionati, pare assurdo pensare che non avessi mai visto un solo film firmato da Xavier Dolan: un fenomeno a detta praticamente di tutti, un giovane talento pronto a ribaltare il mondo della settima arte, qualcuno con il potere di fare la differenza come capita un paio di volte ogni cinquantennio, e che a vent'anni si ritrova a suo agio con la macchina da presa come ne avesse cinquanta.
Quello che, per citarne uno non proprio da poco, fu Orson Welles.
Grazie ad un regalo apprezzatissimo ricevuto da Julez, un cofanetto che racchiude i primi film firmati dal giovane cineasta, ho deciso di iniziare finalmente un percorso cronologico mettendo da parte la paura di restare deluso dalla fama che precedeva il ragazzo e di essere troppo duro nel giudicarlo: ad accogliermi, dunque, nel mondo e nell'arte di Dolan, è stato J'ai tué ma mère, non solo diretto, ma anche scritto ed interpretato dal nativo di Montreal.
"Tu non puoi morire, Narciso, senza una Madre: senza Madre non si può amare, senza Madre non si può morire": recita più o meno così uno dei passaggi conclusivi di Narciso e Boccadoro, uno dei romanzi più importanti della mia formazione umana e letteraria.
Del resto, a prescindere da quanto accadrà dopo, alle nostre Madri dobbiamo la vita, senza dubbio in gran parte, e soltanto per questo dovremmo amarle incondizionatamente qualsiasi cosa accada.
Ognuno di noi, però, è ben cosciente di essere umano, e dunque non necessariamente simile a chi ci ha dati alla luce e cresciuti.
Se penso a mia madre, che ancora oggi combatte per nascondere le parti più intime di se stessa o mostrarsi sempre e comunque provocatoria e dura a tutti i costi, che è astemia, penso non abbia letto - al pari di mio padre e mio fratello, del resto - niente di mio a parte qualche recensione, critica il fatto che la superficie del mio corpo dedicata ai tatuaggi sia sempre maggiore o che quando mi chiede un regalo la mia risposta sia sempre riferita ad alcool, film o inchiostro sulla pelle, vedo una persona che ha permesso a me di essere come sono oggi anche quando, come spesso capita in questi casi, si pensa a quanta differenza ci sia tra la Famiglia che si sceglie di costruire e quella che vive nel nostro sangue, e che Dolan descrive alla grande quando afferma "se qualcuno facesse male a mia madre penso che lo ucciderei, anche se lei è quanto di più diverso da me possa esistere".
E vivendo sulla pelle le immagini di questo film, ho pensato a quanto sarebbe bello se, un giorno, il Fordino e Julez potessero godere di questo film insieme, gioie e soprattutto dolori.
Perchè quella tra i figli e le madri - come tra le figlie ed i padri - è una lotta ancestrale che prescinde e segna molti dei legami che le nuove generazioni costruiranno per le loro vite: io stesso lo vedo e vivo quando guardo mio fratello, molto più simile a nostra madre - alcool a parte - di me, che sono decisamente più vicino a nostro padre, e lo noto di riflesso nelle vicende che legano Julez, sua madre ed i suoi tre cugini, la cui storia potrebbe valere un film e che, un giorno, senza dubbio uscirà in qualche racconto di vita vissuta attraverso una visione ed un post.
Quello che posso dire, però, a parte tutto questo, è che il film di Dolan è assolutamente straordinario.
E' figlio di una grande cultura cinematografica - soprattutto europea -, di un enorme talento - che non appare mai, nonostante la collocazione, spocchioso -, di un bisogno impellente di raccontare una serie di emozioni incontrollabili, se lasciate dentro.
E' un film che, senza fronzoli, movimenti di macchina o pipponi di vario genere, è riuscito a lasciarmi senza parole, e che in almeno due sequenze ha rischiato di portarsi via, con le lacrime, un pezzo di cuore: "Se io dovessi morire oggi, mamma, cosa faresti?", chiede il giovane protagonista all'amata e soprattutto odiata genitrice.
"Morirei domani".
A vent'anni, credo sia un'impresa quasi impossibile riuscire a convogliare la rabbia fremente dell'adolescenza e la rassegnata consapevolezza dell'età adulta.
Eppure, Dolan ci è riuscito.
Mi aspettavo un ragazzino troppo osannato dalla critica, ed ho scoperto un giovane narratore mosso da quello che, per me, è il cuore di qualsiasi Arte: il bisogno di raccontare. La necessità di raccontare.
Se questo è il primo Dolan, si potrebbe quasi affermare che ha fatto più lui con un film che molti registi in una carriera.
E se questo è Dolan, non solo ne vorrò di più.
Ma ancora, ed ancora.
Perchè questa è la vita che sento, di cui voglio godere, per la quale voglio soffrire e gioire fino all'ultimo secondo.
Questo è il Cinema.
E da oggi, per me, ha un nuovo volto.




MrFord




 

venerdì 14 luglio 2017

Bolt - Un eroe a quattro zampe (Byron Howard/Chris Williams, USA, 2008, 96')




Aver costruito, negli anni, una nutrita videoteca anche rispetto alle pellicole d'animazione sta rappresentando una sorta di bacino dal quale il Fordino - e la Fordina con lui - pesca a piene mani quando si tratta di abbandonare le rassicuranti visioni reiterate centinaia di volte ed avventurarsi in una nuova avventura.
E' stato così, di recente, per Bolt, sottovalutato titolo canino - ma non solo - tra i primi a limare la distanza che, una dozzina d'anni fa, correva tra la Disney e la sua costola Pixar anche grazie alla presenza nel ruolo di produttore esecutivo di John Lasseter, padre dello studio che ha regalato a tutti gli appassionati e non Toy Story e compagnia.
Per quanto semplice, diretto e prevedibile possa essere considerato - ricalca appieno lo stile Disney dell'avventura di formazione ricca di inseguimenti e scene d'azione, realizzate peraltro molto bene -, Bolt rappresenta il punto di partenza del percorso di due registi che negli anni successivi, grazie a Rapunzel ed al più recente Zootropolis, si sono imposti come tra i più importanti della scuderia della grande D: l'idea, poi, del cane star di una serie televisiva - strizzata d'occhio non da poco a quello che, nel duemilaotto, ai tempi dell'uscita in sala, era un fenomeno in piena espansione - tenuto all'oscuro della realtà e convinto di avere strepitosi superpoteri separato dalla sua padroncina nonché compagna sul set e deciso a raggiungerla attraversando gli States da New York fino a Hollywood, è vincente fin dalle prime sequenze, e regala momenti a loro modo profondi ed altri clamorosamente divertenti - la fuga dal canile è un gioiellino, e ancora oggi, dopo averla rivista almeno una ventina di volte, rido tanto quanto la prima -, oltre ad un punto di vista diverso per un charachter che, se privato di questa "caduta" verso la normalità, sarebbe stato decisamente più piatto e banale.
Perfette anche le due spalle del protagonista, la cinica gatta Mittens e l'esplosivo Rhino, pronte a supportare e rendere tridimensionale Bolt, che passa dall'essere un fastidioso superbuono supervincente allo status di outsider bisognoso del supporto di chi sta al suo fianco.
La rappresentazione, poi, del mondo animale reso come una metafora di quello umano - dai due gatti attori pronti a bersagliare Bolt a causa della sua convinzione a proposito dei superpoteri ai piccioni presenti nelle varie città - rappresenta un altro seme di quello che abbiamo visto tutti sbocciare nel già citato Zootropolis, ed in questo caso è sempre interessante notare quanto sia importante per un autore crescere e maturare, e regalare dunque al pubblico prodotti sempre migliori.
Inutile dire che sia bastata una sola visione per far innamorare del personaggio i Fordini, con AleLeo che ora fa il cane abbaiando e correndo per la casa e Becca ipnotizzata soprattutto dalla colonna sonora vagamente country - Penny, la padroncina umana di Bolt, in originale è doppiata da Miley Cyrus, che canta il pezzo portante del film in duetto con un John Travolta, voce del cane supereroe, in grande spolvero dietro un microfono -: una vera manna dal cielo anche per noi vecchi, che almeno per qualche tempo potremo evitare l'ennesimo passaggio di Madagascar o Kung Fu Panda sui nostri schermi e respirare almeno fino a quando anche Bolt diventerà un "must see".




MrFord






giovedì 13 luglio 2017

Thursday's child



Nuova settimana di uscite in sala dal ritmo blando ed estivo, in linea con il periodo dell'anno che, di norma, tiene lontani dalle sale e vicini alle onde.
Anche i titoli che la distribuzione propone non sono dei migliori, dunque quasi è meglio godersi i botta e risposta tra il sottoscritto ed il suo nemico nonchè co-conduttore della rubrica che non rischiare di incappare nella delusione da grande schermo. O almeno così crediamo io e Cannibal, le persone con l'ego più grosso della blogosfera.


"Caro Nick, ordina un White Russian e non fare come quel pusillanime di Cannibal: quello beve solo il succo di pera senza il rum."

The War – Il pianeta delle scimmie

"Facciamo vedere a Ford quanto sarebbe bello un western scimmiesco!"

Cannibal dice: La saga del pianeta delle scimmie non mi ha mai preso. Oh, non è nemmeno del tutto colpa mia. Il film originale non l'ho mai visto perché fin da bambino mi è stato spoilerato il (geniale) finale e quindi sapendo già come andava a finire non m'è mai venuta voglia di guardarlo tutto. Ho poi visto il remake di Tim Burton e m'è sembrato uno dei suoi lavori peggiori, Alice in Wonderland a parte. C'ho riprovato con L'alba del pianeta delle scimmie, quello con James Franco, ma m'ha fatto decisamente pena, e con il successivo Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie non ho manco avuto il coraggio di cimentarmi. Peccato, perché questo nuovo The War dal trailer promette una bella guerra tra Woody Harrelson e lo scimmione Cesare. Anche se, certo, non sarà mai al livello di una Blog War tra me e Ford.
Ford dice: il destino cinematografico del brand scimmiesco per eccellenza è davvero curioso. Il pianeta delle scimmie originale è un cult assoluto, il remake di Burton una mezza chiavica, il primo L'alba del pianeta delle scimmie un esperimento non perfetto ma molto interessante, il secondo Apes revolution invece piuttosto macchinoso e bolso. Spero sinceramente che il terzo capitolo possa rappresentare un bel passo in avanti, anche perchè il personaggio di Cesare lo meriterebbe.
Un po' come Cannibal merita ogni sconfitta subita nelle Blog Wars combattute con il sottoscritto.


Cane mangia cane

"Ragazzi, siamo credibili da poliziotti?" "Tanto quanto Cannibal da wrestler."

Cannibal dice: Possibile sorpresa positiva di quest'estate cinematografica, così come possibile porcatona, meglio precisare. Il regista di American Gigolo Paul Schrader di recente ha firmato un film che persino io avevo trovato discutibile, The Canyons con protagonista Lindsay Lohan e sceneggiatura di Bret Easton Ellis. Nicolas Cage poi ormai compare ovunque, tranne che in delle belle pellicole. Però questa pellicola che li unisce sembra folle ed estrema abbastanza da rappresentare l'occasione perfetta di riscatto per entrambi. O magari l'affossamento definitivo delle loro carriere, che rischiano di essere più tristi dei commenti ormai non più lunghi di una riga di Mr. James Ford.
Ford dice: nonostante si tratti di una pellicola potenzialmente fordianissima, tratta da un romanzo - bellissimo - di Edward Bunker, con un cast ed un regista potenzialmente fordiani, sono quasi più dubbioso rispetto a questo film che non ad una classica cannibalata da bottigliare.
Il pericolo, infatti, che si tratti di un buco nell'acqua come quelli che ormai è solito collezionare Malick è davvero alta.
Speriamo bene.


Wish Upon

"Me l'avevano detto che il tocco di Cannibal era tossico!"

Cannibal dice: Horrorino-thrillerino-fantasyino diretto dal regista di Annabelle, e non è certo una bella cosa, ma che sa tanto di robina estiva che non posso farmi mancare per una rinfrescante visione estiva. Il film racconta di una ragazzina vittima dei bulli che ha a disposizione non si sa bene perché un carillon che le permetterà di far avverare sette suoi desideri. A me ne basterebbe anche solo uno: desidero che Ford sparisca dalla faccia della Terra, o se non altro dall'Internet.
Ford dice: filmetto estivo buono giusto per pusillanimi come Cannibal che riescono a spaventarsi perfino per questa roba.
Roba che desidero al più presto scompaia dal mondo del Cinema.


Black Butterfly

"E tu volevi chiedere a Ford di guidare in questa gita? Sei ubriaco?"

Cannibal dice: Thrillerino con il sempre più bollito Antonio Banderas che sa tanto di regalo estivo. Non saldo. Questo te lo sbolognano proprio aggratis! Ford sono sicuro che non se lo perderà. Io invece sono sicuro che me lo perderò, anche gratis. E persino se mi pagano.
Ford dice: io a Banderas voglio bene da sempre, al contrario di Cannibal. Ma certe cose, occorre ammetterlo, potrebbe davvero risparmiarsele. Un po' come Peppa Kid potrebbe risparmiare a noi tutti la sua presenza in rete.

mercoledì 12 luglio 2017

Paradise Sky (Joe Lansdale, USA, 2015)




Joe R. Lansdale è indubbiamente uno dei grandi paladini letterari di questo vecchio cowboy.
Il suo stile molto pane e salame e la saga di Hap e Leonard - aggiunti al fatto che il buon Joe è una persona squisita e molto disponibile - l'hanno reso uno degli autori più letti dal sottoscritto nel corso degli ultimi dieci anni, e pur non parlando di qualcuno destinato a fare la storia della Letteratura quanto più di un grande artigiano "di genere", credo vorrò sempre bene alla sua ironia, alla malinconia magica ed alla violenza selvaggia dei suoi lavori.
Quando, mesi fa, uscì in libreria Paradise Sky, mi parve di essere tornato un bambino di fronte al suo giocattolo preferito: un nuovo Lansdale, western, con un protagonista che era tutto un programma e recensioni entusiastiche a spingere alto l'hype.
E cosa posso dire, di Paradise Sky? Senza dubbio è un ottimo prodotto, divertente e drammatico, perfetto per tutti gli amanti del West e delle sue leggende - bellissime le parti dedicate a Wild Bill Hickcock e Bronco Bill -, scorrevole e diretto come un pugno in piena faccia, eppure c'è stato qualcosa che non mi ha convinto come in altre occasioni nel lavoro del mitico Joe: probabilmente se non fossi stato un suo accanito lettore avrei potuto apprezzare di più le avventure di Nat Love, ma avendo alle spalle almeno una ventina di romanzi del padre di Hap e Leonard non ho potuto non riscontrare quel fenomeno che colpisce musicisti e registi con una lunga carriera alle spalle fermi nell'intento di continuare a produrre con una certa frequenza senza prendersi pause per ricaricare le batterie.
Paradise Sky, infatti, per quanto piacevole ed interessante, ha rappresentato ai miei occhi uno dei lavori "minori" dello scrittore texano, decisamente inferiore sia alla saga di Hap e Leonard che al ciclo del Drive In, ma anche e soprattutto a cose davvero toste come Freddo a luglio o In fondo alla palude, solo per citarne un paio che avevano colpito il sottoscritto dritto al cuore.
Nulla di irreparabile, sia chiaro, o di davvero deludente, ma forse un segno che, pur cavalcando la notorietà ed il successo, Lansdale dovrebbe cercare di conservare qualche cartuccia in più per evitare di saturare non tanto il suo mercato, quanto la freschezza della sua prosa, che ha nell'ironia nera e nel piglio serrato i suoi punti di forza.
Due cose che, a tratti, in Paradise Sky vengono a mancare, nonostante l'impegno profuso dall'autore per riadattare alcuni racconti - veri o finti che siano - del Vecchio West e la figura di Nat Love, un personaggio che pare un gran bel mix del protagonista di 12 anni schiavo e del Django di Tarantino.
Se, comunque, non siete dei veterani di questo tipo di prodotti, la cavalcata di questo insolito pistolero vi parrà avvincente, e riuscirà a regalarvi grasse risate quanto lacrime di profonda tristezza, ma se il nome di Lansdale non vi è nuovo, prima di dare fuoco alle polveri con questo lavoro, abbassate l'hype e le aspettative, in modo da non avere l'impressione che il buon Joe si sia seduto un pò troppo sull'essere Joe Lansdale, e si sia dimenticato quanto bene la "fame" faccia all'ispirazione di un autore.




MrFord




martedì 11 luglio 2017

Codice criminale (Adam Smith, UK, 2016, 99')




Da grande appassionato di musica - anche se, devo ammetterlo, ultimamente ho battuto parecchio la fiacca, rispetto alla ricerca di nuove proposte o esperimenti come mi capitava di fare una quindicina d'anni fa - mi è capitato spesso di incrociare il cammino con un nuovo disco di una nuova band - o artista solista, poco importa - che avesse tutte le carte in regola per fare breccia nel cuore del sottoscritto, non fosse niente male, toccasse le corde giuste ma, per qualche misterioso motivo, finiva per non accendere la scintilla necessaria quando si andava alla ricerca di un potenziale cult.
Codice criminale - o, come al solito sarebbe decisamente meglio, Trespass against us - rientra a livello cinematografico esattamente nella stessa categoria: il lavoro di Adam Smith è ben diretto e recitato - non solo dai due noti protagonisti -, tocca tematiche qui al Saloon sempre ben accolte come il rapporto tra padri e figli e l'ineluttabilità del destino di chi intraprende per scelta, costrizione o vocazione la strada del crimine, nonostante la voglia effettiva o "di responsabilità" di tirarsene fuori, eppure, nonostante tutto, ha finito per passare senza lasciare una traccia così evidente, andandosi ad accomodare assieme a molti altri titoli di genere destinati a fare numero più che a rappresentare pietre miliari.
Il mondo dei gipsies anglosassoni, portati sullo schermo ad un tempo come rednecks incontrollabili ed irrefrenabili e vittime di un pregiudizio che non cesserà mai di esistere a prescindere dalla loro effettiva condotta è esplorato in modo interessante e realistico - molto più che in produzioni decisamente più memorabili come The Snatch, ad esempio -, il lavoro linguistico è notevole - questa è una di quelle pellicole da recuperare assolutamente in lingua originale -, le sequenze d'azione - soprattutto di guida - portate sullo schermo con grande professionalità, ma neppure tutti questi potenziali pregi finiscono per regalare al prodotto finito il carattere che ambirebbe ad avere e mostrare, neanche si trattasse del main charachter Chad, ansioso - e marcato stretto dalla moglie - di affrancarsi dalla figura ingombrante del padre e dal mondo del crimine ma incapace - per colpa o per destino - di sottrarsi allo stesso, neanche ci si trovasse di fronte ad una versione made in England di cose come Ray Donovan.
In questo modo, il passo da potenziale cult a pellicola come tante altre finisce per essere decisamente breve, ed anche a neppure un'ora dalla visione resta davvero poco su cui lavorare emotivamente per mettere sulla carta un post che vada oltre la mera cronaca di una visione senza picchi: perfino l'escalation finale, che dovrebbe rappresentare il momento commovente e profondo della pellicola incide poco - nonostante la bravura del piccolo volto di Tyson, interpretato da Georgie Smith -, finendo per chiudere il tutto con un sapore di già sentito, lasciando al colloquio tra Chad e Kelly con la preside della scuola dei loro figli il punto più alto del lavoro di Smith.
In realtà, nonostante un'ottima esperienza come regista da piccolo schermo e video musicali, il tempo ed i margini di miglioramento possono essere ampi per il buon Adam: si spera soltanto che la prossima volta il suo "disco" non abbia il sapore di qualcosa già superato da almeno una decina d'anni.




MrFord



 

lunedì 10 luglio 2017

Gifted - Il dono del talento (Marc Webb, USA, 2017, 101')




E' davvero curioso, come e quanto cambino le prospettive rispetto alla vita con il passare del tempo e l'accumularsi delle esperienze, tanto da ricordarmi la bellissima sequenza de L'attimo fuggente con Keating pronto a far salire i suoi studenti sulla cattedra per dare un'occhiata differente al mondo che loro conoscevano da un'altra angolazione: una ventina d'anni fa, nel pieno dell'adolescenza, sognavo di avere il talento di uno scrittore geniale, di vivere un'esistenza tormentata e di morire solo come un vero poeta romantico nell'estate del duemiladodici, a pochi mesi dal mio trentatreesimo compleanno.
Scritto, pensato o detto ora, fa quasi sorridere.
Questo perchè, a conti fatti, per quanto adori scrivere e adorerei ancor di più vivere soltanto di quello - principalmente sarebbe l'equivalente di non lavorare -, ci sono tante, tantissime cose che la vita può riservarmi e che continuerò a preferire rispetto al buttare emozioni, storie, sentimenti, fatica sulla carta: più che immaginarmi un genio che muore troppo giovane, ormai penso di essere più nella posizione di Guccini quando canta "godo molto di più nell'ubriacarmi, oppure a masturbarmi, o al limite a scopare".
Vivere, insomma.
Vivere e cercare di farlo nel modo più intenso possibile, inseguendo la felicità prima della realizzazione, l'emozione prima del sogno.
Non che, per questo, abbia cominciato a osteggiare il talento o chi ne ha, ma di sicuro tra un'esistenza di solitudine consegnata all'immortalità ed una vita normale goduta dal primo all'ultimo secondo, scelgo sempre e comunque la seconda, specie se lunga e piacevole.
C'è chi, probabilmente, penserà che il mio punto di vista sia quello di una resa, o più semplicemente la presa di coscienza di qualcuno che si è messo in pace con il fatto di non essere diventato quello che sognava da bambino.
E chissà, forse è così.
In fondo, non sono neppure riuscito a finire ad insegnare, o ad insegnare ginnastica, per dirla come Woody Allen. Eppure, dovessi pensare a me, oltre che ai miei figli, credo che la felicità e la sensazione di essere amati vengano decisamente prima dell'essere considerati una sorta di extraterrestri pronti a sconvolgere il mondo con qualcosa di rivoluzionario: certo, essere un Einstein, un Mozart o un Maradona porta e porterà sempre e comunque dei vantaggi, un pò come l'essere ricchi rispetto al non esserlo, ma considerato come finirà per tutti, credo che, a volte, questo tipo di grandezza risulti per essere sopravvalutato quanto la rockstar che sognavi di incontrare ed una volta faccia a faccia con lei capisci di essere di fronte soltanto ad un grande stronzo.
Con il Cinema, a conti fatti, è stato lo stesso.
Ho sempre amato ed amo tantissimo la settima arte, eppure non rimpiango per nulla il periodo della vita in cui passavo da un film d'autore all'altro, evitando come la peste qualsiasi proposta che non avesse un pedigree o un nome importante sulla locandina: come più volte mi è capitato di ripetere nel corso di questi ultimi mesi, sto cercando sempre più di avvicinarmi ad un Cinema di cuore, emozionante ed emozionato, che possa raccontare storie con qualche sbavatura ma assolutamente umane nella loro fallibilità.
Storie come quella di Gifted, firmato dal Marc Webb dell'ottimo 500 giorni insieme e del meno interessante Amazing Spider Man.
La vicenda della piccola Mary e di suo zio Frank, forse troppo semplice e "facile" per certi versi, senza dubbio indirizzata più al grande pubblico così come a chiunque abbia a che vedere da vicino con la crescita ed il futuro di un bambino, è una delle vicende più "straight" che abbiano accompagnato questo vecchio cowboy nel corso della stagione cinematografica in corso, divertente e commovente come solo la vita di tutti i giorni sa e può essere.
Un elogio del talento come lo furono a loro modo pellicole come L'attimo fuggente - già citata - e Will Hunting, ma allo stesso tempo di tutto quello che il talento non può raggiungere: perchè si può essere grandi nello sport, nell'arte, nella letteratura o nella scienza, ma non avere assolutamente idea di come vivere la vita.
Ed è allora che diventa fondamentale avere qualcuno che ce lo possa ricordare.
Perchè senza la vita, anche il talento perde significato.
Non esiste un Einstein senza uno studente che non capisce un beneamato cazzo di matematica.
Non esiste un Mozart, senza un orecchio che possa ascoltare la sua musica.
Non esiste un Maradona, senza un operaio che porta suo figlio allo stadio a vederlo.
Ci si sostiene a vicenda, nel bene e nel male. Come in una famiglia.
Gifted mi ha fatto sentire quel calore.
E al punto in cui sono arrivato, il pedigree ed il nome sulla locandina contano molto relativamente.
Mi sono sentito, guardando Frank e la piccola Mary, come a casa.
Ho riso, e mi sono commosso.
E vaffanculo, mi sono sentito bene come seduto sul portico con una bella birra ghiacciata in mano, il rumore dei bambini a giocare dentro ed il sole a scaldarmi.
Non c'è talento che possa eguagliare questo.




MrFord




 

venerdì 7 luglio 2017

Mildred Pierce (HBO, USA, 2011)




La scuderia HBO, nel corso degli anni, è diventata per il piccolo schermo e qui al Saloon una sorta di istituzione, una specie di Studio Ghibli di serie e miniserie, consolidata da una nutrita schiera di successi e cult uno più bello dell'altro regalati al pubblico: Mildred Pierce, elegantissima mini progettata dall'altrettanto elegante Todd Haynes - da queste parti sempre amato -, nonostante fosse parte del novero e sospinta da recensioni solo favorevoli, è finita inspiegabilmente nel dimenticatoio di casa Ford per anni prima di essere riscoperta e divorata come è giusto che accada per produzioni solide ed intense come questa, umane nell'emozionare e notevoli nella messa in scena.
Le vicende di Mildred Pierce, madre di famiglia costretta a ricominciare praticamente da zero dopo una separazione negli anni appena successivi al crollo del ventinove ricordano i grandi romanzi del secolo scorso, toccano perchè legate a tematiche molto vicine alla gente comune - la necessità di provvedere alla propria famiglia, il rapporto tra genitori e figli, le vicissitudini gioiose o terribili che la vita ci mette di fronte - portate in scena da un gruppo di attori in grandissimo spolvero a partire dalla protagonista, una Kate Winslet sempre credibile e convincente che è riuscita a riportare alla mente cose ottime come Revolutionary Road, sospinta da due spalle perfette - Guy Pierce e Evan Rachel Wood - ed un gruppo di caratteristi perfetti per i ruoli assegnati.
Certo, manca forse la scintilla travolgente di produzioni come Lontano dal paradiso, se non nei confronti più aspri tra Mildred e sua figlia Veda o nello straziante secondo episodio, che vede la morte della secondogenita della donna, ma resta indiscutibile il valore complessivo di questo ennesimo successo firmato da HBO, che avvince grazie alla sua umanità ben più che alla tecnica sfruttata dai suoi autori e racconta una vicenda che si finisce per seguire neanche si fosse precipitati tra le pagine di un libro dal quale non ci si riesce neppure volendo a staccare.
Un'opera che dipinge il ritratto fallibile e forte di una protagonista femminile tra le più interessanti che siano passate su questi schermi negli ultimi mesi, una donna sempre pronta a lottare per il proprio amore ed i sogni che lo stesso smuove - che si tratti delle proprie figlie, della dignità lavorativa e personale, del futuro, dei compagni scelti per la vita, o un tratto della stessa - ma non per questo distante da quanto non deve essere stato nella California degli anni trenta per molte come lei o anche ora, in tutto il mondo.
Di recente, nel post dedicato a Big Little Lies, mi è capitato di scrivere quanto la figura della Donna sia il fulcro non solo delle singole esistenze di tutti noi, ma anche della società e del mondo: in un certo senso, penso che Mildred Pierce abbia incarnato alla perfezione il concetto.
Vittoria e sconfitta, gioia e dolore, sogni e realtà.



MrFord



 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...