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venerdì 23 marzo 2018

Annientamento (Alex Garland, UK/USA, 2018, 115')





Probabilmente non esiste un mistero più grande di quello che offriamo noi stessi.
Che si parli di corpo, o mente.
In fondo, gli abissi che nasconde il nostro cervello sono sconosciuti alla scienza almeno quanto i miracoli che è in grado, in positivo o in negativo, di compiere il corpo.
Per non parlare del concetto più ampio di Natura.
Forse, un giorno, saremo addirittura in grado di decidere del destino delle nostre strutture fisiche, o capiremo come l'energia che ci muove si evolve e saremo in grado, in barba alle religioni, di guadagnare davvero un'esistenza eterna.
Ma al momento, tutto è affidato a quello che proprio la Natura sceglie per noi, dai cambiamenti climatici, ai cataclismi, al modo di evolversi ed invecchiare della "carne".
Personalmente, anche se ormai molto vicino ai quaranta, mi sento più consapevole, forte e prestante di quanto fossi quando ne avevo venti: ho una tenuta da sportivo, ho prestazioni fisiche migliori, bevo molto di più, conosco i miei limiti e cerco un passo alla volta di superarli, vedo più chiaramente tante cose che allora potevo solo immaginare.
Eppure, la mia è una condizione transitoria, passeggera, mutevole.
Alla fine dello scorso gennaio, quando mio padre ha iniziato la sua lotta contro il cancro - pur se, fino ad ora, con successo e rispetto ad una situazione gestita per tempo, fortunatamente -, ho ripensato a quanto indistruttibile, in barba a tutti gli incidenti in bicicletta collezionati nel corso della vita, mi fosse sempre sembrato, e a quanto, inevitabilmente, la Natura ci impone, senza appello: Alex Garland, forte di una materia di base decisamente interessante, mette sul piatto una delle grandi piaghe della medicina, della scienza e in un certo senso della filosofia cercando di analizzarla dall'interno, quasi fosse un ostacolo con il quale fare i conti non tanto arrendendosi, o combattendo coltello tra i denti, quanto cercando di comprendere memori dell'insegnamento dell'Eraclito del Panta rei, quasi la malattia, il decadimento, il cambiamento facessero talmente parte del nostro universo e della nostra essenza da potersi considerare parte di noi.
In effetti, a ben guardare, l'invecchiamento stesso potrebbe essere considerato alla stessa stregua: iniziamo la nostra vita con un sovraccarico di energie, le vediamo esplodere, impariamo a fatica a gestirle e proprio nel momento migliore ne perdiamo progressivamente il controllo, fino a spegnerci.
Parrebbe quasi un'ingiustizia, se non fosse parte di un disegno che ancora non siamo riusciti ad osservare nel suo complesso, distaccati.
Lo stesso disegno che cercano di comprendere, ognuna grazie alla propria esperienza e sensibilità, le protagoniste della spedizione di questa storia che non sarà tra le più originali portate sullo schermo ma che, derivativa oppure no, conferma il talento di uno sceneggiatore e regista da tenere indubbiamente d'occhio, in grado di ribaltare uno dei concetti più oscuri e spaventosi che l'epoca moderna ha finito per dover affrontare e cercare di comprendere e proporlo al pubblico come una sfida, un'idea nuova, un cambiamento terribile quanto necessario per affrontare, chissà, un futuro differente da quello che ci siamo o potremmo mai immaginarci.
In fondo, in barba a battaglie, studi, storie d'amore, legami destinati a finire ed altri ad iniziare, violenza e conflitti, progetti ed idee, scenari ipnotici che ricordano Kubrick o Malick e cast di stelle emergenti o affermate, uomini o donne, passato o futuro, la questione primaria è legata al fatto che, per quanto mi riguarda, sarei disposto a cambiare, ad evolvere, a cercare, a scoprire pur di vivere in eterno: che si tratti di fiori, di sangue, di grida d'aiuto o di forme spaventose come sculture deformi.
Ma per quanto possa aggrapparmi a qualcosa, non è detto che la Natura sia d'accordo.
O che una luce negli occhi non possa cambiare tutto quello che avevo creduto, pensato e voluto.
Del resto, per citare Rocky, "la Natura è più furba di quello che l'Uomo crede".
Anche quando l'Uomo è parecchio avanti.



MrFord



 

martedì 19 aprile 2016

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Regia: Roy Andersson
Origine: Svezia, Germania, Norvegia, Francia, Danimarca
Anno:
2014
Durata:
101'








La trama (con parole mie): Sam e Jonathan, venditori di scherzi e maschere non propriamente abili e non propriamente fortunati, si muovono attraverso veri e propri quadri ed epoche destinati a mostrare, attraverso il grottesco, l'ironia e l'assurdo, la grande commedia umana, soprattutto la sua parte legata a doppio filo al concetto di morte ed al suo rapporto con la stessa.
Un viaggio sconnesso e scombinato volto all'esplorazione, alla critica ed alla ricerca, tutto posato sulle spalle di personaggi nati per essere inesorabilmente outsiders: dove, dunque, condurrà il percorso dei ben poco eroici protagonisti?
Riusciranno a piazzare il nuovo articolo che cercano di spingere e riscuotere soldi dovuti o dovranno soccombere ad un Sistema più grande cantando canzonette per festeggiare la loro sconfitta?












Era da tempo, ormai, che non mi capitava per le mani una bella scarica di bottigliate d'autore.
Ultimamente, infatti, che sia per la stanchezza legata alla quotidianità lavorativa o quella - decisamente più importante in tutti i sensi - legata agli impegni con i piccoli Ford, preferisco di gran lunga destinare le mie serate cinefile a proposte più leggere e legate all'intrattenimento, riservando ai titoli d'essai uno spazio limitato per le giornate più libere da impegni: Peppa Kid sarà pronto a dichiarare quanto, la contrario, mi sia rammollito, considerato che le ultime tempeste di bottigliate sono state, di fatto, figlie di stroncature "easy", ma come al solito quando è lui ad aprire bocca, poco importa, specie considerato che questa settimana è stata inaugurata proprio dal massacro del suo tanto caro Mr. Robot, e nonostante quello di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza potrebbe essere senza troppi problemi annoverato nel gruppo dei suddetti bocciati "con garbo".
Il lavoro di Roy Andersson, da molti radical considerato un Maestro e premiato con il Leone d'oro a Venezia, è indubbiamente notevole per tutto quello che riguarda l'aspetto tecnico, dalla messa in scena alla regia, dall'uso del primo e del secondo piano al piano sequenza, dalla fotografia alla prospettiva, che colloca questo film lungo una sorta di ideale confine tra Majewski e Sokurov, roba da "mica bruscolini".
Peccato che, a conti fatti, per poter considerare davvero una pellicola grande debbano essere tenute presenti anche altre cosine come la sceneggiatura, la capacità di parlare ad un pubblico il più vasto possibile e raccontare allo stesso una storia così come dare un senso alla stessa: poco importa, infatti, che le idee ricordino il primo Kaurismaki - di tutt'altro livello rispetto a questo film, sia chiaro -, o che il grottesco riesca in alcuni passaggi a colpire nel segno, se a fare da contrappeso a tutte le qualità di questo Piccione si trovano novanta minuti e spiccioli di nonsense assoluto che pare una presa per il culo del pubblico giocata attorno a quelle che paiono improvvisazioni senza alcun senso.
Certo, io potrei essere ormai troppo pane e salame, ma sinceramente assistere a sequenze che vedono frasi fuori contesto ripetute quasi come un mantra come se dovessero, più che convincere o divertire, ipnotizzare l'audience, risulta essere una perdita di tempo non da poco per tutti quelli che devono lottare per guadagnarsi quello stesso tempo: ed è ormai lontana, almeno per il sottoscritto, l'epoca in cui bastava l'autorialità più o meno estrema di una pellicola per guadagnarsi da queste parti lo status di cult, così come, d'altro canto, si è abbassata la soglia di tolleranza per i film che paiono costruiti ad uso e consumo di un'elite che, probabilmente, neppure c'è, o di quelle giurie pronte ad andare in brodo di giuggiole per lavori apparentemente incomprensibili come questo.
Non sarò certo io a remare contro i prodotti da Festival, o di nicchia, ma trovo che sia davvero troppo facile - e questa volta mi risparmio il supponente, perchè quantomeno Andersson non trasmette questa sensazione - pensare di presentare un lavoro esteticamente ineccepibile ma, passatemi la definizione, eticamente scorretto come questo: il signor Andersson ed il suo Piccione, infatti, meriterebbero gli ormai noti - e quelli davvero cult - novantadue minuti di applausi del fantozziano "E' una cagata pazzesca!", in barba ai premi, ai leoni e a tutte le giurie pronte ancora a credere in un Cinema elitario e forzatamente colto.
Il giorno successivo alla visione, ho ripensato al re del grottesco, della satira e del "nonsense" della settima arte, Luis Bunuel, che, da bravo genio assoluto qual'era, riusciva e riesce tramite le sue pellicole a parlare a chiunque senza bisogno che qualche presunto critico o santone intellettuale debba farsi trovare pronto ad educare le masse per estrapolare significati che, chissà, forse neppure ci sono.
Del resto, ci sarà pure un motivo se il piccione è uno degli animali più inutili e ributtanti che possano esistere.
E non penso riguardi da vicino riflessioni sulla morte o sull'esistenza.




MrFord




"For just a Skyline Pigeon
dreaming of the open
waiting for the day
he can spread his wings
and fly away again
fly away skyline pigeon fly
towards the dreams
you've left so very far behind."
Elton John - "Skyine pigeon" - 





martedì 26 gennaio 2016

Beasts of no nation

Regia: Cary Joji Fukunaga
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 137'






La trama (con parole mie): nel cuore di una innominata nazione africana, il piccolo Agu e la sua famiglia vengono colti di sorpresa dal sopraggiungere di una guerra civile che ne sconvolge la vita. Separato dai suoi cari, in parte fuggiti ed in parte uccisi durante il tentativo di fuga, Agu è reclutato forzatamente da un gruppo di miliziani per la maggior parte composto da bambini come lui o ragazzi poco più grandi agli ordini di un Comandante pronto a seguire l'onda sanguinaria della nuova rivoluzione in atto.
Quando, dopo mesi di lotta, morte e massacri, droga e situazioni traumatiche, Agu ed i suoi compagni vengono richiamati nella capitale dal nuovo leader, le cose cambiano ancora, e per il piccolo esercito giunge il momento di confrontarsi con la possibilità di non riuscire più a smettere di combattere.










La realtà del mondo in cui viviamo, inutile negarlo, è spesso e volentieri tosta e dura da digerire: che si tratti di condizioni sociali invivibili, lavori al limite della follia, guerre, malattie e chi più ne ha, più ne metta, sono molti i luoghi della Terra che non prospettano ai loro abitanti una vita non tanto lontanamente decente, quanto lunga abbastanza per poter quantomeno pensare di aver vissuto.
La realtà dei bambini soldato in alcuni paesi dell'Africa - ma non solo, ovviamente - è una delle più amare da mandare giù non soltanto per chi, come il sottoscritto, ha dei figli, ma penso in generale per qualsiasi adulto sano di mente: senza, però, scadere in pistolotti retorici in proposito, ricordo in questo senso l'analisi splendida di Rebelle, pellicola che qualche anno fa non solo fotografò alla grande il fenomeno, ma lo fece per la prima volta sfruttando lo sguardo di una protagonista femminile.
Si inserisce nello stesso filone questo Beasts of no nation, più che buon prodotto targato Netflix - che sta diventando una delle realtà più felici del piccolo schermo e non solo - firmato dallo stesso Cary Joji Fukunaga divenuto noto prima per la sua trasposizione di Jane Eyre e dunque per True Detective -: l'odissea terrificante del piccolo Agu, divenuto un miliziano e forzatamente "educato" da un comandante che assume una doppia connotazione di padre e padrone - un ottimo Idris Elba, al centro delle recenti discussioni originate dal "solito" Spike Lee a proposito delle candidature agli Oscar "troppo bianche" -, diretta con occhio come al solito efficace dal regista californiano, fotografata splendidamente - la sequenza lisergica della battaglia con Agu sotto effetto di droga o la camminata tra le trincee nel finale sono visivamente indimenticabili - e ben in equilibrio tra racconto pronto a sensibilizzare il grande pubblico e lavoro autoriale è una delle visioni più interessanti uscite sul finire dello scorso anno, che ho recuperato e vissuto con grande partecipazione, ma che, rispetto al già citato Rebelle, ha finito per convincermi in misura minore.
Probabilmente, e paradossalmente a causa dei pregi appena elencati, ho trovato il lavoro di Fukunaga fin troppo patinato ed in equilibrio per essere davvero sentito dal suo autore, che, indubbiamente, risparmia al pubblico l'americanata finto sconvolgente in stile Blood Diamond ma non ha il coraggio di andare fino in fondo, pur non risparmiando certo passaggi di grande impatto emotivo.
I punti di forza più efficaci restano la riflessione rispetto a questi bambini combattenti, bestie senza paese costrette a combattere fino alla morte - come recita il titolo del film stesso - e la figura del Comandante cui presta volto e fisicità il succitato Elba, in grado di guidare i suoi "uomini" come fossero una sorta di ibrido tra figli, reclute, fratelli di sangue e di lotta ed animali: in questo senso, il suo ruolo di eterno combattente alla ricerca del confronto di forza e dell'affermazione del proprio valore risulta affascinante se messo in relazione con la parte più politica anche di questi sanguinosi conflitti - come si evince dal confronto con il leader della rivoluzione, pronto a relegare il Comandante ad un ruolo di controllo anche a dispetto della volontà di quest'ultimo di continuare a battersi accanto ai suoi "ragazzi" -, che finisce sempre e comunque non solo per essere la causa primaria dei conflitti stessi, ma anche per svilire la lotta di chi li vive in prima linea.
Una prima linea che fagocita anche una volta riusciti ad allontanarsi tutti interi - o quasi - dalla stessa, e rende ancora più selvaggi delle bestie che, in guerra, si è costretti a diventare: bestie che il resto del mondo - quello più vicino alla normalità - dovrà faticare non poco per addomesticare una volta ancora, in cerca di un futuro migliore per entrambe le parti in campo.




MrFord




"I was born into a scene of angriness and greed, and dominance and persecution.
my mother was a queen, my dad I've never seen, I was never meant to be.
and now I spend my time looking all around,
for a man that's nowhere to be found.
until I find him I'm never gonna stop searching,
I'm gonna find my man, gonna travel around."
Iron Maiden - "Wrathchild" - 






domenica 25 ottobre 2015

Preacher - Alamo

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 2000
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): Jesse Custer è giunto alla fine della sua missione. Nel cuore degli States che ama, ad Alamo, il predicatore si prepara ad affrontare l'Onnipotente approfittando dell'occasione per invitare alla festa l'ex migliore amico Cassidy, il Santo degli Assassini, Herr Starr ed il Graal, e a malincuore l'amata Tulip, che il Nostro vorrebbe proteggere sempre e comunque.
Il piano di Jesse è semplice: far credere a Dio che Genesis ha lasciato il suo corpo ed indurlo a tornare in Paradiso, dove ad attenderlo prima che si possa sedere sul trono che gli conferisce poteri illimitati troverà il Santo, assetato di vendetta ed ormai, pur se riluttante, alleato del predicatore.
Peccato che, per poter completare la missione, Custer debba andare incontro ad un effetto collaterale non indifferente: dovrà necessariamente morire.
Tutto questo se Tulip non avrà modo di dire la sua, e Cassidy non decida di metterci lo zampino.









Tutte le cose belle, prima o poi, finiscono.
Non c'è scampo. La più grande condanna delle nostre esistenze e, di fatto, anche il sale che rende il viaggio che compiamo lungo la Frontiera così dannatamente interessante vale per tutto, perfino per Preacher.
Il viaggio di Jesse Custer, Tulip, Cassidy, Genesis, Starr, Facciadiculo e dell'Altissimo in persona finisce in una cornice che è perfetta per lo spirito che l'opera di Ennis e Dillon ha portato sulla pagina attraverso le gesta del suo indimenticabile protagonista, Alamo, teatro di una delle imprese più leggendarie della Storia del West.
Personalmente, potrei scrivere davvero di tutto sulla cavalcata che segna l'addio di questo straordinario gruppo di personaggi ai fan, dal tripudio di proiettili che traccia la parola fine sul conflitto tra i Nostri ed il Graal fino al confronto con Dio di Custer e soprattutto del Santo degli Assassini, personaggio granitico ed apparentemente tagliato con l'accetta che, al contrario, visto da vicino mostra sfumature a profusione, oltre a rappresentare, di fatto, la critica degli autori ad un certo tipo di approccio alla religione - bellissima la riflessione sul "Dio d'amore" che scatena i peggiori conflitti e crea il libero arbitrio perchè mosso dal bisogno disperato di vedere la gente scegliere di amarlo -, passando per la chiusura dei conti tra Jesse e Cassidy e l'amore troppo grande per questo e l'altro mondo di Jesse e Tulip, elogiare scrittura e disegni, colori ed idee.
Ma non ce la faccio.
Perchè rileggere Preacher è stato anche più bello della prima volta.
E' stato riscoprire un personaggio che incarna tutti i valori dell'America che sogno da quando ero bambino, dai tempi dei Western con John Wayne visti accanto a mio nonno, delle seconde possibilità e dei losers, del larger than life che comporterà pure tanti difetti, ma che rende gli USA un paese magico ed unico, che in un modo o nell'altro colpisce l'immaginario di tutto il mondo.
E' stato sentire sulla pelle la libertà di potersi battere fino alla fine (del mondo) per le persone che si amano e per quello in cui si crede, e di farlo a testa alta, senza guardare in faccia a nessuno o vergognandosi di quello che si prova.
E si finisce in questo modo per sentirsi quasi avvolti dagli abbracci di fuoco di Jesse e Tulip, investiti dall'ossessione di Dio e di Starr, incazzati per quanto in merda siano andate le cose con Cassidy, e di nuovo commossi per quel braccio teso ad un amico, e furiosi quanto il Santo, e felici che perfino l'esule Facciadiculo, alla fine, possa trovare il suo posto nel mondo, permettendo agli autori di congedarsi anche dai comprimari conosciuti a Salvation.
Preacher se ne va dunque con il botto, un epilogo perfetto per il suo spirito profondamente Western, e alla grande come John Wayne che saluta il suo "protetto" Jesse prima di uscire di scena: e se il mitico Duca è stato un'icona perfetta per la generazione di mio nonno, vorrà dire che il mio spirito guida diventerà questo predicatore dedito a sesso, alcool, giustizia e libertà che nel corso del suo viaggio ha illuminato anche la mia strada.
Grazie, Custer. Grazie, Ennis. Grazie, Dillon.
Qui al Saloon avrete sempre un posto d'onore, la mia gratitudine ed una bottiglia di whisky.




MrFord




"And a hundred and eighty were challenged by Travis to die
by the line that he drew with his sword when the battle was nigh
any man that would fight to the death crossed over
but him that would live, better fly
and over the line went a hundred and seventy nine
hey Santa Anna, we're killing your soldiers below!
that men, wherever they go will remember the Alamo."

Johnny Cash - "Remember the Alamo" - 






giovedì 6 agosto 2015

The chaser

Regia: Hong Jin Na
Origine: Corea del Sud
Anno: 2008
Durata:
125'





La trama (con parole mie): Joong Ho Eom, ex detective della polizia divenuto protettore di un gruppo di prostitute al suo servizio, è inquieto per la scomparsa di una delle sue ragazze, che crede possa essere fuggita rubandogli dei soldi. Quando capisce che la stessa non è affatto fuggita, ma finita nelle mani di un serial killer efferato che nel corso del tempo si è fatto notare per il suo approccio anche con altre donne, e che una di loro potrebbe essere ancora salvata per tornare a riabbracciare la figlia, l'uomo pare tornare al suo passato da investigatore per dare la caccia allo spietato omicida.
Una volta rintracciato Young Min Jee, che subito risulterà coinvolto nei fatti collaborando addirittura con le forze dell'ordine, per Joong inizierà una vera e propria lotta contro il tempo nella speranza di riuscire a trarre in salvo la donna della quale finisce per sentirsi responsabile come se la figlia di quest'ultima fosse sua.
Riuscirà nell'impresa, o quello che si trova di fronte, pur se sconfitto, è un predatore troppo grosso perfino per un coriaceo uomo della strada come lui?







La linea di demarcazione oltre la quale i registi - ma non solo - riescono a spingersi nel raccontare una storia sfidando, di fatto, i limiti sociali e le convenzioni, cambia a seconda delle culture e delle latitudini: ricordo bene quando vidi per la prima volta in sala Old Boy, e pensai che un finale come quello, con la scoperta da parte di Oh Dae Soo dell'identità della ragazza che aveva conosciuto, qui nel Vecchio Continente non si avrebbero avute le palle per presentarlo.
Lo stesso Kitano, che nello splendido L'estate di Kikujiro gioca con ironia nerissima a ridicolizzare un pedofilo, dalle nostre parti sarebbe risultato quantomeno fuori luogo, soprattutto all'inizio degli anni novanta.
Sono solo due esempi di quante e quanto affascinanti siano le differenze tra Europa e Asia, e quanto potente possa ancora essere - anche grazie alla sua diversità dal nostro - il Cinema venuto da Oriente.
The Chaser, sponsorizzato con grande partecipazione da mio fratello e recensito spesso e volentieri ottimamente anche qui nella blogosfera, è un perfetto esempio di quanto scritto sopra: il lavoro di Hong Jin Na, impeccabile dal punto di vista tecnico, pare incrociare senza guardare in faccia a nessuno I saw the devil, Il cattivo tenente e Big Bad Wolves, prendendo per il collo lo spettatore e trascinandolo in una vera e propria corsa di due ore piene nel corso della quale non viene risparmiato nulla, ed in termini di tensione non abbiamo una sola pausa dallo sviluppo iniziale alla drammatica conclusione.
Joong Ho Eom, antieroe alla scoperta di un'oscurità profonda ben più della sua, alla ricerca dapprima del responsabile delle sparizioni delle sue ragazze e dunque impegnato in una corsa contro il tempo per smascherarlo senza possibilità di appello, regala all'audience uno dei ritratti più vitali, imperfetti e combattivi che ricordi del Cinema recente, e la determinazione nel combattere la sua nemesi - l'inquietante Young Min Jee, degno di cult del genere come Se7en -, cresciuta di pari passo con l'affezione per la giovanissima figlia della ragazza che cerca disperatamente di ritrovare, rappresentano un vero e proprio inno all'umanità, seppur messa all'angolo - ed anche di più - da una realtà all'interno della quale si muovono predatori terrificanti che, spesso, finiscono per sfruttare la Legge che infrangono per tornare a cacciare una volta dopo l'altra.
Il duello a distanza tra i due rivali, risolto all'apparenza dopo neppure mezzora di visione - non mi era mai capitato di incontrare un thriller che prevedesse la cattura del colpevole ad un quarto di pellicola -, è una continua sfida, una rivelazione, una disperata lotta all'ultimo sangue.
Come per il gioiellino made in Hong Kong Expect the unexpected, anche qui, quando ci si aspetta che non possa accadere altro più di quanto non è già accaduto, ecco un nuovo sconvolgimento nella trama pronto a prendere le nostre certezze e farne letteralmente polpette: e dalla terrificante abitazione di Young Min Jee, degna di uno slasher anni settanta, al commissariato di polizia, passando per l'auto di Joong e quella sequenza maledetta scandita dai colpi di martello nel retro del negozio, quasi non si può credere quanto dura possa essere la mano del regista, e quanto a fondo possa colpire il pubblico.
The Chaser è un viaggio allucinante nella mente di un serial killer - da brividi il confronto con il vecchio incaricato delle forze dell'ordine nella stanza degli interrogatori -, il percorso di crescita di un protagonista assolutamente caotico e negativo che riscopre la sua umanità di fronte a qualcuno che pare, al contrario, aver rinunciato volontariamente alla stessa.
In mezzo, la Legge e l'Ordine, criticate aspramente quasi fossero pedine di un gioco sempre più grande di loro, incapaci di seguire, oltre al fiuto, anche la pancia e le sensazioni come per l'indomito Joong, che non risparmia colpi bassi sia con le parole - il suo "braccio destro" continuamente vessato - che con i fatti - i confronti fisici con l'assassino -: e se l'epilogo lascia intravedere quantomeno un barlume di speranza, nello stomaco oscuro di questo angolo di Corea e dell'animo umano, tutto pare essere digerito da appetiti troppo grandi e spaventosi per essere affrontati, che si parli di lupi solitari ormai disillusi o bambine aggrappate alla speranza con tutte le forze.
E allora non resta che stare gli uni accanto alle altre, e sperare di potercela fare insieme.




MrFord




"You don't waste no time at all
don't hear the bell but you answer the call
it comes to you as to us all
we're just waiting for the hammer to fall."
Queen - "Hammer to fall" - 




martedì 4 agosto 2015

Preacher - Texas o morte

Autori: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 1995
Editore: Vertigo





La trama (con parole mie): un bel giorno - anzi, un brutto giorno, a dirla tutta - il Reverendo Jesse Custer, che cinque anni prima si era lasciato alle spalle la fidanzata Tulip, amore della sua vita, reinventatasi nel frattempo sicario ed amica di un vampiro irlandese di nome Cassidy, è investito e posseduto dall'entità divina chiamata Genesis, nata dal sesso selvaggio di un arcangelo e di una demone, una nuova idea per l'alto dei cieli in grado di mettere in crisi perfino il Signore.
Il predicatore, dopo aver incenerito tutto il suo gregge, si ritrova per le strade di un'America folle e violenta alla ricerca dell'Altissimo e di risposte che il suo potere, ribattezzato La Parola di Dio, non può fornirgli, e chissà, forse ritrovare anche se stesso, l'amore, l'amicizia e tutte quelle belle cose che ci fanno ogni giorno alzare dal letto.
Ma non è detto che questo non comporti una fatica fottuta.








Si potrebbero scrivere davvero tante, tante cose, a proposito di Preacher.
Per esempio che è, per usare un riferimento che ben comprenderanno i cinefili non frequentatori del Fumetto, il Pulp fiction delle nuvole parlanti.
Oppure che Garth Ennis, il suo straordinario autore, dopo una "gavetta" che l'ha portato dall'Irlanda del Nord e le riviste locali a titoli di culto come Hellblazer, ideò il personaggio e questa storia a neppure venticinque anni, e nessuno avrebbe potuto trasformarla in immagini meglio del suo compare Steve Dillon.
O anche che Preacher, nella sua completezza - e qui parliamo soltanto del primo volume di questo fungo atomico sterminatore figlio di puttana, figlio di puttana! -, rappresenta una di quelle letture che andrebbero intraprese anche da chi pensa che i fumetti siano solo robetta per bambini, carta straccia o igienica almeno una volta nella vita.
O, ancora meglio, che di fatto questa serie è riuscita a rendere l'idea - come poche altre - di quanto possa essere strepitoso il media Fumetto, e considerato, a tutti gli effetti, Letteratura, pur se disegnata.
Ma sapete che vi dico? Che Jesse Custer, Tulip, Cassidy e perfino Facciadiculo - uno dei personaggi più geniali mai creati - non se lo meritano affatto.
Meriterebbero, al contrario, che tutti voi stronzi alzaste i vostri culi flaccidi e correste alla prima fumetteria per recuperare in blocco una delle serie più rivoluzionarie che abbia mai letto, e che a breve dovrebbe essere riproposta sul piccolo schermo prodotta, tra gli altri, da Seth Rogen e James Franco - che spero siano grandi fan del titolo e non permettano sia rovinato più di quanto già non farà Dominic Cooper, che pare vestirà i panni di Jesse Custer -, e vi godeste come il pompino - o la leccata, perchè Preacher non fa distinzioni di sesso, credo, razza, vita o morte - della vostra vita la prima cavalcata di Custer e Genesis, tra una sparatoria e la scoperta di un Altro Mondo decisamente più incasinato del bel giardinetto tutto sole e Lavazza che cercano di propinarci spesso e volentieri, serial killers, sceriffi reazionari, il Texas, John Wayne e la Grande Mela, in una sarabanda di eventi dagli angoli ancora da smussare - dopotutto, se non ci fossero stati margini di miglioramento, Preacher non sarebbe diventata la figata supersonica che è diventata numero dopo numero - che prende a schiaffi i massimi sistemi senza fare distinzioni di sorta ma riesce ugualmente a regalare una chiusura tra la malinconia, la speranza ed il romanticismo e passaggi da grasse risate in pieno stile buddy movie: ancora oggi, a distanza di venti dico vent'anni, il lavoro di Ennis e Dillon è attuale, divertente, spaventoso, sopra le righe, passionale e godurioso.
Riaprire questo primo volume, dalla prefazione di Joe Lansdale alla chiusura neanche fossimo in un Western d'annata, con tanto di eroe che parte con la sua bella al tramonto, è stato ancora più intenso di quanto avrei potuto immaginare quando ho deciso di rivisitare tutta la saga qui al Saloon, in attesa, per l'appunto della sua trasposizione televisiva: ma la realtà è un'altra.
Cercavo solo una scusa, perchè a dire il vero non ho mai superato la fine di Preacher.
E così come Jesse Custer ha John Wayne a guidarlo in questa valle di lacrime, io voglio lui, con quel suo fare da stronzo non così stronzo, da maledetto non così maledetto, da santo peccatore come piace a me.
Forse perchè anch'io, sono così, anche se la mia Parola non è così potente come quella delle Alte sfere.
Ma sapete che vi dico? Non me ne importa un cazzo.
Quello che mi importa è di essere vivo, essere qui dove sono, godermi ogni istante, passare il tempo con chi amo, mangiare, bere, scopare, viaggiare, guardare film, leggere, suonare, ascoltare, imparare, e tutte quelle cose che ogni giorno mi danno i brividi.
E che esista Preacher.
Perchè se non esistesse, questa valle di lacrime sarebbe davvero un posto molto triste.




MrFord




"The only one who could ever reach me
was the son of a preacher man
the only boy who could ever teach me
was the son of a preacher man
yes he was, he was
ooh, yes he was."
Dusty Springfield - "Son of a preacher man" -





venerdì 10 luglio 2015

The Lazarus Effect

Regia: David Gelb
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 83'






La trama (con parole mie): Frank e Zoe sono una coppia di scienziati e ricercatori universitari che hanno dedicato gli ultimi anni delle loro vite alla realizzazione di un siero che possa permettere di riportare in vita a tempo sulla carta indeterminato i morti in modo da poter garantire ulteriori cure.
Per la loro ricerca hanno finito per rinunciare a molto, a partire dalla vita coniugale, orari normali, matrimonio e piani per il futuro.
Quando, testimoniato da una giovane documentarista ospite dell'equipe dei due medici, un cane risponde positivamente al siero, tutto pare cambiare: peccato che la multinazionale proprietaria delle attrezzature e responsabile dei finanziamenti decida di porre fine al progetto, di fatto togliendolo dalle mani di Frank, Zoe e dei loro soci ed amici, ed il cane stesso manifesti pesanti segni di squilibrio e, durante un'incursione proibita nel laboratorio, Zoe muoia fulminata.
A questo punto Frank, sull'orlo della crisi, decide di sperimentare quello che resta del siero sulla sua compagna: gli effetti della resurrezione di Zoe, però, non saranno propriamente quelli che avrebbe desiderato.








Negli ultimi anni l'horror, complici una serie quasi infinite di uscite dalla qualità infima, ha finito per diventare un riempitivo senza troppe speranze, lontano dai fasti della mia infanzia e dell'infinità di prodotti cult usciti a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta: non lontano da questo trend è The Lazarus Effect, distribuito non troppo tempo fa in sala e salito agli onori della cronaca principalmente per la presenza di Olivia Wilde, oggetto del desiderio della maggior parte di spettatori di sesso maschile - e forse non solo -, per la prima volta, se la memoria non m'inganna, alle prese non solo con il genere, ma anche con un ruolo da "evil" pieno, anche se solo parzialmente.
David Gelb, giocando praticamente solo sull'effetto da salto sulla sedia legato ad effetti sonori improvvisi, costruisce una vicenda come se ne sono già viste a decine - se non centinaia - nel genere, riprendendo il mito di Frankenstein ed il fascino dell'ignoto legato al post-mortem ed unendo gli stessi alle tematiche da possessione demoniaca - almeno all'apparenza -, costruendo, di fatto, un prodotto senza un'identità precisa che si riscatta solo parzialmente con la rivelazione sul significato dell'incubo che affligge la protagonista salvo poi cadere nel pessimo vizio del finale aperto creato ad hoc nella speranza di girare un sequel.
A favore del lavoro di Gelb vanno comunque annotati un minutaggio onesto - finalmente un titolo che riesce a stare sotto i novanta minuti di durata, praticamente un miracolo, di recente - ed una scelta di cast che strizza l'occhio al pubblico giovane ed al piccolo come al grande schermo: troppo poco, comunque, per risultare qualcosa in più che una visione tappabuchi, buona giusto per occupare un pranzo in solitaria o una serata di stanca.
Senza dubbio, nel corso della mia carriera - soprattutto recente - di spettatore ho visto cose peggiori, ed in grado di farmi incazzare molto di più, ma allo stesso tempo non sentivo affatto la necessità di un titolo come questo, di fatto affrontato giusto perchè recuperato in buona qualità e perfetto per staccare il cervello senza impegno: senza dubbio la prima parte, giocata principalmente sull'atmosfera e le questioni etiche risulta più sensata ed avvincente della seconda, pronta a precipitare nel più classico degli sviluppi che il genere impone ed allo stesso tempo, paradossalmente, molto meno efficace in termini di inquietudine, ma di fatto si continua a girare intorno all'inutilità di un prodotto che non aggiunge assolutamente nulla all'esperienza di chi lo guarda, e che regala i momenti migliori - fatta eccezione per un paio di dialoghi sempre sviluppati prima dell'incidente occorso a Zoe - nel confronto tra Olivia Wilde e Sarah Bolger, con la mia preferenza che va alla giovane irlandese qui nel ruolo della documentarista ignara del disastro pronto ad abbattersi sull'equipe scientifica che si è trovata a riprendere.
In questo senso, capirete bene che se in un horror l'attrattiva principale è quella data dalla scelta da fare in merito alla donzella più attraente sullo schermo, qualcosa nel resto non funziona come dovrebbe.
Un pò come il siero che lo sfortunato gruppo di ricercatori si vede scippare dal sempre mefistofelico - e troppo poco presente on screen in questo caso - Ray Wise.




MrFord




"Stone me why can't you see
you're a no one nowhere washed up baby
who'd look better dead.
your tongue is far too long
I don't like the way it sucks and
slurs upon my every word."
The Stone Roses - "Resurrection"-




venerdì 19 giugno 2015

Game of thrones - Stagione 5

Produzione: HBO
Origine: USA, UK
Anno: 2015
Episodi: 10




La trama (con parole mie): nei sette regni ed attorno al Trono di spade continua a scorrere il sangue, complici gli intrighi e le guerre in corso in ogni angolo del mondo conosciuto. Mentre, oltre il mare, Daenerys cerca a fatica di contenere le rivolte intestine a Mereen ed i suoi draghi, Thyrion è in viaggio proprio verso la sua corte; ad Approdo del re, invece, Cersei intima a Jamie di recuperare Myrcella, la loro figlia tenuta alla corte del defunto Oberyn, e pianifica una vendetta religiosa contro i Tyrell che potrebbe creare non pochi problemi anche a lei stessa; nel profondo Nord, invece, Jon Snow si trova ad affrontare la minaccia dei White Walkers ed il peso del suo nuovo ruolo, in bilico tra i Guardiani ed i Bruti; Stannis Baratheon, Melisandre e l'esercito raccolto dal pretendente al trono, invece, progettano di invadere Grande Inverno schiacciando i Bolton, nel frattempo venuti in possesso di Sansa Stark; Arya, sua sorella minore, invece, si trova a Bravoos per affinare le sue doti di assassina e cominciare a vendicarsi di tutti coloro ai quali ha giurato la morte.







Presenti possibili spoiler involontari e indiretti.



Senza ombra di dubbio, una delle serie tv più importanti degli ultimi anni, nonchè una delle più amate di sempre, Game of thrones, è divenuta, nel corso delle stagioni, praticamente un fenomeno di costume, oltre ad un prodotto di altissima qualità: io stesso, da quel giorno cinque anni fa in cui con Julez approcciammo il pilota terminato con il volo dalla torre di Brann, ho visto crescere, vivere e morire decine di personaggi memorabili, applaudito a sequenze mozzafiato, osservato ammirato la tecnica e lo script di quello che, di fatto, per numero di protagonisti ed amore quasi maniacale di schiere di fan, potrebbe essere considerato l'erede ufficiale di Lost.
Questa stessa quinta stagione, di fatto, è stata l'ulteriore conferma dello standard tecnico assolutamente elevato della proposta di Weiss e Benioff, ed è stata in grado di regalare ottimi momenti all'audience culminati con un season finale da urlo, in bilico tra una walk of shame da brividi ed una chiusura quasi shakespeariana, con tanto di "idi di marzo", e con l'addio - vero o presunto che sia - di due dei cardini delle vicende dei Sette Regni.
Dunque, perchè anche uno dei riferimenti da piccolo schermo del Saloon è finito sotto le bottigliate?
Senza dubbio non per demeriti artistici, o per scivoloni effettivi, quanto, di fatto, per l'approccio: onestamente parlando, nonostante alcuni passaggi ben riusciti, questa quinta stagione è stata senza dubbio "di passaggio", e rispetto alla quarta, strabordante di momenti WTF, ha finito per segnare il passo ed apparire perfino noiosa a tratti, quasi si trattasse di un'annata spesa a disporre pezzi sulla grande scacchiera di Westeros in attesa di tempi migliori.
Come se non bastasse, comincio a nutrire qualche riserva su quello che è il marchio di fabbrica del buon George Martin, ovvero la sistematica eliminazione dei suoi protagonisti: il rischio, infatti, di puntare tutto sulla bocca spalancata del pubblico - come è stato per il finale di questa quinta season - potrebbe alla lunga innescare un effetto contrario, nello stesso, e privarlo dei suoi favoriti, oltre a risultare irrispettoso di fronte alle "creature" responsabili del successo del loro autore: inoltre, il progressivo sfoltimento del gruppo di main charachters lascia ora scoperti i Sette Regni non solo per quanto riguarda la lotta per la conquista dell'Iron Throne - al momento in mano al più inutile e privo di spessore dei regnanti - ma anche il cuore dei fan.
I due pezzi da novanta del cast, Thyrion e Daenerys, infatti, paiono essersi adagiati sui fasti passati cominciando a vivere di rendita, ed al momento solo Jamie Lannister, la coppia Cersei/Alto Passero ed il redivivo The Mountain paiono poter offrire qualcosa di interessante, almeno sulla carta e sempre che gli autori non decidano di fare un'altra epurazione.
Questo passo falso, però, è più concettuale che non artistico, e resto dunque fiducioso per il futuro di un titolo dal potenziale immenso, che ha regalato alcuni dei passaggi migliori che la televisione abbia offerto negli ultimi dieci anni: la minaccia dei White Walkers, il percorso di Arya, il futuro di Sansa, il ruolo sempre più inquietante degli emissari religiosi di Westeros - dal già citato Alto Passero a Melisandre -, la situazione del Trono di spade, quella del Nord ed il destino della "scomparsa" Khaleesi, tornata ad incrociare il cammino dei Dothraki.
L'hype è altissimo, e già da ora restiamo in trepidante attesa per il sesto giro di giostra, sangue e morte che già sappiamo Game of thrones ci offrirà: nel frattempo, però, con tutto il rispetto, Martin dovrà assaggiare, sotto forma di bottigliate, un pò della stessa moneta con la quale ripaga i suoi "figli" cartacei.



MrFord



"I stand surrounded by the walls that once confined me
knowing I'll be underneath them
when they crumble when they fall
with clarity my scars remind me
ash still simmers just under my skin."
Creed - "A thousand faces" -





mercoledì 3 giugno 2015

Mia madre

Regia: Nanni Moretti
Origine: Italia
Anno: 2015
Durata:
106'






La trama (con parole mie): Margherita, una regista alle prese con la realizzazione del suo ultimo lavoro, la separazione dal compagno, il rapporto con la figlia ed il fratello Giovanni, a sua volta in crisi rispetto alla carriera, si trova a doversi confrontare con la malattia ed il sopraggiungere della morte della madre, Ada, insegnante di latino amata da suoi studenti, donna piena di vita anche bloccata in un letto d'ospedale.
Nel continuo altalenarsi tra il set e la terapia intensiva, l'energia che scema della genitrice e quella che fiorisce della figlia, Margherita si trova a dover gestire l'ingombrante attore americano chiamato ad interpretare l'antagonista nel suo film, a confrontare il passato ed il futuro, l'idea di essere sola e quella, di fatto, di non esserlo.
Come giungerà, dunque, l'ultimo giorno?
E cosa accadrà quando il sipario sarà calato, le riprese terminate, l'ultimo respiro esalato?










In tutta onestà, non ho mai pensato al momento in cui dovrò affrontare la morte di mia madre.
Ricordo però molto bene quando lei perse la sua.
Era l'inizio di marzo del novantuno, io mi avviavo a chiudere il mio primo anno alle medie, e mia nonna, che si era ammalata la primavera precedente e aveva dato segni di grande miglioramento in estate, dal periodo delle feste natalizie non aveva fatto altro che peggiorare.
Quella mattina, come al solito, io e mio fratello facevamo colazione in sala, latte e biscotti con la videocassetta di uno dei tanti film che già vedevamo a ripetizione, quando suonò il telefono, e mia madre uscì correndo.
Pensai a cosa sarebbe potuto accadere per tutta la mattina, a scuola, e quando mi affacciai al suono della campanella vidi mio padre, che, considerato il lavoro, non aveva mai la possibilità di venirmi a prendere durante la settimana.
Il mio primo pensiero, paradossalmente, fu che era morto mio nonno, magari per lo spavento: in fondo era più vecchio, aveva avuto già problemi di salute, era quello che avevo sempre immaginato se ne sarebbe andato per primo.
Quando scesi e mio padre mi disse che invece era stata la nonna, a morire, rimasi in silenzio, come avvolto da un guscio, fino alla porta di casa: mi aprì mia madre, con gli occhi gonfi di lacrime. Il tempo di buttare lo sguardo in cucina, con mio nonno seduto al tavolo, e su di lei, e scoppiai a piangere.
Ricordo quei momenti come se fosse ieri, ancora oggi.
Allo stesso modo, non ho mai pensato neppure al momento in cui sarà il Fordino, a doverci dire addio. A quale sensazione si proverà ad essere chi se ne va, e non chi resta. In parte perchè, da fervente appassionato ed ingordo di vita, vorrei rimandare quel momento il più a lungo possibile, in parte perchè, in qualche modo, non credo sia giusto affrontare questo tipo di cose in anticipo.
Dal canto suo, dato che questo post dovrebbe parlare anche del suo lavoro, Nanni Moretti deve aver pensato che uno dei momenti più drammatici ed importanti delle nostre vite - considerando il ciclo naturale delle cose - valeva un tentativo, quantomeno, di confronto.
E nonostante il ritmo eccessivamente dilatato, alcune sbavature - volute o no - del montaggio, una Margherita Buy come sempre poco sopportabile, sento di pensare che il tentativo sia valso ogni pena, ogni lacrima, ogni momento di sconforto che questo tipo di percorsi inevitabilmente portano in dono.
In un certo senso, Mia madre rappresenta, per Moretti, quello che per Virzì era stato La prima cosa bella: una dichiarazione d'amore, un ricordo affettuoso, un omaggio al legame che stabiliamo con la persona che ci ha dato la vita, e che a prescindere dalle differenze, dall'esperienza e dalla strada che si decide di percorrere, resta un riferimento dall'istante in cui nasciamo a quello in cui ci ritroviamo a dover abbandonare il palcoscenico, e sperare in una chiusura dignitosa.
E poi si potrebbe parlare dei pregi e dei difetti del film, della partecipazione a Cannes accanto agli altri due moschettieri del Cinema d'autore italiano Sorrentino e Garrone, dello stesso Moretti - che avrà ottime intuizioni dietro la macchina da presa, ma che davanti alla stessa, per me, resta sempre un cane maledetto - e della sua più o meno velata antipatia, del gigioneggiante ma ugualmente interessante John Turturro, della misurata e bravissima Giulia Lazzarini, della semplicità disarmante di alcuni passaggi - la lezione di motorino alla figlia - e del significato dell'intera pellicola, ma poco importerebbe.
Mia madre racconta un dramma ed un'emozione, un passaggio fondamentale della crescita come individui che tutti, amanti del Cinema oppure no, in grado di sopportare Moretti ed il suo modo di raccontare oppure no, o quasi, finiremo un giorno o l'altro per affrontare.
In fondo, è questa la Natura.
Queste le regole del viaggio.
Questa la passione di una storia.
La propensione al domani.
Sempre e comunque.
Anche quando un domani non ci sarà.




MrFord




"I could be right, I could be wrong
it hurts so bad it's been so long
mama, I'm comin' home."
Ozzy Osbourne - "Mama I'm comin' home" - 





sabato 25 aprile 2015

The Poughkeepsie Tapes

Regia: John Eric Dowdle
Origine: USA
Anno: 2007
Durata:
86'





La trama (con parole mie): a Poughkeepsie, cittadina a Sud dello Stato di New York, in una casa in affitto viene scoperta la macabra collezione di uno dei più terriili e feroci serial killers che abbiano mai operato negli Stati Uniti.
Quello che le Forze dell'ordine analizzano, infatti, è la personale videoteca di un assassino dedito a documentare ogni suo atto, dalla prima volta al terrificante piano che lo vede plagiare, dalla mente al corpo, una delle sue vittime: ma chi potrà mai essere, questo psicopatico in grado di mostrare profili e caratteri diversi ad ogni suo omicidio?
Il sospetto principale, arrestato e condannato, sarà davvero chi tutti sperano possa essere?
O questo "uomo nero" continuerà a viaggiare per le strade, innalzando le statistiche di sequestri ed uccisioni in una o nell'altra area metropolitana?








Se qualche mese fa mi avessero detto che non solo avrei finito per divertirmi con Necropolis - La città dei morti, nonostante i suoi limiti, e che proprio a seguito di quella visione sarei andato a recuperare questo The Poughkeepsie Tapes firmato sempre da John Eric Dowdle e prodotto dal fratello di quest'ultimo, sarei stato quantomeno incredulo, nonostante, di fatto, il mockumentary rappresenti uno dei guilty pleasures di genere più apprezzati, al Saloon, e nel corso degli anni mi abbia riservato soddisfazioni uniche come The troll hunter, Lake Mungo ed Europa Report.
Non solo, comunque, questo recupero si è rivelato un successo, ma ho finito per considerare The Poughkeepsie Tapes superiore al successivo e già citato Necropolis, non perfetto ma in grado comunque di inquietare ed affascinare soprattutto gli appassionati di thriller e morti ammazzati come noi Ford, regalando al pubblico un serial killer tra i più terrificanti che la settima arte abbia portato sullo schermo dai tempi dell'intramontabile Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti.
L'idea di ricostruire l'operato dello psicopatico attraverso il ritrovamento delle videocassette dallo stesso girate a partire dalla prima uccisione alternando le immagini "di repertorio" - ottimo l'effetto nastro conferito alla documentazione del maniaco omicida - con il parere di esperti dell'FBI e della Scientifica funziona, per quanto finisca per essere poco sfruttata soprattutto rispetto alla sua parte "tecnica", quando nella seconda metà del film il focus della narrazione si sposta sul ritrovamento della superstite schiavizzata dal mostro per anni e sul tentativo delle forze dell'ordine di catturarlo.
Senza dubbio il lavoro di Dowdle, all'apparenza amatoriale quanto basta per poter rientrare anche esteticamente in alcuni termini del mockumentary, non è esente da difetti, e rappresenta più il primo esperimento di un regista che non il lavoro della sua maturità, eppure avvince dal primo all'ultimo minuto, e a prescindere dalla violenza mostrata - mai compiaciuta o in qualche modo disturbante come fu per l'immondo A serbian film - conduce lo spettatore a domandarsi fino a quali abissi ci si possa spingere quando si parla dell'oscurità dell'animo umano: l'operato di questo misterioso omicida seriale, culminato con il rapporto terrificante con la sua schiava che chiude con i brividi la visione, per quanto atroce ed incredibile possa apparire, in realtà non si discosta dalle gesta di altri documentati serial killers, da Albert Fish - che sul punto di essere giustiziato parlò della sedia elettrica come dell'occasione di provare un'emozione che non aveva mai potuto testare sulla pelle prima - a Gacy o Dahmer, in grado di commettere atti che, se raccontati, finiscono per apparire più come il frutto dell'immaginazione di uno scrittore dell'orrore, piuttosto che cronaca nera.
In questo senso, The Poughkeepsie Tapes rende molto bene questo inquietante aspetto del predatore pronto a mietere le proprie vittime seguendo i propri istinti, e che, nel caso di assassini dall'alto quoziente intellettivo ed un'elevata capacità di controllo, impara dalla propria esperienza affinando le tecniche di caccia ed occultamento delle proprie vittime finendo per ingaggiare una vera e propria sfida con le forze dell'ordine.
Probabilmente, comunque, un prodotto di questo genere o i registri delle vittime degli assassini seriali passati alla storia, non riusciranno mai a definire completamente i confini dell'oscurità che alberga nel nostro cuore di Uomini, e che in alcuni casi - fortunatamente non così numerosi - finisce per fagocitare tutto quello che può, dentro e fuori, e dalla quale non è possibile fare ritorno, o sperare di trovare una via d'uscita.




MrFord




"I know I may be young, but I've got feelings too.
and I need to do what I feel like doing.
so let me go and just listen."
Britney Spears - "I'm a slave 4U" - 





lunedì 20 aprile 2015

Beetlejuice - Spiritello porcello

Regia: Tim Burton
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 92'





La trama (con parole mie): Adam e Barbara Maitland, giovani sposi ancora senza figli che vivono in campagna in una grande casa, a seguito di un curioso incidente stradale, tornano nella loro dimora solo per scoprire di essere morti. La natura di fantasmi, però, mette in crisi la coppia, alle prese con lo studio di un Manuale dedicato proprio ai novelli deceduti, i nuovi inquilini della loro casa e le regole di un Aldilà che appare molto più scombinato e complesso di quanto non credessero: quando, disposti a tutto per cacciare i così diversi da loro Deetz, si rivolgono all'esorcista di esseri umani Betelgeuse, le cose si complicano oltre misura.
I Maitland, dunque, dovranno affidarsi all'amicizia della giovane Lydia ed alla loro consulente tombale Juno per risolvere i guai che li vedranno in bilico tra la curiosità da ricchi in fuga dalla città dei Deetz ed il caos senza controllo di Betelgeuse.








Nel corso della Storia del Cinema è capitato più spesso di quanto non si possa pensare che film assolutamente perfetti dal punto di vista tecnico e stilistico venissero, di fatto, dimenticati, mentre altri solo discreti, per merito dei loro autori o attori, del tempismo o del caso, divenissero non solo dei fulmini a ciel sereno, ma anche degli assoluti cult.
Appartenente a questa seconda categoria è senza dubbio Beetlejuice, forse uno dei titoli più amati dai fan tra quelli firmati da Tim Burton, che regalò uno dei Michael Keaton più incredibili di sempre e divenne immediatamente un guilty pleasure per un'intera generazione di appassionati: personalmente, e per quanto questa introduzione o il voto possano suggerire il contrario, ho sempre adorato il racconto delle gesta dello spirito più irriverente della settima arte, e ancora oggi lo ritengo uno dei miei favoriti del regista di Edward mani di forbice e Big fish.
Dalla splendida coppia di protagonisti Geena Davis - che, ai tempi, è stata uno dei miei primi sogni erotici, anche se più grazie a Thelma e Louise - e Alec Baldwin alla colonna sonora ritmata dai classici di Harry Belafonte, passando attraverso un'interpretazione assolutamente unica ed originale dell'Aldilà, Beetlejuice ha rappresentato per anni nell'allora casa Ford una delle visioni più gettonate da me e mio fratello, sempre in trepidante attesa dell'arrivo del mitico charachter interpretato da Michael Keaton, tra i cattivi più affascinanti, rozzi, sboccati e clamorosamente divertenti di sempre: quel suo motivetto "Io scopo, vomito, sputo e rutto, faccio porcate chiedetemi tutto!" è ancora oggi impresso indelebilmente nella memoria di questo vecchio cowboy, così come il completo a righe che segretamente ho sempre sognato di possedere, e che avrei rubato volentieri all'attore che interpretava Beetlejuice nello spettacolo mancato all'interno del parco Island of adventure di Orlando, quando con Julez finimmo per fare una capatina da quelle parti qualche anno fa, e perdemmo la rappresentazione e l'omaggio a questa pietra miliare - programmato in un teatro all'aperto - a causa di una sorta di tempesta tropicale che generò una vera e propria chicca nel tentativo di muoversi sotto il diluvio in due coperti dallo stesso poncho di plastica.
Ma questa è un'altra storia.
Quello che conta, ora, è ricordare con affetto un vecchio amico e riproporre un vero e proprio festival del grottesco, ironico e graffiante eppure a suo modo anche malinconico, pronto a rileggere la concezione di vita oltre la morte per come le religioni classiche l'hanno sempre intesa, povero nella realizzazione eppure clamorosamente ricco di riferimenti, influenze ed effetti tanto artigianali quanto gustosi da godersi ancora oggi: l'idea, poi, di contrapporre la solare compattezza del legame tra i Maitland all'oscurità cercata da adolescente di Lydia, all'approccio da radical-ricchi dei Deetz e alla sboccata irruenza di Betelgeuse appare vincente fin dal principio, e regala un equilibrio perfetto ad una commedia nera tra le più riuscite degli anni ottanta.
L'amarcord cinematografico è uno dei piaceri che negli ultimi anni ho finito per apprezzare maggiormente, partendo dalle prime meraviglie dell'infanzia per ripercorrere la mia crescita come spettatore, parallela a quella di uomo: e devo ringraziare Tim Burton, il suo "Beetle-coso" e tutte le trovate di questo film, perchè nonostante gli anni passino, continuano a rinverdire i fasti di un'epoca davvero indimenticabile.
Come questo film e i suoi protagonisti.
Da una parte e dall'altra della vita e della morte.



MrFord



"Lift six foot, seven foot, eight foot bunch
naylight come and me wan' go home
six foot, seven foot, eight foot bunch
daylight come and me wan' go home."
Harry Belafonte - "Day-O (The Banana Song)" -







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