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lunedì 12 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Per la prima volta nelle ultime settimane - e forse mesi - non solo sono incappato in una settimana di visioni più consistente di quanto non fossi abituato a sostenere, ma anche e fortunatamente di sole visioni soddisfacenti: che si parli di serie tv o di lungometraggi destinati alla sala o alla sempre più importante realtà di Netflix, infatti, non ho memoria di sette giorni così interessanti almeno dalla scorsa primavera. Speriamo sia un segno positivo per la corsa fino alle classifiche di fine anno.

MrFord


HILL HOUSE (Netflix, USA, 2018)

 Hill House Poster
 
Il mio rapporto con Mike Flanagan è da sempre stato discontinuo, avendolo molto apprezzato in alcune pellicole e clamorosamente detestato in altre: giunta sugli schermi di casa Ford grazie al tam tam della rete, Hill House aveva un bel banco di prova da superare per poter essere apprezzata, e nonostante i tempi dilatati dei primi due episodi devo ammettere che l'ha fatto e a pieni voti.
Regia elegante e molto tecnica, stupendi passaggi temporali in termini di script, spaventi ben gestiti ed un sottotesto importante per chiunque "senta" la vita ed abbia trascorsi emotivi importanti con Famiglia e fratellanza.
Un plauso allo stupendo episodio cinque, La donna dal collo storto, che riprende un concetto espresso in modo ancora più spaventoso nel meraviglioso cult "nascosto" Lake Mungo di qualche anno fa, e che accanto all'epilogo giustamente molto emotivo rendono Hill House uno dei titoli più interessanti che il piccolo schermo abbia offerto in questo duemiladiciotto.


 


BLACKkKLANSMAN (Spike Lee, USA, 2018, 135')

 BlacKkKlansman Poster

Ho sempre pensato che, quasi fosse un controsenso, i migliori lavori di Spike Lee fossero i suoi film più "da bianco", quelli in cui riusciva ad abbandonare la grande rabbia per le ingiustizie perpetrate nel nome del razzismo negli States per veicolarla in energia pura toccando, paradossalmente, gli stessi temi: parlo de La 25ma ora e Summer of Sam, senza comunque dimenticare quello che per me resta uno dei film di genere più belli degli ultimi venti o trent'anni, Inside man.
E proprio quando l'idea che mi ero fatto era di un regista ormai alle soglie della pensione, il vecchio Spike tira fuori un cocktail che pare mescolare Scorsese e i Coen e che affronta con acume ed ironia nera - ed un main charachter mitico interpretato dal John David Washington di Ballers - questioni ancora non solo spinose, ma terribilmente reali raccontando una storia a quasi lieto fine prima di consegnare all'audience un pugno nello stomaco in chiusura di quelli che fanno male perchè più veri di qualsiasi storia vera portata sullo schermo.
Fight the power, Spike.

 


OUTLAW KING - IL RE FUORILEGGE (David MacKenzie, UK/USA, 2018, 121')

 Outlaw King - Il re fuorilegge Poster

Nella Scozia fangosa, brutta - si fa per dire, considerati gli scenari naturali - sporca e cattiva dei tempi di William Wallace appena giustiziato da Edoardo I Plantageneto, si mosse negli anni successivi alla morte del condottiero celebrato da Mel Gibson un re "operaio" destinato a diventare il primo monarca riconosciuto della patria del whisky per antonomasia.
David MacKenzie, già da queste parti amatissimo per Hell or high water e Starred Up, torna nella terra natia per raccontare un personaggio importante ma fagocitato nei libri di storia dal già citato Wallace, che mescola il Robin Hood di Ridley Scott ad una versione sanguinosa e cattiva dei Secoli Bui - come dovevano essere, del resto - in pieno stile Game of thrones. 
Il risultato forse non è emotivamente d'impatto come i due titoli che ho citato, ma mostra i muscoli di un regista da continuare a tenere d'occhio, grande schermo o Netflix che sia, in grado di girare passaggi pazzeschi - quello d'apertura, in piano sequenza, è una vera chicca - e senza dubbio capace di raccontare una storia senza avere paura di sporcarsi le mani per farlo.

 

venerdì 24 novembre 2017

A ghost story (David Lowery, USA, 2017, 92')





Penso che tutti, religiosi, atei o qualsiasi cosa si possa essere, si siano chiesti almeno una volta nella vita cosa ci aspetta una volta che questo grande circo sarà finito, quando il corpo chiuderà i battenti e la mente saluterà baracca a burattini.
Credo sia umano tentare, in questo senso, di trovare una risposta alla paura, all'ignoto, al Tempo che inghiotte e ritorna, alle sfumature che possono o non possono esistere nel nostro mondo e oltre.
Me lo sono chiesto spesso anch'io, che da ateo miscredente adoratore della vita vorrei poter essere un highlander, o un vampiro immortale - anche se mi romperebbe non poco le palle evitare il sole e la luce del giorno, che adoro - pur di rimanere attaccato a questa palla di fango il più a lungo possibile.
Deve esserselo chiesto parecchio anche David Lowery, che con A ghost story tira fuori dal cilindro un miracolo che dal regista dello scialbo e retorico Il drago invisibile davvero non mi aspettavo: perchè più che una storia di fantasmi, il regista regala al pubblico una riflessione da brividi sul Tempo, l'Amore, la Vita e tutte quelle cose che rendono così straordinaria l'esistenza, per quanto dolorosa a volte possa essere, riuscendo nella quasi impossibile impresa di creare un cocktail tra Ghost e Gaspar Noè, due ingredienti che, almeno sulla carta, parrebbero inconciliabili almeno quanto la razionalità e l'istinto, la ragione e la fede, qualsiasi coppia di opposti e di amanti che popolano l'universo.
La vicenda dei due protagonisti di questa storia, del loro legame, dei messaggi nascosti, la musica, una casa che diviene il ricettacolo dei ricordi di una, dieci, cento vite che scorrono come sabbia in una clessidra pronta a ribaltarsi e ricominciare il suo inesorabile corso, per quanto apparentemente ostica in termini di ritmo, è una delle più toccanti e profonde dell'anno, e spinge A ghost story in alto nella classifica non solo di gradimento, ma anche e soprattutto in quella che permette ad alcuni titoli di entrare nel cuore e non uscirne.
Neanche fossero la nona di Beethoven.
Per quanto, comunque, si possa scrivere o filosofeggiare o recensire, un film come questo - con un budget ridotto all'osso, due attori di punta pronti a sacrificarsi come fossero esordienti, Casey Affleck in primis - più che analizzato andrebbe vissuto sulla pelle, in bilico tra la speranza che il Tempo non ci lasci fuori dalla sua danza e ci permetta in qualche modo di continuare a fare parte dell'Esistenza e la tristezza e la malinconia da spettatori di uno spettacolo che una volta era nostro, e che di colpo ci ritroviamo a vivere dall'altra parte della barricata.
Curioso inoltre che, in un anno avaro di grandi soddisfazioni sul grande schermo, una piccola perla come questa non abbia ancora trovato uno spazio in sala, e non si abbia alcuna notizia a proposito di un'eventuale distribuzione italiana: dobbiamo ringraziare la rete e la blogosfera che con il loro passaparola finiscono per fornire occasioni ed esperienze a tutti noi amanti della settima arte non adeguatamente considerate, pronte a sostenere un Malick mistico ed autoreferenziale qualsiasi piuttosto che una sua versione più potente e riuscita come questa.
Ma non voglio che una polemica, così come, per l'appunto, una semplice recensione, possano in qualche modo distogliere l'attenzione da un'esperienza di visione come questa: da adoratore della vita, un film che vada oltre la stessa come questo raccoglie un'intensità che è necessario provare, perchè non sarà mai come ascoltarla raccontata o tradotta in parole o gesti da altri.
A ghost story è la storia di fantasmi più viva che abbia mai avuto il piacere di ascoltare. O ancora meglio, di sentire.
E nella poesia di quel non detto e non letto che porta ad un passo oltre nel finale, c'è tutto quello che non dobbiamo dire e non leggere.
Perchè è vita allo stato puro.
Anche di fronte alla morte, alla fine, al Tempo.




MrFord




domenica 12 febbraio 2017

Blair Witch (Adam Wingard, Canada/USA, 2016, 89')




Ricordo bene l'uscita in sala di The Blair Witch Project: eravamo a cavallo del Nuovo Millennio, e grazie ad una campagna pubblicitaria pazzesca, in molti si riversarono in sala per assistere a quello che prometteva di essere il nuovo cult per eccellenza dell'horror.
A distanza di quasi vent'anni, se si esclude il merito di aver di fatto introdotto nella cultura pop il genere "found footage", personalmente di quella visione ricordo solo delusione ed un senso di nausea terribile, tanto da farmi pensare, durante l'intervallo, di abbandonare la sala per evitare di innaffiare quelli delle file avanti a me con una robusta dose di vomito: fortunatamente da quel punto di vista le cose andarono per il verso giusto e riuscii a resistere da vero lupo di mare, mentre per il resto giudicai il film una robetta, dimenticandolo quasi all'istante.
Ora, è chiaro che, se dopo così tanto tempo a qualcuno viene in mente di tirare fuori dal cilindro un sequel, anche se quel qualcuno è l'ottimo Adam Wingard - che avevo apprezzato in You're Next e soprattutto The Guest -, non è che si possano strappare i capelli dalla testa per la gioia e l'hype incontenibili, tanto che ho atteso mesi per buttarmi nella visione di questo Blair Witch, per evitare di trovarmi di fronte all'ennesimo horrorino inutile, che non lascia alcuna traccia e soprattutto che non fa paura neanche per sbaglio.
Purtroppo, nel corso di un pomeriggio di gioco con la Fordina, da soli in casa e con poco tempo a disposizione - leggasi "se devi vedere qualcosa, buttati su un minutaggio abbordabile" -, alla fine ho capitolato.
E come si è rivelato, questo Blair Witch?
Esattamente un horrorino inutile, che non lascia alcuna traccia e soprattutto che non fa paura neanche per sbaglio.
Certo, le idee del film di partenza erano poche e confuse, e l'idea di buttare nel calderone il fratello di una delle persone scomparse dello stesso ossessionato dal desiderio di fare luce su quanto accaduto per accendere l'interesse del pubblico non aiuta, considerati i charachters di contorno quantomeno trasparenti e l'aggancio del protagonista per visitare i luoghi "del misfatto": oltre a tutto questo, si aggiunga la solita serie di pseudo spaventi più che telefonati, un paio di idee interessanti male sfruttate - il tempo "sfasato", il sole che non sorge -, il fastidio per le riprese a mano e non solo - questa volta, essendo a Nuovo Millennio più che avviato, abbiamo anche droni e dispositivi di ultima generazione che fanno pensare che il gruppetto di amici partito alla ricerca degli scomparsi doveva avere parecchio denaro da buttare, per una gitarella da aspiranti investigatori - e tutti i clichè tipici dell'horror - dalle ferite che si infettano alla minaccia della diffidenza tra i protagonisti -, e la frittata è fatta e servita.
Blair Witch rende bene il concetto che, con il suo predecessore, ha cercato di portare sullo schermo: si gira a vuoto, non ci si capisce nulla ed alla fine si torna a casa - forse - con un pugno di mosche.
O di fantasmi, che data la consistenza sono anche meno soddisfacenti da stringere.




MrFord




martedì 1 novembre 2016

Pay the ghost (Uli Edel, Canada, 2015, 94')






Non troppo tempo fa, quando ho scoperto che l'improbabile coppia Uli Edel - regista del cult generazionale Christiane F. - e Nicholas Cage si era unita per generare un'apparentemente agghiacciante e trash ghost story halloweeniana distribuita in Italia proprio in vista della festività autunnale, ammetto di aver esultato, pur se solo dentro di me.
L'idea di potermi confrontare con un involontario equivalente di uno Sharknado versione tutta zucche e fantasmi esaltava non poco, e le prime recensioni agghiacciate avevano lasciato sperare per il meglio: peccato che, pronti via con la visione, non solo ho finito per scoprire che, almeno per tutta la prima metà, a parte la ricostruzione da studio e gli effetti speciali da discount il prodotto non risultava poi così male, quantomeno rispetto alla media delle produzioni horror scarse degli ultimi anni, ma che i suoi punti a (s)favore più grandi risiedevano nella totale mancanza di originalità della trama e nelle corse dello stesso Cage, che probabilmente appesantito dal casco che porta in testa per ricordarsi di quando ancora aveva i capelli riesce a mostrare una mobilità che pare un ibrido del Dolph Lundgren di Battle of the damned e del Liam Neeson di Taken, non proprio due Usain Bolt per velocità ed eleganza.
La visione, in questo senso, è risultata talmente standard e tranquilla che, se non fosse stato per un paio di jump scare che hanno fatto saltare Julez sul divano mi sarei fatto travolgere dalla stanchezza di una giornata con entrambi i Fordini a casa - essendo un sabato diviso tra piscina, pranzo dalla nonna e pomeriggio di giochi le cui fondamenta si sono basate su una sveglia alle sei e mezza del Fordino che non ha più voluto saperne di tornare a letto - e avrei liberato una bella e vigorosa pennica pre-nanna.
Fortunatamente per me e le mie aspettative l'ultimo terzo della pellicola - come spesso accade con le proposte del genere, del resto - è risultato davvero brutto, pur se lontano dalle vette che speravo il buon Nicola Gabbia mi aiutasse ad esplorare una volta ancora grazie a quella sua espressione spiritata da cocaina secca ed il tono sempre un paio di livelli oltre quello di guardia del sopra le righe: a conti fatti, comunque, Pay the ghost altro non risulta se non l'ennesima ghost - per l'appunto - story senza infamia e senza lode in cui lo spirito cattivo reso tale da un "hybris" per nulla morta e sepolta se la prende come di consueto con i bambini rendendoli ad un tempo vittime e strumenti inquietanti della sua vendetta fino a quando lo stesso spirito non finisce per incrociare il cammino di una famiglia in cui il padre, la madre o se ha sfortuna entrambi finiscono per essere spaccaculi di professione o pronti a scoprirsi tali, e finiscono per suonargliele e cantargliele di santa ragione.
Una quasi delusione, dunque, che sfata il possibile mito di una proposta "di paura" resa mitica dal buon Cage e dal suo parrucchino selvaggio alle prese con uno spirito maligno e trasforma il tutto in una visione assonnata e tranquilla come se si trattasse di un horror qualsiasi: fortunatamente, se ripenso a quei geniali, incredibili momenti in cui il protagonista corre disperato alla ricerca del figlio scomparso - va detto, la sequenza della sparizione del bimbo è riuscita addirittura a ricordarmi quella della ben più drammatica The Missing - con la mobilità di un trattore con le gomme sgonfie, tutto sembra d'improvviso migliore.
E non c'è fantasma che possa risultare più agghiacciante.




MrFord




martedì 22 dicembre 2015

Crimson Peak

Regia: Guillermo Del Toro
Origine: USA, Canada
Anno: 2015
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Edith Cushing, una giovane aspirante scrittrice figlia di un magnate di successo della provincia dello Stato di New York, rimane affascinata dalla visita negli States del Baronetto Thomas Sharpe, venuto con la sorella Lucille dall'Inghilterra, avvolto da un alone di mistero ed in cerca di finanziatori per i suoi sogni di rilancio dell'impresa mineraria che fu di suo padre.
Quando il vecchio Cushing, insospettito dagli Sharpe, muore, ed il ricordo della fine della madre inquieta e perseguita sotto forma di spettro Edith, questa decide di sposare Thomas e trasferirsi nella tenuta degli Sharpe perduta nella campagna inglese, finanziando con i suoi averi il progetto di questi ultimi.
La casa stessa, però, pare nascondere segreti agghiaccianti, così come Lucille, la cui presenza diviene sempre più invadente ed inquietante: quali misteri si celano dietro l'argilla rossa di Crimson Peak?
E riuscirà il giovane medico McMichael, da sempre innamorato di Edith, ad arrivare a salvarla prima che sia troppo tardi?










Ho sempre voluto un gran bene, a Guillermo Del Toro: il gusto gotico ed il piglio quasi pulp lo hanno reso uno degli ospiti più graditi del Saloon fin dai tempi delle prime volte in cui incrociai il suo cammino, dai suoi tentativi più autoriali - La spina del diavolo, Il labirinto del fauno - a quelli più pop e rivolti al grande pubblico - il secondo Blade, i due Hellboy -.
Alle spalle, però, l'abbandono al progetto della trilogia de Lo hobbit e la parziale delusione di Pacific Rim, ammetto che le aspettative del sottoscritto rispetto a questo Crimson Peak avevano finito per essere clamorosamente basse, quasi come se si trattasse di uno di quei film in cui Tim Burton fa il Tim Burton a tutti i costi e si finisce a desiderare con tutto il cuore di tornare ai bei tempi in cui sfornava film innovativi, inquietanti ed avvincenti.
Fortunatamente per il sottoscritto, il risultato della visione dell'ultimo lavoro del regista di origini messicane è stato decisamente sorprendente - e di molto - in senso positivo: certo, Crimson Peak non è esente da difetti, pecca in logica in più di un passaggio di sceneggiatura e risulta telefonato rispetto ad alcuni particolari - il destino del padre della protagonista, il ruolo dell'inquietante Lucille, resa alla grande da una come di consueto irresistibile Jessica Chastain -, eppure in ogni suo fotogramma, effetti speciali e magione degli Sharpe a parte - un plauso ai tecnici che hanno reso praticamente un personaggio vivente la dimora -, si respira l'atmosfera dei grandi romanzi gotici, di Mary Shelley e Poe, e si ha l'impressione in più di un passaggio che Del Toro abbia voluto a suo modo omaggiare il Cinema del primo Hitchcock, quello, fra gli altri, di Rebecca - La prima moglie.
Perfino il ritmo, che mi è capitato di leggere in giro essere latitante, ha finito per risultare decisamente più fluido di quanto mi aspettassi, da un incipit che ricorda la diversità tra la Vecchia Europa ed il Nuovo Continente dei tempi ad un crescendo che si concentra sui segreti degli Sharpe ed i misteri che portano con loro fin dall'infanzia: peccato solo che, al cospetto della già citata Chastain, sia Mia Wasikowska che Tom Hiddlestone finiscano per risultare quantomeno scialbi, un pò come l'ex SamCro Charlie Hunnam abbigliato come il più educato dei damerini - e che con quei capelli fa rimpiangere parecchio il tenebroso motociclista che Kurt Sutter ha portato sul piccolo schermo -.
Peccati, comunque, assolutamente veniali, quelli di Del Toro, che eccede forse anche rispetto al ruolo dei fantasmi all'interno di una vicenda che avrebbe funzionato alla grande anche come semplice crime story, ma che nel finale assume una connotazione fondamentale legata a doppio filo ai ricordi ed alle fotografie ed i segni che, in un modo o nell'altro, ci portiamo dentro e addosso insieme ai luoghi in cui viviamo o abbiamo vissuto.
Un passato, dunque, che vive traumatizzando fino a quando non si raccoglie il coraggio necessario per superarlo, con la volontà di vivere pronta a superare quella di inabissarsi, guardando al passato prima ancora che al futuro: dai sogni insanguinati degli Sharpe a quelli fin troppo candidi di Edith, passando per la pragmaticità di aspirante Conan Doyle di McMichael, tutto in Crimson Peak pulsa dell'energia della passione, del sangue che tinge i nostri gesti più eclatanti, siano essi nobili o terrificanti.
Crimson Peak è una vecchia, impressionante dimora con un cuore pulsante in grado di pompare il cremisi più profondo trasformando anche la neve più bianca, è il confronto tra Passato e Futuro, tra distruzione e voglia di ricominciare, tra l'addio a chi abbiamo amato ed il benvenuto ad un nuovo giorno: cade a pezzi, puzza, sporca le mani.
Eppure lascia il segno come un fantasma che, pur se alle nostre spalle, continuerà a farci sentire il suo tocco. Per sempre.





MrFord





"Past the square, past the bridge,
past the mills, past the stacks
on a gathering storm comes
a tall handsome man
in a dusty black coat with
a red right hand."
Nick Cave and The Bad Seeds - "Red right hand" - 






domenica 13 dicembre 2015

Tales of Halloween

Regia: Vari
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): la notte di Halloween, una delle più inquietanti ed affascinanti festività che si celebrano in tutto il mondo, da sempre è ispiratrice di racconti, fiabe, incubi e tutto quello che è possibile concepire per spaventare. Dieci autori per dieci storie forniscono dunque la loro interpretazione della Notte delle streghe in bilico tra ironia, macabro, orrore e gore, senza fare sconti a nessuno.
Leggende che prendono vita, sogni divenuti incubi, scherzi spietati, maledizioni, alieni e mostri si susseguono pronti a mettere alle strette chiunque sia disposto a trascorrere una notte di terrore davanti al fuoco o nascosto sotto il letto, sperando che l'entità di turno possa passare oltre o accontentarsi dell'offerta ricevuta.










Fin dai tempi ormai lontani dell'infanzia, l'horror è sempre stato uno dei guilty pleasures del sottoscritto, pronto a buttarsi a capofitto in visioni potenzialmente sempre più spaventose o divertenti, considerato il legame molto stretto che, a mio parere, corre tra il Cinema d'orrore e l'ironia nera - si pensi all'opera di registi come Sam Raimi o il primo Peter Jackson, per avere un'idea -.
Di recente - e pur se in ritardo sulla festività - ho scoperto dell'esistenza di questa antologia firmata da dieci autori dediti allo spavento ed ai suoi surrogati preoccupandomi da subito di tentare la visione, spinto anche dall'esperimento comunque riuscito, difetti compresi, di Storie pazzesche, passato non troppo tempo fa su questi schermi.
Il risultato è stato senza dubbio divertente ed ottimo per l'intrattenimento in una serata post-lavorativa dai tempi stretti, anche se qualitativamente molto divergente da un episodio all'altro: si apre con Sweet Tooth, firmato da Dave Parker, divertente e nerissima favola di Halloween legata all'ingordigia ed all'avidità degli adulti rispetto ai bambini splatter e violenta quanto basta, con un ottimo mostro e decisamente ironica; si prosegue con The night Billy raised hell, affresco più che spassoso legato al destino di un bimbo timido e poco coraggioso pronto a diventare l'esperimento di un demone goliardico; il terzo episodio, Trick, che ribalta la percezione dello stesso grazie ad un finale strepitoso, pronto a collocarlo tra i più interessanti del novero e che inviterei a vedere anche chi, con il genere, c'entra ben poco; al quarto capitolo dell'antologia, con The weak and the wicked, la qualità comincia a scendere, tolta l'ottima creatura che compare sull'epilogo e che ricorda molto quelle create da Del Toro per Il labirinto del fauno; Grim Grinning Ghost, il numero cinque, non aggiunge nulla di nuovo, e ripesca in chiave ghost story l'antico mito che intima alla vittima di non voltarsi indietro per osservare chi abbia alle spalle, pena la morte, di fatto tenendosi sugli stessi livelli del precedente; con Lucky McKee ed il sesto episodio, Ding dong, lo standard torna - e non poco - ad alzarsi grazie al delirio visivo e mentale di una mitica Pollyanna McIntosh che regala al pubblico il personaggio più interessante della raccolta insieme al demone di The night Billy raised hell; a seguire, giusto per allentare la tensione, un episodio diretto da John Skipp che si fa beffe del buon vicinato e dei preparativi per la festività celebrata dalla pellicola, divertente ma poco altro; il numero otto, Friday the 31st, è a mio parere il peggiore della decina, un omaggio agli slasher mescolato ai film di fantascienza anni ottanta che dovrebbe far ridere e che, al contrario, mette solo una grande tristezza, oltre che essere presentato in maniera davvero ridicola, e non nel senso buono; il penultimo,The ransom of Rusty Rex, che vede la partecipazione di John Landis, risulta ironico quanto basta per ricordare i primi episodi, e quantomeno riesce a far dimenticare i limiti del precedente; si chiude con Neil Marshall, mostro sacro da queste parti, che tira i fili dell'intera operazione e quasi realizza un pilota per quello che potrebbe essere un suo futuro lavoro. Onestamente, per quanto interessante, mi aspettavo di più, dall'autore di The descent, ma non mi posso lamentare.
Nel complesso questa antologia, con tutti i suoi limiti, è riuscita senza dubbio a celebrare nel migliore dei modi la Notte delle Streghe e regalare quantomeno un paio di momenti non banali: non sarà certo indicata per i non appassionati, o cruenta quanto il divieto ai diciotto per l'Italia pare presagire, ma resta un divertissement che, almeno a tratti, soddisfa la sete di sangue e terrore che il giorno più spaventoso dell'anno giustamente richiede.






MrFord






"Bonfires burning bright pumpkin faces in the night i remember halloween dead cats hanging from poles little dead are out in droves i remember halloween brown leaved vertigo where skeletal life is known i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween halloween, halloween, halloween, halloween candy apples and razor blades little dead are soon in graves i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween, halloween, halloween, halloween halloween, halloween, halloween, halloween."
Misfits - "Halloween" -







martedì 7 luglio 2015

Poltergeist

Regia: Gil Kenan
Origine: USA, Canada
Anno:
2015
Durata: 93'






La trama (con parole mie): i Bowen, messi in ginocchio dalla crisi economica negli States, sono costretti a vendere la loro vecchia casa per trasferirsi nell'unica decente che possono permettersi considerato lo stato delle cose.
Nessuno pare particolarmente contento della situazione, ma facendo fronte comune la famiglia decide di fare buon viso a cattivo gioco: peccato che il nuovo focolare domestico si trovi esattamente nello spazio che, ai tempi dei nativi americani, occupava un cimitero che i costruttori del complesso residenziale non si sono degnati neppure di spostare, se non apparentemente.
Gli spiriti dei corpi ancora seppelliti sotto la casa, dunque, finiscono per tornare a chiedere l'attenzione che pensano di meritare, sfruttando la capacità di interagire con i dispositivi elettronici e la particolare percezione di Madison, la più piccola dei Bowen.
Rivoltisi ad un team di esperti dell'occulto, questi ultimi dovranno fare fronte comune per cercare di vincere il Male che alberga tra le loro mura.







I remake, che si parli di horror o di qualsiasi altro genere cinematografico, sono operazioni clamorosamente rischiose, in grado di mettere in difficoltà regista, attori ed autori quanto più il titolo che finisce per ispirarli mostra un valore riconosciuto da pubblico e critica.
Nel corso degli anni, l'idea di riproporre cult legati agli anni settanta ed ottanta è diventata una moda che pare più il simbolo della mancanza di idee attuale, che non il segno della volontà di omaggiare decenni storici per la settima arte, ed i risultati sono stati quasi sempre fallimentari: non è da meno, in questo senso, il Poltergeist firmato da Gil Kenan, che tolta la riflessione interessante legata alla crisi economica che colpì gli States ancor prima che cominciassimo a sentirne gli effetti da queste parti - e che, comunque, ormai comincia ad essere parecchio abusata - non lascia praticamente nulla allo spettatore se non un'ora e mezza di intrattenimento svogliato buono giusto per una serata di stanca nel cuore della fornace di questo inizio luglio rovente.
Le peripezie della famiglia Bowen, infatti, oltre a presentare i clichè più scontati del genere, faticano non dico a spaventare - sarebbe troppo-, quanto a proporre qualcosa che possa se non altro tenere svegli ed imprimersi nella memoria dell'audience, e vivono i loro momenti migliori nei passaggi più derivativi rispetto alla pellicola originale, firmata da Tob Hooper ormai trentatre anni or sono.
Pochi giorni fa, scrivendo di quella meraviglia che è La storia della principessa splendente, facevo un riferimento ai titoli a proposito dei quali scrivere è una vera e propria tortura, perchè la traccia del loro passaggio nella nostra vita ed esperienza è così labile da rendere clamorosamente difficoltoso intrattenersi ed intrattenere andando oltre una manciata di parole senza apparire snob o pretenziosi: Poltergeist, allo stato e nella versione attuali, entra a pieno titolo nel novero di film che mi fanno maledire il giorno in cui decisi di aprire il blog e recensire ogni film che avrei visto, serie tv passata su questi schermi, romanzo o fumetto portati a termine grazie a post che, più o meno, avrebbero avuto le dimensioni di un articolo e non di un telegramma.
Personalmente, mi dispiace molto per Sam Rockwell, un attore di grande talento in questa sede sprecato come forse mai nella sua carriera, mentre al contrario sono lieto - nonostante il charachter caricaturale e la coda al finale pessima - di ritrovare Jared Harris, caratterista che mi ricorda la splendida esperienza di Fringe: ma, come già sottolineato a proposito dei riferimenti ai problemi economici della famiglia Bowen, è tutto troppo poco perchè si possa considerare non dico di trovare spunti per trovare il bello di questa operazione, ma anche soltanto il brutto.
Perchè in situazioni come questa, purtroppo, di norma non si ha neppure la divertita occasione di massacrare senza pietà un prodotto che, di fatto, non è neppure abbastanza per essere sbeffeggiato: ora, non ho alcuna intenzione di fare il radical a tutti i costi, ma è in occasioni come questa che vorrei tornare all'epoca dei Tommyknockers ed avere la possibilità di scrivere mentre dormo non solo romanzi, ma anche fior di recensioni in grado di far fronte anche a film inutili come questo nuovo Poltergeist, che con la gemma di genere firmata da Tob Hooper non ha davvero nulla a che spartire.
Consiglio, dunque, a chiunque non avesse mai visto l'originale, di lasciar perdere il duemilaquindici e tornare indietro nel tempo, per godersi questo confronto con "l'altrove" al meglio delle sue potenzialità.




MrFord




"I never dreamed that I'd spend my days
staring at some tube emitting cathode rays
I need my TV."
Blink 182 - "TV" - 




mercoledì 10 giugno 2015

It follows

Regia: David Robert Mitchell
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
100'






La trama (con parole mie): Jay, una normalissima adolescente pronta a dedicarsi ai passatempi tipici dell'età - la scuola, gli appuntamenti con i ragazzi, il tempo speso in famiglia - incontra Hugh, un ragazzo di poco più grande di lei che, dopo una prima uscita decisamente inconsueta, al secondo appuntamento e dopo aver fatto sesso le rivela di aver passato proprio grazie al rapporto una maledizione alla ragazza, costretta da quel momento a fuggire ad un'entità in grado di cambiare forma ed aspetto, perseguitandola fino alla sua morte.
Le indicazioni di Hugh, però, sono precise: Jay potrà liberarsi a sua volta dall'inquietante presenza andando a letto con qualcuno mettendo al contempo il malcapitato in guardia poichè, in caso dovesse essere raggiunto ed ucciso dalla presenza - che si prende il suo tempo, senza ombra di dubbio - ed ucciso, il tutto finirebbe per ritorcersi di nuovo contro di lei.
Rivelata la situazione alle sorelle e a due dei suoi più cari amici, Jay si troverà ad affrontare la lotta senza essere sola.










Voglio che le cose siano subito chiare: non ce l'ho davvero, con David Robert Mitchell ed il suo It follows.
Il lavoro del giovane regista, infatti, rispecchia a tutti gli effetti lo standard dei gusti in grado di colpire al cuore la generazione del sottoscritto, cresciuta a partire dagli anni ottanta e sempre pronta ad offrire il fianco a determinate scelte estetiche, legate alla narrazione ed alla colonna sonora: da Halloween, infatti - anche se parliamo della fine dei settanta -, a Nightmare per giungere al recente e sorprendente The Guest, It follows rievoca pensieri ed atmosfere tipiche dei tempi di Notte Horror, e di quando in casa Ford ancora si finiva per essere spaventati da un titolo di genere.
Peccato, però, che a prescindere dall'inequivocabile perizia tecnica - ottimo il piano sequenza d'apertura, giusto per citare un esempio - e dall'atmosfera ottimamente resa, poco resti di un film che, di fatto, dovrebbe raccogliere l'eredità di Housebound e The Babadook - per parlare di produzioni interessanti e recenti nell'ambito del Cinema d'orrore - ed imporsi come nuova sensazione almeno per quanto riguarda il duemilaquindici, e che invece, al contrario, finisce per far rimpiangere agli spettatori più smaliziati supercult come i già menzionati Nightmare e Halloween.
La colpa principale di Mitchell va individuata, almeno per quel che si può considerare qui al Saloon, nello script, telefonato e mai particolarmente in grado di tenere alta non solo l'attenzione del pubblico, ma la tensione che è il fulcro vero e proprio di questo tipo di proposte.
Le intenzioni sono senza dubbio buone, il richiamo e l'associazione tra la maledizione dell'essere seguiti ed i riferimenti all'AIDS - altro purtroppo grande figlio degli eighties - funzionano alla grande, la colonna sonora è assolutamente perfetta, fotografia e cura del prodotto in grado di andare a pari passo con il comparto tecnico, il cast - per quanto certo lontano dalla perfezione - funzionale, eppure tutto finisce per essere sminuito da un ritmo troppo blando, l'illusione fornita dall'apertura ed un finale non in grado di reggere il confronto con il pur spento resto della pellicola, almeno per quanto riguarda la sensazione di spiacevole straniamento che dovrebbe trasmettere.
Tutto questo senza considerare alcune scelte razionalmente poco sensate - campo minato per ogni proposta horror -, altre neppure ipotizzate ed un risultato conclusivo che è una sorta di ibrido tra quello che è e quello che avrebbe voluto essere, pronto a scontentare il pubblico occasionale - che non approccerebbe volentieri una pellicola così lenta per il genere - tanto quanto quello di nicchia, a meno che non si tratti di qualche radical accecato dalla voglia di gridare al miracolo rispetto ad una proposta che senza dubbio incontrerà difficoltà di distribuzione non tanto negli USA, quanto nel mondo.
Un peccato, come ho già scritto, dunque, perchè avrei davvero voluto sponsorizzare come si conviene questo titolo in un anno che, fino ad ora, è stato piuttosto avaro di soddisfazioni, e che avrebbe voluto trovare in questo celebratissimo - e sopravvalutato, mi viene da aggiungere - It follows la sensazione di cui si aveva davvero bisogno, appassionati e non di questo tipo di produzioni: senza contare che, a ben vedere, Mitchell finisce per macchiarsi del peccato più grande per un regista di film d'orrore.
Perchè It follows non fa paura.
Neanche per sbaglio. Neppure nei momenti più tirati.
Personalmente, mi è parso una scampagnata graziata da ottime scorte di cibo ed alcool, e poco altro.
Troppo poco per chi vorrebbe tornare a casa ed avere paura, come da bambino, di entrare in una stanza buia o di chi potrebbe entrare nella camera appena prima che si possa prendere sonno.
Mentre in questo caso, purtroppo, è valso il vecchio adagio di Arma letale.
Sono troppo vecchio, per queste stronzate.




MrFord




"Walkaway, walkaway
I walkaway, walkaway...I will follow
if you walkaway, walkaway,
I walkaway, walkaway...I will follow
I will follow."
U2 - "I will follow" - 





domenica 7 giugno 2015

The canal

Regia: Ivan Kavanagh
Origine: Irlanda, UK
Anno: 2014
Durata: 92'





La trama (con parole mie): David è un archivista specializzato in recupero di pellicole di inizio novecento dedicate a crimini e misteri, in procinto di avere un figlio e sposato con Alice. Tutto pare perfetto, nella vita dell'uomo, ma quando, cinque anni dopo essersi trasferito in una grande casa nei pressi di un canale, la presunta infedeltà della moglie lo mette in crisi, le cose cambiano: Alice stessa scompare in circostanze misteriose, incubi terribili paiono associare la casa in cui dimora ad una serie di fatti violenti e terribili avvenuti nel corso dei decenni, il focolare domestico è minacciato.
Neppure il tempo di rendersi conto di quello che sta accadendo, ed il ritrovamento del cadavere di Alice pone David sotto i riflettori della polizia, ansiosa di scoprire cosa si cela dietro la morte della donna ritrovata proprio nel canale: per il vedovo sarà l'inizio di un viaggio terrificante nel corso del quale dovrà mettere in gioco tutto per poter difendere quello che resta della famiglia.








Da che ricordi, l'horror è sempre stato uno dei guilty pleasures del sottoscritto, già dai tempi in cui ai brividi del primo ed inimitabile Nightmare si sommarono quelli dello spauracchio Twin Peaks: nel mezzo - ed in seguito, ovviamente - miriadi di titoli pronti a spaziare dallo slasher alla ghost story, attraversando i più disparati territori del potenziale terrore indotto nello spettatore.
Peccato che, nel corso degli anni, complici l'invecchiamento ed una scorza più dura di quella che era ai tempi - uniti ad un peggioramento qualitativo notevole delle proposte - ritrovarsi non dico spaventati, ma quantomeno turbati da una pellicola "dell'orrore" è diventato sempre più difficile, per gli occupanti di casa Ford ed il sottoscritto in particolare.
The Canal, consigliato dal mio fratellino Dembo e dallo stesso molto sponsorizzato, ha finito per rivelarsi un buon riempitivo in un panorama che, ultimamente, nonostante esperimenti decisamente azzeccati - The Babadook e Housebound su tutti -, finisce per regalare delusioni tanto spesso quasi quanto il Cinema italiano: senza dubbio, però, va sottolineato che la coraggiosa pellicola di Ivan Kavanagh, che probabilmente finisce per essere ricordata principalmente per la citazione - voluta o no, che sia - del terrificante bagno di Trainspotting ed il finale davvero crudele, non ha di fatto alcuna possibilità di rappresentare davvero una nuova frontiera per l'horror e le sue sfumature, andando ad ingrassare le fila di un genere - quello delle ghost stories - senza dubbio ormai esplorato e soprattutto negli ultimi quindici anni fin troppo abusato, mescolando lo stesso con un gioco di specchi che ricorda Shutter Island o Il sesto senso telefonato fin dal principio.
Non vorrei, però, allo stesso tempo, calcare troppo la mano su un titolo che ha finito per intrattenermi come si conviene, accompagnando una merenda in pieno relax - anche di neuroni, come è giusto che l'horror faccia - rivelandosi, di fatto, una sorta di fratello minore di Sinister, testimonianza di quanto, pur se non ai livelli dell'Oceania, che il futuro del Cinema del terrore probabilmente troverà terreno fertile in Gran Bretagna.
The Canal, in particolare, sfruttando un gioco ben noto agli appassionati di genere, porta lo spettatore ad immedesimarsi sequenza dopo sequenza nella vittima perseguitata dal Male in modo da alimentare il terrore del climax sfruttando proprio il legame appena citato: personalmente, ho trovato la risoluzione del lavoro di Kavanagh - scritta dallo stesso - un pò troppo telefonata, eppure in grado di mantenere sulla corda quantomeno gli spettatori occasionali, finendo per rischiare di essere considerato perfino più di quanto non andrebbe, ovvero un dignitoso prodotto d'intrattenimento in grado di ritagliarsi un paio di sequenze dalla tensione efficace ed un buon approccio al concetto di rapporto tra padre e figlio legato all'horror.
Interessanti, inoltre, anche gli inserti legati ai filmati "di repertorio" lavorati da David - anche in questo caso, a mio parere debitori di quello che fu il già citato Sinister -, pronti ad alimentare gli incubi del protagonista tanto quanto l'inquietudine dello spettatore - a meno che non siate dei vecchi lupi di mare del genere come il sottoscritto, ed in quel caso vi parrà solo ordinaria amministrazione ben gestita -: ma quello che resta è principalmente una storia di fantasmi e violenza come probabilmente si troverebbero andando a scavare nella cronaca nera ed infarcendo la stessa di suggestioni e riferimenti.
In fondo, viviamo in un mondo che cela - e neppure troppo bene - canali ben più oscuri e terribili di quello che porta il Male nel cuore della casa di David, e che con lo stesso David finisce per ingaggiare una sfida che sa di poter vincere, facendo affidamento sulla Natura decisamente caotica dell'Uomo.





MrFord




"I lost my heart
under the bridge
to that little girl
so much to me
and now I'm old
and now I holler
she'll never know
just what I found."
PJ Harvey - "Down by the water" - 




lunedì 20 aprile 2015

Beetlejuice - Spiritello porcello

Regia: Tim Burton
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 92'





La trama (con parole mie): Adam e Barbara Maitland, giovani sposi ancora senza figli che vivono in campagna in una grande casa, a seguito di un curioso incidente stradale, tornano nella loro dimora solo per scoprire di essere morti. La natura di fantasmi, però, mette in crisi la coppia, alle prese con lo studio di un Manuale dedicato proprio ai novelli deceduti, i nuovi inquilini della loro casa e le regole di un Aldilà che appare molto più scombinato e complesso di quanto non credessero: quando, disposti a tutto per cacciare i così diversi da loro Deetz, si rivolgono all'esorcista di esseri umani Betelgeuse, le cose si complicano oltre misura.
I Maitland, dunque, dovranno affidarsi all'amicizia della giovane Lydia ed alla loro consulente tombale Juno per risolvere i guai che li vedranno in bilico tra la curiosità da ricchi in fuga dalla città dei Deetz ed il caos senza controllo di Betelgeuse.








Nel corso della Storia del Cinema è capitato più spesso di quanto non si possa pensare che film assolutamente perfetti dal punto di vista tecnico e stilistico venissero, di fatto, dimenticati, mentre altri solo discreti, per merito dei loro autori o attori, del tempismo o del caso, divenissero non solo dei fulmini a ciel sereno, ma anche degli assoluti cult.
Appartenente a questa seconda categoria è senza dubbio Beetlejuice, forse uno dei titoli più amati dai fan tra quelli firmati da Tim Burton, che regalò uno dei Michael Keaton più incredibili di sempre e divenne immediatamente un guilty pleasure per un'intera generazione di appassionati: personalmente, e per quanto questa introduzione o il voto possano suggerire il contrario, ho sempre adorato il racconto delle gesta dello spirito più irriverente della settima arte, e ancora oggi lo ritengo uno dei miei favoriti del regista di Edward mani di forbice e Big fish.
Dalla splendida coppia di protagonisti Geena Davis - che, ai tempi, è stata uno dei miei primi sogni erotici, anche se più grazie a Thelma e Louise - e Alec Baldwin alla colonna sonora ritmata dai classici di Harry Belafonte, passando attraverso un'interpretazione assolutamente unica ed originale dell'Aldilà, Beetlejuice ha rappresentato per anni nell'allora casa Ford una delle visioni più gettonate da me e mio fratello, sempre in trepidante attesa dell'arrivo del mitico charachter interpretato da Michael Keaton, tra i cattivi più affascinanti, rozzi, sboccati e clamorosamente divertenti di sempre: quel suo motivetto "Io scopo, vomito, sputo e rutto, faccio porcate chiedetemi tutto!" è ancora oggi impresso indelebilmente nella memoria di questo vecchio cowboy, così come il completo a righe che segretamente ho sempre sognato di possedere, e che avrei rubato volentieri all'attore che interpretava Beetlejuice nello spettacolo mancato all'interno del parco Island of adventure di Orlando, quando con Julez finimmo per fare una capatina da quelle parti qualche anno fa, e perdemmo la rappresentazione e l'omaggio a questa pietra miliare - programmato in un teatro all'aperto - a causa di una sorta di tempesta tropicale che generò una vera e propria chicca nel tentativo di muoversi sotto il diluvio in due coperti dallo stesso poncho di plastica.
Ma questa è un'altra storia.
Quello che conta, ora, è ricordare con affetto un vecchio amico e riproporre un vero e proprio festival del grottesco, ironico e graffiante eppure a suo modo anche malinconico, pronto a rileggere la concezione di vita oltre la morte per come le religioni classiche l'hanno sempre intesa, povero nella realizzazione eppure clamorosamente ricco di riferimenti, influenze ed effetti tanto artigianali quanto gustosi da godersi ancora oggi: l'idea, poi, di contrapporre la solare compattezza del legame tra i Maitland all'oscurità cercata da adolescente di Lydia, all'approccio da radical-ricchi dei Deetz e alla sboccata irruenza di Betelgeuse appare vincente fin dal principio, e regala un equilibrio perfetto ad una commedia nera tra le più riuscite degli anni ottanta.
L'amarcord cinematografico è uno dei piaceri che negli ultimi anni ho finito per apprezzare maggiormente, partendo dalle prime meraviglie dell'infanzia per ripercorrere la mia crescita come spettatore, parallela a quella di uomo: e devo ringraziare Tim Burton, il suo "Beetle-coso" e tutte le trovate di questo film, perchè nonostante gli anni passino, continuano a rinverdire i fasti di un'epoca davvero indimenticabile.
Come questo film e i suoi protagonisti.
Da una parte e dall'altra della vita e della morte.



MrFord



"Lift six foot, seven foot, eight foot bunch
naylight come and me wan' go home
six foot, seven foot, eight foot bunch
daylight come and me wan' go home."
Harry Belafonte - "Day-O (The Banana Song)" -







mercoledì 14 gennaio 2015

Ouija

Regia: Stiles White
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 89'




La trama (con parole mie): Laine, fin da bambina, è affascinata dall'utilizzo di una tavola ouija, che permette, per gioco o suggestione, di mettersi in contatto con il mondo degli spiriti e fare domande che riguardino questa realtà e quell'altra.
Quando, una volta cresciuta, la sua migliore amica commette apparentemente suicidio dopo aver trovato lo stesso tipo di misteriosa tavola in soffitta, la ragazza decide di indagare, coinvolgendo la sorella minore e le persone a loro più vicine.
Il loro dialogo con l'aldilà, però, sarà turbato da inquietanti e pericolose presenze che paiono aver trovato rifugio nella dimora della defunta Doris, e che si preparano a rivelare una storia antica e terribile di madri, figlie e morte.
Riusciranno i ragazzi a sopravvivere?








Una delle più grandi piaghe che ho vissuto da spettatore lo scorso anno è stata, senza dubbio, la Blog War incrociata tra Cinema Teen e Cinema Action disputata come di consueto con il mio rivale di sempre, Cannibal Kid: per quanto si trattasse di recuperi, i titoli da lui imposti nell'agghiacciante lista propinatami sono stati tra i più indigesti del duemilaquattordici - almeno nella loro maggior parte -, schegge impazzite in grado di trasformare qualsiasi visione teen futura del sottoscritto in una sorta di incubo, almeno sulla carta.
A ridosso del Natale negli States e per festeggiare l'inizio del nuovo anno qui da noi, è giunto in sala Ouija, titolo ispirato nientemeno che da un gioco da tavolo - un pò come accadde per il tamarrissimo G. I. Joe, guilty pleasure del sottoscritto legato a doppio filo ai soldatini che furoreggiavano negli anni ottanta - e girato nel pieno rispetto di tutte le connotazioni horror/teen che furoreggiavano proprio un trentennio fa: peccato che, nonostante le buone premesse - spiriti maligni, atmosfera eighties, la speranza di almeno un paio di salti sulla sedia - il lavoro imbarazzante di Stiles White si sia rivelato degno delle peggiori selezioni del mio antagonista.
Non solo, infatti, in casa Ford ci si è trovati di fronte ad una sceneggiatura scritta con i piedi da un qualche primate tra i meno dotati del pianeta - ed infarcita dai purtroppo sempre più diffusi buchi di logica che il genere regala, come mostrare, peraltro nella scena migliore della pellicola, Doris impiccata con le lucine che addobbavano la sua camera e, nel passaggio appena successivo, mostrare le stesse ancora ben attaccate alle pareti -, ma la scarsa empatia con protagonisti e gli spiriti che li minacciano ed una totale mancanza di una qualsivoglia tensione - e ho scritto tensione, non spavento, badate bene -, unite ad un ritmo che è stato in grado di trasformare l'ora e venti appena accennata di durata in una vera e propria maratona per le palpebre rendono di fatto Ouija uno dei candidati più importanti al Ford Award dedicato al peggio del duemilaquindici già in questa prima metà di gennaio.
A prescindere, comunque, dal risultato qualitativamente pessimo di questa robetta, la cosa che più indispettisce, in questi casi, è che i post legati a titoli di questa risma finiscono senza ombra di dubbio i più difficili da costruire e da scrivere: sotto molti aspetti, infatti, demolire o scagliarsi contro un film che ci ha sconvolto o fatto incazzare è tremendamente più facile che sparare sulla croce rossa con sottospecie di tentativi come questo.
In un certo senso, la stessa visione è stata emblematica: inizio goliardico, con prese per il culo e frecciate all'indirizzo del regista e del prodotto da parte degli occupanti di casa Ford, parte centrale al limite del coma, nel corso della quale più volte si è finito per interrogare la coscienza rispetto al perchè diavolo non si fosse già sotto le coperte, ed un finale che, più che un'escalation, è stato di fatto una liberazione.
E non da uno spirito, una visione o chissà cos'altro, ma da un certo tipo di Cinema che non solo non funziona, ma non ha mai e poi mai avuto gran fortuna: quello palesemente brutto.




MrFord




"With the lights out, it's less dangerous
here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
here we are now, entertain us."

Nirvana - "Smells like teen spirit" -









sabato 21 settembre 2013

Ghostbusters 2

Regia: Ivan Reitman
Origine: USA
Anno: 1989
Durata:
108'




La trama (con parole mie): sono passati cinque anni dalle imprese che portarono i Ghostbusters a salvare New York, e per gli ormai ex acchiappafantasmi le cose non vanno proprio a gonfie vele. Peter Venkman si è ridotto a condurre programmi televisivi di quart'ordine, Egon Spengler ha aperto una libreria dell'occulto insieme al vecchio amico Ray Stantz, che nel tempo libero si diletta nell'intrattenimento alle feste per bambini insieme al quarto moschettiere dei flussi da non incrociare mai, Winston Zeddemore.
Quando Dana, ex di Peter nonchè amica storica del gruppo, chiede aiuto, Egon e Ray accorrono, dando inizio ad una serie di eventi che culminerà nella scoperta di un fiume di melma ectoplasmatica che scorre sotto la città e nel confronto tra i nostri cacciatori di spiriti e l'incarnazione di un tiranno Est europeo di qualche centinaio di anni prima, il temibile Vigo.




Questo post partecipa alle celebrazioni decisamente sovrannaturali del Bill Murray Day.


Erano gli ultimi scampoli di anni ottanta, quando l'allora bambino Ford cominciava ad assaporare le prime aspettative da visione in sala: ricordo, in questo senso, Rocky IV visto con mio padre e lo spavento alla morte di Apollo così come Chi ha incastrato Roger Rabbit?, quando con la più giovane delle mie zie arrivammo al pelo per l'inizio della proiezione.
E Ghostbusters 2.
Avevo amato alla follia - e visto almeno un centinaio di volte con mio fratello - il primo capitolo delle avventure degli acchiappafantasmi, cult personale ancora oggi ed arrivato nell'allora casa Ford direttamente in vhs, dunque l'hype per il sequel al momento dell'annuncio salì letteralmente alle stelle, tanto che ricordo addirittura che conservai l'intervista agli attori trovata sulle pagine di TV, Sorrisi e canzoni.
E ricordo che, complici un Bill Murray scatenato ed un cattivo dal look in bilico tra il trash ed il temibile, uscii clamorosamente soddisfatto dalla sala nonostante già allora avessi avuto l'impressione di aver assistito ad una sorta di copia del primo film con l'aggiunta della questione melma, spassoso ingrediente che richiamava la bava degli ectoplasmi del giro di giostra precedente.
Certo, a livello cinematografico, ora che posso ragionare a mente fredda, siamo ben lontani dal supercult che lanciò Venkman e soci nell'Olimpo dei personaggi indimenticabili di un decennio indimenticabile, eppure sequenze come il trionfale arrivo a Manhattan della Statua della Libertà guidata grazie alla suddetta melma e ad un joystick sulle note di Jackie Wilson è ancora un piacevole momento di intrattenimento, così come gli scambi a senso unico tra Bill Murray ed il dipinto di Vigo durante il "servizio fotografico" organizzato dai Ghostbusters.
Del resto, e su questo non c'è mai stato dubbio alcuno, primo o secondo capitolo poco importa, il charachter cui presta volto ed ironia proprio il nostro festeggiato viaggia sicuro almeno una spanna su tutti gli altri, e fin dai tempi in cui consideravo Bill Murray una sorta di zio single e fuori dagli schemi riesce a rappresentarlo al meglio, neanche il buon Venkman fosse una sorta di antesignano di quelli che sarebbero diventati i ruoli simbolo passati e presenti dell'attore.
In tempi in cui si vocifera di un ipotetico terzo capitolo della saga - che pare stia incontrando enormi difficoltà di realizzazione - la nostalgia per quegli anni in cui nessuno si sarebbe lamentato troppo di un sequel ricalcato dall'originale, divertito e divertente, retto da un gruppo di attori e caratteristi in perfetta sintonia, è molta, ed il desiderio di provare di nuovo il brivido dello zaino protonico o dello sparamelma si fa sentire neanche fosse un colpo di fulmine.
Certo, non staremo parlando del miglior Bill Murray di sempre, o di una pietra miliare del genere e del Cinema, ma averne anche ora, di pellicole come questa: dunque mi viene da chiedere, "se piove merda, e qualcuno deve metterci un ombrello, chi chiamerai?".
Io non ho dubbi.
Il vecchio zio Bill con i suoi compari, ovviamente.

"Your love, lifting me higher
than i've ever been lifted before
so keep it it up
quench my desire
and i'll be at your side, forever more."
Jackie Wilson - "Your love (keep me higher)" -


lunedì 9 settembre 2013

The conjuring - L'evocazione

Regia: James Wan
Origine: USA
Anno:
2013
Durata:
112'




La trama (con parole mie): Ed e Lorraine Warren, due studiosi esperti in possessioni, case infestate ed esorcismi di nota fama, sono chiamati ad investigare sulla vicenda della famiglia Perron, trasferitasi in una casa in campagna acquistata ad un'asta e messa alle strette da una serie di misteriosi incidenti ed apparizioni avvenuti proprio tra le mura della loro nuova dimora.
I fenomeni che coinvolgono i Perron e le loro cinque figlie si riveleranno legati allo spirito di una strega suicidatasi proprio nel giardino della proprietà, entità malvagia di spaventosa potenza che riuscirà a mettere a dura prova perfino gli esperti Warren, che per riuscire a scongiurare il pericolo si troveranno a dover mettere in gioco, oltre al loro sapere nel campo del sovrannaturale, anche le loro stesse vite ed anime.




Personalmente, non sono mai stato un grande fan di James Wan: fin dai tempi del suo primo capitolo, infatti, ho sempre considerato il franchise di Saw un'inutile perdita di tempo perfino per un cultore del genere, così come relegato a tentativo fallito il successivo e decisamente più "autoriale" Insidious.
D'altra parte, sono da sempre un amante del genere horror, che ha definito più di un momento della mia formazione di cinefilo fin da bambino.
Si può dire, in un certo senso, che The conjuring sia riuscito nell'impresa di mettere il sottoscritto in pace non solo con il succitato Wan, ma anche con i film "de paura", che negli ultimi anni, eccezion fatta per alcuni casi più unici che rari - Quella casa nel bosco, Lake Mungo -, si sono trovati a dover fare i conti con una crisi di idee e di stimoli profonda almeno quanto quella del Cinema italiano.
Non che The conjuring rappresenti chissà quale nuova frontiera o pietra miliare, o introduca tecniche o nuovi approcci alla narrazione destinati a fare scuola, eppure il lavoro del mio "omonimo" produce una buona dose di scariche di adrenalina - soprattutto nella prima parte -, si avvale di una buona tecnica - bellissimo il piano sequenza durante il trasloco dei Perron nella nuova casa - e tiene botta con una certa dose di attributi per tutta la sua durata anche quando, purtroppo per gli spettatori un pò più smaliziati, le presenze vengono rivelate anche visivamente e l'incantesimo della paura tende a scemare - un vero peccato, a ben guardare, perchè per un buon terzo del film il fatto di affidarsi praticamente solo agli effetti sonori si rivela una scelta quasi perfetta, memore della lezione del Classico dei Classici del settore, quel Gli invasati che ancora oggi riesce a dare ben più di una spanna a qualsiasi produzione legata a fantasmi ed affini -.
Ad ogni modo, e nonostante un progressivo abituarsi all'atmosfera, nel complesso il titolo tiene, ed anche bene, regalando almeno un paio di sequenze da salto sulla sedia - il gioco del battimano con l'armadio che si apre, la disavventura di Carolyn in cantina -, una cornice perfetta che ci riporta dritti dritti agli anni settanta, un cast più che discreto ed un finale più spettacolare in pieno stile Esorcista che riporta alla mente uno dei film più sottovalutati - eppure fondamentali - degli anni ottanta legati alle possessioni: Poltergeist, nonchè aperto ad un potenziale sequel incentrato sempre sui due investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren, realmente esistenti e agli scritti dei quali la pellicola - e non solo questa - è stata ispirata.
Un'esperienza visiva ed in qualche modo emozionale, dunque, sicuramente superiori a quanto l'horror ha da offrire al momento all'audience, nonchè superiori alle aspettative che potevo nutrire rispetto ad un titolo di cui si è parlato benissimo - soprattutto negli States - ma che sulla carta non mi convinceva così come è stato, al contrario, stato fatto dalla visione stessa: senza dubbio i fan hardcore dell'horror potranno storcere il naso a fronte di un prodotto che pare la versione riveduta e corretta di cose come Amityville Horror e che, di fatto, non inventa nulla di nuovo, eppure a volte - soprattutto nei periodi di magra come questo - occorre tirare la cinghia e dare il credito che meritano anche prodotti buoni come questo, seppur privi di quella scintilla che ha reso grandi i cult che li hanno ispirati.
Abbandonate dunque gli indugi e le influenze - per i più esperti - e lasciatevi trasportare da James Wan nell'inquietante mondo delle possessioni demoniache: sono sicuro che le gesta dei Warren torneranno a bussare alla porta delle vostre menti ben più di tre volte.


MrFord


"Listen as the wind blows
from across the great divide
voices trapped in yearning
memories trapped in time
the night is my companion
and solitude my guide
would I spend forever here
and not be satisfied?"
Sarah McLachlan - "Possession" - 


 

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