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martedì 22 ottobre 2019

White Russian's Bulletin



Torna il Bulletin con uno dei suoi - o meglio, miei - classici ritardi di pubblicazione per una settimana che ha visto mescolarsi un nuovo tassello della revisione tarantiniana, un classico della mia infanzia che ha inaugurato i "sabati sera Cinema" con i Fordini ed una visione sorprendente di una novità dalla quale non mi aspettavo nulla, e invece ha finito per conquistarmi.
Un buon mix, dunque, in attesa che il piccolo schermo torni a fare capolino anche da queste parti, insieme ad almeno una parte dei numerosissimi recuperi che mi attendono.


MrFord



A PROVA DI MORTE (Quentin Tarantino, USA, 2007, 113')

Grindhouse - A prova di morte Poster

Non è affatto un mistero, soprattutto per gli avventori del Saloon, che io abbia sempre considerato A prova di morte il film più debole del ragazzaccio di Knoxville Quentin Tarantino.
In un periodo in cui, probabilmente, il Nostro si stava godendo appieno di tutto il successo raccolto con Kill Bill e le schiere di fan adoranti, non si preoccupava come all'inizio della sua carriera di quanto rivoluzionarie e potenti potessero essere le sue opere: può capitare, del resto, di sedersi.
E la sua seduta è stata, per l'appunto, A prova di morte. 
Un film supercool, divertente, crudele, piacione, con un antagonista super fordiano, eppure troppo "omaggio a se stessi" per portare sullo schermo lo spessore mantenuto dalle opere precedenti del regista - Kill Bill compreso -.
Rivedendolo ancora una volta, nel pieno relax di una serata post palestra con birrone e kebabbazzo, ho riflettuto sul fatto che questo sia un film equivalente agli stessi, la cena zozza da una volta la settimana, lo shot a fine serata che è la goccia che fa traboccare il vaso, il pompino nel bagno di un locale regalato da una ragazza che non vedrai mai più.
Potrà essere godurioso nell'immediato, ma sarà sempre sterile a lungo termine.




GHOSTBUSTERS (Ivan Reitman, USA, 1984, 105')

Ghostbusters (Acchiappafantasmi) Poster

Da qualche tempo, ormai, ho iniziato un percorso con i Fordini che possa portarli a vivere sulla pelle le prime esperienze da spettatori "grandi" grazie ai film che, ormai qualche anno fa, hanno formato questo vecchio cowboy: nelle ultime settimane sono passati su questi schermi, dopo il successo del primo Jumanji, I Goonies, La storia fantastica e, in attesa di nuovi capitoli di questo viaggio, Ghostbusters.
Il lavoro di Reitman, che con mio fratello ho visto e rivisto fino allo sfinimento, è ancora oggi un concentrato di divertimento, ironia, avventura e magia del Cinema come solo nella magica fabbrica degli anni ottanta se ne facevano: fantastico il cast - Murray già mattatore con Aykroyd come sempre ottima spalla -, ottime gag perfette per grandi e piccoli, una divinità distruttrice che assume la forma di un innocuo pupazzone, battute a profusione ed uno spirito che rappresenta ancora oggi quell'innocenza magica che negli eighties permise a tanti autori di portare sullo schermo veri e propri miracoli.
E dal "non incrociare i flussi" al "sei tu un dio?" sfilano momenti esilaranti e per nulla invecchiati, che fanno perdonare gli effetti naif e regalano ancora la magia che spero possa trasmettersi dai miei occhi a quelli dei Fordini quando guardiamo insieme titoli come questo.




YESTERDAY (Danny Boyle, UK/Russia/Cina, 2019, 116')

Yesterday Poster

Danny Boyle è un tipo tosto, secondo me. E' arrivato ad una bella età spaziando di genere in genere, senza mai avere paura di rischiare, sporcarsi le mani, passare dalla nicchia al pop: da Trainspotting a The Millionaire, passando per Sunshine e 28 giorni dopo, non si può dire che non abbia percorso strade diverse.
Non mi ero fatto alcuna aspettativa o pregiudizio, rispetto a Yesterday, un film che racconta la "scomparsa" del gruppo pop per eccellenza attraverso una pellicola che porta in dono tutti gli stilemi del pop: o forse solo il pensiero che sarebbe stata una visione leggerina buona per una serata di decompressione.
E invece, come gli spettatori di Jack Malik alle sue esibizioni post-blackout, sono rimasto colpito: perchè Yesterday, con tutti i suoi aspetti da canzone pop, è riuscito ad arrivarmi dritto al cuore, raccontando la storia di un dilemma che probabilmente colpisce molte più persone di quante non lo facciano davvero credere.
Il successo porta la felicità? E l'amore? Cosa comporta una strada, e cosa l'altra?
Fino a dove siamo disposti ad arrivare, da una parte o dall'altra?
Happyness is a warm gun, qualcuno cantava.
Ma anche All you need is love.
Non è facile capire quale strada prendere.
Di sicuro, nel suo piccolo, questa canzone pop è riuscita a regalarmi una scena che non dimenticherò.
E questo la rende senza dubbio più speciale di tanta roba d'autore tanto figa ma altrettanto frigida.
Quindi non ho potuto fare altro che viverla. Let it be.


venerdì 29 aprile 2016

Rock the kasbah

Regia: Barry Levinson
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 106'







La trama (con parole mie): Richie Lanz è un impresario e produttore discografico californiano che ha visto decisamente giorni migliori sia in termini personali che di carriera e successo, pronto ad offrire contratti ed estorcere denaro a casi umani disposti a tutto per una speranza nel mondo delle sette note.
Quando, per caso, ha l'occasione di partecipare ad un tour che prevede tappe in tutti i principali campi dei soldati americani di stanza in Afganisthan con la sua segretaria nonchè cantante di punta e la stessa fugge lasciandolo senza soldi e passaporto, per Richie ha inizio una vera e propria avventura che lo condurrà, tra prostitute in attesa di ritirarsi e trafficanti d'armi, ad un villaggio sperduto tra le montagne dove avrà l'occasione di far fruttare il suo fiuto di scopritore di potenziali artisti da classifica rispetto ad una ragazza educata secondo le più rigide tradizioni pashtur.
Riuscirà Lanz a dare un'occasione a se stesso ed alla sua nuova protetta, o tutto finirà nel peggiore dei modi?










Ho sempre adorato - ma non è certo un mistero - Bill Murray.
Fin dall'infanzia e da Ghostbusters, ho sempre sognato di potermi immedesimare - malgrado non si trattasse certo di un figo senza ritorno, in termini prettamente estetici - in quel guascone sciupafemmine dalla risposta sempre pronta, che rappresentava tutto quello che, da ragazzino, preda della mia timidezza senza controllo, non ero.
Sono passati gli anni, i film, le esperienze, mi sono avvicinato così tanto a quel tipo di comportamento da suscitare incredulità nelle persone che mi conoscono ora, quando mi dichiaro, per l'appunto, un "ex timido", ma è rimasto immutato l'affetto per un attore che ho sempre considerato come una zio matto, quello da prendere come modello di bad guy alla facciazza dei genitori che ho sempre pensato sarei diventato, e che ora che sono genitore, non riesco a non ammirare comunque.
Rock the kasbah è un film dell'ormai stanco Barry Levinson come ce ne sono mille altri, ritmato da una colonna sonora bella ma più che abusata - a parte la mitica Bawitaba di Kid Rock, che quasi regalava i quattro bicchieri a questo titolo, è la fiera del pur piacevole ma sempre troppo sfruttato Cat Stevens -, implausibile nella scrittura ed all'interno del quale Bill Murray fa il Bill Murray, dunque con tutti i limiti possibili ed immaginabili, eppure ho finito per godermelo dal primo all'ultimo minuto senza ritegno e particolari pretese.
L'odissea professionale, musicale ed umana di Richie Lanz, produttore discografico più simile ad un truffatore che ad uno scopritore di talenti, in un Afganisthan in bilico tra tensioni culturali, esercito statunitense, mercenari, trafficanti e signori della guerra, impreziosita dalle sempre gradite presenze di Zooey Deschanel e Kate Hudson è una giostra divertente e piacevole quanto basta per una serata senza troppo impegno ma comunque in grado di non far staccare completamente i neuroni, che si tratti di amore per il rock o di attenzione rivolta alla condizione delle donne all'interno di determinate culture - la dedica conclusiva della pellicola resta una delle idee migliori della stessa -.
Per il resto, nulla di nuovo sotto il sole e soprattutto nulla che la realtà non spazzerebbe via a colpi di sogni spezzati: ma il bello delle sette note e della settima arte è proprio regalare al proprio pubblico un'illusione magica e confortevole come una bella sbronza felice da risata facile e sonno profondo, come se non ci fosse un domani.
Dovendo compiere una scelta, migliore forse la prima parte, più spiccatamente Murraycentrica e scanzonata della seconda, senza dubbio incentrata sulla parte più sentimentale e profonda, ma a conti fatti tutto scivola via discretamente bene, e poco importa se, in un modo o nell'altro, Rock the kasbah si confonderà nella memoria sparendo di fronte a titoli simili ma ben superiori come Broken flowers, perchè sarà come aver ascoltato quella hit anni settanta già nota e stranota che, comunque, si finisce per canticchiare come se fossimo ancora presi dalla prima cotta per il pezzo.
Se, a questo cocktail forse annacquato aggiungiamo poi una riflessione sulla necessità assoluta dell'emancipazione proprio grazie all'arte, condita con un pò di ironia e buoni sentimenti, allora abbiamo il drink di sicurezza perfetto per le serate naufragate, la sega della buonanotte, il bacio in fronte per un sonno di sogni goduriosi ed il più rock possibili.
Del resto, se non si guarda in faccia ad una realtà spesso troppo triste con un pò di ironia ed un sorriso beffardo, si rischia di diventare troppo cinici o troppo tristi: e Richie Lanz non è nessuno dei due.
Lui crede, e c'è.
Una specie di piccolo Drugo.
Un pò come Bill Murray, che in questo vestito calza come nel pigiama preferito.




MrFord




"Now over at the temple
oh! They really pack 'em in
the in crowd say it's cool
to dig this chanting thing
but as the wind changed direction
the temple band took five
the crowd caught a wiff
of that crazy Casbah jive."
The Clash - "Rock the casbah" -






sabato 23 gennaio 2016

Aloha - Sotto il cielo delle Hawaii

Regia: Cameron Crowe
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 105'





La trama (con parole mie): Brian Gilcrest, ex militare passato al settore privato segnato da un incidente che quasi gli costò la vita in Afghanistan, torna in uno dei luoghi che hanno più significato per la sua vita lavorativa e personale, le Hawaii.
Incaricato all'apparenza di presenziare ad una cerimonia pubblica ed in realtà legato a doppio filo agli interessi dell'Esercito e del magnate Carson Welch, Brian si troverà travolto, più che dagli incarichi assegnatigli, dalle tempeste del cuore: alle Hawaii, infatti, vive la sua vecchia fiamma Tracy, sposata da anni con un pilota, madre di famiglia ma ancora legata a lui, mentre a fargli da "cane da guardia" gli è assegnato il Capitano Allison Ng, che fin dai primi istanti pare scuoterlo nel profondo.
Le due donne, con i differenti vissuti ed approcci, finiranno per segnare definitivamente la vita e la carriera di Gilcrest.










Cameron Crowe mi è sempre stato simpatico: un tipo giusto, rock ma non eccessivo, di quelli che ti danno sempre l'impressione, attraverso le storie che raccontano, di essere pane e salame, e vicini alla tua realtà, non ancorati al dorato mondo di Hollywood ed affini.
In realtà non ho mai completato la sua filmografia, ma ad un titolo come Almost famous vorrò sempre bene, dunque mi sentirò in ogni modo in debito rispetto ad un regista che, forse, non ha mai espresso al massimo il potenziale che avrebbe potuto esprimere: alla vigilia della visione di Aloha il pensiero era che, forse, quel momento potesse essere arrivato.
Una commedia romantica e dolceamara, il setting delle Hawaii - che adoro, e che ha fatto da cornice anche a cose buone come Paradiso amaro -, un gruppo di attori molto interessante - Bradley Cooper, la sempre più benvista in casa Ford Rachel McAdams, Emma Stone ed il sempre mitico Bill Murray su tutti - parevano mettere sul tavolo tutte le carte giuste per trasformare questo lavoro nel miglior lavoro di Crowe.
Peccato che, a conti fatti, non sia stato assolutamente così: intendiamoci, Aloha è godibile, scorre veloce, regala un paio di momenti divertenti, i siparietti tra Cooper e la Stone ricordano molto la commedia slapstick anni cinquanta, le immagini delle Hawaii sono sempre splendide, eppure il film risulta essere una delle occasioni mancate più clamorose degli ultimi mesi, privo di carattere e di una direzione precisa, incapace di emozionare neppure nei momenti in cui ci sarebbe da correre dritti al fazzoletto.
La mescolanza di romanticismo, commedia spionistica - clamorosamente sprecato, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, Bill Murray - e dichiarazione d'amore alla Natura ed ai Riti di uno degli arcipelaghi più affascinanti del mondo non riesce a trovare una propria identità ed una strada attraverso la quale guidare lo spettatore, finendo per rendere il compito più difficile sia ai protagonisti che alla vicenda stessa: la storia di Brian Gilcrest, decisamente telefonata a livello sentimentale nella sua evoluzione, spinge quasi a prendere in forte antipatia il main charachter, e pare essere stata scritta principalmente per far leva sull'emotività della fetta di pubblico più sensibile, sfruttando anche espedienti - come quello della figlia dell'ex grande amore Tracy - che sinceramente potevano anche essere risparmiati all'audience.
A tutto questo si aggiunga una Emma Stone che, per quanto carina e pronta a stare al gioco, è risultata al sottoscritto tremendamente forzata, un pò come quelle fighe di legno che fingono di essere alla mano e simpatiche e si rivelano essere un palo in culo come la peggiore delle principessine buone giusto per lo shopping nel quadrilatero della moda, e la frittata di Crowe ha finito per essere più che fatta.
Un vero peccato, considerati il regista, il cast e le potenzialità, così come il fatto che il film scorre e non si fa affatto voler male: ma con tutta la simpatia che si può provare per autore e prodotto, appare quasi impossibile non notare il caos e la pochezza del lavoro finito, che, seppur in misura meno catastrofica, sta al buon Cameron quanto quella schifezza di Accidental love è stata a David O. Russell.
Presa coscienza di questo, restano le note positive rappresentate dal marito di poche parole di Tracy - forse il personaggio più interessante dell'intera pellicola - e dalla già citata cornice delle splendide isole, che alimentano i sogni del sottoscritto di trasferirsi, un bel giorno, in posti come questi: mare, coolness, un fare easy diffuso, una Natura che mozza il fiato.
Portassero poi in dono anche film che evitino di deludere, sarebbe davvero perfetto.




MrFord




"Yesterday she went to see
the Polynesian band
but she came home with her hair all wet
and her clothes all filled with sand
I didn't have to come to Maui
to be treated like a jerk
how do you think I feel
when I see the bellboys smirk?
and I can hear the ukuleles playing
down by the sea
she's gone with the hula hula boys
she don't care about me."
Warren Zevon - "The Hula Hula Boys" - 






giovedì 5 novembre 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): l'autunno ormai impazza, al contrario di una blogosfera sempre più spenta, e come ogni settimana io ed il mio purtroppo socio e co-conduttore di questa rubrica Cannibal Kid ci ritroviamo a combattere tra noi e soprattutto per rivitalizzare un pò queste lande sempre più desolate scrivendo la nostra a proposito delle uscite in sala di questo weekend.
Grande spazio alla scommessa del nuovo 007 di Sam Mendes, ma anche un occhio puntato su titoli che potrebbero rivelarsi gran fordianate - dunque imperdibili - o terrificanti cannibalate - dunque evitabili -: quale visione la spunterà?


"Hey, Ford, tu si che sei proprio forte!"
Spectre

"Ford e Cannibal si avvicinano: sarà meglio preparare l'artiglieria pesante."
Cannibal dice: Il mio nome non è Ford, James Ford.
E meno male!
Il mio nome non è nemmeno bondiano, jamesbondiano, visto che l'unico film della serie che ho visto è stato l'ultimo, Skyfall, che a sorpresa non m'è manco dispiaciuto. In occasione dell'arrivo di questo nuovo capitolo m'era venuta la tentazione di recuperare anche gli episodi precedenti, ma poi ho pensato: “Sto già sprecando la mia vita, perché sprecarla ancora di più?”. E così per il momento ho accantonato l'idea.
Quanto a Spectre, preannunciato da un'operazione di marketing sfiancante e dal pezzo di Sam Smith che è probabilmente la peggior canzone bondiana di sempre, potrebbe essere un ricalco più o meno spento di Skyfall. Prima o poi magari lo guarderò per curiosità, e per vedere Lea Seydoux più che la MILF Bellucci, ma senza fretta.
Ford dice: il suo nome è Kid. Peppa Kid. E di Cinema non capisce una fava.
Per quanto abbia sempre stimato il personaggio di James Bond, non ho mai completato la visione di tutti i film che l'hanno visto protagonista: ho adorato fin da piccolo le versioni di Connery e Moore, ignorato fondamentalmente le altre fino a riavvicinarmi grazie all'incarnazione di Craig.
Peccato che, dopo un primo episodio bomba - Casinò royale - ed un secondo guardabile - Quantum of solace - sia seguito il tanto osannato ma mortalmente noioso Skyfall, che quasi mi costò una sonora ronfata in sala.
Speriamo che Spectre, in questo senso, tiri fuori un po' di più l'anima action di Bond. Considerata la presenza dell'ex wrestler Batista, posso quantomeno essere positivo.




Snoopy & Friends - Il film dei Peanuts

"Quei due blogger spara-cazzate sono molto più divertenti del nostro film!"
Cannibal dice: Sarà che sono cresciuto in un periodo in cui i Peanuts erano un po' passati di moda, ma non mi sono mai particolarmente avvicinato al loro mondo. Sarà questa la volta buona per farlo?
Ne dubito e lascerò la visione a Mr. Ford, che probabilmente con le prime strisce di Charlie Brown, Linus e Snoopy pubblicate negli anni '50 c'è cresciuto.
Ford dice: per quanto mitiche, le strisce dei Peanuts non sono mai state tra le mie letture preferite neppure nei miei anni da fumettofilo incallito, dunque penso che girerò al largo da quella che mi pare un'operazione di marketing di quelle abominevoli.
Perfino più abominevoli delle opinioni cinematografiche di Cannibal.


Freeheld: Amore, giustizia, uguaglianza

"Siamo la coppia del momento: altro che Ford e Peppa Kid!"
Cannibal dice: Drammone che affronta le tematiche del cancro e dell'amore lesbico con Ellen Page e Julianne Moore, qui su Pensieri Cannibali potrebbe anche essere il filmone della settimana. Non so perché, però, temo nel rischio fregatura. Così come quando vedo un film esaltato su WhiteRussian.
Ford dice: tipico film finto impegnato che probabilmente spera di sfruttare proprio l'apparente impegno per guadagnarsi un posticino alla prossima notte degli Oscar. Personalmente, non ci casco.

Un po' come quando il mio rivale finisce per consigliare caldamente qualche teenata delle sue.



Rock the Kasbah

"Bill, lo sai che sta guidando Ford!?" "Non ci trovo proprio un cazzo da ridere, amico."

Cannibal dice: Pellicola rockettara con un cast interessante, composto da Bill Murray, Zooey Deschanel, Kate Hudson e Bruce Willis. Eppure, anche in questo caso sento l'odore di fregatura e di possibile diludendo lontano un miglio. O sarà solo l'odore di Ford che, per solidarietà con i messinesi rimasti senz'acqua, ha deciso pure lui di non lavarsi?
Ford dice: commedia rock che riporta in auge l'incarnazione forse più amata di Bill Murray sul grande schermo che potrebbe essere la visione della settimana. Speriamo non si riveli una delusione come un disco che si attendeva da tempo della propria band preferita o l'ennesimo film sponsorizzato come un capolavorone su Pensieri Cannibali.


Alaska

"Lo sapevo che una maratona di teenate sarebbe stata troppo, per lui."
Cannibal dice: Elio Germano di rado sbaglia film. E il cinema italiano, checché se ne dica, attualmente è tra i più vitali in circolazione. Questa pellicola potrebbe quindi meritarsi una visione, mentre Ford si merita qualcos'altro: un biglietto di sola andata per l'Alaska.

Ford dice: Elio Germano è uno dei nostri attori più interessanti, eppure, considerato il mio rapporto con il Cinema italiano attuale, resto sempre piuttosto dubbioso, un po' come quando mi tocca leggere i commenti alle uscite settimanali del Cucciolo Eroico.



Malala

"Ford, Cannibal, mi dispiace: voi non vincerete mai un Nobel per la Pace."
Cannibal dice: Documentario dedicato alla giovane premio Nobel per la pace Malala Yousafzai che sembra piuttosto interessante, anche perché su di lei ne so poco e vorrei saperne di più. L'unica cosa che so adesso è che né io né Ford potremo mai vincere il Nobel per la pace. Abbiamo combattuto troppe Blog Wars, troppe.
Ford dice: documentario che potrebbe rivelarsi la sorpresa della settimana, se non fosse che probabilmente sarà distribuito in una sala e mezza per un giorno e che in rete risulterà introvabile. Peccato, perchè la figura, secondo me, merita approfondimento.


45 anni

"Dici che riusciremo a stare insieme più di Ford e Cannibal?" "Ne dubito, quelli non si scollano neanche una settimana."

Cannibal dice: Uno dei trend più incomprensibili degli ultimi tempi sono i film sui vecchi, ormai purtroppo molto più numerosi dei film teen. Questa pellicola sul 45esimo anniversario di una coppia di nonnini è persino troppo old e fordiana per essere vera. E per essere guardata, almeno da me.
Ford dice: il titolo mi fa pensare a quando io e Cannibal festeggeremo il quarantacinquesimo anniversario della prima Blog War.
E mi fa venire i brividi.


Il prezzo della gloria

Katniss Kid e Ford osservano la desolazione della blogosfera.

Cannibal dice: Film franco-belga-svizzero dal sapore radical-chic, ma non abbastanza da sperare in una visione gloriosa. Sarà la vicinanza con quel musone di Ford, ma questa settimana sono davvero sfiduciato e non mi ispira manco mezzo film.
Ford dice: pellicola shakerata radical chic europea che mi attira quanto l'idea di un'altra maratona di teen movies suggerita dal mio antagonista. Passo più che volentieri.


Corpi

Corpi: un film così allegro da far apparire una visione di Antichrist come una vera pacchia.

Cannibal dice: Film polacco che affronta temi leggeri quali morte e malattia. Al confronto, la lettura di WhiteRussian potrebbe quasi passare come un'esperienza divertente.
Ford dice: considerata la provenienza e le tematiche da party selvaggio, questo film potrebbe rappresentare una visione raccapricciante o una vera sorpresa.
L'ideale sarebbe che lo sperimentasse Peppa, in modo da avere un'idea precisa andando nella direzione opposta a quella del suo giudizio.

martedì 20 gennaio 2015

St. Vincent

Regia: Theodore Melfi
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Vincent è un burbero uomo oltre la mezza età da tempo abituato a vivere da solo e prendere a schiaffi la realtà attorno a lui, rifugiandosi nell'alcool e nella prostituta Daka.
Quando Maggie, divorziata in fuga dall'ex marito, e suo figlio Oliver si trasferiscono nella casa accanto ed a seguito di una casualità Vincent si trova a diventare il baby sitter ufficiale del ragazzino, le regole per tutti loro cambiano: madre e figlio troveranno l'energia e gli spunti per ricominciare, mentre Vincent un nuovo motivo per aprirsi al mondo e alla vita mettendo alle spalle il destino di sua moglie ed un passato non sempre tenero.
Ma l'equilibrio di tutti questi instabili fattori riuscirà a mantenersi?
O le cose, inevitabilmente, finiranno per precipitare?








Esistono film che pare di aver visto e rivisto mille volte, un pò come quei titoli che finiamo per gustarci quando vengono incrociati per caso in tv, o che, nei momenti di stanca, capitano nel lettore come per tenerci compagnia, fosse anche solo in qualità di sottofondo.
Esistono storie che non raccontano, di fatto, nulla di nuovo, che danno l'impressione di essere le favole che ci raccontavano da piccoli, per farci addormentare, e finiamo per ricordare con l'affetto che di norma riserva la malinconia.
Esistono titoli da criticare, altri da esaltare, altri ancora da ignorare, o dei quali si finirà per non ricordare quasi nulla.
E più semplicemente, pellicole cui si finisce per voler bene, inevitabilmente ed inesorabilmente.
St. Vincent è stata una di queste.
Certo, per chi come il sottoscritto ha amato Gran Torino ed ha finito per considerarlo il testamento artistico del vecchio Clint, il lavoro di Theodore Melfi potrebbe apparire come un cocktail annacquato al cospetto di un robusto bourbon liscio, e saranno in molti ad accusare quest'opera di una certa ruffianeria di fondo tipica dei prodotti indie, carini ed in stile Sundance.
Ma sapete che vi dico? Si fottano, per parafrasare quello che, probabilmente, sarebbe il verdetto del Vinnie di Bill Murray, che seppur da più di trent'anni imprigionato quasi nello stesso ruolo continua ad essere uno dei volti del Cinema USA che amo di più, lo zio un pò matto al quale si guarda da bambini con meraviglia e da adulti con complicità.
Se, poi, all'ingrediente principale si aggiungono una manciata di scene più che giuste - la lezione per il pugno dritto sul setto nasale è già antologia, in casa Ford, e verrà al più presto riportata al Fordino -, due interpreti femminili in ruoli differenti da quelli cui siamo abituati - ottima una Naomi Watts dal credibilissimo accento est europeo, interessante Melissa McCarthy per una volta non ridotta a macchietta - ed un crescendo da buon, vecchio film di nicchia pronto a commuovere, il gioco è fatto: St. Vincent non sarà certo la pellicola dell'anno, mostra il fianco alle critiche e all'originalità quanto il suo protagonista, eppure pare proprio vada bene così, pane e salame, come una scommessa su un cavallo con tutte le probabilità a sfavore o un amore consumato un bucato dietro l'altro, più forte di tutti quelli che possono essere i peccati ed i difetti di chi quell'amore magari sente di non averlo vissuto al suo meglio.
Senza dubbio, poi, ad un vecchio cowboy come il sottoscritto, in bilico tra la paternità e l'idea che, tra una trentina d'anni - più o meno lo stesso intervallo di tempo che separa gli eighties da ora - sarò probabilmente un individuo nello stile di Vincent, un titolo come questo non potrà certo apparire come un male: in fondo, conosco bene i peccati dei santi bevitori, quelli che combinano un casino dietro l'altro eppure, a loro modo e a scapito di qualsiasi difficoltà, sono sempre lì, presenti.
E chissà, a volte forse non è neppure un bene, ma loro continuano a perseverare.
E non c'è niente che li possa abbattere, almeno fino a quando avranno ancora voglia di succhiare tutto il midollo di questa vita: che potrà essere dura, e tosta, e cercare di metterti sempre alle strette.
Ma basteranno un diretto in pieno viso, alcool, un pò di grande musica - applausi per la colonna sonora, strepitosa -, sesso, e la voce di chi si è appena affacciato o si sta affacciando a questa vita.
Perchè ai santi bevitori piace l'idea di passare il testimone a qualcuno.
Del resto, loro vivono per i riti sociali anche quando paiono lontani dal mondo intero.




MrFord




"I was in another lifetime one of toil and blood
when blackness was a virtue and the road was full of mud
I came in from the wilderness a creature void of form
"come in" she said
"I'll give you shelter from the storm"."

Bob Dylan - "Shelter from the storm" - 





mercoledì 14 maggio 2014

Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Origine: USA, Germania
Anno: 2014
Durata: 100'





La trama (con parole mie): uno scrittore ospite del leggendario Grand Budapest Hotel, affascinato dalla sua struttura decadente e dagli ospiti curiosi, incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, ed avuta l'occasione di cenare con quest'ultimo finisce per diventare il testimone del racconto della vita dell'uomo, preso sotto l'ala protettrice, nel periodo tra la prima e la seconda guerra che sconvolsero il continente, dal mitico consierge Gustave H., cuore del Grand Budapest stesso ed amante di molte facoltose e vecchie signore. 
Alla morte di una di queste, Gustave finisce al centro di un complicato intrigo legato alla cospicua eredità della donna, nel mirino di parenti più o meno lontani capeggiati dal figlio Dmitri e della sua guardia del corpo Jopling: carcere, fughe e rischi più che concreti di morte diverranno dunque pane quotidiano per Gustave e Zero, pronti a lottare l'uno accanto all'altro per sopravvivere e costruire il futuro delle loro vite, bene o male possano le stesse finire.









Wes Anderson è uno dei paladini ufficialmente riconosciuti del radicalchicchismo.
Praticamente da sempre.
Tutto, nel suo Cinema, dalla fotografia curata maniacalmente ai carrelli laterali che paiono correre nei corridoi di una casa di bambole, dai colori pastello al gigioneggiamento selvaggio dei suoi attori, grida al radicalchicchismo.
Senza se e senza ma.
Eppure, allo stesso modo, dietro l'apparenza ed il piglio, i lavori del regista texano - il meno texano del pianeta, mi viene da aggiungere - traboccano cuore e sentimenti neanche ci trovassimo nel pieno di uno dei film pane e salame che tanto piacciono al sottoscritto: ricordo bene quanto riuscì a sovvertire sensazioni e valutazione Moonrise kingdom, penultima fatica del buon Wes, che iniziai a recensire pensando di sfoderare le bottigliate delle grandi occasioni e finii per riscoprire come una delle parabole migliori del Cinema grottesco recente, neanche i Grimm avessero incontrato un delirio di colori pastello e di profonda critica sociale.
Con Grand Budapest Hotel, probabilmente sogno segreto del regista da anni, album di fotografie con soggetti principali tutti i suoi attori feticcio - da Owen Wilson a Willem Defoe, passando ovviamente per Bill Murray, fino allo spazio concesso a nuove promesse come Saoirse Ronan -, Anderson poggia invece sul bancone del Saloon un cocktail che pare un mix abilmente dosato di romanticismo tedesco, stile narrativo russo - un pò Anna Karenina, un pò La figlia del capitano -, ironia nera, avventura vecchio stile in grado di richiamare addirittura qualcosa dell'espressionismo ed una fiaba nera da far impazzire dall'invidia gente come Tim Burton.
Le vicende di Gustave H. e Zero Moustafa, charachters che non avrebbero sfigurato in pellicole vintage d'alta scuola come i lavori d'ambientazione indiana di Fritz Lang o i grandi classici dell'avventura made in USA, senza contare il fascino dell'atmosfera mitteleuropea da spionaggio - e nonostante il bianco e nero c'entri poco o nulla, finisce per tornare a galla il Welles de Il terzo uomo e quello di Quarto potere -, sono un piacere per gli occhi, il cuore ed il cervello, ed il curioso mosaico di immagini e figurine in cui si muovono si rivela composto da tessere dai colori quasi accecanti - il rimbalzare delle telefonate della setta segreta dei consierge -, altre di bruciante ironia - i riferimenti al nazismo e gli uomini al servizio del regime - ed altre ancora velate di malinconia, che conducono lo spettatore per mano ad un finale in cui si incontrano il Woody Allen di Ombre e nebbia ed il gusto per il romanzo ottocentesco, carico di passione ed energia eppure in qualche modo segnato dall'inevitabile sconfitta dell'Uomo per mano del Destino.
La doppia narrazione, inoltre, dell'autore e di Moustafa, regala una struttura ad incastro che convince senza riserve, e nonostante l'intero lavoro dia l'impressione di un divertissement senza altro scopo se non intrattenere il regista stesso ed i suoi collaboratori, il risultato è quello delle grandi occasioni, ed il sentimento messo da Anderson in questo racconto è quanto di più lontano possa essere pensato rispetto al concetto di radical chic ed alle conseguenze che, di norma, l'esserlo porta agli autori ospiti di queste pagine.
E mentre sfilano davanti alla macchina da presa scenografie da sogno e si assiste ad intrighi da Dieci piccoli indiani, fughe da penitenziari neanche ci trovassimo in un Classico con Clint Eastwood, storie d'amore più o meno realizzabili o consuete, prende corpo un film che è una piccola perla per gli occhi ed il cuore, ennesima conferma di un Autore con la a maiuscola, capace di raccontare attraverso un'estetica da urlo storie che pare lo stesso abbia la necessità di portare sul grande schermo a prescindere dal fatto che sappia farlo con uno stile personale, unico e convincente.
In un certo senso, Grand Budapest Hotel rappresenta una summa del percorso compiuto da Anderson fino ad ora, all'interno del quale è possibile ritrovare tutti i temi cari al regista accanto ai suoi attori favoriti, pronto raccogliere e sfruttare la vena ironica e surreale de I Tenenbaum accanto alla delicata e spietata magia di Moonrise Kingdom e all'impatto esplosivo di Fantastic Mr. Fox: avercene, di Indiana Jones versione radical come questo.
E lo dico con tutto il cuore di un paladino del pane e salame.



MrFord



"Sleep on the left side
leave the right side free
hope gets salted
as those around you leave
we're gonna let it up like India House on fire
we're gonna let it go
and let it go higher
let it go."
Cornershop - "Sleep on the left side" - 





mercoledì 5 marzo 2014

The Monuments men

Regia: George Clooney
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 118'




La trama (con parole mie): sul finire della Seconda Guerra Mondiale l'esperto d'arte Frank Stokes, preoccupato per la sorte delle opere trafugate dai nazisti negli anni di conquista della Francia e dell'Europa centrale, ottiene dal Presidente degli Stati Uniti il permesso di costituire una squadra che si occupi di recuperare le stesse opere e restituirle ai legittimi proprietari, siano essi privati o musei pubblici.
L'improvvisato team di architetti e restauratori dovrà riadattarsi alla vita militare ed affrontare gli orrori della guerra in prima linea, pur se in misura minore e legato alla ritirata verso Berlino dei tedeschi: sacrificare tutto, vita compresa, per mettere in salvo Capolavori importanti per la Storia dell'umanità varrà davvero la pena?
E riusciranno Stokes ed i suoi a recuperare tutte le meraviglie sottratte dal Reich?






Fin dai tempi di E. R., George Clooney mi è sempre stato simpatico: quell'aria da Cary Grant un pò più gigione e bastardo - in senso buono - ha sempre esercitato un certo fascino vintage sul sottoscritto, quasi il volto del Giorgione ormai italianizzato potesse rispolverare le atmosfere dei Classici che, di fatto, mi hanno cresciuto - cinematograficamente parlando -.
Il passaggio alla regia di qualche anno fa, inoltre, aveva mostrato al mondo della settima arte talenti che non ci si sarebbero aspettati da un attore spesso e volentieri divenuto un riferimento come sex symbol per il pubblico femminile adulto e poco altro: da Confessioni di una mente pericolosa a Good night and good luck, senza contare il piacevolissimo In amore niente regole e l'ottimo Le idi di marzo, invece, Mr. Nespresso è riuscito nell'impresa di convincere perfino i suoi critici più agguerriti, riuscendo nella non facile impresa di trovare l'accordo tra l'audience mainstream e le ristrette platee dei Festival.
Con queste premesse giungiamo a The Monuments men.
Clooney è senza dubbio un professionista, un uomo che conosce bene il suo mestiere ed un artigiano di buon livello, eppure il salto di qualità che ci si sarebbe potuti aspettare non è, di fatto, avvenuto: quest'ultimo lavoro, infatti, ricorda più gli spavaldi exploit del "suo" Danny Ocean che non il definitivo salto di qualità di un aspirante Autore con la a maiuscola, a partire dal cast - che pare una superband messa insieme giusto per un concerto che possa portare il massimo in termini di incassi - fino ad arrivare allo sfruttamento di una retorica quasi spielberghiana che potrebbe addirittura finire per irritare i meno avvezzi all'approccio più sguaiato del Cinema americano.
Delusione - pur se parziale - smaltita in corso di visione, personalmente mi sono sentito nel mezzo, conquistato da alcune trovate decisamente ad effetto - la morte di Donald a Bruges, momento di grande emozione sapientemente sfruttato - e soprattutto nella prima parte annoiato da un ritmo clamorosamente blando, che finisce per promettere senza mai, di fatto, permettere di consumare, un pò come la storia d'amore rimasta "in fieri" tra i personaggi interpretati da Matt Damon e Cate Blanchett.
In tutta onestà, dunque, occorre ammettere di trovarsi di fronte al punto più basso della carriera del Clooney regista, ma allo stesso tempo ad un solido prodotto commerciale, diretto con mano esperta da un furbo cialtrone in grado di sedurre senza mai davvero giungere alla conclusione che si vorrebbe: resta interessante, comunque, la riflessione sul fatto che un'opera d'arte possa oppure no valere la vita di un uomo, e quanto si finisce per essere disposti a sacrificare per qualcosa cui si è consacrata la propria vita - perfino improvvisarsi soldati quando non si è certo un manipolo di action men spaccaculi -.
In uno scenario come quello, terribile, della Seconda Guerra Mondiale, non credo che avrei dato troppo peso alle opere - seppur grandi - che i geni dell'arte avevano regalato al mondo intero, quanto più alla sopravvivenza mia e di chi amo, ma allo stesso modo l'insolita lotta condotta da Stokes e dai suoi uomini è stata, a posteriori, una delle più importanti a livello sociale e culturale degli ultimi decenni, tanto da influenzare anche i bambini che, al giorno d'oggi, in gita scolastica o accompagnati da un parente, finiscono per trovarsi faccia a faccia con un Capolavoro che qualcuno ha pagato con la vita per portare in salvo senza neppure saperlo.
Un film dalla doppia anima, dunque, questo The Monuments men.
Come il suo regista.
Un simpatico cialtrone da non prendere troppo sul serio.
Giusto per evitare di restare troppo delusi.



MrFord



"Some days I feel like my shadow's casting me
some days the sun don't shine
sometimes I wonder why I'm still running free
all up and down the line."
Warren Zevon - "Dirty life and times" - 




sabato 21 settembre 2013

Ghostbusters 2

Regia: Ivan Reitman
Origine: USA
Anno: 1989
Durata:
108'




La trama (con parole mie): sono passati cinque anni dalle imprese che portarono i Ghostbusters a salvare New York, e per gli ormai ex acchiappafantasmi le cose non vanno proprio a gonfie vele. Peter Venkman si è ridotto a condurre programmi televisivi di quart'ordine, Egon Spengler ha aperto una libreria dell'occulto insieme al vecchio amico Ray Stantz, che nel tempo libero si diletta nell'intrattenimento alle feste per bambini insieme al quarto moschettiere dei flussi da non incrociare mai, Winston Zeddemore.
Quando Dana, ex di Peter nonchè amica storica del gruppo, chiede aiuto, Egon e Ray accorrono, dando inizio ad una serie di eventi che culminerà nella scoperta di un fiume di melma ectoplasmatica che scorre sotto la città e nel confronto tra i nostri cacciatori di spiriti e l'incarnazione di un tiranno Est europeo di qualche centinaio di anni prima, il temibile Vigo.




Questo post partecipa alle celebrazioni decisamente sovrannaturali del Bill Murray Day.


Erano gli ultimi scampoli di anni ottanta, quando l'allora bambino Ford cominciava ad assaporare le prime aspettative da visione in sala: ricordo, in questo senso, Rocky IV visto con mio padre e lo spavento alla morte di Apollo così come Chi ha incastrato Roger Rabbit?, quando con la più giovane delle mie zie arrivammo al pelo per l'inizio della proiezione.
E Ghostbusters 2.
Avevo amato alla follia - e visto almeno un centinaio di volte con mio fratello - il primo capitolo delle avventure degli acchiappafantasmi, cult personale ancora oggi ed arrivato nell'allora casa Ford direttamente in vhs, dunque l'hype per il sequel al momento dell'annuncio salì letteralmente alle stelle, tanto che ricordo addirittura che conservai l'intervista agli attori trovata sulle pagine di TV, Sorrisi e canzoni.
E ricordo che, complici un Bill Murray scatenato ed un cattivo dal look in bilico tra il trash ed il temibile, uscii clamorosamente soddisfatto dalla sala nonostante già allora avessi avuto l'impressione di aver assistito ad una sorta di copia del primo film con l'aggiunta della questione melma, spassoso ingrediente che richiamava la bava degli ectoplasmi del giro di giostra precedente.
Certo, a livello cinematografico, ora che posso ragionare a mente fredda, siamo ben lontani dal supercult che lanciò Venkman e soci nell'Olimpo dei personaggi indimenticabili di un decennio indimenticabile, eppure sequenze come il trionfale arrivo a Manhattan della Statua della Libertà guidata grazie alla suddetta melma e ad un joystick sulle note di Jackie Wilson è ancora un piacevole momento di intrattenimento, così come gli scambi a senso unico tra Bill Murray ed il dipinto di Vigo durante il "servizio fotografico" organizzato dai Ghostbusters.
Del resto, e su questo non c'è mai stato dubbio alcuno, primo o secondo capitolo poco importa, il charachter cui presta volto ed ironia proprio il nostro festeggiato viaggia sicuro almeno una spanna su tutti gli altri, e fin dai tempi in cui consideravo Bill Murray una sorta di zio single e fuori dagli schemi riesce a rappresentarlo al meglio, neanche il buon Venkman fosse una sorta di antesignano di quelli che sarebbero diventati i ruoli simbolo passati e presenti dell'attore.
In tempi in cui si vocifera di un ipotetico terzo capitolo della saga - che pare stia incontrando enormi difficoltà di realizzazione - la nostalgia per quegli anni in cui nessuno si sarebbe lamentato troppo di un sequel ricalcato dall'originale, divertito e divertente, retto da un gruppo di attori e caratteristi in perfetta sintonia, è molta, ed il desiderio di provare di nuovo il brivido dello zaino protonico o dello sparamelma si fa sentire neanche fosse un colpo di fulmine.
Certo, non staremo parlando del miglior Bill Murray di sempre, o di una pietra miliare del genere e del Cinema, ma averne anche ora, di pellicole come questa: dunque mi viene da chiedere, "se piove merda, e qualcuno deve metterci un ombrello, chi chiamerai?".
Io non ho dubbi.
Il vecchio zio Bill con i suoi compari, ovviamente.

"Your love, lifting me higher
than i've ever been lifted before
so keep it it up
quench my desire
and i'll be at your side, forever more."
Jackie Wilson - "Your love (keep me higher)" -


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