Bulletin anomalo, questa settimana, o quantomeno rinviato: curioso, perchè negli ultimi sette giorni saranno passati su questi schermi cinque o sei film, una cosa che non accadeva da tempo, ma che preferisco tenermi per la prossima puntata.
A questo giro, oltre a ricordare ancora una volta a tutti di fare un giro su Amazon per scoprire l'ultima fatica letteraria di Julez, prendo una vacanza approfittando del fatto che giovedì partiremo per New York per la nostra mini vacanza annuale senza Fordini - sia santificata la suocera Ford - approfittando di un sogno che coltivavo da anni: per i quaranta che ormai incombono, infatti, avevo pianificato di volare negli States per vedere dal vivo Wrestlemania, che domenica 7 aprile si terrà al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey. E così, per realizzare un sogno che avevo fin da bambino, ci siamo ritrovati di fronte la Grande Mela.
Per Julez sarà una scoperta, per me un ritrovare una vecchia amica: New York era stato il mio primo, grande viaggio nel lontano ottobre del novantaquattro, e sono davvero curioso di scoprire come potrò rivivere questa città così importante anche per il Cinema da adulto, con le sue diversità, le sue novità, la sua storia e anche la mia.
E ovviamente, anche di godermi tanto sano, vecchio, tamarro wrestling.
Dito Montiel è entrato nella mia vita di spettatore come un fulmine a ciel sereno con Guida per riconoscere i tuoi santi, nel corso della primavera del duemilasette, al culmine di uno dei periodi più wild della mia vita: nottate fuori, alcool, one night stand e via discorrendo, a fare da cornice all'operazione al cuore subita da quello che è, a tutti gli effetti, il mio migliore amico.
Rimasi folgorato da quel debutto, anche e soprattutto per la carica emotiva che aveva saputo trasmettere, e mi ripromisi di tenere d'occhio quel regista e scrittore allora poco più che quarantenne che prometteva gran bene: peccato che, già al film successivo, lo spompissimo Fighting, Montiel cominciò a mostrare lacune enormi in fase di script e realizzazione unite alla cosa peggiore per un qualsiasi artista: una certa spocchia non troppo simpatica.
Il risultato, da allora, è stato una lunga serie di flopponi mai più distribuiti in Italia e massacrati dalla critica negli States, cui è seguito un abbandono totale da parte del sottoscritto.
Quando, assolutamente per caso e grazie alla presenza di The Rock, con Julez abbiamo deciso di buttarci su questo Empire State come sottofondo per una cena dalla mitica suocera Ford, neppure sapevamo che l'uomo dietro la macchina da presa fosse proprio Montiel, tanto per intenderci.
Il risultato, rispetto agli altri clamorosi fallimenti che pare aver collezionato - Fighting compreso, che avevo bottigliato a dovere a suo tempo -, tutto sommato quasi funziona, pur essendo un ibrido tra film di formazione più o meno criminale come Bronx, rimembranze scorsesiane ed un action thriller di grana grossa, a patto di non avere pretese troppo alte, passare sopra le lacune della sceneggiatura e godersi una storia "di quartiere" ambientata negli anni ottanta con un The Rock sempre tosto, un fratellino Hemsworth abbastanza in parte ed un'ottima spalla come Michael Angarano, la vera sorpresa della pellicola.
Visto in quest'ottica, Empire State risulta essere un buon riempitivo ed un film innocuo, piacevole da vedere e godibile in un'ottica di relax, come se non bastasse abbastanza adatto, come collocazione, alla stagione in corso: certo, io avrei dato più spazio al buon Dwayne Johnson e gli avrei fatto menare un pò le mani, ma non si può pretendere troppo, dunque mi faccio bastare il consueto - per Montiel - approfondimento del rapporto tra padri e figli ed una sensazione di amarcord mista ai ricordi di una crescita turbolenta in quartieri newyorkesi all'interno dei quali occorreva imparare ad arrangiarsi, e tanto mi basta.
Se poi dovessi aver voglia di vedere una pellicola di spessore dello stesso genere, nulla mi vieterà di ripescare Quei bravi ragazzi o cose di quel genere: ma per affrontare i primi caldi, direi che anche cose decisamente minori come questa sanno fare il loro.
Che è poco, ma meglio di niente.
"Nel corso di questa indagine piloti, ornitologi, esperti e computer hanno analizzato ogni singola variabile in campo, elaborando i dati con la massima precisione. E' mancato un solo fattore: lei.".
Recita più o meno così una delle dichiarazioni che chiudono il giorno del confronto decisivo tra il Capitano Sullenberger detto Sully ed il suo Primo Ufficiale, responsabili della scelta di aver effettuato un atterraggio d'emergenza sul fiume Hudson il quindici gennaio duemilanove salvando la vita delle centocinquantacinque persone a bordo dopo aver subito un'avaria ai motori a causa dello scontro con uno stormo di oche canadesi, dopo aver valutato come troppo rischioso tentare un rientro al La Guardia - aeroporto dal quale erano decollati pochi minuti prima - o una deviazione verso il primo scalo del Jersey, distante qualche miglio.
Il fattore umano.
La Storia - che si parli di aviazione civile o qualsiasi altro campo - ha mostrato che sono molteplici gli esempi di situazioni straordinarie all'interno delle quali a fare la differenza, nonostante la tecnologia, le condizioni, i miracoli e chi più ne ha, più ne metta, è , è stato e forse sarà sempre l'Uomo, che proprio grazie alle sue imperfezioni ed all'istinto è riuscito dove qualsiasi calcolo o teoria avrebbe previsto un fallimento.
E' questo fattore lo scheletro dell'ultimo lavoro firmato da Clint Eastwood, che sulla via degli ottantasette anni continua a mettersi in gioco cambiando soggetti, minutaggi e produzioni mantenendo saldo per l'appunto quel fattore umano che ha reso e rende grandi molti dei suoi film: Sully, che ripercorre le vicende dell'(anti)eroico capitano che nei giorni seguenti allo scampato disastro fu messo sotto indagine dalla sua compagnia rischiando carriera e pensione per aver scelto l'atterraggio sulla carta più rischioso piuttosto che un rientro apparentemente più sicuro da dove era venuto, forse non sarà mai parte del novero dei Capolavori del vecchio Dirty Harry - del resto, non capitano tutti i giorni cose come Gli Spietati, Mystic River, Million Dollar Baby o Gran Torino, giusto per citarne alcuni -, eppure è uno specchio splendido, scritto e diretto con rigore, della sua poetica, ennesima conferma dello spessore di un regista che, senza ombra di dubbio e molto più di altri anche più celebrati di lui - come l'ormai perduto Malick -, è entrato a far parte della cerchia dei più grandi narratori della settima arte statunitense dell'epoca moderna, prendendo sempre più le parti di un John Ford della nostra generazione.
Nel corso della visione di Sully, a prescindere dall'amore incondizionato che continuo a provare per quello che è senza ombra di dubbio il mio nonno cinematografico, della qualità della confezione pronta ad andare di pari passo alla sua semplicità, della pacatezza e dei toni sobri dell'intera opera, ho pensato a quanto un altro regista ed un'altra produzione avrebbero potuto sbracare selvaggiamente, con una materia come quella fornita dall'impresa - perchè questa è stata, senza ombra di dubbio - del Capitano Sullenberger, dei suoi collaboratori e dei soccorsi giunti sul posto ed in grado di portare in salvo tutti i centocinquantacinque superstiti in ventiquattro minuti - considerati i tempi di reazione italiani, il pensiero fa venire i brividi -.
Un eroe americano al cento per cento, un vero e proprio miracolo - non ci sono documentazioni di altri ammaraggi legati all'aviazione civile con il cento per cento dei superstiti -, un esempio di prontezza da parte di chiunque abbia potuto dare un contributo per la salvezza di quelle persone, una battaglia per l'affermazione dell'importanza del giudizio e del gesto di un uomo che, giocandosi la propria vita, ha finito per salvarne altre centocinquantaquattro: chiunque avrebbe potuto cedere al fascino malefico della retorica, esattamente come si potrebbe dire per un altro film firmato dal Nostro qualche anno fa, Invictus, ed ancora una volta, il vecchio Eastwood ha sconvolto l'equazione.
Tutto questo ha una sola risposta.
Il fattore umano.
Il fattore Clint.
Di norma, quando affronto una pellicola targata Dreamworks - specie se, fin dai primi teaser, ha il sapore di quelle trovate di marketing buone per attrarre le famiglie in sala e tener buoni i piccoli e a condensare proprio nel trailer il suo meglio - sono sempre molto, molto più cauto rispetto a quanto non capiti con produzioni jappo, Disney o Pixar, e raramente negli anni mi sono trovato a ricredermi rispetto al risultato finale: certo, non si parla di nulla che sia nocivo, o di davvero terribile, ma è anche molto difficile chiudere la visione sorpresi - in positivo, ovviamente -.
Pets - Vita da animali, uscito a seguito di una di quelle campagne pubblicitarie che fanno sperare per il peggio più imponenti degli ultimi mesi, invece, si è rivelato uno dei rari casi in cui, effettivamente, tutto va come deve andare: a partire dall'idea di base - cosa combinano i nostri animali domestici quando noi non siamo in casa? -, che richiama quella dell'originale Toy Story senza che la cosa pesi poi troppo fino ai simpatici protagonisti, tutto funziona e scivola via in gran scioltezza riuscendo a conquistare grandi e piccini pur non inventando nulla o superando due esempi pronti a far scattare immediatamente il paragone - parlo del più che discreto Bolt di qualche anno fa o del recente e piacevolissimo Zootropolis -.
Le disavventure di Max e Duke, da forzati "coinquilini" ad amici pronti a salvarsi la pellaccia l'un l'altro, riescono a trascinare lo spettatore in un'ora e mezza scarsa di indiavolate scorribande animali - fantastico il barboncino metallaro, con il maiale tatuato il mio favorito - tutte giocate sullo sfondo di una New York realizzata in maniera davvero strabiliante, passando da Manhattan alle fogne - all'interno delle quali, a quanto pare, qualche coccodrillo si può davvero trovare, e non solo -, trascinate dal rapporto da bromcom dei due cani protagonisti e dall'energia inesauribile del coniglietto a capo degli animali ribelli, tutti abbandonati da padroni stanchi di stare dietro alle esigenze ed ai caratteri dei loro compagni a quattro zampe.
Un piacevole intrattenimento, dunque, che trova un punto d'incontro piuttosto equilibrato tra le esigenze dei piccoli e quelle degli adulti che li accompagnano, che senza dubbio farà venire voglia ai figli di chiedere ai genitori un animale domestico - e qui al Saloon siamo fortunati per il fatto di avere due gatti, che la Fordina sia ancora troppo piccola e che il Fordino, invece, più che un cane vorrebbe un gorilla, un coccodrillo o un ippopotamo, tutte soluzioni che lui stesso capisce non essere attuabili - e che può contare su personaggi di contorno azzeccati e divertenti, così come su uno spirito che pare affrontare le differenze tra i diversi animali - ho trovato esilarante la sequenza dei cani rapiti dalla palla presi in giro dalla gatta a sua volta ipnotizzata dal puntatore laser manovrato dall'uccellino - neanche parlassimo di una commedia non proprio corretta legata alle differenze razziali di noi umani.
Insomma, non saremo dalle parti delle pietre miliari Disney, il Fordino - occorre ammetterlo che vederlo in lingua e sottotitolato rende per lui le cose ancora un pochino difficili - forse non lo metterà mai alla pari dei suoi cult Kung fu panda, Monsters&Co o Madagascar, ma da queste parti ce lo siamo decisamente goduto, chiedendoci cosa riescono a combinare quei due sciroccati di Diego e Mia - i nostri quadrupedi - quando noi non siamo in giro per casa.
Considerate le premesse, direi che la bestia umana si può tranquillamente definire sazia.
La trama (con parole mie): dalle strade di New York alle nuove frontiere della West Coast, il fenomeno del rap analizzato da uno dei suoi più importanti esponenti, Ice-T, pronto a ripercorrere le tappe fondamentali di un'arte divenuta iconica attraverso le rime e le voci dei suoi interpreti più importanti di allora e di oggi, in un viaggio che possa mostrare le radici non tanto sociali, quanto musicali e "magiche" di una realtà nata come espressione di una rivolta furiosa e cresciuta come una sorta di nuova interpretazione della cultura popolare.
Nessun secondo fine, dunque, nessuna ricerca di risposte, solo tanti grandi artisti e tonnellate di talento buttate in rima a seconda dello stile, del passato, delle esperienze e del background dei singoli esponenti di una corrente che ha soltanto iniziato a manifestare il suo enorme potenziale.
Fin dagli anni della scoperta del mondo musicale a trecentosessanta gradi - coincidenti con il periodo mitico tra i banchi del Virgin Megastore a Milano - la cultura hip hop, per quanto distante per molti versi dalla mia anima molto rock e molto cowboy, ha sempre solleticato curiosità ed interesse nel sottoscritto principalmente per la sua natura di espressione urbana e musicale della Poesia nel senso paradossalmente più classico in cui la si possa intendere: con ogni probabilità, e citando Lou Reed, probabilmente se Rimbaud fosse nato e cresciuto oggi, sarebbe stato un artista hip hop, una specie di novello Eminem francese pronto a sputare una parola dietro l'altra al microfono, sfidando il sistema e, chissà, forse anche i colleghi.
Ed è proprio la sfida - in termini positivi e di rime, Ice-T sta bene attento a non scivolare negli stilemi classici dei gangsta rapper pronti a regolare i conti a suon di pistolettate - ed il confronto con Maestri, compagni ed avversari - nelle classifiche da milioni di copie o nelle battle agli angoli delle strade - a buttare benzina nel motore di questa grande macchina, che spesso e volentieri dal desiderio di emergere, di essere il primo o uno dei primi o dalla rabbia del riscatto porta illustri sconosciuti alla ribalta internazionale, che si tratti di New York - patria dei primi, grandi maestri dell'hip hop - o Los Angeles, mostrando una carrellata che gli appassionati non potranno non gustarsi dalla prima all'ultima linea - dai Run DMC a Eminem, passando per Kanye West, Dre, Snoop Dogg, i Cypress Hill, il Wu Tang e tutti i più grandi che possiate ricordare, conoscere o voler conoscere dopo aver visto questo documentario -: di contro, è quasi doveroso affermare che questo The art of rap rischia di rimanere, purtroppo, un lavoro ad uso e consumo degli appassionati del genere, e forse ancora troppo lontano dal pubblico occasionale per poter davvero rompere qualche muro sia in termini di pregiudizi in merito sia rispetto alla parte più autoriale e tosta dell'hip hop, negli ultimi anni forse fin troppo commercializzato anche in Italia.
Ad ogni modo, superata qualche difficoltà iniziale, qualunque appassionato di Musica anche non abituato al ritmo forsennato che questi ragazzi - o ex ragazzi, quando parliamo dei mostri sacri che hanno dato origine al fenomeno - non potrà che rimanere affascinato, stupito e stimolato dagli esperimenti vocali, grammaticali e di velocità d'esecuzione portati avanti di continuo dagli artisti hip hop, a prescindere dal fatto che con le loro parole cantino la rivolta popolare, i problemi razziali, le pose da macho o le follie della rockstar, che scrivano in compagnia di qualche donzella - Snoop Dogg su tutti - o chiusi nei loro studi senza interferenze esterne, allietandosi soltanto con dosi massicce di marijuana.
Per chi, invece, non vede i ruoli dell'MC o del producer come qualcosa di alieno e strambo, The art of rap rappresenta un'occasione per osservare i propri idoli alle prese con qualche rima che vada oltre il loro repertorio classico, rinforzare la stima per alcuni di loro o stimolare la curiosità per scoprirne o riscoprirne altri: in fondo, nella Musica come nel Cinema non si finisce mai di imparare, ed il bacino della cultura hip hop è solo al principio del suo fermento.
Con ogni probabilità, infatti, questo genere così giovane - benchè le sue radici peschino a fondo nel blues, nel jazz o nel soul - diverrà un riferimento sempre più importante nei prossimi decenni, raccogliendo, chissà, un giorno, il testimone proprio dal rock che ha cresciuto il sottoscritto: e se l'omaggio a tutti i "caduti" del rap sui titoli di coda ha il sapore amaro di tutte le pagine più oscure della storia di quest'arte, l'energia che sprizza ed esplode letteralmente in ogni rima pronunciata nel corso del documentario fa associare l'hip hop a qualcosa di estremamente stimolante, vivo e ribollente.
Una di quelle energie che, se giustamente incanalata, rischia davvero di cambiare il mondo.
Anche se a modo suo.
MrFord
"Ticket to ride, white line highway
tell all your friends, they can go my way
pay your toll, sell your soul
pound for pound costs more than gold
the longer you stay, the more you pay
my white lines go a long way
either up your nose or through your vein
with nothin to gain except killin' your brain."
Grandmaster Flash - "White lines" -
La trama (con parole mie): siamo all'inizio degli anni cinquanta quando la giovane Eilis, senza prospettive nella natia Irlanda, coglie l'opportunità tramite amicizie della sorella maggiore Rose di emigrare negli Stati Uniti, a New York, stabilendosi presso una donna che affitta camere a ragazze giunte in cerca di fortuna nella Grande Mela a Brooklyn, mantenendo come contatto un prete di origini irlandesi.
I primi tempi sono difficili, resi ancora più amari dalle difficoltà di adattamento e dalla nostalgia di casa, ma quando il lavoro comincia ad ingranare, un corso da contabile le porta i primi riscontri anche in termini di riconoscimenti ed un ragazzo di origini italiane, Tony, la corteggia, le cose cambiano ed Eilis finisce per sentirsi felice come mai le era capitato prima.
Quando, però, un avvenimento terribile la costringe a tornare in Irlanda per qualche tempo, la ragazza scopre di avere la possibilità di sfruttare tutte le occasioni mai avute prima della sua partenza: basteranno, a questo punto, il legame con Tony e la promessa fattagli prima di separarsi da lui per farla tornare negli USA?
Da spettatore ormai navigato, è curioso quanto, a volte, sia allo stesso tempo confortante e poco stimolante imbattersi in visioni come quella di Brooklyn.
La pellicola firmata da John Crowley, di recente candidata - tra le altre cose - all'Oscar per il miglior film, è a tutti gli effetti la tipica proposta hollywoodiana - anche se, per una volta, la produzione non è a stelle e strisce - buona per questo periodo dell'anno, patinata il giusto, emozionante quanto basta, perfetta come una sorta di favola da grande schermo pronta a fare contenti tutti senza, di fatto, far gridare nessuno al miracolo.
Eppure, nonostante i limiti che di norma soprattutto i radical più hardcore ed i cinefili in generale finiscono per detestare, occorre ammettere che la visione risulti molto piacevole, in equilibrio perfetto tra il troppo da mainstream selvaggio ed una scintilla autoriale da Sundance europeo: la vicenda della Eilis di Saoirse Ronan - che, a livello attoriale così come fisicamente, continua a convincermi poco -, pronta a mostrare le difficoltà dell'emigrante pronte ad amplificarsi una volta che lo stesso torna a calpestare la terra natìa, colpisce in maniera diretta e genuina, senza particolari picchi in termini di potenza o resa ma neppure senza alcuna caduta, una storia semplice e "straight" di quelle che fanno bene al cuore ed accompagnano una visione anche discretamente realistica, per quanto legata a qualche concessione - l'epilogo con il ribaltamento del ruolo di Eilis sulla nave rispetto al suo primo viaggio - che appare quasi doverosa in casi come questo.
Il grande merito di Brooklyn - oltre al fatto di aver comunque guadagnato l'attenzione di Julez, partita con i peggiori propositi - è stato quello di rievocare alla memoria del sottoscritto le atmosfere di serie animate dal sapore d'infanzia come Candy Candy - anche se, in questo caso, non troviamo antagonisti crudeli e morti a raffica - e rappresentare in qualche modo un omaggio ad un Cinema d'altri tempi, rievocato in parte anche dallo stesso script nel momento in cui viene citato uno dei titoli più importanti realizzati dal Maestro John Ford, Un uomo tranquillo, tra le pellicole più stupefacenti legate alla semplicità ed ai "vecchi valori di una volta", uscita in sala proprio negli anni in cui sono ambientate le vicende di Eilis.
Certo, nulla che faccia gridare al miracolo, ma tutto sommato una pellicola pulita che fa tornare alla mente quando eravamo bambini ed andavamo dalla nonna timorosi di pomeriggi di noia salvo poi scoprire che, nei racconti o nelle sorprese, la vecchia signora in questione sapeva comunque quali tasti premere per ribaltare in positivo tutte le attese: in un certo senso, Brooklyn ha il sapore delle caramelle che passata una certa età paiono non avere più lo stesso gusto, o di un camino acceso nel pieno dell'inverno, sdraiati sul divano con un whisky e qualcuno accanto, o una spiaggia d'estate, carichi dell'energia che ancora non si è tramutata in nostalgia da fine delle vacanze.
Interessante, inoltre, l'analisi della doppia natura di un posto piccolo e della mentalità da paese - l'Irlanda, in questo caso - e quello del grande mondo della città - New York e gli States -, filtrati attraverso la storia di Eilis sia in positivo che in negativo: in fondo, a prescindere dal luogo in cui si decide di vivere la propria vita, ci troveremo sempre e comunque ad affrontare difficoltà, momenti più o meno bui, sconfitte e vittorie, pianti e sorrisi di speranza.
In un certo senso, vale lo stesso discorso per il Cinema: un titolo come Brooklyn, che mostra tratti da tipica favola di grana grossa per il pubblico mainstream, porta in dono anche la genuina voglia di raccontare una storia senza troppi fronzoli tipica dei titoli di nicchia ma non d'autore a tutti i costi.
A questo punto, saremo liberi di scegliere se vivere questo viaggio male, come una traversata in nave sotto coperta con la burrasca pronta a farci vomitare anche l'anima, o se evitare di appesantirci troppo, salire sul ponte e goderci il vento e la prospettiva di qualcosa che tanto male, in fondo, non farà.
MrFord
"Place where I rest is on my born day
bust it, sometimes I sit back and just reflect
watch the world go by and my thought connect
I think about the time past and the time to come."
Mos Def - "Brooklyn" -
Regia: J. C. Chandor Origine: USA, Emirati Arabi Anno: 2014 Durata: 125'
La trama (con parole mie): Abel Morales, titolare di un'azienda che si occupa di fornitura di carburanti, da sempre animato da uno spirito arrembante ed ottimista e pronto a tenersi il più lontano possibile dagli affari poco puliti, scommette tutto il suo denaro nell'acquisto di un deposito che potrebbe cambiare il suo ruolo all'interno della geografia del suo settore in città.
Quando un'indagine del Procuratore e la pressione e l'intimidazione operata da qualcuno dei suoi concorrenti attraverso manovalanza criminale mettono in pericolo non solo gli affari, ma anche la sua famiglia, Morales si butta a capofitto in una lotta al limite della legalità che potrebbe costargli ogni cosa oppure portarlo al successo, seppur sacrificando, in prospettiva, molto dell'azienda nella quale crede così tanto.
Da spettatore ed appassionato di Cinema, penso di dovere davvero molto alla New Hollywood che nel corso degli anni settanta di fatto ribaltò la visione del Cinema USA figlio dei grandi Studios che dominarono la scena nel corso degli anni cinquanta e sessanta, fornendo una nuova visione delle stelle e strisce sporca, a suo modo dannata e certo più dura, benchè non priva di forza e speranza.
J. C. Chandor, che appartiene anche anagraficamente alla generazione del sottoscritto, deve aver nutrito per la stessa New Hollywood una passione simile, perchè dal suo ottimo esordio con Margin Call al successivo e meno riuscito - ma comunque affascinante - All is lost, il suo percorso mostra chiaramente le influenze che la settima arte statunitense del periodo ha avuto ed ha ancora su di lui.
Con 1981: indagine a New York - adattamento da galera a vita di A most violent year -, uscito in ritardo clamoroso in Italia, l'impressione delle radici di Chandor nel Cinema "impegnato" di Chandor diviene certezza, così come il fatto che il talentuoso regista e sceneggiatore pare forse avere perso la potenza che caratterizzò il suo esordio - il già citato Margin Call - per adagiarsi su ritmi troppo attendisti anche per un amante dei tempi lunghi come questo vecchio cowboy.
Intendiamoci: questo 1981 non è affatto un cattivo film, è chiaro che Chandor dietro la macchina da presa sappia il fatto suo, il cast risulta in parte e i due protagonisti efficaci - Isaac, per quanto continui a non piacermi, pare perfetto per il ruolo di Abel Morales, e la Chastain è sempre una gioia per gli occhi, anche se purtroppo poco sfruttata a questo giro -, troviamo almeno un paio di sequenze degne del miglior Fincher - la fuga dell'autista e dei due uomini dalla polizia, l'inseguimento degli stessi uomini da parte di Abel, prima in macchina e dunque a piedi - e la tematica trattata è assolutamente interessante - un uomo d'affari che potrebbe portare avanti la propria impresa in modo losco e facile che sceglie con testardaggine ed una robusta dose di ego di continuare a camminare sulla retta via, per quanto sia possibile seguire la stessa -, ma a questo giro Chandor mostra il fianco in quello che, inizialmente, pensavo fosse il suo punto forte, la sceneggiatura.
Dopo essersi preso tutto il tempo necessario - e forse anche di più - nel corso di due terzi della pellicola, con la parte finale il regista pare avere quasi troppa fretta di chiudere i conti, inserendo l'escamotage che porta alla risoluzione dei dilemmi di Morales quasi come un miracolo o una bacchetta magica da fiaba - pur se nera - dimenticandosi, di fatto, anche solo di assaggiare tutta la carne al fuoco messa in precedenza, dalla famiglia della moglie che si intuisce essere parte del mondo criminale agli accordi presi con i competitors, che preannunciano per Abel anni forse meno violenti dell'ottantuno raccontato dalla pellicola ma non per questo più semplici da affrontare: in questo senso il finale, con quell'accordo solo suggerito con il Procuratore, assume la connotazione di un futuro che, forse, il protagonista potrà tentare di controllare ma che ha quasi più probabilità di portarlo "al lato oscuro" di quanto non abbia fatto la vicenda appena lasciata alle spalle.
Ma il problema di A most violent year è proprio questo: gli spunti migliori paiono essere quelli lasciati all'immaginazione.
MrFord
"In a crowded room on that summer night when you fell in love, yeah, you knew it right when you saw her she was walking on water she's a picture, framed in a windowsill you give up trying to make time stand still so you hold her yeah, you just hold her." Graham Colton - "1981" -
La trama (con parole mie): Tracy è un'aspirante scrittrice fresca d'iscrizione all'Università, sola a New York e per la prima volta lontana dalla madre, in procinto di risposarsi con un uomo conosciuto online. La figlia di quest'ultimo, più grande di Tracy di almeno una decina d'anni, vive proprio nella Grande Mela, e quando è contattata dalla studentessa finisce per offrirle non solo amicizia e presenza, o una guida alla vita nella nuova città, ma anche un modello ed un esempio che Tracy traduce in un racconto che potrebbe portarla ad entrare nel club letterario più esclusivo del campus.
Quando il legame tra le giovani donne si fa più stretto e Tracy decide di spalleggiare Brooke, sua futura sorella, in modo che quest'ultima riesca a realizzare un sogno commerciale e non solo che rischia di naufragare, le prospettive cambiano: i ruoli, dunque, si ribalteranno ed i primi sei mesi a New York di Tracy finiranno per essere diversi e più intensi di quanto non avrebbe potuto immaginare.
Noah Baumbach ha tutte le carte in regola per essere il classico tipo cui le bottigliate calzano a pennello.
Radical chic, alternativo, figlio di un Cinema hipster made in USA buono giusto per tipi come il Cannibale, autore di alcune delle pellicole più Sundance - e questa volta, non in accezione positiva - degli ultimi anni, figlio del Woody Allen più supponente e di un approccio che pare lontano anni luce dalla mia galassia fatta di pane e salame.
Con Mistress America, ultima fatica del regista, la situazione è stata più o meno questa per due terzi del pur limitato minutaggio della pellicola: desiderio di colpire ripetutamente la premiata ditta Baumbach&Gerwig senza alcun ritegno sul grugno.
Ma evidentemente, nonostante le diversità che ci segnano, il sottoscritto ed il supponente Noah abbiamo qualcosa che ci lega, che nel caso di Mistress America si è tradotto non solo nella passione per la scrittura, ma anche nell'approccio da stronzi che, in qualche modo, nasconde sempre lezioni che neppure noi che stronzi siamo fino al midollo ci aspettiamo possano esserci riservate.
Il rapporto tra Brooke e Tracy, i loro scambi di ruolo da idolo ed esempio a gregaria, e viceversa, sono stati una delle sorprese più interessanti di questo inizio anno, in grado di rivaleggiare, pur in contesti assolutamente diversi, con le sfumature sentimentali e sessuali di Cate Blanchett e Rooney Mara in Carol: molti di noi, infatti, hanno finito per avere, nel corso della vita, "cotte" - se così si possono definire - per persone immaginate come qualcosa di molto più che umano, oltre le possibilità ed i fallimenti, e che, al contrario, proprio nella loro umanità hanno finito, prima o poi, per impartirci lezioni decisamente importanti.
Una sorta di fallimento - o di fallibilità - dei nostri eroi pronto a divenire il motore di un successo, o forse, a ben guardare, una nuova interpretazione del gioco delle parti che vede il supposto maestro necessitare dell'allievo più di quanto lo stesso non abbia davvero di lui: in questo senso, l'atmosfera da commedia brillante da salotto finisce per mascherare la voracità e la predatorietà di un personaggio come quello di Tracy, che non esiterei quasi a definire femme fatale a prescindere dall'immaturità e dal percorso del suo charachter, destinato ad un ulteriore, sentito e sentimentale ribaltamento proprio con l'ottimo finale.
Un botta e risposta pronto a sorprendermi ancora una volta da parte di un regista che forse non sarà mai tra i miei preferiti ma che, nonostante le diversità, finisce per riuscire sempre a superare le difese del Saloon: Mistess America, ad ogni modo, non è il miglior lavoro dell'ex "nuovo Wes Anderson" - che, a mio parere, continua ad essere Il calamaro e la balena -, eppure fotografa bene atteggiamenti e situazioni che, potenzialmente, New York, ambiente radical e chissà cos'altro a prescindere, potremmo aver vissuto tutti.
Del resto, ognuno di noi, in posizione di vantaggio o di svantaggio - parlando di rapporti sentimentali, che riguardano anche l'amicizia ed i legami "di costruzione", e non solo l'amore - ha potuto provare sulla pelle l'ebbrezza che da la sensazione di essere la guida e l'esempio di qualcuno, e quella di avere qualcuno come guida o esempio.
Così come quando le parti finiscono per mescolarsi con la presa di coscienza dello stesso ribaltamento, pronto ad andare a braccetto con l'ego che manifestiamo quando ancora pensiamo di essere geni ed avere il mondo in pugno, o quando, in modo diverso, capiamo di non esserlo eppure sappiamo bene che non potremo mai mollare.
MrFord
"I can wait another day until I call you you've only got my heart on a string and everything a'flutter but another lonely night might take forever we've only got each other to blame it's all the same to me love 'cause I know what I feel to be right no more lonely nights no more lonely nights you my guiding light." Paul McCartney - "No more lonely nights" -
La trama (con parole mie): Therese, un'introversa aspirante fotografa che si barcamena tra un lavoro in un grande magazzino come commessa e la storia con un fidanzato che non ama nella New York degli anni cinquanta incontra proprio sul luogo di lavoro Carol, una donna più vecchia di lei, madre ed in procinto di divorziare, ricca ed affascinante.
Tra le due ha inizio un gioco di seduzione ed avvicinamento progressivo che le condurrà ad una vera e propria fuga alla scoperta di se stesse attraverso la provincia americana, verso Ovest, fino a quando Harge, marito di Carol, non metterà i bastoni tra le ruote alle due donne in modo da avere gli strumenti per ricattare la futura ex moglie rispetto alla custodia della figlia.
Cosa accadrà quando Carol e Therese dovranno scegliere quale strada prendere, e cosa sarà davvero meglio per il loro futuro?
Il Tempo, l'età e l'esperienza hanno un potere davvero enorme.
E' curioso quando si pensa a quanto si girava intorno alle cose quando si era ragazzini, e piuttosto che ammettere che una ragazza ci piaceva si negava all'inverosimile: ed è altrettanto curioso come una manciata di anni e di cicatrici possano cambiare radicalmente un approccio, un avvicinamento, un modo di intendersi.
Questione di prospettive, sempre e comunque.
Del resto, nessuno potrà mai percepire l'amore - o il sesso, ovviamente - a vent'anni come a quaranta, vivere una storia e raccontarla a se stesso e con il partner con un trasporto ed un modo di vedere le cose simile: noi stessi combattiamo una battaglia non solo contro il Tempo che inevitabilmente scorre, ma anche contro l'immagine che abbiamo avuto, abbiamo e speriamo di avere di noi.
Todd Haynes è nel pieno di un testa a testa di questo genere dai tempi di Velvet Goldmine, ed ha proseguito nella sua lotta anche con lo splendido Lontano dal Paradiso e l'ottimo I'm not here, giocando e non poco sull'estetica senza dimenticare una profondità decisamente passionale per prodotti sulla carta estremamente autoriali: non è da meno quest'ultimo Carol, accolto decisamente bene oltreoceano ma con molte riserve qui al Saloon, considerati i rischi concreti di polpettone d'essai buono giusto per Cannibal Kid.
Fortunatamente la vicenda di Therese e Carol ha finito per smentire ogni timore della vigilia, ed appoggiandosi a due splendide interpretazioni di due protagoniste impeccabili - Cate Blanchett e Rooney Mara, nonostante la prima mi stia sempre e comunque sul cazzo e la seconda abbia perso tutto il fascino della decisamente più fordiana Lisbeth Salander -, un comparto tecnico senza alcuna sbavatura - forse solo Steve McQueen riesce ad avvicinarsi alla classe delle pellicole di Haynes nel panorama mainstream mondiale - ma soprattutto ad un crescendo d'intensità che non solo inchioda alla poltrona a dispetto dell'apparente lentezza e delle quasi due ore di durata, ma smuove nel profondo proprio perchè in grado di raccontare con una passione smisurata una storia d'amore come ricordo quelle de I ponti di Madison County o I segreti di Brokeback Mountain, giusto per citare due tra i film romantici che ho più amato nella vita.
Ed il bello di questo magnifico affresco dipinto da Haynes sta proprio nelle differenze tra Therese e Carol, nella gioventù della timidezza, dello struggimento e dei sensi di colpa e nella maturità che pare sminuire l'amore ma che, di fatto, lo traduce in compromesso, rischio, dedizione verso i figli, che ad un certo punto della vita diventano la vera incarnazione del sentimento più forte che noi che calpestiamo questa terra possiamo provare - da questo punto di vista, il confronto legato all'affidamento della piccola Rindy di Carol e Harge è da brividi -: due realtà che possono sfiorarsi, ma forse non avranno mai la possibilità di vivere una accanto all'altra davvero, come tradotto in immagini dal perfetto ribaltamento della stessa sequenza girata da diverse angolazioni in apertura e chiusura della pellicola.
Così come il finale, volutamente sospeso, che quasi riporta alla mente l'altrettanto efficace Two lovers, pronto a lasciare nelle mani dell'audience una risposta che, a conti fatti, non sarà mai definitiva: Therese e Carol si guardano l'un l'altra come in uno specchio che porta la prima vent'anni nel futuro e la seconda altrettanti nel passato.
Se questo sguardo significherà qualcosa, non è dato saperlo, a meno di non immaginare un lieto fine.
Nel frattempo, resta la sensazione di un ricordo, una nostalgia, un momento che ha segnato il viaggio di due persone, che si è amato e odiato, e che, quando verrà l'istante in cui dovremo tirare le somme, senza dubbio tornerà, come un brivido, dalla pelle al cuore.
MrFord
"Oh, Carol
don't let him steal your heart away
I'm gonna learn to dance
if it takes me all night and day."
La trama (con parole mie): Ruth e Alex sono una vecchia coppia sposata da quarant'anni e residente a Brooklyn, in un vecchio stabile senza ascensore che li ha accolti già dai tempi in cui le unioni miste erano viste come fumo negli occhi in gran parte degli States.
A fronte dell'invecchiamento e degli acciacchi, i due - in particolare Ruth - paiono decisi a vendere l'appartamento che conserva tutti i loro ricordi per acquistarne un altro con più comodità per persone della loro età, magari facendo ritorno a Manhattan: e tra l'intervento subito dalla loro cagnolina alle visite aperte organizzate tra le loro mura e nelle case che decidono di visitare, entrambi i protagonisti trovano spazio per i ricordi costruiti in quarant'anni di legame, dai momenti più tristi a quelli più felici.
Con il progressivo avanzare dell'età media sul pianeta - almeno nelle zone più fortunate - e la ridefinizione dei cinquantenni come i nuovi quarantenni, i film ad argomento "terza età alla riscossa" hanno progressivamente ritagliato uno spazio sempre maggiore in sala negli ultimi anni, contaminando generi come l'action - la mirabolante saga degli Expendables -, la commedia - Last Vegas -, il crime movie - Uomini di parola - e, con questo Ruth&Alex - terribile l'adattamento italiano -, anche il film romantico.
Personalmente trovo che l'abuso di queste proposte abbia finito per mettere fin troppo alla prova il pubblico, senza contare l'effettiva qualità non sempre altissima delle stesse: personalmente, avrei tranquillamente evitato questa visione se non che, in una sera dall'eccessivo minutaggio nella pratica di messa a nanna del Fordino ha finito per restringere il cerchio al solo lavoro di Richard Loncraine con protagonisti i due arcinoti volti di Diane Keaton e Morgan Freeman giocata sul filo sottile della nostalgia e della simpatia dei due personaggi dagli stessi interpretati.
Il risultato non è stato malvagio quanto potessi aspettarmi, quanto più che altro abbastanza insipido e privo di una vera identità: regista e sceneggiatori, infatti, paiono non aver avuto affatto le idee chiare su come sviluppare la trama, mantenendosi sui ritmi della commedia, su quelli della riflessione legata al tempo che inesorabilmente passa, sulla dichiarazione d'amore a New York neanche fossimo in un film firmato da Woody Allen o il film indie leggero in grado di strizzare comunque l'occhio a tematiche attuali come la situazione del mercato immobiliare o la crescente paura alimentata dalle cicatrici lasciate dall'undici settembre.
Gli stessi protagonisti, in bilico tra memoria - confortevoli come una coperta, comunque, i loro ricordi di una vita passata insieme, in particolare la sequenza del ritratto di Ruth e quella della discussione rispetto all'impossibilità della stessa di avere figli -, energia ancora da vendere - incontenibile il sarcasmo di Freeman nel corso delle visite libere - ed incertezza sul futuro paiono non trovare un posto effettivo neppure nella pellicola, che annaspa tra comprimari irritanti - le due agenti immobiliari - ed altri potenzialmente interessanti ma dimenticati per strada - la bambina con la madre appassionata di riposini nelle case che visita senza avere la minima speranza di poterle comprare -.
Un filmetto, dunque, incapace di produrre i danni che mi auspicavo alla vigilia ma che non ha davvero nulla per rimanere davvero impresso nella memoria, se non il pensiero che, prima o poi, saremo noi a faticare a salire un buon numero di piani di scale e diverremo i vicini anziani di qualche giovane coppia nella quale finiremo, volenti o nolenti, per specchiarci, guardando alla loro età con nostalgia o con il sorriso che solo chi ha vissuto davvero destina ai propri figli e nipoti o a tutti quelli che potrebbero esserlo.
MrFord
"Don't know what's comin' tomorrow maybe it's trouble and sorrow but we travel the road, sharin' our load side by side."
La trama (con parole mie): Megan è una giovane appena laureata traumatizzata dalla fine della storia con il suo ex storico, senza un lavoro ed una prospettiva futura, che l'amica e coinquilina Faiza vorrebbe sistemare per poter dividere l'appartamento con il fidanzato. Spinta proprio da Faiza a creare un profilo su un sito di incontri e dedicarsi alla ricerca di qualcuno con cui distrarsi grazie ad un pò di sano sesso occasionale, la ragazza finisce nell'appartamento del quasi coetaneo Alec, che lavora in banca ma, fondamentalmente, si preoccupa principalmente di vivere bene nel resto della sua vita.
Quando, però, la mattina dopo la loro avventura una tormenta di neve li costringe a passare quarantotto ore insieme nell'appartamento del ragazzo, il loro rapporto si evolve, passando dal disinteresse all'ostilità, finendo per trasformarsi in amicizia di letto e, forse, qualcosa in più.
Di norma, quando si tratta di scegliere un titolo disimpegnato per passare una serata a neuroni spenti nella speranza di non addormentarsi dopo una giornata spesa tra allenamenti, lavoro, sessioni di gioco intensivo con il Fordino, le scelte del sottoscritto si restringono all'action tamarro o all'horror: difficilmente, infatti, a meno che Julez non abbia resistito al sonno, le commedie romantiche leggere finiscono in cima alla lista, nonostante negli anni mi abbiano riservato diverse sorprese piacevoli - ricordo, su tutte, l'ottima Crazy, stupid love -.
Di tanto in tanto, però, vuoi per la mancanza di controproposte, vuoi per il minutaggio che rende più probabile una ritirata a letto ad orari umani, anche prodotti come questo APPuntamento con l'@more - agghiacciante l'adattamento italiano dell'originale e molto più interessante Two night stand - finiscono per ritagliarsi il loro spazio al Saloon: come se non bastasse, nonostante il genere, attori simpatici ma non particolarmente brillanti, soluzioni di sceneggiatura poco realistiche ed il voto bassino, ho trovato il lavoro di Max Nichols piuttosto scorrevole e divertente, perfettamente inserito nel filone "uomini che cercano di comprendere le donne e viceversa" che è sempre sociologicamente interessante riscoprire in coppia o da soli, passando dai momenti più divertenti a quelli così vicini alla realtà da essere quasi drammatici.
Inoltre, devo dare atto a questa commedia sostanzialmente leggerina - forse perfino troppo - che se l'avessi vista in uno dei periodi della vita di malinconia da lupo solitario dedito proprio agli one night stand la visione avrebbe suscitato quell'insana voglia di innamorarsi che a volte prende perfino i più stronzi ed apparentemente duri di noi.
L'evoluzione della storia tra Alec e Megan, con le loro imperfezioni e comprensibili umanità, risulta, seppur centrifugata in un'evoluzione rapidissima, decisamente credibile, ed in più di un caso mi ha riportato alla mente il periodo in cui conobbi Julez, quando a partire dall'amicizia quasi da buddies abbiamo cominciato a scoprirci l'un l'altra mantenendo una distanza di sicurezza che ci ha permesso di conoscere anche i lati peggiori di noi - è ancora memorabile la notte di una sbronza mortale presa dal sottoscritto con Julez al telefono che mi guida fino al suo appartamento di allora, ed io che mi sveglio la mattina dopo con addosso una sua tuta e una maglietta senza ricordarmi nulla, un biglietto e le chiavi di casa da riportarle quando sarei andato a prenderla in Accademia per il nostro consueto aperitivo del venerdì, e prima di uscire lasciai un ricordino praticamente tossico nel bagno cieco dove, subito dopo di me, entrò una delle sue coinquiline, un bulldog fatto donna che tra l'altro detestavo -.
Certo, tutto scorre quasi senza colpo ferire, e tolte un paio di idee carine - il ballo separati, l'irruzione nella casa dei vicini - non vi troverete certo di fronte ad un titolo capace di essere più di un one - o two, se proprio volete - night stand, ma in quel caso vi porterà in dono tutto quello che potrebbe piacervi: proprio come quella ragazza con la quale avete diviso una notte, della quale non ricordate bene il viso, o il nome, ma che avete impressa nella memoria per un momento, o qualche mossa che non avevate mai potuto sperimentare, o non avete più sperimentato dopo.
A volte, basta anche questo.
MrFord
"Don't you know that you're nothin' more than a one night stand. tomorrow I'll be on my way, an' you can catch me if you can. honey, take me by the hand and play that game again, yeah."
La trama (con parole mie): Cam, un giovane ciclista pony express per le strade di New York, è perseguitato dalla mafia cinese a causa di un debito accumulato nel periodo della morte della madre e del suo passato, segnato dal riformatorio e da un primo reato con detenzione da adulto.
Quando la sua strada incrocia quella di Nikki, che con il fratello Dylan ed un gruppo di amici si dedica al parkour, i suoi orizzonti cambiano: convinto a scoprire di più della ragazza e deciso ad allenarsi in quella spettacolare disciplina, Cam si ritroverà in poco tempo membro del gruppo, diretto dal misterioso Miller e sfruttato dallo stesso per la consegna di pacchi di natura non esattamente legale.
Inizialmente tutto pare funzionare alla perfezione, con i soldi che arrivano ed una nuova famiglia pronta ad accoglierlo, ma quando i misteri di Miller ed il legame sempre più forte con Nikki romperanno l'ingranaggio, la situazione precipiterà.
Sarà per il naturale bisogno di stacco dopo mesi di lavoro continuativi, per l'arrivo del caldo e dell'estate, ma nella stagione del mare e del sole adoro godermi serate all'insegna di alcool e filmacci trash ed assolutamente ignoranti come Tracers, una robetta talmente inutile da far apparire il discreto ed associabile a questo genere Premium Rush come una sorta di pietra miliare della cinematografia mondiale.
Il lavoro di Daniel Benmayor, assolutamente risibile per quel che riguarda script ed evoluzione della trama, intrattiene come dovrebbe fare una proposta in questo periodo, ovvero strappando sorrisi di quasi compassione ed un paio di occhiate di approvazione all'indirizzo della parte tecnica ed action della pellicola, spesa con un occhio discreto al servizio delle evoluzioni di parkour dei protagonisti: in questo senso, occorre riconoscere all'ex licantropo di Twilight Taylor Lautner - decisamente più atletico e meno pompato che ai tempi della saga di Edward e Bella - di essersi applicato più che discretamente alla disciplina, realizzando alcuni dei passaggi di persona ed in maniera assolutamente credibile.
Per il resto, la pellicola è la classica e stereotipata sbrodolata pseudo action che negli anni ottanta sarebbe scomparsa di fronte ai mostri sacri del genere ed ora trova uno spazio proprio a causa della mancanza di alternative per gli appassionati del genere, che comunque resteranno più che perplessi di fronte alla svolta romantica della seconda parte, con il main charachter Cam impegnato in una sorta di battaglia per conquistare Nikki, misteriosa fanciulla che ha finito per incrociare - ed ha deciso di non scomparire di conseguenza - la sua strada.
Probabilmente il buon Benmayor deve aver imparato a memoria, ai tempi, supercult come Speed, cercando di filtrare quella che era la sfrenata pulsione all'eccesso che l'action ha trasmesso al suo pubblico fino ai primi anni novanta attraverso il gusto attuale, protagonisti molto giovani ed un approccio comunque tutto sommato simpatico - si veda il siparietto della bicicletta rubata, particolare cui avevo pensato all'inizio della sequenza in questione -: peccato che Tracers non abbia, di fatto, il carattere o il fascino per essere più di una sveltina da vacanza pronta a scomparire dalla memoria con le prime avvisaglie dell'autunno.
Non che ci sia troppo da lamentarsi, del resto: in fondo, in questo periodo dell'anno, di fatto, almeno in termini artistici e cinematografici, non chiedo davvero altro.
Se, dunque, dovesse capitarvi di avere una serata da divano, birra gelata e rutto libero, avete di che divertirvi mandando in libera uscita neuroni e buon senso con questo piroettante tentativo di portare l'action dei bei tempi nel nuovo millennio.
Non che il regista sia riuscito nell'intento - di fatto tutto è prevedibile, ridicolo, troppo teen, troppo poco tamarro nel senso eighties del termine -, ma a volte basta anche un tentativo di mostrare la buona volontà per evitare le bottigliate peggiori.
MrFord
"In the city there's a thousand men in uniforms and I've heard they now have the right to kill a man we wanna say, we gonna tell ya about the young idea and if it don't work, at least we still tried."
La trama (con parole mie): Dito, cresciuto nel cuore del Queens negli anni ottanta alimentando i sogni di una fuga lontano dalla realtà di degrado e violenza di tutti i giorni, schiacciato dalle ingombranti figure del padre Monty e dell'inseparabile e decisamente instabile amico Antonio, innamorato della coetanea Laurie e pronto a fare almeno un tentativo per migliorare la propria vita, è segnato da una serie di tragedie che lo inducono ad abbandonare famiglia ed amici per ricominciare in California.
Vent'anni dopo, divenuto uno scrittore di successo, Dito è contattato dai vecchi compagni del quartiere e convinto a tornare dove è cresciuto per stare vicino al padre, ormai morente.
Riuscirà Dito a far fronte ai ricordi, dolorosi e non, ed affrontare faccia a faccia le persone dalle quali è fuggito tanto tempo prima?
A prescindere da quello che è il valore artistico di un film, la sua importanza per la Storia della settima arte, le critiche e le riflessioni che lo stesso suscita, a volte si incontrano titoli che segnano inevitabilmente la vita personale, finendo per rappresentare ricordi, emozioni, eventi che sono stati spartiacque nel nostro viaggio.
Guida per riconoscere i tuoi santi uscì in sala nella primavera del duemilasette, nel pieno di uno dei miei periodi più selvaggi e selvatici, quando tra un'uscita ed una sbronza, una sbronza ed un'uscita non riuscivo a capire se avrei preferito fuggire dai letti la mattina dopo per sempre o innamorarmi e ricominciare a costruire, invece che a distruggere: uscivo con una ragazza conosciuta anni prima con la quale non andò affatto bene, anche lei grande appassionata di Cinema, scrivevo per Hideout e il Saloon era ancora meno di un'idea.
Ma soprattutto, la sera che vidi il primo - ed unico significativo, purtroppo - lavoro dietro la macchina da presa di Dito Montiel, si operava a cuore aperto il mio migliore amico, che fin da bambino ha dovuto convivere con una valvola artificiale sostituita più volte nel corso degli anni: ci siamo conosciuti ai tempi del liceo, quando entrambi eravamo molto più timidi di adesso, e nonostante io fossi un vero stronzo ricordo che mi colpì subito per la sua genuinità, ed un approccio da outsider simile al mio mosso da passioni vicinissime tra loro - le ragazze soprattutto, ma anche le velleità artistiche, lui con la musica ed io con la scrittura -.
Nel corso degli anni, soprattutto dopo la fine della scuola, ci siamo persi e ritrovati così tante volte da non crederci, eppure, che fosse a distanza di un giorno o di mesi e mesi, rivedersi innescava immediatamente quello stesso senso di familiarità che è impossibile descrivere, e che trova il suo senso soltanto quando ci confrontiamo con le persone che più siamo destinati ad amare nella vita.
Poi, certo, lui è stato più lungimirante ad inseguire il suo sogno di cantautore, sacrificando tante cose - compreso il tempo con suo figlio - alle quali io, per pigrizia o ingordigia - ho sempre preferito avere un pò di tutto che tutto di una cosa sola - non ho mai saputo rinunciare: ma la sua voglia di vivere e la sua passione sono sempre state esattamente come le mie, e forse la reciproca voracità rispetto all'esistenza non solo ci ha legati sempre più a fondo, ma lo ha portato ad ignorare la precarietà della sua condizione fisica, in barba ai consigli dei medici - ricordo ancora il trasloco nella prima casa che ho condiviso con Julez, ed il pensiero che potesse restarci secco dopo aver portato con me un materasso per quattro rampe di scale - e non solo.
Ad ogni modo, il giorno in cui vidi Guida per riconoscere i tuoi santi, Max stava su un tavolo operatorio per un intervento da dodici ore dal quale non avevamo certezza che sarebbe uscito vivo: a differenza di Dito Montiel, io non ho - nonostante i numerosi viaggi - mai abbandonato il "vecchio quartiere", o avuto un'adolescenza particolarmente problematica, un amico o un padre ingombranti come Antonio e Monty, e non sono diventato uno scrittore famoso.
Eppure il suo modo di raccontare i dolori della crescita, il bisogno di sognare, di trovare la propria identità e libertà, l'egoismo dell'adolescenza, il disequilibrio tra chi parte ed è destinato a cambiare le cose e chi resta, e tiene i cavalli: guardando Guida per riconoscere i tuoi santi, anche ora, a quasi dieci anni di distanza, penso a me e Max, a quanto fossi simile al Dito adolescente e quanto, probabilmente, ora sono più vicino all'Antonio adulto.
Due persone legate in modo indissolubile che si trovano di fronte ad un tavolo, e nonostante l'incertezza, il tempo trascorso, le diversità, le ferite, semplicemente iniziano a parlare.
E tornano a scoprire la magia di quei legami che, a prescindere dalle strade prese nel corso della vita, sono destinati a durare per sempre.
I nostri santi.
Quelli che, anche quando vai via, restano.
Quelli che pensi di aver perduto, e invece sono sempre con te.
Max è uscito da quella sala operatoria più o meno rimesso a nuovo.
L'ho visto l'ultima volta alla fine di ottobre del duemilatredici, per il mio compleanno, grazie ad una sorpresa organizzata da Julez, ed ho avuto finalmente modo di conoscere di persona suo figlio.
Ed è stato come sempre tra me e lui.
Uno sguardo, due parole e siamo tornati tra i banchi di scuola, alle chiacchiere sulle prime volte, alla vita che ci porta da una parte o dall'altra, ma che alla fine, ci vede sempre presenti, ogni volta che ne abbiamo o avremo bisogno.
E sono sicuro che la prossima volta che ci vedremo, sarà ancora così.
Come è sempre stato.
Ed è bello scoprire di avere qualche santo qui sulla Terra, invece che in Paradiso.
MrFord
"Many years since I was here on the street I was passing my time away to the left and to the right bulidings towering to the sky it's out of sight in the dead of night."