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lunedì 4 dicembre 2017

Borg McEnroe (Janus Metz, Svezia/Danimarca/Finlandia, 2017, 107')




Fin da bambino, ho sempre amato lo sport, praticato o vissuto da spettatore.
Merito, senza dubbio, della grande passione - ancora coltivata - di mio padre per il ciclismo, dei suoi racconti dei grandi campioni che l'avevano appassionato in gioventù, da Alì a Gilles Villeneuve, passando per Merckx e Rivera: e fin da bambino, pur non eccellendo tanto da poter quantomeno sognare una possibile carriera, ho sempre trovato lo sport praticato una valvola di sfogo, un banco di prova, un modo per crescere ed imparare.
Ricordo i tempi del calcio alle elementari e medie, del ciclismo e della pallacanestro tra le superiori e l'università, la palestra prima ed il crossfit oggi: e poi le grandi emozioni da spettatore, dalle stagioni passate ogni domenica a San Siro alla morte di Senna, dagli Harlem Globe Trotters visti dal vivo nell'allora Palalido di Milano all'Italia di USA '94 trascinata da Roberto Baggio, le grandi imprese di Chiappucci o i Mondiali del duemilasei.
Lo sport è un campo di prova e di crescita personale, che mette di fronte ogni suo praticante con i propri limiti, la paura, la fatica, il desiderio di farcela e la coscienza che, a volte, non ce la si può fare.
Lo sport che, individuale o di squadra, ci mette soli contro noi stessi, soli nella celebrazione più profonda di una vittoria o nella delusione più cocente di una sconfitta.
Borg McEnroe, racconto senza dubbio noto agli amanti dello sport in sala per metodo di narrazione, ha la sua forza proprio nel saper raccontare questo: a prescindere dai punti di vista personali - e quasi mai se ne trovarono a confronto due tanto diversi come quelli di Borg e McEnroe, due tra i tennisti più forti di tutti i tempi, per la prima volta a confronto su un palcoscenico unico come quello di Wimbledon nell'ottanta, il primo algido e controllato, il secondo iroso e ribelle -, lo sport forma chi lo pratica e mette in competizione ma anche accanto chi si trova testa a testa in qualsiasi disciplina.
Ricordo quando, ai tempi dell'infanzia e di buona parte dell'adolescenza, per me fosse un problema pensare di emergere e vincere, quasi la paura di affermarsi fosse incredibilmente più grande di quella di uscire sconfitti, e quanto ora, quando ad ogni allenamento il mio avversario è principalmente il me stesso dell'allenamento precedente, la sensazione che ho sia quella dell'adrenalina, dell'emozione.
Lo sport mette alla prova, logora, costa sacrificio e fatica, dolore e sofferenza fisica e mentale, ma fa sentire bene, forti ed in grado di comprendere chi condivide quell'esperienza come poche altre cose al mondo: Borg McEnroe ha colto in pieno questo spirito, e seppur non originale, è riuscito nell'impresa di trasmettere sensazioni che chi ha praticato una qualsiasi disciplina "sul campo" riconoscerà come sue pur non essendo stato un campione, perchè proprie dello spirito che sorregge questo tipo di confronti e manifestazioni fin dall'antichità.
Come se non bastasse, al lavoro di Metz va aggiunto il merito di aver reso uno dei match più belli ed importanti della storia del tennis praticamente come un thriller, che perfino qualcuno come il sottoscritto - che già conosceva il risultato - ha vissuto con il fiato sospeso fino all'ultimo istante, ennesima conferma che lo sport finisca per essere il Cinema più emozionante possibile, perchè pronto a pescare nel bacino profondo delle emozioni umane - bellissima la citazione di Agassi in apertura di pellicola, che mi permette di consigliare a tutti Open, splendida biografia del tennista americano - tanto quanto ad essere cassa di risonanza per le stesse, in grado di parlare a chi lo vive o l'ha vissuto sulla pelle così come a tutti coloro che si sono ritrovati ad incitare, soffrire, sperare e sognare da spettatori, non per questo meno toccati da quanto accadeva in un qualsiasi campo o disciplina.
Perchè qualcuno di noi sarà apparentemente controllato, metodico, superstizioso, vulcanico come Borg, e qualcun'altro iroso, ribelle, fuori dagli schemi come McEnroe; qualcuno giocherà da fondo campo, con furia e a due mani, e qualcuno sotto rete, tagliente come un rasoio; qualcuno vincerà oggi, ma perderà domani.
Perchè il bello dello sport è che non esistono numeri uno. O almeno, esistono solo per un pò.
E se non somiglia alla vita questo, nient'altro.




MrFord




martedì 12 settembre 2017

American Honey (Andrea Arnold, UK/USA, 2016, 163')




Nel corso di questi anni nella blogosfera, il tam tam legato ad alcuni titoli non distribuiti in Italia e considerati - a ragione o a torto - dei potenziali cult ha portato su questi schermi alcune delle visioni più stimolanti - che si trattasse di stroncature o promozioni - che ricordi, pronte a scatenare discussioni e confronti come dovrebbe sempre essere quando si parla di Cinema o di Arte in generale.
American Honey, produzione indie che pare un incontro tra Spring Breakers ed il Van Sant di Belli e dannati, ha bussato alla mia porta con insistenza per mesi prima che riuscissi a trovare il tempo - considerato il minutaggio - e le energie necessarie per affrontarlo, alimentando un hype che alcune critiche entusiastiche non avevano fatto altro che ingigantire: e come spesso accade in questi casi, il risultato è stato, purtroppo, una parziale delusione.
Con ogni probabilità, se avessi incrociato il lavoro di Andrea Arnold una ventina d'anni fa, sarei rimasto molto più colpito perchè più vicino per età ed inquietudine ai suoi protagonisti, mentre ora mi pare di aver assistito ad un tentativo di fotografare la crisi che qualche anno fa aveva colpito gli States e che continua a farsi sentire senza la profondità necessaria per poter toccare davvero il cuore, affidandosi invece spesso e volentieri alla bellezza selvaggia dei ragazzi capitanati da Shia LeBeouf senza riuscire a raggiungere i vertici del lavoro di Korine citato poco sopra.
Quantomeno non pesano durata e ritmo - che erano gli spauracchi maggiori della "vigilia" -, ed alcune immagini risultano incredibilmente potenti, eppure il tira e molla sentimentale tra Star e Jake finisce, più che permettere allo spettatore di empatizzare con i due ragazzi, per considerarli al contrario odiosi e supponenti, stuzzicando il desiderio di grandi calci in culo rifilati fino al sopraggiungere di un'agognata maturità: un vero peccato, perchè l'idea dell'on the road sfruttato per mostrare il benessere di alcune città o fasce di popolazione e l'estremo disagio e povertà di altre, o lo straniamento di chi vive in più di un senso "al confine" - come i lavoranti delle piattaforme - aveva potenzialità enormi che riescono ad esplodere davvero soltanto a sprazzi - si veda la sequenza da brividi del canto di gruppo di American Honey nel furgone, che per me avrebbe dovuto chiudere la pellicola - e finiscono per relegare il titolo in questione al grande bacino di tutti quei potenziali e chiacchierati cult che nel giro di una stagione finiranno per essere inevitabilmente dimenticati e sostituiti da altri pronti a percorrere le stesse orme.
Restano comunque un ottimo approccio da narratrice della regista, una fotografia spettacolare, un'ottima colonna sonora e senza dubbio la volontà di realizzare qualcosa che avrebbe voluto e potuto essere grandioso: il fatto che non ci sia riuscito è un'altra storia, ma del resto American Honey è come un adolescente che vuole tutto il mondo ma per orgoglio non ammetterebbe mai questo bisogno irrefrenabile, o che recita la parte del cattivo anche quando basterebbero uno sguardo ed un bacio, o tenta di stupire uscendo dal seminato anche se la sua bellezza sta nella semplicità dei piccoli gesti.
Chissà se, crescendo, le cose potranno cambiare.
Sinceramente lo spero, per tutti gli American Honey e le Star e i Jake ai quali, se non presi a calci in culo nel modo giusto o sostenuti o forti abbastanza, non resta alternativa se non il perdersi su una via senza ritorno.




MrFord




sabato 29 agosto 2015

Guida per riconoscere i tuoi santi

Regia: Dito Montiel
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 100'






La trama (con parole mie): Dito, cresciuto nel cuore del Queens negli anni ottanta alimentando i sogni di una fuga lontano dalla realtà di degrado e violenza di tutti i giorni, schiacciato dalle ingombranti figure del padre Monty e dell'inseparabile e decisamente instabile amico Antonio, innamorato della coetanea Laurie e pronto a fare almeno un tentativo per migliorare la propria vita, è segnato da una serie di tragedie che lo inducono ad abbandonare famiglia ed amici per ricominciare in California.
Vent'anni dopo, divenuto uno scrittore di successo, Dito è contattato dai vecchi compagni del quartiere e convinto a tornare dove è cresciuto per stare vicino al padre, ormai morente.
Riuscirà Dito a far fronte ai ricordi, dolorosi e non, ed affrontare faccia a faccia le persone dalle quali è fuggito tanto tempo prima?









A prescindere da quello che è il valore artistico di un film, la sua importanza per la Storia della settima arte, le critiche e le riflessioni che lo stesso suscita, a volte si incontrano titoli che segnano inevitabilmente la vita personale, finendo per rappresentare ricordi, emozioni, eventi che sono stati spartiacque nel nostro viaggio.
Guida per riconoscere i tuoi santi uscì in sala nella primavera del duemilasette, nel pieno di uno dei miei periodi più selvaggi e selvatici, quando tra un'uscita ed una sbronza, una sbronza ed un'uscita non riuscivo a capire se avrei preferito fuggire dai letti la mattina dopo per sempre o innamorarmi e ricominciare a costruire, invece che a distruggere: uscivo con una ragazza conosciuta anni prima con la quale non andò affatto bene, anche lei grande appassionata di Cinema, scrivevo per Hideout e il Saloon era ancora meno di un'idea.
Ma soprattutto, la sera che vidi il primo - ed unico significativo, purtroppo - lavoro dietro la macchina da presa di Dito Montiel, si operava a cuore aperto il mio migliore amico, che fin da bambino ha dovuto convivere con una valvola artificiale sostituita più volte nel corso degli anni: ci siamo conosciuti ai tempi del liceo, quando entrambi eravamo molto più timidi di adesso, e nonostante io fossi un vero stronzo ricordo che mi colpì subito per la sua genuinità, ed un approccio da outsider simile al mio mosso da passioni vicinissime tra loro - le ragazze soprattutto, ma anche le velleità artistiche, lui con la musica ed io con la scrittura -.
Nel corso degli anni, soprattutto dopo la fine della scuola, ci siamo persi e ritrovati così tante volte da non crederci, eppure, che fosse a distanza di un giorno o di mesi e mesi, rivedersi innescava immediatamente quello stesso senso di familiarità che è impossibile descrivere, e che trova il suo senso soltanto quando ci confrontiamo con le persone che più siamo destinati ad amare nella vita.
Poi, certo, lui è stato più lungimirante ad inseguire il suo sogno di cantautore, sacrificando tante cose - compreso il tempo con suo figlio - alle quali io, per pigrizia o ingordigia - ho sempre preferito avere un pò di tutto che tutto di una cosa sola - non ho mai saputo rinunciare: ma la sua voglia di vivere e la sua passione sono sempre state esattamente come le mie, e forse la reciproca voracità rispetto all'esistenza non solo ci ha legati sempre più a fondo, ma lo ha portato ad ignorare la precarietà della sua condizione fisica, in barba ai consigli dei medici - ricordo ancora il trasloco nella prima casa che ho condiviso con Julez, ed il pensiero che potesse restarci secco dopo aver portato con me un materasso per quattro rampe di scale - e non solo.
Ad ogni modo, il giorno in cui vidi Guida per riconoscere i tuoi santi, Max stava su un tavolo operatorio per un intervento da dodici ore dal quale non avevamo certezza che sarebbe uscito vivo: a differenza di Dito Montiel, io non ho - nonostante i numerosi viaggi - mai abbandonato il "vecchio quartiere", o avuto un'adolescenza particolarmente problematica, un amico o un padre ingombranti come Antonio e Monty, e non sono diventato uno scrittore famoso.
Eppure il suo modo di raccontare i dolori della crescita, il bisogno di sognare, di trovare la propria identità e libertà, l'egoismo dell'adolescenza, il disequilibrio tra chi parte ed è destinato a cambiare le cose e chi resta, e tiene i cavalli: guardando Guida per riconoscere i tuoi santi, anche ora, a quasi dieci anni di distanza, penso a me e Max, a quanto fossi simile al Dito adolescente e quanto, probabilmente, ora sono più vicino all'Antonio adulto.
Due persone legate in modo indissolubile che si trovano di fronte ad un tavolo, e nonostante l'incertezza, il tempo trascorso, le diversità, le ferite, semplicemente iniziano a parlare.
E tornano a scoprire la magia di quei legami che, a prescindere dalle strade prese nel corso della vita, sono destinati a durare per sempre.
I nostri santi.
Quelli che, anche quando vai via, restano.
Quelli che pensi di aver perduto, e invece sono sempre con te.
Max è uscito da quella sala operatoria più o meno rimesso a nuovo.
L'ho visto l'ultima volta alla fine di ottobre del duemilatredici, per il mio compleanno, grazie ad una sorpresa organizzata da Julez, ed ho avuto finalmente modo di conoscere di persona suo figlio.
Ed è stato come sempre tra me e lui.
Uno sguardo, due parole e siamo tornati tra i banchi di scuola, alle chiacchiere sulle prime volte, alla vita che ci porta da una parte o dall'altra, ma che alla fine, ci vede sempre presenti, ogni volta che ne abbiamo o avremo bisogno.
E sono sicuro che la prossima volta che ci vedremo, sarà ancora così.
Come è sempre stato.
Ed è bello scoprire di avere qualche santo qui sulla Terra, invece che in Paradiso. 




MrFord




"Many years since I was here 
on the street I was passing my time away 
to the left and to the right 
bulidings towering to the sky 
it's out of sight 
in the dead of night."
Kiss - "New York Groove" - 





martedì 3 febbraio 2015

Fury

Regia: David Ayer
Origine: USA, Cina, UK
Anno:
2014
Durata:
134'






La trama (con parole mie): nel cuore della Germania nazista ormai messa alle strette dagli Alleati l'avanzata dell'esercito americano è resa difficoltosa dalla resistenza degli ultimi gruppi di soldati tedeschi ancora dotati di carri decisamente più potenti e pericolosi di quelli in dotazione agli statunitensi.
A bordo del Fury, che dallo sbarco in Normandia ha viaggiato attraverso mezza Europa senza smettere di combattere, si trovano il sergente e comandante dell'equipaggio Wardaddy ed i suoi uomini Bible, Gordo e Coon-Ass, rimasti privi del loro tiratore, morto durante una delle ultime azioni della squadra.
Per sostituirlo viene assegnato al manipolo di soldati il giovanissimo Norman, un ragazzino spaurito che nell'esercito ha fatto solo il dattilografo catapultato da un giorno all'altro nello stomaco certo non ricco di attrattive della guerra sul campo.
Il giovane, inizialmente terrorizzato dalla situazione e dai compagni di viaggio, finirà per crescere sotto l'ala protettrice dello stesso Wardaddy, imparando sulla pelle il dolore di un'esperienza così terribile.








Con ogni probabilità, la Guerra è fin dall'alba dei tempi una delle realtà in grado di portare a galla l'indiscutibile peggio dell'Uomo, i suoi lati oscuri, l'istintività animalesca da Legge della giungla che guarda solo alla sopravvivenza e al dominio.
L'Orrore, per dirla come il Kurtz di Apocalypse Now.
Eppure, nonostante questo fatto sia quasi indubbio, anche lo spettatore più distante dalle pellicole legate a doppio filo alla stessa finisce, una volta posto di fronte al "fatto", vittima di un fascino quasi irresistibile, fosse anche poi negato da una successiva critica ferocemente negativa: e, onestamente, non ne sono affatto stupito.
In fondo, quei lati oscuri e quel peggio cui accennavo poco sopra, fanno parte di ognuno di noi, ed ognuno di noi, con le diversità legate al carattere ed alla formazione, in situazioni estreme - e non c'è nulla di più estremo della Guerra stessa - dovrebbe fare i conti con loro, inevitabilmente: la varia umanità mostrata da David Ayer a partire dall'equipaggio del suo Fury ne è una dimostrazione lampante, dal giovane Norman, timido dattilografo pronto, passo dopo passo, a trasformarsi in "Machine", fino a Don "Wardaddy", paterno quanto militare, nel senso più autoritario e crudele del termine, passando per Bible, Gordo e Coon-Ass.
Protagonisti che non sono affatto positivi, ma che, dal tesissimo pranzo in casa delle due donne tedesche - forse la scena più intensa della pellicola - allo scontro con lo squadrone di SS, mostrano tutte le sfumature - che, per l'appunto, non devono essere necessariamente positive - dell'umanità, soprattutto se portata sul campo di battaglia: si potrebbe, in questo senso, considerare Fury una sorta di versione molto più badass e sporca di Salvate il soldato Ryan, l'ennesimo ritratto - ed il secondo in poco più di un mese di uscite in sala, insieme ad American Sniper - della grottesca realtà generata dal conflitto, con gli squilibri fisici e psicologici portati a galla, i massacri, il fatto che, da un lato e dall'altro della barricata, finiscono per trovarsi persone che lottano principalmente per riportare a casa la pelle e convinte di essere dalla parte giusta - interessante, in questo senso, proprio il confronto tra il già citato pranzo pronto a stimolare i più bassi istinti della squadra di Wardaddy ed il finale, con una salvezza giunta grazie alla pietà mostrata da uno dei membri delle mostruose SS -, e che la situazione di stress, il contatto con la violenza e la paura rendono inevitabilmente più pericolose di quanto loro non si sarebbero probabilmente mai immaginate di essere.
La cornice, poi, ben si adatta, con il suo fango ed una fotografia decisamente autunnale, all'atmosfera densa e pesante che stringe il cuore dei soldati, costringendoli a proteggersi mostrando un'aggressività a tratti assurda ed esagerata - sono rimasto decisamente colpito dal charachter di Norman, passato dalla paura di sparare alle sventagliate di mitragliatore al grido "Fuck the Nazi" lanciato abbattendone a decine -: la Guerra, come concetto e realtà, resta una delle piaghe più terribili con le quali finiamo per fare i conti, ed effettivamente dovremmo ritenerci fortunati ad essere cresciuti in un'epoca che non ha avuto conflitti "mondiali" sull'altare dei quali sacrificare milioni e milioni di vite.
Certo, illudersi che possa un giorno tutto finire e la Pace trionfare è onestamente assurdo - e lo scrivo con profondo rammarico -, principalmente per colpa della nostra Natura: in fondo, per quanti progressi si possano archiviare, restiamo comunque animali, spinti da un'istintività che porterà inevitabilmente ad un confronto certo non civile con chi, ai nostri occhi, avrà minacciato quello che consideriamo nostro, e che vorremmo sempre proteggere.
Ed è curioso quanto Norman, nell'epilogo, venga ribattezzato "eroe".
Perchè la Guerra non lascia eroi, da una parte o dall'altra.
O vincitori, o vinti.
Solo sopravvissuti.
Alla "furia" dell'Umanità stessa.




MrFord



"Breathe in deep, 
and cleanse away our sins
and we'll pray that there's no God
to punish us and make a fuss."
Muse - "Fury" - 




 

venerdì 3 ottobre 2014

The necessary death of Charlie Countryman

Regia: Fredrik Bond
Origine: USA, Romania
Anno: 2013  
Durata: 108'





La trama (con parole mie): Charlie Countryman è un sensibile e quasi fuori del mondo ragazzo della provincia di Chicago. Alla morte di sua madre, il fantasma della stessa gli suggerisce apparendogli come in sogno di dirigersi a Bucarest in cerca del futuro.
Il giovane segue il consiglio della donna, e sull'aereo che lo condurrà alla capitale romena conoscerà Victor, di ritorno dagli States con un buffo cappello da regalare alla figlia Gabi: l'uomo sarà la chiave grazie alla quale Charlie scoprirà il suo destino.
Gabi, infatti, entrerà da subito nel cuore del suddetto, che per lei ed un amore dalla stessa corrisposto sarà disposto a vivere un'avventura rischiosa che lo porterà a confrontarsi con i fantasmi del passato ed il pericoloso ex dell'amata, Nigel, un gangster legato ad un potente boss locale.






Una cosa che non ho mai raccontato, nel corso di questi anni dietro il bancone del Saloon - sempre che non ricordi male, considerate l'età e la frequentazione dell'alcool -, è di avere sempre coltivato il desiderio di fare l'insegnante.
Ai tempi dei tempi, quando mi iscrissi a Lettere moderne, l'idea era quella di provarci con la scrittura e di tenere come alternativa di riserva quella di sfruttare l'eventuale laurea per diventare un professore di liceo, sperando di essere migliore di quelli che avevo avuto io stesso.
In realtà ho finito per mollare l'università troppo presto - illuso dai primi stipendi dopo aver iniziato a lavorare - e l'unica esperienza nell'ambito dell'insegnamento sono stati i due anni in cui mi sono dilettato - ovviamente per la gloria - a dare qualche lezione di italiano agli immigrati che non potevano permettersi un corso serio, in un centro culturale di queste parti.
Tutto questo per dire che una vera guida deve cercare il più possibile di sapere quando bottigliare i suoi allievi e quando, al contrario, spronarli.
O riuscire a fare entrambe le cose senza risultare troppo dispotico o troppo saccente.
Con The necessary death of Charlie Countryman sento che l'approccio giusto sia proprio questo.
Perchè ho voluto davvero bene, a questo film.
Nonostante il voto piuttosto basso.
Il Charlie di Shia LeBeuf, infatti, riesce ad essere empatico e coinvolgente quanto ottimamente reso e fotografato: da quella battuta al principio pronunciata da Vincent D'Onofrio - "Tieni, è sambuca", per me già mille punti guadagnati - alla splendida cornice del climax che antecede il finale - e si raccorda al principio -, il senso di questa pellicola, le sue aspirazioni e la portata risultano chiari, sinceri, desiderosi di portare un messaggio molto pane e salame ed al contempo intrattenere l'audience con una trama da thriller d'azione con un pizzico di romanticismo - non a caso viene citato 007 -.
D'altro canto, però, occorre anche ammettere che l'approccio di Fredrik Bond - un nome, una garanzia -, all'esordio con un lungometraggio, risulta ancora acerbo ed immaturo, in grado di ricordare più il fallimentare In trance che non un robusto pulp romantico anni novanta come punterebbe ad essere questo titolo.
La sceneggiatura, in particolare, finisce per scivolare via fin troppo facilmente, in bilico tra i richiami dei Killing Zoe e quelli dei primi focolai della new wave d'Oriente capeggiata dai Kitano e dai Wong Kar Wai di una ventina d'anni or sono, di fatto incapace di sciogliere il dubbio, nello spettatore, se si tratti di un qualche colpo d'ala indie o di una trovata radical senza capo nè coda.
Bond, dunque, non trova la sua licenza di uccidere - in senso buono - lo spettatore intrappolando se stesso in un melò d'azione decisamente troppo derivativo, ben interpretato - bravissimo LeBeuf, sempre ottima da vedere Evan Rachel Wood, granitico, anche se gigioneggiante, il fordiano Mads Mikkelsen - ma poco incisivo, che porta sulle spalle il retaggio di tutti i difetti che l'opera di un esordiente dalle grandi ambizioni ma dal talento ancora troppo grezzo per potersi rivelare all'altezza delle stesse.
Dunque, al posto delle consuete bottigliate della delusione, ho deciso di dare una scossa al buon Bond confidando nello stimolo che la stessa potrebbe dare ad un regista potenzialmente interessante per il momento troppo perso in se stesso: un pò come Charlie Countryman, che per potersi ritrovare dovrà addirittura pensare di finire morto ammazzato.
Una cosa certo non da poco.



MrFord



"As I live, as I live, as I live for tomorrow
as I live, as I live, as I live for tomorrow
feel my heart, it's disturbed
feel my heart, it's disturbed."
Moby - "Live for tomorrow" -



domenica 20 luglio 2014

Constantine

Regia: Francis Lawrence
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 121'





La trama (con parole mie): John Constantine è un poco di buono tabagista e cinico dedito ad esorcismi grazie ai quali comprare, in un modo o nell'altro, un posto in Paradiso, di norma negato per contratto a qualunque suicida. Quando, tramite il ritrovamento della Lancia del Destino, il figlio "dimenticato" di Lucifero rischia di trovare la via per il mondo degli Uomini sconvolgendo, di fatto, gli equilibri eterni tra il sotto ed il sopra coinvolgendo due sorelle gemelle dai poteri quasi unici e molto simili a quelli dello stesso John, Constantine dovrà rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco come mai prima di quel momento, finendo per affrontare forze in grado di andare anche oltre le sue stesse capacità.
Ma uno scontro impari potrebbe comunque dare origine alla scintilla in grado di cambiare davvero le cose.








Il mio passato di appassionato - e, seppur decisamente dimenticabile - di sceneggiatore di fumetti dovrebbe farmi sentire in colpa, per aver recuperato Constantine soltanto ora, a quasi dieci anni dalla sua uscita in sala: Hellblazer - titolo targato Vertigo dal quale il film di Francis Lawrence è tratto -, infatti, ha rappresentato a cavallo tra gli anni novanta e l'inizio del Nuovo Millennio una delle realtà di riferimento del comic book "adulto", e seppur superato - di gran lunga - da cose enormi come Preacher - e prima o poi dedicherò una serie di post anche alla rilettura della creatura principe di Ennis -, un titolo senza dubbio imperdibile per ogni appassionato del settore, e la sua trasposizione cinematografica avrebbe dovuto richiamare l'attenzione del sottoscritto fin da allora.
Purtroppo per questo lavoro, però, ai tempi mi trovavo ancora preda della crisi di radicalchicchismo che di fatto portò il sottoscritto a dedicare visioni e tempo solo ed esclusivamente a pellicole d'autore per almeno tre o quattro anni, rinunciando ad ogni svago cinematografico - o quasi - e a proposte di questo genere, decisamente lontane anni luce dal concetto di Cinema d'essai.
La scorsa estate, però, tra un dibattito e l'altro riguardanti il Cinema ed il blog, tornò alla ribalta l'argomento Constantine con i cugini di Julez, pronti a sponsorizzare il prode John e la pellicola a lui dedicata: su pressione in particolare del buon Edward, ho deciso dunque di prepararmi alla discussione che seguirà la revisione della trilogia di Matrix - che non ho mai particolarmente apprezzato - proprio con questo recupero.
Senza dubbio il voto non troverà soddisfazione nei miei giovani parenti acquisiti, eppure la visione di Constantine è risultata divertente ed in grado di intrattenere come solo i prodotti più tamarri e sguaiati possono fare, di fatto rappresentando una sorta di versione più curata e posata del secondo Ghost rider, con angeli e demoni a giocarsi a dadi il nostro mondo ed un unico antieroe ad opporsi al volere dei Poteri Superiori: ed è proprio il vecchio John a rappresentare la scelta giusta - per quanto non approvi particolarmente l'utilizzo di Keanu Reeves, considerato che l'appeal del personaggio sarebbe stato senza dubbio più vicino ad un Barry Pepper -, da cinico figlio di puttana dalla scorza piuttosto dura e finto senza cuore come piacciono tanto al sottoscritto.
Certo, la regia non sarà memorabile - del resto, parliamo di Francis Lawrence -, lo script patisce e non poco il fatto di ispirarsi ad una serie di graphic novels e l'intera produzione di non avere avuto il successo sperato e, dunque, di fatto non aver potuto originare un vero e proprio brand con tanto di sequel e spin off, eppure il lavoro nel complesso risulta godibile quanto basta per assurgere al rango di proposta ideale da serata del weekend, lontana dalle pretese autoriali e giusta giusta per il riposo al termine della tempesta che, di norma, è la settimana lavorativa.
Inoltre lo scenario biblico, per quanto da queste parti si finisca per essere felicemente lontani da qualsiasi religione e spesso e volentieri anticlericali, funziona sempre grazie alla sua aura da leggenda, ed induce ad appassionarsi - almeno nel tempo della durata della pellicola - e a chiedersi da che parte ci si schiererebbe, in caso di "conflitto eterno": onestamente non sono troppo entusiasta all'idea di un Paradiso perfetto ed incorruttibile, ed essendo un esempio perfetto dei "Mr. Bad Example" - per dirla come Warren Zevon - dovrei stare dall'altro lato della barricata.
Ma forse, tirando le somme, mi troverei a vestire più che bene i panni del Constantine di turno, troppo stronzo per i piani alti, ma ad un tempo troppo buono per quelli bassi - o almeno in parte -: dunque, pur se lontane dalle proposte d'autore, vengano pure quelle di questo genere, tamarre e sguaiate.
E se non vi stanno bene, stronzi, allora vorrà dire che passerete decisamente un brutto quarto d'ora.




MrFord




"The lover of life's not a sinner
the ending is just a beginner
the closer you get to the meaning
the sooner you'll know that you're dreaming
so it's on and on and on, oh it's on and on and on
it goes on and on and on, Heaven and Hell
I can tell, fool, fool!"
Black Sabbath - "Heaven and hell" - 




mercoledì 9 aprile 2014

Nymphomaniac Vol. II

Regia: Lars Von Trier
Origine: Danimarca, Francia, Germania, Belgio, UK
Anno: 2013
Durata: 123'




La trama (con parole mie): prosegue il racconto di Joe, soccorsa in strada dal colto e pacato Seligman, divenuto il suo confessore nel viaggio attraverso la vita e le vicissitudini sessuali della donna, che non esita a definirsi malvagia e ninfomane.
Stretto un legame con Jerome ed avuto un figlio da lui, Joe pare estraniata dalla realtà, impossibilitata a provare il piacere dell'orgasmo malgrado lo desideri ardentemente. La sua ricerca del godimento perduto la porterà sulla strada di uomini sempre più violenti e legati al lato oscuro della società, costandole la storia con lo stesso Jerome e la custodia del bambino.
Anni dopo, divenuta una specialista del recupero crediti, la donna si troverà a svezzare ed educare alla sua stessa attività una giovane ragazza che finirà per prendere il suo posto in tutto e per tutto, letto di Jerome compreso.
La confessione riuscirà in qualche modo a purificare l'anima di Joe? O Seligman riserverà risposte inaspettate?






Caro Lars,
ti scrivo, molto contrariato, per la seconda volta in due giorni.
Ieri sera ho visto il Volume II del tuo Nymphomaniac, e passati i primi cinque minuti ho pensato che, forse, finalmente c'eravamo ritrovati: la partenza con la levitazione di Joe bambina e la visione duplice a seguito dell'orgasmo spontaneo era degna delle tue pagine peggiori, e ammetto di aver pregustato l'idea di un vero e proprio massacro della parte conclusiva di questo tuo ambizioso progetto.
Ma niente da fare. Questa volta ti sei proprio impegnato per fare in modo che la rivalità tra me e il Cannibale continui a rimanere tutto sommato sopita. Perchè posso capire perfino che ad uno spostato radical chic come il mio antagonista possa essere piaciuto questo tuo pippone.
Hai letto bene. Lo posso addirittura capire.
Non che questo significhi che Nymphomaniac mi sia piaciuto, sia chiaro: personalmente ritengo che questa seconda metà sia nettamente peggiore della prima, noiosa ed involontariamente comica in più di una sequenza, ed inutile per la maggior parte del suo minutaggio.
La realtà dei fatti, però, è che nelle quattro ore complessive di visione qualche idea interessante si può sicuramente trovare - giusto per citare un momento, nel confronto tra Joe e Seligman che precede il pessimo epilogo mi è quasi parso di intravedere un tuo grido d'aiuto, una sorta di confessione della difficoltà che devi avere a relazionarti in maniera socialmente umana con il mondo -, e probabilmente, se avessi realizzato un director's cult da un'ora e venti scarsa con il "greatest hits" di quello che hai mostrato, avresti perfino rischiato di incontrare un mio favore. Quasi.
E invece niente: tra un Jamie Bell decisamente poco credibile nel ruolo del dominatore pronto a punire e la parte dedicata al recupero crediti che pare uscita da un film di genere mal riuscito, hai voluto allungare il brodo finendo per diventare soporifero e decisamente poco scandaloso, se non per la questione - per quanto mi riguarda assurda e discutibile, che potrebbe addirittura far pensare ad un'altra confessione - decisamente interessante da discutere legata alla comprensione del pedofilo che non ha mai consumato le sue fantasie da parte di Joe, che di tanto in tanto esplode in passaggi al limite del ridicolo involontario come la fuga tra le montagne della protagonista, girata come capita con i porno amatoriali arrangiati nel giardino dietro casa o l'agghiacciante sequenza con la discussione dei due simpatici e decisamente dotati partner di letto della nostra "eroina" di origini africane - e bada bene, caro Lars, che non ho parlato forbito per evitare la tua trappola a proposito della Libertà e della Democrazia costruita attorno alla parola negri -.
Tralasciando, comunque, la tua evidente invidia del pene rispetto ai due signori appena menzionati, quello che resta è un verboso pistolotto radical chic che, però - e lo dico davvero con dispiacere - non raggiunge neppure alla lontana i vertici di follia cui mi avevi abituato, e finisce per scorrere senza far venire voglia di prenderti a pugni fino a farsi male alle mani o di esplodere in un'esultanza necessaria come una boccata d'aria giunta la conclusione.
Semplicemente, quello che hai portato sullo schermo è una complessa ed egoriferita analisi pseudo colta che racconta una delle storie più vecchie del mondo - la dipendenza da un certo tipo di istinti che tutti, in misura più o meno pronunciata, abbiamo -: peccato che non lo faccia in modo liberatorio ed interessante come avrebbe potuto.
E peccato che tu abbia perso completamente la tua caotica e malvagia follia.
Vedi di tornare in te, caro Lars, perchè se continui su questa strada di pseudo redenzione potresti finire, un giorno, per mettere d'accordo anche tu il sottoscritto e Cannibal.
E tutti gli dei e non solo ce ne scampino.
Atei o devoti, Oriente o Occidente, penitenza o godimento.



MrFord




"La visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, 
la visione della figa. 
Passano i secoli, passano i millenni, 
passano gli uomini che si alternano ai governi."
Elio e Le Storie Tese - "La visione" -  




martedì 8 aprile 2014

Nymphomaniac Vol. I

Regia: Lars Von Trier
Origine: Danimarca, Germania, Belgio, Francia, UK
Anno: 2013
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Joe, una donna adulta vittima di un pestaggio, è ritrovata e soccorsa da Seligman, un vecchio pescatore di origini ebree che la conduce nella propria dimora, ripulendola e dandole un letto in cui recuperare dalle ferite. Costretta al riposo forzato e spinta dalla curiosità del suo nuovo confessore, Joe inizia il racconto della propria vita e del rapporto che ha avuto con il sesso fin dalla più tenera età, passando attraverso il legame con il padre, le prime scoperte e giochi adolescenziali, le "relazioni" adulte.
E tra un parallelo con la pesca ed il passato che si mescola al presente, la donna finisce per definirsi ninfomane ed una persona assolutamente malvagia, mentre Seligman, dal canto suo, cerca di riportarla ad una misura più equilibrata nel giudizio.






Caro Lars,
devo ammetterlo. Sono decisamente deluso, da te.
Dopo avermi fatto incazzare a morte con quella merda di Antichrist e sfracellato i maroni con Melancholia, attendevo al varco e con ansia Nymphomaniac, fiducioso nel fatto che avrebbe provocato non solo una delle mie recensioni più divertenti in termini di bottigliate e stroncature decise, ma anche alimentato la rivalità con il mio ormai quasi ex nemico Cannibal Kid.
E invece tu che combini!?
Mi sfoderi un filmetto senza troppo carattere che non riesce a smuovermi e che addirittura presenta una storia tutto sommato credibile, neanche fossi tornato alla prima parte della tua carriera, che tra una stronzata da radical chic e l'altra - vogliamo parlare dell'addizione e del parallelo tra i colpi ed i numeri di Fibonacci? Ma che pensavi di fare, un Lost da letto? - ogni tanto riesce perfino ad avere qualche idea interessante - le reazioni degli uomini alla bugia sul primo orgasmo di Joe, per esempio -, e che, alla fine, mi è parso quasi innocuo, lontano dai tuoi fasti sia in termini di provocazioni e scandalo - fa più specie il riferimento all'antisionismo rispetto all'antisemitismo, che non il sesso, presentato in modo molto più esplicito e provocatorio in cose decisamente migliori di questa come L'impero dei sensi di Oshima o Shortbus - che di aggressione mentale al pubblico.
Certo, i radical chic come Peppa Kid o i colleghi de Gli spietati andranno tutti in brodo di giuggiole per questa epopea sessuale suddivisa in capitoli neanche fossimo in Barry Lyndon - che poi, sceneggiate a parte, ormai lo sai anche tu di non essere Kubrick! -, ma ormai io sono vaccinato alle tue robette, e avendo già affrontato un prodotto simile - Dancer in the dark, altro pippone dei tuoi più memorabili - mi sono onestamente quasi trovato a provare un pò di compassione, per te.
Sì, so che adori far credere di essere un duro, un cattivo - anzi, il più cattivo tra i cattivi -, e che ti crogioli nello stato di "persona non grata", ma quello che mi pare venga fuori da questa prima metà del tuo Nymphomaniac è il ritratto di una persona che con il sesso deve avere proprio un rapporto pessimo - sempre che un rapporto con il sesso l'abbia, ovviamente -, perchè più che ninfomania o scandalo, ricerca o patologia clinica, mi è parso di trovare solo una grande tristezza, nelle immagini che hai scelto di portare sullo schermo: al contrario, invece, io ho sempre - o quasi - pensato al sesso come una delle cose più divertenti, liberatorie, selvagge che possiamo concederci nella vita.
In questo senso, ho trovato decisamente più "nymphomaniac" il superfilmone dell'anno The Wolf of Wall Street che non il tuo sproloquio pseudo intellettuale infarcito di Freud, Bach e teoremi matematici: forse non era quello che volevi rappresentare, o sono io ad averlo percepito in questo modo, ma l'impressione è stata di una di quelle scopate in cui la lei di turno è ferma sotto di te rigida come uno stoccafisso, in attesa giusto che la cosa finisca, pronta, forse, a contare i colpi proprio come hai fatto anche tu.
Quello che mi aspettavo, invece, era un vero e proprio amplesso da urlo, una roba da buttare giù i muri e spaccare le molle del letto, tante le bottigliate che avrebbe causato, o la sorpresa per aver assistito al ritorno dell'Autore di Dogville, perso chissà dove nell'illusione di essere un nuovo Tarkovsky.
E invece, perfino i miei ormai noti colpi proibiti destinati alle delusioni finiscono quasi per essere smorzati, privi di entusiasmo, come anestetizzati da un mordente che è mancato, se non in paio di momenti - le analogie con la pesca, la musica d'apertura, il pompino in treno -.
Troppo poco, caro Lars.
Specialmente per te, che aspiri così tanto ad essere il primo della classe da diventare l'ultimo per protesta se quello non ti riesce.
Sappi, dunque, che se non dovessi cambiare marcia nella seconda parte della tua ambiziosa opera, quello che ti destinerò sarà un posto centrale, perso nell'anonimato di una qualsiasi classe.
E penso che per te sarebbe davvero una condanna.



MrFord



"S is for the simple need.
E is for the ecstasy.
X is just to mark the spot,
Because that's the one you really want."

Nickelback - "S. E. X." -





lunedì 3 dicembre 2012

Lawless

Regia: John Hillcoat
Origine: USA, Australia
Anno: 2012
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Forrest, Howard e Jack Bondurant sono tre fratelli nati e cresciuti in Virginia nella prima metà del novecento, divenuti adulti nel pieno della Grande Depressione.
Sotto la guida del granitico Forrest, si occupano di distillati ormai fuorilegge e della loro distribuzione: la loro attività, tollerata dalle forze dell'ordine locali, cresce fino a giungere al limitare di Chicago, attirando l'attenzione del Governo che incarica lo spietato sceriffo Charlie Rakes di occuparsi della questione con ogni mezzo.
A questo punto le cose si complicano, e se uno ad uno tutti i distillatori chinano il capo sotto il pugno di ferro del rappresentante della Legge, Forrest rifiuta di obbedire perfino quando due sgherri gli tagliano la gola da un orecchio all'altro alimentando la leggenda che vuole i Bondurant invincibili ed in grado di sfuggire alla morte.
Jack, il più timido e meno adatto a ricoprire il ruolo di bandito della famiglia, dovrà fare i conti con se stesso e trovare la forza per decidere che strada prendere prima che il conflitto porti lui e i suoi fratelli alla distruzione.





Devo ammetterlo, il buon vecchio Lorant aveva proprio ragione: Lawless pare un film scritto, diretto e realizzato per alimentare la goduria estrema del sottoscritto, una di quelle cose da Frontiera - come concetto, più che come confine - all'interno della quale Bene e Male si mescolano, i nodi vengono al pettine, è forte la componente legata alla famiglia e alla fratellanza, e quello che viene comunemente considerato crimine assume le sembianze di uno strumento di ribellione pronto a scoppiare in pieno viso all'ordine costituito, quello che schiaccia sotto il suo tallone la gente della strada come noi.
Ambientato nel pieno della Grande Depressione - periodo profondamente drammatico già fotografato in molti romanzi da me amatissimi di Joe Lansdale e dal Capolavoro di John Ford, anch'esso tratto da un'altrettanto grande opera letteraria di John Steinbeck, Furore - e legato a doppio filo al Proibizionismo - uno dei momenti più oscuri della "giovane" Storia statunitense -, sceneggiato da un Nick Cave che pare aver trasmesso lo spirito delle sue canzoni ai protagonisti della vicenda - tratta da un libro che descrive effettivamente i fatti che riguardarono i fratelli Bondurant, redatto da un nipote in tempi più recenti -, impreziosito da un cast stellare ed in forma smagliante - un plauso, soprattutto, a Tom Hardy e Guy Pierce, impressionante per la cattiveria che riesce a mettere nella sua interpretazione di Charlie Rakes -, Lawless pesca a piene mani dalla materia che un paio d'anni fa Michael Mann portò con una classe incalcolabile sullo schermo nel suo Nemico pubblico divenendone, di fatto, una sorta di fratello minore.
La vicenda dei tre fratelli protagonisti, che potrebbe essere vista e vissuta come una sorta di cronaca di un gruppo di ribelli, più che di criminali, pronti a vivere "succhiando il midollo della vita" fino a quando non giungerà il momento per loro di appendere le pistole al chiodo ed invecchiare in pace e tranquillità, seduti sul portico osservando i figli giocare scoprendo che il Tempo è un nemico inesorabile che nessuna leggenda o invincibilità potrà sconfiggere, è in realtà uno splendido ritratto del concetto di Famiglia e del sentimento di fratellanza, di quei legami di sangue che non possiamo e non potremo mai spiegare, e che capiremo sempre e soltanto noi che li viviamo.
Osservando l'imperturbabile ed "invincibile" Forrest, il selvaggio Howard e l'impacciato Jack ho pensato spesso a mio fratello, a quello che ci ha uniti fin da quando, poco più che ragazzini, ci picchiavamo regolarmente e che è cresciuto fino ad ora, con i nostri aperitivi selvaggi consumati con il terrore di genitori e compagne: il rapporto tra i Bondurant è qualcosa che potranno comprendere soltanto loro stessi, nel profondo, e non avranno mai bisogno di tradurre con altro che non sia un complice silenzio.
In particolare, nonostante il ruolo di leader affidato ad un ringhiante Tom Hardy, ho trovato il personaggio di Shia Le Beouf quello più interessante: scritto con una profondità da fare spavento, il piccolo Jack mostra il fianco come i suoi fratelli non farebbero mai, scambia le imprudenze per furbizia e coraggio, cercando in tutti i modi di dimostrare a Forrest e Howard di valere quanto loro, di portare la stessa indomita furia che anima i loro animi selvaggi.
Eppure nelle macchine e nei vestiti di lusso, negli affari e nella corte alla figlia del pastore - una sempre eterea Mia Wasikowska -, c'è un cucciolo che non ha ancora trovato la strada che lo farà crescere e diventare uomo: la cosa interessante è che quella strada, che passerà attraverso il sangue, la vendetta, i colpi di pistola e le lacrime, in realtà sarà mutuata da una vita tranquilla, quella dell'uomo comune che lavora e vede la sua famiglia crescere, e che in un certo senso è molto più difficile e complessa di quella del fuorilegge che vive ogni giorno come fosse l'ultimo.
Perchè ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, sempre, ma non è detto che sia come Forrest si aspetta. 
O non si aspetta, che poi è la stessa cosa.
Clint Eastwood nel suo Gli spietati ricordò al pubblico che "non esistono meriti, in queste cose".
Eppure, se c'è qualcosa di cui andare fieri, nonostante la Legge, e l'essere al di fuori di essa, è la sensazione che quel legame di sangue non possa essere spezzato.
Quello che stringe l'uno all'altro Forrest, Howard e Jack, i loro destini, le loro donne, i loro figli.
E non esistono whisky, completi all'ultima moda, macchine di grossa cilindrata o leggende che possano giustificare il fatto che si possa varcare il confine dell'ordine costituito per crearne uno proprio. 
Forse neppure la vendetta.
L'unica cosa che possa giustificarlo è proprio quello stesso legame: e chi lo vive.


MrFord


"One, two, three.
White light
I like going, listen up my mind
white light
don’t you know it’s gonna make me go blind?
White heat
oh, white heat, it take me deep down to my toe
white light
Lord, have mercy while that goodness, no."
The Bootleggers featuring Mark Lanegan - "White light, white heat" -


 


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