E' davvero una tristezza, per un vecchio fan dell'horror come me, dover affrontare visioni come quella di Lights out.
Non troppo tempo fa, oltre che tra le pagine della blogosfera, anche da queste parti, tra i commenti, era serpeggiato il tam tam a proposito di un famigerato corto temibilissimo, che già di suo, per quanto carino, forse anche a causa delle aspettative, non aveva colpito il sottoscritto come avrei voluto - ormai cagarmi sotto davanti ad un film di paura è diventata un'impresa impossibile o quasi -.
All'annuncio di una pellicola ispirata dallo stesso corto, la speranza era più che altro quella di assistere ad una sorta di evoluzione del suddetto: ebbene, niente di più sbagliato.
Lights out, qui presente lungometraggio, è uno degli esempi più lampanti della desolazione che da troppe stagioni affligge l'horror mainstream, imprigionato in schemi sempre più simili gli uni agli altri - avendo affrontato da non troppo tempo Unfriended, qui si notano elementi fotocopia soprattutto nel charachter del "mostro" - e neanche per sbaglio spaventoso e fedele alla fama del genere, costruito con poca intelligenza soprattutto in fase di scrittura - basterebbe la sequenza d'apertura per far abbandonare la visione - e destinato a peggiorare minuto dopo minuto.
In questo senso, l'unico pregio di Lights out è dato proprio dall'esigua durata, che permette di tirare un sospiro di sollievo di fronte ai titoli di coda a neppure un'ora e venti dall'inizio, mettendo fine ad un'agonia che non pativo dai tempi dell'orrido Ouija: a differenza del corto viene eliminato qualsiasi riferimento ad uno spirito cattivo che ricorda più lo stile goliardico di Chucky e dei Gremlins per cercare un'apparente sicurezza nell'ormai scontatissima ombra figlia della vendetta e della follia della più classica delle emarginate finite male, che appare citofonata e neppure lontana parente degli spauracchi saliti alla ribalta soprattutto nel corso degli anni ottanta.
Prodotti come questo, comunque, sono una delle ragioni per le quali i Bullettin di quest'estate potevano essere definiti una manna dal cielo, considerato che pensare di buttare giù qualcosa più di un paio di righe finisce per risultare già un'impresa, ma farò finta di nulla e mi getterò a capofitto nella nuova incarnazione delle recensioni del Saloon sbattendomene della lunghezza del post e dichiarando senza ombra di dubbio che Lights out è uno di quegli horrorini estivi buoni solo per i ragazzini non particolarmente svegli che hanno bisogno della scusa della sala per limonare duro.
Per il resto, non vi perdete davvero un granchè.
E se sperate di andare a letto travolti da un'atavica paura del buio neanche foste tornate bambini, scordatevelo: anche a visione appena terminata, crollerete come angioletti nel più profondo e confortevole dei sonni.
Origine: USA, UK, Canada, Brasile Anno: 2015 Durata: 92'
La trama (con parole mie): siamo nel New England a metà del seicento
quando una famiglia di cattolici osservanti partita dall'Inghilterra per
sistemarsi nel Nuovo Mondo viene allontanata dalla propria congrega a
causa delle divergenze nate tra il capofamiglia ed i leader della
stessa, e finisce per stabilirsi in una fattoria isolata in prossimità
di una foresta.
Quando Thomasin, la primogenita, vede scomparire
sotto i suoi occhi il fratellino minore ancora neonato, il timore che il luogo
possa nascondere qualcosa di terribile comincia a seminare inquietudine nella
madre e ad alimentare gli strani comportamenti dei due gemelli di
qualche anno più grandi del bambino sparito nel nulla.
La
possibilità che nel cuore della foresta si rifugi una strega pronta a
muoversi proprio contro la famiglia aumenta il disagio ed il conflitto, mantenendo fertile il terreno per l'arrivo del Male puro.
Il
fascino dell'horror d'atmosfera, se si esclude quello dei sempre
goduriosi slasher, è senza dubbio il più magnetico tra quelli che il
genere può vantarsi di sfruttare, considerato quanto sia vero il fatto che,
di norma, fa molta più paura una sensazione di una certezza, anche e
soprattutto quando si parla di spauracchi: in fondo, il dubbio che un
mostro possa essere nascosto sotto il letto o nell'armadio è molto più
logorante della scoperta del mostro stesso.
The VVitch,
pellicola decisamente autoriale per il genere di recente incensata un pò
dappertutto nella blogosfera, appartiene senza ombra di dubbio a questa
categoria, ma ancor più - ed ultimamente, è una cosa più unica che rara
- a quella dei film d'orrore ben riusciti, tanto da non deludere le
aspettative del sottoscritto e, pur non spaventando gli occupanti di
casa Ford, quantomeno evocando un'atmosfera da fiaba gotica e nera
davvero niente male, condita da elementi sempre interessanti come il
ruolo del Male nel mondo a partire dal suo nucleo - la Famiglia - ed l'influenza maligna che la religione spesso e volentieri finisce per avere
quando sconfina nella credenza cieca ed assoluta.
Da più di un
punto di vista, il lavoro di Eggers finisce per essere quello che
avrebbe dovuto essere l'orrido Le streghe di Salem di Rob Zombie,
andando a rinverdire i fasti di una figura - quella, per l'appunto,
della strega - affascinante e misteriosa, in grado di sedurre ed
ammaliare ma anche di sbranare ed annientare nella mente prima ancora
che nel corpo.
L'utilizzo, però, della figura della strega è
sfruttato dal regista quasi metafisicamente, come se rappresentasse la
disgregazione della Famiglia intesa come rigida struttura costruita
sulle certezze del cattolicesimo senza via d'uscita: dal padre
autoritario e limitato, "buono solo a tagliare la legna", alla madre
ossessiva e spinta alla follia, passando dalla lenta ed inesorabile
"ribellione" di Thomasin, fino allo sconvolgimento del secondogenito e
l'inquietante atteggiamento dei gemelli - che ricordano, in piccolo, le
comari di paese sempre pronte a puntare il dito verso gli altri senza
preoccuparsi di quanto potrebbero essere sporche le loro mani -
concedendosi sprazzi di follia visionaria che, comunque, non stonano
rispetto al risultato complessivo, forse limitato soltanto da un ritmo
non propriamente veloce - ma ci può stare - e dalla sboronata finale
rispetto all'ispirazione tratta da vicende narrate nelle cronache dei
tempi, neanche dovessimo necessariamente pensare, come ai tempi di Blair
Witch Project, che tutto sia reale per rimanerne conquistati o ancora
più inquietati.
A parte, comunque, queste piccole sbavature,
The VVitch si presenta come una delle cose più interessanti che l'horror
abbia offerto in questi primi mesi del duemilasedici, un lavoro in
grado di mettere in ottima luce per il futuro il suo regista e la
dimostrazione del fatto che, quando le idee incontrano una buona
tecnica, il risultato non può che essere positivo.
E decisamente inquietante.
MrFord
"Ask yourself
will i burn in Hell?
Then write it down
and cast it in the well
there they are
the mob it cries for blood
to twist and tale
into fire wood
fan the flames
with a little lie
then turn your cheek
until the fire dies
the skin it peels
like the truth, away
what it was
I will never say..."
La trama (con parole mie): John Constantine è un poco di buono tabagista e cinico dedito ad esorcismi grazie ai quali comprare, in un modo o nell'altro, un posto in Paradiso, di norma negato per contratto a qualunque suicida. Quando, tramite il ritrovamento della Lancia del Destino, il figlio "dimenticato" di Lucifero rischia di trovare la via per il mondo degli Uomini sconvolgendo, di fatto, gli equilibri eterni tra il sotto ed il sopra coinvolgendo due sorelle gemelle dai poteri quasi unici e molto simili a quelli dello stesso John, Constantine dovrà rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco come mai prima di quel momento, finendo per affrontare forze in grado di andare anche oltre le sue stesse capacità.
Ma uno scontro impari potrebbe comunque dare origine alla scintilla in grado di cambiare davvero le cose.
Il mio passato di appassionato - e, seppur decisamente dimenticabile - di sceneggiatore di fumetti dovrebbe farmi sentire in colpa, per aver recuperato Constantine soltanto ora, a quasi dieci anni dalla sua uscita in sala: Hellblazer - titolo targato Vertigo dal quale il film di Francis Lawrence è tratto -, infatti, ha rappresentato a cavallo tra gli anni novanta e l'inizio del Nuovo Millennio una delle realtà di riferimento del comic book "adulto", e seppur superato - di gran lunga - da cose enormi come Preacher - e prima o poi dedicherò una serie di post anche alla rilettura della creatura principe di Ennis -, un titolo senza dubbio imperdibile per ogni appassionato del settore, e la sua trasposizione cinematografica avrebbe dovuto richiamare l'attenzione del sottoscritto fin da allora.
Purtroppo per questo lavoro, però, ai tempi mi trovavo ancora preda della crisi di radicalchicchismo che di fatto portò il sottoscritto a dedicare visioni e tempo solo ed esclusivamente a pellicole d'autore per almeno tre o quattro anni, rinunciando ad ogni svago cinematografico - o quasi - e a proposte di questo genere, decisamente lontane anni luce dal concetto di Cinema d'essai.
La scorsa estate, però, tra un dibattito e l'altro riguardanti il Cinema ed il blog, tornò alla ribalta l'argomento Constantine con i cugini di Julez, pronti a sponsorizzare il prode John e la pellicola a lui dedicata: su pressione in particolare del buon Edward, ho deciso dunque di prepararmi alla discussione che seguirà la revisione della trilogia di Matrix - che non ho mai particolarmente apprezzato - proprio con questo recupero.
Senza dubbio il voto non troverà soddisfazione nei miei giovani parenti acquisiti, eppure la visione di Constantine è risultata divertente ed in grado di intrattenere come solo i prodotti più tamarri e sguaiati possono fare, di fatto rappresentando una sorta di versione più curata e posata del secondo Ghost rider, con angeli e demoni a giocarsi a dadi il nostro mondo ed un unico antieroe ad opporsi al volere dei Poteri Superiori: ed è proprio il vecchio John a rappresentare la scelta giusta - per quanto non approvi particolarmente l'utilizzo di Keanu Reeves, considerato che l'appeal del personaggio sarebbe stato senza dubbio più vicino ad un Barry Pepper -, da cinico figlio di puttana dalla scorza piuttosto dura e finto senza cuore come piacciono tanto al sottoscritto.
Certo, la regia non sarà memorabile - del resto, parliamo di Francis Lawrence -, lo script patisce e non poco il fatto di ispirarsi ad una serie di graphic novels e l'intera produzione di non avere avuto il successo sperato e, dunque, di fatto non aver potuto originare un vero e proprio brand con tanto di sequel e spin off, eppure il lavoro nel complesso risulta godibile quanto basta per assurgere al rango di proposta ideale da serata del weekend, lontana dalle pretese autoriali e giusta giusta per il riposo al termine della tempesta che, di norma, è la settimana lavorativa.
Inoltre lo scenario biblico, per quanto da queste parti si finisca per essere felicemente lontani da qualsiasi religione e spesso e volentieri anticlericali, funziona sempre grazie alla sua aura da leggenda, ed induce ad appassionarsi - almeno nel tempo della durata della pellicola - e a chiedersi da che parte ci si schiererebbe, in caso di "conflitto eterno": onestamente non sono troppo entusiasta all'idea di un Paradiso perfetto ed incorruttibile, ed essendo un esempio perfetto dei "Mr. Bad Example" - per dirla come Warren Zevon - dovrei stare dall'altro lato della barricata.
Ma forse, tirando le somme, mi troverei a vestire più che bene i panni del Constantine di turno, troppo stronzo per i piani alti, ma ad un tempo troppo buono per quelli bassi - o almeno in parte -: dunque, pur se lontane dalle proposte d'autore, vengano pure quelle di questo genere, tamarre e sguaiate.
E se non vi stanno bene, stronzi, allora vorrà dire che passerete decisamente un brutto quarto d'ora.
MrFord
"The lover of life's not a sinner
the ending is just a beginner
the closer you get to the meaning
the sooner you'll know that you're dreaming
so it's on and on and on, oh it's on and on and on
it goes on and on and on, Heaven and Hell
I can tell, fool, fool!"
La trama (con parole mie): è il 21 dicembre 2005 quando la famiglia Palmer, nel pieno di un tranquillo picnic nei dintorni di una diga, è sconvolta da un incidente che segnerà le esistenze di tutti i suoi membri. Alice, la figlia sedicenne di June e Russell, entrata in acqua con il fratello Matthew che tornato a riva la perde di vista, muore annegata.
Il corpo viene ritrovato la sera della vigilia di Natale dai sommozzatori della polizia, ed è lo stesso padre ad effettuare il riconoscimento del cadavere.
Da quel momento, però, strani fenomeni paiono verificarsi all'interno della residenza dei Palmer, tanto da muovere ognuno di loro a farsi una differente idea sulla loro origine: casualità, fantasmi, la presenza di Alice.
Attraverso ricerche personali, sogni, richieste ad un sensitivo locale, la famiglia della ragazza scoprirà passo dopo passo i segreti della vita della ragazza, incastrando una dopo l'altra le tessere di un mosaico che potrebbe portarli alla ricostruzione del loro status di famiglia o alla follia.
Dimenticatevi gli scialbi esempi di mockumentary di cui abbiamo avuto esempio durante l'ultimo anno - su tutti, la schifezza abominevole che fu L'altra faccia del diavolo -.
Lake Mungo è un signor film.
Nonchè il primo titolo "di genere" da parecchio tempo a questa parte in grado di lasciarmi addosso una profonda sensazione d'inquietudine amplificata senza dubbio dall'atmosfera che ha fatto da cornice alla visione - casa Ford tutta nel mondo dei sogni, orario tra sera e notte, luci spente, solo il Bushmills a tenermi compagnia - ma ugualmente in grado di ricordarmi momenti di turbamento che solo il vecchio Lynch, normalmente, riesce a trasmettermi.
Sarà che il nome Palmer è una garanzia, dopo Twin Peaks, ma le vicende di Alice e della sua famiglia, la "ricerca" del regista ed il percorso che conduce i protagonisti all'accettazione del dolore di una perdita enorme - una figlia ed una sorella - così come al confronto con situazioni decisamente oltre la sfera del quotidiano comunemente noto, ma ho trovato il lavoro di Anderson non solo un ottimo ed ideale proseguo della recente ed ottima tradizione horror australiana - ricordiamo le due chicche Wolf Creek e The loved ones -, ma anche il miglior film prettamente di paura - anche se, per molti versi, definirlo in questo modo è limitante - dell'anno.
Purtroppo, a causa di una scellerata distribuzione italiana, probabilmente non vedremo mai nelle nostre sale - o nell'ambito del mercato home video - un titolo risalente ormai a quasi cinque anni fa, e dovremo accontentarci di continuare ad affidarci alla rete ed alle recensioni di pochi prodi - nel mio caso, Bradipo e Simone Corà - affinchè la curiosità ci spinga a compiere quel minimo sforzo per recuperarlo.
Ma perdersi in lunghi preamboli sarebbe riduttivo, per questo film profondamente angosciante, in grado di spaventare grazie alle suggestioni e alla realtà in misura quasi maggiore rispetto alla sua componente effettivamente horror, ritratto di una teenager apparentemente normale e felice ed al contempo profondamente segnata non soltanto per essere la sfortunata protagonista dell'incidente all'origine delle vicende dei Palmer narrate dal regista.
Il piglio di Anderson è preciso e dettagliato esattamente come se ci trovassimo alle prese con un vero e proprio documentario, ha dalla sua il fascino di un argomento che, in qualche modo, è in grado di attrarre ed affascinare praticamente chiunque - esiste una vita dopo la morte? E' davvero possibile avvertire la presenza di spiriti nel nostro mondo? - senza per questo risparmiare twist clamorosi in grado di dare una svolta alla narrazione per almeno tre volte nel corso dei novanta minuti scarsi della visione.
Del resto, senza considerare l'elemento effettivamente orrorifico di Lake Mungo le domande che si materializzano ben più dei fantasmi di fronte allo spettatore sono molteplici: come decidiamo di affrontare il dolore per una perdita? Quali sono le ragioni di Russell, che in quanto padre ha riconosciuto il cadavere sfigurato di sua figlia, nel rifugiarsi nel lavoro? Quali quelle di June, sconvolta dagli incubi in cui Alice continua a comparire, nel non dormire aggirandosi nelle case del vicinato? Quali quelle di Matthew, che è alla ricerca di una conferma del fatto che quella sia proprio sua sorella?
E soprattutto, quali sono quelle di Alice, "il cui segreto era di avere dei segreti", che nessuno conosceva davvero, che, pur se non strappata da questa vita a causa di qualcuno, ma semplicemente di una tragica casualità, ha lasciato dietro di sè una lunga scia di interrogativi?
Cosa è davvero accaduto, quella notte a Lake Mungo, mesi prima che l'acqua si portasse via la ragazza?
Personalmente, con gli anni, mi sono allontanato sempre di più dal concetto di fede e religione, e ora come ora penso che, nel momento in cui lo spettacolo sarà finito, sarà come addormentarsi per sempre, in un eterno sonno senza sogni.
Eppure, saranno state l'atmosfera o la suggestione, le vicende narrate, il coinvolgimento o l'indubbio mestiere di Anderson, l'ellissi finale che lega madre e figlia, di fronte a Lake Mungo ho avuto la netta sensazione che possa esistere "qualcosa che non riesco a immaginare": e quel brivido lungo la schiena che corre come se non fossi solo di fronte alla tv, l'ho sentito tutto, senza aver bisogno di sedute spiritiche o essere alla ricerca del fantasma di qualche mio caro passato dall'altra parte.
E questo, signori miei, è un potere che ha solo il Cinema della miglior specie.
MrFord
"You motherfuckers can't stop me
even if I die I'm gonna be a fuckin' problem
do you believe in ghosts, motherfucker?
real live, black... Ghosts
fear me."
La trama (con parole mie): quando un volo che dalla Germania atterra a Boston portando i passeggeri uccisi ed infettati da un virus mai visto in precedenza, l'agente dell'FBI Olivia Dunham viene reclutata per avviare le indagini che la condurranno alla scoperta del misterioso "schema", una sequenza di eventi che numerose organizzazioni governative e private seguono con interesse perchè legato a scoperte incredibili e nuove frontiere della scienza.
La giovane donna recluta così Walter Bishop - una sorta di "scienziato pazzo" responsabile nel corso degli anni settanta di numerose sperimentazioni segrete per conto del governo, da tempo ormai ricoverato in un istituto di igiene mentale - e suo figlio Peter, un giovane dall'altissimo quoziente intellettivo ma decisamente incostante che ha vissuto sempre al confine della legge, e spesso oltre.
A loro si aggiunge l'analista Astrid Farnsworth, che farà da assistente al professore mentre Olivia si occuperà di mantenere i rapporti con l'agenzia ed il suo capo Philiph Broyles, legato a doppio filo con la misteriosa Massive Dynamic.
Era dai tempi di Alias che non mi divertivo così tanto con una serie "giocattolo": evidentemente, quel matto di J. J. Abrams sa sempre come fare breccia nel cuore degli occupanti di casa Ford, e con Fringe piazza l'ennesimo colpo di una carriera che, fino ad ora, ha portato sui nostri schermi quasi esclusivamente successi - se si eccettua il noioso terzo capitolo di Mission impossible -.
A dire il vero questa prima stagione di un serial che ha raccolto, negli anni, sempre più fan andando di fatto ad unire gli appassionati dell'action - e torniamo ad Alias - a quelli della fantascienza - siamo di fronte, di fatto, all'erede più riuscito di X-files - giunge in ritardo dalle parti del Saloon a seguito di un inizio non proprio convincente: ormai quattro anni fa, infatti, spinti dallo stesso amico che consigliò Lost, io e Julez ci dedicammo con poca attenzione all'episodio pilota senza rimanerne particolarmente colpiti, riponendo di fatto l'intera produzione nel cassetto a prendere polvere mentre una dopo l'altra numerose proposte da piccolo schermo sfilavano regolarmente davanti ai nostri occhi.
Tornare sui nostri passi si è rivelato, in questo caso, un'ottima scelta, tanto da tenerci inchiodati alla sedia episodio dopo episodio nel corso dell'interessantissima prima stagione di un serial che, a quanto so e a quanto sembra, pare ancora avere in serbo numerose carte da giocarsi, oltre a dare l'impressione di una scorta di potenziale pronto ad esplodere un'annata dopo l'altra: i personaggi - anche secondari - risultano azzeccati e sicuramente in grado di alimentare il sentimento di affezione nel pubblico - personalmente, la mia preferenza va allo scombinato ed instabile Walter Bishop -, i colpi di scena sono ben distribuiti e decisamente sconvolgenti - dal pilota incentrato sulla figura dell'agente Scott al season finale con le rivelazioni sul mondo delle realtà alternative e Peter Bishop - e soprattutto la varietà di casi che la Divisione Fringe affronta - e che fornisce da scheletro per la struttura ad episodi - permette agli appassionati e non di confrontarsi con i numerosi volti della sci-fi, dalla distorsione di spazio e tempo alle creature mostruose - l'episodio quasi horror dedicato al mostro mutato geneticamente fuggito da un laboratorio farmaceutico mi ha divertito tantissimo -, dai viaggi nella coscienza dei defunti ai programmi per computer in grado di friggere il cervello.
Senza dubbio l'intero prodotto deve ancora trovare una sua identità precisa - alcune sottotrame risultano piuttosto abbozzate, e a tratti si ha l'impressione che gli episodi di casi all'esterno dello "schema" siano troppo slegati dal resto della narrazione, quasi fossero riempitivi -, eppure la creatura dei padri di Alias funziona, avvince e diverte, e con il climax che ha chiuso la stagione ha di fatto posto le basi per una seconda tornata che suona già come un passaggio effettivo alla maturità della proposta: il fatto, poi, di non essere troppo nerd rende possibile l'avvicinamento da parte dei più incalliti amanti dell'action, e ad un tempo grazie alle parti più pane e salame - rappresentate idealmente dalle spesso e volentieri estemporanee esternazioni di Walter - è in grado di "umanizzare" anche i più maniacali tra i fan della fantascienza, rimasti orfani di Mulder e Scully e da allora praticamente inconsolabili - non fosse per qualche fiammata come l'ottimo Star Trek sempre targato Abrams -.
A questo punto, è praticamente ovvio non solo che esistano altre forme di vita, ma anche che in casa Ford non lasceremo passare quattro lunghi anni prima di buttarci sulla seconda stagione.
MrFord
"Se non esistessero i fiori
riusciresti ad immaginarli
se non esistessero i pesci
riusciresti ad immaginarli
in altre zone di questo universo
è facile da realizzare
che esiste tutto ciò che io non riesco
ancora ad immaginare."
La trama (con parole mie): Tom Witzky, un operaio quarantenne con ambizioni musicali mai realizzate, si è appena trasferito in un nuovo quartiere di Chicago con la moglie incinta Maggie ed il figlioletto Jake.
Ad una festa per conoscere i vicini viene ipnotizzato dalla cognata, rivelandosi particolarmente ricettivo a pratiche di questo genere.
L'avvenimento "apre le porte della percezione" dell'uomo, che comincia ad avere inquietanti visioni legate ad un omicidio che sarebbe avvenuto proprio nella loro nuova casa: la ragazza che le popola - e che lo stesso Tom scopre essere in contatto anche con il figlio - pare intenzionata a fare di tutto affinchè venga fatta luce su quello che le è capitato.
Peccato che i segreti che i Wizky porteranno alla luce del sole - in tutti i sensi - potrebbero costare loro la vita.
Ci sono alcuni titoli che, pur essendo ben lontani dall'originalità sfrenata e privi del guizzo che possa far superare la linea di demarcazione tra un'opera "di passaggio" ed una destinata a colpire gli spettatori nel profondo, risultano assolutamente godibili ed onesti, in grado di regalare il giusto intrattenimento nelle serate prive di novità appena uscite o qualche scommessa autoriale più o meno nota: Echi mortali è un esempio perfetto della categoria.
Scritta e diretta dal mestierante David Koepp - regista del recente Ghost town e sceneggiatore di pellicole come Spider Man, Jurassic Park, Carlito's way, Omicidio in diretta ed il primo Mission impossible - ed ispirata da un romanzo del grande Richard Matheson - autore di Io sono leggenda, quella meraviglia letteraria deturpata non troppi anni fa dall'agghiacciante film con protagonista Will Smith -, questa pellicola si presenta come un funzionale thriller legato al sovrannaturale nello stile de Il sesto senso, privo di velleità particolarmente autoriali - nonostante le visioni di Tom, girate sei fotogrammi al secondo, risultino tutto sommato interessanti - eppure pane e salame al punto giusto per regalare un paio di momenti di buona tensione ed una serata da relax e divano in casa Ford, dove non ci si tira mai indietro rispetto ad una visione potenzialmente spaventosa - anche se non è questo il caso - con qualche morto ammazzato di mezzo.
La morale è molto simile a quella dell'esordio di Shyamalan - con la realtà che finisce per fare una figura pessima rispetto all'altro mondo -, le riflessioni - pur se non alte - si fanno sentire ed il cast - escluso Kevin Bacon, privo si superstar e costituito principalmente da caratteristi visti spesso e volentieri nell'ambito del Cinema Usa - funziona: nulla che faccia gridare al miracolo, dunque, ma certamente una visione da riscoprire rispetto a prodotti simili e certamente meno interessanti - per non dire schifezze abominevoli - che spesso e volentieri intasano le sale.
Gli echi di Shining e di Poltergeist si fanno sentire, così come la pesante eredità dei "bambini spaventosi" nel Cinema: certo, il Capolavoro di Kubrick e l'ottimo lavoro di Tobe Hooper - da non confondere con il Tom Hooper del soporifero Il discorso del re - sono di tutt'altra caratura, e Koepp - che, questo bisogna riconoscerlo, lo sa bene e non fa nulla per nasconderlo - si avvicina più all'appena guardabile Insidious, specie nella gestione del rapporto tra padre e figlio, eppure tutto funziona e i cento minuti scarsi scorrono agevolmente, senza insinuare il dubbio che si sia sprecato il tempo della visione.
Direi che, calato il sipario, questo è già molto di quello che potremmo chiedere ad un Cinema completamente d'intrattenimento come questo.
MrFord
"Strangers passing in the street
by chance two separate glances meet
and I am you and what I see is me
and do I take you by the hand
and lead you through the land
and help me understand the best I can."
La trama (con parole mie): ieri è andata in onda, sugli schermi di casa Ford, la prima, attesissima puntata della nuova stagione di True blood. Un inizio che promette scintille per una delle produzioni migliori che il piccolo schermo abbia fornito nel dopo Lost.
Viaggi nel tempo, possessioni, fate, giochi di potere ed una scena da manuale di montaggio alternato. Pochi cazzi, signore e signori. State pronti a sudore, lacrime e sangue. Tanto sangue. Perchè è tornato il serial southern più caldo della tv.
MrFord
"So give them blood, blood, gallons of the stuff!
Give them all that they can drink and it will never be enough.
So give them blood, blood, blood.
Grab a glass because there's going to be a flood!"
My chemical romance - "Blood" -