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lunedì 4 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Per festeggiare come si conviene l'inizio della tanto agognata Fase 2 ho pensato che uno dei vecchi e cari ritardi del Saloon ci stesse alla perfezione, considerato che, per la prima volta da sei settimane, sono riuscito ad allontanarmi da casa per allenarmi. 
Nel frattempo, all'interno del Saloon continuano a farla da padrone proposte seriali nascoste pescate su Netflix e affini e le serate Cinema con i Fordini, che cominciano ad avere all'attivo un buon numero di visioni che spero possano essere la base per il loro amore futuro per il Cinema.


MrFord



GRENSELAND - TERRA DI CONFINE - STAGIONE 1 (Netflix, Norvegia/Germania/Svezia, 2017)

Grenseland - Terra di confine Poster

Questa quarantena resterà sicuramente nella mia memoria, parlando di visioni, come quella dei recuperi pescati dal bacino dello streaming che, con ogni probabilità, in un periodo normale, tra orari di lavoro e impegni, nonostante trame interessanti sarebbero rimasti clamorosamente nella lista dei "forse un giorno". Dopo The Valhalla Murders e Bordertown, approda al Saloon un altro prodotto nordico distribuito da Netflix, legato alla figura di un detective di Oslo che, tornato al paese natio, è costretto a fare i conti con la propria integrità e la coscienza quando la sua famiglia si trova al centro di un caso che potrebbe cambiare completamente la sua vita lavorativa e non.
Il prodotto risulta interessante per cast e ambientazione, la trama ricorda quella del crime nordico che negli ultimi anni va tanto forte tra le pagine dei libri, mancano forse quella scintilla che accende la passione dello spettatore ed un finale fatto e finito, probabilmente perchè, ai tempi della sua produzione, si poteva supporre la programmazione di una seconda stagione che non è mai - o ancora - arrivata. Personalmente ho preferito la prima parte, più legata al thriller e alle ambientazioni di provincia, che non la seconda, più crime e rimbalzata a Oslo - sempre bellissima -, ma comunque, in tempi di quarantena, si lascia guardare senza patemi.




TREMORS (Ron Underwood, USA, 1990, 96')

Tremors Poster

Una delle cose più belle delle serate Cinema è poter rivedere cult della mia infanzia attraverso gli occhi dei Fordini, affascinati dalle loro prime scoperte cinematografiche: nella pausa che è intercorsa tra la cavalcata de Il signore degli anelli e quella de Lo hobbit, ho inserito come cuscinetto Tremors, una chicca dal sapore anni ottanta arrivato a cavallo con i novanta che avrebbero - ma non per sempre, per fortuna - ucciso un certo tipo di immaginario tamarro e sguaiato.
La divertente storia di un gruppetto di persone tanto folli da vivere in uno sperduto paesino dal sapore di vecchio West in Nevada pronte a lottare con le unghie e con i denti contro dei vermoni giganti giunti chissà da dove, pronti a scavare nel sottosuolo fino ad abbattere edifici e divorare uomini e animali è piacevole e sempre divertente anche a trent'anni di distanza, grazie all'ambientazione molto redneck, i battibecchi da buddies tra Kevin Bacon e Fred Ward - caratterista sottovalutatissimo - ed una serie di sequenze action molto ben realizzate.
Un intrattenimento che funziona ancora oggi, di quelli "old school" come piacciono a me, e che, come pensavo, sono riusciti ad intrattenere i Fordini e rilassare le loro giovani menti di spettatori tra una fatica di Peter Jackson e l'altra.




LO HOBBIT (Peter Jackson, Nuova Zelanda/USA, 2012/2013/2014)

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato Poster

Terminato il viaggio de Il signore degli anelli, passati attraverso Avatar e il succitato Tremors, i Fordini hanno richiesto a gran voce di tornare nella Terra di mezzo buttandosi nella trilogia de Lo hobbit, di fatto prequel delle avventure di Frodo e compagni, pronto a riprendere le gesta di Bilbo Baggins e degli accadimenti che portarono l'anello nelle sue mani.
Rivisto a distanza di quasi dieci anni dall'unica visione il mio giudizio si è completamente ribaltato: ai tempi avevo trovato il primo capitolo molto bello per la gestione della malinconia e del fascino della trilogia del Signore degli anelli, ed il secondo ed il terzo più deboli, figli dei doveri di produzione verso il successo commerciale. Ebbene, nonostante si tratti sicuramente di un prodotto meno incisivo e potente del suo predecessore, ho trovato - ma potrebbe essere un merito legato al fatto di averli visti in tre giorni, quindi a distanza ravvicinata - il suo crescendo interessante, ed il primo capitolo, decisamente favolistico, più debole di quanto ricordassi.
Hanno riscosso un discreto successo rispetto ai Fordini Gandalf - che già era il preferito del Fordino prima - e Radagast, mentre tra i "cattivi" a farla da padroni sono stati gli orchi Azog e Bolg, anche se la curiosità rispetto a Gollum - presente solo nel primo capitolo - e Smaug l'ha fatta da padrona.
Una cavalcata interessante, anche se, senza dubbio, per sempre sorella minore di quella legata al viaggio dell'unico anello.


mercoledì 23 agosto 2017

The Following - Stagione 3 (Fox, USA, 2015)




Qualche anno fa, ai tempi dell'uscita del pilota di The Following, ricordo quanto clamore suscitò la proposta di Kevin Williamson con protagonista Kevin Bacon legata al mondo dei serial killer: personalmente, e da appassionato del genere, rimasi piuttosto tiepido nel corso della visione della prima stagione, decidendo di abbandonare la proposta in attesa di momenti di magra che ne veicolassero il recupero: quando, anni dopo, la seconda stagione giunse sugli schermi del Saloon, fu una vera sorpresa, considerati ritmo, tensione e perfino un James Purefoy - che ho sempre detestato - in ruolo e carismatico quanto bastava per rappresentare la nemesi del protagonista, l'agente Ryan Hardy interpretato dal già citato e decisamente più blasonato Kevin Bacon.
Con questa terza - ed ultima - stagione, il focus dell'azione e del prodotto cambia nuovamente, ponendosi idealmente tra la prima e la seconda in termini di resa finale e proponendo una nuova versione sia di Ryan Hardy - portato al limite, ed oltre, dai suoi nuovi e vecchi nemici - che di Joe Carroll, divenuto una sorta di coscienza oscura dell'agente: senza dubbio per chi è abituato - o tende alla ricerca di prodotti che li ricordino - a cose come Il silenzio degli innocenti o il Manhunter di Michael Mann la delusione può fare capolino ad ogni episodio, ma se approcciato come un serial principalmente d'intrattenimento - nonostante i temi trattati -, The Following finisce per rappresentare un buon modo per passare qualche serata scorrevole e senza impegno, un pò come quando, in spiaggia, si finisce per scegliere il thriller con morti a tutto spiano piuttosto che il classicone romantico a rischio pennica.
Certo, la cancellazione avvenuta a stagione già iniziata ed un finale forse troppo aperto - chissà che non meditino, un giorno, un ripescaggio di situazioni e personaggi - penalizzano la resa, ma nel complesso il prodotto si lascia guardare regalando di tanto in tanto anche momenti efficaci ed interessanti anche per veterani come noi Ford, che nuotiamo nell'oceano del genere "morti ammazzati" da parecchio tempo, che si parli di serie, Cinema o Letteratura.
Inoltre nel corso di quest'ultima season il lavoro di Williamson risulta interessante l'approccio a questioni morali ed etiche legate al lavoro degli agenti che seguono casi importanti e destabilizzanti come quelli dei serial killers, così come il dualismo tra Hardy e Carroll, due facce della stessa medaglia neppure si parlasse del sottoscritto e del Cannibale: l'interazione dei due nemici e la necessità che finiscono per avere l'uno per l'altro - sottolineata, tra l'altro, anche in lavori come Batman: the killing joke - e l'uno dell'altro avvince nonostante, di fatto, Carroll non rappresenti più una minaccia effettiva per Hardy, bensì, al contrario, quasi una spalla da sfruttare per poter neutralizzare la "nuova generazione" di psicopatici messa in moto dai protagonisti e dagli eventi delle stagioni precedenti.
Nulla che possa muovere a scrivere trattati o tesi, senza dubbio, ma qualcosa che, come era capitato anche al sottoscritto di fare con la prima stagione, finisce per non essere da sottovalutare.




MrFord




 

lunedì 5 giugno 2017

Boston - Caccia all'uomo (Peter Berg, Hong Kong/USA, 2016, 133')





Fin dall'infanzia, complice una certa formazione cinematografica, letteraria e musicale, non ho mai nascosto di amare profondamente gli States, con i loro eccessi, i loro difetti e quella carica che li ha resi - nel bene e nel male - noti in tutto il mondo.
Ricordo benissimo il mio primo viaggio oltre i confini italiani, ottobre del novantaquattro, quando mi ritrovai per le strade di una Grande Mela che parevano uscite dritte dai film, con i negozi aperti ventiquattro ore, una mescolanza di razze e stili di vita che allora qui ci sognavamo, gli squilibri ed il grande calore di una popolazione che potrà senza dubbio spaventare, a volte, ma che ben rappresenta il potere della passione, della partecipazione.
In un'epoca segnata da atti terroristici sanguinosi - New York, Bruxelles, Londra, Parigi, Nizza, Berlino, Boston solo per citarne alcuni -, in cui la violenza chiama violenza senza il minimo rispetto per gli ideali cui afferma di rifarsi - più volte mi è capitato di affermare e pensare che non esista religione, per chi commette atti di questo genere, solo sete di sangue e grande confusione in testa - si è sentito, visto e letto tutto ed il contrario di tutto.
In questi casi, la prima cosa che mi viene da pensare è che la differenza la possano fare sempre le persone. La partecipazione, la passione, la presenza, la volontà, per l'appunto, dei singoli individui pronti a divenire collettivo può e deve essere l'unica risposta a questi atti.
Peter Berg è, probabilmente, il regista più a stelle e strisce - seguendo un certo tipo di approccio un pò tamarro e un pò cazzuto tipico di quella filosofia made in USA che fa spesso e volentieri storcere il naso ai radical europei - attualmente in circolazione, ed in tutta onestà, lo adoro proprio per questo: dalla strepitosa Friday Night Lights allo sguaiatissimo Battleship, passando per la produzione di Ballers e storie vere portate sullo schermo come Lone Survivor e Deepwater, Berg si è fatto il simbolo di quell'americanesimo da retorica, patriottismo e grande cuore che non ho mai nascosto di amare, e che se incanalato nella giusta direzione, diventa una grande lezione per culture dedite al lamento ed al piangersi addosso come la nostra.
Non mi aspettavo, però, che avrebbe potuto addirittura sorprendermi.
Perchè questo Boston non è solo un atto d'amore dichiarato per la passione statunitense - per certi versi, per quanto completamente diverso, è riuscito addirittura a ricordarmi Sully -, ma anche e soprattutto un tesissimo thriller ispirato - purtroppo - a fatti realmente accaduti, una dichiarazione d'amore per una delle città più importanti degli USA, un film corale di pregevole fattura e ritmo da cardiopalma, pronto a scatenare non solo il coinvolgimento dell'audience, ma anche e soprattutto la voglia di mostrare a chiunque ed in nome di qualunque "religione" possa pensare di sporcarsi di sangue le mani che ci sarà sempre qualcuno pronto a mostrare, con atti di coraggio piccoli e grandi, che con il terrore non si può vincere un cuore che batte.
Non è una questione di buoni contro cattivi - gli States hanno provocato, seppur in modo differente, vittime innocenti in tutto il mondo, inutile prendersi in giro -, ma di coscienza collettiva da gente comune, che a fronte di una tragedia si rimbocca le maniche e, se necessario, rompe anche il culo a chi ha provato a mettere a rischio le vite di chi ama.
E come non capirli, dico io.
Ricordo bene quando chiusi il post dedicato ai fatti terribili di Nizza lo scorso anno proprio con il motto di Friday Night Lights: "Clear eyes, full hearts, can't lose".
A Boston, malgrado tutto, ha vinto la vita.
Come dovrebbe sempre essere.
E Berg l'ha raccontato con la passione di chi vuole mostrare proprio questo.




MrFord




 

domenica 6 marzo 2016

Alcatraz - L'isola dell'ingiustizia

Regia: Marc Rocco
Origine: USA, Francia
Anno: 1995
Durata: 122'







La trama (con parole mie): siamo nei primi anni quaranta quando James Stamphill, giovane ed idealista avvocato fresco di nomina, è assegnato come difensore d'ufficio ad Henri Young, detenuto di Alcatraz colpevole di aver ucciso nella sala mensa del carcere l'uomo che sospettava essere una spia delle guardie nonchè il responsabile del fallimento del suo tentativo di fuga, tre anni prima.
I due, vicini per età e dalla storia radicalmente opposta - il primo cresciuto sotto la protezione di un fratello maggiore già avvocato di successo, studente, figlio della San Francisco che conta, ed il secondo colpevole di un furto per fame che gli costò l'ingresso nel mondo criminale e nel carcere più duro dell'epoca - si scoprono non solo amici, ma anche compagni di una lotta che porterà il caso Young a porre sotto accusa la stessa organizzazione di Alcatraz ed i suoi amministratori, puntando il dito in particolare sul vicedirettore Glenn.








Gli anni novanta sono stati un periodo piuttosto buio da molte angolazioni differenti, per il sottoscritto, quasi e soprattutto a posteriori: liberatomi, infatti, del radicalchicchismo e della timidezza aggressiva giovanili, con il tempo mi sono reso conto di quanto i cult sguaiati degli ottanta abbiano influito sulla mia formazione, e di quanto ancora adesso voglia infinitamente bene agli stessi, al contrario di tanti colpi di fulmine figli dei nineties ora destinati alla vergogna - Poeti dall'inferno, giusto per citarne uno -.
Eppure ci sono ancora titoli che, pur figli di un decennio che si è fatto distante anni luce dal sottoscritto, finiscono per solleticare le corde ed i sentimenti giusti: uno di questi è senza dubbio Alcatraz - L'isola dell'ingiustizia, giunto per la prima volta nell'allora casa Ford grazie al mitico Paolo dell'altrettanto mitica videoteca che fece la fortuna della mia infanzia, di recente riscoperto in bluray e mostrato per la prima volta a Julez, che pur essendo cresciuta nello stesso periodo aveva finito per perderselo.
Tratto da una storia vera, il lavoro di Marc Rocco - regista ininfluente rispetto alla Storia del Cinema - appare come il classico procedurale viscerale e carico di emozione pronto ad influenzare il pubblico affamato di pellicole da Oscar, eppure a distanza di oltre vent'anni continua a convincermi e a dare l'impressione della pellicola assolutamente onesta, ben confezionata ed in grado di rappresentare le stelle e strisce ed il loro approccio in tutto il mondo.
Grazie ad un cast in grande spolvero - ottimi sia Kevin Bacon, senza dubbio in uno dei ruoli migliori della sua carriera, e Gary Oldman, specializzato ai tempi nelle parti da sacco di merda - ed una confezione impeccabile Alcatraz finisce per risultare funzionale e godibile ancora oggi, quasi fosse una sorta di ideale membro della trinità dei film carcerari cult di allora insieme a Il miglio verde e Le ali della libertà, che prima o poi mi deciderò a recensire.
Senza dubbio, rispetto a quanto accaduto nella realtà a Henry Young, quello che è presentato sullo schermo è il tipico prodotto a stelle e strisce detestato dai radical chic e dai detrattori della cultura sempre troppo sopra le righe dei nostri cugini oltreoceano, eppure c'è qualcosa, in questo dramma carcerario pronto a denunciare una delle realtà più difficili che si possano vivere nella vita ed al mondo, che finisce per andare oltre la retorica e quello che ci si aspetta o si finisce per aspettare da un prodotto di questo tipo.
Ed ancora oggi, memore di quelle prime visioni in vhs e di tutto quello che è stato il mio percorso di cinefilo da allora in avanti, non riesco a trattenermi rispetto al concetto di azione e reazione che caratterizza il duello a distanza tra Kevin Bacon e Gary Oldman, così come ad un finale calcolatissimo eppure in grado di colpire dove è giusto essere colpiti: sinceramente, come per Johnny Cash nella sua San Quentin, penso sempre che la prigionia non faccia altro che amplificare le pulsioni ed i caratteri peggiori di un essere umano, e che la tortura legata alla stessa possa, di fatto, rendere chiunque tra noi il peggiore degli assassini.
E se è giusto pagare le proprie colpe, quantomeno rispetto alle regole che ci permettono una convivenza civile, non lo è farlo nel momento in cui le stesse diventano un pretesto per chi si rifugia dietro incarichi di potere o tutelati dalla Legge proprio per scampare alla stessa.






MrFord






"San Quentin, what good do you think you do?
Do you think I'll be different when you're through?
You bent my heart and mind and you may my soul,
and your stone walls turn my blood a little cold."

Johnny Cash - "San Quentin" - 







sabato 5 dicembre 2015

The Following - Stagione 2

Produzione: Fox
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 15






La trama (con parole mie): l'ex detective Ryan Hardy, archiviati i tragici eventi che lo hanno portato al confronto apparentemente definitivo con la sua nemesi, il serial killer Joe Carroll, ha cercato di lasciarsi alle spalle cicatrici, alcolismo ed ossessioni per quasi un anno quando, mascherati proprio da Carroll, misteriosi individui fanno irruzione nella metropolitana di New York per uccidere arbitrariamente passeggeri scelti in modo casuale.
E' l'inizio del ritorno di un incubo che vede Hardy trovarsi ai ferri corti con l'FBI e reclutato segretamente dalla CIA per dare la caccia non soltanto ad una nuova setta di psicopatici, ma anche al "redivivo" Joe, pronto a tornare a quello che l'ha reso noto dopo aver passato mesi nascosto nella campagna dell'Arkansas, prendendo il controllo di una setta e preparandosi ad un nuovo attacco al mondo.
Riuscirà Hardy a tenere testa alle numerose minacce e mantenere il suo equilibrio morale e mentale?










Ai tempi del debutto di The Following, serie pubblicizzata in pompa magna grazie alla presenza di Kevin Bacon nel ruolo di protagonista neanche si trattasse di una sorta di Se7en per piccolo schermo, ricordo quanto rimasi deluso dal risultato finale, complici una trama decisamente discutibile e la presenza di James Purefoy, uno dei canoidi meno sopportati dal sottoscritto: alle spalle quella delusione, pensai che non avrei neppure preso in considerazione l'idea di proseguire nella visione del prodotto, e dunque di lasciare la seconda stagione alla sola Julez per le sue sessioni di stiro.
A dispetto, invece, di quelle che erano le aspettative - bassissime - devo dire di essermi discretamente divertito a questo secondo giro di giostra del confronto tra l'agente Ryan Hardy ed il serial killer Joe Carroll, forse proprio perchè preparato ad affrontare non tanto un thriller serio, quanto una sorta di equivalente dei miei cari action senza pensieri trasportato nell'ambito dei "morti ammazzati", genere che in casa Ford funziona sempre parecchio.
Dunque, dal sempre tormentato Ryan Hardy di Kevin Bacon al sempre più gigioneggiante Joe Carroll di James Purefoy - che nella sua sfida alla religione ed alle sette ha quasi finito per starmi simpatico - i quindici episodi sono volati in gran scioltezza, tra improbabili epigoni dello stesso Carroll - di fatto, assistiamo all'ascesa ed alla caduta della versione femminile dello stesso Joe -, followers della nemesi del protagonista come se piovessero, evoluzioni di personaggi conosciuti nel corso della prima stagione - la riscoperta durezza del braccio destro di Hardy, interpretato da Shawn Ashmore - ed ottimi nuovi comprimari - i gemelli folli Luke e Mark -, arrivando addirittura a farmi salire un certo hype per la stagione numero tre, trainata ovviamente da un finale aperto per questa seconda.
In questo senso, The Following ha reso benissimo l'idea del prodotto mainstream senza pretese alte che non corre proprio per questo il rischio di essere sezionato ed analizzato nel dettaglio, quanto più goduto nel suo essere pane e salame: la posizione, poi, presa dagli autori che quasi sbeffeggiano senza neppure farne troppo mistero santoni, sette ed affini ha contribuito a trasformare, di fatto, un prodotto che consideravo già sull'orlo del baratro in una sorta di guilty pleasure di grana molto grossa perfetto per le cene ed al centro di uno dei nuovi tormentoni del Fordino: "Papà, cosa guardi?" "Ryan Hardy", ripetuto come al solito un paio di centinaia di volte.
Non nascondo, poi, di essere curioso di come verrà sviluppata la trama con i nuovi episodi, considerati il destino di Joe e la volontà di Hardy di allontanarsi da quello che, di fatto, è stato l'incubo più grande della sua vita: e l'ombra del dubbio che Carroll abbia ragione, e che, di fatto, loro siano due facce della stessa moneta separate solo da una differente morale, mi fa pensare che il confronto sia solo all'inizio delle sue potenzialità.
Ed ora che ho ridimensionato le ambizioni e la portata della produzione di Kevin Williamson, sono perfettamente pronto a scoprirle anche io.




MrFord




"I, I follow, I follow you
deep sea, baby, I follow you
I, I follow, I follow you,
dark doom, honey. I follow you
he a message; I'm the runner.
He's the rebel; I'm the daughter waiting for you.
you're my river running high.
Run deep. Run wild."
Lykke Li - "I follow rivers" - 





mercoledì 21 ottobre 2015

Black mass - L'ultimo gangster

Regia: Scott Cooper
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 122'





La trama (con parole mie): a partire dalla seconda metà degli anni settanta James "Whitey" Bulger, piccolo boss di Boston, grazie ad un accordo con l'agente FBI nonchè suo amico d'infanzia John Connolly, conquista un potere sempre maggiore che finisce per andare ben oltre i confini della città.
Nonostante l'ascesa in politica del fratello Billy e le tragedie che colpiscono la sua famiglia, Bulger prosegue nella sua carriera alternando strategia e violenza efferata, costruendo un impero che l'FBI stessa impiegherà anni a smantellare e che avrà una parola fine soltanto quando, con gli Anni Zero ormai suonati, dopo oltre un decennio di latitanza, il vecchio Whitey verrà finalmente arrestato.
Ma la sua storia ha sfumature che ognuno dei suoi vecchi compagni e collaboratori finisce per rendere più ricche e terribili.









I crime movies, con le loro storie epiche, dolenti e terribili di ascese vertiginose ed inevitabili cadute sono stati una parte fondamentale della formazione del sottoscritto da cinefilo, dalle grandi epopee scorsesiane di Quei bravi ragazzi e Casinò ai cult Scarface e Carlito's Way, passando attraverso la saga de Il padrino, Melville e la produzione orientali: il fatto, forse, di aver sempre pensato che, se fossi nato in un contesto sociale differente, forse questa sarebbe stata la mia strada, ha sempre contribuito ad aumentare il fascino di figure controverse, oscure e senza dubbio ben oltre i confini della socialità per come la viviamo ogni giorno.
L'ultimo lavoro di Scott Cooper - da queste parti apprezzato sia per Crazy heart che per il successivo Out of the furnace - rientra perfettamente nel filone, è molto scorrevole e godibile, confezionato più che discretamente e vanta un cast importante ed il grande merito di aver riportato Johnny Depp a livelli quantomeno interessanti dopo i recenti, disastrosi exloit commerciali - Mortdecai su tutti -: racconta, inoltre, la vicenda di uno dei boss più tosti e terrificanti di South Boston, James "Whitey" Bulger, che per quasi un ventennio dominò la scena irlandese della città e fino a pochi anni fa risultava ancora latitante ed inserito nella lista dei criminali più pericolosi ricercati dall'FBI.
Peccato che, nonostante la confezione artigianalmente ben realizzata ed una vicenda che qui al Saloon, di fatto, gioca in casa, il risultato sia solo di medio livello, e Black Mass non manifesti la scintilla in grado di elevare un film allo status di cult o quantomeno di visione imperdibile per una stagione cinematografica: in particolare, ho trovato la sceneggiatura piuttosto elementare, lineare nel cercare di focalizzarsi sugli eventi principali della carriera di Bulger senza però, di fatto, approfondire nulla, rimanendo in superficie piuttosto che regalare al prodotto lo spessore necessario perchè lo stesso possa avere possibilità di rimanere davvero impresso nella memoria del pubblico: dall'appena accennata differenza tra il Bulger padre ed il Bulger boss al dramma della perdita dell'unico figlio, fino alle sfumature praticamente azzerate dei comprimari e co-protagonisti, molto spesso tagliati con l'accetta, si ha di fatto l'impressione di aver assistito ad un compitino molto ben svolto privo, però, del carattere e della grinta necessari per guadagnarsi un posto al sole.
Un passo indietro, dunque, per Cooper, che si conferma onesto artigiano ma poco più, e per il sempre celebratissimo Benedict Cumberbatch, appiattito come la pellicola, mentre oltre a Depp si difendono molto bene il giovane Jesse Plemons, la conferma Peter Sarsgaard e l'insospettabile Joel Edgerton, che ho sempre considerato un vero cane mentre in questo caso regala fisicità e spessore al personaggio forse più oscuro e viscido della pellicola, il bieco John Connolly, paradossalmente più detestabile del violento e pericolosissimo Bulger, che quantomeno resta fedele al suo ruolo ed a se stesso.
Solo qualche spunto, comunque, rispetto ad una potenzialità che, probabilmente, nelle mani di un regista e di uno sceneggiatore più consistenti avrebbe potuto trasformare Black Mass in una di quelle chicche destinate a formare una generazione di spettatori: visione alle spalle, invece, si ha soltanto l'impressione di aver assistito ad uno spettacolo buono come riempitivo da rispolverare di tanto in tanto per passare un pò di tempo con la sicurezza di cadere in piedi.
Troppo poco, però, per rendere davvero il concetto di "Black mass".
E secondo me, troppo poco anche per un personaggio come quello di James Bulger.
Che, dovesse mai assistere a questo spettacolo, potrebbe non essere così soddisfatto.
E non è mai un buon affare, scontentare il vecchio Whitey.




MrFord




"But in the end, baby
long towards the end of your road
don't reach out for me, babe
'cause I'm not gonna carry your load
but I'll live on and I'll be strong
'cause it just ain't my cross to bear."
The Allman Brothers Band - "It's not my cross to bear" - 





lunedì 23 settembre 2013

Mystic river

Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno: 2003
Durata:
138'




La trama (con parole mie): Jimmy, Sean e Dave sono tre amici figli della Boston dei quartieri popolari. Un brutto giorno, mentre giocano per strada, vengono approcciati da due finti poliziotti che si portano via Dave, che per quattro giorni attraversa l'Inferno prima di riuscire a fuggire e mettersi in salvo.
Passano vent'anni, e le vite dei tre sono quanto di più diverso possa esserci: Jimmy, boss in erba finito in carcere e rimessosi in riga per doveri da padre, è il gestore di un negozio; Sean è un detective della Polizia di Stato che spera nel ritorno della moglie che lo chiama senza parlare ogni giorno, fuggita da lui e da una vita che non le piaceva; Dave è padre di un figlio che spera possa diventare, come lui, una promessa del baseball, è semidisoccupato e non ha mai superato il trauma che lo segnò da giovane.
Quando la figlia maggiore di Jimmy, Kathy, viene brutalmente uccisa, i destini dei tre vecchi amici tornano ad incrociarsi: e mentre il Mystic grida vendetta per il sangue versato ed il passato torna a chiamare i protagonisti della storia, per quei ragazzini divenuti uomini non resterà che fare i conti con il Destino.




"Non amerò mai nessun'altra così. Certe cose capitano soltanto una volta nella vita."
"Per alcuni neppure quella."
Così il detective Sean Devine risponde a Brendan Harris, sconvolto dalla morte della sua fidanzata e promessa sposa Kathy Markum, figlia di Jimmy, suo amico d'infanzia.
"Quando hai visto per l'ultima volta Dave Boyle?"
"E' stato venticinque anni fa, in questa strada, sul sedile posteriore di quella macchina."
Questo, invece, è l'epitaffio che si scrive per una vicenda drammatica e terribile, che per i protagonisti di questa storia ha inizio in un pomeriggio come gli altri, nel pieno di quello che dovrebbe essere il periodo con meno pensieri della nostra vita, l'infanzia.
E' una storia di padri e di figli, Mystic river, di vittime, di vampiri e lupi mannari.
Ci sono Sean, con una figlia che non ha mai conosciuto, ed una moglie che è fuggita, un senso della Giustizia che possa portarlo lontano dai quartieri popolari della Boston in cui o sei un operaio o un delinquente, Dave, che a mezza voce sostiene un figlio con poca fiducia in se stesso e continua ad avere paura, e Jimmy, il duro del gruppo, che ha rinunciato alla sua corona di re del quartiere per amore della stessa bambina che finisce per essergli portata via, neanche avesse un conto in sospeso con i piani alti.
Gli stessi che devono aver spedito all'Inferno chi stava sul sedile davanti a Dave, il giorno in cui lo rapirono.
Ci sono i padri e i figli. Le vittime, i vampiri e i lupi mannari.
E tre nomi scritti nel cemento fresco, che possano rimanere per sempre.
Peccato che quella formula da finale perfetto non si applichi a questo mondo fatto di ombre e fiumi testimoni silenziosi: sul fondo, quasi fosse una voce spezzata, uno degli stessi rimane a metà.
Incompiuto, violato, destinato a non farcela.
"Se fossi salito io su quella macchina, non avrei mai potuto corteggiare Marita, e Kathy non sarebbe mai nata, e nessuno l'avrebbe ammazzata", ammette Jimmy di fronte a Sean.
A volte il Destino che ci salva, è lo stesso che ci toglie il bene più prezioso.
E' difficile guardare Mystic river e rimanere indifferenti: questo perchè dietro la potenza clamorosa di questo lavoro pressochè perfetto c'è talmente tanta umanità da rimanerne quasi disgustati.
E' difficile guardare Jimmy e pensare che, nella sua stessa situazione, non si sarebbe disposti ad uccidere chi ha tolto la vita - o chi pensiamo possa averlo fatto - a nostra figlia.
E' difficile guardare Sean e pensare che, nella sua stessa situazione, non si sarebbe disposti a fare un passo indietro, per poter pareggiare - o pensare di farlo - il conto con tutto quello che ci viene tolto ogni giorno.
E' difficile guardare Dave e pensare che, nella sua stessa situazione, non si sarebbe disposti a sconfiggere quei lupi mannari pronti a divorare gli innocenti.
"E voi quando avete intenzione di smettere?"
"Intendi diventare onesti!? Noi!? Siamo pipistrelli, Dave, abituati alla notte. Il giorno è fatto per dormire."
Così i temibili fratelli Savage intrattengono proprio Dave, in attesa di un confronto decisivo voluto dal loro vecchio capo ritrovato nonchè suo amico d'infanzia, Jimmy.
Mystic river è il fiume pronto a mondarci da tutti i nostri peccati, o almeno a provarci.
Il vecchio Clint l'aveva già raccontata, la miseria umana - e americana -, in un modo semplice e terribile che il titolo rendeva chiarificatore: Unforgiven, senza perdono - Gli spietati, qui da noi, ma non rende abbastanza l'idea -.
E quel finale durante la parata è quanto di più devastante si possa pensare, in materia di uomini.
Padri e figli.
Vittime.
Vampiri e lupi mannari.
Jimmy, Sean e Dave sono tutti padri. E tutti finiscono per perdere qualcosa.
Ma non sono tutti vittime. Non sono tutti Kathy. Tranne Dave.
E poi ci sono i vampiri, e i lupi mannari.
Di quelli è pieno il mondo, anche quando non riusciamo ad accorgerci della loro presenza.
Anche quando vivono accanto a noi.
Anche quando si mascherano da agnelli.
Non c'è una parte da cui stare: una moglie disperata, la felicità che ci fa voltare le spalle, la presa di coscienza di una Natura che un amore troppo grande - da "uniche persone al mondo" - aveva tenuto lontana.
Ognuna di esse nasconde dei peccati.
Come il Mystic, pronto a lavarli via.
Ma è difficile, impossibile cancellare il sangue.
Quello del legame tra un padre ed un figlio.
Quello versato dalle vittime.
Quello bevuto dai vampiri e dai lupi mannari.
Il sangue è per sempre.
Come quei nomi scritti nel cemento.
Jimmy, Sean, Dave.
Fino a quando il Destino ha voluto che uno rimanesse a metà.


MrFord


"I'm shipping up to boston whoa
I'm shipping up to boston whoa
I'm shipping up to boston whoa
I'm shipping off... To find my wooden leg."
Dropkick Murphys - "I'm shipping up to Boston" -


 

martedì 17 settembre 2013

R. I. P. D. - Poliziotti dall'Aldilà

Regia: Robert Schwentke
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
96'




La trama (con parole mie): Nick, poliziotto non proprio pulito di Boston recentemente passato a miglior vita per mano del suo ancora più sporco collega Hayes, viene reclutato per entrare a far parte del R. I. P. D., dipartimento di agenti con il compito di stanare nell'Aldiquà quelle anime fuggite al Giudizio eterno.
Affiancato al ruvido cowboy Roy, l'ex sbirro si ritroverà ad imparare in fretta le regole della sua nuova condizione in tempo per sventare un piano dei fuggitivi che avrebbe il compito di aprire un varco che riporterebbe sulla Terra i morti: inaspettatamente, a capo di questo progetto apocalittico ed oscuro Nick ritroverà il responsabile del suo trapasso.




A volte capita - spesso, fortunatamente per noi comuni mortali costretti a fare fronte quotidianamente alle menate della vita - di incontrare titoli assolutamente senza pretese - e senza particolari qualità - in grado di sollevarci dalla briga del pensiero regalando ai neuroni - pochi o tanti che siano - un intervallo dalla loro attività.
E' il caso di Poliziotti dall'Aldilà, pellicola firmata dallo stesso Robert Schwentke di Red che vede protagonisti il cane maledetto Ryan Reynolds ed il coriaceo fordiano Jeff Bridges, che per noi vecchi lupi di mare è sempre un piacere vedere nel ruolo del cowboy tutto d'un pezzo: il film in se non dice certo nulla di nuovo, e rappresenta il tipico giocattolone nato ad uso e consumo del 3D come molti altri blockbuster usciti negli ultimi anni, e mantiene l'impronta quasi ludica di Men in black richiamando il ben più interessante Sospesi nel tempo, che ancora oggi molti finiscono per snobbare - sbagliando di grosso, direi -.
Eppure, nonostante si tratti praticamente di una robetta da nulla, il titolo funziona, distrae, diverte - grazie anche e soprattutto agli scambi da piena amicizia virile tra i due protagonisti - e non si fa affatto volere male per l'ora e mezza di durata, finendo per assumere pienamente e senza mire più alte le vesti di intrattenimento senza alcun impegno: a volte si ha bisogno anche di pellicole così, buone per il pomeriggio del giorno di riposo o da accompagnare ad una visione distratta, dai temi ormai triti e ritriti ma presentati con la giusta dose di panesalamismo che da queste parti guadagna sempre punti.
Chiarito tutto questo, onestamente consiglierei la visione di R.I.P.D. in lingua originale principalmente per l'ottimo lavoro svolto sulla pronuncia di Bridges, che seppur guidato dal portafoglio verso un'operazione di questo tipo - al pari di Kevin Bacon - mostra una professionalità ed una voglia di divertirsi notevoli - decisamente più di Kevin Bacon -: per il resto aspettatevi tutto quello che probabilmente già avrete finito per aspettarvi guardando il trailer, ovvero una baracconata con effetti che paiono un ibrido tra il digitale e l'analogico molto fumettosa con i due eroi spesso e volentieri intenti ad agire fuori dagli schemi e dalle regole, il classico cattivo senza possibilità di redenzione, la damigella in pericolo, un cocktail tra vendetta, sovrannaturale, amore e humour ed il gioco è fatto.
Senza dubbio agli occhi dei puristi del Cinema o agli amanti delle sole visioni d'autore un titolo come questo assumerà le sembianze di una sorta di aborto della settima arte, robaccia buona per le masse pronte a prendere d'assalto i centi commerciali nel week end, eppure anche film di questo tipo hanno la loro dignità, se pronti a prendersi il ruolo giusto nel gioco: e senza dubbio, R.I.P.D. riesce in quest'impresa senza farsi troppi problemi, azzeccando un paio di trovate decisamente divertenti - la percezione fisica che i viventi hanno dei poliziotti venuti dall'altro mondo su tutte - e girando ad una velocità sostenuta, come è giusto che sia per tutto quello che vuole arrivare ad essere considerato la sacrosanta ricreazione quotidiana, neanche fossimo tornati ai tempi della scuola.


MrFord


"It's been a month or two since I was sleepin' with you
I'm comin' home again
I've been to east and west, but baby I like best
the road that leads to you."
Kiss - "Comin' home" - 


giovedì 25 luglio 2013

The following - Stagione 1

Produzione: FOX
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 15



La trama (con parole mie): Ryan Hardy è un ex agente dell'FBI specializzato nella caccia ai serial killer ormai "in pensione" da una manciata d'anni, a seguito dei traumi fisici e mentali che la cattura dello spietato Joe Carroll ha lasciato su di lui prima che fosse finalmente incarcerato.
Quando lo stesso serial killer, supportato da una vera e propria "famiglia allargata" di seguaci pronti a tutto per lui riesce ad evadere, Hardy viene richiamato in modo che possa consegnarlo una volta ancora alla Giustizia: in realtà è lo stesso Carroll a volere un rinnovato confronto con il suo antagonista, spinto dal desiderio di scrivere un nuovo capitolo - se non addirittura un romanzo intero - della loro storia di rivali.
Per Hardy inizierà una caccia che presto si trasformerà in un vero e proprio incubo per l'agente, i suoi colleghi, gli States nonchè per l'ex moglie di Carroll - della quale Ryan è innamorato - e suo figlio, il piccolo Joey.





Film, serie tv, romanzi che abbiano come cornice un'ambientazione legata a serial killer, morti ammazzati e chi più ne ha, più ne metta, sono di norma molto ben accetti in casa Ford, forti del fatto di rappresentare una di quelle categorie in grado di mettere d'accordo il sottoscritto e Julez senza dover necessariamente ricorrere al compromesso come capita con il Cinema d'autore o un certo tipo di musica - un nome su tutti, Tom Waits -.
Accanto ai consueti Criminal minds e Jo Nesbo, dunque, devo ammettere che l'arrivo di una grossa e pubblicizzatissima produzione come The following aveva creato un certo hype qui al Saloon, nella speranza che lo stesso si potesse tradurre in una serratissima caccia/confronto tra l'agente Hardy - Kevin Bacon, altro attore molto ammirato da queste parti - e l'assassino seriale Joe Carroll - un molto, molto meno ammirato James Purefoy - in grado di tenerci praticamente inchiodati allo schermo.
Il risultato è stato decisamente più deludente - o diludendo, per usare un termine ormai mitico - di quanto non si presentasse sulla carta e non fosse stato spinto dalla massiccia campagna pubblicitaria della Fox, che ha presentato il prodotto di Kevin Williamson neanche si trattasse di una sorta di versione tv de Il silenzio degli innocenti: certo, la confezione è buona, il cast - Purefoy a parte - discreto, la tensione regge e la curiosità stuzzica, eppure il risultato pare più simile ad una sorta di improbabile affresco nello stile di Harper's Island - altra robetta spacciata per grande thriller uscita qualche stagione fa - che non ad un'opera da mozzare il fiato come sono state, in sala, il già citato Il silenzio degli innocenti, Manhunter o Zodiac.
Se, dunque, da un lato la questione della setta di seguaci di Carroll, unita alla devozione per il killer e alle azioni perfettamente coordinate intriga e suscita riflessioni importanti sul controllo che esercitano - ed hanno esercitato, vedasi Charles Manson - figure dubbie ma oltremodo carismatiche su menti più influenzabili e ne escano personaggi sfaccettati e ben scritti come quello di Emma - braccio destro di Joe -, dall'altro spesso e volentieri si sfiora la quasi fantascienza per la facilità con la quale i suddetti followers Carrolliani riescono a tenere in scacco le forze dell'ordine, o si inciampa in dettagli poco curati - cellulari triangolati solo ed esclusivamente quando serve alla risoluzione della trama, il problema di alcolismo di Hardy già dimenticato alla seconda puntata, l'utilizzo di figure decisamente troppo sopra le righe come la vicina di casa nonchè ex dello stesso Ryan - che, fondamentalmente, finiscono per minare la credibilità del risultato finale.
Un peccato, perchè se si fosse puntato meno sulle scene madri - l'inutilmente troncato e sopra le righe season finale - e più sulle sfumature convincenti - i personaggi di Roderick e Jacob, in assoluto i più interessanti tra i seguaci della setta, l'ossessione di Hardy per Carroll ed il rapporto con sua moglie - il risultato sarebbe stato senza dubbio ricordato non tanto come l'ennesima sparata delle major del piccolo schermo ma come una produzione di qualità autoriale in grado di solleticare paure ed inquietudini con potenzialità da blockbuster.
Nonostante tutto, comunque, in casa Ford si continuerà a seguirlo anche il prossimo anno, nella speranza che, come fu per American Horror Story, ad una prima stagione decisamente al di sotto delle attese segua una seconda in grado di lasciare a bocca aperta: in caso contrario, nonostante i morti ammazzati ed i killer siano pane per i denti degli occupanti del Saloon, non avrò certo difficoltà a destinare Ryan Hardy ed i suoi tormenti al limbo dei serial abbandonati senza troppi patemi d'animo.
Nel frattempo, nonostante mantenga alta la guardia, cerco di essere ottimista e di credere che il meglio di e per The following debba ancora venire, e che l'eredità di Joe Carroll ed il suo impatto sulle vite di Ryan, Claire ed il piccolo Joey si sia fatto sentire solo in superficie.



MrFord



"Hey, I ain't never coming home
hey, I'll just wander my own road
Hey, I can't meet you here tomorrow 
say goodbye don't follow
misery so hollow."
Alice in chains - "Don't follow" - 


domenica 4 marzo 2012

Echi mortali

Regia: David Koepp
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 99'



La trama (con parole mie): Tom Witzky, un operaio quarantenne con ambizioni musicali mai realizzate, si è appena trasferito in un nuovo quartiere di Chicago con la moglie incinta Maggie ed il figlioletto Jake.
Ad una festa per conoscere i vicini viene ipnotizzato dalla cognata, rivelandosi particolarmente ricettivo a pratiche di questo genere.
L'avvenimento "apre le porte della percezione" dell'uomo, che comincia ad avere inquietanti visioni legate ad un omicidio che sarebbe avvenuto proprio nella loro nuova casa: la ragazza che le popola - e che lo stesso Tom scopre essere in contatto anche con il figlio - pare intenzionata a fare di tutto affinchè venga fatta luce su quello che le è capitato.
Peccato che i segreti che i Wizky porteranno alla luce del sole - in tutti i sensi - potrebbero costare loro la vita.



Ci sono alcuni titoli che, pur essendo ben lontani dall'originalità sfrenata e privi del guizzo che possa far superare la linea di demarcazione tra un'opera "di passaggio" ed una destinata a colpire gli spettatori nel profondo, risultano assolutamente godibili ed onesti, in grado di regalare il giusto intrattenimento nelle serate prive di novità appena uscite o qualche scommessa autoriale più o meno nota: Echi mortali è un esempio perfetto della categoria.
Scritta e diretta dal mestierante David Koepp - regista del recente Ghost town e sceneggiatore di pellicole come Spider Man, Jurassic Park, Carlito's way, Omicidio in diretta ed il primo Mission impossible - ed ispirata da un romanzo del grande Richard Matheson - autore di Io sono leggenda, quella meraviglia letteraria  deturpata non troppi anni fa dall'agghiacciante film con protagonista Will Smith -, questa pellicola si presenta come un funzionale thriller legato al sovrannaturale nello stile de Il sesto senso, privo di velleità particolarmente autoriali - nonostante le visioni di Tom, girate sei fotogrammi al secondo, risultino tutto sommato interessanti - eppure pane e salame al punto giusto per regalare un paio di momenti di buona tensione ed una serata da relax e divano in casa Ford, dove non ci si tira mai indietro rispetto ad una visione potenzialmente spaventosa - anche se non è questo il caso - con qualche morto ammazzato di mezzo.
La morale è molto simile a quella dell'esordio di Shyamalan - con la realtà che finisce per fare una figura pessima rispetto all'altro mondo -, le riflessioni - pur se non alte - si fanno sentire ed il cast - escluso Kevin Bacon, privo si superstar e costituito principalmente da caratteristi visti spesso e volentieri nell'ambito del Cinema Usa - funziona: nulla che faccia gridare al miracolo, dunque, ma certamente una visione da riscoprire rispetto a prodotti simili e certamente meno interessanti - per non dire schifezze abominevoli - che spesso e volentieri intasano le sale.
Gli echi di Shining e di Poltergeist si fanno sentire, così come la pesante eredità dei "bambini spaventosi" nel Cinema: certo, il Capolavoro di Kubrick e l'ottimo lavoro di Tobe Hooper - da non confondere con il Tom Hooper del soporifero Il discorso del re - sono di tutt'altra caratura, e Koepp - che, questo bisogna riconoscerlo, lo sa bene e non fa nulla per nasconderlo - si avvicina più all'appena guardabile Insidious, specie nella gestione del rapporto tra padre e figlio, eppure tutto funziona e i cento minuti scarsi scorrono agevolmente, senza insinuare il dubbio che si sia sprecato il tempo della visione.
Direi che, calato il sipario, questo è già molto di quello che potremmo chiedere ad un Cinema completamente d'intrattenimento come questo.


MrFord


"Strangers passing in the street
by chance two separate glances meet
and I am you and what I see is me
and do I take you by the hand
and lead you through the land
and help me understand the best I can."
Pink Floyd - "Echoes" -

mercoledì 26 ottobre 2011

Super

Regia: James Gunn
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 96'



La trama (con parole mie): Frank Darbo è un uomo finalmente felice. Dopo una vita da sfigato ai margini, infatti, ha trovato la sua anima gemella - la bella Sarah - ed è convolato a nozze, ed ora può alzarsi ogni mattina pensando e ripensando al giorno del fatidico "sì" e a quando aiutò un poliziotto a dare la caccia ad un borseggiatore.
Peccato che, dietro l'angolo, il destino sia pronto a riservare un tiro mancino al nostro: il piccolo criminale locale Jacques, infatti, seduce Sarah e scrive la parola fine al matrimonio di Frank, che, abbattuto e deluso, si rifugia nel fumetto e nel progetto di darsi al supereroismo elaborando l'identità di Crimson Bolt, il nuovo paladino della giustizia armato di chiave inglese.
Con difficoltà più o meno sormontabili, l'uomo comincia a farsi un nome per le strade della città, fino a quando la giovane commessa della fumetteria Libby non scopre la sua identità e decide di diventarne la spalla: a quel punto i due alleati saranno costretti a dare fondo a tutte le loro risorse per affrontare Jacques e i suoi scagnozzi.



Ormai una cinquantina e più d'anni fa, Stan Lee rivoluzionò il mondo del fumetto introducendo la caratteristica che sarebbe divenuta la chiave di volta di questa parte del mondo delle nuvole parlanti: quello del "supereroe con superproblemi". 
Dall'Uomo Ragno agli X-Men, nacquero così uno dopo l'altro personaggi che, per la prima volta, non erano schiacciasassi tutti d'un pezzo come Superman, bensì uomini e donne comuni d'improvviso alle prese con problematiche legate ad una natura in grado di renderli unici e, in una certa pericolosa misura, speciali.
Allora l'idea di una trasposizione cinematografica di uno qualsiasi di questi charachters era praticamente impensabile, e forse neppure lo stesso Lee pensava che scelte come quella di Peter Parker di lasciar fuggire il rapinatore che avrebbe poi tolto la vita al suo adorato Zio Ben avrebbero costituito uno standard con il quale ogni supereroe avrebbe dovuto confrontarsi: il tempo è passato, con gli anni abbiamo assistito ad avvenimenti da restare a bocca aperta - la morte e la resurrezione di Superman, le molteplici vicissitudini di Batman, il clone dell'Uomo Ragno - e visto passare sul grande schermo versioni finalmente degne di questo nome delle avventure degli eroi in calzamaglia che nel corso della nostra - o almeno mia - storia di lettori di fumetti abbiamo immaginato migliaia di volte di vedere resi anche in sala. 
Tanto da giungere ad una sorta di eccesso dalla parte opposta.
Così, ai tradizionali "supereroi con superproblemi" si sono aggiunti quelli improvvisati, capeggiati dall'ottimo Kick Ass, una delle cose migliori che il genere abbia riservato al pubblico negli ultimi anni.
Tutto questo, per arrivare a Super.
Onestamente, ho sempre pensato che James Gunn fosse un regista poco più che insulso - nonostante la fama consolidata che lo stesso mantiene rispetto al pubblico di nicchia - e quando sentii parlare di questo film pensai che si sarebbe rivelata la versione scopiazzata ed imbolsita dell'appena citato Kick Ass.
Al contrario di ogni mia nefasta previsione, invece, il lavoro con protagonisti gli ottimi Rainn Wilson ed Ellen Page - senza dimenticare Kevin Bacon - risulta una delle sorprese migliori dell'ultimo periodo, partendo neanche fossimo nel pieno dell'atmosfera grottesca di Scott Pilgrim per poi scivolare lentamente in una sorta di versione coloratissima da allucinogeno di un noir senza speranze, violento e terribile, e virare clamorosamente nel melò con una delle conclusioni più belle che un film di questo tipo abbia mai regalato all'audience.
La mia potrebbe sembrare una posizione addirittura esagerata, eppure non riesco davvero a non premiare il coraggio mostrato da Gunn portando sullo schermo uno sfigato totale che decide, tramite la maschera di Crimson Bolt, di applicare la vendetta personale alla giustizia nel senso "fumettistico" del termine, arrivando a tratti ad essere addirittura eccessivo in senso opposto, se non quasi psicopatico - l'aggressione al tizio che salta la fila al Cinema, o quella ai danni del giovane forse colpevole di aver rigato la macchina di un'amica della sua spalla Libby, interpretato dal Matt Saracen di Friday Night Lights -, per non parlare del rapporto tra Frank e la suddetta Libby, che porta a galla quelle che furono, ai tempi, le ipotetiche tensioni sessuali rispetto al rapporto tra Batman e Robin nel pieno dell'epoca maccartista.
Inoltre, le numerose riflessioni suscitate e mosse dal concetto del supereroe assumono dimensioni differenti e sempre più profonde con il passare dei minuti, passando dalle risate quasi di compatimento della prima parte alla silenziosa commozione del finale, una perfetta sintesi dell'accettazione della perdita emotiva - e fisica - di una persona amata nonchè una sorta di elogio del "molto piccolo", che potenzialmente potrebbe crescere e diventare qualcosa di clamorosamente grande ed unico per il mondo come una nuova vita - e più - consegnata alla Storia.
Perchè, in fondo, cos'è un eroe? Chi è che si nasconde dietro la maschera ed il costume sgargiante?
La fortuna degli Spider Man di allora fu data, di fatto, proprio dal loro essere umani ed imperfetti, tanto da stimolare la curiosità dei lettori rispetto a quello che accadeva quando il costume finiva sotto i vestiti civili, o "tra una vignetta e l'altra" l'eroe di turno aveva tutto il tempo di annoiarsi nell'attesa che un crimine potesse essere sventato.
Perchè cos'è, in fondo, un eroe? Per Sarah ed il suo futuro sarà Frank, molto prima e molto più di Crimson Bolt. 
La stessa Libby, anche in costume, non esiterà neppure un secondo a continuare a chiamarlo proprio Frank.
Essere un eroe non significa essere perfetti.
Essere un eroe non significa essere giusti.
Essere un eroe significa fare il più perfettamente possibile quello che crediamo potrà essere giusto.
Non necessariamente per noi, e sempre con l'idea che possa esserlo per le persone per cui lo facciamo.
In questo senso, Frank diventa il padre di quelli che potranno essere tutti i figli di Sarah.
In questo senso, gli eroi che ci formano, ci salvano e ci consegnano il futuro, superproblemi ed imperfezioni comprese, sono proprio i genitori.
Che fanno di tutto perchè noi, un giorno o l'altro, si possa essere eroi anche più grandi di loro.

MrFord

"I, I will be King
and you, you will be Queen
though nothing will drive them away
we can be heroes just for one day
we can be us just for one day."
David Bowie - "Heroes" -


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