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mercoledì 23 agosto 2017

The Following - Stagione 3 (Fox, USA, 2015)




Qualche anno fa, ai tempi dell'uscita del pilota di The Following, ricordo quanto clamore suscitò la proposta di Kevin Williamson con protagonista Kevin Bacon legata al mondo dei serial killer: personalmente, e da appassionato del genere, rimasi piuttosto tiepido nel corso della visione della prima stagione, decidendo di abbandonare la proposta in attesa di momenti di magra che ne veicolassero il recupero: quando, anni dopo, la seconda stagione giunse sugli schermi del Saloon, fu una vera sorpresa, considerati ritmo, tensione e perfino un James Purefoy - che ho sempre detestato - in ruolo e carismatico quanto bastava per rappresentare la nemesi del protagonista, l'agente Ryan Hardy interpretato dal già citato e decisamente più blasonato Kevin Bacon.
Con questa terza - ed ultima - stagione, il focus dell'azione e del prodotto cambia nuovamente, ponendosi idealmente tra la prima e la seconda in termini di resa finale e proponendo una nuova versione sia di Ryan Hardy - portato al limite, ed oltre, dai suoi nuovi e vecchi nemici - che di Joe Carroll, divenuto una sorta di coscienza oscura dell'agente: senza dubbio per chi è abituato - o tende alla ricerca di prodotti che li ricordino - a cose come Il silenzio degli innocenti o il Manhunter di Michael Mann la delusione può fare capolino ad ogni episodio, ma se approcciato come un serial principalmente d'intrattenimento - nonostante i temi trattati -, The Following finisce per rappresentare un buon modo per passare qualche serata scorrevole e senza impegno, un pò come quando, in spiaggia, si finisce per scegliere il thriller con morti a tutto spiano piuttosto che il classicone romantico a rischio pennica.
Certo, la cancellazione avvenuta a stagione già iniziata ed un finale forse troppo aperto - chissà che non meditino, un giorno, un ripescaggio di situazioni e personaggi - penalizzano la resa, ma nel complesso il prodotto si lascia guardare regalando di tanto in tanto anche momenti efficaci ed interessanti anche per veterani come noi Ford, che nuotiamo nell'oceano del genere "morti ammazzati" da parecchio tempo, che si parli di serie, Cinema o Letteratura.
Inoltre nel corso di quest'ultima season il lavoro di Williamson risulta interessante l'approccio a questioni morali ed etiche legate al lavoro degli agenti che seguono casi importanti e destabilizzanti come quelli dei serial killers, così come il dualismo tra Hardy e Carroll, due facce della stessa medaglia neppure si parlasse del sottoscritto e del Cannibale: l'interazione dei due nemici e la necessità che finiscono per avere l'uno per l'altro - sottolineata, tra l'altro, anche in lavori come Batman: the killing joke - e l'uno dell'altro avvince nonostante, di fatto, Carroll non rappresenti più una minaccia effettiva per Hardy, bensì, al contrario, quasi una spalla da sfruttare per poter neutralizzare la "nuova generazione" di psicopatici messa in moto dai protagonisti e dagli eventi delle stagioni precedenti.
Nulla che possa muovere a scrivere trattati o tesi, senza dubbio, ma qualcosa che, come era capitato anche al sottoscritto di fare con la prima stagione, finisce per non essere da sottovalutare.




MrFord




 

martedì 6 giugno 2017

Hap and Leonard - Stagione 2 (Sundance TV, USA, 2017)




Penso sia ormai risaputo quanto adori l'universo letterario di Joe Lansdale, ed in particolare quelle che sono le sue due creature più riuscite: Hap e Leonard.
Per anni - anche quando ho avuto l'occasione di chiacchierare direttamente con il loro padre letterario - ho sognato una serie che potesse vederli come protagonisti, magari proprio con una stagione dedicata ad ogni romanzo - cosa che sta avvenendo, fortunatamente -: lo scorso anno, ai tempi dell'uscita della season d'esordio, fui felice di vedere finalmente un prodotto ben confezionato dedicato ai nostri eroi giungere sullo schermo, meno delle scelte di casting, incentrate su James Purefoy - che non ho mai amato - e Michael Kenneth Williams - bravo, ma a mio parere troppo "piccolo" per rappresentare il tostissimo Leonard -.
Probabilmente, essendo stato un avido lettore delle loro avventure, ho finito per farmi condizionare molto dai particolari - nel ciclo di romanzi la storia comincia quando i due improvvisati detectives hanno più o meno trentacinque anni, e vedere due attori alle soglie dei cinquanta nei loro panni fa decisamente strano, ad esempio - frenando gli entusiasmi nonostante il primo ciclo mi avesse comunque discretamente soddisfatto: potrei dire quasi la stessa cosa rispetto a Mucho Mojo, peraltro il mio capitolo preferito delle avventure dei due amiconi, che mi sono goduto per ognuno dei suoi sei episodi nonostante l'ombra dell'opera originale abbia finito per incombere e non poco sugli stessi.
Ammetto, infatti, che mi mancano molto sia la componente comica che quella action delle pagine scritte - in quel caso, si ride tantissimo e i due amici picchiano neanche fossero ispiratori di una decina di action del periodo anni ottanta -, e che sia normale constatare un certo snellimento del plot in modo da non intasare troppo il prodotto - sei episodi sono effettivamente pochi, rimanendo sullo standard dei quaranta minuti -, ma ho cercato comunque di staccarmi dalla modalità "fan dei romanzi" in modo da non inquinare troppo la visione.
Il risultato mi ha ricordato il lavoro compiuto dagli autori sulla prima stagione e da Jim Minckle - tra questi - su Cold in July - sempre figlio della penna di Lansdale -: un prodotto ruvido e solido, pane e salame, onesto, che porta in scena un noir caldo e di pancia, racconta cose toste senza essere pesante e si presenta come qualcosa di fruibile e fresco, e perfino gli interpreti dei due protagonisti hanno iniziato a sembrarmi in parte - cosa non da poco, soprattutto per quanto riguarda Purefoy -.
Una visione, tra l'altro, perfetta per questi primi caldi, che avvince e lancia l'amo - come già fece lo scorso anno - rispetto a quello che è il romanzo più cupo della saga di Hap e Leonard, Il mambo degli orsi, che corrisponderà alla terza stagione già confermata: non si tratterà di una cosa potente come True Detective o Fargo, certo, ma Hap e Leonard ben rappresenta un genere considerato troppo spesso "di genere" e poco più nonchè un'occasione, per chi non conoscesse i romanzi che hanno ispirato il prodotto, per conoscere sempre meglio Hap Collins e Leonard Pine.
E credetemi, ne vale davvero la pena.




MrFord




 

giovedì 9 giugno 2016

Hap and Leonard - Stagione 1

Produzione: Sundance
Origine: USA
Anno:
2016
Episodi: 6








La trama (con parole mie): Hap Collins, obiettore di coscienza dalla mira infallibile ma contrario alle armi, e Leonard Pine, veterano del Vietnam nero, gay e repubblicano fino al midollo, sono amici fraterni fin dall'infanzia, e condividono tutto il possibile, dalla quotidianità ai lavori precari.
Quando Trudy, ex moglie di Hap nonchè responsabile delle scelte di quest'ultimo ai tempi del rifiuto alla leva, si fa viva per reclutare il buon Collins affinchè recuperi un'auto abbandonata nelle profondità del fiume Sabine contenente il bottino di una rapina andata male decenni prima, i guai per la coppia di amici si moltiplicano: i compagni d'impresa di Trudy, infatti, una banda di ex hippies indecisi se darsi al crimine o alla rivoluzione pacifista, paiono non riuscire a combinarne una giusta, e quando i nodi verranno al pettine e si scopriranno i reali scopi di tutti i partecipanti al gioco, Hap e Leonard scopriranno sulla pelle che attrarre guai non è proprio la miglior qualità che si possa avere.











Non so neppure da quanto tempo attendevo una trasposizione - soprattutto legata al piccolo schermo - delle avventure di Hap e Leonard, antieroi protagonisti di una serie di romanzi cult per il sottoscritto firmati dal mitico Joe Lansdale: ricordo quando, grazie al lavoro, ebbi l'occasione di passare una giornata con lui come suo accompagnatore nell'autunno del duemiladieci, in occasione dell'uscita di Devil Red, e parlammo proprio di quali attori avremmo visto bene nei ruoli dei due amici fraterni e detectives improvvisati che tanta fortuna hanno portato a lui e gioia al sottoscritto.
Personalmente, la scelta degli attori protagonisti è stata uno dei pochi punti dolenti della prima stagione di Hap and Leonard: ho sempre detestato, infatti, James Purefoy, ed ignorato bellamente Michael Kenneth Williams, entrambi non solo troppo vecchi per interpretare i due cercaguai almeno ai tempi di Una stagione selvaggia - primo romanzo della serie, che ha ispirato, giustamente, questa prima stagione -, ma anche meno tosti ed in forma di come vengono descritti i main charachters della saga sulla pagina.
Ma tant'è.
Jim Mickle, già autore della più che discreta trasposizione del lansdeliano Cold in July, riesce nell'impresa non facile di adattare lo spirito di questi due azzeccatissimi personaggi e portarlo sullo schermo seminando, nel corso dei sei episodi, anche più di un indizio rispetto a quello che accadrà - o dovrebbe accadere - alla coppia nel corso delle prossime stagioni, a partire dal finale che conduce dritti a Mucho Mojo, romanzo numero due della serie nonchè mio personale favorito.
Certo, non tutto calza - specialmente per chi, come il sottoscritto, ha fatto una vera e propria malattia della saga letteraria -, l'approccio dei protagonisti appare più malinconico che gigionesco - un tratto che si è cominciato a sentire solo con gli ultimi romanzi, considerato anche l'avanzare dell'età di Hap e Leonard, partiti proprio con Una stagione selvaggia intorno ai trentacinque ed ormai giunti ai cinquanta suonati -, i protagonisti non spaccano neppure lontanamente i culi quanto le loro versioni cartacee, il tono è decisamente più morbido e meno pulp, eppure i sei episodi scorrono che è un piacere, mantengono una certa ironia e tensione, regalano diverse chicche ed un'atmosfera molto southern al pubblico senza per questo escludere dall'equazione i pusillanimi come Cannibal Kid, che forse riusciranno ad immedesimarsi bene nei tormenti di Hap, nella complicata e caotica Trudy o nello psicotico Soldier, lasciando ai fordiani di turno il cazzuto Leonard e la quasi inarrestabile Angel - interpretata alla grande da una sempre convincente Pollyanna McIntosh -.
Il risultato è una (mini)serie disimpegnata, easy, torbida, ritmata e bagnata di sangue quanto basta per affascinare ed incuriosire anche tutti quelli non abituati alla materia o legati alla mitica saga firmata da Joe Lansdale, che può contare fan hardcore - sottoscritto compreso - in tutto il mondo, una raccolta di racconti e nove romanzi con protagonisti Hap e Leonard.
Sinceramente, spero proprio che il piccolo schermo possa regalare ai miei due non detectives preferiti la stessa fortuna: i quel caso, sarò pronto a sostenerli dal primo all'ultimo episodio.
Anche se dovessi specchiarmi nei visi stanchi, sporchi e malinconici di attori che neppure per sbaglio riescono a ricordare l'immagine di due tra gli action heroes che ho più amato nel corso della vita di lettore e non solo.





MrFord





"I'm a rollin stone all alone and lost
for a life of sin I have paid the cost
when I pass by all the people say
just another guy on the lost highway."
Hank Williams - "Lost highway" -







sabato 5 dicembre 2015

The Following - Stagione 2

Produzione: Fox
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 15






La trama (con parole mie): l'ex detective Ryan Hardy, archiviati i tragici eventi che lo hanno portato al confronto apparentemente definitivo con la sua nemesi, il serial killer Joe Carroll, ha cercato di lasciarsi alle spalle cicatrici, alcolismo ed ossessioni per quasi un anno quando, mascherati proprio da Carroll, misteriosi individui fanno irruzione nella metropolitana di New York per uccidere arbitrariamente passeggeri scelti in modo casuale.
E' l'inizio del ritorno di un incubo che vede Hardy trovarsi ai ferri corti con l'FBI e reclutato segretamente dalla CIA per dare la caccia non soltanto ad una nuova setta di psicopatici, ma anche al "redivivo" Joe, pronto a tornare a quello che l'ha reso noto dopo aver passato mesi nascosto nella campagna dell'Arkansas, prendendo il controllo di una setta e preparandosi ad un nuovo attacco al mondo.
Riuscirà Hardy a tenere testa alle numerose minacce e mantenere il suo equilibrio morale e mentale?










Ai tempi del debutto di The Following, serie pubblicizzata in pompa magna grazie alla presenza di Kevin Bacon nel ruolo di protagonista neanche si trattasse di una sorta di Se7en per piccolo schermo, ricordo quanto rimasi deluso dal risultato finale, complici una trama decisamente discutibile e la presenza di James Purefoy, uno dei canoidi meno sopportati dal sottoscritto: alle spalle quella delusione, pensai che non avrei neppure preso in considerazione l'idea di proseguire nella visione del prodotto, e dunque di lasciare la seconda stagione alla sola Julez per le sue sessioni di stiro.
A dispetto, invece, di quelle che erano le aspettative - bassissime - devo dire di essermi discretamente divertito a questo secondo giro di giostra del confronto tra l'agente Ryan Hardy ed il serial killer Joe Carroll, forse proprio perchè preparato ad affrontare non tanto un thriller serio, quanto una sorta di equivalente dei miei cari action senza pensieri trasportato nell'ambito dei "morti ammazzati", genere che in casa Ford funziona sempre parecchio.
Dunque, dal sempre tormentato Ryan Hardy di Kevin Bacon al sempre più gigioneggiante Joe Carroll di James Purefoy - che nella sua sfida alla religione ed alle sette ha quasi finito per starmi simpatico - i quindici episodi sono volati in gran scioltezza, tra improbabili epigoni dello stesso Carroll - di fatto, assistiamo all'ascesa ed alla caduta della versione femminile dello stesso Joe -, followers della nemesi del protagonista come se piovessero, evoluzioni di personaggi conosciuti nel corso della prima stagione - la riscoperta durezza del braccio destro di Hardy, interpretato da Shawn Ashmore - ed ottimi nuovi comprimari - i gemelli folli Luke e Mark -, arrivando addirittura a farmi salire un certo hype per la stagione numero tre, trainata ovviamente da un finale aperto per questa seconda.
In questo senso, The Following ha reso benissimo l'idea del prodotto mainstream senza pretese alte che non corre proprio per questo il rischio di essere sezionato ed analizzato nel dettaglio, quanto più goduto nel suo essere pane e salame: la posizione, poi, presa dagli autori che quasi sbeffeggiano senza neppure farne troppo mistero santoni, sette ed affini ha contribuito a trasformare, di fatto, un prodotto che consideravo già sull'orlo del baratro in una sorta di guilty pleasure di grana molto grossa perfetto per le cene ed al centro di uno dei nuovi tormentoni del Fordino: "Papà, cosa guardi?" "Ryan Hardy", ripetuto come al solito un paio di centinaia di volte.
Non nascondo, poi, di essere curioso di come verrà sviluppata la trama con i nuovi episodi, considerati il destino di Joe e la volontà di Hardy di allontanarsi da quello che, di fatto, è stato l'incubo più grande della sua vita: e l'ombra del dubbio che Carroll abbia ragione, e che, di fatto, loro siano due facce della stessa moneta separate solo da una differente morale, mi fa pensare che il confronto sia solo all'inizio delle sue potenzialità.
Ed ora che ho ridimensionato le ambizioni e la portata della produzione di Kevin Williamson, sono perfettamente pronto a scoprirle anche io.




MrFord




"I, I follow, I follow you
deep sea, baby, I follow you
I, I follow, I follow you,
dark doom, honey. I follow you
he a message; I'm the runner.
He's the rebel; I'm the daughter waiting for you.
you're my river running high.
Run deep. Run wild."
Lykke Li - "I follow rivers" - 





giovedì 25 luglio 2013

The following - Stagione 1

Produzione: FOX
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 15



La trama (con parole mie): Ryan Hardy è un ex agente dell'FBI specializzato nella caccia ai serial killer ormai "in pensione" da una manciata d'anni, a seguito dei traumi fisici e mentali che la cattura dello spietato Joe Carroll ha lasciato su di lui prima che fosse finalmente incarcerato.
Quando lo stesso serial killer, supportato da una vera e propria "famiglia allargata" di seguaci pronti a tutto per lui riesce ad evadere, Hardy viene richiamato in modo che possa consegnarlo una volta ancora alla Giustizia: in realtà è lo stesso Carroll a volere un rinnovato confronto con il suo antagonista, spinto dal desiderio di scrivere un nuovo capitolo - se non addirittura un romanzo intero - della loro storia di rivali.
Per Hardy inizierà una caccia che presto si trasformerà in un vero e proprio incubo per l'agente, i suoi colleghi, gli States nonchè per l'ex moglie di Carroll - della quale Ryan è innamorato - e suo figlio, il piccolo Joey.





Film, serie tv, romanzi che abbiano come cornice un'ambientazione legata a serial killer, morti ammazzati e chi più ne ha, più ne metta, sono di norma molto ben accetti in casa Ford, forti del fatto di rappresentare una di quelle categorie in grado di mettere d'accordo il sottoscritto e Julez senza dover necessariamente ricorrere al compromesso come capita con il Cinema d'autore o un certo tipo di musica - un nome su tutti, Tom Waits -.
Accanto ai consueti Criminal minds e Jo Nesbo, dunque, devo ammettere che l'arrivo di una grossa e pubblicizzatissima produzione come The following aveva creato un certo hype qui al Saloon, nella speranza che lo stesso si potesse tradurre in una serratissima caccia/confronto tra l'agente Hardy - Kevin Bacon, altro attore molto ammirato da queste parti - e l'assassino seriale Joe Carroll - un molto, molto meno ammirato James Purefoy - in grado di tenerci praticamente inchiodati allo schermo.
Il risultato è stato decisamente più deludente - o diludendo, per usare un termine ormai mitico - di quanto non si presentasse sulla carta e non fosse stato spinto dalla massiccia campagna pubblicitaria della Fox, che ha presentato il prodotto di Kevin Williamson neanche si trattasse di una sorta di versione tv de Il silenzio degli innocenti: certo, la confezione è buona, il cast - Purefoy a parte - discreto, la tensione regge e la curiosità stuzzica, eppure il risultato pare più simile ad una sorta di improbabile affresco nello stile di Harper's Island - altra robetta spacciata per grande thriller uscita qualche stagione fa - che non ad un'opera da mozzare il fiato come sono state, in sala, il già citato Il silenzio degli innocenti, Manhunter o Zodiac.
Se, dunque, da un lato la questione della setta di seguaci di Carroll, unita alla devozione per il killer e alle azioni perfettamente coordinate intriga e suscita riflessioni importanti sul controllo che esercitano - ed hanno esercitato, vedasi Charles Manson - figure dubbie ma oltremodo carismatiche su menti più influenzabili e ne escano personaggi sfaccettati e ben scritti come quello di Emma - braccio destro di Joe -, dall'altro spesso e volentieri si sfiora la quasi fantascienza per la facilità con la quale i suddetti followers Carrolliani riescono a tenere in scacco le forze dell'ordine, o si inciampa in dettagli poco curati - cellulari triangolati solo ed esclusivamente quando serve alla risoluzione della trama, il problema di alcolismo di Hardy già dimenticato alla seconda puntata, l'utilizzo di figure decisamente troppo sopra le righe come la vicina di casa nonchè ex dello stesso Ryan - che, fondamentalmente, finiscono per minare la credibilità del risultato finale.
Un peccato, perchè se si fosse puntato meno sulle scene madri - l'inutilmente troncato e sopra le righe season finale - e più sulle sfumature convincenti - i personaggi di Roderick e Jacob, in assoluto i più interessanti tra i seguaci della setta, l'ossessione di Hardy per Carroll ed il rapporto con sua moglie - il risultato sarebbe stato senza dubbio ricordato non tanto come l'ennesima sparata delle major del piccolo schermo ma come una produzione di qualità autoriale in grado di solleticare paure ed inquietudini con potenzialità da blockbuster.
Nonostante tutto, comunque, in casa Ford si continuerà a seguirlo anche il prossimo anno, nella speranza che, come fu per American Horror Story, ad una prima stagione decisamente al di sotto delle attese segua una seconda in grado di lasciare a bocca aperta: in caso contrario, nonostante i morti ammazzati ed i killer siano pane per i denti degli occupanti del Saloon, non avrò certo difficoltà a destinare Ryan Hardy ed i suoi tormenti al limbo dei serial abbandonati senza troppi patemi d'animo.
Nel frattempo, nonostante mantenga alta la guardia, cerco di essere ottimista e di credere che il meglio di e per The following debba ancora venire, e che l'eredità di Joe Carroll ed il suo impatto sulle vite di Ryan, Claire ed il piccolo Joey si sia fatto sentire solo in superficie.



MrFord



"Hey, I ain't never coming home
hey, I'll just wander my own road
Hey, I can't meet you here tomorrow 
say goodbye don't follow
misery so hollow."
Alice in chains - "Don't follow" - 


lunedì 19 marzo 2012

John Carter

Regia: Andrew Stanton
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 132'



La trama (con parole mie):  l'ex soldato confederato John Carter, alla ricerca di una vena d'oro che possa garantirgli la ricchezza, si ritrova catapultato grazie ad un rituale sconosciuto di un uomo in punto di morte su Marte, dove scopre diverse razze in lotta per prendere il sopravvento e dominare il pianeta.
Dapprima catturato e dunque divenuto un eroe per una stirpe di combattenti locali, John Carter diviene il simbolo del riscatto per la principessa Deja Thoris, nonchè speranza per Marte di sfuggire al dominio di Tardos Mors, controllato da una misteriosa setta di sacerdoti in grado di sfruttare la stessa sorgente di potere che ha portato John Carter sul Pianeta Rosso.
L'uomo, che inizialmente prende le distanze dalle diverse fazioni, finirà per innamorarsi della principessa e trovare una nuova casa.




Da un pò troppo tempo - per l'esattezza da Mission impossible: protocollo fantasma e, poco prima, Real steel - in casa Ford si sentiva la mancanza della presenza importante di una bella tamarrata ben costruita e realizzata, giocata tutta e senza ritegno sull'intrattenimento puro: fortunatamente, a rimediare a questo spiacevole inconveniente è arrivato di gran carriera John Carter, kolossal più che fracassone dalle rimembranze avatariane che è riuscito a coinvolgermi alla grande.
Andrew Stanton - già realizzatore dell'ottimo Alla ricerca di Nemo e dello splendido Wall-E -, sempre sotto l'ala protettrice di Mamma Disney, realizza la sua prima opera non animata condensando - a tratti decisamente troppo - il ciclo di romanzi firmato da Edgar Rice Borroughs dedicato ad un cavalleggero sudista trovatosi su Marte e divenuto da esule prigioniero un vero e proprio eroe con una propria dimensione, vita e futuro.
Nei panni del protagonista il certamente non espressivo eppure in casa Ford amatissimo - per diverse ragioni - Taylor Kitsch, già volto del mio favorito Tim Riggins nella magnifica serie Friday night lights, che, almeno fisicamente, non perde un colpo ed incarna benissimo un eroe che pare una versione maledetta del Dastan che un paio d'anni fa furoreggiò nella versione sempre targata Disney - anche quella apprezzatissima dal sottoscritto - di Prince of Persia.
Vicenda a parte - come già sottolineato, lo script risulta essere l'aspetto meno interessante dell'opera, considerata la mole di avvenimenti concentrati in due ore piene eppure a tratti davvero tagliati con l'accetta -, il resto è un ottimo condensato di western, avventura in stile Indiana Jones e fantascienza che abbraccia Star Wars come il già citato Avatar, senza contare un ottimo lavoro sui trucchi e gli effetti che compensa i costumi decisamente pacchiani che i protagonisti sfoggiano per tutta la durata della pellicola.
Non mancano anche l'ironia, componente fondamentale per ogni tamarrata che si rispetti, ed il ritmo, che nonostante la sceneggiatura a tratti nebulosa mantiene lo spettatore - anche quello meno attento - inchiodato alla poltrona dall'inizio alla fine, se non altro per cercare di capire cosa abbia portato John Carter al ritorno sulla terra e alle vicende mostrate nell'incipit, legato ovviamente al finale.
Niente che sia classificabile come "artistico" nel senso più alto del termine, dunque, ma certamente un ottimo blockbusterone da solido weekend in relax con bibitona e patatine, punto d'incontro giusto tra bambini e adulti nonchè espressione di un tipo di sci-fi che pare essersi - purtroppo - perso negli anni, graziato anche dal respiro della grande avventura: sequenze come la lotta nell'arena contro le scimmie bianche, i salti di John Carter appena arrivato su Marte - possibili grazie al contrasto con la gravità terrestre cui il protagonista è abituato e che lo rende una sorta di Superman sul suolo marziano - e tutte le sequenze legate agli alieni verdi sono notevoli, e in tutta questa sarabanda perfino il pessimo James Purefoy risulta quasi guardabile.
Un miracolo del genere, da solo, giustificherebbe la visione.
Ma se anche questo non bastasse, vi dico: gustatevelo come bambini, fino in fondo.
Con John Carter ci si diverte a colpo sicuro.


MrFord


"Sailors fighting in the dance hall
oh man! Look at those cavemen go
it's the freakiest show
take a look at the Lawman
beating up the wrong guy
oh man! Wonder if he'll ever know
he's in the best selling show
is there life on Mars?"
David Bowie - "Life on Mars?"


sabato 19 novembre 2011

Ironclad

Regia: Jonathan English
Origine: Uk/Usa
Anno: 2011
Durata: 121'



La trama (con parole mie): siamo nel pieno dei cosiddetti "secoli bui", nella Gran Bretagna dominata da Giovanni senza terra che, dopo aver firmato la Magna Carta, decide - con tanto di benedizione papale -, di ignorare gli accordi con popolo e nobiltà e tornare alla carica sfruttando un esercito di temibili mercenari danesi assalendo il castello di Rochester, snodo fondamentale per la (ri)conquista strategica del Paese.
Ad ergersi in difesa dell'Inghilterra e della stessa rocca, un manipolo di coraggiosi guidato da Albany - uno dei persecutori principali di Giovanni ai tempi della stesura del contestato documento - e da Marshal, un templare da poco rientrato dalla Terra Santa.



Senza neanche scomodarmi in una serie di facili battute a proposito del regista, della sua - scarsa - abilità e filmografia precedente - stiamo parlando dell'autore di Minotaur, roba da far apparire The barbarians degno della Palma d'oro -, prima di iniziare a parlare di Ironclad vorrei spendere qualche minuto a proposito di uno dei suoi protagonisti, James Purefoy: vincitore ideale e morale del premio come peggiore attore protagonista della scorsa stagione nel ruolo del surrogato di Hugh Jackman nel pessimo Solomon Kane, il nostro ha fatto ricredere anche me rispetto al suo apporto a questa pellicola.
Ammetto infatti di aver sottovalutato - e clamorosamente - le doti di trasformista di Purefoy, che dopo aver assunto le sembianze del volto cinematografico di Wolverine rende omaggio ad uno dei personaggi televisivi e radiofonici più noti nel Bel Paese, ossia portando sullo schermo - e nelle vesti del templare coraggioso - Fabio Volo, il tutto riuscendo in egual misura a rimanere inespressivo al punto tale da candidarsi per la seconda volta consecutiva al prestigioso riconoscimento dal sottoscritto assegnatogli lo scorso anno.
Con un inizio così, ammettetelo: vi aspettavate bottigliate come se piovesse.
Invece Ironclad, pur rimanendo a tutti gli effetti una pellicola senza infamia e senza lode guidata da un regista assolutamente inutile, passa indenne alla prova più terribile del saloon grazie principalmente alla presenza di Giamatti e Cox nel cast - che, insieme, riescono a malapena a controbilanciare il solo Purefoy -, ai richiami visivi legati alla carne e al sangue di Game of thrones e Centurion - senza neanche sognarsi di poterli anche solo vedere da lontano, sia chiaro -, ad uno spirito che ricorda quello del Robin Hood firmato Ridley Scott e soprattutto un plot che riprende l'ormai classica vicenda de I sette samurai, con eroi spesso circondati da un alone di mistero, se non addirittura reietti, che si gettano in un'impresa praticamente impossibile dal sapore suicida per scrivere i loro nomi nel grande libro della Storia.
Da questo punto di vista, gli sceneggiatori paiono semplicemente adattare lo script al Capolavoro di Kurosawa riuscendo in questo modo ad accattivare l'audience giocando sul grande fascino che dai tempi dell'affermazione a Venezia del Maestro giapponese questo tipo di vicenda ha esercitato sul pubblico di tutto il mondo, generando anche un remake in chiave western - in quel caso di gran livello - come I magnifici sette, affidandosi all'esperienza dei già citati Cox e Giamatti per evitare che le lacune dietro la macchina da presa risultassero troppo evidenti almeno nelle scene che non prevedevano battaglia: proprio a questo proposito, il montaggio frenetico e scelte decisamente opinabili rendono le parti action tra le peggiori che il genere abbia prodotto di recente, intaccando anche soluzioni interessanti come l'utilizzo di una sorta di "gore da guerra" decisamente efficace e d'impatto - la parte dedicata all'amputazione di mani e piedi dei prigionieri del re è quasi degna di uno slasher movie -. 
Un prodotto che, tutto sommato, pare più televisivo che non cinematografico - e non nel senso buono del termine -, che in altre mani sarebbe potuto diventare certamente un cult in materia fantasy/storica - quelle, ad esempio, dello stesso Scott o, perchè no, di un più alternativo Del Toro o di un selvaggio Marshall - e che finisce per essere una delle tante visioni riempitivo di una stagione cinematografica, incapace di distinguersi anche in negativo: eppure, nelle imprese di Marshal, Albany e compagni troviamo quell'anelito alla lotta, alla ribellione e alla libertà che hanno reso quello che sono pellicole di riferimento come Braveheart o la trilogia de Il signore degli anelli, andando a stimolare in qualsiasi spettatore una sensazione che passa sulla pelle e solletica il cuore, le palle e la base del cranio, permettendo di immedesimarsi, volenti o nolenti, nei protagonisti di queste epiche imprese.
Ovviamente, sempre che non si tratti di James Purefoy.

MrFord

"The sky is turning red
return to power draws near
fall into me, the sky's crimson tears
abolish the rules made of stone."
Slayer - "Reign in blood" -

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