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lunedì 20 gennaio 2020

White Russian's Bulletin



Alle spalle le Feste, al Saloon si è ripresa con la consueta, e purtroppo ormai piuttosto scarna, programmazione limitata dagli impegni in famiglia, di lavoro, al lungo weekend di festeggiamenti per il compleanno del Fordino e alla stanchezza che, dopo cena, coglie inesorabilmente e spesso e volentieri il sottoscritto.
Ad ogni modo, per limitare i danni, a questo giro di giostra ne ho per tutti i gusti: un romanzo, una serie e un film. Quantomeno, posso dire di aver spaziato.


MrFord



I AM A KILLER (Netflix, UK, 2018)

I Am a Killer Poster

Proseguendo sull'onda che ha visto gli occupanti di casa Ford percorrere le strade del documentario offerte da Netflix in ambito serial killers e affini, si è inserita quasi a chiudere la parentesi I am a killer, una miniserie in dieci episodi che propone interviste ad occupanti del braccio della morte in alcune delle strutture detentive degli States.
Dieci storie diverse per dieci assassini diversi che, purtroppo, paiono avere un solo denominatore comune, l'infanzia difficile e legata a doppio filo ad ambienti a rischio, che fosse per contesto sociale, inclinazioni dei genitori, difficoltà economiche o dipendenze.
In questo caso non assistiamo a ritratti di serial killers, bensì a quelli - molto più disperati - di una miseria umana che finisce per non trovare altro sfogo se non quello della violenza: senza dubbio, nel corso degli episodi, si trovano spunti e trame che verrebbero buone per produzioni cinematografiche, ma non si ha troppo tempo per pensare. Resta ad aleggiare un alone di tristezza per tutte le vite spezzate, da una parte all'altra delle sbarre di un carcere.
In termini tecnici, interessanti i racconti, decisamente meno le ricostruzioni.




CASINO TOTALE (Jean Claude Izzo, Francia, 1995)

Risultati immagini per casino totale izzo

Come già preannunciato nel corso dei Ford Awards dedicati alle letture del duemiladiciannove, Casino totale è stato una vera e propria sorpresa: regalatomi qualche anno fa da una vecchia amica, è un noir dai toni tristi e malinconici che racconta più sconfitte che vittorie, eppure è anche uno dei romanzi più traboccanti di passione per la vita che ricordi, un ritratto stupendo di Marsiglia ed una riflessione splendida e pulsante dell'amicizia e dell'amore.
Il legame tra i tre protagonisti, cresciuti insieme e poi separatisi, si può dire, proprio a causa del loro eccesso di voglia di vivere, e quello di Fabio, pronto a scoprire la verità e cercare di rimettere a posto i cocci delle loro vite, con le donne che ha amato e che forse potrà amare, è descritto come solo qualcuno che ha vissuto davvero nel senso più profondo del termine potrebbe fare. 
Dovessi pensare di paragonare Casino totale a qualcosa, direi che è sesso selvaggio fatto in estate, quando il sudore di due corpi si mescola fino a farli diventare uno, una sbronza presa con il vento in faccia e il rumore del mare in sottofondo, un disco dei Manonegra che rapisce come una danza tribale, e fa salire tutto quello che di selvaggio portiamo dentro.
Roba forte, insomma. Come piace viverla anche a me.




RICHARD JEWELL (Clint Eastwood, USA, 2019, 131')

Richard Jewell Poster


Clint, si sa, da queste parti gioca sempre in casa.
Eppure, in passato, quando c'è stato bisogno di essere più equilibrato nei giudizi - come nel recente The Mule - non mi sono tirato indietro.
Con Richard Jewell, Eastwood prosegue nella decostruzione made in USA iniziata qualche anno fa con American Sniper e proseguita con Sully e Attacco al treno, mostrando di fatto il fianco di quel Grande Paese che in tanti ancora sono convinti che difenda a spada tratta neanche fosse il primo dei trumpisti.
Ed è curioso, perchè la sequenza più decantata della pellicola, l'arringa in difesa del figlio dell'ottima Kathy Bates, mi ha lasciato quasi indifferente. Anzi, ha finito per indispettirmi. Perchè questo Clint, questo film, non ne aveva bisogno.
Perchè Richard Jewell è un gioiellino se si pensa ai legal thriller, è un film profondamente sentito, è una protesta accesa di un repubblicano convinto all'indirizzo di un Governo sì democratico, ma sempre e comunque di un Paese che adora visceralmente.
Io non sono americano, e a prescindere dall'ingiustizia - pur se a posteriori - percepita, sono stato investito dalla pellicola principalmente per aver rivisto molti tratti del Fordino in Richard Jewell: ho visto un essere umano sensibile, profondo, forse ingenuo nell'essere troppo scoperto rispetto ad un mondo che, per chi è troppo scoperto, non ha alcuna pietà.
Spesso si parla, giustamente, di vittime collaterali. Si potrebbe pensare che Richard Jewell sia un film che tratta della principale vittima collaterale di un attentato che avrebbe potuto contare molti più morti. E non li ha contati principalmente per quella vittima.
In barba al fatto che le vittime, storicamente, sono la parte più debole.


lunedì 10 dicembre 2018

White Russian's Bulletin



Appuntamento con il Bulletin piuttosto ricco, considerati gli ultimi mesi, per questa settimana, con ben tre film portati all'attivo, un vero e proprio avvenimento rispetto alla media tenuta dalle vacanze estive in avanti: altra cosa interessante, il primo titolo in grado di mettere d'accordo questo vecchio cowboy con suo fratello, neanche fossimo tornati con la memoria ai tempi in cui guardavamo allo sfinimento e sempre insieme un film dietro l'altro.
In attesa delle classifiche di fine anno, un'iniezione di fiducia nel Cinema davvero niente male.


MrFord



ATERRADOS (Demian Rugna, Argentina, 2017, 87')

Aterrados Poster


Il tam tam della blogosfera, per quanto agonizzante, non smette di regalare possibilità e potenziali titoli interessanti: Aterrados, horror d'atmosfera realizzato in Argentina, rappresenta senza dubbio un esperimento da tenere in considerazione, soprattutto nella prima parte, d'effetto e coinvolgente.
Come molti titoli appartenenti allo stesso genere, patisce alla distanza la troppa carne messa sul fuoco a scapito delle sensazioni primarie - basate su suggestioni domestiche, di suono e sensazioni quasi fisiche - di partenza, ma resta in ogni caso un prodotto che per gli appassionati è in grado di regalare quantomeno spunti di cui tenere conto.
L'ineluttabilità della vicenda ed una manciata di sequenze ben piazzate fanno il resto, anche se prima di considerare Rugna come un nome da tenere d'occhio per il futuro del Cinema di paura, a mio parere, c'è ancora parecchio su cui riflettere.




LA PREDA PERFETTA (Scott Frank, USA, 2014, 114')

La preda perfetta Poster


Consigliato da mio fratello, questo noir d'altri tempi snobbato clamorosamente dal sottoscritto quando uscì qualche anno fa si è rivelato come una delle sorprese più interessanti dell'ultimo periodo: cupo, cinico, violento, con il miglior Liam Neeson - e sapete quanto lo detesti - di sempre o quasi, La preda perfetta, ispirato da uno dei romanzi dedicati al charachter del detective ex alcolista Matt Scudder, è un ritratto perfetto del passaggio tra gli Anni Novanta e gli Zero, un ritratto della Grande Mela nel suo lato notturno e spietato, tra trafficanti di droga e serial killers, dove nessuno viene risparmiato e nessuno esce davvero indenne. 
Ottime atmosfera e fotografia, splendida l'ultima sequenza che chiude con le Twin Towers sullo sfondo, neanche fossimo in piena riflessione in stile La 25ma Ora: da quel buio, da quella paura, da quella violenza potrebbe nascere comunque qualcosa di buono, nonostante la "camminata tra le lapidi" - titolo originale del lavoro di Scott Frank - lasci presagire decisamente il contrario.
Sottovalutato, e troppo, rappresenta senza dubbio uno dei titoli "pulp" più interessanti e tosti degli ultimi dieci anni.




HELL FEST (Gregory Plotkin, USA, 2018, 89')

Hell Fest Poster


Nella migliore tradizione degli horror teen prevedibili e senza logica, per lo scorso Halloween era giunto sugli schermi italiani Hell Fest, omaggio agli slasher anni ottanta ed in parte settanta che avrebbe probabilmente voluto essere una sorta di nuova versione dei due - unici - film davvero degni di nota di Rob Zombie, La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo: peccato che non sia così, e che la visione risulti una minestra riscaldata di una serie di luoghi comuni da record, e che nonostante non si tratti del peggio che sia passato sugli schermi negli ultimi dodici mesi non solo non aggiunge nulla ad un genere già abbastanza bistrattato, ma alimenta alla perfezione tutti i pregiudizi che i detrattori dello stesso possono coltivare.
Dalla sua parte Plotkin ha solo il merito di aver ricordato al sottoscritto l'esperienza "live" del Circo de Los Horrores di qualche anno fa, e stimolato la tentazione di incontrare, una volta o l'altra, un gioco in stile escape room con interazioni fisiche e recitative il più coinvolgenti possibili.
A parte questo, poco resta di una pellicola che fa del luogo comune il suo punto forte. Che punto forte non è.



lunedì 15 ottobre 2018

White Russian's Bullettin

 



Il ritorno al Bullettin è stato segnato da una settimana piuttosto smorta, in termini di visioni, che ha significato come spesso nell'ultimo periodo recupero di serie televisive perfette per minutaggi ad incastrarsi con gli impegni lavorativi, quelli della palestra e le quotidianità di ogni genere: spero, con i prossimi giorni, di rimediare almeno in parte alla mia latitanza dalla settima arte, mentre scorre quello che è passato dal Saloon negli ultimi giorni.

MrFord


SEVEN SECONDS (Netflix, USA, 2018)


Nata dalla creatrice di cose qui molto apprezzate come The Killing, Veena Sud, Seven Seconds è giunto in casa Ford trainato da recensioni positive e dall'ottimo Manhunt: Unabomber, rispolverando il noir di prodotti amatissimi da queste parti come The night of. 
A partire da un incidente del tutto casuale si sviluppa una vicenda a tinte fosche e nerissima, all'interno della quale le sfumature di grigio sono proprie di tutti i personaggi, e nessuno finisce per uscire davvero salvo, o pulito: in grande spolvero il charachter del detective Fish, diventato in brevissimo tempo uno dei preferiti fordiani dell'anno, e di grande impatto la riflessione sulla Giustizia che aleggia su tutta la storia e soprattutto sulla sua conclusione come una pesante coltre di nebbia.
Forse non è graziato da un ritmo serrato da thriller, ma Seven Seconds resta senza dubbio uno dei prodotti più interessanti degli ultimi mesi per quanto riguarda il piccolo schermo e non solo: in vista delle consuete classifiche di fine anno, occorrerà tenerne conto.


 


SOLDADO (Stefano Sollima, USA/Messico, 2018)




Curioso incrocio, quello di Soldado: da una parte uno dei registi più "internazionali" del panorama italiano,  Stefano Sollima, e dall'altro i charachters - interpretati da Josh Brolin e Benicio Del Toro - che erano stati tra i protagonisti dello splendido Sicario di Denis Villeneuve.
Se, da un lato, la parte lirica ed emotivamente potente del lavoro del canadese si affievolisce di molto, il nostrano Sollima compie un ottimo lavoro sulla componente action, tirando fuori dal cilindro un prodotto solido e convincente, che regala passaggi notevoli - l'attentato nel supermarket è incredibilmente spaventoso e realistico - e due ore di intrattenimento di genere di alto livello.
Certo, il divario con il Cinema d'autore prestato all'action è ancora piuttosto importante, ma non si cade in tranelli da retorica facile o grande distribuzione: un primo passo nel grande mondo hollywoodiano decisamente interessante.


 


ULTIMATE BEASTMASTER - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2017)


 
Partita come un guilty pleasure tamarro da seguire in solitaria e divenuta una chicca per tutta la famiglia, Ultimate Beastmaster rappresenta il prodotto perfetto per questo periodo così pieno di impegni e poca voglia e tempo da dedicare alle visioni impegnate: prodotto da Stallone - già una garanzia - la gara ad ostacoli che vede protagonisti atleti e atlete di tutto il mondo provenienti dalle più disparate discipline - arrampicata, parkour, crossfit, sollevamento pesi, arti marziali e via dicendo - ha conquistato tutti in casa Ford, da noi vecchi ai più piccoli, che ora dichiarano entrambi di volersi allenare per diventare, da grandi, degli Ultimate Beastmaster.
La prima stagione, che ha visto i vincitori delle nove puntate contendersi il titolo - oltre agli USA padroni di casa, partecipavano alla competizione Brasile, Messico, Giappone, Germania e Corea del Sud - ha talmente divertito tutti gli abitanti del Saloon da dare immediatamente il via alla seconda - che vedrà protagonista anche l'Italia - in barba alla sfilza di serie tv che abbiamo ancora in lista d'attesa. Una delle sorprese più goduriose dell'anno.


martedì 24 luglio 2018

Sherlock - Stagione 4 (BBC, UK/USA, 2017)






Ai tempi della sua uscita in bluray, fu un ex collega e caro amico a regalarmi la prima stagione di Sherlock, quasi per caso, colpito favorevolmente da una fortuita visione e ben conscio della mia passione per il grande e piccolo schermo: ricordo che quella stessa stagione rimase in attesa mesi - e forse di più - prima di passare sugli schermi del Saloon e dare inizio ad un recupero di quelle che nel frattempo erano diventate tre annate nell'arco di pochissime settimane per uno dei prodotti più sorprendenti, ben recitati e scritti del panorama britannico e non solo.
Era inevitabile, considerata la qualità e la carriera in rampa di lancio dei suoi protagonisti - soprattutto un sempre fenomenale Benedict Cumberbatch - che si cominciasse a pensare ad una sua conclusione, e ci si potesse confrontare con un inevitabile calo nella resa complessiva: questo quarto giro di giostra, in qualche modo, unisce le due cose.
Perchè se da un lato consacra la leggenda di una coppia di personaggi - letterari e cinematografici - indimenticabili, Sherlock Holmes ed il suo fido compagno John Watson, dall'altro mostra per la prima volta il fianco ad una certa stanchezza rappresentata principalmente dall'episodio uno, senza dubbio il peggiore dell'intera saga dedicata a questa versione moderna del detective figlio della penna di Conan Doyle, ed una lentezza che a tratti rende la visione piuttosto ostica, quantomeno se paragonata a quella degli esordi: certo, la penna di Steven Moffat  è quella di un vero asso della sceneggiatura - ne è la prova della splendida seconda puntata -, le performance attoriali di alto livello, il gioco dell'epilogo avvincente, eppure le prime crepe in questa solidissima costruzione cominciavano a notarsi, e da questo punto di vista va fatto sicuramente un plauso alla produzione per aver intuito che, soprattutto quando si parla di serial di qualità, è sempre meglio chiudere in modo da lasciare un bel ricordo nel pubblico piuttosto che sputtanare quanto di buono è stato creato in precedenza, perchè purtroppo alla fine l'audience finirà per ricordare soltanto quello - esempi lampanti, in questo senso, Dexter e True blood -.
Riflessioni sui massimi sistemi del piccolo schermo a parte, però, varrebbe la pena di ricordare questa stagione di chiusura di Sherlock per la lezione che è in tutto e per tutto il già citato episodio centrale, dalla figura inquietante e quasi horror del serial killer "di potere" - simile a molti capi di stato purtroppo vivi e vegeti in tutto il mondo - agli straordinari twists orchestrati da Sherlock Holmes, folle, strafatto e sarcastico come e più del solito: se questa serie è stata celebrata ed amata così profondamente, negli ultimi anni, diventando un piccolo cult, è merito di una dovizia di particolari e di un talento come quelli che hanno generato una "puntata" di quel calibro.
Certo, partire da una base come quella dei residenti di Baker Street può apparire facile, ma non sempre solide fondamenta giustificano grandi costruzioni: mentre questo Sherlock, indubbiamente, lo è stato. E sono grato a tutti i suoi autori, così come alle storie che ha portato sullo schermo, per avermi lasciato un ricordo vivo ed intenso, di quelli che, un giorno o l'altro, mi porteranno ad incrociare di nuovo le strade di questi due incredibili protagonisti.
Proprio a partire da quel bluray.
E sono convinto che sarà semplice amarlo ancora una volta.
Anzi, elementare.



MrFord



 

lunedì 7 maggio 2018

A beautiful day - You were never really here (Lynn Ramsay, UK/Francia/USA, 2017, 89')




Si potrebbero dire e scrivere davvero molte cose, a proposito di un film come You were never really here - tralasciando, ovviamente, l'assurda aggiunta al titolo italiana -: è un prodotto di grande eleganza, diretto e fotografato alla grande, reso potente dal un come di consueto bravissimo Joaquin Phoenix, quasi poetico da quell'atmosfera malinconica e decadente tipica del romanzo noir dei losers e dei margini.
Si potrebbero fare paragoni importanti come quelli gettati in pasto alla campagna promozionale, da Taxi Driver a Drive, passando per Leon, oppure pensare a Cianfrance o Andrea Arnold, e tutti quei nomi molto cool del Cinema alternativo pur se mainstream.
Eppure la cosa che più mi pare sensata è citare quella che sarebbe stata la recensione di Julez, una volta giunta al termine della visione: "Questo film è proprio una merda".
Non perchè, a conti fatti, lo sia per demeriti artistici, oppure oggettivi.
Quanto, piuttosto, perchè è l'esempio perfetto delle produzioni senz'anima che puntano all'estetica senza avere un cuore, e preferiscono confondere lo spettatore che non trasmettere il bisogno e la necessità di raccontare una storia.
E a quel punto, almeno per quanto mi riguarda, poco importa che la fotografia sia ottimamente curata, o che siano presenti immagini poetiche o potenzialmente potenti.
You were never really here, sostanzialmente, è un film che non aveva bisogno di essere girato, uguale a molti altri decisamente più in grado di restare negli occhi e nel cuore dell'audience, che ripesca oggetti e situazioni di culto - dal protagonista disadattato al martello che ricorda tanto Old Boy ed il già citato Drive - e tenta - senza riuscirci - di suscitare quantomeno curiosità nel pubblico portando sullo schermo una vicenda trita e ritrita condita delle consuete - per le produzioni finto alternative - divagazioni a metà tra il trip d'acido e la noia, che rendono gli ottantanove minuti più o meno pari al doppio della loro effettiva durata.
Un vero peccato, perchè seppur con qualche dubbio, ho approcciato la visione con la speranza che si potesse tramutare nel film fordiano di questo spento periodo, e mi sono ritrovato a dover combattere un'ardua battaglia contro il sonno e gli abbiocchi che con metodo quasi da serial killer tornavano a bussare alle mie palpebre ogni sette, otto minuti, sperando che tutto potesse avere una svolta rivelatoria in grado di salvare il salvabile e concedere quantomeno un pò di sano movimento fino ai titoli di coda.
Personalmente, avrei preferito - come sempre più spesso mi accade di pensare ultimamente - incrociare il cammino di una pellicola in grado di smuovere l'ispirazione dei giorni migliori, o di solleticare post come fu per A quiet place poco legati al film ma comunque sentiti, e invece ora, con il sonno di nuovo ad incombere, devo faticare decisamente di più per riuscire a dare corpo a qualcosa che renda, al contrario, l'idea di un titolo così poco intenso come questo, che pare quasi la tipa superfiga con la quale finalmente riesci ad uscire per poi scoprire che ride poco, non è ironica, è tremendamente noiosa e magari non scopa neppure così bene.
Una di quelle serate che non vedi l'ora si concludano per rifugiarti tra le mura domestiche, pensando che non ci sarà domani.
O di svegliarti graziato da un bellissimo giorno di primavera con la sensazione di aver lasciato alle spalle un brutto sogno.
O ancora peggio, uno di quelli che non si ricordano neppure sforzandosi.



MrFord



martedì 13 marzo 2018

Bastardi in salsa rossa (Joe R. Lansdale, USA, 2017)




I più vecchi ed affezionati lettori del Saloon ben sanno che, se c'è un autore di casa da queste parti, è Joe Lansdale, che scoprii - anche se già lo conoscevo - pochi mesi prima di aprire il blog e che divenne un vero e proprio punto di riferimento per il lato pare e salame ed affezionato all'avventura ed allo spirito cowboy che coltivo dentro dall'infanzia.
La saga di Hap e Leonard - suoi personaggi principe -, poi, è da sempre una delle mie favorite, in grado di unire dramma, grottesco, botte da orbi e commedia selvaggia, senza contare il potere che questi due personaggi hanno di tirare fuori il meglio dal loro autore.
A distanza di un paio d'anni dalla loro ultima avventura, Honky Tonk Samurai, chiusa in modo drammatico tanto da suggerire ai suoi fan che il tutto potesse essere giunto al termine, a sorpresa - almeno per quanto mi riguarda - questo Bastardi in salsa rossa - adattamento pessimo dell'originale Rusty puppy - ha riportato i due amiconi nella mia vita in un momento in cui ce n'era davvero bisogno: ho comprato, infatti, questo libro il giorno prima di un'operazione non proprio semplice cui è stato sottoposto mio padre di recente, e sono stato felice di sapere che Hap e Leonard fossero accanto a me, pronti a farmi affrontare il giorno dell'intervento in sala d'attesa con le loro battute ed il modo di affrontare anche i momenti peggiori della vita con la testa alta e la lingua tagliente.
E posso solo ringraziare loro ed il vecchio Joe per questo.
Peccato che, ragionando a mente libera, questo sia indubbiamente il romanzo peggiore della serie dedicata ai due improvvisati detectives, di grande effetto per la prima metà e dunque pronto a spegnersi come una bolla di sapone, o un racconto tirato fino a colmare la distanza verso il romanzo, stanco come due protagonisti che, per quanto in forma, superata la cinquantina cominciano ad averne abbastanza della cresta dell'onda e dei tempi delle "stagioni selvagge".
E per la prima volta, nonostante il piacere di leggere le loro avventure sia immutato, e nei momenti migliori regalino battute e momenti a dir poco perfetti, ho avuto la sensazione che si ha con alcune serie televisive nel momento in cui tirano troppo la corda, e forse sarebbe il caso di preferire un finale con il botto ad un lento spegnimento progressivo.
Certo, le tematiche affrontate sono molto interessanti - la povertà causa di avvicinamento al crimine ed alla perdizione, la tentazione del potere in mano alla parte bianca ed apparentemente "bene" dell'America di confine, il rapporto tra padri e figli -, la spontaneità non manca, eppure la sensazione è quella di un compito svolto ad uso e consumo del fan service, che oltretutto liquida in modo abbastanza rapido ed indolore quello che pareva a tutti gli effetti l'addio ad uno dei protagonisti della serie, quasi il suo autore avesse avuto paura di rischiare troppo e mollare la presa.
Non una delusione, sia chiaro - non finivo un romanzo in due settimane da non ricordo neppure io quando -, ma più che altro un campanello per noi fan e per un autore che senza dubbio non potrà mai essere considerato lirico come i vari McCarthy o Winslow ma che rappresenta una bella fetta dell'avventura - in tutti i sensi in cui la si può intendere - made in USA attuale: in un certo senso, Lansdale deve accettare - come pare stiano facendo Hap e Leonard - il fatto di stare invecchiando, e che se le prospettive non cambiano, sarebbe più consigliabile godersi una sanissima e meritata pensione.
Del resto, un'avventura di questi due combinaguai me la godrei anche nella cornice di un ricovero per anziani.




MrFord



 

venerdì 9 marzo 2018

Galveston (Nic Pizzolatto, 2010)




In quest'ultimo anno e poco più da casalingo, purtroppo, per impegni, organizzazione in famiglia e mancanza del pendolarismo che ha caratterizzato gli ultimi quasi dieci anni di lavoro, ho diminuito - non per volontà - il volume di lettura, riducendomi a poche pagine al giorno, e dunque finendo per ritrovarmi a palleggiare un romanzo come Galveston dal settembre alle Canarie fino all'inverno lodigiano, senza per questo smettere di gustarmi la prosa malinconica, sporca e magica di Nick Pizzolatto, creatore di True Detective e romanziere dal talento cristallino.
La vicenda di Ray Cade, uomo di forza di un boss di New Orleans, abituato al crimine ed alla sopravvivenza, che giunge ad un crocevia della sua vita quando gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni all'ultimo stadio finendo per mettere in discussione qualsiasi sua certezza e ritrovarsi al centro di una vicenda che vede gelosia, vendetta, speranze disilluse e nuove possibilità come nella migliore tradizione del noir di stampo romantico da Chandler in poi, trascina il lettore in una serie di situazioni che raccontano il disagio dell'America degli outsiders e di quei confini che, una volta valicati, non portano a nulla che sia una sconfitta, neanche ci trovassimo in uno dei pezzi più maliconici e struggenti di Springsteen o Neil Young.
Il rapporto che Ray costruisce con Rocky, ragazza allo sbando colpevole soltanto di essere nata in una vita sbagliata, e della sua sorellina - ma nulla è come sembra, come si avvince quasi da subito - ha il sapore della sconfitta fin dal primo istante, eppure non lo si abbandona, lo si cerca, si lotta almeno quanto il protagonista, che pur condannato a morte dalla Natura e dal Destino non molla la sua posizione neanche fosse uno di quegli alberi centenari che a fronte delle ruspe si attaccano al terreno con radici robuste, solide e cazzute.
Se dal punto di vista dell'originalità o della necessità di non staccare gli occhi dalla pagina Pizzolatto forse non raggiunge i livelli di scrittori come Nesbo o Winslow, tutto viene compensato dallo spirito e dal lirismo di alcune descrizioni da pelle d'oca, che trasportano in un mondo ai margini in cui non sempre sopravvivere basta, e la sensazione che il buon Nick abbia una penna fatata del calibro di quella di gente come McCarthy è quasi una certezza, tanto da chiudere più di un capitolo con il groppo in gola a fronte delle riflessioni tristi ma vere dei protagonisti del romanzo.
Per chi, come questo vecchio cowboy, va a nozze con alcool, outsiders, motel a basso costo e panorami da film incentrato sui losers, pallottole e amori mai consumati, Galveston non sarà soltanto un luogo in cui fuggire, perduti nel profondo Texas, ma quella speranza che chi vive ai margini ha sempre di trovarsi, un giorno o l'altro, a vivere dall'altra parte della barricata.
Anche quando non sarà mai vero.
E in bilico tra presente, passato e futuro, Ray e Rocky vivranno la loro storia, i sogni, le illusioni sulle spiagge di Galveston, dove tutto può essere costruito, anche quando non è vero.
E anche quando il sangue, la morte e gli orizzonti minacciosi di un uragano restano le uniche possibilità per chi non potrà mai vivere una condizione da vincente.



MrFord



lunedì 27 novembre 2017

Nemesi (Walter Hill, Francia/Canada/USA, 2016, 95')





Se si potesse legittimare una petizione a favore dell'old school, sarei senza dubbio il primo firmatario.
Le lezioni che giungono dal passato - soprattutto se con due palle considerevoli - non andrebbero mai dimenticate nel momento in cui si decide di costruire il futuro, a prescindere dal fatto che non si saprà mai, quando lo stesso diverrà passato, se sarà stato abbastanza forte da fare la differenza.
Walter Hill è da sempre uno dei registi più importanti per quanto riguarda il Cinema americano del sottoscritto: I guerrieri della notte, I guerrieri della palude silenziosa, Danko sono solo alcuni dei cult che questo spigoloso Maestro ha regalato agli appassionati ai tempi della sua consacrazione, prima che la stessa spigolosità e l'essere parte di un'epoca in cui non si facevano sconti finissero per relegarlo in un angolo del mondo dorato della settima arte.
L'ultima volta che il vecchio Walt aveva dato sue notizie la ricordo piuttosto bene, grazie a quel Jimmy Bobo che vedeva tra i protagonisti Stallone e l'allora non così conosciuto Jason Momoa, una tamarrata vecchio stile che non sfigurava affatto - anzi - rispetto ai tentativi maldestri dei registi attuali di lanciarsi in esperimenti dello stesso tipo, che mi fece gridare il bentornato ad un vecchio leone del Cinema a stelle e strisce: questo Nemesi - terribile adattamento italiano dell'originale The Assignement - non raggiunge, purtroppo, il livello del lavoro precedente del regista, ma senza ombra di dubbio conserva alcuni dei tratti distintivi di un Autore che non ha mai fatto sconti a nessuno e che ancora oggi paga per il carattere che l'ha sempre contraddistinto.
Il plot di Nemesi, del resto, sarebbe stato più che bene sia negli anni ottanta che - oso - nei novanta, regala buoni twist e quasi strizza l'occhio all'ondata di tentativi pseudo pulp - ovviamente di caratura minore - nati all'inizio degli Anni Zero - da Sin City a 300, sono molti gli esempi in questo senso -, un finale decisamente interessante ed un'idea di base fuori dagli schemi del genere: peccato, di contro, che un limitato budget ed un approccio forse troppo artigianale finiscano per minare un prodotto implausibile e sopra le righe ma potenzialmente molto divertente, finendo per giungere ad una via di mezzo che con ogni probabilità schiferà l'audience radical lontana da un certo tipo di pellicole e lascerà perplessi i fan della prima ora, abituati al meglio che questo grande regista ha regalato in passato.
Non una produzione, comunque, da sottovalutare, ma da seguire con attenzione non tenendo troppo conto della trasformazione decisamente imbarazzante della protagonista Michelle Rodriguez - che pare più mascolina in veste femminile che truccata decisamente male da uomo nella prima parte - quanto più del racconto a posteriori della "nemesi" Sigourney Weaver, pronto a regalare spunti di riflessione sia in termini di intrattenimento che etici, senza contare il suo strano rapporto con l'antagonista, personaggio comunque negativo e costruito sulle ombre almeno quanto il suo.
Un duello, dunque, tra villains - pentiti o no che siano - inedito in termini di trama e svolgimento, non perfetto nella messa in scena o nello stile ma ugualmente efficace, segno che, seppur invecchiato e limitato da fattori più legati a scrittura e produzione che non regia, Hill abbia comunque ancora qualcosa da dire, un dettaglio assolutamente non trascurabile che alcuni registi che potrebbero essere suoi figli o nipoti possono anche tranquillamente scordarsi di immaginare.
Potrà senza dubbio considerarsi ben lontano dall'essere in prima linea, ma Walter Hill conferma, almeno idealmente, di essere ancora ed indiscutibilmente un "guerriero".




MrFord



 

lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Il genio della fuga (Edgar Wright, UK/USA, 2017, 112')




Ricordo benissimo la prima volta in cui il mio cammino incrociò quello di Edgar Wright: per puro caso, sul retro della copertina del dvd - perchè uscì direttamente per l'home video, cosa a dir poco scandalosa - de L'alba dei morti dementi, terribile adattamento di Shaun of the dead, lessi di pareri entusiastici dell'esordio "da grande" del regista inglese giunti da Peter Jackson, Quentin Tarantino e nientemeno che George Romero, il Maestro indiscusso del genere zombie, che rimase così colpito da invitare poco tempo dopo lo stesso Wright ed il suo protagonista Simon Pegg per un'apparizione in La terra dei morti viventi.
Ricordo anche lo scetticismo spazzato via scena dopo scena da quello che è ancora oggi - e ancor più - un supercult, nonchè forse il miglior film di questo cineasta talentuoso ed originale, che potrebbe non avere i numeri - almeno per ora - di un suo quasi coetaneo ormai considerato una realtà mondiale - Christopher Nolan - ma che rappresenta ad ogni visione una ventata d'aria fresca: dalla strepitosa Trilogia del Cornetto - che non posso che amare in blocco - a Scott Pilgrim, Wright ha fatto del ritmo, della musica e del montaggio i suoi punti di forza, e Baby driver, osannato negli States da pubblico e critica, non è assolutamente da meno rispetto ai lavori precedenti del Nostro.
Senza dubbio, oltre ai punti di forza appena segnalati, questo heist movie andrebbe ricordato per le ottime scelte di casting - spassoso il charachter di Jamie Foxx, grande invece il lavoro svolto dal giovane Ansel Elgort -, la soundtrack variegata e da urlo, il crescendo che conduce lo spettatore come se fosse un guidatore "da rapina" ed una mescolanza di generi che passa dal pulp anni novanta all'heist movie classico - anche se, va detto, come Inside man ancora non ne ho visti -, passando per il film di formazione e quello romantico: si sente forse la mancanza dell'ironia spinta e selvaggia del già citato Shaun e di Hot fuzz, o della maggiore freschezza degli stessi, ma occorre anche ammettere che, ai tempi, un film di Edgar Wright rappresentava un'assoluta novità, qualcosa che nessuno aveva mai portato sullo schermo, quantomeno in quel modo.
Resta però una visione assolutamente meritevole, che intrattiene alla grande e riesce perfino ad emozionare in un paio di passaggi, forse non clamorosa come le voci della vigilia affermavano fosse ma senza dubbio pronta a confermare il valore del regista e sceneggiatore, che oltre ad essere un vero e proprio "batterista" della settima arte per la sua cura del ritmo, dimostra - proprio come Nolan - di non sbagliare film neppure quando di fronte ci si ritrova "soltanto" ad un'opera discreta o buona, e non semplicemente strepitosa.
Baby driver, dunque, apre decisamente bene questo autunno cinematografico, con tanta musica, corse in macchina a velocità folli, amori da melò d'altri tempi, una trama noir e personaggi scombinati come neppure i Coen si immaginerebbero - la coppia Hamm/Gonzalez fa scintille -, un protagonista per il quale è impossibile non fare il tifo e perfino quella speranza che pare ormai fantascienza che, prima o poi, anche i bravi ragazzi avranno la loro gloria.
Questo è senza dubbio uno dei grandi meriti di Wright: quello di credere in una positività che, anche tra sangue e proiettili, è in grado di regalarci un sogno.
Neanche fosse la canzone della nostra vita.




MrFord




martedì 6 giugno 2017

Hap and Leonard - Stagione 2 (Sundance TV, USA, 2017)




Penso sia ormai risaputo quanto adori l'universo letterario di Joe Lansdale, ed in particolare quelle che sono le sue due creature più riuscite: Hap e Leonard.
Per anni - anche quando ho avuto l'occasione di chiacchierare direttamente con il loro padre letterario - ho sognato una serie che potesse vederli come protagonisti, magari proprio con una stagione dedicata ad ogni romanzo - cosa che sta avvenendo, fortunatamente -: lo scorso anno, ai tempi dell'uscita della season d'esordio, fui felice di vedere finalmente un prodotto ben confezionato dedicato ai nostri eroi giungere sullo schermo, meno delle scelte di casting, incentrate su James Purefoy - che non ho mai amato - e Michael Kenneth Williams - bravo, ma a mio parere troppo "piccolo" per rappresentare il tostissimo Leonard -.
Probabilmente, essendo stato un avido lettore delle loro avventure, ho finito per farmi condizionare molto dai particolari - nel ciclo di romanzi la storia comincia quando i due improvvisati detectives hanno più o meno trentacinque anni, e vedere due attori alle soglie dei cinquanta nei loro panni fa decisamente strano, ad esempio - frenando gli entusiasmi nonostante il primo ciclo mi avesse comunque discretamente soddisfatto: potrei dire quasi la stessa cosa rispetto a Mucho Mojo, peraltro il mio capitolo preferito delle avventure dei due amiconi, che mi sono goduto per ognuno dei suoi sei episodi nonostante l'ombra dell'opera originale abbia finito per incombere e non poco sugli stessi.
Ammetto, infatti, che mi mancano molto sia la componente comica che quella action delle pagine scritte - in quel caso, si ride tantissimo e i due amici picchiano neanche fossero ispiratori di una decina di action del periodo anni ottanta -, e che sia normale constatare un certo snellimento del plot in modo da non intasare troppo il prodotto - sei episodi sono effettivamente pochi, rimanendo sullo standard dei quaranta minuti -, ma ho cercato comunque di staccarmi dalla modalità "fan dei romanzi" in modo da non inquinare troppo la visione.
Il risultato mi ha ricordato il lavoro compiuto dagli autori sulla prima stagione e da Jim Minckle - tra questi - su Cold in July - sempre figlio della penna di Lansdale -: un prodotto ruvido e solido, pane e salame, onesto, che porta in scena un noir caldo e di pancia, racconta cose toste senza essere pesante e si presenta come qualcosa di fruibile e fresco, e perfino gli interpreti dei due protagonisti hanno iniziato a sembrarmi in parte - cosa non da poco, soprattutto per quanto riguarda Purefoy -.
Una visione, tra l'altro, perfetta per questi primi caldi, che avvince e lancia l'amo - come già fece lo scorso anno - rispetto a quello che è il romanzo più cupo della saga di Hap e Leonard, Il mambo degli orsi, che corrisponderà alla terza stagione già confermata: non si tratterà di una cosa potente come True Detective o Fargo, certo, ma Hap e Leonard ben rappresenta un genere considerato troppo spesso "di genere" e poco più nonchè un'occasione, per chi non conoscesse i romanzi che hanno ispirato il prodotto, per conoscere sempre meglio Hap Collins e Leonard Pine.
E credetemi, ne vale davvero la pena.




MrFord




 

sabato 28 gennaio 2017

Rocco Schiavone - Stagione 1 (Rai, Italia, 2016)




Nel corso dell'appena trascorso duemilasedici, il Cinema italiano ha vissuto, almeno qui nella blogosfera, una vera e propria rinascita: in particolare, Veloce come il vento, Lo chiamavano Jeeg Robot e Perfetti sconosciuti, hanno conquistato posizioni nelle classifiche di fine anno di molti blog assolutamente di rilievo, segno quantomeno di una ripresa della quale il Cinema nostrano ha bisogno come l'aria.
Peccato che, quasi fossimo tutti stati colti da un'amnesia collettiva, tutti e tre i titoli appena citati non fossero all'altezza di altri ignorati per motivi "radical" come La grande bellezza o di diffusione come Still life, e che al confronto di pellicole simili prodotte oltreoceano o in Europa non possano risultare altro se non discreti.
Lo stesso vale per Rocco Schiavone.
La serie con protagonista un Marco Giallini in grandissimo spolvero, resa senza dubbio cult grazie al suo main charachter, che con le sue rotture di coglioni a diversi livelli pare una versione nostrana di House, è una vera e propria ventata d'aria fresca per quella che è la realtà televisiva - soprattutto Rai - della Terra dei cachi, pronta a regalare episodi ottimi ed un hype importante per la seconda stagione, ma se paragonata a produzioni crime o noir d'oltreoceano, finisce per risultare quantomeno artigianale, lontana dagli standard che hanno portato alla ribalta negli ultimi anni cose come True detective o Fargo.
Con questo non voglio certo negare la goduria molto pane e salame offerta spigolosamente dal Vice Questore Schiavone, pronto a portare sulle sue spalle non solo le già citate rotture di coglioni o donne dalle quali occorrerebbe scappare a gambe levate - e non parlo di sua moglie -, ma anche l'intero impianto narrativo, quanto frenare entusiasmi che potrebbero a loro volta impedire a titoli come questo di spingersi oltre e migliorare in modo da offrire un prodotto di livello sempre più alto, una cosa di cui al momento in Italia necessitiamo come l'aria.
In un certo senso, il prodotto di Michele Soavi è ancora lontano a mio parere dagli standard offerti da Gomorra e The Young Pope, e di molto, ma resta una solida base sulla quale costruire un domani migliore per qualsiasi spettatore televisivo italiano, che si tratti dell'appassionato o dell'occasionale: il potere più grande di un personaggio come Schiavone è proprio questo.
Nello specifico, posso dire di aver amato di più, paradossalmente, episodi quasi autoconclusivi come quello d'apertura, vicini alle atmosfere rustiche dei vecchi Blunotte, che non gli ultimi due, legati a grossi giri di criminalità e vendette personali, ma so anche che non smetterò certo di seguire le indagini di questo insolito tutore dell'ordine pronto a mettere da parte le regole quando qualcosa - che si tratti di coscienza, senso comune o umanità - spinge ad aggirarle.
Con ogni probabilità, se ricoprissi il suo stesso ruolo o svolgessi la stessa professione sarei senza dubbio simile al burbero romano trapiantato ad Aosta, ed avrei gli stessi problemi con l'Autorità, eppure, nonostante tutto, ritrovarmi qui a scrivere di questa serie finisce per essere, almeno in termini di post, una rottura di coglioni di sesto livello.
Leggera, ma presente.
E se il prodotto fosse stato di un altro spessore, probabilmente sarebbe uscito un post fiume sull'onda dell'entusiasmo.
Voglio dunque ripartire da qui.
Un nuovo inizio, come il suo.
Sperando di poter rimanere stupito di quello che mi può riservare.



MrFord



 

lunedì 28 novembre 2016

The night of (HBO, USA, 2016)




Sono sempre stato dell'idea che, nel corso di una vita, le persone conosciute e le situazioni affrontate abbiano un ruolo anche più importante di noi stessi nella formazione del carattere, del modo di porsi, del punto d'osservazione che abbiamo rispetto al mondo.
Quanto potrebbe cambiarci, per esempio, incontrare qualcuno pronto a tirarci fuori dal guscio, essere travolti da un'esperienza che in quel momento ci pare unica e sconvolgente, all'interno della quale siamo protagonisti indiscussi?
Molti di noi - specialmente i maschietti - vivono una situazione del genere prima, dopo e durante la prima volta con il sesso, quando si compie un salto che finisce per far sentire quasi invincibili, almeno per un pò, come quando, in una serata da sbronza, si attraversa quella mezzora in cui ci pare di avere il pieno controllo della situazione anche quando lo si ha già perso da un pezzo: e cosa accadrebbe, se da una situazione simile ci ritrovassimo accusati di un crimine non compiuto e che potrebbe ribaltare tutti i nostri sogni, e la vita vissuta con loro?
The night of, miniserie targata HBO giunta sugli schermi del Saloon grazie ai numerosi commenti positivi raccolti dentro e fuori la blogosfera, parte da un concetto molto vicino a questo, quando Nasir Khan, nato negli States da genitori pakistani, studioso, bravo ragazzo con qualche scheletro nell'armadio, incontra Andrea, disinibita, legata alla droga, ricca, senza dubbio più spigliata e "di mondo" di quanto non sia mai stato lui: un incontro che per Naz potrebbe significare quella "rivincita", quella sensazione di semi-onnipotenza da dopo orgasmo o da piena sbronza, il riscatto a fronte di una quotidianità da quasi sfigato.
E invece succede qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.
Non avrei creduto, specialmente rispetto ai prodotti da piccolo schermo, di incontrare a così poco tempo dall'inizio dei primi lavori sulle classifiche di fine anno, un titolo in grado di scompaginare graduatorie che parevano già scritte, e per questo non posso che ringraziare ancora una volta la già citata HBO, che in otto puntate - anche se, occorre segnalarlo, la prima e l'ultima hanno un minutaggio da film - confeziona un noir da cardiopalma, scritto alla grande ed interpretato alla perfezione da tutto il cast, che non solo riesce a far invidia ai prodotti di Nic Pizzolatto, ma regala uno spaccato umano potentissimo, in cui tutti sbagliano, cadono e cercano di rialzarsi, in cui non esiste una parte giusta o una sbagliata, e come per un altro importante titolo di questo periodo - American crime story - viene mostrato quanto, nel sistema giudiziario americano, sia più importante apparire in sede di giudizio non tanto forti della verità quanto convincenti nel raccontare la storia che si desidera raccontare.
The night of è il racconto della discesa agli inferi non solo di Naz, che inizia da bravo ragazzo e finisce da ragazzo (cattivo) perduto - o con grandi possibilità di perdersi -, ma anche di John Stone, cui presta volto, ironia e malinconia un grande John Turturro, avvocato da pochi spiccioli ma dall'istinto quasi animale, uno dei charachters più tristi che ricordi degli ultimi anni quantomeno sul piccolo schermo, pronto a legare le sue speranze non solo al giovane assistito ma anche e soprattutto ad un gatto cui è allergico, e che potrebbe rappresentare l'ultima ancora che allontani la solitudine; del detective Box, alla ricerca dell'agognata pensione e forse, nel subconscio, di un'uscita di scena in grande stile, della procuratrice distrettuale e della giovane avvocatessa di belle speranze, di due genitori che dopo aver lottato contro l'emarginazione razziale per una vita si trovano a fronteggiare il dramma e le ripercussioni della vicenda del figlio; di chi è colpevole e di chi potrebbe esserlo, di chi è abituato a muoversi nella giungla dei carceri di massima sicurezza, e vede in Naz un "unicorno", qualcosa che, tra quelle mura, non esiste e forse non esisterà mai.
In The night of tutti perdono, anche quando vincono.
Perchè c'è sempre qualcosa che lasciamo, ed anche nel trionfo portiamo al giorno successivo una cicatrice lasciata dalla vita.
E passato quel momento, quella sbronza, quell'istante in cui tutto pare cambiare, o cambiato, finiamo per ritrovarci da soli a sfogarci contro un sacco da pugilato, o ricordando quanto la mente abbia potere sul corpo, accettando la sconfitta o andando alla ricerca di una vittoria, di una nuova possibilità, ricordando chi ci ha portato fino a dove siamo arrivati e non c'è più.
The night of esprime con grande umanità quella sensazione.
Una cicatrice che tira, una perdita che non potremo colmare.
Ma anche il richiamo della foresta.
Quello della nostra Natura.
Che potrà essere fallibile e forse anche cattiva, ma è senza dubbio il motore che può far ripartire.
Ripartire e sperare. Sempre e comunque.
Quel motore che, quando pensiamo non ci sia altra soluzione se non lasciarsi andare, spegnere, parcheggiare in qualche luogo perduto "tra il nulla e l'addio", ha uno scatto che non ci saremmo aspettati.
Come un gatto che sfreccia attraverso un salotto ed allontana lo spettro di un silenzio troppo pesante anche per il più forte degli uomini.




MrFord




 

martedì 17 maggio 2016

Ave, Cesare!

Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Origine: USA, UK, Giappone
Anno:
2016
Durata:
106'








La trama (con parole mie): Eddie Mannix è il problem solver ed il coordinatore dei Capitol Studios, una delle realtà più importanti del Cinema all'inizio degli anni cinquanta.
Il suo compito, a qualsiasi ora del giorno e della notte, è fare in modo che le cose girino sempre per il verso giusto, che registi ed attori svolgano il loro lavoro al meglio cercando di mettersi nei guai il meno possibile e tirarli fuori dagli stessi guai all'occorrenza: quando Baird Whitlock, star principale del kolossal in corso di ripresa Ave, Cesare! scompare misteriosamente dagli studios, per Mannix inizia una ricerca che potrebbe condurlo a scoperte decisamente scomode, nonchè ad utilizzare tutto il suo talento nel rimettere sui binari quello che rischia di deragliare ad ogni sequenza.
Perchè se nella settima arte esistono tante stelle, e storie, ed il senso di meraviglia conquista, alle spalle di tutto resta sempre un demiurgo che ha ben chiaro il senso del suo compito, e lo svolge con diligente solerzia.













Fin dai tempi dei primi passi nel mondo del Cinema autoriale, ho sempre adorato il modo di raccontare storie dei fratelli Coen: scombinati eppure perfettamente lucidi, assurdi ma calcolatori, pronti a regalare perle da pisciarsi addosso dalle risate come Il grande Lebowski o Arizona Junior e ritratti quasi oscuri come Fargo e L'uomo che non c'era, così come a lanciarsi in esperimenti pronti a toccare i più disparati generi cinematografici, da Crocevia della morte a Il grinta.
Neppure di fronte ai loro lavori meno ispirati e riusciti - si pensi a Prima ti sposo poi ti rovino o Ladykillers - sono riuscito a volere male ai due fratellini, anzi, ho finito per godermi anche i punti più bassi della loro carriera: eppure, ai tempi dell'uscita del trailer, non ero affatto convinto di quest'ultimo Ave, Cesare!, che dava al sottoscritto l'impressione della minestra riscaldata che funziona sempre poco, soprattutto al Cinema.
E invece, al contrario di tutte le aspettative, i Coen hanno finito per stupirmi in positivo un'altra volta.
Ave, Cesare!, infatti, è un film complesso nonostante l'apparenza giocosa e citazionista - senza dubbio è un lavoro costruito da amanti del Cinema soprattutto classico per amanti del Cinema soprattutto classico -, di quelli che, probabilmente, finiscono per acquistare valore visione dopo visione, all'interno del quale, come in un gioco di scatole cinesi, si fondono il noir, la commedia, il grottesco, il musical, l'epoca fantastica dei grandi studios ed il kitsch dei kolossal che fecero la Storia negli anni cinquanta, da I dieci comandamenti a Ben Hur, una specie di strano mix tra il già citato Il grande Lebowski e Vizio di forma, con qualche spruzzata di metacinema e la consueta riflessione legata alla Fede tipica dei Coen già presente nel sottovalutato e bellissimo A serious man.
Non un film per tutti, dunque, ed ancor meno per i detrattori dei due registi e sceneggiatori, che in Ave, Cesare! ritroveranno tutti i tratti distintivi che fanno andare in visibilio i loro fan hardcore tanto quanto irritano chi non si specchia nel loro modo di approcciare la settima arte: a prescindere, comunque, da questo, e dal cast davvero all star, la realizzazione tecnica risulta impeccabile nella ricostruzione della cornice d'epoca così come nella messa in scena.
Dal canto mio, a parte i molteplici riferimenti ad un'era che adoro del Cinema americano, ho trovato in questo film tutto l'amore che i Coen nutrono per la settima arte in tutte le sue incarnazioni, ed una riflessione davvero profonda nata sfruttando la figura da Mr. Wolf di Eddie Mannix, una sorta di divinità scesa in terra per aggiustare tutti i guai originati dalle star scombinate, caotiche e spesso e volentieri neppure in grado di comprendere la vita oltre il set ed espiarli e confessarli come se fossero propri, neanche fosse il Gesù del kolossal che si incarica di salvare riportando sulla retta via il perduto - in tutti i sensi - Baird Whitlock.
O forse quella stessa riflessione è in realtà una grande presa in giro della seriosità ed importanza che alcuni dogmi - che si parli di Fede o di Cinema poco importa - finiscono per avere anche quando si vivrebbe meglio con leggerezza e strafottenza, con la capacità di dimenticarsi della Fede stessa come Baird o con la semplicità del cowboy ritrovatosi attore Hobie Doyle, incapace di recitare quando occorre rapportarsi agli umani - strepitoso il siparietto con Ralph Fiennes - così come di togliersi la dentiera nel pieno di un appuntamento per raccontare di quando un incidente di rodeo gli è costato tutti i denti neanche parlasse delle scarpe che si è messo quella stessa mattina per uscire.
Ma in fondo, che si tratti di una cosa o dell'altra, non è dato conoscere la risposta, ma se senza dubbio caldeggiato provare a trovarne una, fosse anche sbagliata: il bello del Cinema - e di Ave, Cesare! - è proprio questo.
Un intrigo passionale.
Una storia d'amore.
Un atto di fede.
Un tentativo di rivolta.
Ad ognuno il suo.
L'importante è avere il set giusto per brillare.





MrFord





"Who are these christians?
What is this strange religion?
I' ve heard it said they turn the other cheek
ha ha ha ha
throw them to the lions
throw them to the lions
throw them to the lions
thumbs down
10 pieces of gold for every man
hail caesar hail caesar."
Iggy Pop - "Caesar" - 





sabato 16 gennaio 2016

Sherlock - Stagione 1

Produzione: BBC
Origine: USA, UK
Anno: 2010
Episodi:
3






La trama (con parole mie): nella Londra del ventunesimo secolo si incontrano quasi casualmente il veterano con problemi di adattamento al ritorno alla vita civile John Watson ed il detective Sherlock Holmes, inviso alla maggior parte dei poliziotti accanto ai quali lavora dando supporto a Scotland Yard. Tra i due, pur se in modo inconsueto, scatta una scintilla, e da una semplice condivisione di appartamento ha inizio una collaborazione legata al mestiere di detectives destinata a fruttare successo sul campo e agli occhi dei media.
L'incredibile intelligenza di Holmes e l'istinto di Watson, però, non avranno previsto che, oltre ai casi "di tutti i giorni", alle loro spalle tramerà un nemico ben più pericoloso dei comuni assassini che quotidianamente, volenti o nolenti, si trovano ad affrontare, e che prima o poi verrà il momento del faccia a faccia con quest'ultimo.












Il personaggio di Sherlock Holmes, per quanto assolutamente lontano dal sottoscritto sotto ogni punto di vista - razionale, preciso, geniale, poco incline alla socializzazione - ha sempre esercitato un notevole fascino in ogni sua incarnazione quando finivo per incrociarne il cammino, dalla prima lettura alle medie de Il mastino dei Baskerville alle reiterate visioni del cult dell'infanzia Piramide di paura, al quale si aggiunse, nel corso dei miei anni da radical cinefilo, anche La vita segreta di Sherlock Holmes firmato da Wilder - una delle chicche più nascoste della carriera del Maestro, tra le altre cose -: eppure, nonostante queste premesse e nonostante avessi ricevuto in regalo il bluray di questa prima stagione dedicata al rilancio in chiave moderna del personaggio firmata dalla BBC, ho finito per rimandarne la visione per anni, forse spinto dal mio spirito assolutamente più americano che inglese.
Approfittando delle recenti a quasi inaspettate, considerato il lavoro, vacanze post-natalizie, con Julez abbiamo invece dato fondo ad una parte del tempo guadagnato per buttare finalmente nel lettore il famigerato disco, scoprendo la validità di un prodotto che, seppur da ridimensionare rispetto all'esagerata valutazione su IMDB - dove lo troviamo posizionato poco dietro il Capolavoro Breaking bad, nientemeno -, si è rivelato efficace, ben interpretato e diretto e molto piacevole da seguire - Fordino permettendo, che ormai in pieno sviluppo a livello di espressione orale, è diventato una specie di fiume in piena di domande, escamazioni, interventi e chi più ne ha, più ne metta -: del resto, con al timone veterani del calibro di Paul McGuigan - che ricordo molto piacevolmente per il suo Gangster N°1 ormai di quasi vent'anni fa - e protagonisti come Benedict Cumberbatch - perfetto nel ruolo di Holmes - e Martin Freeman - che continuo a trovare davvero un capace interprete, in grado di dare spessore ai suoi personaggi nonostante una fisicità certamente limitante -, pare quasi fin troppo semplice mettere a segno un colpo che possa permettere di conquistare pubblico e critica, eppure non è stato da sottovalutare nessuno degli aspetti tecnici del prodotto, curato dalla sceneggiatura alla fotografia.
Certo, resto dubbioso rispetto a stagioni così brevi - tre episodi sono effettivamente pochini per gestire soprattutto le sottotrame, da Moriarty al fratello di Holmes - così come, paradossalmente, ad episodi di fatto lunghi quanto film veri e propri - la media è quella dell'ora e mezza di visione, decisamente importante, per un prodotto televisivo -, ma nel complesso l'esperimento può dirsi perfettamente riuscito, in bilico tra classico stile british ed un'impronta ironica e grottesca in pieno stile Guy Ritchie, pronto a non annoiare e mantenere alta la tensione anche tra un'annata e l'altra - si veda il finale aperto di questa season one, ad esempio -.
La collocazione attuale, inoltre, pare giovare non poco ai personaggi di Holmes e Watson, che paiono sguazzare alla grande anche in un mondo che vede internet e la comunicazione globale farla da padroni, sfruttando anzi la rete stessa come appoggio per il lavoro di detectives: accanto a questo, la classica rappresentazione dello Sherlock difficilmente sopportabile da parte della quasi totalità delle persone comuni e del Watson sfruttato come un interprete che collega il mondo del suo geniale compare a quello dei comuni mortali rendono al meglio senza aver perso nulla del fascino originale, mostrandosi anzi molto rispettose del lavoro che rese noto - ed amato - Conan Doyle.
Un inizio, dunque, che promette più che bene, e che dissipa ogni dubbio rispetto alla volontà di continuare a seguire le gesta dell'investigatore più famoso della Letteratura - e ormai, non solo -.
E questa era una cosa per nulla "elementare".




MrFord





"And what have you got at the end of the day?
what have you got to take away?
a bottle of whisky and a new set of lies
blinds on the windows and a pain behind the eyes."

Dire Straits - "Private investigations" - 





sabato 19 dicembre 2015

Scarafaggi

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno:
1998 (2015)
Editore:
Einaudi







La trama (con parole mie): Harry Hole, scomodo detective della Omicidi di Oslo divenuto celebre a causa della risoluzione del caso di un serial killer in Australia l'anno precedente, è chiamato dagli alti papaveri ed assegnato ad una missione molto particolare. A Bangkok, infatti, è stato ritrovato senza vita, probabilmente assassinato, in un motel a ore Atle Molnes, ambasciatore norvegese in Tailandia: l'importanza di chiudere in fretta e con il minor clamore possibile il caso ha fatto ricadere la scelta su Hole, che si ritroverà proiettato sotto la cappa di umidità e calore di una delle città più brulicanti al mondo, per le strade della quale si mescolano miseria e ricchezza, crimine e sogni, cultura thai ed influenze di chiunque, per fuggire o ritrovare se stesso, abbia finito per mettere radici giungendo da ogni angolo del globo.
Preso contatto con le autorità locali, Hole scoprirà che la prima e più probabile pista è quella della pedofilia, argomento in grado di creare scompiglio a Bangkok come in Norvegia, ma il sospetto sarà solo l'inizio di una lunga serie di scoperte che condurranno il detective in una direzione inaspettata ed ovviamente ad un caos che i suoi capi non potrebbero neppure immaginare.










E così, a distanza di più di cinque anni, il cerchio si è chiuso.
Ammetto che mi fa davvero strano, pensare di avere finalmente letto tutti i romanzi fino ad ora pubblicati da Jo Nesbo dedicati al detective Harry Hole, senza dubbio uno dei personaggi letterari che più ho amato nella vita.
Fa anche strano che questo, così come il precedente Il pipistrello, siano giunti in casa Ford praticamente come fossero prequel, considerato che si tratta dei primi due titoli dedicati alla saga di Hole che, ai tempi - parliamo della fine degli anni novanta, quando ancora la febbre per il thriller scandinavo non era scoppiata - non furono pubblicati in Italia.
Senza dubbio, rispetto ai successivi titoli della serie - in particolare quelli da La ragazza senza volto, vero punto di svolta nella qualità del prodotto, in poi - lo stile da illusionista di Nesbo risulta ancora acerbo e spigoloso, per quanto la mente di questo sorprendente scrittore appaia ogni volta che lo leggo come una macchina praticamente perfetta, alimentando il dubbio che lo stesso in realtà scriva i suoi romanzi al contrario, avendo bene chiara la conclusione incastrando neanche fosse in Memento tutti i pezzi che portano alla stessa un pezzo alla volta fino al principio, e Scarafaggi non rappresenta certo il titolo più rappresentativo nella saga dell'investigatore alcolista, eppure ancora una volta mi sono goduto la prosa del vecchio Jo, il suo straordinario main charachter ed una vicenda fosca e complessa inserita nella cornice appiccicosa e magica di Bangkok come fosse un film non troppo impegnato ugualmente capace di sorprendere con un almeno un paio di sequenze di grande effetto.
A prescindere, comunque, dalla trama e dalla palestra che, di fatto, Nesbo fece con i primi romanzi dedicati a Harry Hole, una delle cose più interessanti insieme all'evocazione di immagini decisamente potenti - lo stesso Harry e la giovane Runa affacciati sul traffico di Bangkok con le mani tese per catturare l'energia della città che scorre, per citare quella che mi ha colpito maggiormente - restano, come sempre, i comprimari: dalla particolare Liz, poliziotta per metà thai e per metà americana, all'appena citata Runa, che pare uscita dritta dalle adolescenze turbolente degli anni novanta, passando per Jens Brekke, Woo e soprattutto Ivar Loken, la galleria di umanità più o meno oscure con le quali incrocia il suo cammino Hole colpisce dritta al bersaglio grosso.
In particolare l'ultimo citato, con il suo passato militare ed un'aura di mistero che pare essergli cucita addosso, una scorza da Clint Eastwood in Gunny ed un sorriso sornione da Pacino, è divenuto passo dopo passo uno dei personaggi che ricorderò maggiormente dell'intera saga di Hole, in grado di prendere progressivamente vita e spessore rubando spesso e volentieri la scena perfino al protagonista, che non perderà comunque occasione di mostrare tutto il suo valore - la ricostruzione dell'intero caso nella stanza del karaoke è da antologia, così come la scelta finale rispetto al responsabile degli omicidi -.
Un cerchio che si chiude, per l'appunto.
Un pò come il mio con Harry Hole.
Anche se già so che, tra qualche anno, non resisterò alla tentazione di rileggerli tutti, questa volta in ordine cronologico.
Anche se già so che mi piacerebbe vederli, un giorno, tra le mani del Fordino una volta cresciuto, magari curioso di scoprire cosa fece tanto impazzire il suo vecchio delle vicende di un poliziotto caotico, anarchico ed alcolista che pare essere un perdente nato eppure, nonostante le cicatrici, finisce per alzarsi e vincere sempre, alla fine.
E dunque, prima o poi, mi ritroverò faccia a faccia con Nesbo, Hole, e un bicchiere.
O magari due.





MrFord





"We're on the train to Bangkok
aboard the Thailand Express
we'll hit the stops along the way
we only stop for the best."
Rush - "A passage to Bangkok" -





domenica 22 novembre 2015

Hyena

Regia: Gerard Johnson
Origine: UK
Anno:
2014
Durata:
112'







La trama (con parole mie): Michael è un veterano della polizia londinese, un uomo d'azione legato a doppio filo ai compagni della squadra d'assalto, responsabili di numerosi arresti ma senza dubbio lontani dall'essere agenti ligi alle regole. Il gruppo, infatti, è spesso e volentieri implicato in attività più criminali che legali, come la partecipazione con una quota cospicua di denaro ad un'operazione di importazione di traferimento di droga della mala turca.
Quando un gruppo di albanesi entra di forza nel giro cercando di soppiantare i "soci" di Michael, quest'ultimo si ritrova in difficoltà sia rispetto i nuovi arrivati, sia rispetto all'intervento degli Affari interni, che paiono aver messo un bersaglio sulle attività della squadra d'assalto e su Michael stesso.
Come si muoverà questo insolito poliziotto fuori dagli schemi? 
E che ripercussioni avranno le sue decisioni rispetto alle forze dell'ordine ed al mondo del crimine?











Una delle cose che ho sempre apprezzato del cosiddetto "Cinema di genere" è la solidità.
Poco importa che si parli di horror, azione, thriller o, come in questo caso, di serrato crime metropolitano: nel momento in cui ci si allontana dalle regole mainstream tanto quanto da quelle puramente d'essai, e la produzione rivela i giusti attributi, il risultato porta sempre a titoli forti, rocciosi, cattivi e cazzuti come qui al Saloon non ci si stanca mai di affrontare.
E' il caso di Hyena, pellicola made in UK che pare unire, nel segno della violenza, di una cornice decisamente squallida e periferica - scordatevi le panoramiche della Londra turistica - e di una fotografia splendida in pieno stile Drive le tematiche portate a galla qualche anno fa dall'indimenticabile The Shield, il respiro del poliziesco francese anni settanta, quello di provenienza orientale e l'affresco disperato della trilogia di Pusher firmata agli inizi della sua carriera dallo stesso Refn.
Le vicende di Michael Logan, sbirro tutto d'un pezzo, uomo d'azione, pronto a completare arresti e spaccare culi eppure ad un tempo profondamente corrotto e sporco, sono un esempio perfetto di quanto il cosiddetto "genere" possa rendere se sorretto da una regia convincente, un cast in parte - ottimi sia i componenti della squadra d'assalto, lo stesso Logan/Peter Ferdinando, il volto noto Stephen Graham, sia quelli del mondo criminale, guidati dai due inquietanti boss albanesi - ed un'escalation di violenza che non lascia scampo allo spettatore così come ai protagonisti, incapaci di fermare la spirale di oscurità nella quale, per scelta, inclinazioni o natura, hanno finito per farsi risucchiare.
Il lavoro di Gerard Johnson non si preoccupa troppo di risultare politicamente corretto, o di non calcare la mano sulla sua componente violenta - il destino del contatto di Logan ucciso fuori campo dagli albanesi e poi mostrato di scriscio a omicidio già avvenuto, la prigionia della ragazza venduta per punizione ed usata come oggetto sessuale -, è ben sorretto da uno script sufficientemente tragico e scopre nervi che gli appassionati ben conoscono: peccato che, nella parte finale, subisca un lieve calo complessivo - almeno per quanto riguarda il sottoscritto - legato, forse, ad un troppo che stroppia sia in termini di eventi - il confronto decisivo tra Logan e la sua nemesi degli Affari interni, la vendetta degli albanesi rispetto allo stesso Logan - sia ad un finale forse troppo aperto all'interpretazione dello spettatore, che senza dubbio colpirà nel profondo una buona fetta di pubblico ma che avrei preferito, considerata la decisione dell'intera opera, più netto e risoluto.
Ad ogni modo, una pellicola che ruggisce e colpisce, alla quale manca forse la zampata per diventare un piccolo classico ma che resta una delle cose migliori che il poliziesco abbia regalato all'audience negli ultimi mesi, lontana dalla ribalta e dalle produzioni patinate e più vicina allo stile senza freni e senza sconti cui sono abituati i fruitori dei fratelli made in Hong Kong di questo Hyena, evocativo nel titolo e nei fatti, poggiato sulle spalle di un main charachter crepuscolare e detestabile, solido - il salvataggio della ragazza prigioniera - quanto vigliacco - la maggior parte dei confronti con i boss albanesi -, umano nel senso più disprezzabile possibile e forse, proprio per questo, ancora più potente sullo schermo.
Se, dunque, non avete paura di "sporcarvi un pò le mani" o di affrontare una visione di fatto senza sconti, fatevi avanti, e preparatevi ad un viaggio nei recessi di una città e della parte più oscura dell'animo umano.
Al contrario, doveste avere qualche dubbio, girate al largo: qui si entra dritti nel recinto delle belve più feroci.
Quelle che non risparmiano neppure le carogne.




MrFord




"Absent from political authority an animal i've become (Hey !!)
total disorder and confusion is the life style that i run (Hey !!)
permit me to do what i want and i will i'm a nomad to travel (Hey !!)
concrete class stone and gravel."
Rancid - "Hyena" - 




 
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