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lunedì 10 dicembre 2018

White Russian's Bulletin



Appuntamento con il Bulletin piuttosto ricco, considerati gli ultimi mesi, per questa settimana, con ben tre film portati all'attivo, un vero e proprio avvenimento rispetto alla media tenuta dalle vacanze estive in avanti: altra cosa interessante, il primo titolo in grado di mettere d'accordo questo vecchio cowboy con suo fratello, neanche fossimo tornati con la memoria ai tempi in cui guardavamo allo sfinimento e sempre insieme un film dietro l'altro.
In attesa delle classifiche di fine anno, un'iniezione di fiducia nel Cinema davvero niente male.


MrFord



ATERRADOS (Demian Rugna, Argentina, 2017, 87')

Aterrados Poster


Il tam tam della blogosfera, per quanto agonizzante, non smette di regalare possibilità e potenziali titoli interessanti: Aterrados, horror d'atmosfera realizzato in Argentina, rappresenta senza dubbio un esperimento da tenere in considerazione, soprattutto nella prima parte, d'effetto e coinvolgente.
Come molti titoli appartenenti allo stesso genere, patisce alla distanza la troppa carne messa sul fuoco a scapito delle sensazioni primarie - basate su suggestioni domestiche, di suono e sensazioni quasi fisiche - di partenza, ma resta in ogni caso un prodotto che per gli appassionati è in grado di regalare quantomeno spunti di cui tenere conto.
L'ineluttabilità della vicenda ed una manciata di sequenze ben piazzate fanno il resto, anche se prima di considerare Rugna come un nome da tenere d'occhio per il futuro del Cinema di paura, a mio parere, c'è ancora parecchio su cui riflettere.




LA PREDA PERFETTA (Scott Frank, USA, 2014, 114')

La preda perfetta Poster


Consigliato da mio fratello, questo noir d'altri tempi snobbato clamorosamente dal sottoscritto quando uscì qualche anno fa si è rivelato come una delle sorprese più interessanti dell'ultimo periodo: cupo, cinico, violento, con il miglior Liam Neeson - e sapete quanto lo detesti - di sempre o quasi, La preda perfetta, ispirato da uno dei romanzi dedicati al charachter del detective ex alcolista Matt Scudder, è un ritratto perfetto del passaggio tra gli Anni Novanta e gli Zero, un ritratto della Grande Mela nel suo lato notturno e spietato, tra trafficanti di droga e serial killers, dove nessuno viene risparmiato e nessuno esce davvero indenne. 
Ottime atmosfera e fotografia, splendida l'ultima sequenza che chiude con le Twin Towers sullo sfondo, neanche fossimo in piena riflessione in stile La 25ma Ora: da quel buio, da quella paura, da quella violenza potrebbe nascere comunque qualcosa di buono, nonostante la "camminata tra le lapidi" - titolo originale del lavoro di Scott Frank - lasci presagire decisamente il contrario.
Sottovalutato, e troppo, rappresenta senza dubbio uno dei titoli "pulp" più interessanti e tosti degli ultimi dieci anni.




HELL FEST (Gregory Plotkin, USA, 2018, 89')

Hell Fest Poster


Nella migliore tradizione degli horror teen prevedibili e senza logica, per lo scorso Halloween era giunto sugli schermi italiani Hell Fest, omaggio agli slasher anni ottanta ed in parte settanta che avrebbe probabilmente voluto essere una sorta di nuova versione dei due - unici - film davvero degni di nota di Rob Zombie, La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo: peccato che non sia così, e che la visione risulti una minestra riscaldata di una serie di luoghi comuni da record, e che nonostante non si tratti del peggio che sia passato sugli schermi negli ultimi dodici mesi non solo non aggiunge nulla ad un genere già abbastanza bistrattato, ma alimenta alla perfezione tutti i pregiudizi che i detrattori dello stesso possono coltivare.
Dalla sua parte Plotkin ha solo il merito di aver ricordato al sottoscritto l'esperienza "live" del Circo de Los Horrores di qualche anno fa, e stimolato la tentazione di incontrare, una volta o l'altra, un gioco in stile escape room con interazioni fisiche e recitative il più coinvolgenti possibili.
A parte questo, poco resta di una pellicola che fa del luogo comune il suo punto forte. Che punto forte non è.



lunedì 5 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Dovessi tornare con la memoria ad un anno di così scarsa attività da spettatore e cinefilo, dovrei perdermi nei tempi, forse, del periodo wild tra il duemilasei e duemilasette, quando nei rari momenti in cui facevo ritorno nell'allora casa Ford passavo il tempo perso in Lost: non so se sia fisiologico, se il ritorno ad una vita lavorativa impegnativa dopo quasi due anni di clamoroso svacco o la sempre maggiore presenza in palestra, se i cicli prevedano anche questo, se le energie investite in famiglia e nella quotidianità lascino poca benzina per il divano la sera, ma il fatto è che, tolti i weekend, finisco sempre più per destinare le poche ore post-cena prima del tracollo ad attività più easy.
Dunque, anche a questo giro, il Bulletin sarà in versione "very light", in attesa di concludere i tre serial che stiamo affrontando al Saloon per rimpolpare una delle prossime puntate della rubrica.


MrFord



THE PREDATOR (Shane Black, USA/Canada, 2018, 107')

The Predator Poster


Come i più affezionati frequentatori del Saloon ben sanno, il primo Predator è in assoluto uno dei miei cult personali in materia di film action anni ottanta, un vero cult che fu innovatore per i mezzi tecnici utilizzati - la vista termica del cacciatore alieno fu affidata a macchine da presa ad uso militare per la prima volta nella Storia del Cinema -, uno dei mostri esteticamente meglio riusciti di sempre ed un livello di tensione altissimo dall'inizio alla fine: dai tempi di quella pellicola tutto quello che è stato prodotto attorno alla figura del mitico Predator è stato davvero poca cosa, e devo dire che quest'ultimo reboot, previsto come una trilogia - anche se, a giudicare dagli incassi, penso chiuderà qui la sua esistenza come franchise -, non si allontana troppo dal resto dei tentativi.
Certo, la presenza di Shane Black in regia si fa sentire soprattutto per quanto riguarda la componente più ironica, il cast è interessante e potenzialmente anche l'idea della storia: peccato che tutto finisca per essere dimenticato davvero in fretta, e a qualche giorno dalla visione non freghi davvero più nulla di come potrebbe proseguire la storia con protagonista un Boyd Holbrook decisamente lontano da quello visto in Narcos.
Un titolo buono per l'estate giunto fuori tempo massimo, spazzato via dai primi venti autunnali.







HALLOWEEN (David Gordon Green, USA, 2018, 106')

 Halloween Poster


Confrontarsi con un supercult come Halloween, una delle pietre miliari del Cinema horror, è quasi peggio rispetto all'idea di confrontarsi con Predator. 
Il lavoro che fece John Carpenter - un mito assoluto - quarant'anni fa fu strepitoso sia in termini tecnici che iconici, andando a creare uno dei charachters più importanti del genere, che nel corso dei decenni ha generato spin off, sequels e reboot quasi più terribili di quelli della già citata pellicola di John McTiernan: David Gordon Green, benedetto dal Maestro, sfodera inaspettatamente un sequel funzionale ed interessante, in grado di rendere giustizia ai personaggi di Laurie e Michael e fornirne una rappresentazione attuale, sconcertante - a volte la vittima si trasforma a sua volta in un mostro - ed assolutamente importante a livello sociologico - emblematico il ruolo del terzetto nonna madre e nipote nell'affrontare Myers -.
Violento quanto serve, questo prodotto semplice e diretto - ovviamente non ai livelli dell'originale - colpisce nel segno, omaggia il classico che l'ha ispirato e fornisce un intrattenimento di tutto rispetto, ricco anche di riflessioni non da poco.
Senza dubbio, un esempio per tutti i tentativi di omaggio o ripescaggio di vecchi cult.
Quantomeno, pur non brillando per originalità, qui si avverte continuità di intenti.


mercoledì 21 settembre 2016

Narcos - Stagione 2 (Netflix, USA, 2016)




Quando, da cinefili ed appassionati di serie televisive, si incontra un prodotto in grado di fare la differenza, esistono sempre molti modi di porsi rispetto allo stesso, di trasmetterne il valore una volta deciso di scriverne, o raccontarne: lo scorso anno, quando la prima stagione di questo clamoroso prodotto targato Netflix giunse a sconvolgere la blogosfera e non solo, puntai più sul raccontarne le qualità in un certo senso tecniche, dalla ricostruzione di un'epoca alle scelte perfette di cast, regia e produzione, fino alla resa di un crescendo di tensione notevole seppur legato ad una vicenda della quale praticamente tutti gli spettatori conoscevano già l'epilogo.
A questo secondo giro di giostra, però, le cose sono cambiate: nel corso di quello che è un lungo, intenso, travolgente racconto di una caduta quasi shakespeariana, ho visto mescolarsi la consapevolezza e la malinconia del Michael Mann di Heat - La sfida ad un ritratto umano di rara potenza, pronto a mostrare le contraddizioni di tutti i partecipanti ad un gioco al massacro che è tipico dell'Uomo fin dall'alba dei tempi, filtrato attraverso le passioni, il potere, l'amore, il desiderio e l'ambizione, il rapporto con i nostri amici o nemici, quello con noi stessi e con chi ci ha generato.
Il lento sprofondare di Pablo Escobar, più rassegnato che pronto ad accettare che gli eccidi, le violenze, le scelte ed i ricatti operati chiedano il loro tributo, mostra grazie agli autori al pubblico le sue diverse nature, da quella di uomo attaccato alla Famiglia all'assassino spietato, dal rapporto quasi morboso con la moglie ed i figli al confronto drammatico con il padre - stupendo il penultimo episodio, Nuestra finca, incentrato proprio sul genitore del criminale -, passando attraverso un velo di malinconia che si traduce in un declino non solo di posizione, ma anche fisico e sentimentale, legato alla figura del cugino nonchè primo, grande socio in affari, pronto quasi ad accompagnarlo come un fantasma incontro al suo destino.
Ma non deve e non vuole essere un'opera di umanizzazione di Pablo Escobar l'assassino, il trafficante, il criminale, Narcos: più che altro, pare una presa di coscienza di tutti i limiti propri dell'essere umano.
Perchè quest'epopea non ha segnato e caratterizzato solo il suo indiscusso e discutibile protagonista, ma anche e soprattutto chi l'ha amato ed odiato, combattuto, chi è morto per sua mano o per causa sua e chi l'ha ucciso, chi l'ha spalleggiato, tradito, affrontato, chi gli ha dato la caccia, chi l'ha considerato un idolo o la rappresentazione del Male su questa Terra.
Perchè Pablo Escobar, in misura ovviamente estrema e diversa, siamo tutti noi, con le debolezze, le contraddizioni, i giochi di potere piccoli o grandi e la ricerca di quella tranquillità che passa dal sogno di una fattoria ad una panchina in un parco, con fragole e panna, nella nostra città.
Non è la ricerca di un'empatia improbabile con quello che è stato un efferato omicida, quanto un incredibile tentativo di mostrare anche il peggiore degli uomini come un Uomo, nel bene e nel male, nell'essere l'espressione animale - in quale senso, positivo oppure no, dipende dai momenti e dalla prospettiva - che siamo: del resto, il confine che separa pose dei militari sorridenti che lo uccisero con il cadavere del re della cocaina ai loro piedi alle dichiarazioni della madre pronta a negare l'evidenza della natura spaventosa del figlio è davvero molto, molto labile.
Spesso e volentieri, uomini come Carrillo ed Escobar stanno solo dai due lati della barricata, ma in fondo, manifestano esattamente le stesse pulsioni, le stesse passioni.
E noi, che viviamo ad un volume più basso la vita, sappiamo bene che sarebbe difficile, con tutto quel potere tra le mani, non esplodere nel cercare di maneggiarlo.
Siamo umani, del resto: e non c'è dipendenza più pericolosa di questa.
Alla faccia di qualsiasi droga e qualsiasi narcotrafficante.




MrFord





 

mercoledì 18 novembre 2015

Narcos - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10





La trama (con parole mie): siamo in Colombia nel pieno degli anni ottanta quando Pablo Escobar, trafficante locale, inizia la sua ascesa al trono di re dei narcotrafficanti, divenendo anno dopo anno non solo uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, ma anche un modello per generazioni intere di criminali. La sua influenza, che passa dalla strada alla politica, la violenza della sua organizzazione ed il suo distorto progetto di diventare, un giorno, Presidente della Colombia, vengono narrate attraverso il punto di vista degli agenti della DEA Javier Pena e Steve Murphy, distaccati all'Ambasciata americana in modo da contrastare la progressiva acquisizione di potere da parte dei narcos guidati da Escobar grazie all'aiuto dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine locali come Carrillo.
Una cronaca spietata e terribile di una delle epoche più importanti per il crimine e la lotta di pochi uomini disposti a tutto affinchè lo stato delle cose possa cambiare.









A dispetto del fatto che si tratti di uno dei più grandi criminali del ventesimo secolo, penso che il nome di Pablo Escobar sia noto anche a chi non ha mai avuto niente a che fare con qualsiasi droga e non sia appassionato di storie legate al mondo oltre la Legge.
Il trafficante colombiano, tra gli anni ottanta e novanta, è stato di fatto l'equivalente reale - e forse anche più grande - di tutti gli Scarface cinematografici pensabili, al vertice di un impero che mise in ginocchio un intero Paese e gli garantì un "tesoro" che lo pose tra i dieci uomini più ricchi del mondo perfino per la storica rivista Forbes: Netflix - una realtà sempre più interessante soprattutto per quello che riguarda il piccolo schermo -, affidandosi ad una produzione con due palle d'acciaio, ad un cast semplicemente perfetto - magnifico Wagner Moura, già protagonista di Tropa de elite, proprio nel ruolo di Escobar - e ad atmosfere che ricordano pietre miliari del genere come Il potere del cane di Don Winslow, regala al pubblico una delle sorprese più liete ed uno dei titoli imperdibili di questo duemilaquindici televisivo, sfruttando la narrazione esterna dell'agente della DEA Steve Murphy e mescolando abilmente eventi reali e fiction, confezionando dieci episodi serratissimi, emozionanti, violenti, i più vicini, forse, di questa stagione che volge al termine, alla qualità più alta del grande schermo.
La scalata al potere di Escobar ed il suo tentativo di conquistare letteralmente la Colombia - tentativo che, di fatto, segnò anche l'inizio della fine del suo impero -, sviluppato in parallelo agli sforzi degli agenti americani e dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine colombiane di arrestarlo o ucciderlo, porta in scena non solo una storia così clamorosa da apparire effettivamente fiction, ma anche tutte le sue sfumature più umane, a partire dal legame di Escobar con la sua famiglia fino alle evoluzioni nel carattere di Murphy e Pena - sarà interessante scoprire come decideranno di orientare il loro approccio in proposito gli autori con la seconda stagione -, o la vera e propria ossessione di figure come quella di Carrillo, disposto a tutto pur di mettere le mani su Escobar e vendicarsi delle morti di compagni ed amici persi negli anni.
Un altro aspetto portato a galla alla grande dagli sceneggiatori è rappresentato dalla tipica sete di potere di chi detiene il potere stesso, che aumenta progressivamente fino a diventare la rovina di chi la sente crescere e pensa di poterla dominare: le scelte dell'incontentabile Pablo, da trafficante locale a boss del giro della cocaina nel mondo, determinato a farsi eleggere regolarmente nel Parlamento sognando un giorno di diventare Presidente, finiscono per rispecchiare quelle di tanti personaggi che abbiamo visto salire al "trono" e cadere in anni e anni di cult dedicati al mondo del crimine - e non solo, si intenda -, ed ancora una volta stuzzicare l'interrogativo principe legato a questi casi: "Perchè non scegliere, un giorno, ricchi ed appagati, di fermarsi?".
Forse la sete di vita, forse quella di potere, o più semplicemente la ferocia che contraddistingue noi uomini che in alcuni è sicuramente più ingombrante che in altri: gli stessi Murphy, Pena, Carrillo, pronti a sacrificare quasi tutto per arrivare a completare la loro missione, paiono affetti dalla stessa malattia che divorò Pablo Escobar e gli costò tutto quello che aveva costruito.
In tutto questo, Narcos fornisce un ritratto che tiene il giusto equilibrio e finisce per mostrare, più che parteggiare per qualcuno, quasi volesse, di fatto, fornire un esempio di quello di cui siamo capaci di fare: non dimentichiamo che, a prescindere dal campo, dalla Legge, dalla scelta di stare da una parte o dall'altra della barricata, dal molto piccolo al molto grande, non c'è animale più feroce, vorace e spietato dell'Uomo.
E senza scomodare esempi come quello di Escobar, se ci guardiamo attorno anche in questo momento, guardando chi incontriamo, incrociamo, viviamo giorno per giorno, proveremo senza dubbio la sensazione che solo la Legge - quella della giungla - può trasmettere: quella della lotta per l'imposizione e la sopravvivenza.




MrFord




"If you got bad news, you wanna kick them blues.
Cocaine.
When your day is done and you wanna run.
Cocaine."

Eric Clapton - "Cocaine" - 






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