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martedì 17 maggio 2016

Ave, Cesare!

Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Origine: USA, UK, Giappone
Anno:
2016
Durata:
106'








La trama (con parole mie): Eddie Mannix è il problem solver ed il coordinatore dei Capitol Studios, una delle realtà più importanti del Cinema all'inizio degli anni cinquanta.
Il suo compito, a qualsiasi ora del giorno e della notte, è fare in modo che le cose girino sempre per il verso giusto, che registi ed attori svolgano il loro lavoro al meglio cercando di mettersi nei guai il meno possibile e tirarli fuori dagli stessi guai all'occorrenza: quando Baird Whitlock, star principale del kolossal in corso di ripresa Ave, Cesare! scompare misteriosamente dagli studios, per Mannix inizia una ricerca che potrebbe condurlo a scoperte decisamente scomode, nonchè ad utilizzare tutto il suo talento nel rimettere sui binari quello che rischia di deragliare ad ogni sequenza.
Perchè se nella settima arte esistono tante stelle, e storie, ed il senso di meraviglia conquista, alle spalle di tutto resta sempre un demiurgo che ha ben chiaro il senso del suo compito, e lo svolge con diligente solerzia.













Fin dai tempi dei primi passi nel mondo del Cinema autoriale, ho sempre adorato il modo di raccontare storie dei fratelli Coen: scombinati eppure perfettamente lucidi, assurdi ma calcolatori, pronti a regalare perle da pisciarsi addosso dalle risate come Il grande Lebowski o Arizona Junior e ritratti quasi oscuri come Fargo e L'uomo che non c'era, così come a lanciarsi in esperimenti pronti a toccare i più disparati generi cinematografici, da Crocevia della morte a Il grinta.
Neppure di fronte ai loro lavori meno ispirati e riusciti - si pensi a Prima ti sposo poi ti rovino o Ladykillers - sono riuscito a volere male ai due fratellini, anzi, ho finito per godermi anche i punti più bassi della loro carriera: eppure, ai tempi dell'uscita del trailer, non ero affatto convinto di quest'ultimo Ave, Cesare!, che dava al sottoscritto l'impressione della minestra riscaldata che funziona sempre poco, soprattutto al Cinema.
E invece, al contrario di tutte le aspettative, i Coen hanno finito per stupirmi in positivo un'altra volta.
Ave, Cesare!, infatti, è un film complesso nonostante l'apparenza giocosa e citazionista - senza dubbio è un lavoro costruito da amanti del Cinema soprattutto classico per amanti del Cinema soprattutto classico -, di quelli che, probabilmente, finiscono per acquistare valore visione dopo visione, all'interno del quale, come in un gioco di scatole cinesi, si fondono il noir, la commedia, il grottesco, il musical, l'epoca fantastica dei grandi studios ed il kitsch dei kolossal che fecero la Storia negli anni cinquanta, da I dieci comandamenti a Ben Hur, una specie di strano mix tra il già citato Il grande Lebowski e Vizio di forma, con qualche spruzzata di metacinema e la consueta riflessione legata alla Fede tipica dei Coen già presente nel sottovalutato e bellissimo A serious man.
Non un film per tutti, dunque, ed ancor meno per i detrattori dei due registi e sceneggiatori, che in Ave, Cesare! ritroveranno tutti i tratti distintivi che fanno andare in visibilio i loro fan hardcore tanto quanto irritano chi non si specchia nel loro modo di approcciare la settima arte: a prescindere, comunque, da questo, e dal cast davvero all star, la realizzazione tecnica risulta impeccabile nella ricostruzione della cornice d'epoca così come nella messa in scena.
Dal canto mio, a parte i molteplici riferimenti ad un'era che adoro del Cinema americano, ho trovato in questo film tutto l'amore che i Coen nutrono per la settima arte in tutte le sue incarnazioni, ed una riflessione davvero profonda nata sfruttando la figura da Mr. Wolf di Eddie Mannix, una sorta di divinità scesa in terra per aggiustare tutti i guai originati dalle star scombinate, caotiche e spesso e volentieri neppure in grado di comprendere la vita oltre il set ed espiarli e confessarli come se fossero propri, neanche fosse il Gesù del kolossal che si incarica di salvare riportando sulla retta via il perduto - in tutti i sensi - Baird Whitlock.
O forse quella stessa riflessione è in realtà una grande presa in giro della seriosità ed importanza che alcuni dogmi - che si parli di Fede o di Cinema poco importa - finiscono per avere anche quando si vivrebbe meglio con leggerezza e strafottenza, con la capacità di dimenticarsi della Fede stessa come Baird o con la semplicità del cowboy ritrovatosi attore Hobie Doyle, incapace di recitare quando occorre rapportarsi agli umani - strepitoso il siparietto con Ralph Fiennes - così come di togliersi la dentiera nel pieno di un appuntamento per raccontare di quando un incidente di rodeo gli è costato tutti i denti neanche parlasse delle scarpe che si è messo quella stessa mattina per uscire.
Ma in fondo, che si tratti di una cosa o dell'altra, non è dato conoscere la risposta, ma se senza dubbio caldeggiato provare a trovarne una, fosse anche sbagliata: il bello del Cinema - e di Ave, Cesare! - è proprio questo.
Un intrigo passionale.
Una storia d'amore.
Un atto di fede.
Un tentativo di rivolta.
Ad ognuno il suo.
L'importante è avere il set giusto per brillare.





MrFord





"Who are these christians?
What is this strange religion?
I' ve heard it said they turn the other cheek
ha ha ha ha
throw them to the lions
throw them to the lions
throw them to the lions
thumbs down
10 pieces of gold for every man
hail caesar hail caesar."
Iggy Pop - "Caesar" - 





lunedì 23 novembre 2015

Spectre

Regia: Sam Mendes
Origine: UK, USA
Anno: 2015
Durata: 148'






La trama (con parole mie): spinto da un mistero che pare avere radici nel suo passato e coinvolgere tutti i criminali con i quali si è confrontato negli ultimi anni di attività, orfano di M, malvisto dai nuovi vertici dei servizi segreti anglosassoni, James Bond parte da Città del Messico per dipanare la matassa che risponde al nome di Spectre, un'organizzazione criminale con agganci e mezzi pari, se non superiori, a quelli degli stessi servizi segreti.
Viaggiando tra l'Italia, l'Austria ed il Nordafrica, braccato da Hinx, uomo di forza della stessa Spectre, deciso a mettere in salvo Madeleine, figlia di un suo vecchio nemico, Bond sarà costretto a sfruttare tutta la sua abilità, il coraggio e la sfrontatezza, nonchè i pochi agenti ancora fidati all'interno dell'MI6 per portare a casa la pelle, minare le fondamenta dell'organizzazione rivale e portare alla luce i doppiogiochisti all'interno del suo governo prima di prendere una propria strada, magari accanto a Madeleine.









Il personaggio di James Bond mi è sempre piaciuto: bastardo il giusto, uomo d'azione, ottimo bevitore, con un debole per le belle donne, l'agente segreto figlio della penna di Ian Fleming ed ormai parte dell'immaginario collettivo ha da sempre tutte le carte in regola per essere il benvenuto al Saloon.
Qualche anno fa, quando con l'ingaggio di Daniel Craig avvenne una sorta di svolta muscolare nella serie, rimasi letteralmente ammirato dal lavoro fatto sullo strepitoso Casinò Royale, probabilmente uno dei film migliori dedicati allo 007 di sempre, concentrato d'azione eppure in grado di raccontare una storia non banale, tamarro ma allo stesso tempo traboccante stile.
Venne poi il sicuramente meno convincente ma quantomeno divertente da vedere Quantum of solace, prima dell'approdo dietro la macchina da presa di Sam Mendes, regista celebratissimo - e dall'enorme talento - che con Skyfall e questo Spectre ha deciso di portare la dimensione di Bond a quella dell'action d'autore, ambizioni comprese: ed è proprio qui, come si direbbe in Inside man, che sta l'inghippo.
Perchè se da un lato la tecnica è indiscutibile almeno quanto la messa in scena, di fatto Spectre patisce - in misura comunque minore, sia chiaro - gli stessi difetti di Skyfall, celebrato un pò ovunque e da queste parti selvaggiamente bottigliato: minutaggio eccessivo, ambizioni eccessive, eccessiva voglia di dare alla pellicola ed al main charachter uno spessore da film drammatico che appesantisce il complesso dell'opera e finisce per remarle contro decisamente più di quanto non accadrebbe con un approccio più easy e scanzonato.
La sequenza d'apertura, decisamente ottima, di Città del Messico, tutta adrenalina e mistero, è un ottimo esempio dell'approccio che Mendes avrebbe dovuto tenere in tutta la pellicola, senza preoccuparsi troppo di romanticismo, introspezione, spiegoni ed approfondimenti assortiti: dalla logica di alcuni passaggi - perchè, se cominci a presentare un action o un film d'avventura come un prodotto d'autore, è naturale che si comincino a fare le pulci allo stesso - come la resa dei conti con l'Hinx interpretato dall'ex wrestler Dave Bautista - senza dubbio ingaggiato per le sue doti attoriali e premiato per questo con una sola battuta - a bordo di un treno lussuoso in stile Orient Express che viaggia nel deserto nordafricano all'interno del quale paiono non esserci passeggeri o personale anche a fronte di uno scontro che prevede spari e corpo a corpo da corpi speciali all'interpretazione insopportabile di Christophe Waltz, condannato ormai ad essere la caricatura degli indimenticabili charachters di Bastardi senza gloria e Django Unchained, scesa l'adrenalina dell'apertura si assiste ad una lenta, noiosa esibizione di tecnica e budget di quasi due ore e mezza, che non lascia nulla e che, più che rimandare al Classico, pare una sbiadita fotocopia dello stesso.
Personalmente, sono molto dispiaciuto che per la seconda volta Mendes non abbia centrato il bersaglio con Bond - nonostante in molti abbiano sbrodolato parole di giubilo alla vista di Spectre quanto e forse più che rispetto a Skyfall -, perchè la mia speranza era quella di potermi godere Spectre dall'inizio alla fine e, chissà, in una certa misura rivalutare anche il capitolo precedente: invece mi sono trovato a rimpiangere - e molto - Licenza di uccidere, che con classe ma altrettanta leggerezza, regalava un cult d'avventura senza altre pretese se non far evadere il pubblico per un'ora e mezza.
Al contrario, qui ne ho affrontate più di due con il desiderio di evadere.
Dal film.




MrFord





"I'm prepared for this
I never shoot to miss
but I feel like a storm is coming
if I'm gonna make it through the day
then there's no more use in running
this is something I gotta face."
Sam Smith - "Writing's on the wall" - 





mercoledì 14 maggio 2014

Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Origine: USA, Germania
Anno: 2014
Durata: 100'





La trama (con parole mie): uno scrittore ospite del leggendario Grand Budapest Hotel, affascinato dalla sua struttura decadente e dagli ospiti curiosi, incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, ed avuta l'occasione di cenare con quest'ultimo finisce per diventare il testimone del racconto della vita dell'uomo, preso sotto l'ala protettrice, nel periodo tra la prima e la seconda guerra che sconvolsero il continente, dal mitico consierge Gustave H., cuore del Grand Budapest stesso ed amante di molte facoltose e vecchie signore. 
Alla morte di una di queste, Gustave finisce al centro di un complicato intrigo legato alla cospicua eredità della donna, nel mirino di parenti più o meno lontani capeggiati dal figlio Dmitri e della sua guardia del corpo Jopling: carcere, fughe e rischi più che concreti di morte diverranno dunque pane quotidiano per Gustave e Zero, pronti a lottare l'uno accanto all'altro per sopravvivere e costruire il futuro delle loro vite, bene o male possano le stesse finire.









Wes Anderson è uno dei paladini ufficialmente riconosciuti del radicalchicchismo.
Praticamente da sempre.
Tutto, nel suo Cinema, dalla fotografia curata maniacalmente ai carrelli laterali che paiono correre nei corridoi di una casa di bambole, dai colori pastello al gigioneggiamento selvaggio dei suoi attori, grida al radicalchicchismo.
Senza se e senza ma.
Eppure, allo stesso modo, dietro l'apparenza ed il piglio, i lavori del regista texano - il meno texano del pianeta, mi viene da aggiungere - traboccano cuore e sentimenti neanche ci trovassimo nel pieno di uno dei film pane e salame che tanto piacciono al sottoscritto: ricordo bene quanto riuscì a sovvertire sensazioni e valutazione Moonrise kingdom, penultima fatica del buon Wes, che iniziai a recensire pensando di sfoderare le bottigliate delle grandi occasioni e finii per riscoprire come una delle parabole migliori del Cinema grottesco recente, neanche i Grimm avessero incontrato un delirio di colori pastello e di profonda critica sociale.
Con Grand Budapest Hotel, probabilmente sogno segreto del regista da anni, album di fotografie con soggetti principali tutti i suoi attori feticcio - da Owen Wilson a Willem Defoe, passando ovviamente per Bill Murray, fino allo spazio concesso a nuove promesse come Saoirse Ronan -, Anderson poggia invece sul bancone del Saloon un cocktail che pare un mix abilmente dosato di romanticismo tedesco, stile narrativo russo - un pò Anna Karenina, un pò La figlia del capitano -, ironia nera, avventura vecchio stile in grado di richiamare addirittura qualcosa dell'espressionismo ed una fiaba nera da far impazzire dall'invidia gente come Tim Burton.
Le vicende di Gustave H. e Zero Moustafa, charachters che non avrebbero sfigurato in pellicole vintage d'alta scuola come i lavori d'ambientazione indiana di Fritz Lang o i grandi classici dell'avventura made in USA, senza contare il fascino dell'atmosfera mitteleuropea da spionaggio - e nonostante il bianco e nero c'entri poco o nulla, finisce per tornare a galla il Welles de Il terzo uomo e quello di Quarto potere -, sono un piacere per gli occhi, il cuore ed il cervello, ed il curioso mosaico di immagini e figurine in cui si muovono si rivela composto da tessere dai colori quasi accecanti - il rimbalzare delle telefonate della setta segreta dei consierge -, altre di bruciante ironia - i riferimenti al nazismo e gli uomini al servizio del regime - ed altre ancora velate di malinconia, che conducono lo spettatore per mano ad un finale in cui si incontrano il Woody Allen di Ombre e nebbia ed il gusto per il romanzo ottocentesco, carico di passione ed energia eppure in qualche modo segnato dall'inevitabile sconfitta dell'Uomo per mano del Destino.
La doppia narrazione, inoltre, dell'autore e di Moustafa, regala una struttura ad incastro che convince senza riserve, e nonostante l'intero lavoro dia l'impressione di un divertissement senza altro scopo se non intrattenere il regista stesso ed i suoi collaboratori, il risultato è quello delle grandi occasioni, ed il sentimento messo da Anderson in questo racconto è quanto di più lontano possa essere pensato rispetto al concetto di radical chic ed alle conseguenze che, di norma, l'esserlo porta agli autori ospiti di queste pagine.
E mentre sfilano davanti alla macchina da presa scenografie da sogno e si assiste ad intrighi da Dieci piccoli indiani, fughe da penitenziari neanche ci trovassimo in un Classico con Clint Eastwood, storie d'amore più o meno realizzabili o consuete, prende corpo un film che è una piccola perla per gli occhi ed il cuore, ennesima conferma di un Autore con la a maiuscola, capace di raccontare attraverso un'estetica da urlo storie che pare lo stesso abbia la necessità di portare sul grande schermo a prescindere dal fatto che sappia farlo con uno stile personale, unico e convincente.
In un certo senso, Grand Budapest Hotel rappresenta una summa del percorso compiuto da Anderson fino ad ora, all'interno del quale è possibile ritrovare tutti i temi cari al regista accanto ai suoi attori favoriti, pronto raccogliere e sfruttare la vena ironica e surreale de I Tenenbaum accanto alla delicata e spietata magia di Moonrise Kingdom e all'impatto esplosivo di Fantastic Mr. Fox: avercene, di Indiana Jones versione radical come questo.
E lo dico con tutto il cuore di un paladino del pane e salame.



MrFord



"Sleep on the left side
leave the right side free
hope gets salted
as those around you leave
we're gonna let it up like India House on fire
we're gonna let it go
and let it go higher
let it go."
Cornershop - "Sleep on the left side" - 





domenica 30 dicembre 2012

Ford Awards 2012: i film che non vedrete nelle sale italiane


La trama (con parole mie): come fu lo scorso anno, inauguro le classifiche dedicate ai miei adorati film e a quello che è l'argomento principe del Saloon con i dieci migliori titoli passati su questi schermi nel corso del 2012 che non hanno ancora visto - e molto probabilmente non vedranno mai - una distribuzione qui nella Terra dei cachi. 
Gli argomenti saranno molti, così come i generi esplorati, ma di sicuro si tratta di pellicole che valgono almeno una visione ed una ricerca che vada oltre quella dei titoli presentati nelle sale nostrane.
E' stata, lo ammetto, una selezione molto più dura rispetto a quella dei distribuiti regolarmente, sconvolta proprio nell'ultimo periodo da una visione che è volata dritta dritta sul gradino più alto del podio sbaragliando la comunque più che agguerrita concorrenza.
Quale sarà questo titolo? E quali altri si saranno battuti fino all'ultimo giorno?


N° 10: Coriolanus di Ralph Fiennes

 
Con il vecchio Bill il bardo allo script, difficilmente si sbaglia: Ralph Fiennes, attore di razza che non è nuovo alla materia shakespeariana, porta in scena un dramma bellico potente e di pancia, che costruisce sulle spalle sue e di un sorprendente Gerard Butler.
Gli ingredienti della tragedia ci sono tutti, così come un'ambientazione moderna che riporta alla mente le guerre civili che hanno dilaniato - e dilaniano - molti paesi in ogni angolo del globo: alla fine, quando la polvere si posa, è difficile trovare un vero vincitore.




N° 9: Bellflower di Evan Glodell


Evan Glodell, sorprendente nuovo volto del Cinema indipendente made in USA, regala una perla che unisce le apocalittiche atmosfere della trilogia di Mad Max, la passione per la settima arte e tutta la carica di pulsioni e sentimenti che nasconde l'amore, una delle trappole più pericolose in cui si rischia di cadere almeno una volta nella vita.
Un film non perfetto, eppure ribollente e vitale, come quando al principio della sbronza ci si sente di poter compiere qualsiasi impresa.



N° 8: Cave of forgotten dreams di Werner Herzog


A dire il vero quest'ennesima meraviglia firmata Herzog - che ha conosciuto una vera e propria seconda giovinezza da quando si è dedicato al format del documentario - non è propriamente non uscita nelle nostre sale, ma resta una di quelle proposte destinate a perdersi tra Festival e mercato dell'home video, quindi ho deciso di inserirla ugualmente in questa classifica per renderle il giusto omaggio e lo spazio che merita.
Evoluzione della specie, e del Cinema.



N° 7: Red di Lucky McKee, Trygve Allister Diesen 

 
Per il secondo anno consecutivo il tostissimo Lucky McKee piazza una sua creatura nella top ten dei titoli non distribuiti nella Terra dei cachi, ancora decisamente troppo poco matura per affrontare la forza di questo Cinema da provincia profonda made in USA fatto di speranze infrante e lotta contro il destino.
Una storia struggente che scava dentro lo spettatore provocando sconforto e rabbia, frustrazione e voglia di avere la forza - ma anche l'equilibrio - per cercare, almeno una volta, di non far pendere le bilance del potere in favore di chi ne abusa.

 
N° 6: Rundskop di Michael R. Roskam


Candidato all'Oscar per il miglior film straniero - premio andato allo splendido Una separazione - questo lavoro venuto dal Belgio più cupo e piovoso è uno spaccato in grado di mescolare il realismo dei Dardenne, la freddezza pungente di Haneke e lo struggimento di Audiard.
Una pellicola pazzesca da sudore, lacrime e sangue, che ha il potere di lasciare senza parole lo spettatore, che assiste al viaggio verso l'inevitabile conclusione di un protagonista indimenticabile.


N° 5: Lake Mungo di Joel Anderson


La vera, clamorosa, grande sorpresa horror degli ultimi dodici mesi: recensito benissimo in rete, questo misconosciuto lavoro made in Australia è riuscito a fare provare al sottoscritto la tensione che non bussava alle porte del Saloon dai tempi di Twin Peaks.
Un mockumentary profondo ed inquietante, realizzato con pochissimi mezzi eppure efficace sotto tutti i punti di vista: visto di notte, da soli, crea un'atmosfera unica.


N° 4: Tyrannosaur di Paddy Considine


L'esordio dietro la macchina da presa dell'attore Paddy Considine è un pugno nello stomaco così forte da far rimpiangere i peggiori colpi proibiti menati dalle pellicole più struggenti e senza speranza firmate da Ken Loach.
Un Peter Mullan superlativo porta in scena un protagonista profondamente drammatico, un outsider in lotta contro la vita di quelli che non si dimenticano facilmente: i mostri della quotidianità combattuti con la determinazione di chi è abituato ad allargare le spalle e portare il peso dell'esistenza. Una bomba.


N° 3: Synecdoche, New York di Charlie Kaufman


Con il podio i grossi calibri cominciano a sparare le loro cartucce più clamorose: iniziamo con il dramma portato in scena da Charlie Kaufman, geniale autore in grado di ribaltare l'esistenza come un calzino per poi farci credere che quello stesso calzino, in realtà, non esista.
Grazie ad un Philiph Seymour Hoffman da antologia, il regista prende per mano l'audience conducendola letteralmente attraverso il suo mondo interiore.


N° 2: The raid - Redemption di Gareth Evans


Il film d'azione che tutti i fan del genere - e non solo - sognavano dal profondo degli anni ottanta.
Botte da orbi, sequenze mozzafiato, adrenalina e ritmo vertiginoso senza dimenticare una profondità insolita per un prodotto di questo genere.
Se non ci fosse stato un miracolo in extremis di questo 2012 ormai agli sgoccioli, sarebbe stato il preferito fordiano tra i non distribuiti in Italia a mani basse. Clamoroso.


N° 1: Holy motors di Leos Carax


Proprio quando i giochi per questa classifica parevano fatti, ecco che Leos Carax tira fuori dal cilindro un vero e proprio colpo di genio, uno di quei film che compaiono come per miracolo ogni dieci anni e riescono a strabiliare qualsiasi tipo di pubblico e critica.
Un'opera complessa eppure semplicissima, ipnotica ed assolutamente magica: l'incarnazione del Cinema per come tutti noi lo amiamo, e continueremo a farlo, ritmata da un'interpretazione oltre ogni giudizio del metamorfico Denis Lavant. Una meraviglia.

 
I PREMI

Miglior regia: Leos Carax per Holy motors
Miglior attore: Denis Lavant per Holy motors
Miglior attrice: Samantha Morton per Synecdoche, New York
Scena cult: lo scontro tra i due fratelli dalle parti opposte della barricata e Mad Dog, lo sgherro del boss, The raid - Redemption
Fotografia: Holy motors
Miglior protagonista: Joseph, Tyrannosaur
Premio "lo famo strano": Woodrow e Milly, Bellflower
Premio "ammazza la vecchia (e non solo)": Rama, The raid - Redemption
Migliori effetti: Holy motors
Premio "profezia del futuro": Cave of forgotten dreams

 

martedì 6 novembre 2012

Skyfall

Regia: Sam Mendes
Origine: UK, USA
Anno: 2012
Durata: 143'




La trama (con parole mie): nel corso di una missione ad Istanbul, impegnato in un inseguimento con un agente venuto in possesso di un drive che rivelerebbe ai nemici dell'MI6 la posizione degli agenti del servizio segreto britannico infiltrati in tutto il mondo, James Bond viene "sacrificato" da M in nome della riuscita dell'incarico, peraltro mancata.
Lo 007 si ritira così lasciando che lo diano per morto fino a quando una misteriosa organizzazione attacca la sede della stessa MI6: a quel punto, spinto dal senso del dovere e dai legami quasi "di famiglia" con M, l'agente fa il suo ritorno.
Molte cose, però, minacciano la sua missione oltre ai nemici dell'Inghilterra: Bond non è più brillante come un tempo, e il dubbio che possa essere soltanto un ingranaggio sostituibile rischia di diventare un peso troppo grande con il quale confrontarsi in un momento delicato come quello di una missione potenzialmente senza ritorno.





Quando Daniel Craig raccolse il testimone dello spento Pierce Brosnan - uno degli 007 peggiori di sempre - rimasi piacevolmente stupito dalla scelta di optare per un Bond più rude ed "operaio", più avvezzo allo scontro fisico che non agli aperitivi di lusso: inoltre, Casinò royale si rivelò un ottimo prodotto d'azione, cui seguì il più posticcio ma comunque discreto Quantum of solace.
Skyfall, il terzo capitolo della saga dell'agente segreto più famoso del grande schermo con protagonista l'appena citato Craig, prometteva scintille già dal nome del regista: Sam Mendes, autore di cult come American beauty e Revolutionary road.
Senza passare dal via, dunque, lo stesso giorno dell'uscita casa Ford ha finito per trasferirsi, nonostante la pioggia torrenziale, in sala per gustarsi quello che prometteva di essere uno dei migliori film dedicati a Bond mai realizzati: peccato che la delusione - come spesso accade quando le aspettative sono molto alte - fosse dietro l'angolo, e Skyfall si sia rivelato fondalmentalmente come uno dei prodotti più posticci e senz'anima che abbia potuto osservare negli ultimi mesi.
Certo, la regia ed ogni altro aspetto tecnico risultano impeccabili, la confezione è pressochè perfetta, il cast funziona a meraviglia - con gente come Ralph Fiennes e Javier Bardem, del resto, si va sempre sul sicuro -, eppure l'impressione che si tratti di una gigantesca operazione commerciale completamente priva di spessore è presente dal primo all'ultimo minuto, a braccetto con una terribile sensazione di pesantezza che neppure le sequenze d'azione riescono ad indurre a lasciare da parte: quasi due ore e mezza per un titolo di questo genere sono indubbiamente troppe, specie se il ritmo non si rivela in grado di sostenerle adeguatamente - in questo senso, confesso di aver avuto un momento di panico quando, alla fine dell'interminabile primo tempo, la scritta "intervallo" lasciava presagire un altrettanto interminabile seconda parte -.
Come se non bastasse la noia, poi, Skyfall viene ripetutamente e pesantemente segnato da una delle cose che meno sopporto all'interno di una pellicola: le marchette pubblicitarie.
Posso capire, infatti, che parte dei finanziamenti di un film dalle esigenze produttive di un certo livello - e rese ancor più ostiche dalle numerose difficoltà incontrate da Mendes e i suoi nel corso della lunga gestazione dell'opera - possa giungere dagli sponsor, ma trovarmi ad ogni piè sospinto una bella bottiglia di birra, un orologio, un portatile o un capo d'abbigliamento di questa o di quella marca inquadrati in primissimo piano pare davvero al limite dello scandaloso, neanche ci fossimo ritrovati nel bel mezzo di uno spot televisivo comandato dalla produzione.
Inoltre, l'ironia di fondo che aveva caratterizzato il già citato Casinò royale pare essersi vaporizzata ed aver contribuito con la sua sparizione ad arrossare gli occhi di un Bond decadente e triste, cupo e lontano anni luce dalla versione action vista due capitoli or sono: se, però, questo potrebbe risultare funzionale da un punto di vista narrativo e d'introspezione, dall'altro rende clamorosamente kitsch e fuori luogo tutte le sequenze altamente irreali legate alle imprese dell'agente britannico più famoso del mondo, tanto da farlo apparire posticcio quanto un Liam Neeson qualsiasi in un Taken 2 qualsiasi - l'inseguimento con le moto sugli stessi tetti di Istanbul bombardati con scorte infinite di granate dalla figlia di Mills mi ha fatto venire i brividi quasi quanto il volo dal ponte di Bond dopo essere stato colpito dalla sua partner apparentemente infallibile con il fucile a seguito dell'ordine di M -.
Una delusione su quasi tutta la linea, dunque, per un film che vorrebbe essere un thriller d'autore senza averne il cuore ed un circo d'azione senza mostrarne gli attributi: una vera disdetta, perchè la materia sulla quale lavorare era molta, il talento e la tecnica non hanno dato forfait ed il personaggio è di quelli "di una volta", dalle potenzialità ancora enormi - unico acuto di (auto)ironia, l'utilizzo dell'indimenticata Aston Martin "classica" -.
Speriamo che Craig e tutto il franchise si riprendano in tempo per il prossimo capitolo.
Altrimenti, il dubbio che oltre ad M anche Bond possa finire in pensione rischia di diventare una pericolosa certezza.


MrFord


"This is the end
hold your breath and count to ten
feel the earth move and then
hear my heart burst again
for this is the end
I've drowned and dreamed this moment
so overdue, I owe them
swept away, I'm stolen."
Adele - "Skyfall" -


mercoledì 25 aprile 2012

Coriolanus

Regia: Ralph Fiennes
Origine: Uk
Anno: 2011
Durata: 122'



La trama (con parole mie): Caio Marzio, generale romano inviso al popolo per aver ordinato la chiusura dei magazzini con le scorte di grano, fronteggia fieramente le contestazioni prima di partire alla volta di Corioli, cuore del territorio in mano ai Volsgi guidati dal suo acerrimo rivale Aufidio, che Marzio ha già più volte in passato affrontato e vinto.
Nel pieno di quello che dovrebbe essere il loro ultimo duello, i due vengono separati, ed il generale romano, pur provato, riesce a portare a compimento la vittoria sui nemici guadagnandosi l'appellativo di Coriolano. Al suo rientro a Roma, sfruttando i successi militari, verrà spinto dalla madre a tentare la carriera politica: osteggiato dal popolo ed esiliato, Caio Marzio tornerà dalla sua nemesi per schierarsi al suo fianco e marciare insieme verso la città che gli ha voltato le spalle.




Avere il Bardo dalla propria è sempre un gran bel pezzo di vantaggio.
In fondo, Storia e Teatro a parte, parliamo del più grande sceneggiatore per il Cinema mai esistito.
In passato Maestri della settima arte hanno confezionato i loro più grandi Capolavori proprio a partire dalle tragedie del mitico Bill - su tutti, due signori chiamati Orson Welles e Akira Kurosawa, tra i più grandi di tutti i tempi -, e anche in tempi più prossimi ai nostri e seppur non portando a casa pellicole immortali, registi come Baz Luhrmann sono riusciti a trasmettere l'energia e l'universalità del messaggio di Shakespeare attualizzandolo visivamente senza che lo stesso perdesse nulla del suo fascino, rischiando addirittura di accrescerlo.
Ralph Fiennes - un attore che, nonostante la bravura, ho sempre poco sopportato - raccoglie con perizia il testimone e sfrutta una delle tragedie meno note al grande pubblico del buon Will trasformando l'ambientazione del primo periodo romano - non siamo tanto lontani da Romolo e Remo, e l'Impero è un futuro ancora a venire - in un mix efficace di The hurt locker e Alexandra, ricordando all'audience quanto conflitti repressivi di questo genere siano comuni a qualsiasi epoca e popolo: personalmente, nel corso della visione, ho associato la parte della battaglia a Corioli, oltre ad un gusto vagamente splatter di sapore quasi videoludico - qualcuno ha detto Call of duty? - ad un ritratto dei drammi che spesso e volentieri vengono riproposti dai notiziari rispetto all'Afghanistan, l'Iraq o la Cecenia - quest'ultima in particolare -.
Del resto, l'Uomo è sempre stato vittima del fascino primordiale ed insano della guerra, probabilmente intendendo la stessa come Shakespeare riusciva a renderla attraverso le sue parole, ovvero un'espressione di una passionalità incontrollata e cieca, che amore o no ci porta inevitabilmente a tirare fuori il peggio della nostra natura per continuare a fronteggiarci l'un l'altro fino all'inevitabile fine.
Caio Marzio detto Coriolano, personaggio ambiguo e tragico, nato come un vero e proprio dittatore e finito come il più fragile degli uomini comuni, affascina e lega il pubblico alla sua vicenda, impreziosita da un'interpretazione ottima dello stesso Fiennes, che si avvale di un cast di prim'ordine per portare in scena questa sua efficace versione del dramma: dal solido Gerard Butler - forse messo in ombra dall'ex Voldemort, eppure duro e roccioso nel ruolo di Aufidio - alla garanzia Brian Cox - un attore troppo sottovalutato e certamente di livello superiore ad alcuni suoi colleghi più blasonati come Anthony Hopkins -, tutto funziona, e ha come vertice le due ottime interpretazioni di Jessica Chastain e soprattutto Vanessa Redgrave, fenomenale volto di Volumnia, madre di Coriolano e vera e propria anima nera dell'intera vicenda.
Il resto, pur se con qualche sbavatura, completa un quadro decisamente interessante per questo esordio come regista del noto attore, che mi ha ricordato - pur se con un piglio decisamente più realistico, meno sfarzoso ed estremo - le atmosfere che resero un cult Romeo+Giulietta: evidentemente la potenza del nostro Bardo e delle sue parole riesce ad andare ben oltre frontiere, ambientazioni, epoche e chi più ne ha più ne metta, grazie alla portata dei messaggi che dallo scritto al rappresentato arrivano quasi a travolgere - e sempre a coinvolgere - il pubblico. 
Certo, non tutti i registi - e non tutti gli attori - sono in grado di riproporre degnamente le sue opere, ma Ralph Fiennes non è tra questi, ed il suo Coriolanus è senza dubbio uno dei film sulla guerra - e non "di" - più interessanti degli ultimi mesi, nonchè una riflessione sull'Uomo in grado di mettere in luce contenuti profondi ed interpretazioni importanti.
Teniamolo d'occhio, e attendiamo di scoprire cosa avrà in servo per noi in futuro: del resto - e questa vicenda lo insegna - cacciare qualcuno potrebbe non portare all'esito sperato della storia.
Se poi c'è di mezzo lo zampino del misterioso William, allora, state all'erta: perchè la tragedia calerà sopra di voi con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno.
Neanche fossimo sotto la Spada di Damocle di Ezechiele 25:17.
O nel pieno dell'hybris nella più spietata delle sue accezioni.


MrFord


"A warning to the prophet, the liar, the honest
this is war
oh, to the leader, the pariah, the victim, the messiah
this is war 
it's the moment of truth and the moment to lie
the moment to live and the moment to die
the moment to fight, the moment to fight
to fight, to fight, to fight."
30 seconds to Mars - "This is war" -


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