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mercoledì 21 febbraio 2018

Fabrizio De Andrè - Principe libero (Luca Facchini, Italia, 2018, 193')




Personalmente, credo che Fabrizio De Andrè sia il più grande cantautore della Storia della Musica italiana, e senza dubbio tra i migliori in assoluto di tutti i tempi: ho sempre pensato che, se fosse nato in Inghilterra o negli States ed avesse cantato in inglese, avrebbe eclissato gente non proprio poco nota come Bob Dylan.
Dischi come La buona novella o Non al denaro, non all'amore nè al cielo sono e resteranno vere e proprie pietre miliari, senza contare opere come Creuza de ma: il vecchio Faber, figlio della Genova bene pronto a vivere sulla pelle gli umili, i derelitti, i poveri cristi e tutti i loro peccati, dall'animo anarchico e dal carattere difficile, dalla paura del palco al fascino della bottiglia e delle donne, è senza dubbio una figura affascinante a prescindere dal valore artistico della sua opera, di quelle che, da queste parti, troveranno sempre uno sgabello ed un bicchiere pieno.
Principe libero, passato prima in sala e di recente trasmesso in due puntate dalla Rai, mostra uno spicchio del mondo interiore del grande cantautore, dal rapporto profondo seppur conflittuale con il padre - un sempre ottimo Ennio Fantastichini - ed il fratello, all'amicizia fraterna con Paolo Villaggio, dalle simpatie politiche al rapimento, dalle infedeltà e le fughe alla famiglia allargata e l'amore per Dori Ghezzi: grazie ad un sempre ottimo Luca Marinelli - forse il volto più promettente del giovane Cinema italiano - e alle canzoni di De Andrè il viaggio, nonostante qualche taglio di troppo ed un finale forse un pò frettoloso, risulta sentito e coinvolgente, pronto a mostrare un'epoca in cui nel nostro Paese si era pronti a lottare molto più di quanto non si sia ora, e dal Cinema alla Musica il fermento era tale da portare alla ribalta artisti geniali come, per l'appunto, Villaggio e De Andrè, ma anche Tenco, al quale è dedicata una bellissima parentesi.
La parabola di Faber, o Bicio, come lo chiamavano affettuosamente in famiglia, dalle prime notti nelle osterie e nei vicoli genovesi alla ribalta fornita inizialmente da grandi nomi come Mina che cantarono le sue canzoni fino ai successi che lo resero quello che è ora, è simile a quella dei protagonisti delle sue canzoni, costruita e resa forte più dalle cadute che dai successi, ed è raccontata in modo delicato e lirico anche grazie alla scelta di inserire come accompagnamento nei raccordi di narrazione brani tratti da Anime salve, il suo ultimo disco di studio, registrato tre anni prima della morte avvenuta all'inizio del novantanove.
Fabrizio De Andrè, ed è questo il bello delle sue canzoni e anche di questo film verace ed imperfetto, prima ancora che un principe libero era un uomo in tutte le sue contraddizioni, che dalle debolezze e dai peccati ha tratto una forza espressiva unica come una voce che "non è quella di un cantante", e dalla penna di qualcuno pronto a continuare a dubitare di se stesso anche di fronte all'evidenza.
In tutta onestà, le oltre tre ore spezzate in due parti mi sono sembrate addirittura poche, per tentare di raccontare la storia e la poesia di un artista che continua a sorprendermi e rivelarsi ascolto dopo ascolto - la stessa Julez, al momento del passaggio de Il pescatore, ha avuto un'epifania dopo trent'anni di ascolti di quelle che solo il Faber può regalare -, che è riuscito a trasformare in magia le vite sporche, gridate, graffiate, lottate che partono dal basso ed alzano la testa senza più abbassarla.
Fosse anche solo un'ora.
Quell'ora di libertà che non fa distinzioni, perchè come la cattiva strada, ci rende tutti Uomini.
Con i nostri occhi spalancati e i nostri pozzi profondi.




MrFord




 

mercoledì 7 febbraio 2018

The Post (Steven Spielberg, UK/USA, 2017, 116')




Steven Spielberg è uno dei registi cui ho più voluto bene nel corso degli anni della mia formazione da cinefilo: emblema del Cinema americano nel senso più pieno e "meraviglioso" del termine, dalla fantascienza all'avventura, dalla malinconia alle risate, dal dramma alla commedia, il papà di E.T. è stato una delle certezze sulle quali ho costruito l'amore per la settima arte a stelle e strisce, in barba a tutti i radical che per partito preso ancora oggi la osteggiano.
Peccato che, nel corso degli anni, complici forse il compiacimento ed alcune scelte discutibili, anche lui sia incappato in una serie di pellicole davvero difficili da giudicare per chi l'ha amato: il primo passo lungo questo funesto cammino fu compiuto, per quanto mi riguarda, dal terribile La guerra dei mondi, girato al servizio del divismo di Cruise - che pur è uno dei miei favoriti - nella sua accezione peggiore, per continuare con produzioni di una retorica vomitevole - War Horse -, di una noia mortale - Lincoln - o, più semplicemente, brutte - Il GGG -.
Alle spalle la discreta prova de Il ponte delle spie e con all'orizzonte il potenziale cult che potrebbe essere Ready Player One, lo Stefanone porta in sala una pellicola dal sapore New Hollywood accolta molto bene in patria e pronta a dare battaglia su più di un fronte alla prossima Notte degli Oscar, contando su una solida base tecnica ed un gruppo di veterani decisamente nei favori dell'Academy, da Tom Hanks a Meryl Streep.
Come se non bastasse, sulla carta The Post tocca tematiche molto stimolanti per il sottoscritto, dall'indagine giornalistica alla storia vera, passando per la lotta per la libertà di stampa, uno dei diritti fondamentali della società civile: eppure, lo ammetto, sono uscito dalla visione, purtroppo, frastornato da una freddezza e da una noia di fondo decisamente troppo pesanti per poter considerare questo lavoro come una prosecuzione del cammino del già citato Il ponte delle spie.
Rispetto, infatti, ad un'opera come L'ora più buia - ascrivibile alla stessa tipologia di prodotti quasi pensati per l'Academy -, l'apporto emozionale di The Post è paragonabile a quello di una lastra di ghiaccio sulla quale organizzare un bel giaciglio di fortuna in una serata d'inverno, non proprio il luogo più piacevole in cui si desidererebbe trascorrere una notte in questo periodo dell'anno: senza, dunque, mettere in discussione l'impianto tecnico e scenico, ho finito per considerare The Post come una sorta di versione molto in minore di pellicole di riferimento come Tutti gli uomini del Presidente, un tentativo fuori tempo massimo di presentare un Cinema "di denuncia" che risulta, però, anacronistico rispetto ai tempi e poco simpatico rispetto a tutto il pubblico nato dopo l'epoca in cui si sono svolti i fatti narrati, e forse perfino a quelli che l'hanno vissuta.
Certo, il cast pare un ingranaggio oliato in tutte le sue parti, montaggio, fotografia e ricostruzione sono impeccabili, la forma confezionata nel miglior modo possibile, eppure non solo manca una vera e propria escalation, o una scena madre che rappresenti l'apice della pellicola, ma il tutto assume i connotati della mera operazione stilistica priva di qualsiasi necessità di raccontare una storia che, anche a fronte di spunti interessanti, finisce per ammazzare la storia stessa.
Per essere, dunque, un racconto - o un resoconto, considerato che parliamo di reali accadimenti - costruito per esaltare la libertà di espressione, opinione, stampa e pensiero, l'impressione che ho avuto è stata quella di un esercizio di stile controllato e precisino - non nel senso buono -, di quelli che i secchioni della classe portano a termine per compiacere il professore di turno.
E questo non è certo combattere il Potere come fecero gli uomini e le donne mostrati in questo film.



MrFord



domenica 7 maggio 2017

Marvel's Iron Fist - Stagione 1 (Netflix, USA, 2017)




Nell'ambito dell'operazione Defenders e realtà urbane Marvel orchestrata da Netflix neanche ci trovassimo di fronte ad una risposta da outsiders più povera e zozza del Cinematic Universe figlio del grande schermo e degli eroi cosmici - come già scritto ieri -, Danny Rand è forse quello che partiva più svantaggiato.
Iron Fist, del resto, non è un eroe di particolare richiamo, e se negli anni il suo compagno - di albi - Luke Cage ha avuto una maggior fortuna ed un rilancio, l'esperto di arti marziali miliardario addestrato in un luogo mistico ha finito per non conquistare mai davvero il pubblico di appassionati ed ancor meno quello occasionale.
Allo stesso modo, tra le serie "con superpoteri" targate per l'appunto Netflix Iron Fist ha finito per essere la più massacrata, neanche ci si trovasse di fronte ad uno scempio totale: il lavoro operato su questo charachter dal sapore anni settanta, in fondo, è stato onesto e diretto, forse non sviluppato nel migliore dei modi - la stagione parte decisamente meglio di quanto non si evolva o chiuda - o supportato da una dose di talento degna di nota, eppure il tutto, almeno per quanto mi riguarda, ha funzionato bene in ottica di intrattenimento puro e semplice, tanto da farmi preferire le gesta di Danny Rand rispetto a quelle più cerebrali - almeno in parte - di Jessica Jones o assurde e scombinate del Mr. Robot dei supereroi, Legion - del quale parlerò tra non molto -.
Certo, la sensazione di deja vou è ben presente, soprattutto per chi ricorda cose come Batman Begins, così come il pensiero che, se non inserito all'interno di un contesto di gruppo in divenire - i Defenders, per l'appunto, che mi pare di capire dovranno fare i conti con la Mano - avrebbe guadagnato poca fiducia anche rispetto ai produttori, eppure Iron Fist rappresenta uno di quei titoli d'avventura/azione solidi ed artigianali che accompagnano bene i momenti di stanca o quelli conviviali - nell'ambito delle proposte da cena di casa Ford è andato più che bene, con il Fordino che ha potuto associare l'utilizzo del "chi" di Danny a quello del suo idolo Po in Kung Fu Panda 3 -, che non avranno mai la pretesa di cambiare la storia del piccolo schermo ma che mantengono le promesse senza strafare o scavare troppo in basso.
Interessanti i protagonisti, dal Danny Rand esule di Game of thrones al Ward così diverso dal Bunker di Banshee, passando per l'ex Faramir de Il signore degli anelli, Rosario Dawson ormai immancabile ed i volti nuovi e promettenti come quello di Colleen Wing, che aspetto di vedere - ricordando gli albi - in coppia con la Misty Knight di Luke Cage a capo di un'agenzia di investigazioni, e chissà, magari protagonista di uno spin off tutto suo.
Per il resto, sinceramente penso che chi si aspetta qualcosa di rivoluzionario o manifesti apertamente gusti troppo radical si troverà a demolire Iron Fist, troppo semplice, veloce e di grana grossa: ma poco importa.
Anche perchè, nonostante la base "spirituale", questa serie ed il suo protagonista sono profondamente e senza alcun dubbio istintivi e fordiani.
E a me va benissimo così.




MrFord



 

sabato 6 maggio 2017

Marvel's Luke Cage - Stagione 1 (Netflix, USA, 2016)




L'idea di Netflix di portare sul piccolo schermo una versione di strada e "sporca e cattiva" del Cinematic Universe di Avengers e soci mi ha intrigato fin dall'inizio, in gran parte perchè ai miei tempi da lettore di fumetti i supereroi "urbani" erano di gran lunga in cima alla mia lista rispetto a quelli "cosmici" ma anche, senza dubbio, per la vetrina offerta a charachters poco noti, o per nulla nonostante una lunga ed onorata carriera cartacea: e seppur non incontrando, se non nel caso delle due ottime stagioni di Daredevil, produzioni di livello particolarmente alto, ammetto che il risultato funziona, incuriosisce ed intrattiene quanto basta.
Dunque, dopo Jessica Jones ed in attesa del mitico Punisher - che non vedo l'ora di vedere -, di Iron Fist e dei Defenders, in casa Ford abbiamo cavalcato l'onda del Black History Month - scrivo queste righe a febbraio - per recuperare Luke Cage, personaggio spigoloso che era già comparso proprio nel corso della prima stagione della già citata Jessica Jones: il risultato, associabile a quello di quest'ultima - anche se, a conti fatti, ho apprezzato molto più l'atmosfera da gangsta di Cage che non le battaglie "mentali" della forzuta investigatrice e della sua nemesi Killgrave -, riscopre l'atmosfera anni settanta del personaggio originale ed una cornice che piacerebbe molto a Spike Lee, davvero black nello spirito oltre che nel casting.
Il confronto tra Cage, inizialmente riluttante ad accettare il suo ruolo di "eroe", e la cricca di Diamondback e Cottonmouth, nonchè della spietata cugina di quest'ultimo, porta in scena molti dei tipici tratti degli eroi Marvel dell'epoca dei "superproblemi": Cage è un emarginato, un outsider, un uomo tormentato dai fantasmi del suo passato che spesso, pur risolvendo i problemi e battendosi per le giuste cause, finisce inevitabilmente per costare grossi sacrifici a chi ama ed è vicino a lui.
Inevitabilmente, come fu per i fumetti, questo tipo di fallibilità permette allo spettatore di empatizzare molto con il protagonista di turno - a ben vedere, tutti i futuri Defenders, da Devil alla Jones, passando per Cage ed Iron Fist non sono proprio l'equivalente degli Iron Man, dei Thor o dei Captain America -, anche quando, come nel caso dell'invulnerabile - o quasi - Luke, ci ritroviamo ad essere lontani, geograficamente e culturalmente, da alcune dinamiche sociali che qui in Italia in particolare non si sono mai vissute allo stesso modo della questione razziale negli States.
Certo, alla serie manca ancora la scintilla che faccia davvero smuovere l'audience, Mike Colter, per quanto fisicamente perfetto per intepretare Cage, manca del carisma che un charachter del genere meriterebbe, le vicende della Harlem criminale rischiano alla lunga di stancare ed il vecchio Pop, mentore di Luke, si perde troppo presto, eppure devo ammettere di essermi discretamente goduto questa prima stagione dedicata alle gesta dell'eroe afroamericano, e resto fiducioso sia per la seconda - che dovrebbe vedere la luce a duemiladiciotto inoltrato - che per il resto degli sviluppi di questa versione "dei poveri" del sempre iperpotente - in tutti i sensi - Cinematic Universe.
In fondo, avessi anch'io dei superpoteri, probabilmente mi ritroverei in compagnia migliore con outsiders di questo genere che non con gli Avengers da copertina: il pane e salame è anche questo.
E Cage è molto pane e molto salame.




MrFord




domenica 23 aprile 2017

Steve McQueen - Una vita spericolata (Gabriel Clarke&John McKenna, USA/UK, 2015, 102')




Penso non ci siano dubbi rispetto al fatto che Steve McQueen sia stato uno degli attori più cool di tutti i tempi.
Personalmente, credo che soltanto in due potessero superarlo, uno in bellezza - Paul Newman - ed un altro in carisma - Marlon Brando -.
Ma tant'è.
Per me, il vecchio McQueen sarà per sempre quello "che tiene i cavalli", il mitico protagonista de L'ultimo buscadero di Peckinpah, uno dei film di riferimento della mia formazione di cinefilo e non solo.
Ma anche l'icona di Getaway!, La grande fuga, Bullit e chi più ne ha, più ne metta.
Nonchè l'emblema di uno spirito libero, ribelle, senza peli sulla lingua, devoto alla vita così come a velocità, donne, alcool, rischio.
Uno che non toglieva il piede dall'acceleratore, quando si trattava di qualcosa che amava.
E Steve McQueen amava alla follia l'automobilismo.
La 24 ore di Le Mans, film uscito dopo numerose e non felici vicissitudini produttive all'inizio degli anni settanta, era l'incarnazione su pellicola di quell'amore.
Da non amante della guida, proprio il titolo che il veloce Steve ha amato di più è paradossalmente uno dei pochi della sua filmografia ancora a mancarmi, anche se attraverso questo interessante documentario si assiste non solo alla realizzazione del suddetto film, ma anche allo scontro tra McQueen ed il suo sogno di portare se stesso all'interno di quello che era il suo lavoro, quasi dovesse completarlo per la prima volta con la passione.
Emblema della "candela che brucia dai due lati", espressione di una virilità non tanto ostentata, quanto vissuta attraverso la sicurezza in se stessi e l'amore per il rischio, McQueen in realtà rappresenta principalmente l'antieroe romantico che passa da stronzo e che, al contrario, per la sua trasparenza risulta più pulito di tanti finti bravi ragazzi, un uomo devoto alle sue passioni e pronto a giocarsi il tutto per tutto per esse: in un certo senso, con tutti i suoi difetti, un personaggio così è di quelli che si trovano raramente, a prescindere dai compromessi accettati a malincuore o rifiutati palesemente, o degli eccessi.
Il percorso compiuto, dapprima come produttore e quasi regista e dunque come "semplice" attore, sempre come pilota, all'interno di quello che era il progetto più importante della sua carriera, non solo rende il mito McQueen fallibile e grandioso proprio per la sua sconfitta, ma anche e più di quanto non si percepisca dall'esterno come pane e salame, dall'influenza sul figlio Chad - che probabilmente vorrebbe essere il padre - alla lettera ai "pezzi grossi" rispetto al riconoscimento economico per il pilota Piper, che perse una gamba durante le riprese, dalla sua prima moglie alle innumerevoli avventure, dall'atteggiamento molto "cocky" ad un cuore che si sente battere ben oltre le poltroncine della sala, o il divano di casa.
Steve McQueen visse al massimo della sua velocità, ed in tutta serenità, quando il tumore ai polmoni che gli costò la vita - e che pare derivasse dall'amianto presente nelle tute da pilota che spesso indossava - se lo stava portando via, dichiarò serenamente "di aver finito la benzina".
Per uno che, probabilmente, non si sarebbe mai fermato, tanto di cappello.
Ed in tutta onestà, quando anche per me arriverà la fine della corsa, vorrei poter affrontare la cosa allo stesso modo: coscienza dei propri limiti e palle, quantomeno, per sfidarli.
Anche se tutti sappiamo che con la morte non si vince.
Perchè a volte capita che, nella sconfitta, si trovi un segreto ancora più profondo.



MrFord



sabato 1 aprile 2017

Kong - Skull Island (Jordan Vogt-Roberts, USA, 2017, 118')





Quando, qualche mese fa, in prima fila nella Sala Energia dell'Arcadia di Melzo con Dembo, mi imbattei nel trailer di Kong - Skull Island, pensai che se tutto fosse andato bene, il gorillone avrebbe fatto impazzire il Fordino - la sua passione sfrenata per gli animali tocca i vertici con gorilla, ippopotamo, elefante e coccodrillo - ed io mi sarei ritrovato di fronte ad un guilty pleasure tra i più goduriosi dell'anno.
Probabilmente, effetti a parte, nessuno sentiva davvero il bisogno di una nuova incarnazione del primate gigante per il grande schermo, specie dopo il moscio Godzilla e la qualità espressa da quello che è l'unico film ad aver a mio parere quasi eguagliato l'originale dei tempi che furono, ovvero quello prodotto da Peter Jackson ormai una dozzina d'anni fa: ed in effetti anche a visione ultimata, resta poco o nulla di un titolo sinceramente non così brutto - l'ambientazione anni settanta funziona, Brie Larson e Tom Hiddleston catturano l'attenzione del pubblico maschile e femminile, le citazioni non danno troppo fastidio - quanto purtroppo inutile perchè per molti versi uguale a tantissimi altri, dal membro della spedizione incattivito e sempre pronto a scatenare una battaglia con o senza cognizione di causa all'evoluzione prevedibile e sacrificata ad un eventuale sequel - anche se, considerati gli incassi non clamorosi, non metterei la mano sul fuoco -.
Il lavoro di Vogt-Roberts, dunque, trova la sua collocazione ideale all'interno dell'immenso bacino dei popcorn movies che si guardano e si dimenticano un paio d'ore dopo, tanto da rendere difficile la vita di noi bloggers nel momento in cui si decide, per mancanza di tempo o di voglia, di scrivere il post dedicato soltanto qualche giorno dopo la visione, e ci si rende conto di non avere più così tanto da dire rispetto ad un prodotto tagliato con l'accetta che si appoggia, come l'isola che è una quasi protagonista, sulle spalle di Kong, che tra effetti, elicotteri abbattuti e lotta contro i mostri del sottosuolo - anche se quella con il T-Rex mostrata nel già citato King Kong di Jackson era decisamente superiore - rappresenta l'unica attrattiva di una storia vecchia e poco stimolante, seppur realizzata più che discretamente in termini tecnici.
Altro punto interessante della pellicola è la definitiva conferma di Tom Hiddleston - che fino a poco tempo fa consideravo poco più di uno sfigato - come ottima alternativa per l'action di lusso, e che considerate le origini e la prova fornita qui così come in The night manager finisce per diventare uno dei candidati più interessanti per ricoprire in futuro il ruolo di James Bond nella serie di 007.
In ombra, invece, sia John Goodman che Samuel Jackson, che quando non lavora con Tarantino mostra tutti i suoi enormi limiti, mentre apprezzatissime restano le cornici effettivamente molto seventies e la canotta di Brie Larson, che non sarà una delle mie preferite ma che in questo caso ricopre assai bene il ruolo della bella in pericolo ma non troppo.
Se, dunque, avete bisogno di una serata senza pensieri o aspettative, Kong saprà fare il suo a patto che amiate i film d'avventura vecchio stampo ed un approccio che è a metà tra Indiana Jones e Lost, senza deludere troppo e senza avere la pretesa di essere ricordato il giorno dopo, un pò come un one night stand goduto in tutta tranquillità, neanche foste una rockstar o una stella del Cinema abituate a cambiare spesso e volentieri.
L'importante, a conti fatti, sarà non pestare troppo i piedi al gorillone, perchè si sa che, per dirla come il Fordino, "quando il gorilla si arrabbia, si batte il petto e spacca tutto".
Parole sante.




MrFord




domenica 27 novembre 2016

I compari (Robert Altman, USA, 1971, 120')





Quando, grazie all'iniziativa della sempre mitica Alessandra, non solo si è riesumato lo zoccolo duro di F.I.C.A., ma si è deciso di celebrare il decennale della dipartita di quello che è stato senza dubbio uno dei Maestri del Cinema USA, ho avuto una doppia occasione per festeggiare: recuperare o rivedere, infatti, uno dei lavori del mitico Robert Altman, finisce per essere sempre un modo per godere del fatto di amare la settima arte, e potendo scegliere tra diversi titoli ho optato - in mancanza de I Protagonisti, che non ho recuperato per tempo - per I compari, perfetto per la stagione, Western di frontiera come piacciono al sottoscritto, inserito alla grande in quello che è stato il filone della prima rivoluzione operata rispetto ai classiconi del "cowboy contro indiani".
Come sarebbe stato successivamente per Eastwood, Peckinpah e via discorrendo, ed in epoca più moderna per Jarmusch o i Coen, infatti, Altman porta in scena un racconto che ha poco dell'epica degli Howard Hawks o dei John Ford, e che, al contrario, narra una quotidianità guadagnata con il sudore della fronte, le lacrime ed il sangue, in barba ai grandi duelli ed alle grandi speranze.
La vicenda di McCabe, giocatore d'azzardo con una fama da pistolero ben superiore alle sue reali capacità, e della sua socia in affari, la prostituta Constance Miller, pronti a sfruttare una località remota per far conoscere i piaceri della carne e dell'intrattenimento a minatori e cacciatori prima di finire nel mirino delle grandi compagnie minerarie per nulla disposte a farsi mettere all'angolo da imprenditori locali con un piglio troppo guascone come loro - o, più precisamente, come McCabe - è tutto tranne che epica o grandiosa: da un certo punto di vista, pare quasi di assistere ad un film di Ken Loach portato nel vecchio West, tra Legge della giungla, outsiders, avvocati che promettono una campagna "mediatica" che possa tutelare i piccoli affaristi rispetto alle grandi compagnie ed un approccio che, come sempre quando si parla di umanità, finisce, quando tutto è compromesso, per essere risolto con la violenza ed il sangue.
Dunque, ad uno svolgimento tranquillo e quasi svogliato incentrato sulla quotidianità dell'attività e delle questioni legate alla sua gestione da parte di McCabe e Miller, si contrappone una parte finale tesissima, triste e violenta, che riporta lo spettatore a quello che doveva essere il Far West: un luogo selvaggio in cui, se si giocava con il fuoco, si finiva inesorabilmente bruciati.
Altman in questo caso lavora più sull'atmosfera e sul fascino che non sulla coralità - per questo ci saranno Nashville e America oggi, forse i suoi due lavori più importanti -, affidandosi ad una fotografia perfetta e ad un crescendo che senza dubbio è diventato un modello per tutti i registi di western moderni venuti dopo di lui e dopo questo lavoro: per un vecchio appassionato di genere come me, avere l'occasione di godermi due ore di immersione tra neve, sparatorie, sogni di gloria e tavoli da gioco è stata come una manna dal cielo, oltre che una scusa per rivedere a distanza di oltre dieci anni - se non ricordo male - un titolo poco conosciuto e clamorosamente valido del Maestro.
Non sarà forse roba per tutti, in bilico tra Frontiera ed un tempo che, ormai, è purtroppo inesorabilmente andato - in termini cinematografici -, ma chiunque ami davvero il Cinema non può che rimanere affascinato dalla magia che alcuni autori e titoli riescono sempre a propagare.
Come Robert Altman.
E come I compari.




MrFord

 






Questo post partecipa alle celebrazioni in memoria di Robert Altman.




venerdì 25 novembre 2016

Aftershock (Xiaogang Feng, Cina, 2010, 135')





Dal recente terremoto che ha colpito l'Italia allo Tsunami che sconvolse il Sud-Est Asiatico qualche anno fa, le grandi tragedie naturali hanno da sempre significato, oltre al dramma, anche un momento in cui singoli o intere famiglie hanno finito per lottare con una forza miracolosa per vivere, ricominciare o rialzarsi.
Il ventotto luglio millenovecentosettantasei, a Tangshan, nel cuore della Cina che affrontava gli ultimi anni di Mao, ebbe luogo quello che è considerato uno dei terremoti più devastanti della Storia, non tanto per potenza quanto per numero di vittime - si parla di quasi seicentomila morti -: Xiaogang Feng, con un piglio classico che dall'altra parte del mondo si potrebbe considerare tipico dei drammoni da Oscar, racconta l'epopea di una famiglia spezzata dalla catastrofe e dalla stessa pronta a ripartire e vivere per i trent'anni successivi, in attesa della possibilità, un giorno, di potersi finalmente riunire.
Per quanto mi riguarda, Aftershock ha assunto una valenza importante già dalle prime sequenze, che a prescindere dagli effetti forse non all'altezza del Cinema americano cui tutti noi occidentali siamo abituati, riesce più che bene a trasmettere l'orrore che dev'essere trovarsi vicini all'epicentro di un sisma di questa portata, e vedere i propri cari lottare per la vita contro la Natura: come se non bastasse, la scelta forzata della madre dei piccoli Fang Deng e Fang Da impostale dai primi soccorritori rappresenta probabilmente l'incubo di qualsiasi genitore, quello di essere l'ago della bilancia della morte o della salvezza di uno soltanto dei suoi figli.
Proprio il personaggio della madre, segnato non solo dalla tragedia ma anche dalla responsabilità di una scelta da incubo come quella, rappresenta il metronomo di una pellicola intensa e drammatica, molto classica e rispettosa - probabilmente in Cina un lavoro di questo tipo finisce per essere molto ben accolto e poco scomodo - ma altrettanto genuina e coinvolgente, capace di raccontare la lotta della gente comune a fronte di eventi talmente grandi e devastanti da seppellire o in grado di far trovare la forza necessaria a compiere imprese straordinarie per quanto mascherate da assoluto ordinario - dalla scelta di non voler abbandonare il luogo del dramma e la prima casa abitata dopo il sisma a quella corriera fermata in tempo affinchè ad una donna non fosse tolto anche l'ultimo legame con la vita -.
Personalmente, in una situazione come quella mostrata dal regista, credo preferirei morire piuttosto che trovarmi a decidere quale dei miei figli salvare a scapito della vita dell'altro, magari proprio permettendo loro di sopravvivere: ma la Natura ha i suoi cicli e le sue regole, e noi che ne facciamo parte, possiamo solo lottare con tutte le nostre forze affinchè le persone che amiamo sentano la nostra presenza e possano sapere che, distanti o alla porta accanto, saremo sempre con loro.
Perchè quel tipo di legame, fatto di lacrime e sangue, ma anche di qualcosa che solo chi l'ha provato almeno una volta nella vita conosce, ha e da la possibilità di resistere a qualsiasi catastrofe, e che nessuna catastrofe è in grado di spezzare.
E biologico o no, dai parenti più prossimi agli amici più cari, personalmente adoro chiamare quel legame Famiglia.




MrFord




 

venerdì 14 ottobre 2016

31 (Rob Zombie, USA/UK, 2016, 102')




Ormai una decina d'anni fa, proprio a ridosso del mio compleanno - quindi sono anche quasi giusto, in termini di ricorrenze, considerato che i miei festeggiamenti precedono di un paio di giorni Halloween -, nel pieno di quello che fu il periodo più wild e senza controllo della mia vita, incrociai il cammino del Rob Zombie regista grazie a La casa dei mille corpi e - soprattutto - La casa del diavolo, due vere e proprie perle che mi lasciarono senza fiato e pronto ad acclamare un nuovo fenomeno del "grindhouse" sul grande schermo.
Neanche il tempo di godermi la scoperta, ed ecco che la fama e i due reboot del cult carpenteriano Halloween - per l'appunto - cominciarono a minare - e non poco - la fiducia del sottoscritto nel musicista convertitosi alla settima arte, prima di arrivare a Le streghe di Salem, una delle schifezze più atomiche passate da queste parti negli ultimi anni, in grado di porre la parola fine all'idillio di questo vecchio cowboy per l'autore qui presente tanto da ignorare che, a qualche anno di distanza, fosse in procinto di uscire un nuovo lavoro che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto riportare il buon Zombie proprio sulle orme dei due film che avevano illuminato e caratterizzato i suoi esordi.
Avrebbe dovuto, per l'appunto.
E dopo aver letto la recensione della Bolla, ci ho quasi creduto, per una buona metà.
Ci ho quasi creduto nonostante la presentazione assurda del gruppo dei protagonisti, uscita da un film anni settanta fuori tempo massimo, la confezione che pareva contare più del contenuto, la solita - per quanto attraente per una donna della sua età - Sheri Moon Zombie messa da battaglia a fare la figa di turno neanche avesse vent'anni, la sensazione che tutto risultasse come un calderone derivativo e sopra le righe proprio come era stato il già citato Salem.
Poi, uno "stage" dopo l'altro, come in un videogioco a livelli anni ottanta, ho tenuto duro confidando nel fatto che la parte finale potesse davvero rendere giustizia allo sforzo prodotto nel pensare che ci potesse essere qualche speranza: e invece, in barba ai Malcolm McDowell ed alla logica, ecco piovere dal cielo un epilogo non solo privo di alcuna spiegazione rispetto al macabro e mortale gioco che funge da ossatura a tutta la pellicola, ma anche e soprattutto in grado di sprecare anche la cosa migliore della stessa, il confronto tra il personaggio sopravvissuto e Doomhead, simbolo del desiderio degli autori del gioco stesso di scrivere la parola fine prima che il tempo concesso dalle regole potesse scadere.
Rob Zombie, invece, che probabilmente si crede una sorta di re del cazzo e della merda venuto tra noi mortali per salvare il Cinema, pretende di essere figo e cazzuto e sbattersene delle regole stesse, senza rendersi conto che quello che porta in scena altro non è che una versione in stile Alex De La Iglesia del supercult - quello sì, indiscutibile - Non aprite quella porta, che la sua robetta finto malata se la mangia a colazione senza sforzo, e pretende anche il bis.
Dunque, lascia che te lo dica io, caro Rob.
Lascia che sia quello che se ne sbatte delle tue regole.
Il tuo Devil's Reject.
Il tuo Doomhead.
Il Diavolo venuto a fare il lavoro del Diavolo.
Con La casa dei mille corpi e La casa del diavolo hai avuto solo due gran colpi di culo.
Un pò come quando un attaccante mediocre finisce non si sa come per vincere la classifica dei cannonieri, e passato in una grande squadra si rivela per quello che è: un panchinaro.
E forse neppure quello.
Sei una pippa, Rob.
Che, tra le altre cose, se la mena neanche dovesse fare le scarpe a Tarantino.
E lasciatelo dire: quelle scarpe, al massimo, puoi sperare di lucidarle per bene.
E dopo certe sofferenze che hai finito per infliggermi, dovresti farlo con la lingua.




MrFord




venerdì 9 settembre 2016

Colonia (Florian Gallenberger, Germania/Lussenburgo/Francia, 110', 2015)


Sono sempre stato molto sensibile all'argomento della dittatura di Pinochet, che a partire dall'undici settembre settantatre e dalla deposizione di Allende insanguinò il Cile anticipando quello che sarebbe accaduto poco tempo dopo in Argentina, fungendo da esempio - purtroppo - per molte dittature "fiorite" in quegli anni in tutta l'America Latina.
Ricordo ancora lo stupendo corto di Ken Loach inserito proprio nella raccolta dedicata all'undici settembre duemilauno, ed i brividi che ad un fiero esponente del popolo come il sottoscritto mettono realtà come questa, in cui la Democrazia e la Libertà sono calpestate spesso e volentieri con il beneplacito dei potenti - nel caso di Pinochet e del Cile, molto del "merito" fu dei servizi segreti USA -: ovviamente, da questo Colonia non aspettavo un ritorno emotivo particolarmente importante, non fosse altro che si tratta indubbiamente di un prodotto patinato e da grande distribuzione interpretato da due dei giovani attori di maggior successo degli ultimi anni - Daniel Bruhl ed Emma Watson -, ma in tutta onestà non pensavo che sarebbe passato quasi senza colpo ferire.
La storia - ispirata dalle reali vicende della Colonia Dignidad e di Paul Schafer -, che parte come un melò in tempo di guerra per trasformarsi in un thriller che quasi ricorda The village, e ripercorre le vicende dei due protagonisti, trovatisi per amore - tra loro e per l'attivismo politico - e costretti a lottare non solo per la fuga dal Cile ma anche e soprattutto per la propria vita all'interno di quello che è un vero e proprio regno nel regno, per quanto ricca di spunti potenzialmente interessanti, non decolla mai davvero, presentando in modo molto più morbido situazioni terrificanti che i prigionieri del tempo hanno dovuto affrontare a partire dal golpe di Pinochet, dalle torture fisiche allo Stadio Nacional - che ancora oggi conserva uno spazio delle tribune rimasto inalterato come monito per quello scempio - a quelle psicologiche all'interno della Colonia.
Tutto accade senza troppe spiegazioni e fin troppo velocemente, a metà strada tra la mancanza di coraggio nel portare sullo schermo qualcosa di veramente terrificante o sconvolgente - pur senza doversi necessariamente crogiolare nella violenza esplicita - ed il desiderio di presentare una storia a lieto fine nel pieno stile ammeregano del termine, nonostante la produzione sia tedesca: come se non bastasse la Watson e Bruhl non paiono assolutamente convincenti - anzi, la prima mostra i suoi decisamente importanti limiti come attrice drammatica - ed anche il dipinto come inquietantissimo Michael Nyqvist sfrutta a mio parere davvero in misura molto bassa un charachter complesso ed oscuro come quello di Pius.
Un'occasione mancata, dunque, non tanto per consegnare al pubblico un prodotto il più possibile autoriale, quanto per sensibilizzare anche chi non sapesse nulla di quanto accaduto allora in Cile in modo che non paia come un dolcetto confezionato nel miglior modo possibile da qualche schiera di bambini schiavizzati nello scantinato del palazzo in cui viviamo: niente di particolarmente grave in termini cinematografici - quest'anno sono passate sugli schermi pellicole decisamente peggiori -, ma davvero poca cosa per essere ricordata davvero.
Il che, considerati gli argomenti trattati, suona inequivocabilmente come un delitto.




MrFord




giovedì 2 giugno 2016

Carlos - Il film

Regia: Oliver Assayas
Origine: Francia, Germania
Anno: 2010
Durata: 160'







La trama (con parole mie): assistiamo alla vicenda che vide, tra il settantaquattro ed il novantaquattro, Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, divenire uno dei ricercati più pericolosi - o ritenuti tali - del mondo, una sorta di rockstar della lotta armata e dei tentativi di rivoluzione che tra Europa, Medio Oriente, Africa e Sud America ai tempi mischiavano ideali e crudeltà.
Uomo di punta a Londra per i gruppi palestinesi in lotta con il Mossad a seguito dell'attentato alle Olimpiadi di Monaco del settanta, dunque leader del raid al raduno dell'Opec a Vienna nel settantacinque prima di divenire un fuggitivo ed un cane sciolto, seguiamo il percorso che trasformò Carlos non solo in un criminale temuto in ogni continente, ma anche una risorsa per governi, aspiranti terroristi, dittatori e chiunque necessitasse di una consulenza e disponesse dei fondi per sostenerla.











L'ambientazione anni settanta mescolata al crime è stata una delle grandi traghettatrici del sottoscritto nei primi anni dell'amore per il Cinema autoriale, da Scorsese a Cimino, passando per Coppola e tutta la grande produzione americana figlia del periodo della New Hollywood ma lontana dalla stessa spesso e volentieri per idee politiche e potenza - intesa come violenza - della messa in scena.
Il segno di quelle visioni, unito alla sempre grande passione per il crime e le storie vere - anche quando romanzate ad uso e consumo dei prodotti di fiction -, rende oggi magnetiche le proposte che, almeno sulla carta, sono in grado di ricordarle, anche quando i risultati non sono clamorosi o esaltanti come ai bei tempi - e mi tornano in mente i recenti Legend, Black mass e Iceman -: Carlos, produzione targata HBO vincitrice del Globe nel duemilaundici come miglior miniserie firmata dall'ottimo Olivier Assayas - autore di Clean e Sils Maria -, è indubbiamente parte della categoria, e da un paio d'anni, ormai, mi attendeva in bluray dopo un acquisto - ormai sono sempre più rari - a scatola chiusa giunto a causa di un'offerta "che non potevo rifiutare" - due euro, il prezzo definitivo per tutti gli appassionati -, in attesa del tempo e della freschezza necessari per approcciarla.
Approffitando, in questo senso, delle tre settimane di ferie prese a cavallo della nascita della Fordina, ho finalmente potuto colmare una delle pochissime lacune rispetto alla mia videoteca "fisica" - che vede, sui penso duemila titoli presenti, direi una quindicina che ancora non sono effettivamente passati dal lettore - confidando nella recensione entusiastica che Bradipo fece di questo titolo qualche anno fa: peccato che, a conti fatti, la versione in mio possesso - quella distribuita a livello cinematografico - perda davvero tantissimo rispetto a quella integrale premiata, per l'appunto, con il Globe e legata al piccolo schermo, risultando non solo troppo patinata - benchè ben realizzata - ma tagliata con l'accetta a tal punto da disorientare lo spettatore ed irritare l'appassionato, concedendo uno spazio spropositato alla prima parte della narrazione - che vede la presentazione del personaggio di Carlos ed il resoconto delle sue prime imprese a Londra e Parigi - per poi sforbiciare sempre più minuto dopo minuto, tanto da sconvolgere per l'appiattimento dell'intera seconda parte, quella che racconta da vicino la lenta caduta - o quantomeno, lo scivolare nel dimenticatoio soprattutto dell'opinione pubblica - di un terrorista divenuto una sorta di rockstar nel corso degli anni settanta, un uomo fuori dal tempo incapace di accettarsi per quello che era stato ed era diventato.
La sensazione, in questo senso - e con le dovute proporzioni - è stata la stessa provata di fronte all'edizione in dvd de I cancelli del cielo di Cimino - che ho prontamente recuperato nella sua quasi versione integrale grazie alla rete, e della quale spero di poter presto scrivere -: un'opera monca, dimezzata rispetto alla sua effettiva struttura e poco incisiva proprio a causa dei tagli operati per poterla presentare anche in sala come fosse un lungometraggio.
Un vero peccato, perchè se distribuita in due parti Carlos avrebbe potuto, di fatto, divenire la sorella gemella dell'ottimo Nemico pubblico dedicato alla figura di Jacques Mesrine, altro personaggio di spicco della criminalità del periodo che vide l'ascesa di questo terrorista così attento al suo successo da risultare quasi in aperto contrasto con la parte più radicale della sua indole.
Ottimo, comunque, il protagonista Edgar Ramirez, pronto a cambiamenti fisici importanti - il passaggio dalla sua versione gonfia e sovrappeso a quella perfettamente in forma è davvero notevole - così come la sensazione di inesorabile e lento tramonto pronto ad abbracciare anche chi è abituato a vivere al massimo perchè nato, cresciuto e formato all'interno di situazioni che non prevedono cali di adrenalina di nessun genere.
Un titolo, dunque, che un appassionato del genere non può perdere, ma che è obbligato, proprio perchè appassionato, a recuperare nella sua versione integrale.
Perchè non farlo sarebbe come non avere un piano di fuga pronto nel momento in cui si prepara un colpo destinato a restare nella memoria.





MrFord





"Through sixty-six and seven they fought the Congo war
with their fingers on their triggers, knee-deep in gore
for days and nights they battled the Bantu to their knees
they killed to earn their living and to help out the Congolese."
Warren Zevon - "Roland the headless thompson gunner" -





sabato 30 aprile 2016

Anvil - La storia degli Anvil

Regia: Sacha Gervasi
Origine: Canada
Anno: 2008
Durata: 80'







La trama (con parole mie): a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, gli Anvil, formazione canadese tra le più influenti dell'heavy metal mondiale, riconosciuta da gruppi come Metallica, Anthrax, Guns and Roses, sparisce di fatto dai radar che contano centrando uno dei casi più clamorosi di insuccesso commerciale che il genere abbia mai conosciuto.
In realtà i due membri fondatori della band, amici d'infanzia e coppia praticamente inseparabile, Steve "Lips" Kudlow e Robb Reiner, cantante e chitarrista il primo e batterista il secondo, non hanno mai mollato i loro sogni ed il progetto di portare gli Anvil alla ribalta, hanno continuato a pubblicare dischi ed esibirsi per piccoli gruppi di appassionati e a lavorare come tutti i comuni mortali del pianeta, invece che dedicarsi a vite da rockstar dissolute.
Quando, nel duemilasei, un'improvvisata manager italiana li riporta in tour in Europa sperando di alimentare i sogni di Kudlow e Reiner e le cose non vanno come tutti loro avrebbero voluto, il tredicesimo disco degli Anvil diventa l'ultima scommessa, il treno atteso da una vita: ma l'occasione si presenterà, o si tradurrà nell'ennesima, amara delusione?













Ricordo bene l'effetto che ebbi guardando il finale di A proposito di Davis, firmato dai Fratelli Coen: un'amara consapevolezza filtrata attraverso l'antico adagio dell'uno su mille ce la fa che calza a pennello a qualsiasi campo artistico.
E che si tratti di un treno che passa una volta sola, del "trovarsi nel posto giusto al momento giusto" - come afferma il compianto Lemmy proprio in un estratto di questo documentario -, di talento o di un insieme di fattori che non potremo mai spiegare, è incalcolabile il numero degli aspiranti musicisti, scrittori, attori, registi, pittori e chi più ne ha, più ne metta, che popolano il mondo - e mi metto tranquillamente nel novero -: persone che ci hanno provato, e che, un giorno, si sono rese conto che il tempo era passato, e quello che era un sogno sfolgorante è diventato lo sfogo o il passatempo dei momenti liberi dal lavoro e dagli impegni del quotidiano.
Personalmente, da parecchio - ed in particolare dalla nascita del Fordino - vivo con filosofia questo destino, considerato che preferisco godere di quello che ho il più possibile piuttosto che rimuginare a proposito di quello che potrei avere, ed investire le energie nell'avere quello che posso raggiungere con le mie forze senza affidarmi a casualità assortite, ma a prescindere dal mio coinvolgimento nella visione del sorprendente lavoro di Sacha Gervasi - che, qualche anno dopo Anvil, portò in scena il più che discreto Hitchcock -, o dalla filosofia da outsider dai sogni artistici infranti, ho trovato questo documentario un eccezionale inno alla vita ed alla voglia di viverla, alla passione ed alla dedizione rispetto a se stessi dei suoi due protagonisti, Steve Kudlow e Robb Reiner, fondatori degli Anvil e pionieri dell'heavy metal classico, al centro di una vicenda che pare la versione "hard rock" di quella del leggendario Rodriguez di Searching for Sugar Man.
Osservare i due amici d'infanzia arrangiarsi con lavori certo non esaltanti, vivere il loro sogno grazie al sostegno di fan accaniti pronti a vederli dal vivo centinaia di volte in piccoli club dimenticati da dio, partecipare ad un Festival in Europa ed apparire esaltati come fan, più che come musicisti parte del carrozzone - bellissimi i siparietti con i Thin Lizzy, Toni Iommi o i Twisted Sister -, cadere e rialzarsi con le proprie forze contando esclusivamente sul loro legame e sulla loro musica è qualcosa di profondamente genuino e magico, in grado di tenere sveglia perfino Julez - che con il metal ha ben poco a che spartire - e riportare alla mente del sottoscritto Emiliano, che avrebbe letteralmente adorato un lavoro come questo - sempre che non l'avesse visto, considerata la sua cultura musicale e le sue radici ben piantate nell'heavy - e che quasi rivedo precipitarsi in camera mia e di mio fratello annunciando di aver scoperto una "perla" programmando un sabato sera con visione, alcool e rutto libero magari prima di dirigerci allo Zoe, nota discoteca rock milanese che fu la nostra seconda casa a cavallo del duemilasei per quasi un paio d'anni di weekend molto wild.
La vicenda degli Anvil e la loro lunga corsa verso la realizzazione di un sogno durato più di trent'anni è pura poesia a ritmo di riff aggressivi e ritmica serrata, una parabola quasi magica che ha il suo culmine proprio nei confronti tra due fratelli acquisiti e nei loro faccia a faccia più drammatici - da brividi il litigio e la riappacificazione nel corso delle sessioni di registrazione del tredicesimo disco in Inghilterra, con questi due uomini che paiono metallari fuori tempo massimo con le lacrime agli occhi a giurarsi bene eterno neanche fossero una vecchia coppia di sposi -, e che trova la sua ideale conclusione in un cerchio che si chiude così come tutto si era aperto, o si sarebbe dovuto aprire.
In fondo, la vita spesso non ci riserva quello che vorremmo, o che siamo pronti a sognare: eppure mi viene da pensare che Steve Kudlow e Robb Reiner il loro vero tesoro l'abbiano trovato in qualche misura solo per mezzo della Musica e del metal, e che sia da cercare in due famiglie che sono state sempre presenti per loro - e per le loro passioni -, e in loro stessi.
Esistono, sono esistite ed esisteranno, infatti, rockstar planetarie pronte a vivere e morire da sole.
Loro, invece, avranno sempre un fratello, un amico, un compagno. Nella buona e nella cattiva sorte.
Come le migliori coppie.
E questa è una cosa che nessuna chart mondiale potrà mai dare.





MrFord






"Metal on metal
ears start to bleed
cranking it up
fulfilling my need
metal on metal
shakin' the place
blows back your hair
caves in your face."
Anvil - "Metal on metal" -







domenica 17 aprile 2016

Getaway

Regia: Sam Peckinpah
Origine: USA
Anno: 1972
Durata: 122'







La trama (con parole mie): Doc McCoy, specialista in rapine in banca, riesce ad ottenere la libertà di parola dopo quattro anni di carcere grazie all'intercessione della moglie Carol, pronta a trattare per con il bieco funzionario Beynon, che intende dare il nulla osta per la scarcerazione di Doc solo in cambio del suo aiuto in un colpo da mezzo milione di dollari in una piccola banca del Texas.
Organizzata la rapina e selezionati gli uomini, però, McCoy e la sua dolce metà si troveranno a far fronte ad una serie di guai imprevisti: i due compagni d'impresa di Doc, infatti, si rivelano il primo troppo instabile ed il secondo pronto a fargli la pelle e lanciarsi in un inseguimento dei soldi una volta rimasto a sua volta ferito da McCoy.
A questo punto, per l'ex galeotto braccato dalle forze dell'ordine non resterà che il faccia a faccia con Beynon, il confronto con sua moglie ed i segreti che ha celato ed una fuga rocambolesca attraverso il Texas verso il Messico, per giungere oltre frontiera con i soldi nelle sue mani.










Basterebbero quattro nomi, per chiudere la recensione di un film come Getaway ed andarsene a sbronzarsi per poi cercare una rissa o una donna e chiudere in bellezza la serata: Sam Peckinpah, Walter Hill, Jim Thompson, Steve McQueen.
Quattro moschettieri che da soli varrebbero - e valgono - un cult, senza se e senza ma.
Rivedere Getaway dopo almeno una decina d'anni è stato come concedersi una "notte da leoni" con un gruppo affiatato di vecchi amici, riscoprire un classico dell'action e del crime - con Cani arrabbiati di Bava, potrebbe benissimo essere considerato uno dei padri del pulp tarantiniano - e goderselo dal primo all'ultimo minuto, dai tratti distintivi del Cinema stile Peckinpah - personaggi di Frontiera, montaggio serrato, una malinconia di fondo che segna i momenti migliori e peggiori di ogni protagonista - allo stile inconfondibile di Steve McQueen, senza dubbio una delle icone più importanti della settima arte in quanto a machismo, e senza che si potessero tirare in ballo muscoli o esplosioni come sarebbe accaduto nel corso degli anni ottanta.
Probabilmente, non esiste nulla, allo stato attuale, Cinema di genere oppure no, che possa trasmettere gli stessi brividi di prodotti come Getaway, quasi si parlasse di una scheggia impazzita e fuori dal tempo: il lavoro di mostri sacri come quelli citati in apertura di post resterà probabilmente esempio per le future generazioni di cinefili ed addetti ai lavori non si sa neppure per quanto tempo, e continuerà a costituire un guilty pleasure assoluto per chi, come il sottoscritto, si è formato almeno in parte con prodotti di questo genere, fatti di alta tensione, inseguimenti, una filosofia ed un approccio che, di fatto, nel corso degli anni settanta portarono l'epica del West nel mondo del crime moderno.
D'altro canto, ho dovuto ragionare anche con il cervello - che, di tanto in tanto, mi diverto ad usare - e non solo con il cuore abbassando di almeno un mezzo bicchiere il voto di questo cultissimo, che con il passare degli anni ha oggettivamente perso qualche colpo rispetto ad altri suoi contemporanei - mi viene subito in mente Punto Zero - e che, a fronte di un pubblico più giovane ed attuale così come a certi personaggi radical o pseudo tali potrebbe apparire datato e fuori tempo massimo, in barba alla maestria di narrazione e messa in scena.
La realtà dei fatti, però, è che nonostante la società sia cambiata e, di fatto, alcuni passaggi di Getaway possano suonare quasi naif, la pellicola di Peckinpah è un gioiellino in termini di definizione dei personaggi, una sorta di scuola per quella che sarà la grande action autoriale degli anni ottanta e novanta, culminata con Michael Mann negli States e Johnnie To e John Woo in Oriente.
Dall'ironia all'efferatezza, nulla viene scontato agli spettatori, compresi gli schiaffi rifilati da McQueen alla moglie e la minaccia al ragazzino in treno, segno della definizione di un antieroe spigoloso eppure profondamente umano come Doc McCoy, con ogni probabilità uno dei charachters più importanti portati sullo schermo dal leggendario Steve: affrontare Getaway - a prescindere da quante volte lo si è visto e vissuto - è come salire a bordo di un ottovolante che, pur con i suoi anni di servizio sulle spalle, è in grado di regalare almeno un paio di evoluzioni che le montagne russe più moderne ed accessoriate possono solo sognarsi.
Cose vere e ben definite, come un colpo di frusta o la sensazione di straniamento dovuta ai troppi e violenti sballottamenti: ma è giusto così.
L'old school non è certo famosa per andarci tenera.




MrFord




"I know I have to go
got no doubt
should I stay or should I go
gotta get away
don't want to stay
leavin' tomorrow by subway."
Kiss - "Getaway" - 





lunedì 25 gennaio 2016

Fargo - Stagione 2

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2015
Episodi: 10






La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentosettantanove, in Minnesota. La famiglia Gerhardt, da tempo dominatrice della malavita locale, alle prese con la decadenza del suo leader Otto, si trova alle strette rispetto alla Mafia di Kansas City, pronta a mettere le mani sulla loro fetta di territorio a tutti i costi.
Quando Rye, il più giovane della dinastia, decide di imporre il proprio carattere tentando il colpo uccidendo un giudice locale finendo per causare un massacro in un caffè e la propria morte, il caos ha inizio: le forze di polizia locali, rappresentate da Hank Larsson e Lou Solverson, rispettivamente suocero e genero, i coniugi Ed e Peggy Blumquist, macellaio e parrucchiera, e gli stessi Gerhardt, si troveranno a giocare tutte le loro carte al cospetto di un Destino che pare sempre e comunque più grande di quanto potranno mai pensare.













Se si dovesse pensare alla giungla più selvaggia all'interno della quale giocarsi la propria esistenza, non avrei dubbi nel rispondere che si tratti di quella umana.
Allo stesso tempo, credo non ne esista un'altra in grado di smuovere emozioni così forti, o una partecipazione tale, nel bene e nel male, da cambiare una vita intera.
Nel corso della prima stagione di Fargo, avevamo assistito ad un delinearsi progressivo del prototipo del predatore organizzato e consapevole così come di quello pronto a formarsi passo dopo passo, nel pieno rispetto della pellicola che l'aveva ispirata e delle riflessioni che portarono la stessa season one a giocarsi lo scettro di migliore del duemilaquattordici con True Detective.
Con il passo indietro temporale di questo secondo giro di giostra, di fatto, assistiamo ad un approfondimento delle stesse tematiche reso ancor più coinvolgente e di pancia dall'amplificazione che avviene, di fatto, rispetto al concetto di Famiglia da una parte e dall'altra del confine tracciato dalla Legge.
Dai charachters assolutamente perfetti di Ed e Peggy Blumquist alla convinzione distorta della propria forza dei Gerhardt, passando attraverso l'approccio tutto d'un pezzo di Lou Solverson ed Hank Larsson, assistiamo ad un progressivo precipitare tratteggiato alla grande sia in termini di sceneggiatura che di ritmo, impreziosito da episodi destinati a diventare riferimenti del genere - in particolare il settimo e l'ottavo, protagonisti di uno scambio temporale perfetto - e spalle indimenticabili - Hanzee finisce, di fatto, per essere la pietra angolare del bad guy da tutti i punti di vista - pronte a fornire assist perfetti a protagonisti che dalla prima apparizione finiscono per diventare indimenticabili - Mike Milligan, da uomo di forza a uomo di sistema, parabola inquietante e quasi orrorifica del cambiamento legato al mondo del crimine organizzato in tutto il mondo -.
Con la seconda stagione, dunque, Fargo non solo finisce per battere la concorrenza del suo rivale più agguerrito - il già citato True detective -, ma anche per superarlo, trasportando lo spettatore in una provincia da Western profondo e noir sarcastico, quasi comico ed assolutamente grottesco, in grado di raccontare storie profondamente drammatiche e di sdrammatizzarne altre senza darsi alcun tono autoriale e supponente - splendidi, in questo senso, i due dialoghi che vedono protagonista la lettrice accanita addetta alla cassa in macelleria prima e dunque baby sitter dei Solverson confrontarsi con Ed e la moglie di Lou a proposito dell'appoccio "filosofico" alla morte -.
E i sogni californiati di Peggy incarnati da una baia che non si vedrà mai davvero e quelli di un linguaggio universale auspicato da Hank, che sogna per la figlia un futuro che superi il suo, fanno da contraltare a quelli materiali e senza perdono o ritorno dei Gerhardt e di Milligan, delle occasioni pronte a complicare la vita e delle casualità, degli approcci violenti e privi di empatia di chi non sa ancora dove andare, ma sa che si muoverà grazie alla forza come unica risposta.
Ed il fantasma della guerra che popola il tutto di sensi di colpa o tentativi di redenzione finisce per rendere questa seconda stagione di Fargo ancora più intensa e travolgente della prima, tanto da stuzzicare la curiosità non solo di noi spettatori, ma anche di alieni provenienti da chissà quale altro mondo.
Del resto, la passione miete sempre vittime.
C'è da sperare soltanto che, una volta o l'altra, siano quelle giuste, a poter vedere l'alba e sognare un mondo dove non sia necessario lottare per forza per sopravvivere ai predatori.





MrFord





"Up all night long
and there's something very wrong
and I know it must be late
been gone since yesterday
I'm not like you guys
I'm not like you."

Blink 182 - "Aliens exist" - 






giovedì 17 dicembre 2015

The walk

Regia: Robert Zemeckis
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 123'







La trama (con parole mie): Philippe Petit, funambolo ed acrobata autodidatta, alle spalle un'infanzia ed un'adolescenza travagliate e ben poco legate alle regole, si innamora del progetto ancora in corso d'opera del WTC a New York, e decide che un giorno o l'altro organizzerà un piano che gli permetterà di tendere il suo cavo tra le Torri Gemelle.
Allenamento dopo allenamento, e dopo aver osato un'impresa preparatoria simile tra i campanili di Notre Dame a Parigi, Petit organizza una squadra di fidati compagni e vola nella Grande Mela, pronto a realizzare, nonostante le apparenti difficoltà, l'impresa.
Il mattino del sette agosto settantaquattro l'allora neppure trentenne funambolo vinse una sfida che, ad oggi, resta ancora unica ed ineguagliata.












A Robert Zemeckis sarò grato, in quanto cinefilo accanito, a vita: la trilogia di Ritorno al futuro, All'inseguimento della pietra verde, l'episodio più interessante di Storie incredibili, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, La morte ti fa bella hanno segnato la mia infanzia ed adolescenza, così come, in tempi più recenti, ho amato nonostante retorica e furberia Forrest Gump e Cast Away, forse l'ultimo film davvero interessante firmato dal regista.
Sono grato anche che al mondo esistano folli totali come Philippe Petit, anarchici ed appassionati, amanti della vita nonostante, o forse proprio per questo, si ostinino a rischiarla come se fosse la cosa più normale del mondo: l'impresa del funambolo francese, datata sette agosto settantaquattro, è stata qualcosa di assolutamente epico, completamente fuori di testa eppure magica come poche altre.
Ricordo bene, infatti, l'effetto che mi fece stare di fronte a quelle due torri assolutamente enormi, quasi incredibili, quando nel lontano ottobre del novantaquattro - vent'anni dopo, giorno più, giorno meno, del momento di gloria di Petit - rimasi esterrefatto ai loro piedi: per chi non ha avuto la fortuna di provare quella sensazione, posso dirvi che erano davvero qualcosa di straordinario, e pensare che un ragazzo di neppure trent'anni, mosso solamente dalla passione ed aiutato da un manipolo di amici folli quanto lui, avesse passeggiato per oltre quaranta minuti su un cavo tirato tra i due colossi di acciaio e cemento sfiora davvero la fantascienza.
Eppure è successo. E' documentato. E raccontato splendidamente da Man on wire, che James Marsch diresse qualche anno fa raccontando i fatti, puri e semplici, che portarono a quell'evento.
E qui torniamo a Robert Zemeckis: perchè, da buon americano - e tutti voi che passate a farvi qualche drink da queste parti ben sapete quanto il sottoscritto li ami -, il vecchio Robert proprio non resiste a voler imbastire la storia nel peggiore dei modi a stelle e strisce per almeno tre quarti di pellicola.
Con lui Joseph Gordon-Levitt, attore da sempre benvoluto da queste parti che pare impegnarsi più nell'impresa di risultare irritante tanto da scatenare le più violente bottigliate che non nel risultare credibile nel ruolo di Petit.
Un vero peccato, dunque, perchè quella che è stata ed è, di fatto, un'impresa mitica diventa, per un'ora e mezza secca - ovvero, minuto più, minuto meno, fino al primo passo sul cavo tra le due Torri Gemelle di Levitt/Petit -, un vero e proprio supplizio per lo spettatore, un cocktail letale di noia, irritanti mossette da artista di strada hipster e situazioni che paiono Amelie rivisitata in peggio - e già si parte da un mood per nulla nelle mie corde, tanto per intenderci -.
A salvare dalla catastrofe Zemeckis e soci, una mezzora finale davvero da urlo, illuminata da una resa della camminata sul cavo in grado di mettere i brividi non solo a chi - come questo vecchio cowboy - patisce e non poco l'altezza, ma al pubblico tutto, di fatto trasformando la magia di ogni passo del suo protagonista in una sorta di thriller serratissimo: e proprio per questo, forse, il desiderio di punire con le bottigliate delle grandi occasioni The walk è ancora più sentito, considerata la potenza della parte finale giunta sullo schermo dopo tre quarti di pellicola da buttare dritta nel cesso prima di tirare lo sciacquone il più in fretta possibile, evitando di pensare ancora al doppio utilizzo dei termini in inglese e francese di Levitt o al maestro di circo interpretato da Ben Kingsley, che è sulla buona strada per diventare uno dei vecchi leoni più invisi in casa Ford.
Un'occasione clamorosamente sprecata, dunque, che non rende assolutamente giustizia agli eventi che l'hanno ispirata - fatta eccezione, per l'appunto, della chiusura - e che fa rimpiangere Man on wire, l'incoscienza magica di Philippe Petit e quelle due Torri così enormi che quasi non parevano vere.
Ma lo sono state, eccome.





MrFord





"Now I'm walking on sunshine, whoa
I'm walking on sunshine, whoa
I'm walking on sunshine, whoa
and don't it feel good
hey, all right now
and don't it feel good
hey, yeah."
Katrina and The Waves - "Walking on sunshine" - 






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