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mercoledì 25 marzo 2020

Bloody Sky

Bloody Sky (Flames Series Vol. 2) di [Ferrari, Bianca]


A un mese di distanza dall'uscita del precedente Burning Sand, Julez torna alla ribalta confermandosi l'unica vera penna del Saloon con il secondo capitolo della storia di Skylar e Alexander, che promette di essere ben più tosto e drammatico del precedente. 
Se non avete ancora conosciuto i due protagonisti, siete amanti delle storie d'amore travagliate e non vi guastano un pò di azione e di momenti da stomaci forti, potete senza dubbio approfittare di questo periodo sicuramente anomalo per arricchire la vostra libreria - virtuale o no - con questa doppietta caricata a dovere da Julez.
A questo indirizzo trovate tutti i riferimenti del caso - www.amazon.it/dp/B08619N76Y/
Buona lettura!


MrFord

giovedì 14 dicembre 2017

I gemelli (Ivan Reitman, USA, 1988, 107')




Di tanto in tanto, soprattutto nelle serate in cui mi capita di non aver voglia di investire energie neppure nella scelta del prossimo film da selezionare tra le fila dei titoli in lista, l'idea di ripescare piccoli cult non troppo impegnativi della mia infanzia diventa l'equivalente di un cocktail nel bar di fiducia, di un massaggio che già si sa porterà al sesso, o di una cena dove arriveranno solo i nostri piatti preferiti.
Una cosa confortante, piacevole, rilassante, goduriosa.
Con questo spirito, a distanza di non so neppure quanto tempo dall'ultima volta, ho riesumato all'inizio di questo autunno agli sgoccioli I gemelli, pellicola perfettamente inserita negli anni ottanta firmata Ivan Reitman - lo stesso di Ghostbusters, per intenderci - con protagonisti il mitico Schwarzy e Danny DeVito, commedia d'azione piacevole e divertente ancora oggi, con tutti i limiti del caso ma ugualmente in grado di intrattenere non solo uomini e donne, ma anche grandi e piccini.
Uscito - almeno per il momento - dal suo periodo tosto dei Conan e dei Terminator, l'Arnold di tutti noi attraversava all'epoca una sorta di tentativo di rendere umano il suo consueto charachter tutto d'un pezzo, passando proprio per ruoli come quello che avrà da lì a due anni in Poliziotto alle elementari o quello di Julius Benedict, trentacinquenne fisicamente e mentalmente al massimo che dopo aver vissuto di teoria e in quasi isolamento su un'isola del Sud Pacifico sbarca a Los Angeles una volta scoperto di avere un gemello separato da lui alla nascita.
La progressiva scoperta dell'altro, la crescita spalla a spalla ed il consueto - e sempre piacevole - road trip pronto a consolidare i rapporti fanno il resto, forti della grossa alchimia che si creò sullo schermo tra i due protagonisti, perfetti nel rendere l'idea del ragazzone forzuto e studioso buono fino al midollo e del piccoletto opportunista e seduttore in grado di cavarsela con le proprie forze - e a scapito del prossimo - fin dalla tenera età: il fatto, poi, di aver amato questo film dai tempi delle elementari, saperlo a memoria a seguito delle infinite visioni in compagnia di mio fratello e gustarsi i siparietti tra DeVito e Schwarzy dal primo all'ultimo aggiungono I gemelli alla schiera di titoli con protagonista l'inossidabile Arnold che non solo gli appassionati non possono non avere in casa a portata di mano per qualsiasi serata d'emergenza o rutto libero, ma che dovrebbero ringraziare per aver mostrato un lato più umano e divertente di quella che, per anni, era stata praticamente una macchina per uccidere.
E dal balletto nella camera d'albergo all'abbraccio in bagno - quante volte citato quel "Hey, è mio fratello!" -, passando per il corso accelerato di scuola guida e le tre regole in una situazione critica, a quasi trent'anni dalla sua uscita I gemelli regala ancora ben più di un sorriso ed ottimo intrattenimento, ennesima dimostrazione che i gloriosi eighties sono stati la vera e propria miniera d'oro dell'intrattenimento disimpegnato, che ancora oggi viene in soccorso di noi ragazzi troppo cresciuti nel momento in cui abbiamo bisogno di un salvagente, un abbraccio, una coperta per le serate in cui si sta troppo male, o così bene, che solo qualcosa che conosciamo a fondo può rendere davvero degne di essere vissute.
Ancora una volta.



MrFord



 

martedì 17 gennaio 2017

Assassin's Creed (Justin Kurzel, UK/USA/Francia/Hong Kong, 2016, 115')




I videogiochi, fin dai tempi della mia infanzia, del Commodore 64, il Sega Master System e dunque Mega Drive, sono sempre stati parte della componente ludica e d'intrattenimento delle giornate in casa Ford giungendo fino alla Playstation 4 attuale, che se non fosse per gli impegni con i Fordini utilizzerei molto più spesso che non per i ritagli di serate quando, con tutti a letto, libero la mente grazie a sequele quasi infinite di partite a PES, e negli ultimi anni alcune produzioni - si vedano Last of us, Red dead redemption o le saghe di Uncharted e Dead space - hanno raggiunto livelli tali da scomodare addirittura paragoni con il Cinema.
Peccato che - vedasi l'orrido Warcraft - le trasposizioni su grande schermo di videogames di successo siano state nella loro quasi totalità fallimentari: non è da meno questo Assassin's creed, firmato ed interpretato dallo stesso trio che lo scorso anno in questo periodo consegnò al pubblico l'ottimo Macbeth - Justin Kurzel, Michael Fassbender, Marion Cotillard -.
Se, infatti, la pellicola tratta da Shakespeare spingeva l'acceleratore su interpretazioni pazzesche ed un'autorialità al confine con il rischio - in molti lo trovarono soporifero, senza dubbio si trattava di un lavoro ostico -, questa pare invece la tipica marchetta da portafoglio gonfio di regista ed attori, inutile ed assolutamente incapace di provocare qualsiasi emozione e portata qualche centimetro sopra l'abisso soltanto dall'indubbio talento del cineasta australiano, che dimostra, con una manciata di inquadrature e le dinamiche sequenze d'azione quantomeno di conoscere il suo mestiere.
Troppo poco, però, per quello che avrebbe dovuto - o voluto? - ambire a diventare un blockbuster e rivelatosi un buco nell'acqua fatto e finito, che si tratti di critica - è stato massacrato in lungo e in largo - o botteghino - al momento, la parola più ricorrente è flop, e neppure leggero -, una raccolta di sequenze adrenaliniche messe in fila una dopo l'altra in bilico tra presente di narrazione e passato - come fu per il primo capitolo del franchise videoludico, che, lo ammetto, non è riuscito mai a conquistarmi - all'interno della quale perfino gli attori più consumati paiono pesci fuor d'acqua pronti a recitare un copione che dice poco o nulla e del quale non pare capirsi tanto di più, da una parte o dall'altra della macchina da presa.
Un'operazione commerciale di quelle in grado di far incazzare oltre misura la critica più snob, e che finiscono per gettare ombre anche sui popcorn movies d'intrattenimento becero che, al contrario, fanno del pane e salame un vero e proprio vanto: peccato per Kurzel - che probabilmente ha deciso di accettare questo lavoro, oltre che per il compenso, proprio per poter completare il già citato Macbeth - così come per Fassbender e la Cotillard, che da queste parti sono sempre molto ben visti e, come il resto di cast e crew, sprofondano senza colpo ferire insieme alla pellicola, il primo impegnato solo a mostrare il suo stato di forma, la seconda a sfoderare una verve da "è il lunedì mattina del peggior lunedì dell'anno, ho il ciclo e poca voglia".
Non penso che, in fin dei conti, loro saranno così affranti - soprattutto osservando l'estratto conto -, ma spero che, la prossima volta, prima di imbarcarsi in un'operazione di questo tipo, valutino bene la credibilità che potrebbero perdere agli occhi dei fan ed ancor più dei detrattori accaniti: personalmente, comunque, io voglio crederci ancora.
Senza incappare, almeno spero, magari in un sequel, nelle gesta di questi misteriosi assassini incappucciati.
In quel caso, sarebbe davvero troppo anche per un cinefilo di bocca buona come il sottoscritto.




MrFord




venerdì 24 giugno 2016

Hawaii Five-O - Stagione 4

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2013/2014
Episodi:
22






La trama (con parole mie): proseguono le indagini e le avventure dei componenti dello speciale team della polizia hawaiana Five-O, momentaneamente orfani della loro compagna Kono, impegnata nella fuga con il fidanzato ed ex yakuza Adam, sostituita tra le loro fila da Catherine Rollins, fidanzata del leader McGarrett.
Ai casi di tutti i giorni si affiancano una rivalità pronta a diventare alleanza con il comandante della Swat Grover, la vicenda di Kono, i segreti che custodisce la madre di McGarrett, agente della CIA ancora operativa ed il destino di Wo Fat, nemesi della Five-O arrestata proprio dai componenti della stessa di recente evasa.
Riusciranno i membri di questa famiglia d'azione a mantenere saldo il legame tra loro ed affrontare al contempo la routine di polizia e le più complicate vicende che li riguardano da vicino?












Considerate bocciature clamorose rispetto a titoli di culto del piccolo schermo come Mr. Robot, risulterà più che curioso ai radical come Cannibal Kid che io perseveri ed insista nel seguire, al contrario, proposte di puro intrattenimento di grana grossa come Hawaii Five-O stagione dopo stagione, eppure continuo a pensare che prodotti di questo genere, a prescindere dalla resa finale - ed in questo caso, non parliamo certo della miglior stagione di McGarrett e soci, soprattutto in termini di scrittura -, siano una vera e propria manna dal cielo specie rispetto a chi, come gli occupanti di casa Ford, invece di dedicarsi alla tv durante i pasti si concede l'episodio di una serie per passare la serata.
In questo senso, le avventure della task force schiacciasassi targata Hawaii è una vera bomba a partire dalla sigla - ispirata all'originale anni settanta ed in grado di stimolare la tentazione del ballo anche nel sottoscritto - fino ai personaggi, che saranno anche stereotipati a mille ma che risultano di pancia, vivi ed onesti come si finisce per avere bisogno al ritorno dal lavoro o al termine di una giornata passata dietro le faccende quotidiane: e dai passaggi action da fare invidia alle migliori produzioni a stelle e strisce in termini di retorica e contenuti - nel corso di questa stagione, lo spaccaculi per eccellenza McGarrett ha almeno un paio di occasioni per esaltare i valori statunitensi senza ritegno - all'amicizia virile non solo tra il già citato McGarrett ed il mitico Danny Williams, ma anche tra i due e la new entry della squadra Grover, tutto contribuisce a rendere la visione scorrevole, spensierata e senza troppi pensieri, condita da una cornice meravigliosa - ad ogni stagione, con Julez, ci ripromettiamo non tanto un viaggio, quanto un trasferimento alle Hawaii - ed una serie di soluzioni in grado di fare contenti sia i maschietti del pubblico - dalle comparsate di Lili Simmons alle bellezze locali - che le femminucce - sempre McGarrett -, senza contare le numerose reminiscenze del cult Lost, rappresentato non più da Terry O'Quinn - a questo giro di giostra non pervenuto - ma dalla presenza fissa Daniel Dae Kim e da Jorge Garcia, che pare essere entrato in pianta quasi stabile nel cast.
La ricetta ideale, insomma, per una visione scacciapensieri orchestrata con sapienza dai creatori di uno dei capisaldi dell'action su piccolo schermo come Alias, che pur non raggiungendo i livelli delle vicissitudini di Sidney Bristow porta a casa la pagnotta, intrattenendo quanto basta unendo episodi autoconclusivi e sottotrame a lungo raggio - un pò come nei fumetti Bonelli, giusto per citare un esempio vicino a noi - e presentando una galleria di main charachters pronti a soddisfare qualsiasi esigenza, sempre che, a monte, sia presente la voglia di divertirsi senza pensare troppo alla costruzione o alla profondità del prodotto finale.
Tutto questo, nonostante pensi, più passa il tempo, che prodotti pur modesti come Hawaii Five-O siano comunque in grado di trasmettere sensazioni forti nel momento in cui decidono, senza troppi peli sulla lingua o sullo stomaco, di toccare tematiche come quelle della fratellanza, dell'amicizia e della famiglia: in fondo, a prescindere da quanto cinefili o esperti si possa essere, siamo tutti esseri umani.
E certe cose, nel bene o nel male, finiscono davvero per toccare tutti.
Un pò come quando si guarda un'onda perfetta scendere verso una spiaggia da sogno.
Difficile credere che esista qualcuno pronto a non desiderare di trovarsi lì, con una ragazza da sballo in bikini sulla sdraio accanto ed un cocktail saldamente in mano.





MrFord





"I'm slowly drifting away (drifting away)
wave after wave, wave after wave
I'm slowly drifting (drifting away)
and it feels like I'm drowning
pulling against the stream
pulling against the stream."
Mr. Probz - "Waves" - 






lunedì 25 aprile 2016

Fermati, o mamma spara!

Regia: Roger Spottiswoode
Origine: USA
Anno: 1992
Durata:
87'






La trama (con parole mie): Joe Bomowski, poliziotto allergico alle regole ed alla manifestazione dei propri sentimenti di servizio a Los Angeles, abituato a sparatorie e scontri a viso aperto con i criminali per le strade della metropoli, appare molto più in difficoltà quando finisce per dover fare i conti con il rapporto agli sgoccioli con la sua superiore Gwen, che vorrebbe l'uomo deciso a compiere il fatidico passo piuttosto che rimanere un apparente scapolo a vita.
Quando la madre di Joe decide di volare dal New Jersey in California per passare qualche giorno con il figlio, la situazione del detective si complica ulteriormente: preso in una vera e propria morsa da madre e quasi ex compagna ed alle prese con un caso di traffico di armi e truffe assicurative che vede come testimone proprio la genitrice, dovrà fare appello a tutta la sua pazienza e volontà per risolvere ogni cosa, portare a casa la pelle e, chissà, anche la sanità mentale.












Prima di iniziare un nuovo e come sempre graditissimo viaggio nel passato di uno dei simboli del Saloon, Sylvester Stallone, occorre che lo ammetta: non ho mai particolarmente amato, neppure e soprattutto ai tempi della sua uscita, Fermati o mamma spara!, titolo troppo virato alla commedia per un action hero tutto d'un pezzo come lo Stallone Italiano, paragonabile a Un poliziotto alle elementari con Arnold Schwarzenegger, giusto per rendere l'idea di quelli che erano i miei due indiscutibili riferimenti per il genere all'epoca: non ricordo, infatti, di aver più rivisto questa commedia giocata sul rapporto tra madri e figli - specie troppo cresciuti - da allora - un caso più unico che raro, quando si tratta di un film con protagonista Sly, considerato che i vari Rambo, Rocky, Cobra, Tango e Cash, Sorvegliato speciale e Over the top finiscono puntualmente per tornare a fare capolino nel lettore bluray del sottoscritto almeno una volta l'anno -, timoroso di trovarmi nella posizione di dover criticare troppo aspramente il titolo stesso.
Affrontarlo, invece, oggi, è stato quantomeno - e ben conscio della pochezza della pellicola, davvero una produzione di stampo televisivo - divertente e spassoso se non altro nell'ottica del tema trattato, in grado di farmi pensare ad un paio di amici e colleghi "prigionieri" della propria madre anche a quasi quarant'anni suonati: i duetti tra il sempre mitico Sly - che, inconsapevolmente, stava di fatto entrando nel suo decennio più buio - e l'assolutamente sopra le righe e macchiettistica Estelle Getty hanno infatti fatto il loro dovere regalando le risate ed i rutti liberi necessari di quando in quando per rilassare il cervello o accompagnare uno dei tanti pomeriggi di gioco accanto al Fordino, che crescendo ed arricchendo la costruzione delle vicende che vedono protagonisti i suoi giocattoli sta richiedendo sempre più attenzione del sottoscritto rispetto ai tempi in cui bastavano un paio di lanci di palla o un paio di giri di pista con le macchine per portare a casa il risultato.
Personalmente, dunque, mi sarei aspettato molto di peggio dal recupero di uno dei titoli della filmografia stalloniana che ancora mancavano all'appello qui al Saloon, e devo ammettere di aver raggiunto i titoli di coda contento di essermela spassata senza troppe pretese con il lavoro dell'improbabile Roger Spottiswoode, che i nostalgici più irriducibili degli anni ottanta ricorderanno dietro la macchina da presa in Turner e il casinaro o Air America, le tipiche battute e situazioni legate al rapporto madre/figlio - che, a volte, soprattutto con l'età adulta, assume connotati effettivamente grotteschi rispetto al modo in cui le nostre mamme continueranno a vederci sempre e comunque - e le espressioni imbarazzate di Sly, che doveva aver cominciato a fare grande scorta dell'ironia che l'avrebbe rilanciato in un'epoca più recente per noi rinunciando all'aura di uomo d'azione tutto d'un pezzo e spaccaculi per passare per un bamboccione in balia dell'anziana, furbissima ed assolutamente sopra le righe madre in visita - la scena del sogno con il pannolone gigante deve essere ancora impressa a fuoco nella memoria del nostro amico Silvestrone -.
Come di consueto in questi casi, evito a priori di consigliare la visione ai critici più hardcore di Sly, che troverebbero cinematograficamente soltanto conferme ai loro dubbi, quantopiù al pubblico pane e salame come il sottoscritto alla ricerca dei brividi di un'epoca ormai putroppo tramontata o a chi non ha paura di ammettere che il Cinema serve anche - e, a tratti, soprattutto - per rilassare anima e corpo sul divano, lontani da una realtà che, vista attraverso la sua lente deformante, passa dall'essere drammatica al diventare divertente.
Chiedetelo pure ad un qualsiasi vostro amico che ancora condivide il tetto con la madre.






MrFord





"Hush now, baby, baby, don't you cry
mama's gonna make all of your nightmares come true
mama's gonna put all of her fears into you
mama's gonna keep you right here under her wing
she won't let you fly but she might let you sing
mama's gonna keep baby cosy and warm."
Pink Floyd - "Mother" - 





venerdì 22 aprile 2016

The last ship - Stagione 1

Produzione: TNT
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 10






La trama (con parole mie): l'equipaggio della nave da guerra della Marina degli Stati Uniti Nathan James, capitanata da Tom Chandler, è costretta ad una missione nell'artico di mesi con tanto di silenzio radio, apparentemente motivata dalla sperimentazione di armamenti ma in realtà legata a doppio filo alle indagini della dottoressa Rachel Scott, da tempo al lavoro su un potenziale vaccino per un'epidemia che i governi hanno predetto essere sul punto di scoppiare in tutto il mondo.
Tornati alla "civiltà" alla fine della missione, gli occupanti della Nathan James scopriranno che nel frattempo il virus ha avuto la meglio sulla civiltà, i governi sono crollati e sulla terraferma le comunità rimaste cercano di arrangiarsi lottando per sopravvivere anche le une contro le altre.
Come se non bastasse, all'urgenza di trovare una potenziale cura ed i rifornimenti per rimanere al largo, si aggiunge il pericolo costituito da una nave russa in cerca della dottoressa e dei suoi risultati e la minaccia di un conflitto nato in seno a quello che resta degli States sulla terraferma.
Come se la caveranno Chandler e i suoi uomini?












Ormai è più forte di me: non riesco proprio a farcela, a non subire il fascino del made in USA, specie se un pò tamarro e sopra le righe, che si tratti di Musica, Letteratura, Cinema o produzioni legate al piccolo schermo.
The Last Ship, giunta da queste parti assolutamente per caso, quando ai tempi presi un suggerimento telefonico del mio fratellino Dembo legato all'horror The Last Shift - che passerà a breve da queste parti - per un'imbeccata rispetto alla serie che ha adottato Eric "Dottor Bollore" Dane una volta chiusa la sua esperienza con Grey's Anatomy, prodotto in grado di mescolare le stelle e strisce di Salvate il soldato Ryan ed il survival di The Walking Dead, ho fatto finta di nulla e convinto Julez ad imbarcarci in una visione che, a conti fatti, si è rivelata assolutamente divertente e perfettamente inserita nel filone dei prodotti di puro intrattenimento indicati per questo periodo della nostra vita, considerati i pranzi e cene ormai dominati dalle chiacchiere a getto continuo del Fordino, pronto a chiedere spiegazioni su ogni titolo e scena così come a coinvolgere il sottoscritto in giochi ed evoluzioni pronte a far considerare alla signora Ford l'idea di avere a tavola due bambini di tre anni.
Tornando, comunque, a The Last Ship, devo dire che, pur non inventando nulla di nuovo - il plot è abbastanza classico, così come le atmosfere legate alle epidemie che, di fatto, dimostrano una volta di più che la minaccia più grande, in questi casi, sarebbe di gran lunga quella dell'Uomo, più che della malattia - nel corso delle sue dieci puntate non solo ha finito per affrontare situazioni e temi diversi tra loro grazie alle vicende occorse ai protagonisti, ma anche a lavorare molto bene sugli stessi, proponendo evoluzioni dei rapporti e dei charachters stessi davvero niente male, per un prodotto di grana grossa di questo genere.
E dalle battaglie navali a drammatici confronti nella giungla - inquietante l'episodio legato al boss del narcotraffico rifugiatosi in Costarica soggiogando un gruppo di locali neanche fosse in pieno delirio da film di Herzog -, dai faccia a faccia interni tra i membri dell'equipaggio all'escalation legata alla ricerca del vaccino da parte della dottoressa Scott - la Rhona Mitra divenuta famosa qui al Saloon per il suo ruolo in Doomsday -, per giungere alle drammatiche rivelazioni del season finale legato al primo contatto vero e proprio con il presunto governo - o quel che ne resta - degli Stati Uniti, il risultato è decisamente discreto e perfetto per veicolare una visione senza troppo impegno, impreziosita per quanto mi riguarda da un personaggio come Tex, praticamente da subito il preferito fordiano assoluto della serie.
Non sono certo qui a gridare al miracolo, eppure la curiosità di scoprire cosa attende l'equipaggio della Nathan James nel corso della seconda stagione è ben radicata, le potenzialità del titolo devono ancora essere completamente espresse, e l'impressione che possa rivelarsi una versione più tamarra ma paradossalmente profonda ed interessante del già citato The Walking Dead è ben più di un sospetto.
Speriamo bene, anche perchè tra navi, esplosioni, amicizia virile e momenti assolutamente fordiani, difficilmente troverò un'altra crociera così nelle mie corde.





MrFord






"And oh my love remind me, what was it that I said?
I can't help but pull the earth around me, to make my bed
and oh my love remind me, what was it that I did?
Did I drink too much?
Am I losing touch?
Did I build this ship to wreck?"
Florence + The Machine - "Ship to wreck" - 






domenica 17 aprile 2016

Getaway

Regia: Sam Peckinpah
Origine: USA
Anno: 1972
Durata: 122'







La trama (con parole mie): Doc McCoy, specialista in rapine in banca, riesce ad ottenere la libertà di parola dopo quattro anni di carcere grazie all'intercessione della moglie Carol, pronta a trattare per con il bieco funzionario Beynon, che intende dare il nulla osta per la scarcerazione di Doc solo in cambio del suo aiuto in un colpo da mezzo milione di dollari in una piccola banca del Texas.
Organizzata la rapina e selezionati gli uomini, però, McCoy e la sua dolce metà si troveranno a far fronte ad una serie di guai imprevisti: i due compagni d'impresa di Doc, infatti, si rivelano il primo troppo instabile ed il secondo pronto a fargli la pelle e lanciarsi in un inseguimento dei soldi una volta rimasto a sua volta ferito da McCoy.
A questo punto, per l'ex galeotto braccato dalle forze dell'ordine non resterà che il faccia a faccia con Beynon, il confronto con sua moglie ed i segreti che ha celato ed una fuga rocambolesca attraverso il Texas verso il Messico, per giungere oltre frontiera con i soldi nelle sue mani.










Basterebbero quattro nomi, per chiudere la recensione di un film come Getaway ed andarsene a sbronzarsi per poi cercare una rissa o una donna e chiudere in bellezza la serata: Sam Peckinpah, Walter Hill, Jim Thompson, Steve McQueen.
Quattro moschettieri che da soli varrebbero - e valgono - un cult, senza se e senza ma.
Rivedere Getaway dopo almeno una decina d'anni è stato come concedersi una "notte da leoni" con un gruppo affiatato di vecchi amici, riscoprire un classico dell'action e del crime - con Cani arrabbiati di Bava, potrebbe benissimo essere considerato uno dei padri del pulp tarantiniano - e goderselo dal primo all'ultimo minuto, dai tratti distintivi del Cinema stile Peckinpah - personaggi di Frontiera, montaggio serrato, una malinconia di fondo che segna i momenti migliori e peggiori di ogni protagonista - allo stile inconfondibile di Steve McQueen, senza dubbio una delle icone più importanti della settima arte in quanto a machismo, e senza che si potessero tirare in ballo muscoli o esplosioni come sarebbe accaduto nel corso degli anni ottanta.
Probabilmente, non esiste nulla, allo stato attuale, Cinema di genere oppure no, che possa trasmettere gli stessi brividi di prodotti come Getaway, quasi si parlasse di una scheggia impazzita e fuori dal tempo: il lavoro di mostri sacri come quelli citati in apertura di post resterà probabilmente esempio per le future generazioni di cinefili ed addetti ai lavori non si sa neppure per quanto tempo, e continuerà a costituire un guilty pleasure assoluto per chi, come il sottoscritto, si è formato almeno in parte con prodotti di questo genere, fatti di alta tensione, inseguimenti, una filosofia ed un approccio che, di fatto, nel corso degli anni settanta portarono l'epica del West nel mondo del crime moderno.
D'altro canto, ho dovuto ragionare anche con il cervello - che, di tanto in tanto, mi diverto ad usare - e non solo con il cuore abbassando di almeno un mezzo bicchiere il voto di questo cultissimo, che con il passare degli anni ha oggettivamente perso qualche colpo rispetto ad altri suoi contemporanei - mi viene subito in mente Punto Zero - e che, a fronte di un pubblico più giovane ed attuale così come a certi personaggi radical o pseudo tali potrebbe apparire datato e fuori tempo massimo, in barba alla maestria di narrazione e messa in scena.
La realtà dei fatti, però, è che nonostante la società sia cambiata e, di fatto, alcuni passaggi di Getaway possano suonare quasi naif, la pellicola di Peckinpah è un gioiellino in termini di definizione dei personaggi, una sorta di scuola per quella che sarà la grande action autoriale degli anni ottanta e novanta, culminata con Michael Mann negli States e Johnnie To e John Woo in Oriente.
Dall'ironia all'efferatezza, nulla viene scontato agli spettatori, compresi gli schiaffi rifilati da McQueen alla moglie e la minaccia al ragazzino in treno, segno della definizione di un antieroe spigoloso eppure profondamente umano come Doc McCoy, con ogni probabilità uno dei charachters più importanti portati sullo schermo dal leggendario Steve: affrontare Getaway - a prescindere da quante volte lo si è visto e vissuto - è come salire a bordo di un ottovolante che, pur con i suoi anni di servizio sulle spalle, è in grado di regalare almeno un paio di evoluzioni che le montagne russe più moderne ed accessoriate possono solo sognarsi.
Cose vere e ben definite, come un colpo di frusta o la sensazione di straniamento dovuta ai troppi e violenti sballottamenti: ma è giusto così.
L'old school non è certo famosa per andarci tenera.




MrFord




"I know I have to go
got no doubt
should I stay or should I go
gotta get away
don't want to stay
leavin' tomorrow by subway."
Kiss - "Getaway" - 





venerdì 5 febbraio 2016

Justified - Stagione 4

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2013
Episodi:
13







La trama (con parole mie): lo sceriffo federale dai metodi spicci e poco ortodossi Raylan Givens, con il padre Arlo in carcere ed i conti aperti con il vecchio rivale Boyd Crowder nei luoghi in cui è cresciuto, si trova ancora una volta nell'occhio del ciclone a causa di un complicato affare legato alla misteriosa sparizione di un uomo ricercato dalla Legge così come dagli esponenti di spicco della Dixie Mafia da decenni.
E mentre la sua ultima fiamma finisce per fregarlo, il clan Crowder fa scintille con potenziali rivali di matrice religiosa giunti nella contea ed i consueti crimini vengono commessi, Raylan dovrà tirare le fila di quello che potrebbe essere il caso più importante affrontato in carriera, e nel farlo stare bene attento a non rimetterci la pelle o farla rimettere a chi ama o lavora al suo fianco.











Uno dei segreti del successo di film, romanzi, albi a fumetti e serie televisive è senza dubbio da ricercare nella formula vincente dei personaggi azzeccati: penso al Bob di Twin Peaks, alla maggior parte dei protagonisti di Lost, a Rocky, al Comico o ai miei amatissimi Hap e Leonard: senza dubbio la riuscita finale di un prodotto è determinata da molti fattori, ma azzeccare il protagonista - o l'antagonista - mette in cassaforte il risultato almeno per metà.
Justified è uno di quei titoli graziato dall'aver centrato il bersaglio con entrambi.
Raylan Givens, un concentrato di fascino, sangue freddo e decisione da far invidia alla quasi totalità del popolo maschile - ma non per questo invincibile o infallibile, sia chiaro - è il charachter, infatti, in cui tutti noi aspiranti macho finiamo per identificarci dall'età di dodici anni, mentre la sua nemesi Boyd Crowder, di fatto, porta sullo schermo tutto quello che lo stesso Raylan sarebbe stato se avesse deciso di passare dall'altra parte della barricata, dunque un personaggio con, se vogliamo, un fascino ancora maggiore.
Una specie di Batman e Joker del western pulp moderno, pronti a combattersi e battersi anche fianco a fianco contro nemici comuni e a rendere un titolo di fatto di nicchia come questo un vero e proprio must see per gli amanti delle proposte hard boiled da piccolo schermo, in grado di unire il livello di testosterone di Banshee alla realtà più credibile di Sons of anarchy o The Shield, senza dimenticare quella dose di ironia che sta come un robusto bourbon al termine di un pasto particolarmente pesante.
Giunto al termine della quarta stagione, dunque, il serial dedicato alle gesta del decisamente sopra le righe U.S. Marshall Givens prosegue nella sua marcia dritto come un pugno in pieno viso, o una pallottola pronta a centrare il bersaglio, senza perdere un colpo e soprattutto consegnando al suo pubblico una stagione che è a tutti gli effetti un crescendo: dai primi episodi che paiono posizionare le pedine sulla scacchiera agli ultimi due, davvero senza respiro e soprattutto senza effettivi vincitori, assistiamo ad un'escalation in termini di ritmo e tensione davvero notevoli, pronti a rafforzare la credibilità del prodotto e ad aumentare l'hype che da questa parte dello schermo continua a salire in vista di quelle che saranno le due seasons conclusive.
Come se non bastassero, inoltre, cazzotti, alcool, sesso e proiettili a profusione, assistiamo nel corso di queste tredici puntate anche al confronto decisivo tra Raylan e suo padre Arlo, che fin dai primi episodi della serie si è distinto più come il genitore mancato di Boyd che non come la guida del nostro sceriffo dal grilletto molto facile: il loro rapporto, più suggerito che non mostrato attraverso i continui scontri, è raccontato con il piglio del grande romanzo, e lascia perfino un paio di sequenze da colpo al cuore nel finale, pronte a sottolineare l'importanza inevitabile che il rapporto con i nostri vecchi ha, nel bene o nel male, rispetto allo scorrere dell'esistenza.
Temi, dunque, molto cari al sottoscritto ed al Saloon, che accanto all'ispirazione data dalla penna di Elmore Leonard, ad una cornice country nella quale mi pare di sguazzare ed al piglio da "guardo la morte in faccia e le pianto una pallottola in mezzo agli occhi" di Raylan contribuiscono a rendere Justified una delle serie favorite di casa Ford, forse non oltre misura in termini assoluti ma tosta e cazzuta abbastanza per ritagliarsi sempre il giusto spazio quando i nodi vengono al pettine.
Un pò come il suo fantastico main charachter.




MrFord





"Action speaks louder than words
and I'm a man of great experience
I know you've got another man
but I can love you better than him."
The Black Crowes - "Hard to handle" - 









giovedì 24 dicembre 2015

Ford Awards 2015: le serie

La trama (con parole mie): seconda giornata della maratona dedicata ai Ford Awards, che come di consueto, dopo i romanzi, vede protagoniste le serie televisive passate sugli schermi del Saloon da gennaio ad oggi. Non si parla di titoli, dunque, necessariamente nuovi, bensì di quelli che, con una o più stagioni, hanno riempito occhi e cuore di questo vecchio cowboy ricordando quanto, a volte, il piccolo schermo riesca a giocarsela alla pari - se non in vantaggio - con il grande.
E dalla realtà estrema alla fantasia più sfrenata, dai sentimenti all'azione, i dieci titoli qui presenti hanno rappresentato un tassello importante - per non dire fondamentale - del mio duemilaquindici.


N°10: JUSTIFIED



Prosegue il recupero di Justified, che si conferma come uno dei titoli più fordiani in assoluto del panorama del piccolo schermo, pronto a battere per entrare in top ten prodotti come Black Sails, Banshee o Daredevil, continuando a mantenere alta la sua qualità ed altissimo il livello di coolness del suo protagonista Raylan Givens, sempre affiancato dalla nemesi/rivale/quasi amico Boyd Crowder.




Serie dalle vicissitudini travagliate in fase produttiva ma quasi sempre convincente dal punto di vista della qualità: salvata da Netflix, che si è preoccupata di dare ai fan un finale dignitoso, impreziosita da una terza stagione pazzesca e da una coppia di protagonisti perfetti come outsiders, è stata recuperata integralmente nel corso dell'anno e sempre apprezzata.
Un nuovo classico nel panorama del thriller da piccolo schermo.




Un cocktail ottimamente riuscito tra l'appena segnalata The Killing e Broadchurch, un viaggio allucinante nel dramma di due genitori alla ricerca del loro bambino scomparso, costretti ad affrontare l'oscurità scoperchiata in una piccola comunità francese proprio a seguito della loro tragedia. Realismo estremo, ottime interpretazioni, un tema scottante ed una riflessione assolutamente profonda a proposito della terrificante banalità del Male.

N°7: BALLERS



La sorpresa del piccolo schermo fordiano per questo duemilaquindici: atmosfera scanzonata e velatamente malinconica, un The Rock in grandissimo spolvero, situazioni che paiono mescolare Pain&Gain e Californication, sport, sesso ed alcool, il tutto ambientato nella splendida cornice di Miami.
In altre parole, una vera e propria manna dal cielo creata ad hoc per la goduria del sottoscritto, già in fervente attesa per la seconda stagione, che è già un must see della prossima estate.




Dopo una prima annata strepitosa che è valsa alla creatura di Nic Pizzolatto il Ford Award per la miglior serie duemilaquattordici, al secondo giro di giostra True Detective ha dovuto fare i conti con pregiudizi, aspettative, eccessivi ridimensionamenti.
Per quanto mi riguarda, è stata una delle produzioni più umane e potenti dell'anno, e seppur non perfetta, splendida nel portare alla ribalta un personaggio femminile caratterizzato alla grandissima - la Bezzerides di Rachel McAdams - e far mangiare la polvere al grande schermo con episodi dal taglio assolutamente perfetto.

N°5: SHAMELESS



Al Saloon ci sarà sempre un tavolo pronto per i Gallagher.
La famiglia più amata del piccolo - e forse grande - schermo dai Ford torna alla ribalta con una quinta stagione all'altezza della strepitosa quarta, come sempre una certezza quando ci si ritrova a parlare di Famiglia, fratellanza, amore, amicizia e tutte quelle cose clamorosamente normali pronte a diventare eccezionali proprio perchè vissute nel profondo e con passione da tutti noi outsiders che amiamo incondizionatamente la vita. Una porta più che aperta: sfondata.




Qualitativamente parlando, la saga di Hank Moody ha conosciuto certo giorni migliori nelle sue prime, strepitose annate, che nelle due stagioni di chiusura del serial.
Eppure sarebbe stato ingiusto non celebrare uno dei charachters che più ho amato e mi ha rappresentato nel corso degli ultimi anni, giunto a salutarmi con un episodio finale da commozione proprio nel periodo della perdita del mio grande amico Emiliano, che con me e mio fratello aveva amato Hank Moody, la musica, la scrittura, l'alcool, Bukowski, Warren Zevon e le donne.
Salute, vecchio Hank.
Mi mancherai.


N°3: FARGO



L'antagonista di True Detective a tutte le premiazioni dello scorso anno, nata da una costola del mitico cult dei Coen eppure dallo stesso indipendente: non ho ancora avuto modo di recuperare la seconda stagione, che probabilmente farà capolino al Saloon il prossimo anno, ma ho trovato questa prima divertente e cattiva, scritta, diretta ed interpretata alla grande.
Scene cult a profusione, ed una riflessione di fondo sull'oscurità della Natura umana da brividi.





La decisione più sofferta dei Ford Awards di quest'anno è stata lasciar scivolare i SamCro dal gradino più alto del podio nella stagione del loro addio.
Jax e i suoi mi mancheranno da impazzire, così come mi mancherà una delle mie serie preferite di sempre: eppure, per parafrasare proprio il "maledetto" protagonista, "oggi i cattivi perdono".
Dunque, anche se, con il cuore, la serie del duemilaquindici per eccellenza è stata Sons of anarchy, mi accontento di lasciare alla creatura di Kurt Sutter la seconda piazza, conscio del fatto che i colori dei SamCro li porterò per sempre addosso, sulla pelle e nel cuore.

N°1: NARCOS


Se qualcuno mi avesse detto, soltanto un paio d'anni or sono, che un giorno una realtà come Netflix, nata dalla rete, avrebbe realizzato una serie in grado di riportare alla mente le atmosfere di Capolavori assoluti come Breaking bad o Il potere del cane, avrei riso. Forte.
Invece, senza perdersi in stronzate da adolescenti che vogliono imitare Tony Montana ed ispirandosi alle vicende reali di uno dei trafficanti più noti e leggendari che siano esistiti, Pablo Escobar, i ragazzacci della suddetta Netflix tirano fuori dal cilindro una proposta che riesce ad essere avvincente, imperdibile, universale - per aver catturato anche Julez, che di droghe e traffico delle stesse non vuole sapere nulla neanche se si tratta di fiction - ed assolutamente cult.
Se il livello dovesse mantenersi lo stesso, o addirittura salire il prossimo anno, allora il paragone con le imprese di Walter White non suonerà più così irreale.


I PREMI



Preferito fordiano: Hank Moody, Californication

Miglior personaggio: Jax Teller, Sons of anarchy

Miglior sigla: Narcos

Uomo dell'anno: Wagner Moura, Narcos

Donna dell'anno: Rachel McAdams, True Detective

Scena cult: "El plomo o la plata", Narcos

Migliore episodio: Papa's Goods, Sons of anarchy e Omega Station, True detective

Premio ammazzacristiani: Lorne Malvo, Fargo

Miglior coppia: Mireille Enos e Joel Kinnaman, The Killing
Cazzone dell'anno: Levon, Californication
Cattivo dell'anno: Pablo Escobar, Narcos


MrFord

giovedì 15 ottobre 2015

Operazione U.N.C.L.E.

Regia: Guy Ritchie
Origine: USA, UK
Anno:
2015
Durata:
116'






La trama (con parole mie): siamo nei primi anni sessanta e nel pieno della Guerra Fredda quando Napoleon Solo, agente della CIA costretto a lavorare per l'Agenzia a causa dei suoi trascorsi come criminale e ladro incallito ed Illya Kuryakin, uomo d'acciaio dell'intelligence russa, finiscono a dover seppellire l'ascia di guerra costretti dai loro superiori ad unirsi alla giovane Gaby, che fa il meccanico a Berlino Est, per rintracciare il padre scomparso di quest'ultima, ex tecnico del Reich che pare avere trovato rifugio forzato in Italia presso una famiglia che pare mostrarsi troppo nostalgica a proposito dei tempi del Fuhrer.
Riusciranno i due riluttanti agenti a mettere da parte la loro rivalità per scrivere la parola fine ad un piano ideato da qualcuno peggiore perfino dei governi che li manovrano? 
La ragazza che dovranno custodire finirà per gettare benzina sul fuoco rispetto al loro confronto? 
E in un mondo di spie, cimici e voltafaccia, ci si potrà davvero fidare fino in fondo di chi ci sta accanto ed è incaricato di coprirci le spalle?










Il fatto che Guy Ritchie abbia un grande stile è risaputo fin dai tempi di Lock&Stock, e ancor più di The snatch: il fatto che molto del suo lavoro si debba alla generazione del pulp e all'esplosione di Tarantino negli anni novanta, in fondo, poco importa, perchè l'anglosassone in questione è sempre riuscito, di fatto, a prendere la grana grossa figlia delle stelle e strisce e a trasformarla in un ibrido rock di gran classe, un pò come quando Iggy Pop incontrò David Bowie.
Personalmente, non sempre ho amato i suoi lavori, e l'ho sempre considerato un più che onesto artigiano, lontano sempre e comunque anni luce dal ragazzaccio Quentin, eppure qualcosa ha finito, anche a fronte delle delusioni peggiori - Rocknrolla su tutti, ma anche il secondo Sherlock Holmes non ha scherzato - per riportarmi sempre alla sua corte all'uscita di qualche nuovo titolo.
Questo Operazione U.N.C.L.E., che pare - o vorrebbe diventare - una versione hipster di Mission Impossible, ha di fatto finito per esercitare la consueta, irrefrenabile curiosità del sottoscritto rispetto al lavoro dell'ex signor Madonna, e, devo ammetterlo, si è difeso molto, molto meglio dei due scivoloni appena citati, finendo per intrattenermi piacevolmente per un paio d'ore - comunque onestamente troppe per un prodotto leggero ma non abbastanza come questo - principalmente grazie ad una messa in scena curatissima e davvero impeccabile - in alcuni passaggi l'impressione è quella di trovarsi all'interno di una versione dopata di Mad Men - ed i continui battibecchi dei due protagonisti, che saranno anche considerati spesso e volentieri inespressivi ma che ho trovato molto calzanti per i ruoli cuciti loro addosso, dalla sbruffonaggine guascona del Napoleon Solo di Henry Cavill - che sta decisamente meglio in questi panni che non in quelli di Superman - e dell'Illya Kuryakin di Armie Hammer, che continuo a considerare ben più capace di quanto non lasci intendere, spalleggiati alla grande all'affascinante Alicia Vikander già vista di recente in Ex machina.
Il resto, per quando ben palleggiato tra sequenze action interessanti come l'inseguimento in apertura ed intermezzi comici ottimamente riusciti - i due agenti che discutono di moda rispetto all'abbigliamento della loro protetta Gaby all'interno del negozio, o lo spuntino all'interno del camion di Solo con in lontananza l'inseguimento in barca con protagonista Illya, forse il pezzo pregiato della pellicola - finisce sempre per ricordare qualcos'altro, da Ocean's Eleven agli heist movies in genere, passando per 007 ed i vecchi film dell'epoca dei grandi studios: certo, tutto di grande effetto, ottimo intrattenimento intelligente, strizzate d'occhio e colpi di gomito a profusione, eppure l'impressione di non essere di fronte ad un grande film è netta ed insindacabile fin dal principio, quasi Operazione U.N.C.L.E. fosse uno di quei titoli "belli senz'anima" che non sono riusciti a trovare una propria dimensione ed un carattere abbastanza forte per poter sperare di lasciare davvero il segno.
Come se non bastasse gli incassi, per il momento, non paiono dare ragione a Ritchie ed alla palese volontà della produzione di porre le basi per un sequel o addirittura una serie - si veda il finale in una certa misura aperto -: non che al sottoscritto importi qualcosa a proposito dei dollaroni o delle sterline che finiranno nel già abbastanza gonfio portafogli del buon Guy e dei suoi soci, ma anche il risultato al botteghino finisce per essere un indicatore dell'impressione che un titolo finisce per comunicare al pubblico.
Quella che lascia questo film, per quanto cool, spigliato, stiloso e ben congeniato, è quella, purtroppo per lui, del "vorrei ma non posso": quantomeno, pensando alla sagacia di Solo e all'orgoglio di Kuryakin, resto dell'idea che i suoi protagonisti non l'abbiano presa troppo male, ed in qualche modo abbiano già trovato la strada per arrivare a noi.
In fondo, le spie sono come gli illusionisti: ti fanno credere di aver visto qualcosa che volevi vedere, ed hanno finito per mostrarti quello che volevano che vedessi.




MrFord




"Oh, se
non m’avessero detto mai
che le fiabe son storie non vere,
ora là io sarei.
D’un regno
con un solo soldato,
che cercava le streghe
voleva cacciarle a sassate."
Luigi Tenco - "Il mio regno" -




martedì 13 ottobre 2015

Sicario

Regia: Denis Villeneuve
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 121'






La trama (con parole mie): Kate Macer, agente FBI specializzata in sequestri, da sempre sul campo, indipendente ed idealista, a seguito di un'agghiacciante scoperta nel corso di una missione, viene selezionata dai suoi superiori per entrare a far parte di una squadra speciale che dovrebbe smascherare e porre un freno alle azioni orchestrate dai leader del Cartello messicano appena oltre frontiera.
Kate accetta, finendo a lavorare accanto allo spiccio Matt Graver ed al suo segugio Alejandro, misterioso messicano dal passato oscuro: la donna, lavorando accanto a quelli che scoprirà essere agenti della CIA, verrà a contatto con una realtà dura e terribile, in aperto contrasto con il concetto di Legge che ha cercato di difendere nel corso della sua carriera.
Come affronterà questi cambiamenti? E quale sarà il suo vero ruolo nella missione?








Denis Villeneuve è uno che la sa lunga. E parecchio.
Partito dai meandri del Cinema d'autore e giunto senza snaturarsi a quello mainstream, il regista canadese è da sempre uno dei nomi di punta, per il sottoscritto, legato alla settima arte nordamericana: i suoi lavori, da La donna che canta a Prisoners, passando per Polytechnique, da queste parti hanno sempre raccolto elogi e critiche ben più che positive, fino all'ormai penultimo lavoro Enemy, che pareva, nonostante l'ennesima grande prova di Jake Gyllenhaal, mostrare un'involuzione radical del buon Denis.
Fortunatamente, con questo Sicario, Villeneuve non solo riconferma quello che ho sempre pensato di lui, ma rafforza la stima nei suoi confronti regalando un film dolente ed oscuro, in grado di mescolare le atmosfere della seconda stagione di True Detective, del miglior Michael Mann e di prodotti action "in rosa" come Zero Dark Thirty, presentando il tutto in una cornice tecnicamente impeccabile, finendo per regalare una sequenza in questo senso da capogiro - l'assalto notturno al tunnel scavato attraverso le frontiere di USA e Messico, girato in gran parte attraverso i visori notturni della squadra d'assalto americana - che rimanda al già citato Zero Dark Thirty - ed impreziosisce ancor di più un film dalle palle d'acciaio, con personaggi ottimamente caratterizzati anche se solo accennati, una vicenda giocata in equilibrio tra l'idealismo della protagonista ed il cinismo del mondo attorno alla stessa, filtrate attraverso brevi ma profondamente liriche parentesi legate ad una famiglia messicana inconsapevolmente partecipe della vicenda principale narrata - ma lasciata in disparte fino all'intensa e tesissima parte conclusiva -.
Il confronto tra la Kate di Emily Blunt, abituata a sfondare porte ed agire in prima linea nel nome della Legge - nel senso più puro del termine -, idealista e convinta di poter fare del mondo un posto migliore, il sornione Matt Graver di Josh Brolin e l'enigmatico Alejandro di Benicio Del Toro, abituati a lavare i panni sporchi dei governi senza farsi troppi problemi, fornisce benzina ad una pellicola capace di trovare - come era già stato, del resto, con Prisoners - la via per convogliare l'autorialità ed il bisogno di eroi del Cinema mainstream, senza per questo svalutare l'uno o l'altro aspetto: i tre confronti tra Kate e Alejandro, dall'appartamento di lei, al tunnel fino al faccia a faccia che, di fatto, chiude la pellicola, mostrano una donna che crede ancora nell'umanità ed un uomo al quale è stato tolto tutto, e per sopravvivere, vendicarsi, rapportarsi al mondo ha deciso di portare in superficie tutto quello che di predatorio e glaciale può esistere nella nostra Natura.
E quando si finisce a parlare di lupi, di un piccolo mondo all'interno del quale è possibile cercare il Bene e di uno grande e senza confini - nel senso fisico e politico del termine - che è, di fatto, una continua espressione del Male, non solo vengono mossi i massimi sistemi, ma si finisce per chiedersi, quasi attoniti, se davvero abbia ancora un senso che questi due principi antichi come il mondo possano essere considerati privi di sfumature come quando, da bambini, sognavamo di cambiare davvero le cose, e fare la differenza.
Se lo chiede Kate, incapace di premere un grilletto, partita alla ricerca di un sogno e finita quasi a perdere se stessa.
Se lo chiede il bimbo messicano che, un giorno, abituato a svegliare il padre poliziotto per chiedergli di accompagnarlo alla partita di calcio, trova il letto fatto, e forse pensa già che il genitore non farà più ritorno.
Matt Graver e Alejandro, invece, non si chiedono nulla.
Hanno un lavoro da fare, e sanno di farlo bene.
Un lavoro da lupi al servizio di una Legge diversa da quella di Kate, e di tutti noi.
Almeno all'apparenza.
Ma forse, più antica.
La Legge della giungla.




MrFord




"Don't fool yourself
your eyes don't lie, you're much too good to be true
don't fire fight
yeah I feel you burning, everything's burning
don't fly too high
your wings might melt, you're much too good to be true
I'm just, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you."
Kanye West - "Wolves" - 







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