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lunedì 14 gennaio 2019

White Russian's Bulletin


Seconda puntata del Bulletin dedicata, di fatto, a quelle che sono state le visioni - e le letture - accumulate durante le vacanze natalizie che hanno permesso a questo vecchio cowboy un recupero come non si sognava da mesi.
A questo giro, a conti fatti, ci si concentra principalmente su lavori più "autoriali", visioni che sono state protagoniste - o lo sarebbero state - delle classifiche dei Ford Awards.


NARCOS - MESSICO (Netflix, USA, 2018)

Narcos: Messico Poster

Il fatto che su Narcos avrebbe sempre aleggiato il fantasma del Pablo Escobar di Wagner Moura era evidente fin dalla prima stagione del serial legato ai grandi cartelli della droga di Netflix: quello che non sapevamo, però, era che gli autori sarebbero riusciti a mantenere uno standard qualitativo da grande crime novel, appassionando anche quando l'attenzione si sarebbe spostata al cartello di Cali prima e dunque al Messico, con gli stessi protagonisti che ispirarono Don Winslow per i due Capolavori Il potere del cane e Il cartello.
In barba a quanto letto in giro, ho trovato la quarta stagione di Narcos serrata, tesissima, perfetta nel raccontare i lati positivi e negativi - perchè ci sono entrambi, siamo umani - di chi sta da una parte e dall'altra della barricata: l'ascesa di Gallardo e dei suoi luogotenenti da una parte e la storia di Kiki Camarena dall'altra sono ancora più intense se pensate vere, come del resto sono state, seppur romanzate. 
Emozioni, tensione, valore ed un'apparizione inaspettata e già mitica dello stesso Pablo.




ROMA (Alfonso Cuaron, Messico/USA, 2018, 135')

Roma Poster


Approcciato con tutte le riserve del caso - Cuaron, strepitoso con la macchina da presa, non sempre ha centrato l'obiettivo dell'emozione - e pronto a combatterlo con tutto il pane e salame possibile, sono rimasto travolto e conquistato da ROMA, pellicola vincitrice dell'ultimo Festival di Venezia che mi ha fatto restare in Messico un pò di più oltre a Narcos e ricordato nel contempo il grande Cinema neorealista italiano così come le carrellate laterali di un Maestro come Ozu.
Sarà costruito a tavolino e anche compiaciuto - il buon Alfonso sa davvero dove mettere le mani -, racconterà la "semplice" storia di una famiglia e della sua domestica, potrà far patire alcuni per la durata, ma se non è espressione della settima arte un lavoro come questo, non so davvero cos'altro potrebbe esserlo: in un'annata di disamore come il duemiladiciotto, ROMA è stata una delle poche pellicole che mi ha permesso di emozionarmi ancora all'idea di scoprire un nuovo, grande film.




L'ULTIMA AVVENTURA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER (Bjorn Larsson, Svezia, 2018)

Risultati immagini per l'ultima avventura del pirata long john silver

Come i più vecchi frequentatori del Saloon ben sanno, La vera storia del pirata Long John Silver, oltre ad essere un Capolavoro assoluto della Letteratura d'avventura, è uno dei romanzi preferiti di tutti i tempi di questo vecchio cowboy: la vicenda del leggendario Barbecue, uno dei charachters nei quali mi ritrovo di più in assoluto, mi aveva colpito, commosso, emozionato, esaltato a dismisura.
Questo brevissimo racconto - che altro non è che un capitolo tagliato ai tempi dalla prima edizione del romanzo, giudicata troppo lunga dall'editore -, giunto per caso tra le mie mani grazie a Julez, è una chicca per appassionati, che non aggiunge nulla al valore assoluto del protagonista e del titolo dal quale è stato originato, ma che per me è stato come un tuffo al cuore.
Hold fast, Barbecue. Io sono con te.




DOGMAN (Matteo Garrone, Italia/Francia, 2018, 103')

Dogman Poster

Un pò come ROMA, anche Dogman di Matteo Garrone è giunto sugli schermi del Saloon con un misto di aspettativa e prudente circospezione, la stessa che circonda i titoli giudicati un pò ovunque - e nei grandi Festival - come imperdibili: al contrario, però, del grande affresco di Cuaron, Dogman è stato ridimensionato minuto dopo minuto, rivelando di fatto l'incompiutezza di quello che è considerato uno dei registi più "cult" degli ultimi quindici anni in Italia, Matteo Garrone.
Al contrario del suo "rivale" Sorrentino, infatti, trovo che l'autore di Gomorra non sia mai davvero riuscito a sfornare un vero e proprio Capolavoro, e abbia anzi al contrario più spesso mostrato la mancanza di quella scintilla che trasforma una buona pellicola in qualcosa di indimenticabile: Dogman è un ottimo prodotto, la sua cornice di disperazione è impressionante, Marcello Fonte bravissimo, eppure soprattutto nella seconda parte perde mordente, diventa quasi prevedibile, perfino esagerato, e ricorda molto un altro lavoro di Garrone, L'imbalsamatore, lo stesso che l'aveva fatto conoscere al grande pubblico. Peccato solo che si parli dell'ormai lontano duemiladue.


lunedì 30 luglio 2018

12 Soldiers (Nicolai Fuglsig, USA, 2018, 130')








La prima cosa che mi ha colpito, approcciando 12 Strong - inutilmente ribattezzato qui in Italia 12 Soldiers -, è stata la sensazione legata alla percezione di quello che è stato l'undici settembre duemilauno: uno dei limiti principali del lavoro di Fuglsig - per me sottovalutato, ad ogni modo, dalla critica radical - è quello di essere giunto forse fuori tempo massimo per suscitare un determinato tipo di patriottismo o toccare corde che ai tempi avrebbero coinvolto non solo il pubblico americano, ma anche del resto del mondo, e questo mi ha fatto pensare a quanto la percezione di quell'assurda giornata possa essere differente da chi l'ha vissuta come un ricordo già consolidato a chi, al contrario, allora era ancora troppo piccolo per poter quantificare l'importanza e la risonanza che quell'attacco ebbe in tutto il globo.
Io ricordo molto bene il momento, non fosse altro perchè ai tempi avevo un terrore folle di prendere l'aereo e che la mia fidanzata dei tempi, dato che eravamo in vacanza, nascose il telecomando del televisore della camera d'albergo sperando che potessi evitare la notizia ed allarmarmi rispetto al nostro rientro, previsto per un paio di giorni più tardi: ricordo anche le code dei turisti americani ai telefoni pubblici in un tempo in cui smartphone e internet non erano così alla portata di tutti, e lo sconvolgimento che ebbi non tanto per la questione degli aerei, ma perchè qualche anno prima visitai e salii in cima alle Torri, edifici che non avrei mai davvero pensato sarebbero potuti crollare in quel modo.
La cosa più incredibile, comunque, legata ad allora, per quanto mi riguarda è la sensazione che il mondo in qualche modo fosse cambiato, e che quell'avvenimento aveva contribuito a farlo: non erano ancora gli anni degli attentati casuali per la strada, di Londra, Nizza e Parigi, eppure la sensazione era che fosse la quotidianità ad essere minacciata. L'idea di due mondi che si scontrano con le armi che hanno a disposizione, e che, come da sempre nella Storia, a farne le spese fosse principalmente la gente comune.
L'impressione, guardando 12 Soldiers, è che nonostante Fuglsig sia del settantadue non sia riuscito neppure lontanamente a trasmettere quelle stesse sensazioni, e che il risultato sia un film ben confezionato con un buon cast - per quanto ripetitive, le sequenze legate alla battaglia in pieno stile Lawrence d'Arabia mi hanno molto colpito - incapace di toccare dal punto di vista emotivo, e dunque non in grado di conquistare quella fetta di pubbico "pop" che di norma - e soprattutto in quegli anni - avrebbe consacrato un lavoro a stelle e strisce come questo.
Nonostante questo - o forse perchè avevo aspettative molto basse - mi sono goduto l'epopea - tratta da una storia vera - di Mitch Nelson e dei suoi uomini così come l'amicizia costruita in battaglia da quest'ultimo con Dostum, leader locale opposto all'invasione talebana: non che questo film possa essere paragonato a pellicole dello stesso genere decisamente più potenti come Lone Survivor o American Sniper, ma tutto sommato porta a casa una pagnotta forse non coinvolgente e neppure smaccatamente retorica come ci si aspetterebbe - pare abbia il freno a mano tirato un pò da tutte la parti - ma interessante da guardare fosse anche solo per gli scorci ed il comparto tecnico, a mio avviso decisamente buono considerata anche la cifra investita dalla produzione.
Un prodotto, dunque, che ha il limite di non avere il carattere per piacere agli estremi del pubblico e che quindi probabilmente non verrà ricordato, che cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte - quasi non volesse scontentare nessuno - ma che proprio per questo finisce per risultare a suo modo poco incisivo.
Eppure, dall'altra parte, si notano voglia ed impegno, volontà di non caricare troppo ma di ricordare, di essere presenti e farsi sentire anche quando non sarà previsto un riconoscimento, un pò come i reali membri della squadra di Mitch Nelson.
Se, da questo punto di vista, la volontà del regista e degli autori fosse stata questa, 12 Soldiers sarebbe un lavoro da rivalutare, al contrario da criticare per la mancanza di carattere, quasi chi l'avesse portato sullo schermo "pensasse troppo da soldato e poco da guerriero", per dirla come Dostum: a noi, dall'altra parte, resta solo la possibilità di fidarsi, oppure no, dell'istinto.
O rimanere in attesa, e capire dove avrà portato la Storia.




MrFord





lunedì 3 aprile 2017

Collateral beauty (David Frankel, USA, 2016, 97')




Il giorno della visione di Collateral beauty, pur essendo una domenica, ero a casa da solo - cosa assolutamente rara, considerato che nel weekend io e Julez siamo ostaggi dei bimbi e delle incombenze come spesa, stiro e faccende varie -: ricordo bene, dovendo affrontare il pranzo e fare al contempo una cernita delle possibilità di titoli da affrontare, di aver optato per quello che meno avrebbe interessato la signora Ford ed al contempo che mi avrebbe dato davvero una gran gioia massacrare.
Nonostante, infatti, abbia sempre voluto bene a Will Smith dai tempi del Principe di Bel Air fino alla scazzottata con l'alieno in Independence Day e Gettin' jiggy with it, dallo scempio di Io sono leggenda alle varianti mucciniane, ho sviluppato un'avversione profonda per la sua versione spiritual-buonista da bravo ragazzone americano che mi fa sempre sperare che un giorno gli venga assegnato un ruolo complesso e sfaccettato come quello di Sei gradi di separazione.
Ed è proprio il prodotto che tira fuori a Will Smith il suo peggio, che mi sarei aspettato, da Collateral Beauty: una merda ammeregana della più infima categoria con attori superstar pronti solo ad ingrassarsi il portafoglio ed una vicenda strappalacrime da incazzatura feroce.
Ora, ammetto che il lavoro di David Frankel porti in dote alcuni dei difetti di un certo tipo di produzioni mainstream a stelle e strisce che cercano di cavalcare l'onda del primo Inarritu in versione molto pop, e che non si tratti certo del filmone dell'anno, eppure devo ammettere di essere rimasto quasi piacevolmente sorpreso da un titolo di grana grossa e discretamente prevedibile - i due twist principali sono stati beccati praticamente subito dal sottoscritto per quanto riguarda il primo e da Julez appena rientrata a casa senza aver visto tre quarti della pellicola il secondo - che riesce comunque ad essere emozionante senza lucrare troppo sul fazzoletto facile e ad avere un senso nonostante rappresenti, da più di un'angolazione, il tipico prodotto new age finto alternativo da Nuovo Millennio.
In un certo senso, potrebbe essere considerato come un piccolo atto di Fede - la stessa di cui sono sprovvisto, anche se mi piace sempre rimanere piacevolmente sorpreso - compiuto dallo spettatore meno esperto così come da quello che mastica Cinema dalla mattina alla sera, quasi fossero lo specchio dei protagonisti che, a seguito di un dramma che non augurerei a nessuno, neppure al mio peggior nemico, finiscono per incrociare senza volerlo ognuno le proprie miserie, e prenderne coscienza in modo da poter costruire la propria vita anche a partire dalle stesse.
Bellezza collaterale, per l'appunto.
Che in questo caso, funziona anche come definizione per un titolo che almeno per quanto mi riguarda non ha alcuna pretesa di diventare un cult o uno dei film più importanti della stagione ma che, con una certa onestà, lavora su quello che ha con impegno ed una certa carica.
Considerato che probabilmente mi sarei divertito molto di più a scrivere un pezzo massacro e che invece mi ritrovo quasi a promuovere - nel suo piccolo, ovviamente - un film che pensavo sarebbe entrato senza problemi nella decina del peggio dell'anno, direi che il mio atto di Fede per la stagione l'ho fatto.
E non mi ci sento neppure troppo male.




MrFord




martedì 2 febbraio 2016

The Vatican Tapes

Regia: Mark Neveldine
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 91'






La trama (con parole mie): Angela, giovane figlia di un pilota ex militare tutto d'un pezzo in procinto di sposarsi con il fidanzato Pete, a seguito di una banale ferita comincia a manifestare cambiamenti d'umore e problemi fisici che culminano con un coma che la porta ad un passo dalla morte.
Proprio quando le speranze paiono aver abbandonato i cari della ragazza, questa ha un miracoloso recupero delle sue facoltà fisiche e mentali: il ritorno alla vita di Angela, però, pare celare qualcosa di terribile.
La giovane, infatti, è in realtà posseduta da un'entità demoniaca ancestrale che, dopo aver turbato il cappellano dell'ospedale, Padre Lozano, attira l'attenzione del Vaticano, che invia uno dei suoi più importanti esorcisti in modo che possa eliminare la minaccia e salvare la sua anima sempre più in pericolo.
Come finirà il duello tra l'uomo della Chiesa e l'emissario del Diavolo?









Sono costretto ad ammetterlo: a volte, le grane cinematografiche finisco davvero per andarmele a cercare.
Del resto, se non ci fosse il peggio non ci sarebbe il meglio, e quando in alcune serate finiamo per essere troppo stanchi o troppo presi da altro per sfruttare la concentrazione delle grandi occasioni, pellicole come The Vatican Tapes finiscono per essere quasi perfette.
Quasi, perchè dal lavoro di Neveldine, in tutta onestà, mi aspettavo molto di più: del resto, il regista dei due Crank e del tamarrissimo e divertentissimo secondo Ghost Rider - e, certo, anche di quell'inenarrabile schifezza di Gamer - si è ormai costruito una discreta fama di uomo dietro la macchina da presa sopra le righe ed eccessivo nel senso buono del termine, e dunque da lui una cosa anonima, già vista ed inconcludente come questa finisce per apparire perfino peggiore di quanto già non sia.
Un vero peccato, perchè nonostante sia un genere assolutamente inflazionato, quello delle possessioni è un bacino inquietante il giusto dal quale attingere per poter regalare al pubblico un horror quantomeno divertente, e non basta un finale aperto quanto inutile per risollevare le sorti di un prodotto che non solo non spaventa, ma si presenta talmente uguale a tanti altri da far perdere qualsiasi interesse dello spettatore che non sia legato agli argomenti molto interessanti della protagonista Olivia Taylor Dudley, che, per dirla come Fabri Fibra, con le sue "bombe" quantomeno allieta una visione che, altrimenti, neppure un minutaggio decisamente abbordabile avrebbe facilitato.
Resta la curiosità a proposito di quanto, nel corso dei secoli, la Chiesa abbia marciato oppure no sull'influenza che il Diavolo o chi per lui hanno finito per avere in casi che, a mente fredda, paiono più associabili a forme molto gravi di schizofrenia che non a veri e propri atti di guerra del vecchio Satana - che poi, per quale motivo dovrebbe perdere tempo ed energie per possedere poveri cristi che non hanno alcuna influenza o potere nel mondo, invece, chessò, del Papa stesso!? - ed il pensiero che, come ogni cosa sovrannaturale, qualcosa di vero possa perfino esserci, da qualche parte.
La cosa grave, però, è che le suddette curiosità e riflessioni non vengono stimolate da un film come questo, davvero troppo esile non solo per intrattenere, ma anche e soprattutto per regalare un qualche spunto che vada oltre il suo svolgimento: dispiace, in questo senso, vedere caratteristi come Michael Pena o Djimon Hounsou sprecati almeno quanto il regista, che ha avuto come unica, grande intuizione quella di mettere spesso e volentieri le tette della Dudley in primo piano.
Ed anche in questo caso, si tratta di tutto tranne che di horror.





MrFord





"I'll take your breath away
and after, I'd wipe away the tears
just close your eyes dear
through this world I've stumbled
so many times betrayed
trying to find an honest word to find
the truth enslaved."
Sarah McLachlan - "Possession" - 






lunedì 19 ottobre 2015

Sopravvissuto - The martian

Regia: Ridley Scott
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 141'





La trama (con parole mie): Mark Watney, astronauta membro del gruppo di scienziati della Missione Ares, destinati a rimanere su Marte per un mese circa, durante un'evacuazione del rifugio a causa di una violenta tempesta viene colpito da un detrito che lo lascia privo di sensi e distrugge il sensore biometrico della tuta. Creduto morto dai compagni che abbandonano la postazione e ripartono alla volta della Terra, Mark si risveglia ancora vivo e solo, costretto a razionare il cibo ed ingegnarsi in modo da approntare una coltivazione di fortuna e ripristinare le comunicazioni con la NASA.
Individuato dai suoi colleghi e capi sulla Terra, ha inizio un lungo percorso che prevede un piano di recupero che possa garantire la sopravvivenza dell'esule e, dunque, lo veda raggiunto da scorte sufficienti a coprire il tempo che lo separa da una nuova spedizione su Marte.
Questo, ovviamente, a meno di imprevisti.








Esistono pochi registi al mondo in grado di vantare un inizio di carriera fulminante come quello di Ridley Scott: I duellanti, Alien e Blade runner, infatti, non solo si imposero da subito come cult imprescindibili, ma ancora oggi - soprattutto i due sci-fi - vengono guardati e rispettati da appassionati ed addetti ai lavori come pietre miliari.
Peccato che, nonostante i successi ed i premi raccolti, il cineasta inglese non si sia più ripetuto a quei livelli, finendo per essere considerato - a tratti a ragione - come un tecnico impareggiabile che ormai, però, aveva fatto il suo tempo e detto tutto quello che aveva da dire: nonostante tutto, scivoloni compresi, non sono comunque mai riuscito a non volergli bene, e da robette come Un'ottima annata a troppo bistrattati colpi di testa trash come The counselor ho continuato a sostenerlo apprezzando opere artigianali ma efficaci come American gangster o Robin Hood.
Questo Sopravvissuto - The martian, trainato dalla fama di un romanzo - che non ho ancora letto, occorre sottolinearlo - considerato un must e sceneggiato da un giovane rampante come Drew Goddard - il genietto dietro lo splendido Quella casa nel bosco - è giunto in sala accolto dunque dal dubbio: avrebbe sancito una rinascita del vecchio leone Scott, o la sua definitiva cancellazione dalle liste dei nomi da seguire?
La risposta, visione alle spalle, pende senza dubbio più dalla parte della prima e più rosea ipotesi, e pur non avendo avuto lo stesso sconvolgimento dalla visione come fu per i già citati Alien e Blade Runner, The martian è risultato un solido, avvincente, ben equilibrato film di fantascienza old school, emozionante quanto basta per piacere al pubblico mainstream, curato nel minimo dettaglio con tanto di strizzate d'occhio agli appassionati ed introspettivo abbastanza da stimolare anche il pubblico più radical filosofeggiante: e dagli effetti speciali - splendida la ricostruzione della superficie di Marte - al cast - efficace Matt Damon, azzeccato ed all star il resto degli interpreti, seppur pesi un pò il sacrificio in termini di minutaggio di Jessica Chastain -, passando per lo script e l'equilibrio tra la versione marziana di Cast away e la missione di salvataggio, il risultato è quello di una sorta di fratello più pane e salame di Interstellar, all'interno del quale, più che perdersi per ritrovarsi, si finisce per specchiarsi nella volontà di portare a casa la pelle e nel desiderio estremo di vivere e resistere del protagonista, dalle scoperte ai fallimenti, fino alla preparazione per il tentativo di recupero che potrebbe anche costargli la vita - realizzato con un ottimo montaggio, firmato nientemeno che da Pietro Scalia, altro veterano del Cinema, che vede gli studi prodotti nei laboratori della NASA ed applicati da Mark su Marte -.
Uno sci-fi old school che funziona dunque in toto, e per quanto poco probabile risulti la fase finale dell'operazione di recupero importa relativamente: in fondo, la fantascienza esiste - come il Cinema stesso - anche e soprattutto per farci sognare, e guardare a quei momenti magici guidati dai sospiri quasi malinconici di chi ha provato sulla pelle l'adrenalina che nessun altro potrà mai provare e torna alla normalità per poterlo "solo" raccontare: un pò come se un supereroe appendesse il costume al chiodo e dovesse vivere a misura del mondo per tutto il resto della sua esistenza.
Eppure, anche così - ed è bellissima la panoramica sui membri della missione alla vigilia della Ares successiva alla loro, con le esistenze e le scelte che le hanno condizionate a fare da cornice -, nessun brivido e nessuna missione disperata o spazio siderale finisce per eguagliare la meraviglia della vita che avanza nel più semplice e naturale dei modi.




MrFord




"Hanno detto c'è un guasto banale , ma Mc Kenzie può ancora arrivare , ed intanto si è perso il contatto , c'è chi dice "C'è stato un impatto".
Son passati 2 anni a settembre, di Mc Kenzie non resta più niente, solo un nastro che ha registrato una voce di un uomo impaurito.
"Hel me, help me, help me !" . Poi silenzio non si sente niente più. Solo "Help me,help me, help me! Soccorso! Help me!". Poi silenzio e niente più."
Elio e Le Storie Tese - "Help me" - 





lunedì 31 agosto 2015

Ant-Man


Regia: Peyton Reed
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 117'





La trama (con parole mie): Scott Lang, informatico dal grande talento ma dall'inclinazione criminale, appena uscito dal carcere dopo tre anni di detenzione e con una figlia da riconquistare, con alcuni complici mette a segno un furto nella villa del dottor Hank Pym, che sul finire degli anni ottanta riuscì a sintetizzare speciali particelle in grado di mutare dimensioni e forma di chi vi è esposto, elaborando in parallelo un sistema per dialogare con gli insetti, in special modo le formiche.
Frodato dalle Stark Industries e messo alle strette dal suo ex allievo Darren Cross, il vecchio studioso si affida dunque alla figlia Hope ed al riluttante Scott per mettere a punto un piano che prevede il recupero dei suoi progetti originali prima che siano divulgati e sfruttati come armi da chi non ha a cuore la salvaguardia del mondo: il nuovo Ant-Man, però, affronterà la vicenda con un approccio decisamente diverso da quello del suo mentore.










Sono stato per anni - quasi venti, a dirla tutta - un assiduo lettore di fumetti, appassionato di tutta la produzione americana, europea, italiana, giapponese e chi più ne ha, più ne metta: proprio con la Marvel ed i suoi eroi colorati e dotati di superproblemi ebbe inizio, nel lontano novantuno, il mio percorso da fan delle nuvole parlanti, e per quanto assolutamente dedita al commercio ed alle vendite, sono rimasto legato alla grande M anche dopo aver abbandonato gli acquisti regolari.
Ai tempi, però, ricordo che il grosso degli eroi di respiro più ampio - come gli stessi Avengers - facevano fatica ad entrarmi nel cuore rispetto ai più "sfigati" Spider Man, Devil o X-Men, così come, tra i suddetti Vendicatori, consideravo assolutamente minori charachters come Ant-Man, che raggiungeva per il rotto della cuffia, ai miei occhi, lo status effettivo del supereroe.
Alla luce di questo, e dell'abbandono di Edgar Wright - autore della mitica Trilogia del Cornetto - in cabina di regia, mi aspettavo davvero poco o nulla dal lavoro di Peyton Reed, approcciato come fosse la più disastrata delle proposte da spiaggia in questa fine estate. 
Fortunatamente, ero in torto.
Ant-Man, infatti - per merito anche del lavoro dello stesso Wright sulla sceneggiatura e di effetti speciali assolutamente all'altezza -, non solo ha finito per superare l'esame con simpatia e cialtronaggine, ma di fatto è riuscito perfino a ricordare al sottoscritto il primo e decisamente valido Iron Man, creando un abile mix tra l'approccio fracassone dei Vendicatori - ottimo il crossover con la lotta tra Ant-Man e Falcon, preludio di quello che saranno i prossimi lavori legati al Marvel Cinematic Universe - e quello scanzonato eppure drammatico di Spider Man.
Come se non bastasse, le vicende di Scott Lang e della premiata ditta Hank Pym e figlia - un'affascinante Evangeline Lilly versione Valentina di Crepax -, per quanto decisamente lontane dalla reale storia del personaggio sulla pagina, richiamano e non poco le atmosfere dei gloriosi eighties e portano in scena senza prendersi troppo sul serio un eroe per caso in grado di tenere benissimo il palcoscenico alternando simpatia, faccia di culo e sentimenti - gestito alla grande il legame con la figlia - regalando al pubblico momenti in grado di intrattenere al meglio perfino i nerd che si sarebbero probabilmente aspettati un maggiore rispetto di quelle che sono state le vicende originali del charachter: in questo senso, perfino Michael Douglas nel ruolo del Pym mentore funziona alla grande, nonostante si discosti molto da quello che è il suo corrispettivo degli albi a fumetti, decisamente più controverso e meno paterno.
Perfino i comprimari come Michael Pena e soci, sfruttati come spalle comiche di Rudd/Lang prima e del gruppo Ant-Man poi, funzionano, così come il Calabrone nel ruolo di nemesi ed i richiami a tutto quello che, probabilmente, ha ai tempi affascinato Edgar Wright e Peyton Reed come Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, più volte citato nelle prime recensioni di questo lavoro: nel complesso, dunque, assistiamo ad un viaggio divertito e divertente che non pretende di assurgere ai livelli dei Batman di Nolan ma che conferma l'altissima qualità media delle produzioni Marvel del mondo Avengers, conducendo gli spettatori un altro passo verso quella che sarà la tanto attesa "fase tre" del progetto degli Studios legati al mondo del Fumetto.
Nel frattempo, e nell'attesa, le formiche hanno detto, eccome, la loro.




MrFord




"Walk down the street
I'm thinking:
look at all the ants in a farm
I've got a sad-hearted feeling
to harm."
Eels - "Ant farm" - 







martedì 3 febbraio 2015

Fury

Regia: David Ayer
Origine: USA, Cina, UK
Anno:
2014
Durata:
134'






La trama (con parole mie): nel cuore della Germania nazista ormai messa alle strette dagli Alleati l'avanzata dell'esercito americano è resa difficoltosa dalla resistenza degli ultimi gruppi di soldati tedeschi ancora dotati di carri decisamente più potenti e pericolosi di quelli in dotazione agli statunitensi.
A bordo del Fury, che dallo sbarco in Normandia ha viaggiato attraverso mezza Europa senza smettere di combattere, si trovano il sergente e comandante dell'equipaggio Wardaddy ed i suoi uomini Bible, Gordo e Coon-Ass, rimasti privi del loro tiratore, morto durante una delle ultime azioni della squadra.
Per sostituirlo viene assegnato al manipolo di soldati il giovanissimo Norman, un ragazzino spaurito che nell'esercito ha fatto solo il dattilografo catapultato da un giorno all'altro nello stomaco certo non ricco di attrattive della guerra sul campo.
Il giovane, inizialmente terrorizzato dalla situazione e dai compagni di viaggio, finirà per crescere sotto l'ala protettrice dello stesso Wardaddy, imparando sulla pelle il dolore di un'esperienza così terribile.








Con ogni probabilità, la Guerra è fin dall'alba dei tempi una delle realtà in grado di portare a galla l'indiscutibile peggio dell'Uomo, i suoi lati oscuri, l'istintività animalesca da Legge della giungla che guarda solo alla sopravvivenza e al dominio.
L'Orrore, per dirla come il Kurtz di Apocalypse Now.
Eppure, nonostante questo fatto sia quasi indubbio, anche lo spettatore più distante dalle pellicole legate a doppio filo alla stessa finisce, una volta posto di fronte al "fatto", vittima di un fascino quasi irresistibile, fosse anche poi negato da una successiva critica ferocemente negativa: e, onestamente, non ne sono affatto stupito.
In fondo, quei lati oscuri e quel peggio cui accennavo poco sopra, fanno parte di ognuno di noi, ed ognuno di noi, con le diversità legate al carattere ed alla formazione, in situazioni estreme - e non c'è nulla di più estremo della Guerra stessa - dovrebbe fare i conti con loro, inevitabilmente: la varia umanità mostrata da David Ayer a partire dall'equipaggio del suo Fury ne è una dimostrazione lampante, dal giovane Norman, timido dattilografo pronto, passo dopo passo, a trasformarsi in "Machine", fino a Don "Wardaddy", paterno quanto militare, nel senso più autoritario e crudele del termine, passando per Bible, Gordo e Coon-Ass.
Protagonisti che non sono affatto positivi, ma che, dal tesissimo pranzo in casa delle due donne tedesche - forse la scena più intensa della pellicola - allo scontro con lo squadrone di SS, mostrano tutte le sfumature - che, per l'appunto, non devono essere necessariamente positive - dell'umanità, soprattutto se portata sul campo di battaglia: si potrebbe, in questo senso, considerare Fury una sorta di versione molto più badass e sporca di Salvate il soldato Ryan, l'ennesimo ritratto - ed il secondo in poco più di un mese di uscite in sala, insieme ad American Sniper - della grottesca realtà generata dal conflitto, con gli squilibri fisici e psicologici portati a galla, i massacri, il fatto che, da un lato e dall'altro della barricata, finiscono per trovarsi persone che lottano principalmente per riportare a casa la pelle e convinte di essere dalla parte giusta - interessante, in questo senso, proprio il confronto tra il già citato pranzo pronto a stimolare i più bassi istinti della squadra di Wardaddy ed il finale, con una salvezza giunta grazie alla pietà mostrata da uno dei membri delle mostruose SS -, e che la situazione di stress, il contatto con la violenza e la paura rendono inevitabilmente più pericolose di quanto loro non si sarebbero probabilmente mai immaginate di essere.
La cornice, poi, ben si adatta, con il suo fango ed una fotografia decisamente autunnale, all'atmosfera densa e pesante che stringe il cuore dei soldati, costringendoli a proteggersi mostrando un'aggressività a tratti assurda ed esagerata - sono rimasto decisamente colpito dal charachter di Norman, passato dalla paura di sparare alle sventagliate di mitragliatore al grido "Fuck the Nazi" lanciato abbattendone a decine -: la Guerra, come concetto e realtà, resta una delle piaghe più terribili con le quali finiamo per fare i conti, ed effettivamente dovremmo ritenerci fortunati ad essere cresciuti in un'epoca che non ha avuto conflitti "mondiali" sull'altare dei quali sacrificare milioni e milioni di vite.
Certo, illudersi che possa un giorno tutto finire e la Pace trionfare è onestamente assurdo - e lo scrivo con profondo rammarico -, principalmente per colpa della nostra Natura: in fondo, per quanti progressi si possano archiviare, restiamo comunque animali, spinti da un'istintività che porterà inevitabilmente ad un confronto certo non civile con chi, ai nostri occhi, avrà minacciato quello che consideriamo nostro, e che vorremmo sempre proteggere.
Ed è curioso quanto Norman, nell'epilogo, venga ribattezzato "eroe".
Perchè la Guerra non lascia eroi, da una parte o dall'altra.
O vincitori, o vinti.
Solo sopravvissuti.
Alla "furia" dell'Umanità stessa.




MrFord



"Breathe in deep, 
and cleanse away our sins
and we'll pray that there's no God
to punish us and make a fuss."
Muse - "Fury" - 




 

venerdì 9 maggio 2014

The Lincoln Lawyer

Regia: Brad Furman
Origine: USA
Anno: 2011
Durata:
118'





La trama (con parole mie): Mick Haller, uno squalo delle aule di tribunale specializzato nella difesa di criminali, è contattato dai rappresentanti di una ricca famiglia che si trova a dover fare i conti con le accuse che pendono sul capo del suo più giovane esponente, Louis Roulet, arrestato per aggressione, stupro e tentato omicidio di una ragazza e professatosi fermamente innocente.
Quando Mick si mette all'opera in modo da smontare le accuse rivolte al suo nuovo cliente, però, torbidi segreti vengono a galla innescando in lui una sorta di crisi di coscienza che lo porta a dubitare della condotta tenuta nello svolgimento della professione fino a quel momento: quando Roulet e la sua famiglia finiscono per diventare una minaccia per lo stesso Haller, l'avvocato dovrà dare fondo a tutta la sua abilità per uscire vincitore dalle battaglie dentro e fuori dall'aula, sperando di poter preservare la sua vita e quella di chi ama.








Non c'è che dire: se qualche anno fa qualcuno mi avesse detto che Matthew McConaughey sarebbe stata la principale ragione dietro il recupero di un film avrei riservato al suddetto qualcuno le bottigliate delle grandi occasioni, o quantomeno una sonora risata di scherno.
L'ex bamboccione da commedia romantica, invece, alle spalle i suoi anni da pupazzo da film di cassetta, ha saputo reinventarsi regalando agli appassionati della settima arte interpretazioni ottime legate a pellicole decisamente importanti, da Killer Joe a Dallas buyers club, senza negarsi apparizioni di lusso in serie televisive - True detective - o in titoli "minori" di qualità decisamente superiore alla media come questo The Lincoln Lawyer: tratto da un romanzo di Michael Connelly - autore, tra le altre cose, anche di Debito di sangue, che tutti i fan del grande Eastwood ben ricorderanno - e diretto con mestiere dall'artigiano semisconosciuto Brad Furman, questo lavoro ben rappresenta l'abilità tutta americana di portare sullo schermo prodotti di alto livello anche quando, di fatto, non si parla di blockbuster dalla distribuzione enorme o proposte altamente autoriali - esattamente il contrario di quello che accade qui in Italia, tanto per girare il coltello nella piaga -.
Cast ricco, variegato e di grande spessore - McConaughey, per l'appunto, ma anche Marisa Tomei, William Macy, Bryan Cranston, Ryan Philippe, John Leguizamo e Michael Pena, giusto per citare i più importanti e noti -, un ritmo che tiene benissimo nel corso delle quasi due ore di visione ed un piglio che ricorda i legal thriller in gran voga negli anni novanta come L'uomo della pioggia o Erin Brockovich, pur virando maggiormente dalle parti del thriller piuttosto che quelle legati alla denuncia sociale.
Nonostante, comunque, il crescendo tipico del prodotto crime - in un certo senso, parliamo di una versione di serie a di quella schifezza colossale di Un ragionevole dubbio -, la profondità del messaggio è decisamente visibile, ed è legata ad una riflessione sul concetto di Giustizia e sulla sua applicazione, spesso e volentieri, almeno negli States, influenzata dall'abilità degli avvocati di ribaltare sentenze o previsioni della vigilia in aula più che basata su principi in grado di garantire a tutti un trattamento equo e ponderato, sempre e comunque.
Senza dubbio, come tutti i film di redenzione legati ad un antieroe, l'evoluzione della vicenda non potrà non risultare almeno in parte telefonata, eppure il tutto viene giustificato con una logica che funziona, e ad una prima parte di piena costruzione con un McConaughey scatenato nel ruolo dello squalo da aula di tribunale ne corrisponde una seconda da fiato sospeso, forse meno riuscita ma comunque più che piacevole da seguire, ed in grado, qui al Saloon, di tenere sveglia Julez fino alla fine - impresa non da poco, come ben sapranno gli avventori storici abituati a questo bancone -: il confronto tra l'avvocato difensore e la sua nemesi - che corrisponde di fatto al suo assistito - tiene bene e funziona, gli argomenti più profondi finiscono per non togliere spazio alla trama e non risultare verbosi e pesanti, i personaggi vengono delineati con la giusta attenzione ed il finale non risulta consolatorio come spesso e volentieri accade quando si incontrano titoli di questo tipo.
The Lincoln Lawyer è il tipico film old school, solido e godibilissimo, di quelli che quando si incontrano in tv si finisce per seguire sempre e comunque, anche quando li si conosce a memoria, perchè si sa bene che non tradiranno le attese: e di titoli di questo piglio c'è bisogno come l'aria, nonostante non siano certo destinati a lasciare chissà quale traccia con il loro passaggio, principalmente perchè finiscono per essere i veri e propri polmoni della passione per il Cinema che ci portiamo dentro, ossigenando occhi, cuore e testa preparando il terreno per quelli che finiamo per definire cult o Capolavori.
I film come questo, di fatto, sono i centrocampisti della settima arte.
Ce la mettono tutta, allargano le spalle, guadagnano la pagnotta e, chissà, magari finisce anche che vincano qualcosa di grosso.
Un pò come quel McConaughey sul quale, qualche anno fa, non avrei puntato un soldo bucato.



MrFord



"Add to the memory you keep
remember when you fall asleep
hold to the love that you know
you don't have to give up to let go."
Deadmau5 - "I remember" - 



martedì 27 novembre 2012

End of watch - Tolleranza zero

Regia: David Ayer
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Bryan Taylor e Mike Zavala sono due compagni di pattuglia, agenti che lavorano ogni giorno in uno dei distretti più violenti di Los Angeles. Per loro passare i momenti più tranquilli della giornata scherzando in macchina come due vecchi amici è normale quanto trovarsi coinvolti in una sparatoria, e le scene che si ritrovano davanti agli occhi sono spesso e volentieri di quelle che tutti vorrebbero evitare.
Il loro spirito d'iniziativa e la voglia di mettersi in mostra li porta, a volte, ad entrare in conflitto con colleghi, superiori, agenti federali e, ovviamente, i "cattivi": dall'ultimo galoppino da strada ai boss, infatti, tutti sanno che non si scherza con i pesci grossi dei cartelli della droga, pena il rischio di finire stecchiti prima ancora di scoprire di avere una taglia sulla testa.
Quando i due agenti scopriranno che una trappola li attende, potrebbe essere troppo tardi.





Avete presente quei film che vi danno soddisfazione neanche fossero un kebab di quelli piccanti da sentire le lacrime agli occhi, con la carne calda e saporita al punto giusto, pronti a riempirvi lo stomaco e darvi la carica per una bella bevuta?
Ecco: End of watch - e mi rifiuto di citare l'assurdo e ridicolo sottotitolo italiano - è uno di questi.
Scritto e diretto dallo sceneggiatore di Training day, che già mi aveva sorpreso in positivo con Harsch times - solido noir metropolitano con un Christian Bale in grandissimo spolvero di qualche anno fa -, suo esordio alla regia, questa tostissima via di mezzo tra un mockumentary ed un action movie mostra la vita di una pattuglia di poliziotti in un quartiere a rischio di Los Angeles, una delle metropoli più turbolente dal punto di vista della criminalità - organizzata e non - degli States.
Ayer, che scrive e dirige tagliando con l'accetta ed è palesemente dalla parte dei ragazzi in blu, dipinti di fatto come persone perbene al massimo dedite a qualche scherzetto da caserma, confeziona una sorta di thriller urbano dal ritmo serratissimo, un fratello cinematografico di quello che fu per il piccolo schermo The Shield, interpretato alla grande dai due protagonisti e reso sempre più credibile e profondo ad ogni minuto che passa, accelerando sempre più fino alla clamorosa sequenza che vede la coppia Gyllenhaal/Pena affrontare la trappola che i boss del cartello hanno in qualche modo organizzato per loro decidendo che si erano spinti troppo oltre per rimanere ancora in vita.
Sicuramente lo spirito dell'operazione è molto ammeregano, lo stile volutamente grezzo - la macchina da presa a spalla, che soprattutto nelle prime sequenze mette molto in difficoltà lo stomaco dello spettatore, non è proprio la più amata dall'audience - e molte prese di posizione potenzialmente discutibili, tanto che molti potrebbero storcere il naso di fronte al prodotto finito, eppure tutto funziona che è una meraviglia, e per una volta si ha la netta impressione di assistere alla versione più vera e realistica possibile di un film d'azione di quelli che normalmente tutti noi cazzoni cui piace fare i duri - o presunti tali - adoriamo, completi di sparatorie ed esplosioni varie in cui, ovviamente, a farsi male sono sempre e soltanto i bad guys.
In questo caso, però, non siamo all'interno di un Die hard o di un Arma letale, ma per le strade di una città che pare non fare sconti proprio a nessuno, e così finisce che ragazzi come Bryan e Mike, che in fondo non sono tanto diversi da noi - o forse noi non saremmo tanto diversi da loro, se facessimo quel tipo di lavoro -, si ritrovano a dover lottare con le unghie e con i denti per riportare a casa la pelle ogni giorno nella speranza di evitare che la propria moglie - o marito, o figlio - riceva la telefonata che nessun parente di poliziotto vorrebbe ricevere.
Senza dubbio, considerato il rapporto "qualità/prezzo", quello del piedipiatti è un mestiere ingrato a qualsiasi latitudine, specie se tradotto in un servizio prestato in strade ad alto potenziale di rischio: in questo senso, il lavoro di Ayer rende decisamente bene l'idea del culo che chi lo sceglie deve farsi ogni giorno - se si ha la sfortuna, o il coraggio, di pattugliare quartieri come quelli che frequentano i due main charachters della pellicola -, prendendosi comunque il tempo che serve anche per mostrare la quotidianità e la normalità degli stessi agenti, nei pregi e nei difetti, dalle piccole rivalità interne al senso di fratellanza che, inutile negarlo, cementa i rapporti di chi è costretto - volente o nolente - ad imparare a coprire le spalle del proprio partner confidando nel fatto che lui - o lei - faccia lo stesso per non finire dritto dritto all'obitorio.
Il regista e sceneggiatore, inoltre, riesce nella non facile impresa di non scadere nell'eccesso di retorica, e giunto all'apice drammatico del suo lavoro decide di chiudere mostrando quella stessa quotidianità che è andato fotografando istante per istante dal primo minuto della pellicola, il mondo che questi ragazzi spesso troppo avventati o troppo fragili - come quelli che tentano di fargli la pelle dall'altra parte - vogliono così disperatamente, e fieramente, difendere.
Quello che li vede sognare un matrimonio, o una figlia che possa non soltanto non frequentare mai un poliziotto, ma nessun uomo in generale.
Ragazzi come noi, insomma. Solo con il potere di una pistola e un distintivo.
Che possono essere i più difficili da gestire ed i più pericolosi da portare addosso in una vita tra le più difficili che abbiamo il potere di scegliere.


MrFord


"Hey love (hey love)
turn your head around (turn your head around)
take off that frown
your in love
wake up (wake up)
open the door (open the door)
don't cry no more
your in love."
Delfonics - "Hey Love" -


 

domenica 28 ottobre 2012

Shooter

Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2007
Durata: 124'




La trama (con parole mie): Bob Lee Swagger, uno dei migliori cecchini del mondo, addestrato dal governo americano per entrare nell'elite dei corpi speciali, viene abbandonato a se stesso nel corso di una missione di copertura in Etiopia nel corso della quale perde la vita il suo braccio destro e migliore amico. Sopravvissuto e tornato in patria, il reduce si isola sulle montagne fino a quando il Colonnello Isaac Johnson lo contatta per un consulto a proposito di un probabile attentato al Presidente.
Swagger accetta solo per venire coinvolto, suo malgrado, in un gioco di controspionaggio che gli costa una caccia all'uomo: a quel punto, abbandonato, braccato dalle forze dell'ordine e ferito, l'ex soldato dovrà fare riferimento alla fidanzata del defunto compagno d'armi e ad un agente solerte per pianificare il suo ritorno e la vendetta ai danni delle schegge impazzite del governo colpevoli di averlo manipolato.



Avete presente quei miracolosi film di spionaggio figli della cultura "contro" targata anni settanta che inchiodavano alla poltrona dal primo all'ultimo minuto - Il giorno dello sciacallo o Tutti gli uomini del Presidente, su tutti -?
Prendeteli e, con una buona dose di tamarraggine ed una qualità autoriale - nell'approccio più che nella tecnica - minore shakerateli per bene con gli action pompati made in eighties che fecero la fortuna - e l'esaltazione - degli spettatori da quel decennio in avanti, ed avrete servito il cocktail Shooter.
Onestamente, nonostante il regista fosse il Fuqua di Training day, mi aspettavo ben poco da questo giocattolone con un Marc Wahlberg in versione Capitan America ribelle infallibile con il fucile, tutto valori di una volta, capanna in montagna, passione per le armi da fuoco ed un cane chiamato Sam: al contrario, però, sono stato ben lieto di essere piacevolmente sorpreso da una pellicola volutamente sopra le righe e prevedibilissima nel suo evolversi eppure avvincente, girata e fotografata benissimo ed assolutamente goduriosa, con una prima parte ottima ed un crescendo che, come è ovvio che sia, si fa prendere un pò la mano dal patriottismo sotterraneo e dall'azione dura e pura.
In questo senso, la scelta di Wahlberg è pressochè perfetta, complici la poca espressività ed il fisico alla John Cena dell'attore - che, comunque, per me continua ad essere troppo sottovalutato dalla critica illustre -, così come quella dei comprimari di lusso Danny Glover - per la prima volta, a mia memoria, nel ruolo del bastardo doppiogiochista - ed Elias Koteas, senza contare la più che appariscente spalla Kate Mara, già vista da queste parti in American horror story.
Per il resto la cornice pare quella di un episodio di 24, con il protagonista destinato a spaccare i culi a tutti quelli che gli hanno pestato i piedi - solo un pò meno reazionario del cattivissimo Jack Bauer - ed una corsa contro il tempo continua nella migliore tradizione dell'eroe solitario made in USA, in questo caso - merito del regista? - spinto da una certa quale pulsione "rivoluzionaria" che dalle frecciate all'amministrazione Bush nel dialogo tra Swagger e Johnson alla t-shirt con l'immagine del Che indossata dall'agente dell'FBI interpretato da Michael Pena pare non risparmiarsi, pur se sottovoce, critiche al sistema politico statunitense ed al suo approccio "abbiamo trovato tracce di armi di distruzione di massa, quindi andiamo lì e facciamo tabula rasa".
Il vero peccato sta nel fatto che ad una prima parte convincente e ben ritmata succede una seconda decisamente più votata all'implausibilità della trama, salvata solo in parte da un finale giustizialista ma estremamente ribelle - e torniamo al discorso di fondo rispetto alla pellicola -, con l'incontro tra il senatore che ha orchestrato il tutto ed il buon Swagger sempre più incazzatonei confronti di chi si approfitta di potere e denaro quando dovrebbe fare esclusivamente gli interessi del Paese - quanto mi divertono queste sviolinate a stelle e strisce! - e della sua gente - cosa che, a ben guardare, risulta attuale in molte parti del mondo, Terra dei cachi compresa -.
Un intrattenimento, dunque, di grana grossa e gran retorica ma anche di mestiere notevole, coinvolgente ed efficace come pochi altri prodotti anche più noti figli dell'action votata al gasamento - passatemi il termine molto, molto tamarro - dell'audience: i fan della saga del già citato Bauer, così come gli appassionati del genere, troveranno assolutamente pane per i loro denti.
Per tutti gli altri, che dire!?
Attenzione, perchè io uno come Swagger non ci terrei troppo a farlo incazzare.


MrFord


"Then even louder we got shooters, shooter
I turn around, I was starin' at chrome
shotgun watches door, got security good
jumped right over counter
pointed gun at, wink, he tell her
I'm your shooter, shooter, shooter."
Lil' Wayne - "Shooter"-


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