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giovedì 6 dicembre 2018

Thursday's child


Si avvicina la fine dell'anno e con lei le classiche rubriche legate a classifiche, meglio e peggio, ma prima che il duemiladiciotto cinematografico e non ci saluti, ecco uno degli ultimi appuntamenti con le uscite in sala firmato da questo vecchio cowboy e dal finto giovane Cannibal Kid, per l'occasione affiancati da un nome storico della blogosfera, La Firma Cangiante.
Sarà riuscito quest'ultimo a districarsi nella foresta tropicale d'insulti e provocazioni che è la rivalità di lungo corso dei conduttori ed ideatori della rubrica?

"Caro Ford, credo che questo sia il metodo più congeniale per scriverti."
ROMA

"Proprio divertente questo Tiro al Cannibale: Ford ha avuto una grande idea!"

La firma cangiante: Dopo anni di onorata (?) carriera questa rubrica cogestita dal Ford e dal Cannibale arriva come prevedibile a raschiare il fondo del barile, e così... eccomi qui! Da dove si comincia? Ah sì... Roma di Alfonsino Cuarón. Beh, per alcuni contano le dimensioni, per me conta il nome del regista (per fortuna il titolo del film per me conta meno). Cuarón potrebbe non deludere, cast pressoché sconosciuto per una vicenda ambientata in un periodo non semplice per la popolazione messicana. Si, perché no? Potrebbe interessarmi, i presupposti per un buon film ci sono tutti. Tra l'altro il progetto che sta dietro al film Roma (quartiere di Città del Messico) rientra in uno scambio culturale Messico/Italia; a breve Sorrentino dirigerà Largo Messico, la storia di un homeless costretto a bivaccare sulle panche dell'omonima piazzetta di Roma. Bravi ragazzi, viva l'incrocio delle culture e delle idee! (che comunque non sempre porta buoni frutti, vedi questa rubrica ad esempio).
Cannibal Kid: Cuarón, nun fa' lo stupido stasera. E nemmeno tu, caro Dario... volevo dire Firma cangiante. Questa rubrica non porterà buoni frutti, questa settimana ad esempio ahahah, ma di solito sì. Più che altro per merito mio. Non certo di un Mr. Ford che ormai è più attapirato di una canzone di Adele. La pellicola Roma ha tutti i presupposti per essere maggica e per conquistarsi un posto d'onore in una classifica di fine anno. Sarà quella dei migliori film, o quella dei film più sopravvalutati?
Largo Messico di Sorrentino io comunque me lo vedrei volentieri!
Ford: Cuaron è un regista da sempre interessante, questa pellicola ha avuto un'ottima accoglienza e i presupposti perchè rappresenti uno degli ultimi acuti di un pessimo anno cinematografico - neanche l'avesse organizzato Cannibal - ci sono tutti. Speriamo dunque di non restare troppo delusi.
Nel frattempo caro Firma posso dirti che il fondo del barile era già stato raschiato in principio quando ho iniziato a collaborare con Peppa Kid. Ahahahahahh!

COLETTE

"Se non mi fai comparire subito davanti un White Russian, la mia firma cangiante sarà il segno dell'anello che porto sulla tua fronte."

La firma cangiante: Mi sarebbe sempre piaciuto fare il direttore del casting e provare a sostituire Keira Knightley con Rin Tin Tin per vedere di quanto (e non "se", badate bene) sarei riuscito a migliorare la qualità del film. Poi mi han detto che Rinty purtroppo è morto. Rex allora? Niente, pare che anche lui non se la passi troppo bene. Una sagoma di cartone di Rantanplan? Mi hanno detto di sì, con quella concorriamo all'Oscar nella categoria miglior attrice protagonista (la sagoma). Colette? Grazie, come se avessi accettato.
Cannibal Kid: Vedo che La firma ha la stessa considerazione di Keira Knightley che io ho di Sylvester Stallone. O di qualunque altro attorucolo esaltato da Ford. Fosse soltanto per la sua agghiacciante performance in The Dangerous Method gli darei anche ragione. Solo che Keira, pur non avendomi mai convinto al 100%, è pure capace di interpretazioni e di film se non altro dignitosi. Sarà questo il caso di Colette?
Bau bau!
Ehm... una voce nella mia testa mi dice di no.
Ford: per me la Knightley vale solo in ruoli come quello di qualche anno fa in Domino, quando è più action, maschiaccia e cazzuta. Per il resto, di Colette mi frega relativamente poco, mentre resto in attesa, ovviamente, di Creed 2.

LA CASA DELLE BAMBOLE - GHOSTLAND

"Ecco cosa succede ad accettare di entrare in casa Goi!"

La firma cangiante: No, no. Paura, l'horror in sala no! Questo poi già dal titolo evoca case e bambole, argomenti troppo perturbanti per me, no, no. A meno che per "bambole" non si intenda altro, il Kid qui potrebbe venirmi in aiuto? Kid, di che tipo di "bambole" si parla qui? Ah, non sono quelle "bambole"? Ok, allora niente cinema, si va da Ford a farsi una birra. L'horror in sala non fa per me, già a casa frequento poco il genere. Figuriamoci!
Cannibal Kid: Ancora una storia di case infestate? E questa volta addirittura da delle minacciose bambole?
Uh, che paura!
Sarei tentato di liquidare il tutto con uno sbadiglio, ma dopo The Haunting of Hill House potrei concedere un'altra opportunità a questo sottogenere dell'horror sottosviluppato, ma che può ancora riservare sorprese. Ford, tu invece puoi continuare a pettinare le bambole. Ah no, scusa. Tu le chiami “action figures”.
Ford: effettivamente, dopo Hill House una possibilità si potrebbe dare anche a questo, anche se ho come l'impressione che si potrebbe rivelare una cannibalata buona giusto a spaventare qualche pusillanime come il mio co-conduttore, e non sto parlando ovviamente di Firma, che è ovviamente invitato a farsi una birra - ma anche due o tre - a casa Ford. Senza bambole.

IL CASTELLO DI VETRO

"Lo vedi quel puntino nel cielo? E' Cannibal: Ford l'ha spedito in orbita con una mossa di wrestling."

La firma cangiante: Questo è un film che mi da l'impressione di poter crollare su sé stesso con facilità, come un castello di carte, anzi di vetro. La famiglia disfunzionale (lasciamole a Wes Anderson), il padre sui generis, il ritorno all'infanzia... rischioso. Però Woody Harrelson mi ispira molta simpatia, tutte quelle chiome rosse nelle immagini promozionali anche (ah, le chiome rosse!), c'è pure la Watts che è decisamente meglio della Knightley (e anche di Rin Tin Tin), magari me ne pentirò ma io una possibilità gliela darei.
Cannibal Kid: Film che ho visto circa un anno fa e che ora quando nessuno se lo aspettava raggiunge finalmente le sale italiane. Pur non essendo qualcosa di indimenticabile, infatti non è che lo ricordi benissimo, mi era sembrata una visione niente male, impreziosita da un ottimo cast in cui oltre a Woody Harrelson svetta anche il premio Oscar Brie Larson. È una pellicola che mi sento di consigliare persino a quell'adoratore del brutto cinema che risponde al nome di James Ford, visto che racconta una storia simile al suo adorato Captain Fantastic. Non raggiunge lo stesso livello, ma se non altro è decisamente superiore al recente noioso e sopravvalutato Senza lasciare traccia.
Ford: Woody Harrelson e Naomi Watts più famiglia disfunzionale? Una possibilità ci sta tutta, considerato anche che tra queste pagine portiamo avanti da anni una delle famiglie più disfunzionali della blogosfera, formata ovviamente da me, Cannibal e dall'ospite di turno. Tra l'altro, come Naomi Watts il buon Cannibal lo vedo proprio bene.

ALPHA: UN'AMICIZIA FORTE COME LA VITA

Una rara immagine del primo incontro tra Ford e il Cucciolo Eroico.

La firma cangiante: Mi sarebbe sempre piaciuto fare il direttore del casting e provare a sostituire un qualsiasi animale con Keira Knightley per vedere di quanto (e non "se", badate bene) sarei riuscito a peggiorare la qualità del film. Purtroppo tutti preferiscono i vari quadrupedi alla cara Keira (nome molto diffuso tra i cani tra l'altro) e non me lo lascerebbero fare. Peccato. Il binomio uomo/animale su grande schermo è per me motivo sufficiente per comprare birra e patatine e starmene a casa tranquillo sul mio divano nuovo.
Cannibal Kid: Alessandro Bianchi la settimana scorsa ha massacrato Pieraccioni. La firma in questa puntata sta distruggendo la povera Keira, che in effetti un nome un po' da cane ce l'ha... Forse dovrei trovarmi anch'io un nuovo nemico, visto che le battute su Mr. Ford ormai sono più scontate di quelle sui carabinieri. L'autore di questa porcheria buonista che racconta dell'amicizia tra un ragazzo e un lupo ai tempi del Paleolitico potrebbe essere un valido candidato.
Non ho fatto battute su Ford e il Paleolitico?
Hey, mi sa che sono già oltre la nostra rivalità, un po' come lui è oltre il buongusto e la pubblica decenza.
Ford: ho incrociato per caso il trailer di questa roba buonista che trovo strano Cannibal non abbia scritto a caso che mi esalterà, e ho immediatamente pensato al divano, la birra, le patatine e una bella serata di wrestling. In barba ai cani maledetti.

NON CI RESTA CHE VINCERE

"Amico, tiri peggio di quanto guidi Ford o di quanto possa fare Cannibal su un ring. Quanto a Firma, non saprei proprio."

La firma cangiante: Mah, un canovaccio già visto che rischia di cadere nel ricattatorio o peggio ancora nel pietismo. In linea di massima sono progetti nelle intenzioni anche lodevoli questi che coinvolgono i disabili, quando ben realizzati tanto di cappello, ma direi che me lo tengo al massimo per un futuro passaggio televisivo. Mi farò dire da Kid e Ford se ne vale la pena, leggerò le loro rece e i loro consigli e mi regolerò di conseguenza facendo il contrario. Sperando che siano concordi tra loro altrimenti non saprò cosa fare. Non ci avevo pensato. Userò la monetina.
Cannibal Kid: Un film spagnolo sui disabili che promette di essere meglio di quello recente di quel ruffiano di Ruffini, ma non è che ci vada molto. È un po' come battersi contro Ford: si vince facile in qualunque circostanza. Tranne che su un ring di wrestling. Lì mi sa che me le prenderei di brutto.
Ford: qui si vince facile. Basta evitare la visione neanche si trattasse del più radical dei film consigliato da Cannibal. Tutto in discesa.

SANTIAGO, ITALIA

"Questa Santiago, dalla distanza, non pare molto meglio di Lodi o Casale Monferrato."

La firma cangiante: Settimana di uscite buone come ripasso di storia e geografia. Lo zio Nanni può piacere e può non piacere, indubbiamente del rispetto lo merita. Questa uscita mi dà l'idea di potersi ritagliare un discreto spazio di interesse. Quasi, quasi...
Cannibal Kid: Di Nanni Moretti non ho mai guardato i film cult anni '70 e '80. Non ancora, almeno. Gli altri, da Caro diario in poi, li ho visti tutti e mi sono piaciuti tutti. Non me ne voglia, però questo suo documentario sul ruolo dell'ambasciata italiana nel Cile degli anni '70 mi interessa quasi meno dei racconti di Ford su come sia passato dall'essere un ribelle tormentato e maledetto a un padre di famiglia borghese e radical-chic.
Ford: sono sempre stato molto sensibile all'argomento Golpe in Cile, e potenzialmente questo documentario firmato dal magari poco simpatico ma sicuramente valido Moretti potrebbe essere un altro pezzo interessante da aggiungere a quel puzzle drammatico. Spero proprio di riuscire a recuperarlo.

LA PRIMA PIETRA

"La risposta è dentro di voi, però è sbagliata."

La firma cangiante: Commedia italiana, scontro di civiltà, c'è Guzzanti ma ho paura che in un progetto come questo ne uscirà un po' ridimensionato e imbavagliato. Non so, io a vederlo non ci vado, e mi giocherei quasi quasi 1 a 10 che non ci andranno nemmeno Ford e il Kid. Poi Ford non ci andrà e amen, il Kid invece non ci andrà ma dirà di esserci andato per fregarmi i soldi della giocata. E mi giocherei quasi quasi 10 a 1 che finirà proprio così. In ogni caso la prima pietra non sarò io a scagliarla.
Cannibal Kid: La storia di una complicata recita di Natale in una scuola elementare. Promette di essere una vicenda più tormentata dell'adolescenza tormentata di Ford ed è per questo motivo che sono già corso al cinema a vederlo in anteprima. Quindi cara Firma Cangiante, sgancia i soldi!
No, non è vero. Il film non l'ho visto e manco ho intenzione di farlo. Va beh, ho capito. Questa settimana è meglio risparmiare i soldi che non ho vinto dalla Firma, stare lontano dai cinema e aspettare che Roma esca su Netflix.
Ford: di Guzzanti ho tanti ricordi piacevoli, ma in questo caso non mi dispiace quasi per nulla dare forfait e godermi qualche altra serata dedicandomi al gioco più fordiano degli ultimi anni, Red Dead Redemption 2, da vero cowboy e in barba a Cannibal e a tutti i finti teen.

martedì 12 dicembre 2017

Il libro di Henry (Colin Trevorrow, USA, 2017, 105')





Così come accade per piatti e cocktails esistono alcuni film che, pur portando in dote ingredienti perfetti per il nostro palato, finiscono per risultare fuori posto, poco armonici e pronti ad andare di traverso: ma cominciamo dall'inizio.
Colin Trevorrow è entrato nella mia vita di cinefilo qualche anno fa, grazie allo splendido Safety not guaranteed, che con ogni probabilità gli conserverà un giro gratis al Saloon per diverso tempo, e ci è rientrato anni dopo con il divertentissimo Jurassic World, segno che nonostante la profondità indie si trattasse di un regista assolutamente pane e salame: con la direzione dell'Episodio Nove di Star Wars - poi revocata - ad incombere, aveva tutte le carte in regola per sorprendermi di nuovo.
Il libro di Henry, del resto, è una vicenda di formazione che richiama I Goonies, Stand by me e tutte quelle belle cose anni ottanta con le quali sono cresciuto, praticamente una porta spalancata nei gusti del sottoscritto, anche considerato il casting che dalla sua poteva contare la ballerina Maddie Ziggler e gli ottimi Jaeden Lieberher e Jacob Tremblay, senza contare l'elemento dato dall'elaborazione del lutto e dell'analisi del rapporto genitori/figli - può confermare Julez la forza di quella che resta senza dubbio la sequenza più forte della pellicola -.
Eppure, c'è un eppure.
Perchè Il libro di Henry, dopo aver spacciato premesse ed aspettative, minuto dopo minuto si involve senza alcun ritegno e ritorno, e ad una prima parte interessante e coinvolgente unisce un crescendo tra i più retorici ed inutili che ricordi sull'orizzonte indie o quantomeno idealmente alternativo: un vero peccato, perchè la vicenda avrebbe potuto portare a qualcosa con un carattere ed un coraggio maggiori, puntando a diventare un potenziale cult piuttosto che un film da tentata lacrima facile buono per la serata in famiglia su Italia Uno, per quanto ormai possa suonare superato un discorso di questo genere.
Posso soltanto sperare che Trevorrow abbia incontrato ostacoli e subito pressioni in termini di produzione, perchè un lavoro di questo genere per un regista con le sue potenzialità non solo significa un'involuzione, ma anche la prospettiva di un futuro lavoro da mestierante di Hollywood più che da protagonista, più o meno lo stesso discorso applicabile a questo suo ultimo lavoro, che in un primo momento ho pensato fosse stato troppo bacchettato dal Cannibale e dai critici oltreoceano e che per primo, in corso di visione, mi sono ritrovato a maledire.
Nel corso dell'adolescenza - a prescindere da quando inizi o finisca - si pensa fin troppo spesso di essere un gradino sopra tutto il resto e tutti gli altri, finendo per puntare al cielo prima ancora di aver imparato davvero a stare sulle proprie gambe: in questo senso, Il libro di Henry è un film che si adatta perfettamente a quell'età, ma che non per questo debba essere necessariamente giustificato.
Probabilmente io stesso, avessi avuto migliori maestri, sarei maturato prima finendo per faticare meno di quanto non abbia faticato, effettivamente, poi: da questo punto di vista mi sento quasi in dovere di scatenare la più furiosa tempesta di bottigliate su questo film immaturo e sottilmente pretenzioso, che fa del ricatto emotivo la sua arma migliore in barba alla bellezza di spontaneità e semplicità.
E questo non va affatto bene.
Se vorrai entrare da protagonista nel libro di Ford, caro Trevorrow, dovrai impegnarti decisamente di più.



MrFord



 

mercoledì 11 ottobre 2017

Twin Peaks - Stagione 3 (Showtime, USA, 2017)




Se torno indietro nel tempo al periodo che si accavallò tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, ricordo bene l'impatto che ebbe Twin Peaks, folle creatura di David Lynch che cambiò radicalmente il mondo delle proposte da piccolo schermo iniziando la rivoluzione che portò, un passo alla volta - e grazie anche alla tempesta che fu Lost anni dopo - alla realtà consolidata attuale in cui i titoli per la televisione finiscono spesso e volentieri per superare in qualità quelli cinematografici.
Ricordo anche l'impatto che ebbe il charachter di Bob sul sottoscritto, diventando l'unico, vero, grande spauracchio per anni e anni, alla faccia di tutti gli horror che avevo divorato a mazzi fin da bambino.
Con Twin Peaks, e la morte di Laura Palmer, terminava in qualche modo l'età dell'innocenza delle produzioni da piccolo schermo, le regole venivano cambiate o sovvertite, la follia entrava a far parte del nostro mondo, ed il Male assumeva sembianze da porta accanto.
Un quarto di secolo dopo, a realizzare i sogni di fan accaniti e completare il puzzle, è giunta questa terza stagione atta a chiarire quello che accadde all'Agente Cooper al termine del finale della season two, chiusa tra il suo doppelganger, il sempre presente Bob, la Loggia Nera e dimensioni parallele varie - andatevi a rileggere il botta e risposta "futuristico" tra Julez, il sottoscritto e Cannibal in coda al post -.
Personalmente, non sapevo cosa aspettarmi dalla visione, in parte perchè la mancanza di un personaggio cardine come Bob si sarebbe sentita - l'attore che lo interpretava, Frank Silva, morì poco tempo dopo le riprese di Fuoco cammina con me -, in parte perchè, nonostante la sua struttura caotica, il finale della season two poteva tranquillamente restare così com'era.
Ed ammetto che non è stato così semplice, raggiungere il diciottesimo episodio.
In questo "nuovo" Twin Peaks, infatti, ci sono alcune cose al limite del geniale ed altre completamente assurde o campate in aria, cose decisamente positive ed altre clamorosamente negative.
Considerato che è impossibile scrivere una recensione normale di un lavoro come questo, analizzerò entrambi i lati della medaglia nel modo più razionale possibile, cominciando con le note dolenti.
Per prima cosa, il fan service: è stato criticatissimo rispetto a prodotti come Game of thrones, quando questo Twin Peaks pare creato ad uso e consumo dei fan; peccato che, per essere fan in grado di godere del servizio, si debba necessariamente essere cultori del lavoro di Lynch e Frost su Laura Palmer e soci a livello maniacale e quasi religioso, pena il cogliere meno la metà delle citazioni e delle strizzate d'occhio dell'Autore.
Segue a ruota il ritmo, assolutamente sfiancante per la sua lentezza in alcuni episodi.
L'evoluzione della storia, poi, passa dal passo alla volta ma non trattenete il fiato dei personaggi e delle varie vicende dell'intera stagione all'accelerata furiosa degli ultimi due episodi, quasi come se gli autori si fossero accorti troppo tardi di essere arrivati a ridosso del termine e si fossero trovati costretti a tagliare corto il più possibile.
Inoltre, questo Twin Peaks non è Twin Peaks: l'atmosfera di tensione e paura costante delle prime due stagioni non viene praticamente neppure sfiorata - se non in un paio di passaggi grazie a Laura e Sara Palmer -, e le location e le storie distanti anche "geograficamente" dalla "ridente" cittadina poco aiutano a tornare davvero per le sue strade, che paiono più che altro uno di quei locali dove si rifugiano gli over cinquanta pieni di nostalgia della loro giovinezza.
A salvare il salvabile, però, pensa Kyle MacLachlan, strepitoso nella tripla parte del Cooper cattivo, quello buono e soprattutto Dougie Jones, il vero asso nella manica della stagione, probabilmente il motivo principale per il quale dopo i primi quattro episodi ho deciso di continuare fino alla fine e gli ultimi due mi sono risultati assolutamente pasticciati ed inutili.
L'impacciato assicuratore di Las Vegas diventa l'emblema della genialità di un regista che ho sempre amato - e che continuerò ad amare - e della parte assolutamente imperdibile di questa stagione, dalla sequenza al casinò - quel mitico "Hellooooo!" sarà uno dei miei cavalli di battaglia per i prossimi mesi - ai due gangsters che lo gestiscono, dalle truffe assicurative al caffè, dalle rivincite di un loser alla magia del nonsense: per quanto mi riguarda, l'effetto dello scarafaggio rovesciato di Dougie non solo è il motore di questo prodotto, ma anche il motivo per il quale Lynch è stato considerato come uno dei grandi degli ultimi trent'anni negli States e non solo.
Curioso pensare come il Twin Peaks di allora fosse rappresentato dall'emblema della paura - almeno per il sottoscritto - Bob, mentre ora è lo spassoso Dougie a farla da padrone: forse sono cambiati i tempi, forse non ho capito nulla di quello che Lynch ha voluto raccontare, forse dovrei chiedermi "in che anno siamo?" come Cooper al termine dell'ultimo episodio, o forse dovrò aspettare altri venticinque anni per vedere dipanata la matassa.
Per il momento, poco importa.
Io tiro la maniglia, grido "Hellooooooo!" e mi butto a vivere.
Gli incubi e le grida li lascio a chi vuole perdersi nel Lato Oscuro.
O nella Loggia Nera.




MrFord

 


 

martedì 4 ottobre 2016

Demolition: amare e vivere (Jean-Marc Vallée, USA, 2015, 101')




Uno dei grandi misteri dell'universo per come lo conosciamo, con ogni probabilità, è l'amore.
Ognuno di noi, infatti, finisce per provare questo sentimento nel corso della vita in modi e condizioni quasi agli antipodi, prima da figlio e nipote e dunque, nel caso, da genitore o da nonno: nel mezzo, tutti i legami sentimentali della nostra vita - siano essi d'amicizia o rispetto a chi ci accompagna in questo viaggio per un breve o lungo tratto di percorso -, vissuti bene o male, da chi soffre o fa soffrire, dagli inizi roventi in cui tutto pare meraviglioso ai finali tra lacrime e difetti come se piovesse.
Eppure, nonostante tutte queste esperienze, di fronte all'amore siamo sempre clamorosamente disarmati, quasi come se non fosse possibile prevederne gli effetti collaterali, gli sbalzi e le tempeste, o la portata: spesso mi è capitato di pensare di aver compreso la dimensione di un amore dopo che lo stesso era finito, di non capire quanto una perdita mi avesse segnato, di pensare che, forse, certi amori potevano concludersi prima ed altri, invece, molto dopo - in questo senso, vorrei aver avuto qualche anno in più per confrontarmi con mio nonno Gianni, o non aver dovuto affrontare la morte del mio amico Emiliano -.
Demolition, firmato dall'autore di Dallas Buyers Club, Jean Marc Vallée, potrebbe essere un buon modo per cercare di (ri)vivere senza troppe spiegazioni le emozioni, le sensazioni e le cicatrici che lascia un amore, specie quando finisce in modo drammatico, lasciando liberi il cuore e l'istinto, proprio come se aveste la possibilità - e non penso esista qualcuno che non l'abbia sognato almeno una volta nella vita -, armati di martello, di sfondare da cima a fondo un appartamento, liberando energie che potranno essere positive o negative ma che, una volta terminato "il lavoro", vi faranno sentire più vivi e liberi di quanto non possiate credere di essere stati.
Gyllenhaal, come sempre bravissimo - forse è il migliore attore della sua generazione, parlando di Cinema USA -, conduce lo spettatore per mano attraverso momenti estremamente drammatici - lo scivolare nella dissociazione, il confronto con i suoceri ed il responsabile dell'incidente che ha portato alla morte di sua moglie -, altri piacevolmente maliconici - il rapporto con il figlio della nuova amica Karen, forse la cosa migliore del film - ed altri clamorosamente liberatori - l'epilogo -: e nonostante alcuni momenti possano risultare eccessivamente ricattatori o melensi - la camminata "musicale" in mezzo alla folla di New York o la giostra poco prima del finale, forse il punto più basso della pellicola -, ho trovato questo Demolition, difetti compresi, genuino e di pancia, uno di quei film che, pur non essendo destinati a cambiare la vita dello spettatore, finiscono per essere un piacere da rivedere, terapeutici come una bella sessione di sacco, una suonata o una scopata senza pensare al domani.
Perchè l'amore è anche questo.
Soprattutto questo.
Costruire. Ma anche imparare a demolire.
E farlo con tutto il trasporto di cui si è capaci.




MrFord





martedì 14 luglio 2015

Giovani si diventa

Regia: Noah Baumbach
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 97'





La trama (con parole mie): Josh e Cornelia, coppia tra i quaranta e i cinquanta intellettuale ed all'apparenza realizzata, isolata dalla mancanza di figli rispetto agli amici più stretti, incontra per caso quella formata da Jamie e Darby, altrettanto intellettuali e poseur di vent'anni più giovani di loro, che da subito paiono essere ben disposti ad accoglierli nella loro vita influenzando, di fatto, i nuovi amici ed inducendoli ad un progressivo processo di "ringiovanimento".
Dunque, mentre Josh si ritrova ad emozionarsi all'idea di fare da mentore a Jamie nell'ambito del documentario, Cornelia viene travolta dalle sperimentazioni che si ritrovano ad affrontare accanto ai due ragazzi: ma sarà tutto davvero genuino e casuale, o dietro il legame si nasconderà un'altra esigenza, soprattutto dello stesso Jamie?
E riusciranno Josh e Cornelia ad accettare il fatto di non avere più vent'anni?








Evidentemente, uno dei leit motiv di questa torrida estate è il Tempo, che si parli di viaggi e paradossi, o, più semplicemente ed umanamente, di giorni ed anni che passano, ed inesorabilmente ci pongono di fronte ad una verità che, prima o poi, dovremo di fatto accettare.
Noah Baumbach, uno degli autori più radical chic del panorama americano capace, con l'equilibrio delle sue sceneggiature e la delicatezza della sua regia, di convincere perfino il sottoscritto, aggiunge la sua voce a questo coro grazie a Giovani si diventa, commedia dolceamara dal retrogusto alleniano che conferma il suo talento pur non attestandosi ai livelli di ottimi titoli come Frances Ha o Il calamaro e la balena: il confronto tra le due coppie protagoniste - gli pseudorealizzati di mezza età Josh e Cornelia e gli arrivisti Jamie e Darby, pronti ad aggredire una vita ancora al principio - e le riflessioni che ne scaturiscono riescono a colpire da entrambi i lati della barricata, raccontano bene la spaccatura che si crea tra le coppie con figli e quelle che, per scelta o destino, non ne hanno avuti, e descrivono con sensibilità sia la fragilità di chi si vede traghettare ad un'altra epoca della propria esistenza e chi, al contrario, è convinto di essere il centro del mondo, e di avere tutto tra le mani, incondizionatamente - l'irritante Jamie con la sua fastidiosa mimica e la sua idea di essere immortale è una fotografia chiara di questo stato d'animo -.
Si naviga, dunque, tra il dolce e l'amaro, di fatto ricordando dei tempi in cui si pensava di non avere punti deboli e che fosse tutto in un certo qual modo dovuto - sempre Jamie che finisce per farsi offrire ogni pranzo o cena che lo vede tra i commensali - e prendendo coscienza di quelli in cui si comincia non solo a pensare a quello che ci accade intorno, ma il bisogno di fare da guida a qualcuno diventa più importante che trovare una direzione per conto proprio: senza dubbio si tratta del film forse più sentimentale e mainstream di Baumbach, che mantiene il suo approccio indie ma strizza l'occhio - protagonista compreso - a titoli come I sogni segreti di Walter Mitty, di fatto creando una versione d'essai dello stesso, giocato su emozioni, ideali e confronto tra quello che speriamo possa essere e quello che, di fatto, è.
In questo senso una delle cose più interessanti della pellicola è il confronto tra il cuore di Josh ed il talento di Jamie, a prescindere dalle conseguenze che entrambi possano provocare in chi sta loro accanto ed intorno: lo stesso padre di Cornelia, trovatosi al centro della disputa tra i due cineasti comunque in erba a prescindere dall'età culminata con il confronto alla premiazione alla carriera del più vecchio e maturo tra i tre documentaristi rappresenta una stagione della vita ancora differente, in grado di cercare di osservare nel modo più obiettivo possibile tutto quello che è avvenuto prima.
Ma a prescindere dall'interessante visione, l'ottima coesione tra gli interpreti - se Adam Driver non è così insopportabile di persona, un plauso va a lui ed alla sua capacità di rendersi un tale bersaglio umano per tempeste e tempeste di bottigliate e pugni in piena faccia - e l'indubbia capacità del regista, la cosa che ha finito per colpirmi di più è stata l'affermazione in chiusura di Julez, che "per la prima volta si è ritrovata ad immedesimarsi nei vecchi".
Il Tempo pare essere il fulcro di questa torrida estate, scrivevo poco sopra.
Del resto, questa è la stagione che più rende l'idea, in questo senso: si passa dai mesi eterni lontani dalla scuola alle due settimane rosicate di ferie della crescita, dalle cotte al mare che ci paiono poter durare per sempre ai figli che corrono sulla spiaggia mentre cerchiamo di tenere il loro passo.
L'importante, in tutto questo, è trovare il proprio posto.
Quando questo passo sarà compiuto, parrà di essere più veloci perfino del Tempo.
E sarà sempre un'illusione estremamente confortante.




MrFord




"All the young dudes (hey, dudes!)
carry the news (where are you?)
boogaloo dudes (stand up, come on!)
carry the news."
Mott the Hoople - "All the young dudes" - 





lunedì 9 febbraio 2015

Birdman

Regia: Alejandro Gonzales Inarritu
Origine: USA, Canada, Messico
Anno:
2014
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Riggan Thomson è una superstar. O quantomeno, lo è stata.
Vent'anni or sono, ai tempi in cui impersonò il supereroe Birdman in tre blockbuster dal successo clamoroso. Archiviata l'epoca del costume e della maschera, più nulla, o quasi, se non crisi d'identità, un matrimonio fallito, una figlia ribelle e tutte le speranze - ed il denaro - investiti in uno spettacolo teatrale messo in scena nel cuore di Broadway tratto da Carver.
Ossessionato dal voler realizzare un'opera in grado di rimanere impressa nella mente di pubblico e critica e soprattutto dall'idea di volersi emancipare dalla maschera di Birdman, Riggan lotterà con ogni fibra del suo essere affinchè il lavoro possa non solo essere portato a termine, ma definirlo come attore, artista, performer e Uomo.
Ma è davvero questo, quello che cerca? E cosa suggerisce davvero la sua voce interiore?
Quale ruolo giocherà, in tutto questo, la figlia Sam? 
O tutti i personaggi della sua personale commedia?






Ai tempi dell'uscita di Amores Perros, dovevamo essere in quattro, in sala.
Ricordo benissimo i brividi, le emozioni, la sensazione di essere di fronte ad un futuro cult, all'esperimento più riuscito del post-Tarantino in termini di destrutturazione della storia portata sullo schermo.
Inarritu, allora un nuovo volto per la settima arte, finì per fare il botto e venne di colpo catapultato nel dorato mondo di Hollywood: ricordo quando uscì 9/11/01, insieme di cortometraggi firmati da registi provenienti da qualsiasi latitudine realizzato per ricordare i fatti del World Trade Center, e quanto attesi il momento di godermi quello firmato dal cineasta messicano, che si rivelò, al contrario, uno dei più autocompiaciuti e deludenti della selezione.
Sperai in un incidente di percorso, ed invece il peggio accadde: Inarritu collezionò, da quel momento, solo ed esclusivamente bottigliate con i fin troppo sopravvalutati 21 grammi e Babel, tanto da indurmi a non visionare neppure Biutiful, nonostante ottime recensioni lette anche qui nella blogosfera.
Ma il discorso con Birdman era diverso.
Recensioni entusiastiche, grandi aspettative, un Michael Keaton assoluto protagonista rendevano questo titolo uno dei must see della prima parte di questo duemilaquindici: ed effettivamente, per due terzi del film il mio unico pensiero è stato "WOW", che liberamente tradotto nella lingua fordiana significa "porca puttana e santo cazzo, che film enorme ha tirato fuori Inarritu".
Tecnica pazzesca, un cast in forma smagliante - perfino Zack Galifianakis sembra un bravo attore -, un turbinio di parole e sentimenti che non solo travolge, ma mette all'angolo ed induce ad abbassare la guardia in modo da avere una sorta di autostrada per una scarica di cazzotti emotivi ed intellettuali da lasciare più che KO, e come se tutto questo non bastasse, metacinema ed una graffiante ironia indirizzata a tutto il mondo della recitazione e della regia, dai teatri di Broadway al Cinema, senza risparmiare la critica.
E dunque, fino a poco più di un'ora e mezza di visione, mi sono sentito frastornato dai colpi di Inarritu - aiutato e non poco da Carver e dal suo strepitoso protagonista -, pensando già a come scrivere questo post, ad un nuovo header, all'esaltazione che si prova quando capita di vedere un film che già pare proiettato nella top ten dell'anno: poi, proprio nel momento migliore - la prima apparizione dell'alter ego mascherato di Riggan e la sequenza che lo vede finalmente e fisicamente protagonista -, il film, che per novanta minuti abbondanti aveva volato alto, finisce per cavalcare la corrente ascensionale sbagliata ed avvitarsi su se stesso, incappando in una serie noiosissima di finali in pieno stile Il ritorno del re diventando forzato e poco naturale, quasi il regista e gli autori avessero superato la linea che separa il suggerito dall'imposto.
Un vero peccato, perchè senza dubbio questo Birdman è il miglior Inarritu proprio dai tempi di Amores Perros: un film denso, divertente e drammatico, ricco di citazioni e girato davvero da dio - a tratti è riuscito quasi a scomodare paragoni con cose enormi come Enter the void o Arca russa, grazie all'utilizzo massiccio del piano sequenza -, eppure rispetto a titoli che toccano temi simili come Synecdoche, New York o Holy Motors il confronto è nettamente perso, e proprio a causa di quel troppo che stroppia.
Personalmente, con una mezzora in meno il finale con il tassista che rincorre Riggan in teatro avrebbe consegnato a Birdman le chiavi del Paradiso dei bicchierini, ma quel crescendo "al contrario" sul finale è stato davvero un colpo basso, invece che un diretto vincente.
E così come con il Wolf di Scorsese - anche citato - ero partito dal divano per finire seduto per terra davanti allo schermo, con Birdman ho iniziato pronto a volare nella stessa posizione ed ho finito proprio sul divano stesso, sdraiato in posizione da letto in attesa trepidante della fine.
E forse, ora, Birdman se la prenderà anche con me, che da critico che non crea come un artista mi rifugio in parole e giudizi per tarpare le ali di un'opera complessa e stratificata: ma sapete che vi dico?
Non me ne importa un cazzo.
Dovrebbe già ringraziare proprio il mio lato critico che non gli siano arrivate per indiscutibili meriti tecnici delle prepotenti e sonore bottigliate da una parte e dall'altra della maschera.



MrFord




"Like a bird on a wire
like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free
like a fish on a hook
like a knight in some old fashioned book
I have saved all my ribbons for thee."
Johnny Cash - "Bird on a wire" - 





martedì 20 gennaio 2015

St. Vincent

Regia: Theodore Melfi
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Vincent è un burbero uomo oltre la mezza età da tempo abituato a vivere da solo e prendere a schiaffi la realtà attorno a lui, rifugiandosi nell'alcool e nella prostituta Daka.
Quando Maggie, divorziata in fuga dall'ex marito, e suo figlio Oliver si trasferiscono nella casa accanto ed a seguito di una casualità Vincent si trova a diventare il baby sitter ufficiale del ragazzino, le regole per tutti loro cambiano: madre e figlio troveranno l'energia e gli spunti per ricominciare, mentre Vincent un nuovo motivo per aprirsi al mondo e alla vita mettendo alle spalle il destino di sua moglie ed un passato non sempre tenero.
Ma l'equilibrio di tutti questi instabili fattori riuscirà a mantenersi?
O le cose, inevitabilmente, finiranno per precipitare?








Esistono film che pare di aver visto e rivisto mille volte, un pò come quei titoli che finiamo per gustarci quando vengono incrociati per caso in tv, o che, nei momenti di stanca, capitano nel lettore come per tenerci compagnia, fosse anche solo in qualità di sottofondo.
Esistono storie che non raccontano, di fatto, nulla di nuovo, che danno l'impressione di essere le favole che ci raccontavano da piccoli, per farci addormentare, e finiamo per ricordare con l'affetto che di norma riserva la malinconia.
Esistono titoli da criticare, altri da esaltare, altri ancora da ignorare, o dei quali si finirà per non ricordare quasi nulla.
E più semplicemente, pellicole cui si finisce per voler bene, inevitabilmente ed inesorabilmente.
St. Vincent è stata una di queste.
Certo, per chi come il sottoscritto ha amato Gran Torino ed ha finito per considerarlo il testamento artistico del vecchio Clint, il lavoro di Theodore Melfi potrebbe apparire come un cocktail annacquato al cospetto di un robusto bourbon liscio, e saranno in molti ad accusare quest'opera di una certa ruffianeria di fondo tipica dei prodotti indie, carini ed in stile Sundance.
Ma sapete che vi dico? Si fottano, per parafrasare quello che, probabilmente, sarebbe il verdetto del Vinnie di Bill Murray, che seppur da più di trent'anni imprigionato quasi nello stesso ruolo continua ad essere uno dei volti del Cinema USA che amo di più, lo zio un pò matto al quale si guarda da bambini con meraviglia e da adulti con complicità.
Se, poi, all'ingrediente principale si aggiungono una manciata di scene più che giuste - la lezione per il pugno dritto sul setto nasale è già antologia, in casa Ford, e verrà al più presto riportata al Fordino -, due interpreti femminili in ruoli differenti da quelli cui siamo abituati - ottima una Naomi Watts dal credibilissimo accento est europeo, interessante Melissa McCarthy per una volta non ridotta a macchietta - ed un crescendo da buon, vecchio film di nicchia pronto a commuovere, il gioco è fatto: St. Vincent non sarà certo la pellicola dell'anno, mostra il fianco alle critiche e all'originalità quanto il suo protagonista, eppure pare proprio vada bene così, pane e salame, come una scommessa su un cavallo con tutte le probabilità a sfavore o un amore consumato un bucato dietro l'altro, più forte di tutti quelli che possono essere i peccati ed i difetti di chi quell'amore magari sente di non averlo vissuto al suo meglio.
Senza dubbio, poi, ad un vecchio cowboy come il sottoscritto, in bilico tra la paternità e l'idea che, tra una trentina d'anni - più o meno lo stesso intervallo di tempo che separa gli eighties da ora - sarò probabilmente un individuo nello stile di Vincent, un titolo come questo non potrà certo apparire come un male: in fondo, conosco bene i peccati dei santi bevitori, quelli che combinano un casino dietro l'altro eppure, a loro modo e a scapito di qualsiasi difficoltà, sono sempre lì, presenti.
E chissà, a volte forse non è neppure un bene, ma loro continuano a perseverare.
E non c'è niente che li possa abbattere, almeno fino a quando avranno ancora voglia di succhiare tutto il midollo di questa vita: che potrà essere dura, e tosta, e cercare di metterti sempre alle strette.
Ma basteranno un diretto in pieno viso, alcool, un pò di grande musica - applausi per la colonna sonora, strepitosa -, sesso, e la voce di chi si è appena affacciato o si sta affacciando a questa vita.
Perchè ai santi bevitori piace l'idea di passare il testimone a qualcuno.
Del resto, loro vivono per i riti sociali anche quando paiono lontani dal mondo intero.




MrFord




"I was in another lifetime one of toil and blood
when blackness was a virtue and the road was full of mud
I came in from the wilderness a creature void of form
"come in" she said
"I'll give you shelter from the storm"."

Bob Dylan - "Shelter from the storm" - 





sabato 15 marzo 2014

La promessa dell'assassino

Regia: David Cronenberg
Origine: Canada, USA, UK
Anno: 2007
Durata: 100'





La trama (con parole mie): Anna, un'ostetrica di origini russe nata e cresciuta a Londra, una notte assiste alla morte durante il parto che porta alla luce la piccola Christina della giovanissima prostituta Tatiana, e dal diario di quest'ultima viene in contatto con i segreti di una famiglia di spicco della Vory V Zakone, la mala sovietica legata ad una lunga tradizione costruita su onore, silenzio e lealtà assoluta tracciate sul corpo di ogni membro grazie a tatuaggi che ne raccontano la vita e le gesta.
Semyon, proprietario di un ristorante e capofamiglia, comincerà ad incombere, dunque, sulla donna, in modo da proteggere i suoi interessi e quelli del decisamente poco equilibrato figlio Kirill, spesso e volentieri tenuto al sicuro dall'autista e cane da guardia Nikolai, che attende le stelle pronte a renderlo un membro effettivo della Famiglia.
Quando il rapporto tra Anna e Nikolai si fa più profondo e le mosse di Semyon più avventate, le vite di tutti loro potrebbero di fatto cambiare, e proprio grazie alla piccola Christina.








Questo post partecipa, con inchiostro e sangue, al David Cronenberg Day.





"Non posso prendere il posto del re, se il re è ancora al suo posto": così Nikolai risponde laconicamente ad Anna, ostetrica sconfitta dalla vita e ritrovatasi al centro di un intrigo di sangue e morte tipico delle famiglie criminali al culmine di una delle sequenze più intense che il Cinema degli Anni Zero abbia fino ad ora regalato al suo pubblico, una Pietà moderna che stringe gli uni agli altri un assassino membro della Vory V Zakone, una bimba appena nata dallo stupro di una prostituta quattordicenne ed una donna piegata da una relazione naufragata proprio a seguito di un aborto.
E quella frase, tagliente e dura, pesante come un macigno, è un monito in grado di assumere connotati da visione quasi mistica, interpretazione della vita e dei suoi massimi sistemi, estremizzazione del contesto e del conflitto quasi naturale tra padri e figli, vissuto a più livelli da Semyon e Kirill, Kirill e Nikolai, Nikolai e Semyon.
Ed è anche una promessa, quella pronunciata dall'autista dai più volti giunto come un oscuro salvatore a cambiare la vita di Anna: una promessa diversa da quella che da il titolo ad uno dei vertici assoluti della carriera di David Cronenberg - nonchè l'ultimo suo lavoro davvero degno di nota -, gemello dell'altrettanto grande A history of violence, ad una sceneggiatura da manuale, un vero colpo di pistola, firmata Stephen Knight, regista dei recenti Redemption e Locke.
Una promessa che passa dalla violenza, ma conduce alla salvezza, al contrario di tutte quelle che la speranza strappa a ragazze figlie della campagna dell'ex URSS per condurle a quello che dovrebbe essere il sogno del benessere occidentale, spesso finito in qualche bordello più o meno di lusso, e consumato nello scorrere di giorni resi sopportabili soltanto grazie alla droga.
Raramente, e non solo nella Storia recente della settima arte, si è incontrato un tale concentrato di tensione, calor bianco e velocità all'interno di una vicenda in realtà complessa e stratificata, resa da regista e sceneggiatore all'osso, all'essenziale, all'assoluto delle questioni che porta come un pesante fardello sulle spalle e nel cuore dello spettatore: un Mystic river del crimine organizzato, una favola nerissima che percorre la strada di un protagonista tra i più incredibili del genere e non solo.
Nikolai, uomo d'acciaio forgiato da una vita di violenza, pare essere in grado di uno dei miracoli più incredibili che l'Uomo possa portare a compimento: mostrare, ad un tempo, la selvaggia ferocia del predatore e la pietà quasi religiosa del santo. 
Dallo sguardo spiritato e la sigaretta spenta sulla lingua a quel "resta viva" all'indirizzo della prostituta ucraina, passando attraverso due sequenze che da sole varrebbero il Capolavoro - il riconoscimento delle agognate stelle e la lotta senza quartiere con i ceceni nella sauna -, Nikolai - grazie ad uno straordinario Viggo Mortensen - conduce lo spettatore attraverso una vera e propria valle di lacrime ed una Londra fumosa e grigia come avrebbe potuto essere quella della Whitechapel di Jack lo squartatore, o dell'Elephant man di Lynch, lasciando che gli spicchi di luce e colore delle celebrazioni natalizie e dei costumi russi non siano altro che visionari lampi all'interno di questo determinante passo nella ricerca di Cronenberg rispetto alle mutazioni ed alle trasformazioni, fisiche e mentali, cui siamo sottoposti per necessità, istinto o volontà.
Dalle gole tagliate alle placente rotte sgorga dunque a fiotti il sangue, pronto a tramutarsi nell'inchiostro dei tatuaggi che segnano la storia di chi li porta come ricordi troppo ingombranti, o promesse che soltanto nel profondo sapremo se potremo davvero mantenere.
Ed anche mantenute, una volta rimasti soli con noi stessi, non è detto che non lascino dietro di loro cicatrici anche più profonde di quanto l'ago potrà mai celare con i suoi articolati disegni: perchè se Christina ed Anna sono la luce e la speranza, resta comunque un abisso pronto a ricambiare gli sguardi di chi lo sfida, e che richiederà sempre e comunque la sua eredità di buio profondo.
Lo stesso che porta, nel vestito e nell'anima, Nikolai.




MrFord




Partecipano alle celebrazioni i colleghi bloggers:
http://scrivenny-dennyb.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-history-of-violence.html
http://incentralperk.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-crash.html
http://pensiericannibali.blogspot.com/2014/03/viaggio-existenziale-nel-cinema-di.html
http://hovogliadicinema.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-cosmopolis.html
http://nonceparagone.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-rabid-sete-di.html
http://recensioniribelli.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-existenz.html
http://directorcult.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-inseparabili.html
http://combinazionecasuale.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-videodrome-1983.html
http://bollalmanacco.blogspot.com/2014/03/david-cronenberg-day-my-life-in.html


"Oh oh oh oh oh oh
all the promises we made
promises we made
all the meaningless and empty words I broke
broke broooke."
The Cranberries - "Promises" - 



martedì 12 novembre 2013

Two mothers

Regia: Anne Fontaine
Origine: Australia, Francia
Anno: 2013
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Lil e Roz sono amiche da una vita, ed oltre all'amore per l'oceano hanno coltivato un legame così forte da superare quello per gli amici ed i partners. Eccezione a questa regola sono Ian e Tom, i loro due figli, che vivono spensierati la post-adolescenza tra surf e speranze nel futuro.
Quando il marito di Roz si trasferisce a Sidney per un nuovo lavoro, tra quest'ultima ed Ian, figlio di Lil, nasce un rapporto ben oltre l'amicizia, scatenando la gelosia di Tom, figlio di Roz, che si spinge così tra le braccia della madre dell'amico.
Questo strano gioco delle coppie prosegue causando prima la separazione di Roz dal marito, dunque minando i rapporti che, negli anni, vedranno i due giovani costruire con le rispettive fidanzate e spose.




A volte capita di trovarsi di fronte ad alcune pellicole finendo per chiedersi il perchè della loro stessa esistenza: in alcuni casi si tratta di abomini vergognosi ed agghiaccianti come A serbian film, altre volte semplicemente di titoli buoni giusto per il cestino della spazzatura del Cinema.
E' il caso di questo Two mothers, robetta dal sapore di melò pruriginoso e finto autoriale firmata da Anne Fontaine, una regista che non ho mai apprezzato che porta in scena la sua versione "in famiglia" di Cinquanta sfumature di grigio raccontando la storia di Roz e Lil, amiche da una vita, prima madri e dunque nonne e sempre insieme, pronte come se niente fosse a sollazzarsi con il figlio ventenne l'una dell'altra.
Non che il sottoscritto possa scandalizzarsi per un rapporto con una così decisa differenza d'età - finchè si tratta di adulti consenzienti, ognuno è libero di divertirsi tra le lenzuola con chi vuole -, quanto più che altro per la malizia - mal gestita, tra le altre cose - che traspare da un film all'interno del quale finisce per non salvarsi nulla che non siano i meravigliosi paesaggi australiani e l'ancora splendida Robin Wright, in grado di fare mangiare parecchia polvere ad una Naomi Watts sempre più spenta e lontana dagli standard dei tempi di Mulholland Drive: i livelli di trash e di ridicolo involontari in grado di venire a galla nel corso della pellicola risultano clamorosamente alti, e senza soffermarsi sparando sulla croce rossa della vicenda portante finiscono per bastare passaggi agghiaccianti quali il confronto tra il pretendente di Lil che di colpo pensa di aver realizzato che la donna della quale è innamorato è in realtà lesbica ed ha una storia con la sua migliore amica o l'agghiacciante parte finale, con le nuore delle due inarrestabili cougars pronte a lasciare i loro mariti portandosi via le figlie di entrambi senza che gli stessi battano ciglio per aver perso la loro famiglia, contenti di potersi divertire l'uno con la madre dell'altro.
Come se non bastassero, inoltre, l'atmosfera da Beautiful su grande schermo unita a questo tipo di scivoloni, finiamo per incappare in una sceneggiatura tagliata con l'accetta pronta a fare fuori i personaggi "scomodi" in men che non si dica, dal marito di Roz - che nel giro di un paio d'anni finisce per costruirsi una nuova famiglia a Sidney, rimanere in ottimi rapporti con la moglie che l'ha lasciato per stare con il figlio ventenne della sua migliore amica senza preoccuparsi che il suo stesso rampollo abbia ricambiato mettendosi con quella stessa amica - alle mogli dei due ragazzi, conosciute praticamente per caso ed altrettanto a caso rimosse dalla storia nel momento clou per concentrare una volta ancora tutta l'attenzione sulla doppia coppia protagonista.
Un film, dunque, evitabile ed inutilmente "scandaloso", scritto più che male e patinato come se fosse uno di quei prodotti finto autoriali buoni solo - in questo caso - per stuzzicare qualche fantasia erotica nelle signore di mezza età da the delle cinque e finto film d'essai in sala, casalinghe - d'alto bordo - disperate che continueranno a non confessare neppure alle amiche di essere corse a casa a toccarsi pensando che non sarebbe poi male avere la possibilità di vivere lo stesso destino delle due protagoniste di questa sciapissima pellicola.
Per quanto mi riguarda, roba come questa può essere tranquillamente messa alla stessa stregua delle schifezze made in Italy che i distributori continuano a propinarci di settimana in settimana, rubando spazio a prodotti di tutt'altro livello che qui nella Terra dei cachi troppo spesso e volentieri rimangono un miraggio.
Forse perchè, in qualche modo, siamo un Paese di "quelli che benpensano".
Almeno in superficie.
Perchè sott'acqua è tutta un'altra cosa.


MrFord


"Ognun per se, Dio per se, 
mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica, 
mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano 
altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano. 
Mani che poi firman petizioni per lo sgombero, 
mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli, 
che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli."
Frankie Hi-Nrg - "Quelli che benpensano" - 





giovedì 17 ottobre 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): passato l'Inferno della scorsa settimana di uscite da incubo, ecco giungere un nuovo weekend che non lascia molte chances alla gioia dello spettatore, purtroppo per noi tutti. Fortunatamente, a salvare il sottoscritto dallo sgradito collega Cannibal Kid e dalla desolazione in sala, c'è il ritorno di due veri e propri miti dei gloriosi eighties. Insieme.
Roba da estremo guilty pleasure.

"Stai calmo, Sly! Sai che Peppa Kid ha già richiesto un ordine restrittivo per te, Ford e The Rock!"
Escape Plan – Fuga dall’inferno di Mikael Hafström


Il consiglio di Cannibal: questo film è l’Inferno cannibale
Stallone e Schwarzy di nuovo insieme e questa volta entrambi protagonisti?
Cos’è, un sogno erotico di MrFord che si materializza?
O è un desiderio che ha chiesto al Genio della lampada?
Ford, adesso di desideri te ne restano soltanto altri due, e uno mi sa che l’hai sprecato per veder realizzata quella che si preannuncia come una delle minchiatone più clamorose dell’annata cinematografica, il triste canto del cigno di due ex icone di un tipo di cinema fortunamente relegato nel passato. Più che un film, una celebrazione della brutta recitazione. Più che una pellicola, un vero Inferno.
Il consiglio di Ford: meglio regnare all'Inferno, che servire il Cannibale!
Stallone. Schwarzenegger. Insieme.
Devo aggiungere altro?

"Dici che Cannibal Kid ci criticherà dopo averci visti in pigiama!?"

Una piccola impresa meridionale di Rocco Papaleo


Il consiglio di Cannibal: una grande impresa vederlo
Dio, cos’ho fatto di male che mi punisci così?
Non bastavano Stallone e Schwarzenegger insieme, mi devi pure mandare un film con l’odioso Rocco Papaleo?
Ma perché? Sono stato troppo cattivo con Ford, ultimamente?
D’ora in poi cercherò di essere più buono, ma solo se mi prometti che per Natale mi porterai una Emma Watson.
Ah, non sei Babbo Natale?
E vabbè, ma tra di voi divinità VIPs vi conoscerete, quindi mettigli una buona parola per me.
Il consiglio di Ford: un'impresa non bottigliarlo.
Rocco Papaleo. Really?
Dopo Basilicata coast to coast. Really?
Potrei lussarmi la spalla a furia di bottigliate. Passo.

"Prego affinchè Ford e Cannibal non vedano questo film."

Giovani ribelli – Kill Your Darlings di John Krokidas


Il consiglio di Cannibal: Giovani ribelli cannibali – Kill your Ford
Oh, in mezzo a tanta merda, finalmente un film che si preannuncia un minimo interessante. Certo, tra i protagonisti c’è il pessimo Daniel Radcliffe, il maghetto che dopo Harry Potter trasforma in porcheria tutto ciò su cui posa la sua bacchetta arrugginita, però il resto del cast non è male e la pellicola potrebbe anche rivelarsi una specie di L’attimo fuggente per le nuove generazioni. O magari no, però se non altro una visione sembra meritarsela. Al contrario del resto della robaccia fordiana della settimana.
Il consiglio di Ford: roba per Cuccioli poco eroici.
Filmetto adolescenziale di quelli che fanno andare in brodo di giuggiole il mio rivale che snobberò felicemente per godermi gli Expendables in azione, alla facciazza di tutti gli Harry Potter del mondo, primo di essi quel finto serpeverde del buon Peppa.

"Ma sai che se Ford scopre che bevi questo cocktail da Cannibale ti prende a bottigliate!?"

Two Mothers di Anne Fontaine
 
 
Il consiglio di Cannibal: se si intitolava Two motherfuckers lo guardavo di sicuro!
Mah, una pellicola che mi sa di drammone strappalacrime stracciapalle senza fine.
Però c’è la mia preferita Naomi Watts, e quindi una possibilità gliela si potrebbe anche dare, se solo non avessi già altri 3 milioni di film e serie tv più promettenti da recuperare, più anche qualche visione fordiana da bottigliare come si deve.
Il consiglio di Ford: mi basta un Cannibale, grazie.
Film che non ho alcuna voglia di vedere e che da qualche tempo galleggia nella chiavetta in attesa di una recensione nei giorni appena successivi all'uscita.
L'impressione è che si scateneranno bottigliate, neanche avessi tra le mani il nuovo lavoro di Malick, o un qualsiasi post del Cannibale. Posso solo sperare di essere smentito.

"Allora, chi prende Ford e chi il Cannibale!?"

Cose nostre – Malavita di Luc Besson


Il consiglio di Cannibal: per me ‘ste Cose possono anche rimanere vostre
Ecco un nuovo film di Luc Besson, regista discontinuo tanto disprezzato da Ford, un giorno mi dovrà spiegare il perché, che a me è sempre stato piuttosto indifferente. Una cosa che in genere non sopporto sono invece le pellicole sulla Mafia e ancor meno mi piacciono le commedie sulla Mafia. L’unico motivo per vedere un film come questo è allora Dianna Agron, che era anche l’unica ragione per cui continuare a vedere Glee e da quando non c’è più lei, adios Glee!
Il consiglio di Ford: Besson, tieniti pure le tue cose!
Di norma, non sono un grande fan dei film di mafia - fatta eccezione per quelli firmati da gente che sappia stare dietro una macchina da presa -.
E non sono un grande fan neppure di Besson, uno dei registi più inutili e sopravvalutati della Storia recente.
Una doppietta del genere potrebbe, dunque, risultare potenzialmente letale.
Penso, a questo punto, che mi darò ai recuperi.

"Te lo ripeto un'ultima volta: se Ford e Cannibal provano a parlare male di questo film, sono finiti!"

La prima neve di Andrea Segre


Il consiglio di Cannibal: la prima neve, l’ultima delle visioni
Okay che l’estate è finita, però cominciare già a pensare alla prima neve mi sembra prematuro. Soprattutto, mi sembra una cosa triste. Triste quanto leggere WhiteRussian, o guardare un film italiano non girato da Paolo Sorrentino.
Il consiglio di Ford: la prima neve, e speriamo anche l'ultima.
Considerato com'è andata la scorsa settimana, prima di pensare anche solo alla lontana di approcciare qualche inutile film italiano ci penserò qualche migliaio di volte.
Piuttosto preferisco schiaffarmi le stronzate generazionali che sponsorizza il mio antagonista.

Ford e Peppa Kid in gita in montagna.
Il flauto di Luciano Capponi


Il consiglio di Cannibal: Ford, sai dove puoi infilartelo, quel flauto?
Pellicola fantascientifica partenopea che solo per il trailer meriterebbe un Oscar al trash.
Io non ho veramente idea di come “film” come questi possano venire realizzati e pure distribuiti. Così come non ho idea del perché WhiteRussian continui a essere un pessimo blog sul cinema, quando potrebbe essere un ottimo blog sul wrestling…
Il consiglio di Ford: Cannibal, non voglio toglierti questo privilegio. Prima le signore! :)
Alla visione del trailer ho pensato che non fosse vero, o al massimo uno scherzo poco spiritoso di Peppa Kid. E invece no, come diceva Lucarelli nel suo Blunotte.
Paura, eh!?
Paura davvero.


"Ma davvero hanno distribuito un mio film in sala!?"

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