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domenica 8 gennaio 2017

Agnus Dei - Les innocentes (Anne Fontaine, Francia/Polonia, 2016, 115')




Qualche anno fa, ai tempi del grande momento radical della mia vita da cinefilo, i drammoni bellici - specie se non mainstream e tremendamente drammatici - rappresentavano una vera e propria miniera di occasioni per accrescere il mio status di "intenditore", e anche se a posteriori devo ringraziarli dal primo all'ultimo per avermi fatto scoprire registi come Waijda, in anni più recenti hanno trovato ben poco spazio qui al Saloon, complice una pesantezza di fondo che poco si adatta alla mia "rinascita anni ottanta" da tamarro senza quartiere.
Di tanto in tanto, però, è un piacere tornare a riscoprire questi territori, soprattutto in casi come quello di Les Innocentes - scandaloso e terribilmente ad influenza cattolica il titolo italiano, Agnus Dei, per quanto a ben vedere possa significare quasi la stessa cosa -, che analizza a partire da episodi di ispirazione reale la situazione della Polonia appena conclusa la Seconda Guerra Mondiale, con gli ultimi scampoli delle forze degli Alleati pronte a togliere le tende e l'ombra della Cortina e degli anni dell'Unione Sovietica in attesa di calare sui locali: in particolare, ci si sofferma sulla vicenda di un gruppo di suore in piena crisi morale e spirituale a seguito della sgradita visita di un manipolo di soldati per l'appunto sovietici, che per festeggiare la vittoria su Hitler decidono di concedersi un pò di piacere unilaterale lasciando dietro di loro un buon numero di religiose in dolce attesa ed altre segnate nel corpo e nella mente.
A fare da testimone alla battaglia interiore - e non solo - delle donne, una giovane dottoressa francese che nella Croce Rossa ha potuto osservare da vicino gli orrori della Guerra, e da atea convinta e comunista in termini di background si trova a fare da tramite per le giovani - ma non solo - donne tra la realtà dei fatti e della scienza e la loro Fede: in questo senso, a prescindere dalla cornice innevata e fotografata benissimo o del ritmo da film autoriale - che non avrebbe sfigurato tra gli anni sessanta e settanta dei Bergman o dei narratori russi -, a fare la differenza per quanto mi riguarda sono stati senza dubbio il rapporto ed il confronto tra le sorelle più giovani ed il medico così come la dimostrazione di Fede assoluta quanto cieca della Madre Superiora, che pur non rappresentando un personaggio negativo tout court mostra il fianco a quella che è una critica spietata degli autori proprio alla religiosità che sconfina non solo nell'ignoranza, quanto soprattutto nel grottesco e nell'assurdità.
Les Innocentes, però, è anche un film di spessore in termini di genere, tra i primi a mostrare in modo così netto non solo l'importanza, ma anche il coraggio delle donne in situazioni estreme di sofferenza e straniamento che, con ogni probabilità, avrebbero il sopravvento sulla quasi totalità degli uomini, ed una presa di coscienza rispetto a tutte le cicatrici che i conflitti lasciano non solo nelle persone che li vivono, ma anche nei luoghi e nelle società.
Dalla distanza dei medici francesi alle aggressioni dei soldati russi, passando per la chiusura delle monache - comunque molto ben caratterizzate e differenziate tra loro -, lo spettatore attraversa una vera e propria galleria di miserie umane in grado di toccare nel profondo e far riflettere, nella speranza di non dover mai vivere, in futuro nel corso della propria esistenza, situazioni come quelle che hanno attraversato l'Europa neppure un secolo fa.
Ma senza stare troppo a perdersi in pistolotti da messa in guardia rispetto alla Guerra - non credo ci sia bisogno di essere geni, per capire che non porta nulla di buono -, e a scapito dell'apparenza e della tenuta sicuramente lontane da quelle delle proposte mainstream, non posso che consigliare di tentare una visione di questo spessore.
Sia essa mossa dalla passione o dalla fede, dall'essere donna e solidarizzare con le coraggiose portate sullo schermo o uomo e vergognarsi almeno un pò, dall'essere da una parte o dall'altra della barricata, poco importa.
L'Umanità va sempre preservata.
Perchè tra le sue pieghe si rifugia quel poco di innocenza che ci è rimasta.




MrFord




 

mercoledì 28 dicembre 2016

Ford Awards 2016: i film (dal 40 al 31)




Inizia oggi la cavalcata per quello che è il Ford Award più importante dell'anno, che determina il miglior film uscito in sala: questo duemilasedici, a differenza di quanto accaduto per le serie tv, non è stato particolarmente memorabile per quanto riguarda i film, ma nei quaranta titoli selezionati dal sottoscritto troverete comunque visioni meritevoli non solo di attenzione, ma anche e soprattutto di coinvolgimento ed amore per la settima arte.
Che la carrellata cominci, dunque.





N°40: THE VVITCH - A NEW ENGLAND'S FOLKTALE di ROBERT EGGERS

 

Raramente è capitato che gli horror facessero capolino in questa classifica: a rompere uno schema quasi consolidato ci pensa questo vero e proprio trip firmato da Robert Eggers, forse troppo osannato dalla critica e dagli appassionati ma ugualmente affascinante, d'atmosfera ed a suo modo "mistico".
Da appassionato, questi sono i film di paura che vorrei molto più spesso in sala.

N°39: KUBO E LA SPADA MAGICA di TRAVIS KNIGHT


Uscito in sordina sul finire dell'anno ed intriso delle atmosfere che hanno reso grandi i film di formazione anni ottanta carichi di fascino orientale, ironia ed un approccio che mi ha ricordato l'epopea di Po, protagonista del franchise di Kung Fu Panda, Kubo e la spada magica è stata un'altra bellissima sorpresa nell'ambito dell'animazione, fin troppo snobbata in Italia in termini distributivi.


N°38: THE CONJURING - IL CASO ENFIELD di JAMES WAN


Secondo capitolo della saga dedicata ai coniugi Warren e secondo successo per James Wan, che sposta l'atmosfera dall'horror del primo capitolo al thriller di fede di questo secondo. Per chi ha amato Poltergeist - l'originale - e L'esorcista, una pellicola intensa e molto interessante, probabilmente uno degli horror mainstream più riusciti delle ultime stagioni.


N°37: FREE STATE OF JONES di GARY ROSS



Giunto al Saloon senza troppe aspettative ad attenderlo, il lavoro di Gary Ross legato alla Guerra di Secessione ed alle prime lotte per i diritti civili all'interno degli States rappresenta in tutto e per tutto il pane e salame: imperfetto, troppo dilatato nella prima parte e troppo serrato nella seconda, emoziona e coinvolge come tutti i film che hanno più pancia che testa. E da queste parti, va benissimo così.


N°36: CODICE 999 di JOHN HILLCOAT

 
John Hillcoat torna da queste parti dopo l'ottimo Lawless, confezionando un solido crime movie che parte a mille e perde qualche colpo in corso d'opera, ma resta in tutto e per tutto perfetto per il sottoscritto, in termini di approccio, tematiche e narrazione.
Anche in questo caso non si parla di una pellicola perfetta, ma assolutamente viva e sentita.
Ben vengano colpi di questo genere.


N°35: THE NICE GUYS di SHANE BLACK


Lo specialista di buddy movies nonchè fordiano ad honorem Shane Black confeziona una piccola chicca anni settanta all'interno della quale tutto funziona, dalla ricostruzione ai due protagonisti.
Niente di nuovo sotto al sole, ma un film che intrattiene, diverte, tiene svegli, coinvolge e riesce a rimbalzare tra la commedia ed il dramma senza perdere colpi è merce rara, oggigiorno.
Soprattutto se si tratta di un film con le palle.


N°34: AVE, CESARE! di JOEL e ETHAN COEN

 
I Fratelli Coen, da sempre sostenuti dal sottoscritto, tornano sul grande schermo con una commedia grottesca e surreale legata a doppio filo al mondo del Cinema, psichedelica e citazionista, forse poco comprensibile dalla maggior parte del pubblico ma ipnotica e davvero bella da vedere per chi, almeno in parte, ha amato l'epoca d'oro dei grandi Studios di Hollywood.
Per ogni genere un set, per ogni film una meraviglia.
Il succo della settima arte.


N°33: AGNUS DEI - LES INNOCENTES di ANNE FONTAINE


Si prosegue nella classifica dei Ford Awards 2016 con una pellicola intensa e dilatata, figlia del grande Cinema europeo e della tradizione di Wajda, legata alla Seconda Guerra Mondiale seppur pronta a raccontare gli strascichi della stessa da una prospettiva unica: non per tutti e non perfetto, ancoa una volta, ma senza dubbio un'ottima esperienza di visione.
Un film "fordiano d'autore" di quelli che farebbero incazzare il Cannibale.
E questo è un valore aggiunto.




Dalton Trumbo è uno degli indiscutibili idoli fordiani di tutti i tempi, scrittore e sceneggiatore idealista e mitico che non smetterò mai di amare per E Johnny prese il fucile, precursore dell'obiezione di coscienza e più "comunista così"di una decina di Ken Loach.
Il film di Roach e soprattutto l'interpretazione di Cranston gli rendono giustizia in modo molto classico ma assolutamente perfetto.


N°31: JULIETA di PEDRO ALMODOVAR


Chiude questa prima decina del classificone dei Ford Awards duemilasedici dedicati ai film usciti in sala quel vecchio drittone di Pedrito Almodovar, che confeziona un film sulla scia di quella che è stata la poetica che l'ha portato dov'è ora dimenticando gli scivoloni degli ultimi anni.
Passione, riscatto, ricostruzione nella migliore tradizione del regista iberico più legato ai sentimenti ed alle donne che il Cinema possa offrire.


TO BE CONTINUED...

mercoledì 1 aprile 2015

Gemma Bovery

Regia: Anne Fontaine
Origine: Francia
Anno: 2014
Durata:
99'





La trama (con parole mie): Martin Joubert, parigino d'adozione tornato da sette anni nel paese delle sue origini, in Normandia, da sempre legato al mondo letterario eppure felice di godersi la pace dei sensi e dell'anima grazie alla manualità della panificazione, si ritrova l'esistenza sconvolta dall'arrivo di due nuovi vicini, una coppia di sposi inglesi dal cognome evocativo, Bovery.
Entrambi legati al mondo dell'arte, Charles e Gemma appaiono felici e complementari, almeno fino a quando Martin nota una sorta di solitudine nello sguardo della giovane donna che lo porta ad associare la stessa con la protagonista di uno dei suoi romanzi di riferimento: quando il legame tra Charles e Gemma vacillerà a causa della storia di quest'ultima con il giovane Hervè, Martin si prodigherà cercando di intervenire, finendo per complicare ancor di più la situazione.
Come reagirà Gemma? E quale destino letterario si prospetta per l'eroina di questa improvvisata epopea romantica?









Se c'è una cosa che, per quanto potrò per sempre detestare i nostri cugini d'oltralpe, il Cinema francese continuerà ad avere rispetto a quello made in Terra dei cachi, è un tocco di classe che possiamo e potremo decisamente soltanto invidiare.
Ho approcciato Gemma Bovery con estremo ritardo rispetto all'uscita in sala, conteso idealmente tra le recensioni positive di un cinefilo fidato come il Bradipo ed uno assolutamente inaffidabile come il Cannibale, in una serata basata sul ripiego, con Julez destinata al riposo sul divano e nessun film dall'hype particolarmente alto in rampa di lancio, ed ho finito per godermelo giusto poco meno dell'ottimo Nella casa firmato da Ozon, uno dei cineasti transalpini più interessanti al momento in circolazione.
Non so se il magnetismo offerto da questa pellicola - peraltro firmata da Anne Fontaine, responsabile di quell'obbrobrio di Two mothers - sia stato guidato dai riferimenti letterari - pur non avendo mai letto Madame Bovary, resto profondamente legato al periodo della mia vita in cui la Letteratura fungeva da cartina tornasole per le mie giornate anche più di quanto il Cinema faccia oggi - o dalle curve armoniose e decisamente invitanti di Gemma Arterton - essendo da sempre preferibilmente un felliniano, donne di questo genere hanno il potere di toccare tasti decisamente "dolenti" -, ma il risultato non cambia: Gemma Bovery è stata una delle sorprese più interessanti di questi primi mesi del duemilaquindici, una pellicola capace di prendersi il suo tempo neanche ci trovassimo nel pieno di una seduzione, in grado di fotografare alla grande le illusioni maschili e la praticità femminile, e di mantenere l'equilibrio tra la tensione del thriller sentimentale e le risate della commedia romantica.
La figura di Gemma, al centro di una vicenda della quale, almeno in una certa misura, è spettatrice, e quella di Martin, spettatore per inclinazione ed indole, hanno finito per toccare nel profondo le due anime di questo vecchio cowboy, cresciuto come il secondo e vissuto davvero come la prima, passato dal timore di esporsi all'assoluta noncuranza delle conseguenze: e questo film è interessante proprio perchè in grado di mostrare le due cose senza prendere una posizione, ironizzando e drammatizzando senza disequilibri, sfruttando i cani come metronomi - del resto, siamo animali sociali - senza risparmiare nulla agli esseri umani, che finiscono per sentirsi sempre un passo avanti anche quando si trovano dieci indietro - condizione, questa, prevalentemente diffusa nel genere maschile -.
Di pari passo, inoltre, con la levità e l'approccio apparentemente soave del Cinema francese troviamo una fisicità che quasi ci riporta al burro di Bertolucci e di Marlon Brando, nascosto dietro un paio di mosse della Arterton che porterebbero alla resa molti - se non tutti - quelli che leggeranno queste righe: Gemma Bovery, con la sua beffa nel finale ed un dramma profondamente romantico mascherato da leggerissima commedia primaverile, riporta ad una dimensione decisamente semplice quello che i grandi scrittori hanno deciso di trasformare in materia alta pur essendo consci dell'inutilità dell'impresa.
In fondo, come giustamente ricorda il Professor Keating, scrivere è un modo ideale per "rimorchiare le donne", o almeno per credere di poterlo fare: nessuno, del resto, avrà mai alcune risposte, da una possibile conquista, ad un'innamorata, a qualcuno che pensiamo di conoscere, e invece è da un'altra parte, in un altro luogo.
Gemma Bovery è proprio così: pensiamo di averlo compreso, di aver decifrato l'enigma, ed invece è tutto lì, in un pezzo di pane.
La soluzione più tragicamente semplice alla volontà più intensa che si possa pensare: quella legata alla vita.
Peccato che non sempre si abbia la possibilità di concretizzarla: come un amore solo immaginato, o sfiorato, o sfiorito, o tramontato troppo presto.
Del resto, anche quando si crede di sì, non si dettano mai le regole.
Alla vita come al cuore e al basso ventre.
Ed è questo, il bello di Gemma Bovery.
Il dramma dell'impossibilità di fronte alla gioia della primavera.
Quasi il segreto della passione.




MrFord




"L'uomo che cammina sui pezzi di vetro
dicono ha due anime e un sesso di ramo duro in cuore
e una luna e dei fuochi alle spalle
mentre balla e balla,
sotto l'angolo retto di una stella."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" - 





martedì 12 novembre 2013

Two mothers

Regia: Anne Fontaine
Origine: Australia, Francia
Anno: 2013
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Lil e Roz sono amiche da una vita, ed oltre all'amore per l'oceano hanno coltivato un legame così forte da superare quello per gli amici ed i partners. Eccezione a questa regola sono Ian e Tom, i loro due figli, che vivono spensierati la post-adolescenza tra surf e speranze nel futuro.
Quando il marito di Roz si trasferisce a Sidney per un nuovo lavoro, tra quest'ultima ed Ian, figlio di Lil, nasce un rapporto ben oltre l'amicizia, scatenando la gelosia di Tom, figlio di Roz, che si spinge così tra le braccia della madre dell'amico.
Questo strano gioco delle coppie prosegue causando prima la separazione di Roz dal marito, dunque minando i rapporti che, negli anni, vedranno i due giovani costruire con le rispettive fidanzate e spose.




A volte capita di trovarsi di fronte ad alcune pellicole finendo per chiedersi il perchè della loro stessa esistenza: in alcuni casi si tratta di abomini vergognosi ed agghiaccianti come A serbian film, altre volte semplicemente di titoli buoni giusto per il cestino della spazzatura del Cinema.
E' il caso di questo Two mothers, robetta dal sapore di melò pruriginoso e finto autoriale firmata da Anne Fontaine, una regista che non ho mai apprezzato che porta in scena la sua versione "in famiglia" di Cinquanta sfumature di grigio raccontando la storia di Roz e Lil, amiche da una vita, prima madri e dunque nonne e sempre insieme, pronte come se niente fosse a sollazzarsi con il figlio ventenne l'una dell'altra.
Non che il sottoscritto possa scandalizzarsi per un rapporto con una così decisa differenza d'età - finchè si tratta di adulti consenzienti, ognuno è libero di divertirsi tra le lenzuola con chi vuole -, quanto più che altro per la malizia - mal gestita, tra le altre cose - che traspare da un film all'interno del quale finisce per non salvarsi nulla che non siano i meravigliosi paesaggi australiani e l'ancora splendida Robin Wright, in grado di fare mangiare parecchia polvere ad una Naomi Watts sempre più spenta e lontana dagli standard dei tempi di Mulholland Drive: i livelli di trash e di ridicolo involontari in grado di venire a galla nel corso della pellicola risultano clamorosamente alti, e senza soffermarsi sparando sulla croce rossa della vicenda portante finiscono per bastare passaggi agghiaccianti quali il confronto tra il pretendente di Lil che di colpo pensa di aver realizzato che la donna della quale è innamorato è in realtà lesbica ed ha una storia con la sua migliore amica o l'agghiacciante parte finale, con le nuore delle due inarrestabili cougars pronte a lasciare i loro mariti portandosi via le figlie di entrambi senza che gli stessi battano ciglio per aver perso la loro famiglia, contenti di potersi divertire l'uno con la madre dell'altro.
Come se non bastassero, inoltre, l'atmosfera da Beautiful su grande schermo unita a questo tipo di scivoloni, finiamo per incappare in una sceneggiatura tagliata con l'accetta pronta a fare fuori i personaggi "scomodi" in men che non si dica, dal marito di Roz - che nel giro di un paio d'anni finisce per costruirsi una nuova famiglia a Sidney, rimanere in ottimi rapporti con la moglie che l'ha lasciato per stare con il figlio ventenne della sua migliore amica senza preoccuparsi che il suo stesso rampollo abbia ricambiato mettendosi con quella stessa amica - alle mogli dei due ragazzi, conosciute praticamente per caso ed altrettanto a caso rimosse dalla storia nel momento clou per concentrare una volta ancora tutta l'attenzione sulla doppia coppia protagonista.
Un film, dunque, evitabile ed inutilmente "scandaloso", scritto più che male e patinato come se fosse uno di quei prodotti finto autoriali buoni solo - in questo caso - per stuzzicare qualche fantasia erotica nelle signore di mezza età da the delle cinque e finto film d'essai in sala, casalinghe - d'alto bordo - disperate che continueranno a non confessare neppure alle amiche di essere corse a casa a toccarsi pensando che non sarebbe poi male avere la possibilità di vivere lo stesso destino delle due protagoniste di questa sciapissima pellicola.
Per quanto mi riguarda, roba come questa può essere tranquillamente messa alla stessa stregua delle schifezze made in Italy che i distributori continuano a propinarci di settimana in settimana, rubando spazio a prodotti di tutt'altro livello che qui nella Terra dei cachi troppo spesso e volentieri rimangono un miraggio.
Forse perchè, in qualche modo, siamo un Paese di "quelli che benpensano".
Almeno in superficie.
Perchè sott'acqua è tutta un'altra cosa.


MrFord


"Ognun per se, Dio per se, 
mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica, 
mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano 
altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano. 
Mani che poi firman petizioni per lo sgombero, 
mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli, 
che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli."
Frankie Hi-Nrg - "Quelli che benpensano" - 





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