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giovedì 4 gennaio 2018

Seven Sisters (Tommy Wirkola, UK/Francia/Belgio, 2017, 123')




Lo sci-fi distopico, prima ancora di quello cosmico diviso tra astronavi e viaggi interstellari, è da sempre il mio favorito quando si parla di questo genere: da Blade Runner a Predestination, passando per Arancia meccanica, quando il Futuro appare più vicino del Presente nonchè specchio dei problemi dello stesso, è sempre interessante riflettere su quello che siamo e quale direzione potrebbe prendere - se non l'ha già fatto - il mondo.
Tommy Wirkola, autore che avrà sempre un giro gratis al Saloon grazie ai due spassosissimi Dead Snow ma anche un paio di bottigliate nella nuca per quella schifezza atomica di Hansel e Gretel, supportato da Netflix e da una Noomi Rapace nella sua personale versione di Orphan Black, regala una delle chicche più interessanti di questo periodo a cavallo tra la fine e l'inizio dell'anno, assolutamente non perfetto soprattutto nel corso dell'evoluzione della trama ma interessante, avvincente e ben ritmato, un giocattolone più profondo di quanto non si pensi di quelli che, giunti al termine della visione, si finisce per ringraziare quantomeno per aver ricordato quanto sia bello perdersi in una pellicola senza pensare al prima o al dopo, neanche ci si ritrovasse proiettati al suo interno.
What happened to Monday - adattato non si sa per quale assurdo motivo come Seven Sisters - è un viaggio non solo in un futuro spaventoso almeno quanto quello mostrato in cose come The Handmaid's Tale, ma anche nelle speranze di sette donne costrette a vivere una accanto all'altra e una come l'altra per oltre trent'anni, impossibilitate ad essere loro stesse se non all'interno di una casa che sarebbe quasi più facile identificare come prigione fino a quando il destino di una di loro non catapulta le altre al centro di una vera e propria lotta per la sopravvivenza che ha il sapore dell'inizio di una rivoluzione: Wirkola, che sotto sotto è un tamarro all'ennesima potenza, mescola con sapienza parti assolutamente action ad altre più intimiste - che, fatta eccezione per le rivelazioni nel finale, va detto, a mio parere funzionano solo parzialmente - e per quanto non destinato a lasciare davvero il segno nella Storia della Settima Arte, consegna al pubblico un gran bel prodotto d'intrattenimento, che non ha pretese ma guadagna punti, non si presenta come fosse un wannabe cult ma finisce, a modo suo, quasi per diventarlo.
Certo, la caratterizzazione delle sette sorelle è piuttosto tagliata con l'accetta e la Rapace non è un fenomeno, eppure tutto funziona e nel finale assistiamo ad un paio di twist decisamente interessanti, pronti ad offrire, oltre all'intrattenimento, spunti di riflessioni non indifferenti rispetto a quanto siamo o saremmo disposti a fare nel momento in cui si scontrano Amore e Famiglia, o ancora peggio, combaciano.
Il risultato è una sorta di versione tamarra di cose come Minority Report, tirata quanto basta per far vincere anche la stanchezza e godere dell'evoluzione della storia, che dalla sua ha il merito di aver tenuto inchiodata al divano anche Julez che non è particolarmente amante del genere ed ancor meno dell'attrice protagonista qui presente: merito senza dubbio di Wirkola, che vorrei vedere più spesso e con la possibilità di osare, senza essere imbrigliato da regole commerciali o trappole come il già citato Hansel e Gretel - del quale pare sia in lavorazione, purtroppo, un secondo capitolo -.
Per un titolo che doveva essere semplicemente una visione da decompressione da Feste e che ha finito per mancare la Top 30 dei Ford Awards praticamente solo per una questione di tempistiche, direi che è un risultato più che dignitoso.
Se consideriamo, poi, che gran parte dello stesso è merito di un(a) Lunedì, direi che il valore potrebbe addirittura raddoppiarsi.



MrFord



 

mercoledì 9 agosto 2017

Raw (Julia Ducournau, Francia/Belgio/Italia, 2016, 99')




Di norma, quando approccio un film per il quale l'hype è cresciuto grazie alle numerose recensioni rimbalzate in rete, le due cose che mantengono la mia guarda molto alta sono il fatto che spesso e volentieri venga identificato come titolo radical ed il gradimento dello stesso da parte del mio antagonista Cannibal Kid.
Nel caso di Raw, produzione franco/belga firmata da Julia Ducournau, le premesse suonavano campanelli d'allarme decisamente preoccupanti, essendo la stessa inserita nel filone più che radical da molti colleghi bloggers ed avendo colpito la mia già citata nemesi.
Armato dunque di gin tonic e della quasi certezza di massacrarlo, ho addentato Raw in una serata di calura di questo inizio agosto solo per scoprire quanto potente, ipnotico ed affascinante sia il lavoro di questa regista praticamente esordiente: un viaggio allucinato, disturbante, a tratti macabro, a tratti quasi divertente, che non ha nulla da invidiare alle idee del Polanski anni settanta così come alle produzioni di rottura dell'horror francese figlie degli Anni Zero - riuscite o no, poco importa -.
La discesa nell'oscurità e nella voracità della giovane Justine, che quasi fa da contrappasso alla favola buonista di Okja, è tutto quello che mi piace trovare in un film giunto su questi schermi a scatola quasi chiusa e legato esclusivamente al passaparola: tensione, idee, passione, pancia, voglia di raccontare e di osare, un talento ed un ego da misurare, imperfezioni, eccessi, eppure bellezza estrema nel mostrare il fianco agli stessi.
Ci sono molte sfumature, nascoste in questa produzione, non tutte piacevoli e non tutte immediate, ma senza dubbio, e mi sento di affermarlo nonostante si tratti di un titolo sulla carta molto lontano dai miei gusti ed inclinazioni, in grado di rimanere impresse nella memoria, o ancor più di sedimentare nel cuore e nella pancia pronte come bestie in agguato ad uscire, assetate di sangue, quando meno ce lo aspettiamo.
Il motivo per il quale Raw ha finito per entrarmi fin sotto l'ultimo strato di pelle, è principalmente legato al fatto che, a prescindere dall'evoluzione della storia, dalla rappresentazione di una famiglia che non ha nulla da invidiare a Lanthimos, dallo scontro e dall'incontro - perchè è questo che accade, con i legami di sangue di un certo tipo - tra sorelle, dall'escalation di voracità - che un predatore del mio stampo ben comprende - di Justine - nonostante io le preferisca senza ombra di dubbio la Alexia di Ella Rumpf -, l'opera di Julia Ducournau è viva, vibrante, ha il potere di far sentire il Cinema come vorrei si potesse percepire ad ogni visione, di quei poteri che ti lasciano steso dopo una scopata che ti ricorderai dopo anni e anni, o una mangiata goduriosa e senza ritegno.
Questo perchè, a prescindere dai sottotesti, o dalle possibili letture alle quali la pellicola si presta, Raw è un film profondamente umano, che racconta senza ombra di dubbio e peli sulla lingua la natura affamata che mostriamo, il desiderio che si fa strada nel cuore e nel ventre di ognuno di noi, a prescindere dal fatto che si sia disposti ad accettarlo, o anche solo ad ammetterlo.
Personalmente, ho fatto coming out sulla mia natura da parecchio tempo, ormai.
E la cosa non ha fatto altro che farmi sentire bene. E anche di più.
Perchè è senza dubbio vero che siamo crudeli, affamati, terribili, senza freni, e che quasi sempre dobbiamo muoverci nel mondo come se avessimo il freno a mano tirato: eppure, quando lo vogliamo, lo desideriamo, lo bramiamo, siamo presenti, furiosi, caldi, selvaggi, affamati.
E quella è la condizione che mi si addice di più.
Quella che mi piace vivere.
Quella che Raw ha tradotto in immagini.




MrFord




martedì 20 settembre 2016

In the deep (Johannes Roberts, UK, 2016, 87')



Con l'estate che, purtroppo, volge al termine, capita - e non è la prima volta - che finisca per aggrapparmi a pellicole che ancora la ricordano in modo da allontanare l'idea dell'autunno incombente: dunque, spinto dal suggerimento di Ink e pronto a chiudere un cerchio aperto dalla visione del discreto The shallows, ho deciso di recuperare In the deep, nuovo capitolo della sfida tra Uomo e Squalo sul grande schermo.
A differenza, però, del lavoro di Collet Serra, quello di Roberts è un prodotto che si concentra più sul crescendo di tensione claustrofobica delle due protagoniste, precipitate quarantasette metri sott'acqua in una gabbia per l'osservazione sottomarina, per l'appunto, dei più pericolosi predatori marini del pianeta, e costrette a fare appello a tutte le loro forze per tentare di sopravvivere e contattare l'equipaggio della barca che le aveva accompagnate: interessante, dunque, l'idea di base, così come il concetto del "conto alla rovescia dato dall'aria destinata ad esaurirsi, così come l'utilizzo dello spauracchio della "malattia da decompressione", ostacolo quasi insormontabile per chi si ritrovasse in una condizione simile e volesse decidere di tornare in superficie il più velocemente possibile.
Nonostante tutto, però, devo ammettere che In the deep, a conti fatti, finisce per perdere il confronto con il "rivale" estivo e già citato The Shallows principalmente a causa di un elemento di realismo che pare più sacrificato in questo caso che non nell'altro, nonostante l'ottimo doppio finale pronto a smussare gli angoli di un'impresa davvero quasi impossibile: senza dubbio questa riflessione è figlia anche delle aspettative che avevo finito per alimentare all'indirizzo del titolo qui presente, eppure l'idea di Blake Lively che conta i secondi per capire quanto tempo lo squalo che la assedia impiega per compiere il suo giro e lanciarsi alla disperata a nuoto verso la boa mi è parsa - tra le altre - molto più vera, di pancia ed umana delle continue discese e risalite delle due sorelline nella speranza di contattare via radio il capitano della nave, o l'incapacità dello squalo che le ha prese di mira di farle a pezzettini prima di subito, considerate le condizioni della gabbia e le dimensioni dello squalo stesso.
A "remare contro" anche una CGI per me non troppo convincente, la totale assenza di altre creature sott'acqua - impossibile che a quelle profondità, nonostante la presenza del predatore, non si veda neanche uno straccio di pescetto per tutta l'ora e mezza di durata della pellicola - ed una sensazione di claustrofobia che, nonostante tutto - io detesto andare sott'acqua, nonostante adori il mare, nuotare e via discorrendo, e sono una pippa anche a fare snorkeling -, non mi è parsa così insostenibile.
Non voglio, però, smontare troppo quello che resta comunque un buon prodotto d'intrattenimento, che mi sono goduto dal primo all'ultimo minuto, ha mantenuto sveglia perfino Julez soverchiata dagli impegni di mamma a tempo pieno e fatto battere il cuore dell'estate come se fossimo ancora all'inizio di giugno, con la cavalcata verso la stagione più calda e rilassata dell'anno ancora da compiersi: dunque, se volete concedervi un ultimo tuffo prima di accettare il fatto che arriveranno la pioggia e le giacche, ed i sogni ed il relax scivoleranno dagli alberi come foglie morte, In the deep è quello che fa per voi.
Soltanto ricordate di guardarvi bene attorno, perchè non è detto che l'appetito dello squalo possa essere considerato saziato.




MrFord




 

sabato 30 gennaio 2016

Mustang

Regia: Deniz Gamze Erguven
Origine: Turchia, Francia, Qatar, Germania
Anno:
2015
Durata:
97'








La trama (con parole mie): siamo all'inizio dell'estate in un piccolo villaggio della Turchia settentrionale quando Lale e le sue quattro sorelle, appena terminato l'anno scolastico e separatesi dalla loro insegnante favorita, in partenza per Istanbul, decidono di passare un pomeriggio in compagnia di un gruppo di ragazzi giocando innocentemente al mare.
L'evento scatena lo scandalo nella comunità locale, tradizionalista e di vedute ristrette, e da inizio ad una serie di eventi che porteranno le cinque giovani a confrontarsi con la dura realtà dei matrimoni combinati e della libertà pressochè assente consentita alle donne, soprattutto se giovani e dalle aspirazioni di indipendenza come loro: riusciranno in qualche modo a vincere le resistenze dei parenti, le imposizioni della società ed un destino che le vede tutte già indirizzate alla stessa, identica vita?









Sono il primo ad ammettere che, probabilmente, per quanto le ami da sempre, non riuscirò mai e poi mai a capire davvero le donne.
Troppo empatiche, troppo sveglie, troppo complicate per le bestie che siamo noialtri, che probabilmente e se siamo fortunati viviamo un periodo sensibile nel corso dell'adolescenza prima di lasciarci di fatto travolgere dagli istinti più selvaggi e primordiali - una cosa del tipo sesso, pappa, cacca, per intenderci -: spesso e volentieri, anzi, cerco di tenermi lontano da qualsiasi spiegazione, e cerco con tutte le forze - attuando anche fughe rocambolesche - qualsiasi rottura di palle da digressioni femminili in agguato.
Eppure, quando mi imbatto in visioni come quella di Mustang, non riesco a capacitarmi di quanto e come sia ancora possibile, ad Anni Zero ben più che appena iniziati, che esistano realtà sociali e politiche all'interno delle quali, di fatto, la donna viva ancora un ruolo da prigioniera, costretta a seguire una strada già scritta a meno di non correre rischi importanti per tentare di vivere la propria vita.
E finisco per incazzarmi, e non poco.
Perchè a ben guardare, perfino nelle nostre realtà "evolute" occidentali, la situazione risulta differente in termini macroscopici ma non microscopici: dal lavoro alla vita privata, infatti, le donne vivono ancora una condizione di sudditanza forzata rispetto all'uomo, in grado di saltare meno all'occhio del destino amaro di Lale e delle sue sorelle ma ugualmente negativa.
Penso alle signore ucraine responsabili delle pulizie nel mio posto di lavoro, che si stupiscono perchè noi italiani aiutiamo a sparecchiare la tavola, o a un sacco di miei amici o conoscenti che, a casa, non alzano il culo dal divano neppure per rifarsi il letto, lasciando le incombenze dei lavori domestici completamente alle loro compagne - una cosa che trovo piuttosto infantile, dato che, se vivessero soli, dovrebbero badare a tutta una serie di compiti con le proprie forze -: nessuno è perfetto, sia chiaro, e l'uguaglianza completa tra i sessi non è certo il mio primo pensiero, nel momento in cui penso alla fortuna che abbiamo a trovarci ad incrociare il cammino delle donne, eppure di fronte a lavori come Mustang mi sento scoraggiato rispetto al genere umano, almeno quanto quando capita di imbattersi in muri di ignoranza talmente grandi da rendere impossibile qualsiasi dialogo.
Ed è proprio la capacità di raccontare un muro di questo genere, ed il coraggio - seppur diverso per ognuna - di cinque ragazzine lasciate completamente a se stesse il pregio principale del lavoro di Deniz Gamze Erguven, che senza dubbio non inventa nulla ma porta sullo schermo un film dal grande cuore, che tengo a raccontare senza alcun riferimento legato alle connotazioni geografiche o religiose, che sarebbero solamente pretesti assurdi per collocare un certo tipo di soprusi lontani da casa nostra in modo da chiudere gli occhi rispetto a quello che avviene qui.
La storia di queste sorelle divenute pietra dello scandalo per un pomeriggio passato al mare in compagnia di alcuni compagni di scuola, rifugiatesi in piccole ribellioni quotidiane e nella speranza di una fuga da una casa che è come una prigione c'è tutta la necessità del mondo e della società di uscire da canoni vetusti ed ingiusti, che fanno comodo per coprire gli ominidi da divano e chi ha troppa paura delle donne per potercisi confrontare alla pari.
Personalmente, continuo a pensare possano essere delle gran rompicoglioni, e che in nove casi su dieci mi risparmierei volentieri il suddetto confronto, eppure questo non mi impedisce di sentire sulla pelle il piacere di potermi battere ad armi pari - pia illusione, considerata la nostra semplicità di bestie - con loro ogni volta che se ne presenti l'occasione.
E spero davvero che, un giorno non troppo lontano, giovani con un futuro ancora tutto da costruire come le protagoniste di questo piccolo, grande film possano essere libere di confrontarsi e rompere i coglioni a qualunque uomo vogliano, senza temere per questo di essere picchiate, uccise o, ancora peggio, condannate ad una prigione domestica a vita.





MrFord





"Love you so much
can't count all the ways
I'd die for you girl
and all they can say is:
He's not your kind"
Neil Diamond - "Girl, you'll be a woman soon" -





 

giovedì 30 aprile 2015

Two sisters

Regia: Jee Won Kim
Origine: Corea del Sud
Anno:
2003
Durata:
115'





La trama (con parole mie): Bae Soo Mi e Bae Soo Yeon sono due sorelle alle prese con problemi psicologici trovatesi a convivere con il padre e la nuova compagna di quest'ultimo, la crudele matrigna sempre pronta a metterle spalle al muro Eun Joo.
Quando il ritorno dalla clinica di igiene mentale di una delle due ragazze nella casa di campagna della famiglia riapre vecchie ferite, ed apparizioni misteriose segnano nel profondo ogni occupante della stessa, il conflitto tra le sorelle e la "dolce" metà del padre si inasprisce, incrinando i rapporti che le due mantengono con il genitore rimasto, per quanto labili gli stessi siano.
Ma cosa nasconde la dimora dell'improvvisato focolare domestico? Quali segreti si celano dietro l'instabilità delle ragazze e di Eun Joo? E quale ruolo hanno rispetto alla stessa il padre e gli ospiti che la famiglia accoglie?
Soprattutto, chi tra le giovani sorelle e la loro acquisita genitrice avrà davvero la ragione dalla sua parte?








Questo post partecipa all'iniziativa K-Horror Day.





Da che mi ricordi, e da quando ero bambino, il Cinema è sempre stato parte integrante della mia vita e del quotidiano di casa Ford, dai tempi in cui con mio fratello guardavamo una ventina di minuti de I Goonies o qualche altro cult mentre facevamo colazione prima di andare a scuola alla scoperta e riscoperta dei Classici, o dei nuovi autori: all'inizio degli anni zero, per un buon lustro ho attraversato la mia fase più radical chic come spettatore, concedendomi soltanto proposte d'essai ed approfittando della ricerca per scoprire aree geografiche che, cinematograficamente e culturalmente, conoscevo poco o per nulla.
Una delle più gradite tra le suddette scoperte fu la settima arte coreana, che da Kim Ki Duk a Bong Joon Ho riservò chicche davvero notevoli, ed è rimasta, anche dopo il mio risveglio tamarro, nel cuore del sottoscritto: da tanto tempo, però, mancava sugli schermi di casa Ford un ritorno di questo Cinema, ed approfittando della giornata dedicata al K-horror organizzata da Obsidian Mirror ho finito per approfittare ed unire due amori del mio passato di spettatore in un unica visione.
Peccato che, a parte l'eleganza - che già ben conoscevo - di Jee Woon Kim e dei suoi movimenti di macchina ed inquadrature, così come della ricercata fotografia, non mi sia rimasto, di fatto, praticamente nulla da una visione poco incisiva, a tratti decisamente noiosa e prevedibile rispetto alle influenze, recitata quel tanto sopra le righe da scadere, in alcuni passaggi, perfino nel ridicolo involontario: non che Two sisters sia oggettivamente un brutto film, o che sia privo della capacità di spaventare o quantomeno turbare lo spettatore - anche se, sarà l'età o il fatto di aver ormai alle spalle una carriera da veterano del genere, ormai trovo davvero difficile rimanere colpito da fantasmi, apparizioni e squilibri di vario genere -, eppure è come rimbalzato sbattendo forte contro la corazza di questo vecchio cowboy, assumendo i connotati dell'occasione sprecata e della classica pellicola che quasi dispiace di aver buttato sullo schermo, un pò come un appuntamento andato male o due ore tentenzialmente sprecate.
Evidentemente il momento di riavvicinamento al Cinema coreano per il sottoscritto doveva farsi attendere - o approfittare di qualche pezzo da novanta come fu I saw the devil, ad esempio -, così come alla sua componente - molto marcata, del resto - horror, che ha subito agli occhi del vecchio Ford una rovinosa caduta rispetto all'idea di tentare il recupero di qualche altro titolo che negli anni mi sono perso legato alla produzione coreana dei cari, amati film d'orrore.
Certo, a discolpa di Jee Woon Kim andrebbe segnalato che, a ben guardare, Two sisters rappresenta più un ibrido tra un dramma in famiglia legato a rancori e disfunzioni ed il noto cult giapponese The ring, e dunque non sarebbe sulla carta ascrivibile ad un genere fisso ed impostato, ma non basta una certa elasticità per trasmettere la vitalità che necessiterebbe una pellicola che passa e va senza colpo ferire - nonostante, lo ripeto, un grande gusto nella parte tecnica di regia e messa in scena - nonostante si proponga, almeno sulla carta, di lasciare un segno profondo in chi si trova dall'altra parte dello schermo.
Personalmente, con i titoli di coda, ho pensato più ad una liberazione, che non alle cicatrici - positive o negative che possano essere - che quest'opera poteva avermi lasciato negli occhi o nell'anima: e non è davvero mai una buona cosa.
Anzi, dovrebbe seminare il terrore più di qualsiasi horror.



Alla ricerca del terrore al mio fianco:
"Whispering Corridors" (1998) su Non c’è paragone
"Whispering Corridors" (1998) su Pensieri Cannibali
“Sorum” (2001) su Mari’s Red Room
“Three...Extremes” (2004) su La Fabbrica dei Sogni
“The Host” (2006) su Recensioni Ribelli
“Hansel & Gretel” (2007) su In Central Perk
“Thirst” (2009) sul Bollalmanacco di Cinema
“I Saw the Devil” (2010) su Delicatamente Perfido
“The Terror Live” (2013) su Cinquecento Film Insieme
“Mourning Grave” (2014) su Director’s Cult




MrFord




"If she looked me deep into my eyes
and softly asked me too
I'd be in her bed and in her flesh
and waste the life I knew."
Pain of salvation - "Sisters" -





venerdì 20 marzo 2015

Non sposate le mie figlie!

Regia: Philippe De Chauveron
Origine: Francia
Anno: 2014
Durata:
97'





La trama (con parole mie): i Verneuil sono una coppia di vecchi signori benestanti e cattolici legati ai valori ed alla realtà della Francia passata, con quattro figlie delle quali tre finite in spose rispettivamente ad un ebreo, un arabo ed un cinese. Già messi in crisi da questi legami e continuamente provati dalle difficoltà di riuscire a costruire un rapporto equilibrato senza che qualche commento di troppo - da una parte e dall'altra - porti a degenerare, i due anziani "suoceri" si troveranno ad affrontare la loro prova più dura quando la figlia minore ed ultima a doversi accasare deciderà di convolare a nozze con un attore di origini ivoriane.
L'organizzazione del matrimonio, le tensioni tra le sorelle - ed i rispettivi mariti - e l'arrivo in Francia per l'occasione della famiglia di Charles - questo il nome dell'ultimo arrivato in casa Verneuil - scateneranno una serie di fraintendimenti che potrebbero costare la cerimonia: riusciranno proprio i padri degli sposi, inizialmente su fronti opposti, a mettere una pezza?








Ricordo bene la sera in cui, qui in casa Ford, approcciammo questo Non sposate le mie figlie!.
Ero nel pieno di una delle influenze peggiori degli ultimi anni, probabilmente Julez ragionava pensando a farmi un favore lasciando che mi schiaffassi un film dietro l'altro per bilanciare la pausa forzata dagli allenamenti, ed entrambi non nutrivamo aspettative alte per una pellicola che, dal canto suo, in Francia si era rivelata campione d'incassi della stagione invernale.
Certo, i bei tempi di Quasi amici paiono lontani anni luce, ed i nostri cugini d'Oltralpe non sembrano mostrare lo smalto di qualche anno fa, eppure il lavoro di Philippe De Chauveron funziona, entro certi limiti, diverte quanto deve e risulta essere sicuramente più coraggioso ed ironico - soprattutto a fronte di un tema delicato come l'integrazione - di quanto non potrebbe mai essere un suo epigono italico, attento a non calcare troppo la mano per evitare di offendere questo o quell'altro.
Fortunatamente i dal sottoscritto tanto detestati francesi non sono afflitti dagli stessi problemi, e dunque seppur appoggiandosi ad una sceneggiatura piuttosto esile, il buon De Chauveron confeziona un prodottino garbato e spassoso, che tocca temi universali come i rapporti tra genitori e figli e mariti e mogli così come l'attuale realtà dell'integrazione a tutto tondo senza risparmiarsi colpi bassi all'indirizzo di tutti, dai bianchi, agli ebrei, agli arabi, ai cinesi fino agli africani, neanche ci si trovasse all'interno di una barzelletta vecchia scuola.
Dunque, azzeccando alcune sequenze effettivamente molto divertenti - il primo litigio tra i mariti delle Verneuil, il rapporto tra i due padri scettici divenuti progressivamente amici sotto il segno di Charles De Gaulle sul finale - e mantenendo un ritmo abbastanza sostenuto, la visione scorre senza troppi patemi, proponendo un tema attuale senza affondare nella retorica o richiedere, allo stesso tempo, un impegno eccessivo da parte del pubblico: un esperimento riuscito premiato dagli incassi e, chissà, aperto anche ad un sequel che potrebbe vedere i due vecchi Verneuil visitare le città d'origine delle famiglie dei loro generi, dalla Costa d'Avorio a Israele, dal Marocco alla Cina.
Un titolo da gustare in famiglia, e forse un modo per trovare un dialogo con genitori vecchio stampo ancora piuttosto refrattari non solo alla cucina etnica ma anche ad una cultura che corre - fortunatamente - nella direzione di una multiculturalità totale già a partire dai principali centri urbani - in questo senso, il riferimento alla possibilità di una società messa in piedi dai primi tre mariti per la distribuzione di prodotti bio Halal è fantastico -, e che sta vedendo nascere figli e nipoti di immigrati che cresceranno e studieranno da italiani - nel nostro caso - portando al contempo un bagaglio legato alle origini dei loro padri o nonni.
C'è da sperare, in questo senso, che l'Italia sia davvero pronta ad un passo simile, e che non faccia la figura del rigido borghesuccio bigotto in crisi perchè la figlia ha deciso di sposare "lo straniero": in quel caso l'ideale sarebbe liberare la battuta facile e sparare a zero, pur sapendo che qui nella Terra dei cachi alcuni riferimenti religiosi o più biecamente legati ai luoghi comuni ed usati per provocare non sarebbero mai passati ad una produzione nostrana.
Ma poco importa: si può sempre fare tesoro della lezione di cose esiline ma efficaci - a loro modo - come questa, e cercare di guardare al futuro mantenendo la mente elastica e la battuta pronta.
In fondo, lo scambio culturale può tranquillamente avvenire attraverso un bel duello verbale che non risparmia colpi bassi a nessuno: e dopo essersele cantate di santa ragione, non ci sarebbe niente di meglio che una bella mangiata e bevuta con reciproco scambio di ricette per accorciare le distanze.
In fondo, a prescindere dalla latitudine, ci sono passioni che accomunano tutti gli uomini: quelle legate agli appetiti e alla pancia, che parlano una lingua universale e paiono abbracciare senza alcuna distinzione di razza, credo, sesso o colore della pelle.





MrFord





"But I see your true colors
shining through
I see your true colors
and that's why I love you
so don't be afraid to let them show
your true colors
true colors are beautiful,
like a rainbow."
Cindy Lauper - "True colors" - 




domenica 15 febbraio 2015

At the devil's door

Regia: Nicholas McCarthy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
91'





La trama (con parole mie): Leigh, una giovane agente immobiliare, si assume l'incarico della vendita di una casa pignorata appartenente ad una coppia che ha visto scomparire l'unica figlia, fuggita con un uomo. Quando, ispezionando le stanze della casa, la futura venditrice si imbatte in una ragazza sfuggente e silenziosa, pensa sia proprio la figlia degli ormai ex proprietari dell'immobile: peccato per lei che, invece, la misteriosa adolescente sia l'emanazione di un'altra vecchia abitante di quelle mura, morta suicida negli anni ottanta dopo aver deciso, per amore, di vendere l'anima ad un demone con un rito che appariva solamente un gioco improvvisato.
Quando l'oscura presenza scopre l'esistenza della sorella di Leigh, Vera, decide che sarà proprio quest'ultima a fungere da cardine per il suo legame con questo mondo: toccherà dunque proprio a Vera cercare non solo di portare a casa la propria pelle, ma anche cercare di capire come gestire il demone.








L'horror è un genere ormai bistrattato dai suoi stessi autori, protagonista di una clamorosa discesa negli abissi della scarsa qualità da fare quasi invidia al percorso che sta portando ad una sempre più consistente involuzione il Cinema italiano: da tempo, infatti, direi che anche qui al Saloon, quando si parla dei cari, vecchi, film di paura, si finisce per incontrare qualcosa di interessante più o meno una volta ogni dieci, quando va bene.
Il resto, se non facilmente dimenticabile, si rivela di norma una vera, propria e sonora schifezza.
Si avvicinava il passato Halloween quando decisi di recuperare, tempistiche permettendo, At the devil's door, ultimo lavoro di Nicholas McCarthy, autore già noto per The pact - che presto farà capolino da queste parti - e considerato come uno dei meno peggio nella schiera dei paladini dell'horror americano attuale: in realtà i piani originali prevedevano che recuperassi questo titolo e lo recensissi proprio per la notte delle streghe, mentre ha finito per arrivare in casa Ford in tempo per il Giorno del Ringraziamento, e alla pubblicazione per Carnevale.
Curioso, e quasi lostiano, che insieme a Kristy - ambientato proprio a Thanksgiving -, At the devil's door abbia rappresentato uno dei titoli di genere più interessanti che mi sia capitato di visionare negli ultimi mesi: senza dubbio non parliamo di qualcosa di nuovo o innovativo - del resto, l'argomento possessioni e l'utilizzo dei demoni sono ormai ampiamente inflazionati -, quanto di una pellicola forse appena discreta interpretata da attori non di prim'ordine - il volto più noto è quello di Naya Rivera, una delle prime protagoniste di Glee -, di fatto molto derivativa, eppure per la sua ora e mezza scarsa in grado di intrattenere come si conviene riuscendo al contempo nella non facile impresa di azzeccare il cambio di rotta posto indicativamente attorno alla metà - corrispondente al passaggio dell'attenzione del demone da Leigh a sua sorella - ed un finale non scontato come si potrebbe supporre considerata l'evoluzione dei rapporti tra i gli abitanti degli Inferi ed i comuni mortali in queste occasioni.
Un plauso al regista andrebbe fatto, inoltre, per la scelta - coraggiosa, considerati quelli che sono gli standard di questo tipo di prodotti - di evitare di portare sullo schermo il classico scontro finale tra la protagonista e l'entità malvagia, che resta visivamente in ombra quanto basta per essere inquietante senza strafare e ricordare più l'oppressività del primo Alien che non le recenti sbrodolatone da wannabe salto sulla sedia incapaci di spaventare perfino volendo scegliere di farsi terrorizzare.
A questo si aggiungano la già citata chiusura ed un piglio molto sincero nel modo di raccontare di McCarthy, ed il risultato è un titolo che, per quanto limitato, riesce ad assolvere al suo compito di strumento di intrattenimento pur non raggiungendo livelli di inquietudine come quelli di Lake Mungo.
E' dunque giunto finalmente il momento, per l'horror, di cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel grazie agli sforzi di registi saliti agli onori della cronaca - pur se di nicchia - partendo dal basso? 
Forse è ancora presto per dirlo, ma esperimenti come At the devil's door hanno il merito di portare all'attenzione di noi avidi divoratori di settima arte nomi nuovi ed un respiro che è fondamentale per questo tanto bistrattato genere, in modo da guardare al futuro con almeno un minimo di speranza.
E se, per il momento, non sarà propriamente il Diavolo in persona a bussare alla nostra porta, faremo di necessità virtù nell'attesa che i grossi calibri si facciano sentire, e che i McCarthy di oggi possano porre le basi per le pietre miliari di domani.
Anche perchè, se dovessimo continuare con il presente dell'horror, entro una decina d'anni non basteranno neppure più i Rosemary's baby, a salvarci dalle visioni maligne.




MrFord




"I'm only lonely when the music's over
lonely when you're going home
we don't celebrate Sundays anymore
(we don't celebrate Sundays)
my good church is not open on Sundays
(we don't celebrate Sundays)."
Hardcore Superstar - "We don't celebrate Sundays" - 





mercoledì 14 gennaio 2015

Ouija

Regia: Stiles White
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 89'




La trama (con parole mie): Laine, fin da bambina, è affascinata dall'utilizzo di una tavola ouija, che permette, per gioco o suggestione, di mettersi in contatto con il mondo degli spiriti e fare domande che riguardino questa realtà e quell'altra.
Quando, una volta cresciuta, la sua migliore amica commette apparentemente suicidio dopo aver trovato lo stesso tipo di misteriosa tavola in soffitta, la ragazza decide di indagare, coinvolgendo la sorella minore e le persone a loro più vicine.
Il loro dialogo con l'aldilà, però, sarà turbato da inquietanti e pericolose presenze che paiono aver trovato rifugio nella dimora della defunta Doris, e che si preparano a rivelare una storia antica e terribile di madri, figlie e morte.
Riusciranno i ragazzi a sopravvivere?








Una delle più grandi piaghe che ho vissuto da spettatore lo scorso anno è stata, senza dubbio, la Blog War incrociata tra Cinema Teen e Cinema Action disputata come di consueto con il mio rivale di sempre, Cannibal Kid: per quanto si trattasse di recuperi, i titoli da lui imposti nell'agghiacciante lista propinatami sono stati tra i più indigesti del duemilaquattordici - almeno nella loro maggior parte -, schegge impazzite in grado di trasformare qualsiasi visione teen futura del sottoscritto in una sorta di incubo, almeno sulla carta.
A ridosso del Natale negli States e per festeggiare l'inizio del nuovo anno qui da noi, è giunto in sala Ouija, titolo ispirato nientemeno che da un gioco da tavolo - un pò come accadde per il tamarrissimo G. I. Joe, guilty pleasure del sottoscritto legato a doppio filo ai soldatini che furoreggiavano negli anni ottanta - e girato nel pieno rispetto di tutte le connotazioni horror/teen che furoreggiavano proprio un trentennio fa: peccato che, nonostante le buone premesse - spiriti maligni, atmosfera eighties, la speranza di almeno un paio di salti sulla sedia - il lavoro imbarazzante di Stiles White si sia rivelato degno delle peggiori selezioni del mio antagonista.
Non solo, infatti, in casa Ford ci si è trovati di fronte ad una sceneggiatura scritta con i piedi da un qualche primate tra i meno dotati del pianeta - ed infarcita dai purtroppo sempre più diffusi buchi di logica che il genere regala, come mostrare, peraltro nella scena migliore della pellicola, Doris impiccata con le lucine che addobbavano la sua camera e, nel passaggio appena successivo, mostrare le stesse ancora ben attaccate alle pareti -, ma la scarsa empatia con protagonisti e gli spiriti che li minacciano ed una totale mancanza di una qualsivoglia tensione - e ho scritto tensione, non spavento, badate bene -, unite ad un ritmo che è stato in grado di trasformare l'ora e venti appena accennata di durata in una vera e propria maratona per le palpebre rendono di fatto Ouija uno dei candidati più importanti al Ford Award dedicato al peggio del duemilaquindici già in questa prima metà di gennaio.
A prescindere, comunque, dal risultato qualitativamente pessimo di questa robetta, la cosa che più indispettisce, in questi casi, è che i post legati a titoli di questa risma finiscono senza ombra di dubbio i più difficili da costruire e da scrivere: sotto molti aspetti, infatti, demolire o scagliarsi contro un film che ci ha sconvolto o fatto incazzare è tremendamente più facile che sparare sulla croce rossa con sottospecie di tentativi come questo.
In un certo senso, la stessa visione è stata emblematica: inizio goliardico, con prese per il culo e frecciate all'indirizzo del regista e del prodotto da parte degli occupanti di casa Ford, parte centrale al limite del coma, nel corso della quale più volte si è finito per interrogare la coscienza rispetto al perchè diavolo non si fosse già sotto le coperte, ed un finale che, più che un'escalation, è stato di fatto una liberazione.
E non da uno spirito, una visione o chissà cos'altro, ma da un certo tipo di Cinema che non solo non funziona, ma non ha mai e poi mai avuto gran fortuna: quello palesemente brutto.




MrFord




"With the lights out, it's less dangerous
here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
here we are now, entertain us."

Nirvana - "Smells like teen spirit" -









sabato 8 novembre 2014

10 cose che odio di te

Regia: Gil Junger
Origine: USA
Anno: 1999
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Cameron, appena giunto in una nuova scuola, viene guidato dal solerte Michael nella scoperta dei numerosi gruppi più o meno cool dell'ambiente. Innamoratosi perdutamente di Bianca, una studentessa del secondo anno, il ragazzo cercherà in tutti i modi non solo di guadagnarsi un'uscita con lei, ma anche di avere le sue attenzioni, fino a quel momento indirizzate all'aspirante modello Joey. 
Perchè il tutto possa realizzarsi, però, Cameron dovrà fare in modo di sistemare Kat, sorella maggiore di Bianca nonchè spauracchio di tutti gli appartenenti al sesso maschile - e non solo - dell'istituto, aggirando in questo modo la regola del padre delle ragazze che prevede un'uscita soltanto in doppia coppia: il candidato ideale che possa condurlo al successo pare essere Patrick, che la maggior parte degli studenti evitano e temono a causa della sua fama di delinquente.
Cosa accadrà quando le coppie tenteranno di formarsi?








Questi sono i post peggiori da scrivere.
Senza alcuna ombra di dubbio.
Quelli che, se non fosse che aggiornare il blog ogni giorno parlando di ogni singola pellicola che passa su questi schermi riesce a regalarmi soddisfazione, non mi sognerei neppure di recensire.
Quelli non abbastanza da farmi abbandonare al trasporto, positivo o negativo che sia.
Quelli non abbastanza in assoluto.
10 cose che odio di te, giunto da queste parti "grazie" al mio antagonista Cannibal Kid, è una vera schifezza per adolescenti buona giusto per i pomeriggi - e neppure le sere, badate bene - da rete Mediaset in pieno weekend da penuria di ascolti.
Una robetta anni novanta fino al midollo che, se non fosse per il futuro astro nascente Joseph Gordon Levitt ed il compianto Heath Ledger finirei per descrivere in una manciata di parole non troppo tenere, avendo passato da un bel pezzo l'adolescenza e non trovando nulla che possa permettere al lavoro di tale Gil Junger di essere ricordato.
Una compilation di stereotipi e favolette trite e ritrite condita giusto da un paio di battute meglio riuscite delle altre - quella del "Mi ha baciato!" "Dove?" "In macchina" è stata, lo ammetto, carina - in grado appena di soddisfare lo standard delle tredicenni di una quindicina di anni or sono, e che ora, forse, potrebbe riuscire a risultare sopportabile per gli studenti delle elementari, anche se non ci metterei la mano sul fuoco.
Una sceneggiatura ridicola fa da cornice al classico filmetto di cassetta buono per una parte del cast come trampolino per ingaggi più interessanti - oltre ai già citati Levitt e Ledger, ci sta tutta anche Julia Stiles -, che cerca di rifarsi ai modelli figli degli anni ottanta senza riuscire neanche alla lontana a raggiungerli, e che solo robuste dosi di alcool permettono di sopportare fino alla fine senza manifestare un desiderio quasi incontrollabile di alzarsi dalla poltrona e fare una capatina in bagno o in cucina per prendere il cibo regalandosi una pausa che possa durare quanto più possibile senza per questo sognarsi di mettere in pausa la pellicola.
Imbarazzanti dunque le situazioni, agghiaccianti i protagonisti ed incolori e già note le loro storie, terribili le scene scult - Heath Ledger che canta per Julia Stiles a bordo campo ha rischiato di compromettere la mia sanità mentale -: l'unica scusante è che, probabilmente, l'effetto che questa merdina riesce a fare è lo stesso che i film di genere - molto di genere, anzi - producono nei non avvezzi allo stesso.
Peccato che le fan di questo tipo di pellicole siano con ogni probabilità ragazzine intorno ai dodici anni che con il Cinema non hanno niente a che spartire.
Un pò come 10 cose che odio di te, che sarebbe un miracolo associare alla settima arte anche solo per una di esse.




MrFord



"Cruel to be kind, in the right measure
cruel to be kind, it's a very good sign
cruel to be kind, means that I love you
baby, you gotta be cruel to be kind."
Letters to Cleo - "Cruel to be kind" -



domenica 18 agosto 2013

Che fine ha fatto Baby Jane?

Regia: Robert Aldrich
Origine: USA
Anno: 1962
Durata:
134'




La trama (con parole mie): Baby Jane Hudson è la tipica bambina prodigio, protagonista di uno spettacolo tutto esaurito che porta avanti spalleggiata dal padre, e che tiranneggia sull'intera famiglia, a partire dalla sorella Blanche. Quando l'avvento del Cinema ribalta i ruoli e vent'anni dopo all'insuccesso di Jane corrisponde l'ascesa inarrestabile di Blanche, il destino interviene nella vita delle due donne a seguito di un tragico incidente a causa del quale Blanche perde l'uso delle gambe e si trova costretta a ritirarsi dalle scene, vivendo accanto a Jane - che si sospetta essere la responsabile dell'accaduto - un tormento quotidiano che la vede praticamente prigioniera.
L'escalation violenta dell'ex bambina prodigio porta ad un esarcerbarsi del conflitto tra le due, che culminerà in una rivelazione tinta di sangue che potrebbe portare alla luce del sole altri scheletri tenuti nell'armadio dalle Hudson.




Robert Aldrich, parlando di Cinema USA, è senza dubbio uno dei registi più tosti e cattivi che il panorama old school abbia offerto al pubblico, nonchè uno dei più ammirati dal sottoscritto fin dai tempi della prima visione del Capolavoro Un bacio e una pistola, uno dei film più importanti della mia storia di spettatore che prima o poi deciderò di affrontare anche qui al Saloon: approfittando, dopo anni trascorsi dall'ultima visione, di un regalo di mio fratello, ho riesumato Che fine ha fatto Baby Jane?, titolo mitico che un decennio dopo l'altro è divenuto una sorta di icona della cultura pop, nonchè uno dei noir dal più vasto seguito di pubblico dopo le perle di Hitchcock.
Impreziosito da un bianco e nero pazzesco e dalle interpretazioni da urlo - in tutti i sensi - di Joan Crawford e Bette Davis, il lavoro di Aldrich raccoglie in qualche modo il testimone di Viale del tramonto di Billy Wilder mescolandolo ad un'atmosfera tesa e morbosa come quella che fungerà da spina dorsale all'ottimo Misery non deve morire di Rob Reiner di una trentina d'anni dopo, guidando lo spettatore attraverso una storia che tocca temi come la famiglia, il disagio mentale, la vendetta, la gelosia, il rimpianto, l'incapacità di prendere coscienza di un tempo che è passato portandosi via la gloria ed il successo.
Il rapporto conflittuale tra le due sorelle più agguerrite del grande schermo, oltre ad essere decenni avanti rispetto ai tempi dell'uscita - soltanto La morte corre sul fiume e Il corridoio della paura, a mio parere, osarono tanto all'epoca -, fornì uno degli esempi più importanti che il thriller ed il grottesco abbiano mai regalato al pubblico, costruendo una vicenda ambientata principalmente tra le mura di casa Hudson ma non per questo meno tesa ed inquietante, in grado di alimentare la tensione ad ogni ritorno a casa di Jane o tentativo di Blanche di liberarsi dal giogo della sorella - che regala momenti agghiaccianti come il pappagallo servito per pranzo o il confronto con le bambole che la raffiguravano ai tempi d'oro del successo -: la vicenda dei bambini prodigio finiti nel dimenticatoio - affrontata con sensibilità adeguata quasi quarant'anni dopo soltanto da Paul Thomas Anderson in Magnolia -, unita all'astio alimentato da anni di soprusi tra le due sorelle e culminato con il twist e la rivelazione conclusivi contribuiscono a solidificare le fondamenta di uno dei Classici più importanti del Cinema a stelle e strisce, riflessione amarissima sulla decadenza - morale e fisica - nonchè sulle bassezze delle quali gli esseri umani sono capaci, spesso quanto più in alto sono riusciti ad arrivare, quando l'intenzione è quella di tornare sulla cresta dell'onda.
Ed il prezzo pagato da Blanche pare essere comunque poca cosa rispetto all'acredine alimentatasi fin dall'infanzia ed in grado di rendere queste donne profondamente disturbate e disturbanti due dei volti più importanti che la settima arte abbia potuto concepire, portati in scena da un regista che non ebbe mai paura di prendersi anche soltanto un rischio in più: le stesse attrici, interpreti note per essere l'una il volto dell'eroina e l'altra della follia espressa da due occhi divenuti un simbolo - nonchè una delle canzoni più belle degli anni ottanta, Bette Davis eyes -, hanno avuto il grande merito di calarsi in due ruoli complessi e sofferti riuscendo a portare in scena il meglio che gli stessi potessero offrire, definendo due ritratti di terrificante disagio e profondissima umanità.


MrFord


"And she talks like you 
and she smells almost like you
a child of the wild just like you
but she's not all you
even strives not to be you
just like every sister would do."
Pain of salvation - "Sisters" -



giovedì 2 febbraio 2012

Shame

Regia: Steve McQueen
Origine: Uk
Anno: 2011
Durata: 101'


La trama (con parole mie): Brandon vive e lavora a New York in perfetta solitudine, alternando la sua esistenza da yuppie a sessioni intensive di porno su internet e scopate occasionali, a pagamento e non. Tutto pare filare liscio come l'olio, fino a quando nella sua quotidianità non rientra la sorella Sissy, con la quale l'uomo ha un rapporto completamente irrisolto e che è destinata a sconvolgere le sue giornate di freddo equilibrio e controllo, tanto da forzargli la mano fino ad arrivare a sfiorare quello che potrebbe diventare un vero rapporto di coppia.
Ma quando le certezze cominciano a vacillare e prende corpo la "vergogna", tutto pare messo in discussione. Anche la vita stessa.





E così, Steve McQueen non ce l'ha fatta.
Da un certo punto di vista penso che potrei sentirmi addirittura più deluso di una sana incazzatura da bottigliate selvagge.
Perchè il tanto chiacchierato Shame non riesce ad andare oltre ai limiti del da poco ripescato Hunger, presentandosi con una confezione impeccabile, alcuni spunti notevoli, eppure un'incapacità di fondo di andare dritto al cuore dello spettatore, o rimanere impresso come un abominio o un Capolavoro.
Forte di una fotografia splendida e di due interpretazioni ottime - Fassbender e, non dimentichiamola, Carey Mulligan, che per quanto non mi piaccia continua a regalare al pubblico personaggi a loro modo di culto -, Shame avrebbe tutte le carte in regola per essere un nuovo volto dello splendido Two lovers di James Gray, da me personalmente adorato, con in più il brivido del sesso rivisitato - anche se purtroppo nel lavoro di McQueen non in chiave ironica - già qualche anno fa in Shortbus, eppure, nonostante sequenze decisamente interessanti, resta poco più di una discreta visione, di quelle che fanno sentire lo spettatore come un allenatore con un numero dieci che non inventa ma si perde nelle leziosità già a partire dalla prima inquadratura.
Passaggi notevoli, dunque, come quello dell'abbordaggio in metropolitana - che mi ha ricordato momenti vissuti anche dal sottoscritto, ai tempi del mio stato brado - con le sue due facce, i dialoghi tra Brandon e Sissy a cercare di trovare un'interpretazione al loro rapporto, il litigio tra i due, lo splendido appuntamento tra lo stesso Brandon e Marianne - il momento migliore della pellicola, a mio parere -, vengono vanificati da passaggi al limite dell'inutilità come la vita da ufficio del protagonista - che trascorre tra una Red Bull e un sito porno, oltre ad una totale elasticità di orari e tolleranza rispetto all'entrata e all'uscita: vorrei anche io avere un lavoro così -, il secondo incontro con la stessa Marianne - scivolato progressivamente nel cattivo gusto - ed il crescendo finale, che invece di raccogliere i semi delle ottime premesse dello script a proposito dell'evoluzione dei personaggi di Brandon e Sissy cerca nella banalità della risoluzione più ovvia una strada per analizzare la loro relazione - decisamente più profonda di quanto le stesse scelte di sceneggiatura facciano intendere -.
Peccato, perchè avrei preferito davvero incazzarmi e scatenare la mia furia sul patinatismo da radical chic o stupire il mio antagonista Cannibale affermando di avere trovato un nuovo film di culto, piuttosto che essere qui a scrivere che Shame è un film soltanto "carino", un pò come quando si esce con qualcuna che si sa già non si rivedrà più, e si finirà per evitare non rispondendo alle sue chiamate.
Da questo punto di vista McQueen potrebbe addirittura aver fatto centro, anche se mi pare davvero eccessivo associare un'analisi così profonda come quella dipinta da alcune recensioni a proposito della dipendenza dal sesso a questo film: in fondo, non viene raccontato nient'altro che il gioco della mente di un uomo che non avrà mai quello che vuole e, dunque, trova la sua soddisfazione soltanto nel distacco - e torniamo all'ottimo dialogo tra Brandon e Marianne - e nel sesso senza come o perchè.
Certo, questo protagonista vive da depresso anche la più liberatoria delle scopate, ma in fondo, forse, è proprio così che va: io stesso, nei periodi della mia vita da "ok usciamo stasera ma non sperare che ti richiamerò mai da domani mattina in avanti", probabilmente, sapevo bene cosa avrei voluto, ed il piacere della conquista del momento non ha mai davvero alimentato la bramosia che tutti portiamo dentro, sia essa legata, oppure no, al sesso.
Da questo punto di vista avrebbe forse meritato più spazio il personaggio della Mulligan, che sarebbe stata utile per scoprire quali sono i meccanismi che scattano in noi quando per esorcizzare un grande amore finiamo per rifugiarci nella vergogna o nella fuga.
E poi, sarà davvero vergogna, quella espressa?
In fondo, tutti siamo egoisti - chi più, chi meno, certo - e tutti abbiamo bisogno di sentire quel brivido che all'inizio può spaventare, ma che resta il magnete più forte cui tutti noi piccoli pezzettini di ferro possiamo fare ritorno.
Quello che è certo, è che Shame non sia un film da buttare.
Ha un sacco di qualità, e sono tutte da scoprire.
Dall'altra parte, è anche ben lungi dall'essere un Capolavoro.
Dovessi parafrasare la vita di Brandon, potrei dire che non sarà certo una vergogna apprezzarlo, ma che non risulterà niente di più della sveltina di una sera fuori.
Il giorno dopo, si finirà per averlo già dimenticato.


MrFord


"What a shame we never listened
I told you through the television 
and all that went away was the price we paid
people spend a lifetime this way
oh what a shame..."
Robbie Williams feat. Gary Barlowe - "Shame" -

martedì 1 novembre 2011

Brothers and sisters Stagione 5

Produzione: Abc
Origine: Usa
Anno: 2010/2011
Episodi: 22



La trama (con parole mie): le vicende della famiglia Walker tornano sul piccolo schermo sconvolte da un incidente che ha turbato le vite di tutti, lasciando ferite che difficilmente potranno rimarginarsi. 
Kitty è chiusa nel suo dolore, Sarah cerca di reinventarsi professionalmente ora che la storia con Luc pare andare a gonfie vele, Justin sta per fare ritorno dal fronte mentre Kevin e Scotty si concentrano sul loro sogno di diventare finalmente padri.
Il tutto mentre Nora torna a confrontarsi con l'idea di trovare un nuovo compagno che possa finalmente darle l'amore che ha inseguito per tutta la vita.
Un'ultima stagione che cerca - senza successo - di tirare le fila di quelle che furono le storylines principali delle precedenti annate.


I serial "in famiglia", in un modo o nell'altro, hanno sempre - titolo più, titolo meno - esercitato un certo fascino, sul sottoscritto, complici i successi di meraviglie come I Soprano o Six feet under, titoli che hanno fatto la storia del piccolo schermo riuscendo - pur se in modo non proprio convenzionale - a convogliare le situazioni ed i sentimenti che viviamo tra le mura della nostra casa - da quando siamo figli a quando diventiamo genitori a nostra volta - portando lo spettatore ad un livello di coinvolgimento unico.
Brothers&sisters, pur non assestandosi sugli standard di titoli come quelli appena citati, si era sempre difesa mantenendo quella giusta dose di "onestà" che permette una visione d'intrattenimento senza infamia e senza lode con qualche picco di emozione di tanto in tanto: paradossalmente, la stagione che poteva significare, oltre alla continuazione della programmazione, anche il vero e proprio salto di qualità, è coincisa con il peggior momento della serie, soprattutto in fase di script.
Fin dal primo episodio, infatti, e dal fantomatico incidente che costerà la memoria a Holly e la vita a Robert, la sceneggiatura e le scelte legate ai personaggi appaiono quantomeno nebulose, poco giustificate e spesso talmente improvvise da apparire più come tentativi disperati di risollevare i dati di ascolto che non come vere e proprie decisioni legate all'evoluzione della storia: dall'incidente appena citato ai continui cambi di direzione presi per la vita e la professione di Kitty dopo la perdita del marito fino all'utilizzo praticamente nullo del figlio adottivo Evan - un vero e proprio peso morto per il personaggio interpretato dalla Flockhart -, passando per la sieropositività di Saul ed il tradimento di Scotty, per non parlare dei ritorno della vecchia fiamma di Nora Brody, tutto pare decisamente confusionario e privo di un vero senso.
Un velo andrebbe calato anche sui due ritorni "part-time" di Tommy, passato dall'essere uno dei personaggi cardine della famiglia ad una sorta di macchietta - anche in questo caso completamente liberata dagli elementi dell'ex moglie e della figlia, che avrebbero certo fornito uno spessore maggiore - con poco o nulla a che spartire con quello che fu uno dei protagonisti delle prime - e migliori - annate di questa produzione.
L'unica situazione che pare, al contrario, in linea con l'evoluzione naturale dei protagonisti è quella che vede Luc e Sarah percorrere la strada che li porterà al coronamento del loro sogno d'amore, quel matrimonio che chiuderà stagione e serie sfiorando, in qualche modo, le atmosfere da campeggio in famiglia che erano state i pezzi forti di questo titolo nei suoi momenti migliori: certo, davvero poca cosa per ventidue episodi che appaiono sempre tendenzialmente privi di una vera e propria direzione, ma che soddisferanno ugualmente i fan più legati alla saga dei Walker ed accompagneranno senza troppi patemi anche gli spettatori occasionali o divenuti tali - come il sottoscritto - ad un finale che, comunque, si adatta alla produzione e non risulta troppo traumatico o "aperto" anche in vista della fine della serie stessa.
Effettivamente, mettendosi dalla parte degli autori così come del pubblico, meglio che Brothers&sisters chiuda i battenti ora, di fronte alle prime evidenti cadute di stile, piuttosto che trascinarsi sempre più stancamente per altre tre o quattro stagioni che avrebbero corso il rischio di scatenare inesorabili, robustissime bottigliate.
MrFord

"We are family
I got all my sisters with me
We are family
get up ev'rybody and sing."
Sister Sledge - "We are family" -

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