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sabato 30 gennaio 2016

Mustang

Regia: Deniz Gamze Erguven
Origine: Turchia, Francia, Qatar, Germania
Anno:
2015
Durata:
97'








La trama (con parole mie): siamo all'inizio dell'estate in un piccolo villaggio della Turchia settentrionale quando Lale e le sue quattro sorelle, appena terminato l'anno scolastico e separatesi dalla loro insegnante favorita, in partenza per Istanbul, decidono di passare un pomeriggio in compagnia di un gruppo di ragazzi giocando innocentemente al mare.
L'evento scatena lo scandalo nella comunità locale, tradizionalista e di vedute ristrette, e da inizio ad una serie di eventi che porteranno le cinque giovani a confrontarsi con la dura realtà dei matrimoni combinati e della libertà pressochè assente consentita alle donne, soprattutto se giovani e dalle aspirazioni di indipendenza come loro: riusciranno in qualche modo a vincere le resistenze dei parenti, le imposizioni della società ed un destino che le vede tutte già indirizzate alla stessa, identica vita?









Sono il primo ad ammettere che, probabilmente, per quanto le ami da sempre, non riuscirò mai e poi mai a capire davvero le donne.
Troppo empatiche, troppo sveglie, troppo complicate per le bestie che siamo noialtri, che probabilmente e se siamo fortunati viviamo un periodo sensibile nel corso dell'adolescenza prima di lasciarci di fatto travolgere dagli istinti più selvaggi e primordiali - una cosa del tipo sesso, pappa, cacca, per intenderci -: spesso e volentieri, anzi, cerco di tenermi lontano da qualsiasi spiegazione, e cerco con tutte le forze - attuando anche fughe rocambolesche - qualsiasi rottura di palle da digressioni femminili in agguato.
Eppure, quando mi imbatto in visioni come quella di Mustang, non riesco a capacitarmi di quanto e come sia ancora possibile, ad Anni Zero ben più che appena iniziati, che esistano realtà sociali e politiche all'interno delle quali, di fatto, la donna viva ancora un ruolo da prigioniera, costretta a seguire una strada già scritta a meno di non correre rischi importanti per tentare di vivere la propria vita.
E finisco per incazzarmi, e non poco.
Perchè a ben guardare, perfino nelle nostre realtà "evolute" occidentali, la situazione risulta differente in termini macroscopici ma non microscopici: dal lavoro alla vita privata, infatti, le donne vivono ancora una condizione di sudditanza forzata rispetto all'uomo, in grado di saltare meno all'occhio del destino amaro di Lale e delle sue sorelle ma ugualmente negativa.
Penso alle signore ucraine responsabili delle pulizie nel mio posto di lavoro, che si stupiscono perchè noi italiani aiutiamo a sparecchiare la tavola, o a un sacco di miei amici o conoscenti che, a casa, non alzano il culo dal divano neppure per rifarsi il letto, lasciando le incombenze dei lavori domestici completamente alle loro compagne - una cosa che trovo piuttosto infantile, dato che, se vivessero soli, dovrebbero badare a tutta una serie di compiti con le proprie forze -: nessuno è perfetto, sia chiaro, e l'uguaglianza completa tra i sessi non è certo il mio primo pensiero, nel momento in cui penso alla fortuna che abbiamo a trovarci ad incrociare il cammino delle donne, eppure di fronte a lavori come Mustang mi sento scoraggiato rispetto al genere umano, almeno quanto quando capita di imbattersi in muri di ignoranza talmente grandi da rendere impossibile qualsiasi dialogo.
Ed è proprio la capacità di raccontare un muro di questo genere, ed il coraggio - seppur diverso per ognuna - di cinque ragazzine lasciate completamente a se stesse il pregio principale del lavoro di Deniz Gamze Erguven, che senza dubbio non inventa nulla ma porta sullo schermo un film dal grande cuore, che tengo a raccontare senza alcun riferimento legato alle connotazioni geografiche o religiose, che sarebbero solamente pretesti assurdi per collocare un certo tipo di soprusi lontani da casa nostra in modo da chiudere gli occhi rispetto a quello che avviene qui.
La storia di queste sorelle divenute pietra dello scandalo per un pomeriggio passato al mare in compagnia di alcuni compagni di scuola, rifugiatesi in piccole ribellioni quotidiane e nella speranza di una fuga da una casa che è come una prigione c'è tutta la necessità del mondo e della società di uscire da canoni vetusti ed ingiusti, che fanno comodo per coprire gli ominidi da divano e chi ha troppa paura delle donne per potercisi confrontare alla pari.
Personalmente, continuo a pensare possano essere delle gran rompicoglioni, e che in nove casi su dieci mi risparmierei volentieri il suddetto confronto, eppure questo non mi impedisce di sentire sulla pelle il piacere di potermi battere ad armi pari - pia illusione, considerata la nostra semplicità di bestie - con loro ogni volta che se ne presenti l'occasione.
E spero davvero che, un giorno non troppo lontano, giovani con un futuro ancora tutto da costruire come le protagoniste di questo piccolo, grande film possano essere libere di confrontarsi e rompere i coglioni a qualunque uomo vogliano, senza temere per questo di essere picchiate, uccise o, ancora peggio, condannate ad una prigione domestica a vita.





MrFord





"Love you so much
can't count all the ways
I'd die for you girl
and all they can say is:
He's not your kind"
Neil Diamond - "Girl, you'll be a woman soon" -





 

lunedì 6 aprile 2015

Braveheart - Cuore impavido

Regia: Mel Gibson
Origine: USA
Anno: 1995
Durata:
177'





La trama (con parole mie): siamo in Scozia, sul finire del milleduecento. Il regno di Edoardo il Plantageneto, Re d'Inghilterra, soggioga le popolazioni locali come mai prima era stato sotto l'egemonia inglese da sempre patita: il giovane William Wallace, persi il padre ed il fratello maggiore proprio per mano degli uomini di Edoardo, lascia le terre d'origine con lo zio per tornarvi adulto ed istruito, pronto a ripartire da zero nella speranza di trovare una donna e costruirsi una famiglia.
Quando, sposatosi in segreto con Murron per evitare lo Ius primae noctis ripristinato proprio dal Plantageneto, vede sua moglie morire, Wallace da inizio ad una vera e propria rivolta che porterà sconvolgimenti da una parte e dall'altra del confine conteso con l'Inghilterra.
Le prime, soprendenti vittorie dell'improvvisato leader militare porteranno i nobili scozzesi a dover valutare se appoggiarlo nella lotta alla Corona o se tradirlo per consolidare i propri domini.
Sarà la Libertà, a trionfare, o il desiderio di proteggersi?








Ricordo benissimo, la prima volta che vidi Braveheart in sala.
Ero nel pieno dell'adolescenza, un venerdì sera quando ancora il venerdì sera non si usciva, ma solo il sabato, con mia madre.
E ricordo quanto influenzò una certa parte di me, ai tempi legato ad un passato storico che non avevo vissuto ma che esercitava un fascino unico, alla volontà di uscire dal guscio della timidezza che aveva pesato come un macigno negli anni precedenti, al desiderio di scrivere proprio partendo da una cornice come quella: sono passati quasi vent'anni, da quel giorno, io sono cresciuto e cambiato profondamente, e se potessi tornare indietro, probabilmente, prenderei a schiaffi quello stronzo pieno di sè che sognava un'esistenza da poeta o da guerriero accanto ai William Wallace ed una vita da chiudersi al massimo entro i trentacinque, solo perchè confuso rispetto al fatto che i geni debbano necessariamente morire giovani.
Sono passate anche parecchie visioni di questo film, che trionfò agli Oscar - ebbe cinque statuette nonostante un solo Globe - e senza dubbio rappresenta quello che dagli Oscar ci si aspetta, in termini di presa sul pubblico, una certa retorica e confezione, nonchè l'ultimo lavoro di Gibson regista degno di nota, eppure il suo effetto continua a farsi sentire, in casa Ford.
A partire da Gibson, che sarà un pazzo integralista cattolico, ma che continua a starmi clamorosamente simpatico, passando per Brendan Gleeson, Tommy Flanagan, Brian Cox e James Cosmo - caratteristi che oggi adorano molti appassionati del grande e piccolo schermo -, senza dimenticare la romanzatissima - almeno rispetto alla reale esistenza di Wallace - sceneggiatura di Randall Wallace e la colonna sonora - che all'epoca ascoltai allo sfinimento in cassetta - firmata da James Horner, tutto in questo film pare contribuire ad alimentare un'adrenalina ed un'emozione che nulla hanno a che fare con le farsesche idee degli esponenti della Lega che, negli anni, hanno purtroppo preso a modello la figura dell'eroe nazionale scozzese per portare avanti le loro imbarazzanti idee politiche.
Dal giovane William sconvolto dalle morti di padre e fratello allo zio Argyle che promette di insegnargli ad usare prima la testa e dunque la spada fino alle sequenze mozzafiato legate alla morte di Murron ed alla conseguente vendetta, dalla battaglia di Stirling all'ormai storico finale e quella spada lanciata verso il cielo, tutto in questo blockbuster che pare confezionato per l'Academy riesce ancora oggi ad emozionarmi, a stimolare quella parte che, per quanto potranno mai dire i radical chic, è presente in ognuno di noi e che fa appello a sensazioni forse molto di pancia ma ugualmente efficaci e genuine.
Senza contare, dunque, una perizia artigianale di fondo notevole - il lavoro su costumi e fotografia è ottimo - ed un utilizzo della violenza in battaglia che non cede a troppi compromessi - al contrario della parte legata alla tortura subita da Wallace, che comunque suona meglio dell'agghiacciante delirio del successivo La passione di Cristo, sempre firmato dal vecchio Mel -, quello che resta di Braveheart è l'emozione, l'idea di un racconto portato sullo schermo ad uso e consumo del grande pubblico ma ugualmente in grado di colpire anche chi da questo tipo di prodotto prende le distanze più per partito preso che per empatia: personalmente, non vedo l'ora di poter condividere le gesta di William Wallace ed il suo "essere indomito" con il Fordino appena sarà grande abbastanza per affrontare la visione.
Del resto, sono stato adolescente anche io, guardando questo film.
E mi piacerebbe che lui potesse pensare che, dovendo combattere per la Libertà, avrebbe sempre e comunque accanto il suo vecchio.
Che per quanto tamarro, zotico e pane e salame possa essere, non trova un piacere più profondo del vivere stesso, con tutta la passione e la libertà di farlo che comporta.




MrFord




"Tolling for the aching whose wounds cannot be nursed
for the countless confused, accused, misused, strung-out ones an' worse
an' for every hung-up person in the whole wide universe
an' we gazed upon the chimes of freedom flashing."
Bob Dylan - "Chimes of freedom" - 




sabato 11 maggio 2013

Il primo uomo

Regia: Gianni Amelio
Origine: Italia, Francia, Algeria
Anno: 2011
Durata: 100'




La trama (con parole mie): 1957. Jacques Cormery, giornalista di successo ed opinionista, dalla Francia fa ritorno nella natìa Algeria provata dalla guerra civile per una serie di incontri all'Università, approfittando per passare qualche tempo con la madre e ritrovare i paesaggi ed i colori della propria infanzia, vissuta all'ombra di una nonna troppo autoritaria e nella povertà.
Il contatto con la nuova Algeri apre le porte dei ricordi dello scrittore, che si troverà a confrontare il suo passato e la formazione del "primo uomo" parallelamente alle vicende che vedono il sangue scorrere per le strade a seguito della spaccatura tra arabi e francesi.
In questo clima tumultuoso, Jacques incontrerà un suo vecchio compagno di scuola il cui figlio è stato condannato a morte come attentatore ed il professore che per primo credette nelle sue capacità, e avrà occasione di visitare la fattoria dove sua madre lo diede alla luce.





Gianni Amelio è da anni una delle realtà più felici del Cinema autoriale italiano, nonchè, accanto a Bellocchio, uno dei Maestri che, cresciuti sul finire degli anni sessanta e della rivolta, hanno saputo raccogliere l'eredità del periodo d'oro della nostrana settima arte traghettandola verso il nuovo millennio: firma di vere e proprie pietre miliari come Il ladro di bambini, Lamerica e Così ridevano, il regista calabrese torna sugli schermi a cinque anni di distanza dal più che buono La stella che non c'è partendo da un romanzo incompiuto - e profondamente autobiografico - di Camus quasi volesse fare il punto sulla propria esistenza, sulle origini ed i ricordi che, una volta giunti alla maturità, alla saggezza e all'equilibrio, ci ritroviamo ad affrontare quasi come fossero un bilancio della nostra esistenza, o un trampolino per un futuro che non è mai troppo poco per sperare.
Il risultato di questa ricerca è un film profondamente intimo, costruito sulla riflessione e l'attesa, sul fascino che i colori dei ricordi esercitano sempre - specialmente quelli legati all'infanzia -, che forse patisce il fatto che il romanzo dal quale è tratto non fu mai portato a termine dal suo autore - morto in un incidente stradale nel corso della sua stesura - ma che ugualmente riesce nell'intento di aprire una porta sul valore dell'esperienza e delle proprie radici, che l'Algeria dei tempi - dilaniata dai conflitti tra il nucleo francese continentale e quello arabo che fu raccontato anche dal Capolavoro di Gillo Pontecorvo La battaglia di Algeri - ha così drammaticamente ben rappresentato: in questo senso appaiono fondamentali sia il confronto tra Jacques ed il suo vecchio compagno di scuola che vive il dramma della condanna a morte del figlio diciottenne a seguito della sua parte nella progettazione di uno dei numerosi attentati che ai tempi insanguinarono le strade della capitale algerina e quello con la madre, ormai legata profondamente a quella terra e alla sua mescolanza di culture rispetto a quello che è lo sbiadito ricordo della vita continentale.
La figura della donna, analfabeta e tranquilla, fragile eppure più coraggiosa degli studenti ridottisi a protestare soltanto nelle aule dell'Università, interpretata da Maya Sansa nella sua giovinezza e dall'ottima Catherine Sola nel presente di narrazione, che dichiara al figlio che la vorrebbe riportare in Europa con lui che per lei non c'è più spazio in quella che è stata la sua terra natìa, e che il bello dell'Algeria è proprio dato dalla mescolanza di costumi e tradizioni diverse si fa dunque portatrice del messaggio che probabilmente lo stesso Camus teneva a divulgare anche e soprattutto agli occhi di chi, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, non accettava l'idea di un'Algeria indipendente che si basasse sulla sua identità araba quanto francese.
Legato a questo contesto è anche l'incontro con il vecchio professore che fu il primo a credere nelle capacità di Jacques, bambino vissuto nella povertà e sotto il giogo della nonna materna, donna di polso eccessivo pronta a rifugiarsi in meschini stratagemmi per non mostrare all'esterno la propria avarizia ed ignoranza: ripensando alla pellicola nella sua completezza, dunque, assistiamo alla progressiva formazione di due anime, una più legata alla forma, ai comparti tecnici e alla posizione più autoriale - il passato - ed una più sentita, coinvolgente, politica ed intima - il presente -.
Personalmente ho trovato decisamente più efficace la seconda, resa con grande sensibilità dalla mano esperta di Amelio, attento a rispettare il lavoro di Camus e fare sua con leggerezza e partecipazione una vicenda che finisce per risultare quasi come una personale biografia: non si tratterà di uno dei vertici della sua opera, eppure questo Il primo uomo è il graditissimo ritorno di uno dei nomi più importanti del nostro panorama registico, che nella desolazione quasi totale che sono state le ultime stagioni di produzioni made in Italy rappresenta senza dubbio una boccata d'aria per la nostra boccheggiante settima arte.


MrFord


"Ora intorno a me 
c'è una pace che il mondo mai avrà
il cielo è una cattedrale che muri non ha 
dove arriva l'eco lontano dell'umanità."
Raf - "Il primo uomo" -


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