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mercoledì 26 aprile 2017

Le cose che verranno - L'avenir (Mia Hansen-Love, Francia/Germania, 2016, 102')




Considerata la vita difficile che i titoli eccessivamente radical, specie se provenienti da un bacino sempre molto radical come quello del Cinema francese, finiscono per avere al Saloon, pensavo che affrontare L'avenir sarebbe stato una vera e propria passeggiata.
Tradotto in termini molto poco tecnici: non vedevo l'ora di massacrare l'ennesimo pippone pseudo intellettuale da salotto borghese a suon di bottigliate tonanti.
E ci ho provato, credetemi.
Ci ho provato non solo per partito preso, ma con desiderio e volontà.
Eppure, al termine della visione, l'unica sensazione che ho avuto è stata quella di aver visto un gran bel film.
Certo, il modo in cui è presentato, scritto, girato, parlato trasuda supponenza e quell'aura da intellettuali pronti a credersi un gradino sopra il resto del mondo che da queste parti sta sul cazzo come forse solo l'ignoranza sfrenata, eppure, spogliato dell'apparenza, L'avenir porta sullo schermo una storia semplice, che potrebbe avere protagonista chiunque di noi, con i suoi sogni, i desideri, le passioni espresse e quelle che invece espresse non lo saranno mai se non attraverso la speranza per il futuro che rappresentano le nuove generazioni, tutto quello che viene dopo di noi e, in qualche modo, fosse anche solo per Natura, farà un passo oltre.
Una storia che, vista da un'angolazione differente, avrebbe potuto raccontare anche Ken Loach, o Clint Eastwood, o un qualsiasi regista tra i più fordiani che possiate immaginare.
Certo, la protagonista è un'insegnante parigina di filosofia che con un tamarro della mia specie c'entra poco e nulla - benchè ai tempi delle superiori adorassi la materia, come probabilmente l'adorerei ora tra un film action, un allenamento ed un cocktail -, eppure in quel suo fare sostenuto, nel non liberare il desiderio di voler assolutamente scopare con il suo giovane ex allievo prima e dopo la fine del suo matrimonio, il rapporto nevrotico con la madre accentratrice, si rivedono molte umanità che non hanno nulla di radical, ma nelle quali si trovano le debolezze e gli inciampi di una vita semplice e pane e salame, malgrado la cornice ed il background.
In fondo, per tutte le persone abituate a vivere secondo una routine e delle regole per una vita, trovarsi a confronto con il proprio tempo e la propria libertà totale sia una sensazione unica quanto straniante, clamorosamente affascinante quanto potenzialmente pericolosa.
Più o meno quello che questo film ha rappresentato rispetto ai miei pregiudizi.
Ed è curioso quanto abbia provato con tutte le forze ad odiarlo, e quanto semplicemente, senza trucchi o inganni, passando per la via sicuramente più lunga ed impervia, lo stesso si sia fatto strada nel mio cuore di spettatore e di appassionato di vita e vite vissute: senza dubbio, dall'inizio dell'anno ad oggi sono approdati in sala titoli nettamente superiori a questo, così come può essere che il voto che abbia deciso di assegnare al lavoro della Hansen-Love sia perfino troppo alto, ma un riconoscimento ci stava tutto, dalla naturalezza della Huppert alla liberazione dell'istintività di una gatta considerata troppo grassa, troppo vecchia e domestica, pronta ad una notte folle e ad un ritorno con un topo come preda.
Mai sottovalutare la Natura.
Anche quando pare lontanissima da noi.
In fondo, in Lei c'è il passato.
Ma anche, e soprattutto, il futuro.
L'avenir.




MrFord




mercoledì 11 gennaio 2017

Orange is the new black - Stagione 4 (Netflix, USA, 2016)

Risultati immagini per orange is the new black season 4




Ricordo bene quando, qualche anno fa, nel pieno di uno dei miei periodi più tumultuosi, lavorativamente parlando, davo fuoco ad ogni atomo della mia parte ribelle ascoltando alcuni brani tratti da Storia di un impiegato di De Andrè, ed in particolare Nella mia ora di libertà, che in un passaggio recita così: "Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d'obbedienza, fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza, però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni".
Fin dalla prima stagione, ho amato con diverse riserve Orange is the new black, partendo scettico ad ogni annata per poi ritrovarmi travolto da un crescendo, partendo dallo scontro tra Chapman e Pensatucky che chiuse il primo ciclo di episodi fino al fantastico Don't fear the reaper che accompagno la fine di Vee, passando attraverso il tentativo di cambiamento della stessa Piper al termine della season three: quello che non mi aspettavo, però, era l'effetto devastante che avrebbe avuto l'escalation di questa numero quattro.
Partita in sordina, quasi in fase di stanca, inserendo nuovi personaggi nella geografia di Lichfield, Orange is the new black a questo giro è letteralmente decollata costruendo alla perfezione il progressivo montare della tensione tra detenute e nuove guardie, tra piccoli soprusi e vendette a due episodi - quelli conclusivi - da antologia, tra i più belli non solo di questa serie ma quantomeno dell'anno appena trascorso, culminati con l'addio e la morte di uno dei personaggi storici e forse più amati ed un paio di passaggi in cui l'animo ribelle del sottoscritto non ha potuto che avvampare di fronte alla lotta delle ragazze di Lichfield, dal tutte in piedi sui tavoli neanche fossimo ne L'attimo fuggente a quella pistola lasciata in sospeso, e quanto, quanto sarebbe difficile non premere il grilletto.
Johnny Cash, altro mio mito musicale, in San Quentin ricorda quanto la prigione possa rendere freddo il cuore di un uomo, e rivolge allo stesso istituto una domanda semplice quanto terribile: "Cosa pensi di aver fatto di buono?".
Questo è quello che ci si chiede al termine della stagione migliore di Orange is the new black: in un'epoca in cui viene mercificato tutto, perfino la sanità, quanto potranno mai contare le vite di chi finisce dietro le sbarre? 
Nessuno giustifica il crimine o il fatto di scontare una pena, ma come Edward Bunker ben racconta - anche e soprattutto per esperienza - nei suoi romanzi, la vita dietro le sbarre finisce per alimentare il lato peggiore di chi è costretto a viverla, decisamente più che quello pronto a condurre ad una "riabilitazione": mascherando tutto questo dietro un'atmosfera spesso e volentieri quasi giocosa, Orange is the new black si consacra non solo come una grande serie, ma anche come riferimento per il genere carcerario degli Anni Zero, tenendo ora con il fiato sospeso ed il cuore in gola tutti quelli che, come me, di fronte ad un certo tipo di battaglie, finiscono sempre per trovarsi dal lato degli outsiders, dei perdenti, dei cattivi - veri o finti che siano -.
E mentre vedevo le detenute sfidare il potere delle guardie con un atto dimostrativo sentivo il brivido che mi avevano dato Spartacus ed i suoi ai tempi della visione della serie dedicata al trace ribelle che alzò la testa e la spada contro Roma, e quando la tragedia ed il dolore hanno preso il posto di qualsiasi lontana ed umana speranza, mi sono detto, "cazzo, premi quel grilletto, pareggia il conto".
Poi, come una visione, un sorriso sullo sfondo dello skyline di New York, apice di una nottata semplice, strana e magica, come quelle che si ricordano tutta la vita.
Ed è stato allora che mi sono fermato.
Ed ho pensato: si sono presi tutto, si possono prendere tutto.
Non la libertà di pensare. Di decidere. Di vivere.
La libertà di non premere il grilletto.
E sperare, una volta fuori, di poter trascorrere una notte come quella.




MrFord




 

giovedì 5 gennaio 2017

Free State of Jones (Gary Ross, USA, 2016, 139')




Esistono alcuni casi di film, romanzi o canzoni oggettivamente e tecnicamente non perfetti, lontani per tutta una serie di motivi da quelli che sono gli standard "alti" delle rispettive forme d'arte, in grado comunque, per merito della storia che raccontano e dei loro protagonisti, di colpire al cuore chi ne incrocia il cammino: Free State of Jones, ultimo lavoro di Gary Ross, rientra alla perfezione nella categoria.
Rientra nella categoria perchè spezzettato, troppo dilatato nella prima ora e concentrato nella seconda, disequilibrato nella scrittura, non risollevato neppure da un sempre convincente Matthew McConaughey - che, nonostante tutto, non riesce a colpire come in altre prove strepitose degli ultimi anni -.
Eppure, Free State of Jones è riuscito ad emozionarmi a più riprese, e nel profondo.
Sarà che, fin da bambino, ho sempre trovato assurdo pensare che si potesse pensare come legittime differenze di razza e provenienza tra noi che popoliamo questa terra se non quella tra i clamorosi sacchi di merda e gli uomini e donne illuminati o semplicemente normali, o che qualcuno potesse decidere della vita e della morte di altri sulla base di diritti campati in aria o scritti solo per i propri benefici, o che non si potesse essere liberi di esprimere il proprio voto, o credo, o qualsiasi cosa purchè non fosse, per l'appunto, imposta.
Burn one down, una delle canzoni simbolo di uno dei miei idoli, Ben Harper, gira tutta attorno a questo concetto, e potrei dire di averlo abbracciato da sempre, anche prima di sapere quale sarebbe stata la mia formazione culturale o politica.
La vicenda di Newton Knight, che visse sulla pelle l'assurdità della Guerra di Secessione e si battè dapprima per l'indipendenza mai riconosciuta, dal Nord come dal Sud, di uno "Stato Libero" all'interno degli States, dunque per l'uguaglianza sociale e politica degli afroamericani, e visse fino ad ottenere, forse tra i primi della Storia, una sepoltura accanto alla sua seconda moglie, creola, purtroppo poco conosciuta dalle parti del Vecchio Continente, è un esempio di umanità, passione, voglia di sentirsi vivi e farsi sentire vivi, anche a fronte di imposizioni che non vorrebbero.
Guardando una pellicola come questa, pur in circostanze ben differenti rispetto a quelle narrate da Ross, mi indigno al pensiero dell'ennesimo governo imposto a noi cittadini della Terra dei cachi, sostengo ancora una volta la Libertà di voto e pensiero, preferisco considerare colmabili le distanze culturali e mi sento fiero di fronte a chi, di contro, continua a sostenere violenza ed ignoranza, due delle armi migliori del Potere per soggiogare la gente comune, vero e proprio motore di qualsiasi carriera o decisione politica.
Free State of Jones non è retorico, non è perfetto, non è illuminato - perchè il buon Knight, cavaliere con chi ama e chi comprende, non esita, come non esiterei io stesso in quelle situazioni, ad abbracciare metodi più radicali con i suoi avversari -, eppure esprime talmente tanta umanità che quasi ho avuto voglia di alzarmi dal divano e correre in strada, e tentare di iniziare qualcosa di nuovo, che possa portare un beneficio a chi amo, a chi mi è vicino, al luogo in cui sono nato ed alle persone che lo abitano.
Perchè in fondo siamo tutti uomini e donne semplici, che desiderano godere di quello che hanno e che si sono guadagnati e guadagnano ogni giorno, e che vogliono vivere il più a lungo possibile con i frutti del loro lavoro.
E dell'espressione di loro stessi.
In un modo o nell'altro, credo non smetterò mai di esprimere me stesso, il mio modo di vivere e le mie idee. A prescindere dal prezzo da pagare.
Sarà per quello che per quanto imperfetti possano essere, film come Free State of Jones, da queste parti, avranno sempre un posto speciale.




MrFord



 

lunedì 30 maggio 2016

Le ali della libertà

Regia: Frank Darabont
Origine: USA
Anno: 1994
Durata:
142'








La trama (con parole mie): siamo alla fine degli anni quaranta quando Andy Dufresne, vicedirettore di banca, è condannato ad un doppio ergastolo per l'omicidio della moglie e del suo amante.
Incarcerato nella struttura di Shawshank, governata con pugno di ferro dal Direttore Norton e dal capo delle guardie Hadley, stringe immediatamente amicizia con Ellis "Red" Redding, che di norma si occupa del contrabbando tra i condannati: tra i due uomini si sviluppa un legame destinato a durare decenni, che vede detenuti essere rilasciati per finire fagocitati dal Sistema, altri barbaramente uccisi e le speranze alimentate un giorno dopo l'altro, in attesa del momento in cui la libertà possa cambiare le loro vite.
Quando Dufresne, divenuto prezioso per gli affari sporchi di Norton, diverrà una minaccia per il Direttore stesso, l'uomo deciderà di cambiare le carte in tavola rivelando un piano portato avanti per quasi due decenni.











Dovevano essere quasi vent'anni, dall'ultima volta in cui vidi, nell'allora casa Ford, probabilmente con mio fratello, Le ali della libertà, film tra i più cult degli anni novanta e del genere carcerario che lanciò Frank Darabont e consacrò per l'ennesima volta Stephen King come ispiratore del Cinema - i due torneranno a collaborare negli Anni Zero con il più che discreto The Mist -.
Onestamente, temevo molto il confronto con questo titolo: l'esaltazione di molti critici e di una buona fetta di pubblico verso questo titolo è sempre stata alta - a mio parere, fin troppo, considerato il debito che la stessa ha soprattutto con Fuga da Alcatraz -, il Tempo spesso e volentieri non è tenero con i cult che non siano veri Capolavori e la mia percezione, sotto molti punti di vista, è cambiata, eppure la curiosità c'era, e parecchia.
Dunque, come prima cosa devo ammettere che Le ali della libertà - pessimo adattamento dell'originale The Shawshank redemption - è riuscito a tenere testa alle difficoltà alla grande, confermandosi assolutamente un cult di genere ed un grande film, con un cast assolutamente in parte ed un'escalation di quelle in grado di coinvolgere perfino i più freddi tra gli appassionati dediti al solo Cinema d'autore.
Allo stesso tempo, il lavoro di Darabont si conferma anche tra quelli più sopravvalutati - pur bonariamente - del Cinema degli anni novanta e recente, fenomeno che coinvolse titoli di quello stesso periodo come Forrest Gump, Il miglio verde o Strange Days: pellicole che ai tempi dell'uscita in sala apparvero strepitose e che, oggi, hanno il sapore del mito senza, di fatto, averne lo spessore.
Non che sia un male, considerato un tipo pane e salame come il sottoscritto, che li possiede orgogliosamente tutti nella propria videoteca - e non parlo di hard disk, in questo caso - pronto, all'occorrenza, a godersi ogni istante della visione dal primo all'ultimo minuto.
Proprio in questo senso, ripercorrere la vicenda di Andy Dufresne dal processo e dalla condanna al confronto con l'amico di una vita Red che chiude la pellicola vent'anni dopo è stato un vero piacere, dai volti perfetti dei caratteristi che compongono un cast che ogni appassionato si troverà a conoscere quasi a menadito ad un incedere rapido e serrato che spesso e volentieri non ci si aspetta da un film che viaggia spedito verso le due ore e venti, numerose soluzioni tecniche ottime - come la ripresa aerea del carcere all'arrivo del protagonista, davvero strepitosa considerati i tempi in cui i droni sfruttati come appoggio erano fondamentalmente considerati fantascienza - ed un'intensità da grande storia, passando dalla vicenda di Brooks - una delle più toccanti e meglio riuscite del film - alla determinazione quasi glaciale del solo apparentemente fragile Andy, uomo come gli altri detenuti "incastrato dall'avvocato" pronto a fare fronte alle violenze, alle privazioni ed alla propria condizione con acume ed intelletto, quasi fosse un Ulisse dell'evasione.
E nonostante l'elevata importanza dell'aspetto emotivo e partecipativo rispetto alla storia del protagonista, Le ali della libertà diviene un elogio della perseveranza e della pazienza, della capacità di godere delle proprie piccole vittorie - specie da detenuti privati della libertà - in attesa del momento in cui le carte in tavola possano rivelarsi in grado di cambiare le sorti della partita con la vita: come in una partita a scacchi, Dufresne dispone i suoi pezzi con una cura che ad individui istintivi come il sottoscritto, "istituzionalizzati" come Brooks, o rassegnati come Red è sconosciuta, riuscendo ugualmente ad emozionare come un pezzo di Mozart pronto a rapire la mente di uomini che a stento sanno leggere ma con facilità riescono a prendere una vita.
Del resto la Libertà - intesa come concetto, prima ancora che come condizione o fuga - e la Redenzione - che, come spesso cantava Johnny Cash, non avviene certo dietro le sbarre, ma dentro se stessi - passano da momenti di meraviglia come quello.
Momenti che, con tutti i suoi limiti, Le ali della libertà riesce a tradurre in immagini ancora oggi.





MrFord





"Hold on to me
don't let me go
who cares what they see?
Who cares what they know?
Your first name is Free
last name is Dom
cause you still believe in where we're from
man's red flower
it's in every living thing
mind use your power
spirit use your wings."
Pharrell Williams - "Freedom" - 





sabato 30 gennaio 2016

Mustang

Regia: Deniz Gamze Erguven
Origine: Turchia, Francia, Qatar, Germania
Anno:
2015
Durata:
97'








La trama (con parole mie): siamo all'inizio dell'estate in un piccolo villaggio della Turchia settentrionale quando Lale e le sue quattro sorelle, appena terminato l'anno scolastico e separatesi dalla loro insegnante favorita, in partenza per Istanbul, decidono di passare un pomeriggio in compagnia di un gruppo di ragazzi giocando innocentemente al mare.
L'evento scatena lo scandalo nella comunità locale, tradizionalista e di vedute ristrette, e da inizio ad una serie di eventi che porteranno le cinque giovani a confrontarsi con la dura realtà dei matrimoni combinati e della libertà pressochè assente consentita alle donne, soprattutto se giovani e dalle aspirazioni di indipendenza come loro: riusciranno in qualche modo a vincere le resistenze dei parenti, le imposizioni della società ed un destino che le vede tutte già indirizzate alla stessa, identica vita?









Sono il primo ad ammettere che, probabilmente, per quanto le ami da sempre, non riuscirò mai e poi mai a capire davvero le donne.
Troppo empatiche, troppo sveglie, troppo complicate per le bestie che siamo noialtri, che probabilmente e se siamo fortunati viviamo un periodo sensibile nel corso dell'adolescenza prima di lasciarci di fatto travolgere dagli istinti più selvaggi e primordiali - una cosa del tipo sesso, pappa, cacca, per intenderci -: spesso e volentieri, anzi, cerco di tenermi lontano da qualsiasi spiegazione, e cerco con tutte le forze - attuando anche fughe rocambolesche - qualsiasi rottura di palle da digressioni femminili in agguato.
Eppure, quando mi imbatto in visioni come quella di Mustang, non riesco a capacitarmi di quanto e come sia ancora possibile, ad Anni Zero ben più che appena iniziati, che esistano realtà sociali e politiche all'interno delle quali, di fatto, la donna viva ancora un ruolo da prigioniera, costretta a seguire una strada già scritta a meno di non correre rischi importanti per tentare di vivere la propria vita.
E finisco per incazzarmi, e non poco.
Perchè a ben guardare, perfino nelle nostre realtà "evolute" occidentali, la situazione risulta differente in termini macroscopici ma non microscopici: dal lavoro alla vita privata, infatti, le donne vivono ancora una condizione di sudditanza forzata rispetto all'uomo, in grado di saltare meno all'occhio del destino amaro di Lale e delle sue sorelle ma ugualmente negativa.
Penso alle signore ucraine responsabili delle pulizie nel mio posto di lavoro, che si stupiscono perchè noi italiani aiutiamo a sparecchiare la tavola, o a un sacco di miei amici o conoscenti che, a casa, non alzano il culo dal divano neppure per rifarsi il letto, lasciando le incombenze dei lavori domestici completamente alle loro compagne - una cosa che trovo piuttosto infantile, dato che, se vivessero soli, dovrebbero badare a tutta una serie di compiti con le proprie forze -: nessuno è perfetto, sia chiaro, e l'uguaglianza completa tra i sessi non è certo il mio primo pensiero, nel momento in cui penso alla fortuna che abbiamo a trovarci ad incrociare il cammino delle donne, eppure di fronte a lavori come Mustang mi sento scoraggiato rispetto al genere umano, almeno quanto quando capita di imbattersi in muri di ignoranza talmente grandi da rendere impossibile qualsiasi dialogo.
Ed è proprio la capacità di raccontare un muro di questo genere, ed il coraggio - seppur diverso per ognuna - di cinque ragazzine lasciate completamente a se stesse il pregio principale del lavoro di Deniz Gamze Erguven, che senza dubbio non inventa nulla ma porta sullo schermo un film dal grande cuore, che tengo a raccontare senza alcun riferimento legato alle connotazioni geografiche o religiose, che sarebbero solamente pretesti assurdi per collocare un certo tipo di soprusi lontani da casa nostra in modo da chiudere gli occhi rispetto a quello che avviene qui.
La storia di queste sorelle divenute pietra dello scandalo per un pomeriggio passato al mare in compagnia di alcuni compagni di scuola, rifugiatesi in piccole ribellioni quotidiane e nella speranza di una fuga da una casa che è come una prigione c'è tutta la necessità del mondo e della società di uscire da canoni vetusti ed ingiusti, che fanno comodo per coprire gli ominidi da divano e chi ha troppa paura delle donne per potercisi confrontare alla pari.
Personalmente, continuo a pensare possano essere delle gran rompicoglioni, e che in nove casi su dieci mi risparmierei volentieri il suddetto confronto, eppure questo non mi impedisce di sentire sulla pelle il piacere di potermi battere ad armi pari - pia illusione, considerata la nostra semplicità di bestie - con loro ogni volta che se ne presenti l'occasione.
E spero davvero che, un giorno non troppo lontano, giovani con un futuro ancora tutto da costruire come le protagoniste di questo piccolo, grande film possano essere libere di confrontarsi e rompere i coglioni a qualunque uomo vogliano, senza temere per questo di essere picchiate, uccise o, ancora peggio, condannate ad una prigione domestica a vita.





MrFord





"Love you so much
can't count all the ways
I'd die for you girl
and all they can say is:
He's not your kind"
Neil Diamond - "Girl, you'll be a woman soon" -





 

mercoledì 30 settembre 2015

Taxi Teheran

Regia: Jafar Panahi
Origine: Iran
Anno: 2015
Durata: 82'






La trama (con parole mie): Jafar Panahi, colonna del Cinema iraniano, regista pluripremiato in tutto il mondo, condannato dal regime ed impossibilitato ad esercitare la sua professione, gira il suo terzo lavoro di contrabbando mettendosi in gioco in prima persona, sfruttando un mezzo così ricco di storie come il taxi per raccontare, criticare, affrontare con ironia, rabbia e quasi complicità la società iraniana e tutte le sue contraddizioni.
Specchiandosi nei passeggeri occasionali e non di una giornata di lavoro, tra incidenti stradali, dibattiti sull'utilizzo della pena di morte, ricordi, situazioni al limite del surreale, Panahi cerca di dare voce alla gente della strada che potrebbe non avere mai la possibilità di comunicare al mondo a causa della difficoltà, in Iran, di realizzare un film effettivamente "distribuibile".








Una delle cose per le quali ringrazio maggiormente il mio periodo da radical chic cinefilo è stata la scoperta del Cinema iraniano, tra i più interessanti, profondi e vitali del panorama mondiale: ricordo ancora benissimo la prima volta che mi capitò di affrontare la visione de Il sapore della ciliegia, Capolavoro totale di Abbas Kiarostami, così come quando, proprio a partire dal Maestro, giunsi a scoprire quello che era stato, in più di un senso, un suo allievo, Jafar Panahi.
Gli ottimi Il cerchio e Lo specchio mi colpirono con una forza notevole, e con Oro rosso ebbi l'impressione che dall'Iran avremmo avuto solo doni importanti, come pubblico, rispetto al Cinema: peccato che, a seguito delle sue posizioni opposte a quelle del regime, Panahi stesso abbia passato la maggior parte degli ultimi dodici anni a combattere per la libertà di espressione, artistica e culturale del suo Paese, finendo in carcere e divenendo uno dei bersagli simbolo dell'ordine costituito, finendo per compromettere - nonostante i premi che continua a raccogliere - la sua carriera come regista.
In questo senso, Taxi Teheran è un'opera fondamentale, giustamente riconosciuta come il testamento ironico ma non per questo privo di mordente di un uomo che è stato privato della sua Libertà in un Paese che, nonostante tutto, continua ad amare profondamente, simbolo della determinazione di un Autore che è stato ed è assolutamente importante per il Cinema tutto, e che andrebbe giustamente preso come esempio non soltanto per la sua lotta contro il regime ed il potere, ma anche e soprattutto per la determinazione con la quale insegue la sua vocazione.
Eppure, da amante del lavoro del buon, vecchio, pacioso Jafar, qualcosa in questo suo decisamente incensato lavoro non mi ha convinto fino alla fine: così come accadde, infatti, per Kim Ki Duk nel suo Arirang, mi è parso di notare, in alcuni passaggi di quest'ultimo lavoro di Panahi premiato a Berlino con l'Orso d'oro per il miglior film, un certo compiacimento ed un manierismo mascherato da artigianato low budget totale che ha finito, a tratti, per rendere la visione quasi antipatica, come se lo stesso Panahi avesse fatto il passo più lungo della gamba e tentasse di convincermi rispetto a qualcosa rispetto alla quale, di fatto, sono già assolutamente ed abbondantemente dalla sua parte.
Il tutto senza contare che, rispetto ai già citati film di fiction che fecero la sua fortuna - almeno qui al Saloon - ed al molto interessante Offside, l'utilizzo di una tecnica come quella della ripresa "di fortuna" finisce in più di un'occasione per stuzzicare il dubbio rispetto al fatto che tutto possa essere frutto di un'incredibile e più che convincente operazione di finto realismo a tutti i costi animato, di fondo, dalla finzione cinematografica stessa: non a caso le parti più interessanti appaiono quelle che in qualche modo si prendono gioco della "forma", dal rapporto con il venditore di dvd illegali ed i consigli cinematografici al giovane aspirante regista che chiede un'opinione rispetto a quali titoli acquistare o il rapporto con le due anziane signore preda della loro superstizione e del pellegrinaggio ittico che ne consegue.
Meno riuscita - dal mio punto di vista, si intende - la parte dedicata alla nipote, decisamente troppo costruita per fare davvero breccia nel cuore dello spettatore, e quella dell'incidente, di fatto una sorta di versione hollywoodiana d'impatto trapiantata a Teheran con mezzi di fortuna: con questo non voglio criticare troppo una pellicola che, nella condizione di Panahi, finisce per essere più che fondamentale, quanto più che altro ricordare che le capacità di questo straordinario Autore, a prescindere dalle limitazioni, sono molto, molto maggiori rispetto a quelle che la voglia di convogliare la rabbia potrebbe suggerire.
In un certo senso Panahi, per tornare ad essere il Panahi migliore e mostrare al regime non quello che il regime si aspetta da lui, ma la sua forza, dovrebbe forse smettere almeno per un pò di essere Panahi, ed essere solo un regista che vuole raccontare una storia.
Che, sono sicuro, non faticherebbe a diventare la sua storia.




MrFord




"The days are better, the nights are still so lonely
sometimes I think I'm the only cab on the road
sometimes I think I'm the only cab on the road
watching my breath rise in the sun
pulling myself in two made one
helplessly feel for my phone and drive away."
Train - "Cab" -




venerdì 28 agosto 2015

Shortbus

Regia: John Cameron Mitchell
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 101'






La trama (con parole mie): James e Jamie, giovane coppia gay alle prese con i problemi emotivi del primo, prende la decisione di aprire gli orizzonti lasciando che nuove conquiste entrino a far parte della quotidianità. Comunicando con la terapista Sofia i due scoprono che quest'ultima ha vissuto tutta la vita senza essere in grado di avere un orgasmo, finendo per trasformare il rapporto tra specialista e pazienti in amicizia: decisi infatti ad aiutare la donna, i due le mostreranno lo Shortbus, un locale dove si riuniscono i più svariati elementi della comunità underground e non solo di New York all'interno del quale si celebra e festeggia la libertà di amare e fare sesso con chiunque si desideri, e di farlo nel modo più divertito e divertente possibile.
Le vite dei tre, dunque, si incroceranno con quelle della dominatrix Severin, del giovane voyeur Caleb e di Ceth, che sconvolgerà l'equilibrio di James e Jamie mentre Sofia cercherà una nuova strada che la condurrà lontana dal marito.







Questo post partecipa alle celebrazioni del Rainbow Day per il compleanno de La fabbrica dei sogni.




Negli anni in cui fui preda da timidezza da Noi siamo infinito, ricordo che il mio rapporto con il sesso era molto costretto, legato, forse ancora figlio del retaggio cattolico che, volenti o nolenti, noi europei dobbiamo prima o poi affrontare per capire chi siamo e dove stiamo andando: ricordo benissimo un pomeriggio estivo di parecchi anni fa - dovevo avere una quindicina d'anni - in cui una ragazza del parco di quelle da baci sulle panchine e qualche mano allungata ma non troppo mi invitò a casa sua per vedere un film e, quando giunti alla metà non le ero ancora saltato addosso, mi disse candidamente: "Se vuoi ti dico come finisce".
Beata gioventù. Capitasse oggi, penso, potrebbe finire a lingua in bocca già sulla porta.
Il bello, comunque, del sesso - come della vita -, è che non si finisce mai di imparare, ed essendo un linguaggio molto intimo finisce per mostrare molto di chi siamo e di chi abbiamo di fronte - o sotto, o sopra, o dove volete -: ai tempi dell'uscita in sala di Shortbus ero in un periodo di piena rivoluzione della mia esistenza, al principio di una delle fasi più wild - ed occasionali, parlando in termini di compagne di letto - del mio viaggio.
Fin dalla prima visione, e da quella sequenza d'apertura legata, più che ai numeri ed alle posizioni a letto provate da Sofia e dal marito, all'autopompino di James, ho voluto un gran bene a Shortbus, portato sullo schermo dal John Cameron Mitchell di Hedwig - che avevo adorato ai tempi dei tempi -, una grande, divertita, divertente - anche nei suoi risvolti drammatici - dichiarazione d'amore al sesso come espressione della nostra identità, qualcosa per la quale non abbiamo nulla di cui vergognarci, ma della quale godere come fosse un'incarnazione della Libertà come concetto, che si parli di fisicità, sentimento, pensiero, individualità.
E dunque, dai primi dubbi sul voyeur Caleb alla preoccupazione per le inclinazioni autodistruttive dello stesso James, perfino i pensieri più negativi vengono buttati fuori come l'aria durante uno sforzo fisico sfruttando il principio secondo il quale, inevitabilmente, una volta veicolata bene l'energia non si può che stare meglio, anche se stanchi e stremati, e proprio venendo - nel senso letterale del termine - tutto si apra in un meraviglioso momento estatico in grado di farci volteggiare in aria o sprofondare nel più pacifico e profondo dei sonni.
Shortbus è tutto questo e molto altro, è una poesia d'amore a New York e l'inno americano cantato nel culo del proprio partner, è la gioia di mostrare le proprie inclinazioni, perversioni, fantasie senza la paura di essere giudicati, o stare facendo qualcosa che possa causare male a chi ci sta intorno, a noi stessi o al prossimo: un inno alla vita ed alle scopate che è un barbarico YAWP all'indirizzo di chi ancora nega, o seppellisce, o finge non esistano pulsioni selvatiche e profonde, e profondamente umane, come quella del desiderio.
Dovesse mai capitarvi di sentire che la strada è perduta, che l'orizzonte è troppo stretto ed oscuro in termini fisici o sentimentali, allora mollate gli ormeggi, toglietevi tutti i vestiti e godetevi visioni come questa: può essere che, almeno a tratti, vi faccia male, ma alla fine vi verrà una tale voglia di gridare di piacere da farvi dimenticare qualsiasi ferita precedente.




MrFord




Partecipano all'iniziativa arcobaleno:
http://incentralperk.blogspot.com/2015/08/weekend.html Lisa Costa Weekend
http://insidetheobsidianmirror.blogspot.com/2015/08/otto-or-up-with-dead-people.html
http://nonceparagonecinema.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-pride-2014.html
http://www.pensiericannibali.com/2015/08/priscilla-la-vagina-piu-o-meno-del.html
http://lafabricadeisogni.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-la-moglie-del-soldato.html
http://bollalmanacco.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-cruising-1980.html
http://www.delicatamenteperfido.com/2015/08/dallas-buyers-club-recensione.html
http://solaris-film.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-i-segreti-di-brokeback.html
http://directorcult.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-appropriate-behavior.html
http://castellodiif.blogspot.com/2015/08/e-adesso-sta-con-lei.html




"We are from heat
the electric one
does it shock you to see, he left us the sun?
the atoms in the air
organisms in the sea
the Sun, and yes, man
are made of the same things."
Pharrell Williams - "Freedom!" -





lunedì 6 aprile 2015

Braveheart - Cuore impavido

Regia: Mel Gibson
Origine: USA
Anno: 1995
Durata:
177'





La trama (con parole mie): siamo in Scozia, sul finire del milleduecento. Il regno di Edoardo il Plantageneto, Re d'Inghilterra, soggioga le popolazioni locali come mai prima era stato sotto l'egemonia inglese da sempre patita: il giovane William Wallace, persi il padre ed il fratello maggiore proprio per mano degli uomini di Edoardo, lascia le terre d'origine con lo zio per tornarvi adulto ed istruito, pronto a ripartire da zero nella speranza di trovare una donna e costruirsi una famiglia.
Quando, sposatosi in segreto con Murron per evitare lo Ius primae noctis ripristinato proprio dal Plantageneto, vede sua moglie morire, Wallace da inizio ad una vera e propria rivolta che porterà sconvolgimenti da una parte e dall'altra del confine conteso con l'Inghilterra.
Le prime, soprendenti vittorie dell'improvvisato leader militare porteranno i nobili scozzesi a dover valutare se appoggiarlo nella lotta alla Corona o se tradirlo per consolidare i propri domini.
Sarà la Libertà, a trionfare, o il desiderio di proteggersi?








Ricordo benissimo, la prima volta che vidi Braveheart in sala.
Ero nel pieno dell'adolescenza, un venerdì sera quando ancora il venerdì sera non si usciva, ma solo il sabato, con mia madre.
E ricordo quanto influenzò una certa parte di me, ai tempi legato ad un passato storico che non avevo vissuto ma che esercitava un fascino unico, alla volontà di uscire dal guscio della timidezza che aveva pesato come un macigno negli anni precedenti, al desiderio di scrivere proprio partendo da una cornice come quella: sono passati quasi vent'anni, da quel giorno, io sono cresciuto e cambiato profondamente, e se potessi tornare indietro, probabilmente, prenderei a schiaffi quello stronzo pieno di sè che sognava un'esistenza da poeta o da guerriero accanto ai William Wallace ed una vita da chiudersi al massimo entro i trentacinque, solo perchè confuso rispetto al fatto che i geni debbano necessariamente morire giovani.
Sono passate anche parecchie visioni di questo film, che trionfò agli Oscar - ebbe cinque statuette nonostante un solo Globe - e senza dubbio rappresenta quello che dagli Oscar ci si aspetta, in termini di presa sul pubblico, una certa retorica e confezione, nonchè l'ultimo lavoro di Gibson regista degno di nota, eppure il suo effetto continua a farsi sentire, in casa Ford.
A partire da Gibson, che sarà un pazzo integralista cattolico, ma che continua a starmi clamorosamente simpatico, passando per Brendan Gleeson, Tommy Flanagan, Brian Cox e James Cosmo - caratteristi che oggi adorano molti appassionati del grande e piccolo schermo -, senza dimenticare la romanzatissima - almeno rispetto alla reale esistenza di Wallace - sceneggiatura di Randall Wallace e la colonna sonora - che all'epoca ascoltai allo sfinimento in cassetta - firmata da James Horner, tutto in questo film pare contribuire ad alimentare un'adrenalina ed un'emozione che nulla hanno a che fare con le farsesche idee degli esponenti della Lega che, negli anni, hanno purtroppo preso a modello la figura dell'eroe nazionale scozzese per portare avanti le loro imbarazzanti idee politiche.
Dal giovane William sconvolto dalle morti di padre e fratello allo zio Argyle che promette di insegnargli ad usare prima la testa e dunque la spada fino alle sequenze mozzafiato legate alla morte di Murron ed alla conseguente vendetta, dalla battaglia di Stirling all'ormai storico finale e quella spada lanciata verso il cielo, tutto in questo blockbuster che pare confezionato per l'Academy riesce ancora oggi ad emozionarmi, a stimolare quella parte che, per quanto potranno mai dire i radical chic, è presente in ognuno di noi e che fa appello a sensazioni forse molto di pancia ma ugualmente efficaci e genuine.
Senza contare, dunque, una perizia artigianale di fondo notevole - il lavoro su costumi e fotografia è ottimo - ed un utilizzo della violenza in battaglia che non cede a troppi compromessi - al contrario della parte legata alla tortura subita da Wallace, che comunque suona meglio dell'agghiacciante delirio del successivo La passione di Cristo, sempre firmato dal vecchio Mel -, quello che resta di Braveheart è l'emozione, l'idea di un racconto portato sullo schermo ad uso e consumo del grande pubblico ma ugualmente in grado di colpire anche chi da questo tipo di prodotto prende le distanze più per partito preso che per empatia: personalmente, non vedo l'ora di poter condividere le gesta di William Wallace ed il suo "essere indomito" con il Fordino appena sarà grande abbastanza per affrontare la visione.
Del resto, sono stato adolescente anche io, guardando questo film.
E mi piacerebbe che lui potesse pensare che, dovendo combattere per la Libertà, avrebbe sempre e comunque accanto il suo vecchio.
Che per quanto tamarro, zotico e pane e salame possa essere, non trova un piacere più profondo del vivere stesso, con tutta la passione e la libertà di farlo che comporta.




MrFord




"Tolling for the aching whose wounds cannot be nursed
for the countless confused, accused, misused, strung-out ones an' worse
an' for every hung-up person in the whole wide universe
an' we gazed upon the chimes of freedom flashing."
Bob Dylan - "Chimes of freedom" - 




venerdì 9 gennaio 2015

The Rocky Horror Picture Show

Regia: Jim Sharman
Origine: USA, UK
Anno:
1975
Durata:
100'





La trama (con parole mie): Brad e Janet, reduci da un matrimonio, decidono di dare finalmente libero sfogo ai loro sentimenti e di sposarsi a loro volta. Quando, però, sulla strada del ritorno a casa, un violento temporale li costringe a chiedere aiuto agli occupanti di un castello visto in lontananza, le loro vite cambiano. Quella cui si trovano a bussare è infatti la dimora di Frank 'N Further, venuto dal lontano pianeta Transylvania per portare l'assoluta libertà nel sesso e nei costumi sulla Terra, dedito ad esperimenti e feste decisamente lontani dagli standard dei futuri sposini.
Accompagnati da personaggi inquietanti e grotteschi come Riff Raff, i due giovani finiranno prede del vortice di libidine orchestrato dallo stesso Frank, in attesa di rivelare quella che dovrebbe essere la sua più grande creazione - Rocky - senza sapere che l'intervento dell'ingestibile Eddie e le macchinazioni di alcuni suoi conterranei potrebbero mescolare completamente le carte in tavola.








La mia prima volta come spettatore del Rocky Horror Picture Show fu la migliore che si potrebbe chiedere ad un cult assoluto ed indimenticabile come il musical firmato da Richard O'Brien divenuto negli anni un fenomeno di massa planetario con schiere di fan incalliti di Frank 'N Further e soci: ero all'inizio dell'ultimo anno delle superiori, ed una sera fui portato da un gruppo di amici già appassionati al Cinema Mexico di Milano, locale storico che, da trent'anni, propone ogni settimana la versione cinematografica delle disavventure di Brad e Janet parallelamente ad una live con attori e partecipazione attiva - molto, molto attiva - del pubblico.
Per quanto, senza dubbio, il Ford di allora finì per divertirsi e lasciarsi andare in misura molto minore di quanto non farebbe il Ford attuale, quell'esperienza fu una delle più incredibili che la settima arte ed il potere che la stessa genera sarebbe stata in grado di farmi provare sulla pelle - in molti sensi -: e senza dubbio contribuirono alla creazione di questo ricordo gli amici che erano con me, l'atmosfera splendida del Mexico, il riso lanciato, l'acqua e i balli scatenati.
Ma nulla sarebbe stato lo stesso, senza il Rocky Horror.
Per quanto abbia amato, nel corso della mia successiva carriera di spettatore, musical meravigliosi come West Side Story - forse il mio preferito di sempre -, Cats o Hedwig, nessuno nel mio cuore avrà infatti mai la considerazione, l'amore e la capacità di farmi godere più della strampalata, caotica, travestita, ribollente, creatura di Jim Sharman, un affresco tra i più divertenti, sexy ed allo stesso tempo clamorosamente impacciati e grotteschi di sempre condito da una colonna sonora ed una selezione musicale praticamente perfette: eppure, nonostante gli innumerevoli pregi di questo affresco decisamente sopra le righe, niente potrebbe prendersi il merito della sua affermazione quanto la clamorosa galleria del cast of charachters, dall'indimenticabile Frank 'N Further, paladino della libertà di esprimere se stessi e del sesso sfrenato fino all'irrefrenabile Eddie, passando da Riff Raff e Magenta fino ai già citati quanto improbabili Brad e Janet.
Un gruppo variegato ed indimenticabile, in grado di fornire al pubblico tutte le differenze e diverse più o meno umanità in modo da stabilire da subito un contatto molto stretto - quasi quasi carnale - con i propri preferiti, sfruttando un meccanismo che, anni dopo, avrebbe reso così importante un lavoro come Lost, imitato alle feste e da una parte e dall'altra dello schermo praticamente fin dai primi giorni della sua uscita nelle sale: avremo dunque chi si immedesimerà in Brad e Janet, progressivamente conquistati e, chissà, per una certa morale, "corrotti", chi si crogiolerà nei panni dell'incontenibile Frank - che, considerati i Gallagher, pare fare del suo nome una sorta di garanzia -, chi si godrà semplicemente Magenta, altri che perderanno il sonno nel tentativo di spiegare il curioso e mellifluo Riff Raff, e ci sarà chi verrà travolto dall'istinto puro come Eddie o, semplicemente, finirà per chiedersi stranito cosa sta accadendo accanto a lui come Rocky.
Ed è profondamente giusto così.
Il Rocky Horror è infatti uno dei più importanti inni alla diversità positiva del Cinema, e se fosse possibile, sarebbe bello che ognuno di noi lo leggesse - o rileggesse - in maniera nuova e sorprendente, diametralmente opposta a tutte le altre: non che questo voglia necessariamente significare essere eccentrici o sopra le righe a tutti i costi, quanto un appello a chiunque ha tenuto tra le mutande ed in tutte le sue zone erogene la carica giusta per sorprendere la vita almeno quanto la stessa sorprese anche me al Cinema Mexico ormai quasi vent'anni fa.
Liberatevi di tutto, dal raziocinio al buon senso, e tuffatevi.
Sarà una delle prime volte più goduriose che possiate immaginare.
Che siate dalla parte di chi la sperimenta, o da quella di chi la insegna.




MrFord




"Don't get strung out
by the way I look
don't judge a book by its cover
I'm not much of a man
by the light of day
but by night I'm one hell of a lover
I'm just a sweet transvestite
from Transexual, Transylvania."
Richard O'Brien - "Sweet transvestite" - 






venerdì 21 novembre 2014

Il pianeta delle scimmie

Regia: Franklin J. Schaffner
Origine:
USA
Anno: 1968
Durata:
112'






La trama (con parole mie): l'astronauta George Taylor ed il suo equipaggio, in viaggio verso lo spazio profondo, si pongono in uno stato di animazione sospesa che possa permettere a tutti loro di superare la prova del Tempo e giungere dove nessun umano era mai stato prima.
Precipitati su un pianeta dalle caratteristiche molto simili alla Terra e perso un membro, i tre superstiti si troveranno a lottare per la loro sopravvivenza e libertà in un mondo governato da scimmie umanoidi che, di fatto, ricoprono un ruolo terribilmente simile a quello che sulla Terra hanno sempre ricoperto gli umani.
Quando le vicissitudini di questa nuova sfida porteranno alla morte anche gli altri due compagni, Taylor si troverà a doversi affidare alla studiosa locale Zira per poter riconquistare la propria individualità: ma sarà soltanto per andare incontro ad una sorpresa terribile.









Non troppo tempo fa, ancora freschi di visione del recente e controverso - almeno per quanto riguarda le recensioni che l'hanno avuto come oggetto - Apes revolution, io ed il mio fratellino Dembo ci trovammo nel bel mezzo di una passeggiata al parco con bimbi al seguito da bravi padri di famiglia a chiacchierare a proposito della prima pellicola che originò il successo ormai rispolverato del brand dedicato al futuro dominato dalle scimmie: in quell'occasione fu proprio il mio succitato ed inseparabile compare a giungere in casa Ford con l'omaggio del bluray di quella pellicola datata millenovecentosessantotto, più simile nel suo approccio alla sci-fi alle visioni del Kubrick di 2001 o dei b-movies di Bava che al gusto per l'eccesso e del larger than life attuali, pronto a giurare che la visione valesse non solo più di quelle dei due ultimi capitoli del "brand" - anche se, ormai, varrebbe più parlare di reboot, o ispirazione -, ma anche della maggior parte dei titoli di genere attualmente in circolazione in sala.
Ed effettivamente, ancora una volta, finisco per dare ragione al mio fratellino.
Il pianeta delle scimmie, a quasi cinquant'anni dalla sua realizzazione, trova ancora non solo un significato ben preciso ed una collocazione, ma risulta - con tutti i limiti realizzativi e di espressione del caso - assolutamente attuale se non addirittura visionario nell'affrontare tematiche che, pur rinnovandosi, all'interno della nostra società continuano ad avere un significato profondo e ben preciso e fornendo allo spettatore la giusta dose di tensione legata allo svolgimento della storia di Taylor fino al clamoroso - anche se intuibile -, disperato finale, tra i migliori che la fantascienza di questo tipo abbia mai regalato al suo pubblico.
Certo, vanno messi in conto all'opera di Schaffner una certa retorica molto USA - che, comunque, ha spesso e volentieri il sapore di non troppo celata critica - ed un approccio, in termini di svolgimento e di mezzi, assolutamente naif per lo standard attuale e forse anche quello di allora, eppure l'insieme risulta coeso ed avvincente, non banale - il ribaltamento sociale delle parti tra uomo e scimmia risulta credibile ed in un certo qual modo verosimile -, in grado di tenere ancora inchiodati alla poltrona dal primo all'ultimo minuto: la struttura resta quella del film didattico - in un certo senso, le moderne imprese di Caesar, per quanto evidenti, non sono subordinate ad una sorta di monito da indirizzare alle platee, al contrario di quelle di Taylor, interpretato dal discutibile, umanamente parlando, Charlton Heston - che potrebbe addirittura indispettire i più radical o i meno avvezzi ad un approccio all'apparenza così poco moderno di una pellicola, così come i dialoghi tra il protagonista umano ed i suoi carcerieri pronti a condurre l'audience al drammatico confronto nell'aula di tribunale, teatro di una sorta di sfida quasi filosofica simile a quella che precede la battaglia conclusiva.
La tematica, poi, cara alla fantascienza classica, che conduce Taylor all'agghiacciante scoperta dell'epilogo - che non rivelo per evitare spoiler nel caso in cui qualcuno decidesse di vederlo per la prima volta - è funzionale e resa al meglio: un occhio esperto potrebbe riuscire ad intuirlo in anticipo, eppure l'idea di abbandonarsi completamente e vivere le vicende dell'astronauta esule nella loro parte più d'azione funziona almeno quanto riflettere non tanto sul fatto che siano le scimmie a dominare il pianeta sul quale gli uomini giungono, ma che la loro società apparentemente avanzata nasconda falle di sistema pronte ad esplodere alla prima variabile impazzita.
Un pò quello che accade anche da queste parti, sulla Terra.
La nostra Terra.
E chissà poi fino a quando.



MrFord



"Big gorilla at the L.A. Zoo
snatched the glasses right off my face
took the keys to my BMW
left me here to take his place."
Warren Zevon - "Gorilla you're a desperado" - 





sabato 13 settembre 2014

Fringe - Stagione 5

Produzione: Fox
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 13




La trama (con parole mie): ripescati dall'ambra ventuno anni nel futuro rispetto alla loro epoca Walt e Peter Bishop, Olivia e Astrid si ritrovano in un mondo dominato dagli Osservatori che vede i giorni dell'umanità praticamente contati. Aiutati dalla resistenza e dalla figlia ormai adulta Etta si trovano a combattere per realizzare un piano orchestrato dallo stesso Walter in compagnia del misterioso Donald nel passato ed impresso su una serie di videocassette che dovrebbe portare i nostri ad annullare la minaccia degli Osservatori stessi grazie ad una sorta di paradosso temporale che induca la misteriosa razza ad autoannullarsi.
Sarà una lotta dura e non priva di sacrifici anche in termini di vite, ed uno scontro all'ultimo sangue con gli invasori guidati dal glaciale e spietato Capitano Windmark.






Dopo un inizio difficoltoso ed una prima visione del pilot che rimase un episodio isolato per anni in casa Ford, Fringe ha rappresentato, nelle ultime stagioni di visioni "da tavola" degli occupanti del Saloon un appuntamento fisso e decisamente amato, costruito su un gruppo di personaggi memorabile e sulla contaminazione di generi, dalla sci-fi classica ai paradossi temporali, dal thriller all'horror, da X-Files agli scenari in pieno stile Blade runner di questa ultima stagione, giocata tutta su un futuro assolutamente distopico ed orwelliano all'interno del quale i protagonisti si trovano a fronteggiare i più enigmatici tra i comprimari delle precedenti seasons, gli Osservatori.
Occorre comunque ammettere che i primi episodi hanno rappresentato una fonte di discreto disorientamento per noi Ford, abituati ad un piglio decisamente più efficace - e soprattutto alle ottime stagioni due e tre - e ad un ritorno emotivo in grado di fare il paio con l'intrattenimento: rodato, però, il meccanismo, e stabilito un certo equilibrio legato al cambio dell'ambientazione, la creatura di J. J. Abrams è riuscita a riguadagnare il terreno perduto finendo per piazzare un finale toccante e decisamente perfetto per l'intera serie, poggiata sulle spalle del meraviglioso Walter - evidentemente un nome che porta bene, sul piccolo schermo - Bishop interpretato alla grandissima da un John Noble in spolvero totale, toccando un tema sempre affascinante come quello dei viaggi e dei paradossi temporali che, da Ritorno al futuro a Ricomincio da capo, è sempre stato un vero e proprio must da queste parti.
Senza dubbio la riduzione del numero degli episodi rispetto alle annate precedenti ha finito per influire sullo script - passaggi come il destino di Etta, quello di Nina Myers o di Broyles, così come il viaggio di Olivia nella dimensione parallela che era stata protagonista della quarta stagione, il ritorno della parte "oscura" di Walter o il tentativo di Peter di rendersi il più simile possibile agli Osservatori avrebbero meritato decisamente più spazio, ed una calma maggiore nello scioglimento delle trame e sottotrame - e la stessa Olivia, main charachter fin dal principio, risulta nettamente ridimensionata sia nell'importanza che nell'impatto sull'opera, perdendo parte del carisma che l'aveva contraddistinta in precedenza, eppure il lavoro su Walter e Donald/Settembre, unito agli spunti legati ai rapporti che si evolvono tra padri e figli riescono a sopperire alle mancanze e alle imperfezioni di una chiusura di serie che, nel bene o nel male, rimane all'altezza di un prodotto sicuramente di genere ma ugualmente in grado di appassionare e legare a se spettatori anche normalmente non avvezzi a sci-fi ed affini.
Se, a questo, si aggiungono il recupero di molti riferimenti alle annate precedenti - dai casi Fringe usati come armi contro gli Osservatori ai misteriosi simboli comparsi fin dal principio prima di ogni interruzione pubblicitaria - ed un episodio conclusivo commovente quanto dedicato all'azione - ottimo il confronto finale con il detestabile Windmark, perfetto "cattivo" quasi da fumetto -, il compito è assolto.
E, a volte, il passaggio di testimone assume il significato di una "nuova speranza" che gli appassionati di fantascienza conoscono bene.
Anche quando si tratta soltanto di un tulipano tracciato su un foglio bianco.




MrFord




"Who knows? Not me.
We never lost control
you're face to face
of the Man who Sold the World."
David Bowie - "The man who sold the world" - 



lunedì 24 febbraio 2014

12 anni schiavo

Regia: Steve McQueen
Origine: USA, UK
Anno: 2013
Durata: 134'




La trama (con parole mie): Solomon Northup, violinista, padre di famiglia e uomo libero vive come elemento di spicco della comunità di Saratoga, New York, nel 1841. Nel corso di un viaggio della moglie con i due figli è avvicinato da due uomini che gli offrono un ingaggio ben pagato attirandolo in una trappola: Solomon viene infatti rapito e venduto come schiavo, iniziando una vera e propria odissea costruita su sofferenza, tentativi di fuga, passaggi di proprietà da un padrone all'altro, sopportando vessazioni ed umiliazioni per poter sopravvivere.
Divenuto uno degli schiavi del tirannico Epps, Northup, ribattezzato Platt, dovrà attendere ben dodici anni prima di poter intravedere una speranza di tornare tra le braccia dei suoi cari.






Non ho mai amato particolarmente il lavoro di Steve McQueen.
Talento estetico indiscutibile, infatti, il regista anglosassone mi è sempre parso come un illustre appartenente alla categoria dei "belli senz'anima", capace di regalare qualche zampata ma non di coinvolgere fino in fondo: dunque, i precedenti Hunger e Shame, seppur validi, finirono presto nel dimenticatoio fordiano delle visioni dalle quali ci si poteva aspettare decisamente di più.
12 anni schiavo, pellicola che avrebbe potuto significare svolta o clamorose bottigliate per il suddetto McQueen, rappresentava anche una prova non semplice: lavorare su un film che racconti - peraltro molto bene - una storia vera legata ad una delle ferite più profonde della Storia americana, quella dello schiavismo, senza rischiare di scadere nella retorica di grana grossa non si prospettava certo come una cosa da nulla, pur considerando che - fortunatamente - tematiche come queste difficilmente incontrano critiche aspre ed agguerrite - un pò come la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti -, e come recitava Kate Winslet in Extras, di norma finiscono per essere premiate ai grandi Festival.
Senza dubbio, il corpulento Steve ha raggiunto il suo obiettivo: 12 anni schiavo è indubbiamente un grande film sia dal punto di vista tecnico che emotivo, in grado di smuovere sentimenti e toccare temi importanti come il diritto alla Libertà che dovrebbero essere sempre e comunque alla base della società umana, interpretato da un gruppo di attori in grande spolvero, fotografato con una cura maniacale ed in grado di passare dalla violenza estrema - fisica e psicologica - a momenti di delicatezza quasi straziante, senza risparmiare, in questo, neppure una fetta dell'audience.
Eppure, tolti il fattore tecnico e la lotta per la sopravvivenza affrontata da Solomon Northup, così come lo splendido finale - da brividi quel "perdonatemi" che ancora mi scuote dentro -, sono rimasto fino all'ultimo indeciso sul voto da assegnare a questo film, trovandomi a ripensare al percorso intrapreso dal regista, al coinvolgimento giustamente "obbligatorio" del pubblico, al fatto, per dirla come Julez, che ci si aspetti di piangere, alla fine, inesorabilmente.
Il passaggio decisivo che ha permesso a 12 anni schiavo di muovere un passo oltre è finito per essere il confronto che Solomon ha con il carpentiere Bass interpretato da Brad Pitt, charachter abolizionista e cresciuto in una realtà ben diversa - quella canadese - rispetto agli Stati del Sud, e nel faccia a faccia di quest'ultimo con il tirannico Epps cui presta lo sguardo spiritato un ottimo Fassbender: riflettendo sulle condizioni agghiaccianti dei lavoratori, la differenza di vedute tra Nord e Sud che sfocerà nella Guerra di Secessione si traduce nella questione posta da Bass al proprietario della piantagione che ha visto prigioniero Solomon per anni, ovvero il fatto che, a prescindere dalla razza, il concetto di schiavitù non dovrebbe esistere nella società.
Nello sguardo deciso di Brad Pitt rivolto a Chiwetel Ejiofor, e in quel "non l'aiuterò perchè è un piacere, l'aiuterò perchè è un dovere" si riassume tutto quello che ho vissuto affrontando questa visione.
12 anni schiavo non è un film indimenticabile, una bomba della settima arte come The wolf of Wall Street.
Non è neppure piacevole da vedere, perchè mette a nudo uno dei concetti più importanti che riguardano l'Uomo come animale sociale, e personalmente mi ha messo di fronte al fatto che, probabilmente, se fossi ridotto in schiavitù non riuscirei a sopravvivere, perchè finirei per seppellire di legnate il Paul Dano della situazione finendo impiccato a qualche albero sperduto.
Ma non è per piacere, che un'opera come questa va guardata, vissuta, ammirata.
12 anni schiavo va indiscutibilmente promosso perchè è un dovere di noi tutti non dimenticare quante persone hanno dovuto sputare sangue affinchè certe cose non si ripetessero, come si dice accada quando si parla di Storia.
Un dovere che Steve McQueen sceglie di raccontare nel modo più elegante possibile.
Ma indiscutibilmente un dovere.



MrFord



"Oh, when them cotton bolls get rotten
you can't pick very much cotton,
in them old cotton fields back home."

Creedence Clearwater Revival - "Cotton fields" -




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