Visualizzazione post con etichetta road movies. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta road movies. Mostra tutti i post

lunedì 10 aprile 2017

La pazza gioia (Paolo Virzì, Italia/Francia, 2016, 118')






Ricordo quando, lo scorso anno poco prima dell’inizio della primavera, affrontai la visione dell’ottimo The end of the tour, che a partire dalle vicende di David Foster Wallace riuscì, in una particolare sequenza, non solo a toccarmi nel profondo, ma a rendere più chiara – per quanto non condivisibile dal sottoscritto - la scelta del mio amico Emiliano, che poco più di due anni fa decise di suicidarsi senza che nessuno, dai suoi più stretti conoscenti a sua madre, dai colleghi a noi compari “di vecchia data” si accorgesse o sospettasse anche solo minimamente.
Wallace, in un passaggio della pellicola appena citata, suggerisce per spiegare la situazione all’amico giornalista, di immaginarsi di essere all’interno di un palazzo in fiamme, in una condizione di sofferenza e terrore così terribili da far apparire un gesto estremo come quello di gettarsi nel vuoto come una liberazione.
Del resto, nessuno di noi si conosce quanto noi stessi, e a volte il dolore che si porta dentro finisce per risultare così profondo ed insanabile da sfociare in gesti definitivi o, in alternativa, nella “follia”: ma cosa sarà mai, esattamente, questa follia?
E’ una fuga? Un modo che ha la nostra mente di rifugiarsi in un suo mondo simile al coma per il corpo? Un tentativo di isolarsi in modo da poter sperare di riparare al danno prima di riprendere a vivere?
Ma soprattutto, essere “folli”, o disperati, o feriti dentro, dove nessuno potrà vedere all’infuori di noi, esclude la gioia dalla e della vita?
Personalmente, penso di no.
In fondo, la condizione in cui viviamo, per quanto drammatica possa essere, e fisica o mentale che sia, è lo specchio del nostro carattere, della forza che ci permette di uscire fuori, ricominciare, alzare la testa, prendere una decisione oppure un’altra.
Paolo Virzì, che da queste parti resta amatissimo per piccoli cult come Ovosodo o grandi film classici come La prima cosa bella – che resta il lavoro che preferisco del regista livornese – fornisce una sua risposta con questo La pazza gioia, appoggiandosi a due interpretazioni di straripante cuore fornite da due attrici in grandissima forma – Micaela Ramazzotti, già protagonista dell’appena citato La prima cosa bella, e soprattutto Valeria Bruni Tedeschi, che si mangia pellicola, spettatori e chi più ne ha, più ne metta -, regalando all’audience momenti di grande emozione ed una storia sentita e profonda, disperata eppure straripante di speranza.
  Certo, come molti degli ottimi prodotti italiani usciti negli ultimi due anni almeno qui nella Terra dei cachi ha finito per essere sopravvalutato – non è certo una novità, se pensiamo cos’è accaduto al Cinema da Qualcuno volò sul nido del cuculo in poi, l’utilizzo della follia e del suo ruolo in chi la vive sulla pelle e spera un giorno di reinserirsi nella società – dalla critica più giovane – nella blogosfera ho letto recensioni che ne parlavano come di qualcosa di enorme, mentre come ho già sottolineato, a mio parere Virzì ha saputo fare anche di meglio in passato – così come da quella storica – assurdo e campanilista pensare, ad esempio, che per gente come Mereghetti questo film sia uno dei più belli degli ultimi anni salvo poi bocciare cose come Alabama Monroe accusandole di sfruttare il dolore per raccontare una storia -, ma sarebbe ingiusto nei confronti del grande lavoro del regista e delle due protagoniste non dare credito a quello che, senza dubbio, rappresenta uno dei capitoli più intensi e profondi del Cinema italiano recente, che resta per me ancora qualche passo indietro rispetto ad Europa, Oriente ed USA ma che ha mostrato, anche grazie a quelli che sono destinati a diventare cult negli anni come La pazza gioia segnali di una ripresa che, lo spero sempre, possa riportare la produzione nostrana ai livelli degli anni sessanta e settanta, quando al mondo non c’era nessun Paese che poteva vantare una formazione di registi e produzione di Capolavori come la Nostra.
In attesa di quel momento, ringrazio e mi godo storie come questa, raccontate con il cuore e con il cuore portate sullo schermo, pronte a regalare emozioni profonde e mostrare un altro 

pezzo del grande mondo che abbiamo dentro, anche quando pare perfino peggio di quello che ci attende ogni giorno al varco fuori.
L’importante sarà affrontarlo a testa alta e con un po’ di sana follia.




MrFord



 

venerdì 7 ottobre 2016

Nonno scatenato (Dan Mazer, USA, 2016, 102')




Mettiamo in chiaro tutta una bella serie di cose: Robert De Niro, attore mitico parte della Storia del Cinema e di molti di noi appassionati cresciuti a Taxi driver, Il cacciatore e Quei bravi ragazzi è da anni bollito, quasi avesse deciso di pensionarsi interpretando la parodia di se stesso.
Zac Efron, ex teen idol uscito dalla "cantera" di High school musical è probabilmente già ora una parodia di se stesso.
Le commedie di grana grossa ma dal lieto fine, quasi una versione per adulti delle fiabe Disney, sono uno dei mali peggiori che il Cinema mainstream possa generare alimentando l'astio dei radical ed il livello basso del pubblico fin troppo grande ed occasionale.
Nonno scatenato, a conti fatti, è un film molto mediocre e prevedibile, di quelli davvero in cui buttare i neuroni nelle serate in cui si è talmente stanchi che si finisce per resistere giusto per non pensare di aver solo lavorato, sistemato casa e dormito.
Eppure, a dispetto di tutto questo, mi sono divertito come un povero stronzo ridendo di gusto da solo per la quasi totalità della visione, immaginandomi da qui ad una quarantina d'anni nelle vesti indossate per l'occasione proprio dall'ex "Toro scatenato" Bob, che come in una versione di grana molto più grossa del nonno di Little Miss Sunshine sfodera una perla dietro l'altra facendo di tutto - e anche di più - per cercare di riportare il suo nipote prediletto, incanalato in una carriera e in una vita preconfezionate, sulla cattiva strada, come canterebbe fiero De Andrè.
Sarà che, invecchiando io stesso, ho finito non solo per superare la timidezza giovanile, ma anche e soprattutto per uscire sempre più spesso e sempre più volentieri dalle righe e dal seminato, abbassando di conseguenza il mio livello sbattendomene dell'apparenza e godendomi il momento, ma ho trovato gli scherzi e le trovate di questo filmetto praticamente irresistibili, e pensato di cominciare ad allenarmi da "dirty grandpa" già ora, semplicemente da padre, o anche solo da amico, pensando agli scherzi che quasi quotidianamente rifilo al mio collega Max, "mascotte" non ufficiale della mia squadra di lavoro.
Per il resto, a parte un paio di scivoloni decisamente di cattivo gusto con protagonista De Niro, la pellicola intrattiene come è giusto che facciano questi prodotti, mostra il fianco ad una censura italiana scandalosa - tagliate clamorosamente due sequenze che vedono i protagonisti fare uso evidente di droghe pesanti, quasi fossimo tornati negli anni ottanta dei tagli a cazzo di cane - per il Nuovo Millennio e regala il tipo di divertimento bramato dal tipico gruppo di amici o colleghi in bilico tra il bromanticismo e la bieca animalità maschile - che non esclude, però, dalla visione, eventuali spettatrici illuminate pronte a non scandalizzarsi per il rutto libero di regista e sceneggiatori  -.
Considerato che partivo dall'idea di una serata in apnea nell'immondizia cinematografica, direi che è andata piuttosto bene, un pò come quando si finisce ad una festa senza conoscere nessuno ed avere alcuna aspettativa e si rimedia la scopata dell'anno.
E forse della vita.




MrFord




 

giovedì 5 maggio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): dopo una primavera quantomeno sciapa le ultime due settimane paiono aver cominciato a presentare segni di ripresa per quanto riguarda le proposte cinematografiche.
L'unico a non dare alcun segno di ripresa, invece, è il mio rivale Cannibal Kid, come sempre pronto a regalare al pubblico di questa rubrica i suoi commenti scombinati: e come Capitan America rispetto alla legge di registrazione dei superumani, il qui presente Ford sarà pronto anche questa settimana ad ergersi contro di lui come un baluardo.




"Pronto, polizia? Devo denunciare la mia fan numero uno, Cannibal Kid: continua a seguirmi!"



Captain America: Civil War

"Capitan Ford si oppone ancora al regime di Cannibal: dobbiamo intervenire."
Cannibal dice: La storia di due ex amici e alleati che adesso si fanno la guerra. Proprio come Captain Ford e Iron(ic) Kid...
Nah, non è vero. Loro non sono mai stati amici e la loro è sempre stata una Incivil War.
Io comunque devo ancora vedere i primi due episodi delle avventure di Captain America. Ho tentato per 2 volte di guardare il primo, ma mi sono addormentato entrambe le volte manco fossi di fronte a un lavoro di Sokurov osannato da Ford.
Ford dice: dopo l'ottimo secondo capitolo dedicato alle avventure di Capitan America - di gran lunga migliore rispetto a quello degli Avengers -, ecco il Marvel movie quasi più atteso dell'anno, con la lotta pronta ad esplodere tra Capitan Ford e Iron Kid.
O forse quella era la Blog War, che di Civil non aveva nulla!?!?




Il traditore tipo

"Se guida Ford, su questa macchina non ci salgo."
Cannibal dice: Dopo La talpa e La spia, un nuovo film tratto da John Le Carrè, un nome che mi fa venire sonno quasi quanto quello del mio “celebre” blogger rivale. Però ci sono Ewan McGregor e Damian Lewis, l'idolo di Homeland oggi idolo della nuova ottima serie Millions, quindi mi sa che mi toccherà vederlo comunque. Spero almeno mi regalerà una ronfata come si deve.
Ford dice: i film spionistici non mi dispiacciono affatto, nonostante a volte, soprattutto quando si tratta di cose troppo seriose e finto autoriali alla Cannibal Kid, finiscono per deludere non poco.
Speriamo che il cast possa essere un buon segno per questo film, e che Peppa possa stroncarlo a dovere aumentando l'hype del sottoscritto.



Microbo & Gasolina

"Hey, Microbo Kid, dici che finalmente faranno uscire il nostro film?"
Cannibal dice: Annunciato già alcune settimane fa, ecco che finalmente dovrebbe arrivare il nuovo film del grande Michel Gondry. Si rivelerà un nuovo cult cannibale, o l'ennesima delusione di un'annata per ora più deludente di un qualunque post fordiano?
Ford dice: già annunciato ampiamente in questa rubrica settimane fa, Microbo&Gasolina, come allora, mi pare un tentativo piuttosto spompo di Gondry per tirare fuori dal cilindro qualcosa di interessante.

Spompo quasi quanto quel pusillanime del mio rivale.



Stonewall

"Via Cannibal dalla blogosfera! Subito!"

Cannibal dice: Roland Emmerich per una volta non alle prese con una pellicola apocalittica, bensì con un film a basso budget a tematica gay?
È davvero giunta la fine del mondo?
Ford dice: pellicola a tematica gay che mi pare la versione povera del più che discreto Pride.
Sarà che dietro la macchina da presa c'è Emmerich, che con l'argomento c'entra meno di Cannibal con il Cinema.




Il ministro

"Chi ha cucinato?" "Quei due bloggers che pensano di saperne di Cinema." "Se è così, non tocco cibo."

Cannibal dice: Ennesima pellicola italiana a tematica politica. Il problema di questi film è che la realtà supera di gran lunga la fantasia. Così come le opinioni di Ford si rivelano spesso peggiori di qualsiasi incubo.
Ford dice: ennesimo film "politico" italiano. Ennesimo salto a piè pari del sottoscritto.



Florida

"Ford più giovane di me? Ma non farmi ridere!"

Cannibal dice: Film in cui un'ottantenne affetto da demenza senile parte per un viaggio on the road con la figlia. Peccato che la Fordina sia ancora troppo neonata per prendere la patente, perché se no potrebbe fare la stessa cosa con il suo anziano (e demente) padre.
Ford dice: i viaggi on the road al Cinema finiscono sempre per piacermi, eppure quando sento parlare di Cinema francese i dubbi mi assalgono almeno quanto accade quando apro Pensieri Cannibali. Staremo a vedere.




Al di là delle montagne

"Ragazza mia, guidi peggio di Ford!"

Cannibal dice: Pellicola cinese che sa di mattonazzo fordiano al di là di ogni possibile immaginazione, più che al di là delle montagne.
Ford dice: è parecchio tempo che non mi concedo una bella visione autoriale fordiana al cento per cento, e chissà che questo Al di là delle montagne non possa essere il titolo giusto, alla faccia di quel finto radical del Cucciolo eroico.



Corpo estraneo

"In confronto a quei due poveracci di Ford e Kid, tu stai una favola!"

Cannibal dice: Film polacco-italo-russo pseudo autoriale persino troppo fordiano per essere vero. Io preferisco rimanerne estraneo.
Ford dice: corpo estraneo? Come Cannibal rispetto al Cinema?



Tutto può accadere nel villaggio dei miracoli

"Un film che veda nel cast i meno competenti di Cinema al mondo? Cannibal Kid ha già il ruolo di protagonista!"
Cannibal dice: Tutto può accadere nel villaggio dei miracoli, anche che Ford parli male di un film con Stallone?
Non credo proprio.
Ford dice: tutto può accadere nel villaggio dei miracoli, anche che Cannibal un giorno possa finalmente capirne qualcosa di Cinema?
Non credo proprio.



La buona uscita

"Davvero buono, quello che resta del Cannibale dopo il trattamento di Ford."
Cannibal dice: La buona uscita è quella che vorrei dare io a Ford da questa rubrica. E consiste in un coppino ben assestato dietro alla testa.
Ford dice: la buona uscita è quella che vorrei dare io a Cannibal rispetto alla blogosfera. Un bel calcio rotante che lo spari dritto in orbita.



Robinson Crusoe
 
"Dov'è finita quella bestia di Ford?" "Sarà nella foresta a caccia del Cucciolo Eroico, come al solito!"
Cannibal dice: Dal Belgio adesso non c'arrivano solo i terroristi, ma pure queste pellicolette animate avventurose che sembrano fatte apposta (e solo) per Ford. Cos'è peggio?
Ford dice: non avrei dato e continuo a non dare due lire a questi tentativi di film d'animazione, ma il Fordino ha visto il trailer e ha deciso di concedere una visione. Dunque temo che non potrò esimermi.


venerdì 11 marzo 2016

The end of the tour

Regia: James Ponsoldt
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 106'






La trama (con parole mie): quando, sul finire del duemilaotto, David Lipsky, scrittore e giornalista, riceve una telefonata attraverso la quale apprende della morte per suicidio di David Foster Wallace, torna con la mente ai cinque giorni di intervista che Rolling Stones gli concesse nell'inverno del novantasei, quando sia lui che lo stesso Wallace erano ancora giovani ed instabili ed Infinite Jest, romanzo che consacrò lo stralunato Foster, era stato appena lanciato, osannato dalla critica e portato alla ribalta anche dal pubblico.
Il rapporto costruito dai due David nel corso di quell'intervista, compiuta nel corso degli ultimi giorni del tour promozionale del romanzo, segnerà profondamente le anime di entrambi, e lascerà un ricordo indelebile di un viaggio prima vissuto che compiuto, pronto a diventare, proprio a seguito dell'ondata di ricordi, un libro firmato dallo stesso Lipsky in memoria dell'amico scomparso.











Se non di nome o di fama, o a seguito della notizia del suo suicidio - che ricordo più che altro per l'aura di autore leggendario che già lo circondava -, non conosco per nulla David Foster Wallace.
Non ho mai seguito la sua carriera, e non ho letto alcun suo lavoro.
La visione di The end of the tour, dunque, è arrivata a mente fresca, senza alcuna aspettativa o pregiudizio "del giorno prima".
E, prima ancora di parlare del film o della sua realizzazione, posso assegnare allo stesso un grande merito: prima ancora di solleticare la voglia di recuperare Infinite Jest - che, comunque, ho immediatamente pescato in formato ebook - The end of the tour mi ha messo addosso una gran voglia di scrivere.
Certo, non è affatto detto che questo si traduca in qualcosa di concreto - in fondo ho sempre nel cassetto il famoso romanzo che sono anni che intendo pubblicare online, e nel frattempo ho iniziato ed abbandonato almeno altri tre o quattro progetti -, ma il brivido che scuote chiunque sia abituato a buttare "su carta" i propri sentimenti e pensieri quando si pensa anche solo alla lontana di mettersi al lavoro già di suo assume un valore comunque importante.
Ad ogni modo, a prescindere da quelle che sono e saranno le mie scelte in ambito letterario, devo ammettere di essermi molto volentieri lasciato travolgere da questo road movie dal sapore molto indie che, più che raccontare la ribalta del David Foster Wallace scrittore di culto mondiale, porta sullo schermo la storia di un'amicizia atipica che rimbalza tra l'invidia di Lipsky delle doti e del talento di Wallace e quella di Wallace per la spigliatezza di Lipsky, decisamente più abile di lui nel destreggiarsi nel mondo e nei rapporti sociali.
In questo senso il lavoro di James Ponsoldt riesce a rendere molto bene l'idea del disagio che perfino un genio è in grado di provare nel momento in cui si sente fuori posto in qualsiasi contesto che non sia quello scelto e dominato dalle proprie stranezze e ritmi, quasi soffrisse di una versione solo emotiva di autismo che finisce per indurlo ad essere percepito come un matto da prendere come una mascotte, un furbo dalle mille pose o, più semplicemente, un mezzo sciroccato, finendo divorato da fama e talento prima che davvero lo si possa percepire per quello che è.
La cosa più interessante pronta ad uscire dal film, però, è data dal fatto che non sembra che la condizione di divinità della Letteratura contemporanea di Wallace sia necessaria per provare un certo tipo di disagio o sentimenti, e di quanto, a volte, la natura umana sia in grado di farci del male o di renderci piccoli e meschini o grandi e altruisti grazie a semplici sfumature pronte a perdersi di fronte ad una Natura - quella vera - che appare sempre troppo grande per noi e tutto quello che facciamo su questa Terra - splendido, in questo senso, il momento di silenzio di fronte al paesaggio innevato prima della partenza di Lipsky -.
Ma a prescindere dall'atmosfera indie stile Sundance nella versione che piace al sottoscritto, dalle buone prove di Segel ed Eisenberg - il primo supera il secondo, sempre un pò troppo uguale a se stesso -, dall'idea che il confronto ed il viaggio hanno il potere di costruire sempre qualcosa, nonostante eventuali apparenze distruttive, sarò per sempre grato alla pellicola di Ponsoldt per una sequenza in particolare, nel corso della quale Wallace spiega a Lipsky, la sera prima della sua partenza, quello che è da sempre il disagio della sua esistenza, quasi fosse un'anticipazione di quello che si tradurrà nel suo suicidio dodici anni più tardi: "un dolore spirituale più forte di qualsiasi dolore fisico tu possa provare", la sensazione di trovarsi in palazzo in fiamme e pensare che la soluzione migliore e preferibile a quella che ci circonda sia il salto nel vuoto - un'immagine, tra l'altro, che rievoca quelle dell'undici settembre -, il dubbio di avere avuto un'intuizione più profonda e geniale rispetto al resto del mondo ma, allo stesso tempo, la consapevolezza di avere qualcosa in meno del mondo stesso che impedisce di vivere non tanto secondo le sue regole, ma di goderne come gli altri.
Per una persona ingorda ed affamata di vita come il sottoscritto, frasi di questo genere appaiono lontane anni luce, e forse difficilmente comprensibili, eppure sono riuscite, per un momento, a farmi pensare da un'altra prospettiva alla scelta compiuta poco più di un anno fa dal mio amico Emiliano: forse anche lui, pur non avendo mai scritto un best seller osannato dalla critica, si sentiva prigioniero dello stesso palazzo in fiamme di David Foster Wallace, o di uno tremendamente simile.
E come Lipsky con il grande autore, io sono contento di aver viaggiato e vissuto con il mio amico.
Anche perchè non ci sarà mai nessun romanzo, film o opera in genere in grado di sostituirsi davvero alla vita.





MrFord





"Cause the love that you gave that we made wasn't able
to make it enough for you to be open wide, no
and every time you speak her name
does she know how you told me you'd hold me
until you died, till you died
but you're still alive."
Alanis Morissette - "You oughta know" - 






lunedì 2 novembre 2015

Città di carta

Regia: Jake Schreier
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 109'





La trama (con parole mie): Quentin, che fin da bambino ha avuto una cotta incontrollabile per la vicina di casa Margo, dedita all'avventura e all'improvvisazione, complice la diversità dalla stessa, ha finito negli anni per allontanarsi da lei concentrandosi sulle amicizie e lo studio, giungendo all'ultimo anno di liceo già convinto di quello che sarebbe stato il suo futuro.
Quando, nel cuore di una notte dell'ultima primavera alle superiori, Margo si introduce in camera sua per chiedergli aiuto in merito ad una vendetta contro l'ex fidanzato di quest'ultima ed i suoi amici, tra i due torna a stringersi il legame che avevano anni prima, quando scoprivano il quartiere in bicicletta, uno accanto all'altra.
Peccato che, il giorno successivo, Margo scompaia.
Quentin, scosso e deciso a trovare un significato al gesto della ragazza, convinto che, dando un senso agli indizi lasciati proprio da lei e raggiungendola ovunque sia darà inizio alla loro storia d'amore tanto sospirata, si mette alla ricerca di Margo aiutato dai suoi due migliori amici.
Riuscirà nell'impresa?








All'uscita di questo Città di carta, figlio cinematografico di un romanzo dello stesso autore del tanto bottigliato, buonista ed irritante Colpa delle stelle, il primo istinto è stato quello di girare al largo, complice anche la già ben nutrita schiera di titoli che lotteranno all'ultimo sangue per il titolo di peggior film dell'anno tra un paio di mesi: recuperato quasi per caso, devo ammettere, al contrario, di averlo trovato migliore dell'appena citato filmetto con protagonista Shailene Woodley.
Dunque perchè, qualcuno si starà chiedendo - e non intendo il Cannibale, che mi apostroferà come e più del solito scrivendo che sono prevedibile e prevenuto -, destinarlo alle stesse bottigliate che travolsero il suo "fratellino"?
Principalmente perchè, per quanto non brutto, o mal realizzato, Città di carta non aggiunge nulla, in termini di emozioni e ricordi generati nel pubblico, rispetto alle centinaia di film di formazione adolescenziali girati soprattutto dagli anni ottanta in avanti, incapace del carattere e della magia di titoli come Stand by me o I Goonies, tanto per citare i due che sono più vicini al mio cuore.
La vicenda di Quentin, per quanto interessante soprattutto nella seconda parte del suo svolgimento con il viaggio in macchina alla volta dello Stato di New York da Orlando accompagnato dai due inseparabili migliori amici e dalle loro fidanzate o quasi, non ha raccontato nulla che chiunque di noi non abbia vissuto almeno una volta nella vita - la cotta devastante che pensiamo possa essere quella definitiva ed inarrivabile e che invece si traduce in una inevitabile sofferenza legata alla perdita dell'equilibrio e dell'amor proprio -, e pur non presentandosi male sullo schermo, mi è parso più una storiella esilina che non qualcosa di destinato a diventare, anche per i teenagers attuali, un vero cult.
Se, ad una mancanza di carattere di fondo della materia e dell'opera nel suo complesso, aggiungiamo l'irritazione suscitata dal personaggio interpretato dalla trend setter - neologismo imparato di recente da Julez, e del quale non conoscevo l'esistenza - Cara Delevingne, la frittata è fatta: raramente, quantomeno nel corso di questa stagione, mi è capitato di detestare un charachter quanto Margo, la tipica figa di legno attizzacazzi finta alternativa che pensa di essere più speciale degli altri e per questo si permette di trattarli, di fatto, come sue appendici ed accessori.
Grandi schiaffi, dunque, per questa protagonista insipida ed irritante, totalmente priva di (auto)ironia e così gonfia di ego da rendere difficoltosa la visione ad ogni sua apparizione sullo schermo: fortunatamente le sue tanto finto drammatiche sparizioni rendono più scorrevole il film che, sicuramente non per caso, trova i suoi momenti migliori con lei lontana dallo schermo - il già citato viaggio in macchina -, che comunque non bastano per regalare la scintilla in grado di far rimanere impresso un titolo destinato ad essere dimenticato proprio come una delle città di carta che danno il titolo al lavoro di Jake Schreier.




MrFord




"For you I gave my heart and turned my back against the world
'cause you were my girl, girl, girl
I done damn near lost my mama, I done been through so much drama
I done turned into the man that I never thought I'd be."
Usher - "Papers"  -






lunedì 5 ottobre 2015

Magic Mike XXL

Regia: Gregory Jacobs
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 115'





La trama (con parole mie): sono passati tre anni da quando Mike, all'apice della sua carriera da spogliarellista, ha abbandonato il palco per dedicarsi ai progetti personali. Aperta una propria azienda legata alla creazione e restauro di mobili ed impegnato a cercare di costruire il proprio futuro, viene contattato dai suoi vecchi compagni, i Re di Tampa, orfani del loro ex leader Dallas, decisi a mollare a loro volta non prima di aver partecipato ad una delle più importanti convention del loro "settore".
Abbandonato da quella che sarebbe dovuta diventare sua moglie e bisognoso di uno stacco, Mike deciderà di unirsi ai vecchi amici per un viaggio on the road ed un weekend che dovrebbe riportare la "magia" nella sua vita: come andrà quando gli amici e strippers dovranno rimettersi in gioco e rimodernare il loro repertorio?










Una delle cose più interessanti di questi ultimi anni di Cinema, almeno per quanto mi riguarda, dall'action alle commedie più o meno impegnate, è stata la progressiva scoperta dell'autoironia da parte dei bistecconi e dei quarti di bue che, nel corso dei miei adorati anni ottanta, parevano prendersi sul serio come fossero invincibili e non ci sarebbe mai stata fine per i loro addominali scolpiti, ed i bicipiti strappa magliette.
Eppure, inesorabilmente, tutto, perfino i corpi scolpiti, finisce per conoscere l'inevitabile declino, ed una quasi mitica caducità - termine forse un pò troppo aulico, considerato l'argomento di cui sto scrivendo - ad un tempo tragica e divertente: lo spirito che ho intravisto dietro questo secondo film dedicato alle gesta dello stripper Mike è proprio questo, come un confine sottilissimo tracciato a cavallo tra malinconia ed entusiasmo, crisi e voglia di ricominciare.
Onestamente, dopo essere stato tra i pochi a difendere il discreto primo capitolo, considerate le dipartite di Soderbergh e McConaughey, non nutrivo grandi aspettative rispetto al lavoro di Gregory Jacobs: la prima parte di questo XXL, invece, finisce per essere quasi sorprendente.
Mike, con la sua impresa ed il suo sogno americano in versione domestica, non nasconde quanto culo si debba fare soltanto per rimanere a galla, confessa di essere stato piantato proprio a seguito della richiesta di matrimonio all'allora fidanzata, mostra il fianco alla vita e la voglia di dimenticarsi le delusioni passando un weekend con i vecchi compagni di palco, pronti a regalare a loro volta chicche da antologia - lo strip di Manganiello nel market della stazione di servizio sulle note dei Backstreet Boys è una delle scene cult dell'anno - prima di appendere i costumi di scena al chiodo e ritirarsi in modo da prendere ognuno la propria strada.
Una sorta di saluto, dunque, ad una parte del viaggio da queste parti e ad un lavoro che, come tutti quelli molto legati alla fisicità, è destinato prima o poi a dover essere lasciato ai ricordi, che porta lo spettatore a considerare il tutto quasi una versione strafatta del classico prodotto Sundance di formazione: ma non è tutto oro quello che luccica, e ad una prima metà decisamente efficace segue una seconda un pò troppo oltre - minutaggio, numeri sul palco, riproposizione della formula abusata del gruppo che pare destinato alla sconfitta ed al disfacimento e poi arriva all'appuntamento decisivo e spacca il culo a tutti - che rischia di far naufragare l'intero film.
Fortunatamente la piacevole parentesi a casa della madre di una ragazza sedotta da uno dei membri dei Re di Tampa, la presenza sempre molto piacevole di Amber Heard ed un finale praticamente sospeso, che di fatto tiene fede a quello che è lo spirito della pellicola, ovvero l'idea di raccontare una storia assolutamente normale che non porta ad alcun evento incredibile, ma semplicemente conduce i suoi protagonisti al resto della loro vita, finiscono per tenere a galla un'operazione rischiosa ma, a conti fatti, in grado di reggere la ribalta fino alla fine.
Considerato che mi sarei aspettato una ridicola esibizione, direi che, al contrario, questo Mike ha ancora un pò di magia da regalare.




MrFord




"Tell me why
ain't nothin' but a heartache
tell me why
ain't nothin' but a mistake
tell me why
I never wanna hear you say
I want it that way."
Backstreet Boys - "I want it that way"  -






Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...