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domenica 29 dicembre 2019

Ford Awards 2019: le serie


Ed eccoci giunti al momento di uno dei premi che, nel corso dell'ultima decade, ha assunto un'importanza sempre maggiore: quello delle serie televisive.
Se ripenso a quando, ormai quasi sedici anni or sono, Lost cambiò radicalmente il modo di autori e pubblico di concepire i serial, il panorama è decisamente cambiato: l'offerta è numericamente impressionante, così come la varietà di generi e l'impegno profuso dalle case di produzione, e ogni anno ci si ritrova di fronte a conferme di prodotti importanti o alla nascita di nuovi, con in mezzo il consueto ventaglio di mancate conferme o delusioni.
Ma quali saranno stati i dieci protagonisti del duemiladiciannove da piccolo schermo del Saloon?


N°10: MINDHUNTER

Mindhunter Poster

Alla sua seconda stagione il serial fincheriano Mindhunter, tratto da una delle autobiografie di riferimento del genere - quella di John Douglas, uno dei primi profiler FBI -, conferma la validità del progetto e dei protagonisti, della scrittura e del percorso che pare si intenda fare.
Non sarà un titolo per tutti, o quello che ci si aspetterebbe da un thriller, ma resta un'alternativa importante ad un genere che, per anni, è caduto nel clichè e nell'abitudine.


N°9: THE OA

The OA Poster

A distanza di tre anni dalla prima stagione, torna il delirante - in senso positivo - viaggio di Prairie con una seconda che, a tratti, mi ha convinto addirittura più della precedente.
Nonostante passaggi che paiono scritti sotto acido pieno, The OA è stato uno dei prodotti più interessanti che Netflix abbia proposto nel corso delle ultime stagioni, ed è davvero un peccato che si sia deciso di chiuderla dopo sole due delle cinque stagioni previste. Una perdita davvero importante.


N°8: GOMORRA

Gomorra: La serie Poster

Prosegue dritta come un treno la corsa di Genny Savastano e di Gomorra, una delle certezze del panorama televisivo made in Italy degli ultimi anni, pur se orfana in questa stagione del personaggio cardine della serie fin dagli inizi, quello di Ciro Di Marzio detto l'Immortale, dirottato per l'occasione al Cinema in quello che dovrebbe essere il raccordo tra questa e la prossima stagione.
Nonostante quest'assenza, comunque, il buon Genny compie un ulteriore cambiamento su se stesso provando dapprima a ripulire il suo nome per poi capire che, una volta nato come è nato lui, è sempre difficile pensare di poter modificare destino e natura.


N°7: STRANGER THINGS

Stranger Things Poster

Altra produzione Netflix che scombinò le classifiche ai tempi della prima stagione, arrancò con la seconda e con questa terza pare aver trovato la quadratura perfetta per il suo equilibrio, finendo per risultare, almeno dal mio punto di vista, la migliore realizzata ad oggi.
Come se non bastasse, il finale e l'addio (?) di uno dei protagonisti condisce di emozioni forti per chiunque sia un padre una chiusura da brividi, e ne apre di nuove per una quarta annata che promette di essere protagonista anche nella classifica del duemilaventi.


N°6: BILLIONS

Billions Poster

Stagione dopo stagione, sono pochi i serial che riescono a mantenere uno standard qualitativo e di narrazione elevato, evitando la comune trappola del calo inevitabile che colpisce la maggior parte delle produzioni anno dopo anno: uno di questo è senza dubbio Billions, dramma shakespeariano mescolato al legal thriller condito da elementi che non sfigurerebbero in The wolf of Wall Street.
La rivalità in continua evoluzione tra Chuck Roades e Bobby Axelrod, che fagocita tutto quello che i due amicinemici hanno attorno, assume nuove sfumature e si prepara a raggiungere un altro livello, confermando Billions come uno dei titoli più interessanti e vivi degli ultimi anni.


N°5: NARCOS - MEXICO

Narcos: Messico Poster

Abbandonati Pablo Escobar prima e la Colombia poi, Narcos approda in Messico per raccontare l'ascesa del Cartello di Guadalajara e la vicenda che vide la lotta al traffico di droga segnata dalla morte del primo agente della DEA fuori dal suolo statunitense, che scatenò, ai tempi, il dispiegamento di forze che caratterizzò una vera e propria guerra nel corso degli anni ottanta e novanta.
Per chi, come il sottoscritto, conosceva già le vicende e le aveva vissute nella trasposizione di Don Winslow grazie a Il potere del cane, è un ritorno a territori noti ma non per questo portati sullo schermo in modo meno drammatico e potente: gli ultimi episodi, che raccontano la fine dell'agente Camarena, sono da brividi e strette al cuore.


N°4: ORANGE IS THE NEW BLACK

Orange Is the New Black Poster

Un altro dei serial simbolo di questi ultimi anni, che ha visto protagoniste le ragazze della prigione di Litchfield, è giunto alla sua conclusione recuperando il terreno perduto nel corso delle due precedenti stagioni chiudendo davvero in bellezza, omaggiando non solo le protagoniste che negli anni hanno accompagnato il pubblico ma anche il concetto di donna in tutte le sue sfumature, alimentando inoltre una critica sociale molto aspra rispetto al sistema correzionale americano - e non solo - ed alla società occidentale, troppo spesso pronta a dimenticarsi di chi sta ai margini, per colpa o per destino.
Una chiusura come dovrebbero essere sempre quelle delle produzioni televisive, sensata e sentita.


N°3: TRUE DETECTIVE

True Detective Poster

La creatura di Nic Pizzolatto, alle spalle una prima stagione divenuta un instant cult ed una seconda ingiustamente sottovalutata, torna con una terza poggiata sulle spalle del Premio Oscar - e bravissimo - Mahershala Ali, che racconta un'indagine non solo investigativa, ma sociale, attraverso un arco di tempo di decenni.
Scrittura eccellente, una grandissima interpretazione del protagonista, un prodotto di altissimo livello sotto tutti i punti di vista: non avrà portato una rivoluzione, ma ci sarebbe da baciarsi i gomiti quando di fronte, accendendo la tv, ci si trova di fronte a cose di questo genere.


N°2: WHEN THEY SEE US

When They See Us Poster

Ricordo ancora benissimo quando affrontammo, la scorsa estate, il primo episodio di questa miniserie tratta da una storia vera che sconvolse New York ed ebbe una conclusione legale soltanto pochi anni fa: provai talmente tanto sconcerto e rabbia che dubitai di poter sostenere emotivamente l'intera produzione, da quanto mi sentii toccato.
Fatta scorta di coraggio, proseguimmo nella visione scoprendo uno dei tesori del piccolo schermo non solo di questo che volge alla conclusione, ma degli ultimi anni, un lavoro prezioso ed importante che racconta la cronaca senza risultare fazioso e che ad un tempo risulta essere una bomba emotiva pazzesca - sfido chiunque a non venire toccato dalla storia degli Harlem Five, e da un episodio conclusivo di fronte al quale trattenere le lacrime è un'impresa quasi impossibile.


N°1: CHERNOBYL

Chernobyl Poster

Altra miniserie, altra storia vera, altra produzione destinata a restare negli annali delle più potenti mai realizzate.
Per chi è in giro su questo pianeta da più di trent'anni l'evento che sconvolse il mondo nella primavera dell'ottantasei resta probabilmente un ricordo di risonanza globale quanto in seguito fu soltanto il crollo del World Trade Center: l'esplosione del reattore della centrale di Chernobyl provocò un disastro ecologico come pochi altri nella Storia dell'Umanità, costando la vita non solo a chi sfortunatamente si trovò sul posto, ma anche a tanti altri nel corso degli anni.
La vicenda, narrata e diretta splendidamente, passa, nonostante la cronaca, da atmosfere drammatiche ad altre quasi horror, e mette lo spettatore di fronte all'analisi del prezzo che l'Uomo debba considerare di dover pagare a fronte di determinate scelte, comportamenti, progressi.
Un affresco potente e dolente, ed uno dei punti più alti mai raggiunti dal piccolo schermo, di quelli che lo portano addirittura oltre il Cinema.


I PREMI

Preferito fordiano: Korey Wise, When they see us


Miglior personaggio: Bobby Axelrod, Billions

Miglior sigla: True Detective

Uomo dell'anno: Jared Harris, Chernobyl

Donna dell'anno: il cast di Orange is the new black, Orange is the new black

Scena cult: l'arrivo dei pompieri a Chernobyl dopo il disastro, Chernobyl

Migliore episodio: Vichnaya Pamyat, Chernobyl

Premio ammazzacristiani: il disastro nucleare, Chernobyl

Miglior coppia: Bobby Axelrod e Chuck Roades, Billions


Cazzone dell'anno: Wags, Billions

Cattivo dell'anno: Linda Fairstein, When they see us

martedì 28 marzo 2017

Elle (Paul Verhoeven, Francia/Germania/Belgio, 2016, 130')




Come più volte mi è capitato di scrivere, da buon appassionato cinefilo che si rispetti e si è "fatto da solo" ho attraversato un periodo fortemente autoriale durato parecchi anni, nel corso dei quali, classici a parte, mi dedicavo esclusivamente a visioni impegnate, senza alcuno svago, e più apparivano impegnate o benviste dalla critica "illustre", meglio era.
E' stato così anche con la Letteratura, o la Musica, del resto.
Approfondire il proprio rapporto con un mezzo artistico prevede spesso e volentieri una sbornia "alta" prima di tornare sulla Terra: in fondo, a meno che non abbiate discreti fondi, quando uscite a bere difficilmente vi sbronzate a suon di Zacapa o Lagavulin, quanto più probabilmente con l'ultimo dei cocktails d'asporto a buon mercato, per la legge secondo me legata a vita ed esperienza che è sempre meglio un bicchiere mezzo pieno che mezzo vuoto, e perchè quell'una - o poche - eccezioni danno un senso a tutte quelle che non lo sono, e viceversa.
O forse, semplicemente, è giusto che nel corso di una vita ci siano alti e bassi, che poi non è mai detto che la pancia sia necessariamente peggio del cervello - Swiss Army Man, e ho detto tutto -.
Dunque, quando è giunto sugli schermi del Saloon uno dei film più celebrati dalla comunità cinefila "alta" dell'anno appena trascorso - in realtà visione e post sono datati novembre duemilasedici -, ho sperato che si trattasse di uno di quei casi in cui l'opera in questione finisce per essere talmente grande da mettere d'accordo perfino questo vecchio cowboy e Cannibal come erano ai bei tempi, tanto per dire.
Purtroppo, Elle non rientra in quel ristrettissimo novero.
Dico purtroppo perchè non parliamo di un film spocchioso, o mal realizzato.
Perchè al timone c'è Paul Verhoeven, uno a cui io voglio parecchio bene.
Perchè a reggere le fila dovrebbe esserci un mostro sacro come Isabelle Huppert, forse il vero volto della delusione - troppo tronfia, sopra le righe, per essere brava come senza dubbio è -.
Eppure, non ho davvero trovato un senso, se non quello di piacere ad un certo tipo di pubblico o di critica, a questo film.
Non è un thriller, non è un'indagine approfondita su qualcosa che possa sconvolgere, non è una critica alla società "borghese", o forse è tutte queste cose messe insieme.
Eppure manca dell'ironia nera del primo Almodovar, della genialità di Bunuel, dell'allucinazione di Lynch.
Elle è un "vorrei ma non posso", è l'essere profondamente stronza della sua protagonista ed il sesso vissuto solo ed esclusivamente attraverso la violenza con "l'antagonista".
Ma, almeno qui al Saloon, non amiamo il fumo negli occhi e le discussioni da analisti.
Io voglio la pancia, "sentire" la pellicola, voglio avere il brivido di Eyes Wide Shut, non osservare o subire una provocazione che, a conti fatti, non mi provoca perchè trasmessa poco o nulla perfino da chi la porta sullo schermo.
E, volendo proprio fare le pulci, non ho trovato granchè scrittura e logica.
Nel corso delle ultime stagioni, ci sono stati film d'autore che ho odiato profondamente - su tutti, Kynodontas - ma che in maniera oggettiva ho sempre considerato straordinari.
Elle, come scrivevo poco sopra, non fa parte del novero.
E non riesce neppure a rientrare nella categoria dei pipponi che fanno incazzare.
E' come una brutta scopata.
Quelle che servono per dare senso a quelle belle.
Ed in questo, quantomeno ha la sua utilità, come un cocktail d'asporto economico per una sbronza.
Curioso che sia un risultato agli antipodi rispetto a quella che doveva essere la volontà dei suoi autori.




MrFord




 

mercoledì 22 marzo 2017

Billy Lynn - Un giorno da eroe (Ang Lee, UK/USA/Cina, 2016, 113')


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E' curioso quanto la guerra, uno degli atti più terribili che l'Uomo possa concepire eppure, tristemente, anche uno dei più reiterati della Storia, continui a venire sfruttata per manipolare le masse, coprire gli interessi di uno Stato - o più di uno -, alimentare ideali più o meno logici, ispirare canzoni, film, romanzi che si battano a favore o contro la stessa, e ad un tempo provochi l'inevitabile allontanamento dalla società che la genera di coloro che si sono trovati a combatterla, fosse "per un ideale, per una truffa o un amore finito male", come cantava De Andrè.
Da E Johnny prese il fucile, M.A.S.H., Full Metal Jacket a Rambo, Apocalypse Now ed American Sniper, solo per citarne alcuni, il reduce o il soldato spesso e volentieri ha finito per diventare l'outsider di una storia che era la sua, una vicenda di miserie umane senza dubbio più che di eroismi e grandi sogni: perchè un soldato non è un eroe, una figura da stigmatizzare o mitizzare.
E' un uomo che ha scelto -  o è stato portato a scegliere - una strada difficile e terribile, che spesso non ha nulla di meglio in cui credere o sperare, e che ritrova se stesso e la propria condizione di equilibrio - se così si può definire - solo accanto a quella che diviene la sua famiglia, ovvero chi al suo fianco condivide la follia, il rischio, il dolore e l'adrenalina della guerra.
Ang Lee, regista premiatissimo che nel corso della sua carriera ha portato sullo schermo film agli antitesi tra loro, torna in sordina - credo che questo sia stato uno dei suoi lavori meno pubblicizzati in assoluto, almeno qui in Italia, ed un flop devastante negli States, forse lontani ad una logica "contro" come questa - per raccontare con un rigore ed un'asciuttezza che in precedenza avevo visto soltanto nel Cinema di Eastwood un'altra storia in grado di far ripensare all'assurdità non solo - o non tanto, putroppo - della guerra, ma anche e soprattutto di quella che è la percezione della stessa all'esterno, in un mondo lontano da quello che i soldati provano sulla pelle, e che finisce per demonizzarli o idealizzarli senza pensare che loro, come la maggior parte di noi che viviamo in contesti sociali "evoluti", siano solo strumenti, come se non bastasse sacrificabili.
Ang Lee che, da non americano, mostra a partire da un romanzo nato per criticare determinati approcci, contesti e strascichi con grande umanità sia il lato in una certa misura "romantico" della guerra - il rapporto tra il protagonista ed il suo mentore al fronte, quel "è inutile cercare di scappare dai proiettili, perchè quello che ti toccherà è già stato sparato il giorno della tua nascita", il cameratismo con i commilitoni - sia quello tristemente reale, dalla strumentalizzazione dei singoli gesti o atti "eroici" - agghiaccianti i confronti con il magnate interpretato da Steve Martin, o tutta la sequenza del concerto durante l'intervallo della partita di football, dai fuochi d'artificio pronti a sconvolgere i soldati abituati a ben altre esplosioni al ballerino che, sul palco, durante l'esibizione pronuncia quel "vaffanculo" che, più che di lotta per la pace, sa di insulto all'intelligenza -, agli egoismi sentimentali - il rapporto di Billy con la sorella, che lotta più per se stessa che non per lui affinchè richieda il congedo, a quello con la cheerleader conosciuta durante l'evento, che trova spazio nel faccia a faccia prima dell'epilogo per uno dei confronti più terribili che possano essere stati pensati per una storia d'amore, o potenziale tale, in un film -.
Così come per The Hurt Locker o Jarhead, ancora una volta si torna a parlare di quanto incida un atto terribile come la guerra sul corpo, la mente e la socialità di chi l'ha combattuta o la combatte: in un certo senso, viene quasi da pensare che per gente come Billy, che a casa, nella cittadina del Texas dove è cresciuto, era solo un cazzone casinista che al fronte è maturato e cresciuto, fugga a combattere mettendo in gioco la propria vita perchè decisa ad allontanarsi da situazioni che potrebbero rivelarsi decisamente più terribili, perchè legate ad una perdita di libertà che fa impallidire quella che viene usata come scusa per essere mandati al macello.
Dalla guerra, vivi o morti, difficilmente si torna.
E forse c'è chi parte per combatterla perchè sa bene che le probabilità di sopravvivere a quella che lo aspetta a casa sarebbero ancora più scarse.




MrFord






lunedì 14 marzo 2016

Perfetti sconosciuti

Regia: Paolo Genovese
Origine: Italia
Anno: 2016
Durata: 97'







La trama (con parole mie): un gruppo di amici che fin dall'adolescenza continuano a vivere quasi in simbiosi le proprie vite si riunisce per una cena di quelle da serata in relax per aggiornarsi sulle diverse quotidianità, e spinti da una sorta di curiosità o di voglia di uscire dal seminato, decidono per tutta la durata dell'appuntamento di condividere ogni informazione, chiamata, messaggio o mail giunta sui loro telefoni.
La scelta di rendere pubblico tutto anche solo per qualche ora darà inizio, ovviamente, ad un valzer di equivoci, momenti divertenti, scambi di persone e rivelazioni drammatiche che potrebbero mettere in gioco non solo le relazioni delle coppie presenti, ma anche quella che lega l'intero gruppo.
Quali saranno, dunque, le decisioni che muoveranno i singoli?
Bugie e silenzi in grado di proteggere l'ordine costituito o rivelazioni devastanti?







Quanti di noi, in assoluta sincerità e certezza, possono affermare, soprattutto di fronte alle persone più care, di non avere segreti, di alcuna natura?
A prescindere dal fatto di vivere in un contesto sociale che ormai prevede network, collegamenti, mail, chiamate, smartphones e via discorrendo, quanti possono davvero guardare in faccia qualcuno che non sia l'immagine riflessa la mattina nello specchio ed affermare che chi si ha di fronte conosce tutto, ma proprio tutto, di noi?
Spesso si dice che la verità rende liberi, e si canta che fa male, e mi sento di poter affermare che entrambe le cose sono spesso e volentieri assolutamente vere.
Eppure, c'è qualcosa che lascia il dubbio, almeno in me: sarà che nel corso della mia vita ho tradito, rubato, mi sono mosso alle spalle delle persone almeno quanto in faccia, sarà che la timidezza della gioventù finiva per farmi sentire in imbarazzo, nel rivelare una verità scomoda, sarà che il senso di colpa in cui cresciamo in quanto società cattolica mina la nostra formazione fin dalla tenera età, sarà che probabilmente c'è chi ha un senso etico più alto di altri, e via discorrendo, ma ho sempre trovato clamorosamente rischiosa anche la verità a tutti i costi, in una misura uguale, se non addirittura peggiore, della bugia a tutti i costi.
Perfetti sconosciuti, esperimento quasi teatrale che a tutti gli effetti pare la versione italiana - e più riuscita, per quanto mi riguarda - del Carnage polanskiano, porta lo spettatore - o ancora meglio, gli spettatori, se parliamo di coppie o gruppi - a confrontarsi e riflettere sul tema della reciproca conoscenza dalle risate alle lacrime, toccando non solo tematiche classiche legate a questo tipo di situazioni - come il tradimento - ma anche la convivenza con gli altri, l'approccio alla vita, la capacità di superare, affrontare di petto o arginare problemi che, se gestiti in modo diverso, potrebbero far prendere una direzione anche opposta non solo ad un rapporto, ma anche e soprattutto alle esistenze di chi lavora per costuirlo giorno dopo giorno, che si parli di marito e moglie, fidanzati, o "semplicemente" amici.
Perchè non è semplice, per l'appunto, costruire un rapporto: certo, ci sono i primi periodi di "innamoramento", il sesso per le coppie e le uscite da risate dall'inizio alla fine per le amicizie, la voglia di scoprire l'altra persona, e di farsi scoprire da lei, ma esistono anche la fatica del quotidiano, la normalità che si cela, come è giusto che sia, dietro ognuno di noi, e che, paradossalmente, ci rende speciali almeno quanto i difetti prima ancora dei pregi e dei "misteri".
Ed è proprio nella normalità che si rifugiano le soluzioni di comodo, le piccole bugie a fin di bene, quel quieto vivere che rischia di insidiarsi come una tentazione sotto la pelle, pronta ad uscire fuori non appena si presenta un'occasione.
Ma non c'è soltanto questo, nella normalità: esiste anche la verità detta senza filtri, perchè se l'altro ci può capire allora è più facile dire tutto, ma proprio tutto, anche a costo di apparire brutali.
Tanto brutali da scatenare risentimenti, silenzi pesanti, rabbia, vendetta.
Dunque, cosa scegliereste e cosa scegliete tutti i giorni di fare, rispetto ai rapporti più importanti della vostra vita?
Quando decidete di mentire - a fin di bene, o a fin di male -, e quando, al contrario, puntate alla verità nuda e cruda?
Chiedetevi questo, allo specchio, una volta terminata la visione di Perfetti sconosciuti - mi sono risparmiato di parlare specificamente del film, per evitare ogni spoiler o falsa traccia, un pò come il trailer che lo fa apparire come una sorta di innocua commedia, quando non lo è neppure lontanamente -: cosa è meglio per me? E cosa per chi mi sta accanto?
Personalmente, preferirei non sapere quali sono le vostre risposte.





MrFord





"Vorrei poterti credere 
sarebbe molto più facile 
rincontrarci nei pensieri 
distesi come se fossimo 
sospesi ancora nell'attimo in cui poteva succedere 
e poi cos'è successo 
aspettami oppure dimenticami 
ci rivediamo presto 
fra almeno altri cinque anni 
e come sempre sei la descrizione di un attimo per me."
Tiromancino - "La descrizione di un attimo" - 





venerdì 4 marzo 2016

L'abbiamo fatta grossa

Regia: Carlo Verdone
Origine:
Italia
Anno:
2016
Durata:
112'








La trama (con parole mie): Arturo Merlino è un ex carabiniere reinventatosi investigatore pronto ad evadere da una realtà di casi di gatti scomparsi grazie a racconti che lo vedono protagonista di storie ad altissima tensione. Yuri Pelegatti è un attore in piena crisi dalla fine del rapporto con la moglie, ormai considerato un vero e proprio peso da qualsiasi collega sul palcoscenico.
Quando quest'ultimo, desideroso di scoprire se l'ex compagna si è legata nel frattempo al suo avvocato, richiede i servizi del primo in modo da ottenere le prove che gli potrebbero far valere l'affidamento dei figli, un equivoco porta i due uomini a mettersi sulle tracce di una misteriosa valigia che, invece di foto compromettenti di Yuri come si credeva, contiene un milione di euro in banconote da cinquecento.
Dal momento del ritrovamento in avanti, per Arturo e Yuri inizierà un'avventura non propriamente piacevole che li vedrà contrapposti ad un misterioso uomo che, spalleggiato da sgherri molto poco raccomandabili, desidera rimettere le mani sul denaro che gli appartiene.
Cosa riusciranno a combinare, dunque, i male assortiti compagni d'avventura?










Carlo Verdone e Antonio Albanese mi sono sempre stati simpatici, senza ombra di dubbio.
Il primo è stato parte della mitologia della commedia all'italiana che ha contribuito alla mia formazione di cinefilo con Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone, mentre il secondo dai tempi di Mai dire gol è sempre stato, oltre ad un attore decisamente migliore di quanto non potesse sembrare a prima vista - si veda, per esempio, Questione di cuore -, anche un ottimo intrattenitore da piccolo schermo.
Inutile negare, però, il fatto che negli ultimi anni i due non abbiano brillato in termini di originalità o di qualità dei propri lavori, tanto che non ricordavo neppure quale fosse l'ultimo lavoro di Verdone che vidi all'uscita in sala ed i due Qualunquemente non avevano colpito particolarmente il sottoscritto: al momento di approcciare questo L'abbiamo fatta grossa, dunque, le aspettative tendevano al basso profondo.
Fortunatamente, sarà per le pretese certo non alte della produzione, sarà perchè la commedia degli equivoci ha sempre trovato terreno fertile da queste parti, la visione è risultata molto più divertente ed innocua del previsto, pronta a sfruttare le caratteristiche dei suoi due protagonisti, situazioni curiose, risate genuine ed un finale da critica sociale davvero niente male, che hanno di fatto portato L'abbiamo fatta grossa ad un altro livello rispetto alla media delle produzioni italiane di genere degli ultimi anni o ai lavori di ex comici ormai sul viale del tramonto - leggasi Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre più bolliti sul palco così come in sala -.
In un certo senso, questa storiella a metà tra il crime e la burinata è riuscita addirittura a ricordare quello che è il film recente meglio riuscito di Verdone, quel Il mio miglior nemico che qualche anno fa mi colpì a sorpresa, ed in positivo: e dalla presentazione dei due main charachters con i loro difetti e le loro manie - cucite addosso a Verdone ed Albanese - al loro confronto con qualcosa di decisamente più grande di quanto possano immaginare anche nei dettagli - divertente la gag della banconota da cinquecento euro che pare impossibile da vedersi cambiare o spendere -, le quasi due ore scorrono in grande scioltezza, finendo per non appesantirsi neppure con i macchiettistici personaggi di contorno e regalando, al contrario, una buona dose di risate di grana grossa da serata d'intrattenimento senza pretese, cosa che, almeno negli ultimi anni, il Cinema italiano pareva ormai impossibilitato a fornire.
Inoltre, la possibilità di vedere un attore di livello, seppure in un ruolo tutto sommato marginale, come Massimo Popolizio, è sempre confortante per uno come me che, stagione dopo stagione, continua a perdere fiducia nelle produzioni nostrane, lontane anni luce dagli anni in cui il Cinema italiano era senza ombra di dubbio il migliore del mondo: ma non voglio perdermi nei soliti pistolotti da cinefilo in cerca di qualcosa che non c'è, dunque vi dico che, se avete voglia di passare un paio d'ore senza troppi pensieri buttandovi in una realtà che conosciamo da vicino - quantomeno culturalmente parlando - e concedervi qualche risata, L'abbiamo fatta grossa non è affatto la scelta peggiore che possiate fare.
Lo stesso discorso vale per i suoi due protagonisti: tra i tanti presunti comici o personaggi che ci si chiede come sia possibile siano arrivati al successo, Verdone e Albanese sono quasi da considerare piccole certezze, e l'alchimia tra i due ne è senza dubbio la conferma.
Certo, non l'avranno fatta così grossa, ma comunque ci hanno provato: il che, per la Terra dei cachi, è già molto più di qualcosa.





MrFord





"Quanta fretta, ma dove corri, dove vai?
Che fortuna che hai avuto ad incontrare noi
lui e il gatto, ed io la volpe, stiamo in società
di noi ti puoi fidar! Di noi ti puoi fidar!"
Edoardo Bennato - "Il gatto e la volpe" - 





mercoledì 30 settembre 2015

Taxi Teheran

Regia: Jafar Panahi
Origine: Iran
Anno: 2015
Durata: 82'






La trama (con parole mie): Jafar Panahi, colonna del Cinema iraniano, regista pluripremiato in tutto il mondo, condannato dal regime ed impossibilitato ad esercitare la sua professione, gira il suo terzo lavoro di contrabbando mettendosi in gioco in prima persona, sfruttando un mezzo così ricco di storie come il taxi per raccontare, criticare, affrontare con ironia, rabbia e quasi complicità la società iraniana e tutte le sue contraddizioni.
Specchiandosi nei passeggeri occasionali e non di una giornata di lavoro, tra incidenti stradali, dibattiti sull'utilizzo della pena di morte, ricordi, situazioni al limite del surreale, Panahi cerca di dare voce alla gente della strada che potrebbe non avere mai la possibilità di comunicare al mondo a causa della difficoltà, in Iran, di realizzare un film effettivamente "distribuibile".








Una delle cose per le quali ringrazio maggiormente il mio periodo da radical chic cinefilo è stata la scoperta del Cinema iraniano, tra i più interessanti, profondi e vitali del panorama mondiale: ricordo ancora benissimo la prima volta che mi capitò di affrontare la visione de Il sapore della ciliegia, Capolavoro totale di Abbas Kiarostami, così come quando, proprio a partire dal Maestro, giunsi a scoprire quello che era stato, in più di un senso, un suo allievo, Jafar Panahi.
Gli ottimi Il cerchio e Lo specchio mi colpirono con una forza notevole, e con Oro rosso ebbi l'impressione che dall'Iran avremmo avuto solo doni importanti, come pubblico, rispetto al Cinema: peccato che, a seguito delle sue posizioni opposte a quelle del regime, Panahi stesso abbia passato la maggior parte degli ultimi dodici anni a combattere per la libertà di espressione, artistica e culturale del suo Paese, finendo in carcere e divenendo uno dei bersagli simbolo dell'ordine costituito, finendo per compromettere - nonostante i premi che continua a raccogliere - la sua carriera come regista.
In questo senso, Taxi Teheran è un'opera fondamentale, giustamente riconosciuta come il testamento ironico ma non per questo privo di mordente di un uomo che è stato privato della sua Libertà in un Paese che, nonostante tutto, continua ad amare profondamente, simbolo della determinazione di un Autore che è stato ed è assolutamente importante per il Cinema tutto, e che andrebbe giustamente preso come esempio non soltanto per la sua lotta contro il regime ed il potere, ma anche e soprattutto per la determinazione con la quale insegue la sua vocazione.
Eppure, da amante del lavoro del buon, vecchio, pacioso Jafar, qualcosa in questo suo decisamente incensato lavoro non mi ha convinto fino alla fine: così come accadde, infatti, per Kim Ki Duk nel suo Arirang, mi è parso di notare, in alcuni passaggi di quest'ultimo lavoro di Panahi premiato a Berlino con l'Orso d'oro per il miglior film, un certo compiacimento ed un manierismo mascherato da artigianato low budget totale che ha finito, a tratti, per rendere la visione quasi antipatica, come se lo stesso Panahi avesse fatto il passo più lungo della gamba e tentasse di convincermi rispetto a qualcosa rispetto alla quale, di fatto, sono già assolutamente ed abbondantemente dalla sua parte.
Il tutto senza contare che, rispetto ai già citati film di fiction che fecero la sua fortuna - almeno qui al Saloon - ed al molto interessante Offside, l'utilizzo di una tecnica come quella della ripresa "di fortuna" finisce in più di un'occasione per stuzzicare il dubbio rispetto al fatto che tutto possa essere frutto di un'incredibile e più che convincente operazione di finto realismo a tutti i costi animato, di fondo, dalla finzione cinematografica stessa: non a caso le parti più interessanti appaiono quelle che in qualche modo si prendono gioco della "forma", dal rapporto con il venditore di dvd illegali ed i consigli cinematografici al giovane aspirante regista che chiede un'opinione rispetto a quali titoli acquistare o il rapporto con le due anziane signore preda della loro superstizione e del pellegrinaggio ittico che ne consegue.
Meno riuscita - dal mio punto di vista, si intende - la parte dedicata alla nipote, decisamente troppo costruita per fare davvero breccia nel cuore dello spettatore, e quella dell'incidente, di fatto una sorta di versione hollywoodiana d'impatto trapiantata a Teheran con mezzi di fortuna: con questo non voglio criticare troppo una pellicola che, nella condizione di Panahi, finisce per essere più che fondamentale, quanto più che altro ricordare che le capacità di questo straordinario Autore, a prescindere dalle limitazioni, sono molto, molto maggiori rispetto a quelle che la voglia di convogliare la rabbia potrebbe suggerire.
In un certo senso Panahi, per tornare ad essere il Panahi migliore e mostrare al regime non quello che il regime si aspetta da lui, ma la sua forza, dovrebbe forse smettere almeno per un pò di essere Panahi, ed essere solo un regista che vuole raccontare una storia.
Che, sono sicuro, non faticherebbe a diventare la sua storia.




MrFord




"The days are better, the nights are still so lonely
sometimes I think I'm the only cab on the road
sometimes I think I'm the only cab on the road
watching my breath rise in the sun
pulling myself in two made one
helplessly feel for my phone and drive away."
Train - "Cab" -




domenica 27 settembre 2015

Black Mirror - Stagioni 1 e 2

Produzione: Channel 4
Origine:
UK
Anno: 2011, 2013
Episodi:
3+3





La trama (con parole mie): dal futuro del lavoro e delle illusioni da grande - e grandissimo - schermo ai ricordi manipolati, dalla politica distorta alla solitudine ed al superamento del dolore, un'esplorazione del presente in divenire dell'Uomo e dei sentimenti passata attraverso la distopia. Quali confini nasconde il nostro animo? Fino a che punto siamo disposti a spingerci per rispondere ad un ricatto, assaporare il successo, tornare a toccare o sfiorare per la prima volta la persona amata? 
Spogliati del Tempo e dei contesti, uomini e donne assolutamente normali tentano di scoprire la loro risposta di fronte ad un banco di prova enorme: quello della vita.
Troveranno quello che cercano, o il loro ulteriore futuro sarà anche peggiore di quello che si prospetta per noi? Quale immagine si mostrerà a chi deciderà di specchiarsi nell'immagine dei lati più oscuri dell'anima?








Negli ultimi dieci anni l'universo delle serie televisive ha conosciuto, senza dubbio, il suo periodo migliore di sempre, dall'esplosione del fenomeno Lost al fiorire di proposte pronte a garantire una qualità degna del grande schermo e a "rubare" allo stesso molti protagonisti.
Ma non è stato soltanto il colosso statunitense a produrre titoli degni di nota, e da Misfits - almeno per quanto riguarda le prime due stagioni - a Broadchurch, il Regno Unito si è rivelato una garanzia di qualità pronta a stupire un pubblico magari più ristretto ma non per questo poco esigente: da tempo, qui nella blogosfera e non, sentivo parlare di Black Mirror, miniserie progettata per esplorare un futuro più o meno prossimo che aveva riscosso pareri a volte entusiastici con la sua analisi della distopia e dello sci-fi.
Rispetto a Dead set - creatura uscita dalla stessa penna - il passo avanti è sicuramente notevole, e l'esperimento è senza dubbio interessante, anche se, a conti fatti, ho trovato le due stagioni meno strepitose di quanto le aspettative non prevedessero, forse patendo una struttura ad episodi che non garantisce sempre lo stesso livello di soddisfazione ed un approccio clamorosamente freddo, che ha finito in alcuni casi per sconfinare quasi nella noia.
Non che questo significhi una bocciatura per il lavoro di Charlie Brooker, che risulta assolutamente valido ed in grado di analizzare la nostra società attraverso la lente dei singoli racconti, ambientati in un mondo ipotetico e futuro ma clamorosamente vicini alla realtà che viviamo quotidianamente: una sorta di cocktail discretamente alcolico di Her e Se mi lasci ti cancello, senza dimenticare una spruzzata di incubo sociale in pieno stile Minority report.
In questo senso, dei tre episodi della prima stagione ho finito per preferire il secondo, Fifteen million merits, ambientato in una società orwelliana dominata da un reality show che ben fotografa la febbre da notorietà e da sogni venduti a caro prezzo ai "comuni mortali" dai gestori del potere.
Gli altri due, il più che critico rispetto a politica e social networks The National Anthem e The entire history of you, interessanti soprattutto per le osservazioni sulla società, mi sono parsi invece solo discreti, incapaci di raggiungere il livello del già citato Fifteen million merits.
L'annata numero due, invece, ha rappresentato senza dubbio un salto in avanti sia per quanto riguarda l'approccio - meno distaccato e più coinvolgente per il pubblico - che per il valore complessivo delle storie narrate: nella prima assistiamo al confronto tra una giovane donna innamorata e rimasta incinta ed il simulacro artificiale comandato da un computer del suo compagno, morto improvvisamente in un incidente stradale, forse il più lirico ed intenso tra tutti gli episodi; con White bear si cambia registro aumentando in un certo senso la potenza, mentre con il conclusivo The Waldo Moment forse finiamo per trovarci di fronte al punto più alto della serie: una riflessione spietata e decisamente inquietante sui poteri della politica e della comunicazione, ormai dominanti nel nostro mondo e divenuti superiori a quelli più naturali che regolano i bisogni istintivi della vita stessa.
La vicenda di Jamie, comico assunto per impersonare l'irriverente pupazzo Waldo finito per divenire prigioniero prima dello stesso e dunque del Sistema risulta assolutamente esemplare della condizione in cui noi stessi viviamo, spesso e volentieri e non sempre consapevoli pupazzi nelle mani di un mondo - e di un'organizzazione - più grande di noi pronto a vendere prodotti il più possibile applicabili alla società ormai globalizzata.
In un certo senso, finiamo per essere tutti Waldo.
E per votare pupazzi che ricordano da vicino l'immagine distorta di un black mirror da incubo.




MrFord




"Shot by a security camera
you can't watch your own image
and also look yourself in the eye
black mirror, black mirror, black mirror."
The Arcade Fire - "Black mirror" - 




martedì 11 agosto 2015

Ted 2

Regia: Seth MacFarlane
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 115'






La trama (con parole mie): Ted ed il suo inseparabile amico d'infanzia John si trovano di nuovo insieme a fronteggiare una crisi che li coinvolge entrambi da angolazioni differenti. Mentre, infatti, il secondo, divorziato e da troppo tempo chiuso in se stesso rispetto al gentil sesso pare non trovare stimoli ad andare avanti nella sua vita, il primo si ritrova a dover fronteggiare una questione legale che potrebbe negarne, di fatto, l'esitenza.
Quando, infatti, il Governo annulla il suo matrimonio definendolo un oggetto, Ted si vede privato dello status di persona, del lavoro e della dignità, in barba al desiderio di avere un bambino con la sua novella sposa Tami-Lynn.
Trovato un aiuto nella giovane avvocatessa Samantha, i due amici per la pelle dovranno, a modo loro, trovare la via che conduca entrambi alla felicità, come nelle migliori - più o meno - favole.









Prima che qualsiasi mia dichiarazione possa essere travisata da radical teen dall'ego smisurato come il mio rivale Cannibal Kid, voglio precisare una cosa: Ted 2 è una cagatina tendente al volgare buona giusto per la stagione estiva senza impegno, inferiore al suo predecessore dal cast - una assolutamente monocorde Amanda Seyfried al posto della ben più interessante Mila Kunis - alla sceneggiatura, passando per quasi tutte le battute.
Eppure, mi pare quasi strano dirlo dopo lo scempio che è stato Un milione di modi per morire nel West, non mi è parso così male come mi sarei aspettato alla vigilia: certo, averlo visto al mare, sul balcone, con un paio di gin tonic in corpo ed il vento a rinfrescare una serata di relax sicuramente avrà aiutato, eppure considerate le premesse la visione di un vero e proprio massacro che di fatto non è avvenuto pareva quasi più certa dell'efficacia dell'apparizione fulminante di Liam Neeson.
Questo perchè Seth MacFarlane - che continuo a ritenere un pessimo comico, o umorista, o quel che volete -, tendente alla volgarità gratuita e per nulla divertente neanche fosse il principe della scuderia dei Vanzina, riesce in qualche modo ad evitare le bottigliate delle grandi occasioni grazie ad una cosa che conosco bene, e rispetto perfino quando si manifesta in un losco figuro come lui: la passione per il Cinema.
Quanto e forse più del primo, infatti, questo secondo lungometraggio dedicato alle avventure dell'irriverente orsetto Ted è zeppo di riferimenti e citazioni che soltanto i cinefili "accumulatori" - come sono tanti bloggers o, per citare un esempio molto noto, un certo Quentin Tarantino, dediti al confronto con qualsiasi genere e sfumatura della settima arte - potranno dilettarsi a scovare tra una battuta dimenticabile e l'altra, facendo per certi versi finta che l'avventura dei due inseparabili amici Ted e John possa essere effettivamente sagace, arguta e divertente, e non una bieca operazione commerciale - peraltro non riuscita così strepitosamente, stando agli incassi - ottima come riempitivo e nulla più.
Certo, sarei scorretto a non ammettere di essermi fatto due risate in più di un passaggio - quello della guida di Ted mi ha ricordato il rapporto conflittuale del sottoscritto con la patente - e di aver tutto sommato retto la durata - eccessiva come quella del primo capitolo per un prodotto di questo genere - senza colpo ferire, ma devo ammettere che, da Flash Gordon a Star Wars, passando per Rocky - geniale l'idea della volontà di Ted di scegliere come cognome Clubber Lang, rivale dello Stallone Italiano nello storico terzo capitolo del brand dedicato al pugile più famoso del grande schermo - e, almeno a quanto mi è parso, perfino La morte corre sul fiume, lo spasso più grande è stato quello di scoprire, tra le sfumature di questo film, qualcosa in cui Seth MacFarlane non debba necessariamente forzare la mano per tentare di eccellere, e sbracare spudoratamente: l'amore per il Cinema.
Un amore in parte distorto dalla qualità certamente non alta del prodotto finito, ma comunque sentito e ben evidente, nonchè in grado di mostrare l'umanità di un autore apparso sempre troppo posticcio e forzato, quasi come se la parabola del suo peloso protagonista fosse, di fatto, la sua.
Considerati i precedenti e la stima - molto bassa, se non si fosse capito - della quale godeva il buon Seth qui al Saloon, potrei quasi sbilanciarmi e scrivere che Ted 2 è stato un ottimo mancato fallimento: resta un titolo dimenticabile come una sbornia un pò troppo sopra le righe, ma quantomeno di quelle che si ricorderanno - a tratti - per aver combinato qualcosa di veramente sorprendente o per essersi riusciti chissà come a portare a letto la più figa della festa.
Per un pupazzone senza troppe speranze di mostrare un certo spessore, mi pare già un successo.
E non sto parlando di Ted.
O di Marc Wahlberg.




MrFord




"So much for the golden future, I can't even start
I've had every promise broken, there's anger in my heart
you don't know what it's like, you don't have a clue
if you did you'd find yourselves doing the same thing too."
Judas Priest - "Breaking the law" - 




 

venerdì 26 giugno 2015

Forza maggiore

Regia: Ruben Ostlund
Origine: Norvegia, Svezia, Francia, Danimarca
Anno: 2014
Durata: 120'





La trama (con parole mie): una famiglia benestante svedese, in vacanza per la settimana bianca in un lussuoso residence delle Alpi francesi, assiste nel corso di un pranzo sulla terrazza panoramica della stazione sciistica ad una valanga che giunge ad infrangersi proprio ai piedi della terrazza stessa, generando il panico in tutti i presenti.
Quando, all'avvicinarsi della stessa, il padre Tomas fugge prendendo con se soltanto il telefono abbandonando moglie e figli, la donna comincia a domandarsi quale potrebbe essere il destino del loro rapporto. E' l'inizio di un confronto silenzioso e terribile tra i due coniugi, che coinvolge anche una coppia di amici e, ovviamente, i due figli, entrambi sconvolti dall'accaduto e dalla tensione tra i genitori.






Dopo tutti questi anni di Saloon, bevute e bottigliate, molti di voi sapranno quanto il sottoscritto sponsorizzi il pane e salame, l'istinto, la pancia rispetto alla razionalità pura, l'algida freddezza di chi riesce, sempre e comunque - o quasi - a rimanere distaccato come un chirurgo.
Di fatto, forse perchè io sarei più un macellaio, che non un perfezionista del bisturi.
Proprio per questo, l'approccio all'opera di registi cosiddetti freddi come Haneke, Lanthimos e soci richiede al sottoscritto uno sforzo maggiore per trovare la scintilla nella pellicola che sta affrontando ed ai registi stessi un valore aggiunto che permetta di superare la diversità di approcci alla vita ed arrivare a colpire nel profondo comunque.
Forza maggiore, giunto sugli schermi del Saloon spinto proprio dagli accostamenti ai cineasti succitati e dalle critiche positive giunte nel corso di tutta l'ultima stagione, aveva di fatto lo stesso compito: Ruben Ostlund, discretamente giovane regista norvegese, riesce nell'impresa solo a metà, confezionando un prodotto molto affascinante visivamente ed in grado di colpire almeno fino al giro di boa della metà del minutaggio per poi avvitarsi su se stesso nella parte finale, quella che avrebbe dovuto essere risolutiva ed invece non trova il coraggio di inserirsi in un ambito di riscatto positivo o totale disperazione negativa.
Senza dubbio un peccato, perchè a partire dall'utilizzo della musica, dalla fotografia e dalla scelta delle inquadrature, passando per l'impressionante sequenza della valanga ed il crescendo di tensione tra Tomas ed Ebba culminato con il confronto con la coppia di amici giunta pochi giorni dopo l'incidente gli interrogativi sul concetto di amore e famiglia, così come la decostruzione degli stessi concetti, risultano assolutamente convincenti e gestiti con la forza ed il coraggio che spesso sono stati associati a grossi calibri della narrazione entomologica: a partire, però, proprio dalla separazione con gli amici nella serata della frattura più profonda tra i due protagonisti, tutto pare progressivamente perdere mordente tra sequenze assolutamente inutili - la festa selvaggia nella notte dopo il ritorno di Tomas dalla sua giornata off dalla famiglia - ed un finale assolutamente poco incisivo, che onestamente non sono riuscito a collocare come una sorta di visione di speranza rispetto al contatto umano ed alla voglia di ricominciare o un'ulteriore critica al nucleo familiare ed alla sua importanza nella società.
Nel corso della seconda parte, tolta la partecipazione del Kristofer Hivju diventato un idolo di Julez in Game of thrones, ed i paesaggi innevati mozzafiato - soprattutto le riprese del giro fuori pista di Tomas e Mats - poco resta della potenza del messaggio iniziale, del confronto tra il proprio istinto di sopravvivenza e la salvezza delle persone che amiamo, e dell'utilizzo della metafora del disastro naturale come specchio di un rapporto che si incrina, e che non è affatto semplice cercare di ricostruire dalle macerie.
Non è, dunque, una bocciatura, quella di Ostlund e di Forza maggiore, quanto più una sospensione di giudizio in attesa di scoprire, un pò come accade rispetto alla famiglia protagonista, quale direzione prenderà il futuro: valanghe o no, onestamente spero che la prossima volta si possa parlare di lui come di un potenziale grande nome del Cinema da bisturi che tanto è lontano dal mio caro pane e salame tagliato spesso con un coltellaccio da cucina.



MrFord



"And you love the little signs of life
you love it when we lose our minds
you love these little wars of words
you love it when they call your name."
Snow Patrol - "The weight of love" - 




mercoledì 13 maggio 2015

Samba

Regia: Olivier Nakache, Eric Toledano
Origine: Francia
Anno:
2014
Durata: 118'






La trama (con parole mie): Samba è un sans papier nato in Senegal da dieci anni in Francia, lavapiatti con ambizioni da cuoco, uno zio perfettamente integrato a fargli da esempio, un'etica del lavoro solida e la volontà di costruire qualcosa in modo da potersi garantire un futuro una volta deciso di tornare alle origini.
Quando, messo all'angolo da burocrazia ed autorità, finisce in un centro di accoglienza e conosce Jonas - congolese alla ricerca della sua promessa sposa che pare si sia stabilita proprio a Parigi - ed Alice - consulente per la selezione del personale in prestito ad un'associazione che si dedica agli immigrati in recupero da un esaurimento nervoso - la sua vita cambia: costretto a vivere ancor più in segretezza a causa del foglio di via, in bilico tra documenti falsi, impieghi da una notte ed amicizie tanto intense quanto pericolose - il trafficone Wilson - Samba dovrà trovare una sua strada in modo da poter sperare in un futuro lontano da carceri, espulsioni e rischi tradotti in qualsiasi uomo che indossi una divisa, e chissà, coltivare il sogno, oltre che di un lavoro dignitoso e sicuro, anche di un amore.









Spesso e volentieri giungere al successo non significa, di fatto, essere arrivati a destinazione.
Anzi, più probabilmente, il momento si traduce in un banco di prova ancora maggiore rispetto a tutti quelli affrontati nel percorso che ha portato al successo stesso.
Eric Toledano e Olivier Nakache, dopo l'ottima prova di Quasi amici - sensazione per pubblico e critica di qualche anno fa -, si sono ritrovati di fronte un palcoscenico senza dubbio difficile da affrontare per un regista singolo, e chissà quanto più per una coppia - gli unici, di fatto, ad aver centrato un bis al livello del titolo che diede loro la notorietà, almeno in tempi recenti, sono stati Dayton e Faris con Little Miss Sunshine e Ruby Sparks -, affidandosi per questo al loro attore feticcio Omar Sy e toccando un tema tanto attuale quanto importante, quello dell'immigrazione.
Il risultato, senza dubbio alcuno inferiore al già citato Quasi amici, resta un buon esperimento che ha ricordato al sottoscritto l'altrettanto interessante Tutta colpa di Voltaire di Abdellatif Kechiche prima della consacrazione, pronto a sottolineare problematiche note anche qui da noi in Italia - ed avendo ricoperto il ruolo di insegnante di italiano per stranieri all'interno di un'associazione culturale come quella che porta le strade di Alice e Samba ad incrociarsi ho ricordi ben precisi in merito - e la realtà decisamente scomoda degli immigrati clandestini, dal terrore di essere scoperti e rispediti nel paese d'origine agli espedienti più o meno legali - dai documenti falsi all'ottimo escamotage di Wilson, che sfrutta la simpatia e la confidenza ispirate maggiormente dai brasiliani rispetto agli arabi in genere - messi in pratica per poter sbarcare il lunario e coltivare qualche sogno.
Peccato, però, che accanto ai pregi, Samba mostri il fianco anche ad eccessive concessioni al grande pubblico - soprattutto nel finale, che avrei trovato più efficace in termini più drammatici ed in stile Ken Loach, come appaiono, al contrario, tutti i passaggi legati alle code per il lavoro nella speranza di trovare un posto a giornata, o a settimana - e porti sullo schermo, di fatto, la mancata alchimia di due personaggi che avrebbero dovuto fare il film almeno quanto capitò con - di nuovo - Quasi amici: sarà da imputare ad una mia diffidenza personale, ma ho trovato la Gainsbourg completamente fuori parte per il suo ruolo, ingessata e stitica più come le radical chic possono essere, che non un'instabile donna in carriera giunta al punto di rottura.
Senza contare che, fossi stato in Samba, trovandomi di fronte un manico di scopa abbottonato ed una tipa alternativa, dal piglio grintoso, con piercing e chewing-gum masticato a bocca mezza aperta, io non avrei avuto dubbi rispetto a quale scegliere - ma è anche vero che, probabilmente, io sarei un tipo più simile a Wilson, che non a Samba, se non nel momento in cui lo stesso si fa carico della "missione" di ritrovare la donna di Jonas, conosciuto al centro di detenzione degli irregolari in attesa di conoscere il loro destino -.
Inezie a parte, comunque, pellicole come Samba finiscono per essere ad ogni modo importanti in quanto in grado di presentare una problematica tristemente nota accontentando in quasi egual misura grande pubblico e critica, nonostante in questi casi io continui a preferire un approccio documentaristico all'epopea che, inevitabilmente, conduce a compromessi di norma impossibili da riscontrare nella realtà dall'altra parte dello schermo: in questo senso, non abbiamo bisogno di vedere le cicatrici di Samba per dedurre che non abbia avuto vita facile, così come di quella maglietta portafortuna indossata sotto abiti probabilmente firmati nel giorno del ritorno al lavoro vero di Alice.
Perchè credo che tutti - o almeno, chi ha viaggiato ed ha i mezzi di una persona normale - si sarà sentito almeno una volta nella vita uno straniero, con l'amaro in bocca, la nostalgia di casa e la sensazione di dover lottare anche per un angolo: moltiplicandola di molto, avremmo la vaga idea di quello che prova ogni persona pronta a mollare tutto quello che ha per tentare di costruire una nuova vita altrove.
Certo, ci saranno gli stronzi, i criminali, quelli che se ne approffitano, sempre e comunque.
Ma ci saranno anche quelli come Samba, che finiranno a farsi il culo anche per gli altri.
E a meritare il loro posto nel mondo.
Come ognuno di noi.




MrFord




"Solo voy con mi pena
sola va mi condena
correr es mi destino
por no llevar papel
perdido en el corazуn
de la grande Babylon
me dicen el clandestino
yo soy el quiebra ley."
Manu Chao - "Clandestino" - 





mercoledì 15 aprile 2015

Humandroid

Regia: Neill Blomkamp
Origine: USA, Messico, Sud Africa
Anno: 2015
Durata: 120'





La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro a Johannesburg, e mentre la violenza ed i problemi sociali impazzano, una grande corporazione si affida alle creazioni del giovane genio della robotica Deon Wilson, progettista di una serie di automi programmati per prendere il posto degli agenti di polizia umani sempre al lavoro sull'idea di realizzare un prototipo dotato di una propria coscienza.
Accantonato dunque il progetto dell'ex militare Vincent Moore, che prevedeva l'utilizzo di droidi guidati da piloti umani tramite uno speciale casco in grado di creare un legame tra uomo e macchina, i nuovi tutori dell'ordine paiono trovare la loro dimensione risolvendo gran parte dei problemi di ordine pubblico: quando, però, il progetto di automa "umano" di Deon viene bocciato e quest'ultimo decide di portarlo comunque avanti all'insaputa dei propri capi, si innesca una serie di eventi che vede coinvolti lo stesso scienziato, una gang di criminali di strada, una sentinella robot destinata alla demolizione e lo stesso Moore.
Il file in grado di sviluppare "l'anima", infatti, inserito nel robot sulla via della rottamazione, da origine a Chappie, primo automa ad avere, in tutto e per tutto, una vita non solo fisica, ma anche e soprattutto sentimentale: combattuto tra l'idea di seguire le indicazioni del suo creatore o quelle dei nuovi amici della strada, Chappie diverrà l'ago della bilancia di uno scontro che potrebbe rivelarsi epocale.









Con ogni probabilità, essere dei talenti - sulla carta o effettivi - non è affatto un buon affare, almeno quando ci si ritrova costretti a mantenere fede ad aspettative alte da parte di chi attende al varco più un fallimento che un successo.
Neill Blomkamp, ex genietto legato al mondo della pubblicità divenuto una sorta di fenomeno qualche anno fa grazie all'ottimo District 9 - che, nonostante le prime diffidenze, convinse alla grande anche il sottoscritto, ed alimentò un culto sconsiderato per i gamberoni protagonisti - è senza dubbio, allo stato attuale, una delle vittime più illustri che la settima arte abbia fatto in questo senso.
Alle spalle, infatti, la delusione di Elysium - prima, grande prova sul banco fornito dal dorato mondo hollywoodiano -, il giovane cineasta sudafricano era di fatto chiamato, con questo Chappie ribattezzato - per una volta giustamente - dai titolisti italiani con Humandroid a convincere i fan più hardcore e legati all'autorialità di non essere un fuoco di paglia, il classico regista pronto a giocarsi le migliori cartucce all'esordio per poi sedersi su idee e soldi facili per tutto il resto della sua carriera, accontentandosi di divenire un mestierante.
Se, effettivamente, l'intento di Blomkamp era questo, occorre constatare quantomeno il suo parziale fallimento: Humandroid - o Chappie, che dir si voglia -, infatti, ripercorre le orme non certo entusiasmanti del già citato Elysium, fondamentalmente promettendo spunti interessanti di fatto seppelliti, ad opera completa, da un eccessivo citazionismo ed una dose altrettanto oltre misura di concessioni al grande pubblico ed al concetto di blockbuster.
Senza dubbio il quasi giovane regista - parliamo di un mio coetaneo, del resto, e dunque il suddetto quasi è d'obbligo - mostra di amare quello che, di fatto, pare essere stato il suo bagaglio culturale come spettatore - e come contraddirlo: si notano influenze che vanno da Corto circuito a Robocop, passando per Blade Runner, Mad Max e l'immaginario della sci-fi post atomica da Ken il guerriero all'intera o quasi produzione eighties del genere - senza però discostarsi dal plot che aveva fatto la sua fortuna con il film d'esordio, di fatto riportando Chappie alla condizione dei gamberoni e sfruttando l'umanizzazione della macchina neanche fossimo tornati ai fasti - impossibili da eguagliare - di Terminator 2.
Eppure, riferimenti ed ironia a parte - spassoso il "puttana di figlio", già cult -, diversi ingranaggi paiono incepparsi, nell'apparentemente ben confezionata macchina del buon Neill: dallo script - decisamente spezzettato e poco sensato nella gestione dei personaggi, dalla gang di criminali al creatore di Chappie - al cast - che, tolti i due interpreti "musicali" di Yo-Landi e Ninja, pare assolutamente svogliato a partire da Hugh Jackman -, senza contare la quasi perenne sensazione di deja-vù, appare presto evidente che, se la speranza era di poter sfruttare questo film per consacrare una volta per tutte il suo regista, la stessa ha finito per essere disillusa neppure troppo difficilmente.
Il risultato portato sullo schermo, infatti, tolta la resa artigianale, gli effetti - ottimi tutti i robots ed i loro movimenti - ed alcuni passaggi molto divertenti - il primo furto d'auto del protagonista -, finisce per inserirsi a pieno titolo tra le visioni destinate ad essere dimenticate non troppo tempo dopo il passaggio sui nostri schermi: Blomkamp manca il bersaglio grosso, dunque, e senza alcuna possibilità di appello, ma quantomeno evita l'incazzatura e la tempesta di bottigliate che ne avrebbero almeno qui al Saloon compromesso il futuro e la credibilità quantomeno presentando un prodotto visivamente ben realizzato, male strutturato ma in grado di apparire funzionale quantomeno a chi per la prima volta si confronterà con l'operato di questo regista.
Non è molto, ma è molto di più di quanto non si potrebbe pensare, considerato il fatto che Humandroid ha tutto il diritto di essere ascritto alla categoria degli esperimenti sbagliati.
Con buona pace dell'ottimo Chiappie, che nonostante l'età avanzata vorrei davvero come compagno di giochi e scorribande, per me quasi prima ancora che per il Fordino.




MrFord




"Oooh rock'n'roll robot, 
oooh rock'n'roll robot
io ti amo, io ti cerco, io ti voglio, 
rock'n'roll robot."
Alberto Camerini - "Rock and roll robot" - 




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