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mercoledì 7 agosto 2013

Straight A's

Regia: James Cox
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 85'




La trama (con parole mie): Scott, ribelle poco più che trentenne dalla vita sregolata con un ricovero in un istituto di igiene mentale alle spalle, sotto la pressione del fantasma della madre morta torna dopo anni a far visita al fratello, uomo d'affari di successo che vive in una villa da favola con la moglie Katherine ed i figli Charles e Gracie non lontano dalla proprietà del loro padre, che a seguito della scomparsa della moglie pare avere sviluppato l'Alzheimer.
Peccato che Charles sia lontano qualche giorno per un viaggio d'affari, ed il fascino da "maledetto" di Scott cominci a farsi sentire non solo con Katherine - che ai tempi del liceo era stata sua fidanzata -, ma anche con i piccoli nipoti, attratti dall'approccio completamente disorganizzato e senza peli sulla lingua di quello strano zio comparso all'improvviso cavalcando come un cowboy.
Cosa accadrà alla famiglia?




Onestamente, avevo ben poche aspettative rispetto a questo film: recuperato praticamente per caso e per il momento privo di una data d'uscita italiana, era da parecchio tempo diventato una sorta di eventuale tappabuchi per una serata da visione più interessante clamorosamente mancata: dunque, nonostante Julez mi spingesse ad avere fiducia, ammetto di aver approcciato Straight A's il più battagliero possibile.
E, altrettanto onestamente, devo ammettere che il fascino dello "zio maledetto" Scott interpretato da Ryan Philippe - attore che, peraltro, neppure considero troppo, e che in fondo trovo abbia avuto soltanto un vero, grande ruolo nella sua carriera, quello offertogli da Clint per Flags of our fathers - nel corso della prima parte della pellicola aveva finito quasi per far ricredere perfino il sottoscritto: sarà per il fare da cowboy moderno - arrivo a cavallo, battuta pronta, comportamento scombinato, alcool facile - o il rapporto costruito con i piccoli Gracie e Charles - mitico il secondo -, ma mi pareva di essere di fronte ad una probabile ammissione all'indirizzo della già citata Julez che, per incoraggiarmi, aveva supposto che potesse rivelarsi uno di quei titoli "alla Sundance" in grado di soddisfare il sottoscritto - questo nonostante, nel frattempo, lei stessa si fosse addormentata -.
Così, una sequenza dopo l'altra, ho assistito con ottimismo crescente a questo ritratto di famiglia atipico girato - anche se con un approccio decisamente più patinato - nello stile del famoso Festival figlio prediletto di Robert Redford, con il parallelo tra l'impatto che la presenza di Scott provoca nel presentarsi di punto in bianco a casa del fratello e le vicende d'affari - ma non solo - di quest'ultimo - un imbolsitissimo Luke Wilson, che pare essersi fagocitato l'intera famiglia -.
Ammetto anche che giunto a metà film ero perfino pronto a rivedere la mia posizione iniziale dando credito a James Cox e al suo lavoro, quando d'improvviso la strada per il finale - giunto, fortunatamente, dopo poco più di un'ora e venti - assume le connotazioni del tipico prodotto da sabato sera su Mediaset per famiglie neppure ci ritrovassimo di fronte a schifezze atomiche come Ho cercato il tuo nome, in un'escalation di retorica e sconvolgimenti studioapertiani da fare venire i brividi e confermare che, evidentemente, la serata - almeno a livello cinematografico - sarebbe stata ben lontana dall'essere un successo.
A salvare il voto dalla debacle assoluta giusto la prima parte ed il personaggio di Ryan Phillippe dal suo arrivo alla sconvolgente - e telefonatissima - rivelazione sulla sua situazione, capace di illudere il sottoscritto di essersi inaspettatamente trovato di fronte ad un discepolo dell'hankmoodysmo: ma è poca roba, e quello che resta non basta per considerare Straight A's come un'alternativa anche solo per una visione d'intrattenimento a neuroni spenti.
Il Cinema ammmeregano tanto osteggiato dai critici - o pseudo tali - radical chic nasce e si sviluppa senza dubbio in prodotti come questo, capaci di illudere di avere il coraggio di presentare storie e vicende se non credibili, almeno coinvolgenti e minuto dopo minuto in grado di trasformarsi in polpettoni sentimentali della peggior specie, demolendo di fatto anche quel poco del lavoro con un senso portato avanti dagli sceneggiatori.
Se a questo unite una Anna Paquin ormai specializzata in personaggi odiosi e così difficili da sopportare da richiedere un cocktail extra, la frittata è fatta: se questa è l'ottica dei primi della classe intenzionati a prendere "tutte A", allora è molto meglio essere quelli dell'ultima fila, i casinisti che dovranno lottare fino all'ultimo giorno di scuola.


MrFord


"Don't wait for me
'cause I'll be running late 
by the flowers upon my grave
don't wait for me
'cause I'll be coming home 
don't wait for me
long by the telephone."
Ryan Bingham - "Don't you wait for me" - 


lunedì 1 luglio 2013

Blood

Regia: Nick Murphy
Origine: UK
Anno: 2012
Durata:
92'




La trama (con parole mie): siamo nella provincia inglese, sulla costa, dove una piccola comunità è sconvolta dall'omicidio brutale di una giovanissima ragazzina, Angela. Due fratelli, i Fairburn, entrambi poliziotti, sono incaricati delle indagini: su di loro pesa l'ombra del padre, leggenda del distretto ormai in pensione a seguito dell'Alzheimer, e l'idea dello stesso di forzare la mano alla Giustizia quando le prove non possano supportarla.
Quando Jason Buleigh, un balordo della zona, viene arrestato perchè sospettato dell'omicidio, il più aggressivo dei fratelli, Joe, si convince che sia il colpevole, e con la complicità del succube Chrissie finisce per ucciderlo: purtroppo per loro, però, la verità risulta essere un'altra, ed i veri colpevoli vengono arrestati.
Parte dunque un'indagine indirizzata a scoprire la verità sul destino di Buleigh, destinata a sconvolgere il mondo di questa famiglia costruita attorno al distintivo.





A volte è davvero curioso quanto i distributori finiscano per tirarsi da soli la zappa sui piedi: hai un materiale discreto per le mani, un cast ottimo - e peraltro in gran forma -, una vicenda torbida legata alla famiglia, alla fratellanza, al senso di colpa, alla Giustizia, tutte le carte in regola per guadagnarti un posto tra le proposte di genere buone per passare senza troppi patemi d'animo la stagione estiva, ed ecco giungere la rovina sotto forma di uno spot promozionale.
"Il nuovo Mystic river", recita la locandina del lavoro - il primo di una certa rilevanza - di Nick Murphy, quasi come se fosse possibile poter insidiare il trono di uno dei vertici del Cinema di Clint Eastwood, non proprio l'ultimo degli stronzi: prima che qualcuno di voi possa farsi quest'illusione in coda per entrare in sala, lasciate che dissipi ogni dubbio in merito.
Blood non è il nuovo Mystic river. Neanche per sbaglio.
Certo, i temi sono molto simili, dalla violenza sui minori ai rapporti di amicizia e parentela pronti a divenire un fardello, l'ambiente anche - nonostante il setting sia quello della costa britannica, la pellicola trasuda irishness -, eppure il carattere e soprattutto uno script decisamente troppo rapido ed esile rendono il confronto assolutamente impietoso: probabilmente non dovrei stare qui a sindacare a proposito di cavilli di questo genere, e valutare il film nella sua unicità, non basandomi su inutili paragoni, dunque lascio da parte il vecchio Clint e tengo le mani libere per l'opera di Murphy.
Dal punto di vista attoriale ammetto di non avere troppo da recriminare: Paul Bettany, partito fortissimo sul finire degli anni novanta ed afflosciatosi miseramente, pare essere tornato ai tempi d'oro, Stephen Graham, caratterista UK d'eccezione, funziona alla grande, Mark Strong - seppure in ombra - porta a casa la pagnotta, e soprattutto giganteggia Brian Cox, una vera e propria icona troppo spesso sottovalutata rispetto ad altri suoi colleghi ben meno dotati di lui.
Lo stesso discorso è applicabile all'ambientazione, decisamente azzeccata nei suoi toni autunnali e resa ancora più affascinante dalla costa, in bilico tra le maree ed un litorale pronto a celare i più terribili ed oscuri segreti di famiglia.
Il problema vero è che tutto finisce qui.
Perchè dietro la macchina da presa il buon Nick non pare possedere il tocco necessario al guizzo vincente, e lo script risulta frettoloso, quasi l'intera vicenda fosse un pilota per una serie - del resto, è proprio da un prodotto televisivo che è stato ispirato il film - all'interno del quale gli autori si preoccupano di inserire tutti gli elementi possibili per conquistare l'attenzione degli addetti ai lavori in modo da strappare una conferma: peccato che il metodo non si applichi al meglio, ed il risultato sia un thriller che pare viaggiare a velocità doppia per evitare di annoiare il pubblico e giungere subito alla conclusione finendo per provocare l'effetto contrario, ossia rompere l'incantesimo del grande schermo ed insinuare nell'audience il dubbio di essere di fronte a qualcosa di talmente preparato a tavolino da risultare posticcio.
Probabilmente, in mano ad un regista più esperto - non necessariamente il già citato Eastwood, ma anche Mann o Scorsese -  o talentuoso - per rimanere in ambito britannico, il giovane e molto promettente Paddy Considine o il suo compare Shane Meadows - Blood avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un piccolo cult di questi mesi estivi: così com'è, resta soltanto in bocca il sapore amaro di una storia finita troppo presto, come quelle che nascono in riva al mare e promettono chissà quale futuro, anche quando ai protagonisti cova già nel cuore il dubbio che non potrà durare un solo giorno una volta conclusa la vacanza.


MrFord


"Me and you used to be like brothers
on the nights we got drunk to each other
you know me, I used to have some wit
it ended up in a shit-filled sandpit
we come from across the border
we drink the six mile water
this mongrel needs a new home
this mongrel needs a new home."
Therapy? - "Six mile water" - 


venerdì 17 agosto 2012

Remember me

Regia: Allen Coulter
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 113'




La trama (con parole mie): Tyler Hawkins, ventiduenne con tentenze autodistruttive legato alla figura del fratello maggiore morto suicida sei anni prima alla sua età, incontra in università ed accetta di corteggiare per scommessa Ally, figlia di un poliziotto ancora traumatizzata dopo aver assistito in prima persona all'omicidio della madre in metropolitana, quando era bambina.
Tra i due scatta qualcosa che va ben oltre la semplice uscita senza futuro, e la storia che nasce non soltanto li aiuta a crescere, ma mette sotto una nuova luce il rapporto con le rispettive famiglie: nonostante questo, le prove che i ragazzi dovranno superare per rimanere l'uno accanto all'altra saranno molte, tanto che perfino il destino pare deciso a mettersi tra loro e la felicità.




Non bastava La memoria del cuore, starete pensando.
Probabilmente l'idea che la paternità mi stia rincoglionendo del tutto e molto più delle bevute comincia ai vostri occhi ad assumere le pericolose dimensioni della certezza.
Se, del resto, da un lato non saprei come smentire questa vostra eventuale nuova credenza, dall'altro non posso che ammettere che sì, Remember me è riuscito a sorprendermi in positivo: lo stesso scriverne mi pare sorprendente, considerato che io stesso fatico a credere che un'affermazione del genere possa essere vera, eppure è proprio così che stanno le cose.
Certo, non stiamo parlando di un film da ricordare, o di qualcosa che vada oltre la tipica visione estiva distensiva, eppure nonostante la presenza del sempre inutile Pattinson ho trovato questo ibrido tra dramma e commedia romantici decisamente meglio di quanto non sarei stato disposto a certificare a scatola chiusa mettendo anche due mani sul fuoco.
A partire dalla prima sequenza e dall'omicidio - pur se decisamente estemporaneo - della madre della protagonista - che i più stagionati di noi ricorderanno nel ruolo di Stef in quell'immortale classico che è I Goonies -, la pellicola di Coulter - regista che non brilla certo per originalità ed inventiva - riesce comunque a tenere botta per la sua neppure così breve durata disegnando una serie di rapporti - soprattutto quelli tra genitori e figli - interessanti e funzionali, evitando almeno in gran parte i trabocchetti della smielata eccessiva e riuscendo addirittura a stupire con una chiusura inaspettata ed in casa Ford particolarmente apprezzata, legata di fatto al Destino e alle casualità.
Tolto lo scialbo Pattinson - che comunque dimostra finalmente una vitalità maggiore di quella pressochè assente cui ci ha abituati nei panni di Edward Cullen -, inoltre, il cast sfodera una discreta forma, e trova nel veterano Pierce Brosnan il personaggio più interessante e sfaccettato: un padre apparentemente lontano ed assente, perso negli affari e nei fiumi di denaro che, al contrario, vive intimamente e senza alcun peso riversato sul resto della famiglia il dramma del suicidio del figlio maggiore.
Proprio l'Hawkins patriarca, che se avessi visto questo film una quindicina d'anni fa avrei odiato con tutto me stesso risulta - con la figlia minore aspirante artista - il punto cardine dell'intera vicenda nonostante il ricordo - che pare un charachter fatto e finito - del defunto Michael, ed una presenza in grado di suscitare riflessioni e confronti decisamente più forti rispetto al figlio, un pò troppo spesso e volentieri comodo anche nel suo comportamento ribelle - in fondo, è facile fare gli anticonformisti quando paparino è un milionario, no!? -.
Dall'altra parte, interessanti le dinamiche che legano Ally al suo unico genitore ancora in vita, con gli sforzi di quest'ultimo per cercare di conciliare la sua natura di poliziotto - e quella protettiva di padre, ovviamente - ed i tentativi di non porre troppi limiti alla figlia: come al solito buona la prova di Chris Cooper, mentre Emilie De Ravin pare portare in scena una versione più giovane della sua Claire lostiana, riuscendo comunque a mantenersi decisamente ad un livello ben più alto del suo partner in scena.
Per il resto, la storia d'amore non esce troppo dal seminato del genere, ma trova un aiuto inaspettato e sostanzioso grazie al background fornito dalle vicissitudini in famiglia dei giovani innamorati - esemplare la cena che vede Tyler presentare Ally a suo padre - e ad un finale a suo modo sorprendente, che rende Remember me una pellicola diversa dalle decine che, ogni anno, infestano le sale nella speranza di diventare best sellers al botteghino ricamando sui sogni pseudoamorosi dei teenager e sulla notorietà riscossa tra i giovanissimi - e soprattutto le giovanissime - dei protagonisti.
Prima di dichiararmi ufficialmente rincoglionito, dunque, fate un tentativo.
Se non sarà andata bene, potrei sempre pensare di offrirvi un giro di bevute per sdebitarmi, o darvi addirittura il permesso di prendermi a bottigliate.



MrFord


"Find myself all alone
in darkness without you
now I can't turn away
from what I must do
you know I'd give my life for you
more than words can say
I've shown you how to love someone
I know you'll find a way."
Journey - "Remember me" -


giovedì 2 febbraio 2012

Shame

Regia: Steve McQueen
Origine: Uk
Anno: 2011
Durata: 101'


La trama (con parole mie): Brandon vive e lavora a New York in perfetta solitudine, alternando la sua esistenza da yuppie a sessioni intensive di porno su internet e scopate occasionali, a pagamento e non. Tutto pare filare liscio come l'olio, fino a quando nella sua quotidianità non rientra la sorella Sissy, con la quale l'uomo ha un rapporto completamente irrisolto e che è destinata a sconvolgere le sue giornate di freddo equilibrio e controllo, tanto da forzargli la mano fino ad arrivare a sfiorare quello che potrebbe diventare un vero rapporto di coppia.
Ma quando le certezze cominciano a vacillare e prende corpo la "vergogna", tutto pare messo in discussione. Anche la vita stessa.





E così, Steve McQueen non ce l'ha fatta.
Da un certo punto di vista penso che potrei sentirmi addirittura più deluso di una sana incazzatura da bottigliate selvagge.
Perchè il tanto chiacchierato Shame non riesce ad andare oltre ai limiti del da poco ripescato Hunger, presentandosi con una confezione impeccabile, alcuni spunti notevoli, eppure un'incapacità di fondo di andare dritto al cuore dello spettatore, o rimanere impresso come un abominio o un Capolavoro.
Forte di una fotografia splendida e di due interpretazioni ottime - Fassbender e, non dimentichiamola, Carey Mulligan, che per quanto non mi piaccia continua a regalare al pubblico personaggi a loro modo di culto -, Shame avrebbe tutte le carte in regola per essere un nuovo volto dello splendido Two lovers di James Gray, da me personalmente adorato, con in più il brivido del sesso rivisitato - anche se purtroppo nel lavoro di McQueen non in chiave ironica - già qualche anno fa in Shortbus, eppure, nonostante sequenze decisamente interessanti, resta poco più di una discreta visione, di quelle che fanno sentire lo spettatore come un allenatore con un numero dieci che non inventa ma si perde nelle leziosità già a partire dalla prima inquadratura.
Passaggi notevoli, dunque, come quello dell'abbordaggio in metropolitana - che mi ha ricordato momenti vissuti anche dal sottoscritto, ai tempi del mio stato brado - con le sue due facce, i dialoghi tra Brandon e Sissy a cercare di trovare un'interpretazione al loro rapporto, il litigio tra i due, lo splendido appuntamento tra lo stesso Brandon e Marianne - il momento migliore della pellicola, a mio parere -, vengono vanificati da passaggi al limite dell'inutilità come la vita da ufficio del protagonista - che trascorre tra una Red Bull e un sito porno, oltre ad una totale elasticità di orari e tolleranza rispetto all'entrata e all'uscita: vorrei anche io avere un lavoro così -, il secondo incontro con la stessa Marianne - scivolato progressivamente nel cattivo gusto - ed il crescendo finale, che invece di raccogliere i semi delle ottime premesse dello script a proposito dell'evoluzione dei personaggi di Brandon e Sissy cerca nella banalità della risoluzione più ovvia una strada per analizzare la loro relazione - decisamente più profonda di quanto le stesse scelte di sceneggiatura facciano intendere -.
Peccato, perchè avrei preferito davvero incazzarmi e scatenare la mia furia sul patinatismo da radical chic o stupire il mio antagonista Cannibale affermando di avere trovato un nuovo film di culto, piuttosto che essere qui a scrivere che Shame è un film soltanto "carino", un pò come quando si esce con qualcuna che si sa già non si rivedrà più, e si finirà per evitare non rispondendo alle sue chiamate.
Da questo punto di vista McQueen potrebbe addirittura aver fatto centro, anche se mi pare davvero eccessivo associare un'analisi così profonda come quella dipinta da alcune recensioni a proposito della dipendenza dal sesso a questo film: in fondo, non viene raccontato nient'altro che il gioco della mente di un uomo che non avrà mai quello che vuole e, dunque, trova la sua soddisfazione soltanto nel distacco - e torniamo all'ottimo dialogo tra Brandon e Marianne - e nel sesso senza come o perchè.
Certo, questo protagonista vive da depresso anche la più liberatoria delle scopate, ma in fondo, forse, è proprio così che va: io stesso, nei periodi della mia vita da "ok usciamo stasera ma non sperare che ti richiamerò mai da domani mattina in avanti", probabilmente, sapevo bene cosa avrei voluto, ed il piacere della conquista del momento non ha mai davvero alimentato la bramosia che tutti portiamo dentro, sia essa legata, oppure no, al sesso.
Da questo punto di vista avrebbe forse meritato più spazio il personaggio della Mulligan, che sarebbe stata utile per scoprire quali sono i meccanismi che scattano in noi quando per esorcizzare un grande amore finiamo per rifugiarci nella vergogna o nella fuga.
E poi, sarà davvero vergogna, quella espressa?
In fondo, tutti siamo egoisti - chi più, chi meno, certo - e tutti abbiamo bisogno di sentire quel brivido che all'inizio può spaventare, ma che resta il magnete più forte cui tutti noi piccoli pezzettini di ferro possiamo fare ritorno.
Quello che è certo, è che Shame non sia un film da buttare.
Ha un sacco di qualità, e sono tutte da scoprire.
Dall'altra parte, è anche ben lungi dall'essere un Capolavoro.
Dovessi parafrasare la vita di Brandon, potrei dire che non sarà certo una vergogna apprezzarlo, ma che non risulterà niente di più della sveltina di una sera fuori.
Il giorno dopo, si finirà per averlo già dimenticato.


MrFord


"What a shame we never listened
I told you through the television 
and all that went away was the price we paid
people spend a lifetime this way
oh what a shame..."
Robbie Williams feat. Gary Barlowe - "Shame" -

lunedì 21 novembre 2011

Warrior

Regia: Gavin O'Connor
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 140'



La trama (con parole mie): Brendan e Tommy sono due fratelli cresciuti dalle botte e dagli errori di un padre alcolista, Paddy, che ha trasmesso ad entrambi la passione per il combattimento e la lotta.
Il primo è diventato un insegnante di fisica, è sposato con due figlie, il mutuo della casa lo schiaccia sotto una montagna di debiti ed è sempre stato il meno promettente sul ring dei Conlon.
Il secondo è scappato dalla tirannia paterna assistendo la madre fino alla morte, poi si è arruolato nei marines ed è partito per l'Iraq, dove ha trovato il tempo, prima di disertare, di diventare un eroe dopo aver salvato un'intera squadra di commilitoni.
Il torneo di Mma chiamato Sparta è la grande occasione per entrambi, e non solo: cinque milioni di dollari la posta in palio.
Per Brendan, l'occasione di mostrare di non essere solo un perdente e di estinguere ogni suo debito.
Per Tommy, un ritorno al vecchio sogno di rimanere imbattuto sul quadrato e tenere fede alla promessa di donare l'intera borsa alla vedova del suo compagno d'armi morto sotto il fuoco amico.
Per Paddy, la via per una nuova occasione di ricostruire una famiglia distrutta.




Devo ammettere, forse, di avere colpevolmente caricato di aspettative enormi questo film.
In rete e non solo, negli ultimi tempi, avevo letto soltanto recensioni praticamente entusiastiche del lavoro di O'Connor, e fior di accostamenti con pietre miliari quali Rocky e, soprattutto, The wrestler.
La realtà dei fatti, però, alla fine è questa: Warrior è un film solido, onesto, interpretato molto bene e girato come se fosse la grande occasione della vita per il suo autore, ma resta il fatto che si tratti, tutto sommato, di un lavoro assolutamente, clamorosamente paraculo.
Niente di male, sia chiaro - in fondo la Storia del Cinema, soprattutto made in Usa, è incentrata in gran parte su prodotti di questo genere -: la visione risulta scorrevole, emozionante, a tratti toccante, e tutto fa pensare che alla prossima notte degli Oscar potremmo ritrovare in Warrior uno degli indiscussi protagonisti.
Eppure, prima di arrivare a considerare questa pellicola una delle pietre miliari del suo genere o un riferimento da ora in avanti di acqua dovrà ben passarne, sotto i nostri ponti di spettatori: perchè dietro una regia artigianale ma efficace ed il cuore buttato oltre l'ostacolo da un potentissimo Tom Hardy, un ottimo Joel Edgerton e soprattutto un mitico Nick Nolte troviamo una sceneggiatura assolutamente convenzionale, a tratti mal sfruttata, che impallidisce rispetto a quelle che raccontavano le gesta di Randy the Ram o dei fratelli di The fighter - altro film spesso associato a questo nell'ultimo periodo -, o del primo Balboa a spasso nel ghetto di Philadelphia.
Personalmente - a parte le scelte diverse rispetto allo svolgimento del torneo Sparta che vede protagonista la famiglia Conlon - ho preferito, e di gran lunga, la prima parte della pellicola, giocata sulla costruzione dei personaggi e a suo modo eastwoodiana: la rabbia di Tommy, la seconda vita da lottatore notturno di Brendan, la figura dell'Achab di Moby Dick sulle spalle di Paddy e l'ombra della donna che li ha legati - e che, pur a ragione, ha posto le basi per la loro rottura - sono elementi degni di un grande film di formazione, che purtroppo tende a perdersi nel sentimentalismo dall'inizio degli allenamenti in avanti.
Il fatto che tutto pare accadere "ad arte", infatti, tende a mettere in ombra il lavoro svolto nel corso della prima ora di pellicola sui protagonisti e sui personaggi secondari - ottimo, ad esempio, quello di Frank Campana, l'allenatore di Brendan -, lasciando spazio ad un abbastanza convenzionale dramma famigliare che ha i suoi picchi - o almeno vorrebbe averli - nei confronti prima tra Brendan e Tommy - fuori e poi dentro al ring - e tra Tommy e Paddy: il rischio, però, di affidarsi troppo ai questi faccia a faccia, è quello di trasformare l'escalation emotiva in una sorta di telefonato viaggio verso una conclusione giusta, eppure in qualche modo quasi "falsata" dalla mano che l'ha guidata.
Da grande appassionato di lavori di questo genere - come direbbe Cannibale, assolutamente fordiani - resta la curiosità di quello che sarebbe diventato Warrior nelle mani dell'Eastwood di Million dollar baby o dell'Aronofsky del già citato The wrestler, ma anche di un Altman d'annata, di quelli ancora legati alla provincia profonda made in Usa, fatta di losers, occasioni perdute e vite passate al confine, "da qualche parte tra il nulla e l'addio", per l'appunto.
La cosa migliore da fare, però, a proposito di Warrior, è lasciare che la visione guidi la pancia ed il cuore, senza particolari aspettative o pregiudizi: in fondo, si tratta di un film tutto lacrime e sangue, firmato da un outsider che ricorda molto uno dei suoi protagonisti, e che con lo stesso, probabilmente, spera di identificarsi.
In fondo, è proprio vero che, a volte, a rimanere in piedi alla fine non è tanto il favorito, o il più forte, quanto quello la cui determinazione supera di gran lunga il talento.
Rocky Balboa insegna.

MrFord 

"We the people fight for our existence
we don't claim to be perfect
but we're free
we dream our dreams alone
with no resistance
fading like the stars we wish to be."
Oasis - "Little by little" -

martedì 1 novembre 2011

Brothers and sisters Stagione 5

Produzione: Abc
Origine: Usa
Anno: 2010/2011
Episodi: 22



La trama (con parole mie): le vicende della famiglia Walker tornano sul piccolo schermo sconvolte da un incidente che ha turbato le vite di tutti, lasciando ferite che difficilmente potranno rimarginarsi. 
Kitty è chiusa nel suo dolore, Sarah cerca di reinventarsi professionalmente ora che la storia con Luc pare andare a gonfie vele, Justin sta per fare ritorno dal fronte mentre Kevin e Scotty si concentrano sul loro sogno di diventare finalmente padri.
Il tutto mentre Nora torna a confrontarsi con l'idea di trovare un nuovo compagno che possa finalmente darle l'amore che ha inseguito per tutta la vita.
Un'ultima stagione che cerca - senza successo - di tirare le fila di quelle che furono le storylines principali delle precedenti annate.


I serial "in famiglia", in un modo o nell'altro, hanno sempre - titolo più, titolo meno - esercitato un certo fascino, sul sottoscritto, complici i successi di meraviglie come I Soprano o Six feet under, titoli che hanno fatto la storia del piccolo schermo riuscendo - pur se in modo non proprio convenzionale - a convogliare le situazioni ed i sentimenti che viviamo tra le mura della nostra casa - da quando siamo figli a quando diventiamo genitori a nostra volta - portando lo spettatore ad un livello di coinvolgimento unico.
Brothers&sisters, pur non assestandosi sugli standard di titoli come quelli appena citati, si era sempre difesa mantenendo quella giusta dose di "onestà" che permette una visione d'intrattenimento senza infamia e senza lode con qualche picco di emozione di tanto in tanto: paradossalmente, la stagione che poteva significare, oltre alla continuazione della programmazione, anche il vero e proprio salto di qualità, è coincisa con il peggior momento della serie, soprattutto in fase di script.
Fin dal primo episodio, infatti, e dal fantomatico incidente che costerà la memoria a Holly e la vita a Robert, la sceneggiatura e le scelte legate ai personaggi appaiono quantomeno nebulose, poco giustificate e spesso talmente improvvise da apparire più come tentativi disperati di risollevare i dati di ascolto che non come vere e proprie decisioni legate all'evoluzione della storia: dall'incidente appena citato ai continui cambi di direzione presi per la vita e la professione di Kitty dopo la perdita del marito fino all'utilizzo praticamente nullo del figlio adottivo Evan - un vero e proprio peso morto per il personaggio interpretato dalla Flockhart -, passando per la sieropositività di Saul ed il tradimento di Scotty, per non parlare dei ritorno della vecchia fiamma di Nora Brody, tutto pare decisamente confusionario e privo di un vero senso.
Un velo andrebbe calato anche sui due ritorni "part-time" di Tommy, passato dall'essere uno dei personaggi cardine della famiglia ad una sorta di macchietta - anche in questo caso completamente liberata dagli elementi dell'ex moglie e della figlia, che avrebbero certo fornito uno spessore maggiore - con poco o nulla a che spartire con quello che fu uno dei protagonisti delle prime - e migliori - annate di questa produzione.
L'unica situazione che pare, al contrario, in linea con l'evoluzione naturale dei protagonisti è quella che vede Luc e Sarah percorrere la strada che li porterà al coronamento del loro sogno d'amore, quel matrimonio che chiuderà stagione e serie sfiorando, in qualche modo, le atmosfere da campeggio in famiglia che erano state i pezzi forti di questo titolo nei suoi momenti migliori: certo, davvero poca cosa per ventidue episodi che appaiono sempre tendenzialmente privi di una vera e propria direzione, ma che soddisferanno ugualmente i fan più legati alla saga dei Walker ed accompagneranno senza troppi patemi anche gli spettatori occasionali o divenuti tali - come il sottoscritto - ad un finale che, comunque, si adatta alla produzione e non risulta troppo traumatico o "aperto" anche in vista della fine della serie stessa.
Effettivamente, mettendosi dalla parte degli autori così come del pubblico, meglio che Brothers&sisters chiuda i battenti ora, di fronte alle prime evidenti cadute di stile, piuttosto che trascinarsi sempre più stancamente per altre tre o quattro stagioni che avrebbero corso il rischio di scatenare inesorabili, robustissime bottigliate.
MrFord

"We are family
I got all my sisters with me
We are family
get up ev'rybody and sing."
Sister Sledge - "We are family" -

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