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lunedì 9 marzo 2015

Kingsman: Secret Service

Regia: Matthew Vaughn
Origine: UK
Anno: 2014
Durata: 129'




La trama (con parole mie): l'organizzazione di spie segreta chiamata Kingsman, ispirata ad Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda e pronta a difendere l'Inghilterra ed il mondo, perde uno dei suoi membri più importanti nel corso di una missione che rivela allo stesso gruppo dell'esistenza di un piano che dovrebbe portare caos, morte e distruzione orchestrato da un misterioso villain che pare uscito dai vecchi film di spionaggio.
La selezione del suo giovane sostituto porta Galahad a puntare su Eggsy, ragazzo figlio della provincia inglese e di una situazione decisamente non facile da gestire in famiglia a sua volta rampollo di un Kingsman deceduto anni prima proprio salvandogli la vita: il rapporto tra i due, inizialmente burrascoso, diverrà quello più profondo che si instaura tra Maestro ed Allievo.
Riuscirà Eggsy, grazie alla guida di Galahad, a guadagnarsi il posto al tavolo dei Kingsman?
E soprattutto, riusciranno i "cavalieri" a sconfiggere il nemico?







A volte, forse, per alcuni titoli è semplicemente una questione di momenti sbagliati.
Kingsman: Secret Service, giunto in casa Ford a seguito di roboanti valutazioni su Imdb, recensioni tutto sommato positive raccolte nella Blogosfera anche presso alcuni insospettabili, ha avuto un karma negativo fin dal principio: portato sullo schermo in sostituzione di un'altra visione all'ultimo minuto, umore del sottoscritto lanciato a tavoletta verso l'irritabilità da bottigliate, interpretato da uno degli attori più detestati al Saloon, Colin Firth, ha finito per scampare alle suddette bottigliate giusto grazie ad una messa in scena comunque di livello ed al fatto che non mi aspettavo davvero nulla dal nuovo prodotto del pur talentuoso Matthew Vaughn.
A remare contro Kingsman: Secret Service, a parte gli sbalzi d'umore del sottoscritto, principalmente una durata eccessiva per un giocattolone di questo tipo - ma dove sono finiti i buoni, cari, vecchi film da un'ora e mezza!? - ed il suo essere clamorosamente derivativo, a partire dalle opere precedenti di Mark Millar - autore dell'albo a fumetti che l'ha ispirato - fino ad arrivare ai più recenti exploit di Sherlock Holmes sul grande schermo conditi da un pizzico di Bond, Harry Potter e da richiami che portano alla memoria il Tin Tin di Spielberg in una versione tarantiniana, e per essere più british, targata Guy Ritchie.
A tal proposito, Samuel L. Jackson, idolo del vecchio Quentin, riesce nell'impresa, grazie ad un charachter insostenibile ed un gigioneggiamento spietato, a risultare irritante quanto Colin Firth, salvato in corner da un paio di gag niente male ed un twist a proposito del destino del suo personaggio che, sulla carta, appariva difficilmente praticabile rispetto alle regole che di norma tengono le redini dei blockbuster "d'autore" come questo e che fanno parte delle concessioni che toccano a registi e sceneggiatori rispetto alla grande distribuzione.
Fondamentalmente, comunque, non c'è niente che, di fatto, non vada, in Kingsman: Secret Service, dalla confezione al ritmo, ed il lavoro di Vaughn ha tutte le carte in regola per piacere al pubblico così come a parte della critica: peccato che non abbia avuto abbastanza per stupirmi o mostrare qualcosa di davvero nuovo o inaspettato, e che nonostante la presenza nel cast di mostri sacri come Michael Caine si sia portata sullo schermo semplicemente una versione più "alta" del classico action teen degli ultimi anni costruito attorno ad un protagonista accattivante.
E' probabile che, se fossi stato in un mood più magnanimo o non avessi visto gli Anni Zero produrre da Kick Ass a The Maze Runner, dal già citato Harry Potter a Il mondo di Jonas, mi sarei ritrovato ad unire la mia voce a quella dei sostenitori di Kingsman, che a conti fatti rischia perfino di piacere più ai padri cresciuti a pane e Bond che non ai figli impestati da Twilight, sia per ambientazione e stile che per impegno: ma, stanchezza o predisposizione negativa che fossero, qualcosa non ha funzionato, ed ho finito per trascinarmi al termine delle due ore quasi con il rammarico di non essermelo gustato come avrei fatto se avessi avuto meno visioni alle spalle.
L'esperienza è alla base delle nostre esistenze, ed io ne sono un fervente sostenitore, eppure ci sono casi in cui è indubbiamente più conveniente essere l'Allievo, e non il Maestro: se non altro, tutto appare sotto una luce nuova e divertente, e non si rischia che la storia prenda una piega che non ci saremmo aspettati "da un film come questo".



MrFord



"Come ride with me
Through the veins of history
I'll show you how god
Falls asleep on the job."

Muse - "Knights of Cydonia" -




lunedì 1 luglio 2013

Blood

Regia: Nick Murphy
Origine: UK
Anno: 2012
Durata:
92'




La trama (con parole mie): siamo nella provincia inglese, sulla costa, dove una piccola comunità è sconvolta dall'omicidio brutale di una giovanissima ragazzina, Angela. Due fratelli, i Fairburn, entrambi poliziotti, sono incaricati delle indagini: su di loro pesa l'ombra del padre, leggenda del distretto ormai in pensione a seguito dell'Alzheimer, e l'idea dello stesso di forzare la mano alla Giustizia quando le prove non possano supportarla.
Quando Jason Buleigh, un balordo della zona, viene arrestato perchè sospettato dell'omicidio, il più aggressivo dei fratelli, Joe, si convince che sia il colpevole, e con la complicità del succube Chrissie finisce per ucciderlo: purtroppo per loro, però, la verità risulta essere un'altra, ed i veri colpevoli vengono arrestati.
Parte dunque un'indagine indirizzata a scoprire la verità sul destino di Buleigh, destinata a sconvolgere il mondo di questa famiglia costruita attorno al distintivo.





A volte è davvero curioso quanto i distributori finiscano per tirarsi da soli la zappa sui piedi: hai un materiale discreto per le mani, un cast ottimo - e peraltro in gran forma -, una vicenda torbida legata alla famiglia, alla fratellanza, al senso di colpa, alla Giustizia, tutte le carte in regola per guadagnarti un posto tra le proposte di genere buone per passare senza troppi patemi d'animo la stagione estiva, ed ecco giungere la rovina sotto forma di uno spot promozionale.
"Il nuovo Mystic river", recita la locandina del lavoro - il primo di una certa rilevanza - di Nick Murphy, quasi come se fosse possibile poter insidiare il trono di uno dei vertici del Cinema di Clint Eastwood, non proprio l'ultimo degli stronzi: prima che qualcuno di voi possa farsi quest'illusione in coda per entrare in sala, lasciate che dissipi ogni dubbio in merito.
Blood non è il nuovo Mystic river. Neanche per sbaglio.
Certo, i temi sono molto simili, dalla violenza sui minori ai rapporti di amicizia e parentela pronti a divenire un fardello, l'ambiente anche - nonostante il setting sia quello della costa britannica, la pellicola trasuda irishness -, eppure il carattere e soprattutto uno script decisamente troppo rapido ed esile rendono il confronto assolutamente impietoso: probabilmente non dovrei stare qui a sindacare a proposito di cavilli di questo genere, e valutare il film nella sua unicità, non basandomi su inutili paragoni, dunque lascio da parte il vecchio Clint e tengo le mani libere per l'opera di Murphy.
Dal punto di vista attoriale ammetto di non avere troppo da recriminare: Paul Bettany, partito fortissimo sul finire degli anni novanta ed afflosciatosi miseramente, pare essere tornato ai tempi d'oro, Stephen Graham, caratterista UK d'eccezione, funziona alla grande, Mark Strong - seppure in ombra - porta a casa la pagnotta, e soprattutto giganteggia Brian Cox, una vera e propria icona troppo spesso sottovalutata rispetto ad altri suoi colleghi ben meno dotati di lui.
Lo stesso discorso è applicabile all'ambientazione, decisamente azzeccata nei suoi toni autunnali e resa ancora più affascinante dalla costa, in bilico tra le maree ed un litorale pronto a celare i più terribili ed oscuri segreti di famiglia.
Il problema vero è che tutto finisce qui.
Perchè dietro la macchina da presa il buon Nick non pare possedere il tocco necessario al guizzo vincente, e lo script risulta frettoloso, quasi l'intera vicenda fosse un pilota per una serie - del resto, è proprio da un prodotto televisivo che è stato ispirato il film - all'interno del quale gli autori si preoccupano di inserire tutti gli elementi possibili per conquistare l'attenzione degli addetti ai lavori in modo da strappare una conferma: peccato che il metodo non si applichi al meglio, ed il risultato sia un thriller che pare viaggiare a velocità doppia per evitare di annoiare il pubblico e giungere subito alla conclusione finendo per provocare l'effetto contrario, ossia rompere l'incantesimo del grande schermo ed insinuare nell'audience il dubbio di essere di fronte a qualcosa di talmente preparato a tavolino da risultare posticcio.
Probabilmente, in mano ad un regista più esperto - non necessariamente il già citato Eastwood, ma anche Mann o Scorsese -  o talentuoso - per rimanere in ambito britannico, il giovane e molto promettente Paddy Considine o il suo compare Shane Meadows - Blood avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un piccolo cult di questi mesi estivi: così com'è, resta soltanto in bocca il sapore amaro di una storia finita troppo presto, come quelle che nascono in riva al mare e promettono chissà quale futuro, anche quando ai protagonisti cova già nel cuore il dubbio che non potrà durare un solo giorno una volta conclusa la vacanza.


MrFord


"Me and you used to be like brothers
on the nights we got drunk to each other
you know me, I used to have some wit
it ended up in a shit-filled sandpit
we come from across the border
we drink the six mile water
this mongrel needs a new home
this mongrel needs a new home."
Therapy? - "Six mile water" - 


martedì 24 luglio 2012

The way back

Regia: Peter Weir
Origine: Australia
Anno: 2010
Durata: 133'




La trama (con parole mie): siamo nel pieno del secondo conflitto mondiale, e Janusz, che vive nella Polonia spezzata in due da tedeschi e russi, è deportato in un gulag siberiano dopo essere stato accusato di spionaggio. Innocente e convinto a ricongiungersi alla moglie, il giovane decide, con l'aiuto di alcuni detenuti, di fuggire e raggiungere a piedi l'India.
Il viaggio, che prevede una camminata di oltre seimila chilometri attraverso Siberia, Mongolia, Cina e Tibet, sarà una prova di coraggio e resistenza in grado di avvicinare i destini ed i caratteri di uomini completamente diversi l'uno dall'altro e provenienti da diverse realtà e parti del mondo: una vera e propria lotta per la libertà che vedrà il gruppo confrontarsi con la Natura nella speranza di morire - e soprattutto vivere - da uomini liberi.




Dalle parti di casa Ford, il buon vecchio Peter Weir è sempre stato benvoluto: dai cult di formazione come L'attimo fuggente a vere e proprie pietre miliari come Picnic ad Hanging Rock o Gli anni spezzati, senza dimenticare produzioni decisamente più importanti come Master and commander o The Truman Show, non ricordo un solo titolo firmato dal suddetto che mi abbia deluso.
Il gusto del regista australiano, spesso e volentieri legato al confronto tra Uomo e Natura, ha sempre stuzzicato la parte più "wild" del sottoscritto, ed in questo senso The way back rispecchia appieno le aspettative e la tradizione della sua poetica: pur essendo lontano dall'ispirazione dei lavori migliori e presentandosi, di fatto, "soltanto" come un solido film d'avventura, questa sua ultima fatica resta comunque una delle visioni più interessanti di una poco accattivante - fino ad ora - estate, complici uno spirito neanche fossimo nel pieno di un'epopea di Herzog ed un cast in grande spolvero, dal convincente Jim Sturgess alla sempre più lanciata Saoirse Ronan, passando attraverso conferme come Ed Harris e Colin Farrell.
In particolare, ammetto di essermi fin da subito affezionato al personaggio interpretato da quest'ultimo, il criminale russo Valka, tatuatissimo e selvatico, nonchè legato ai codici degli Urka siberiani, elementi cardine del mondo delle Famiglie e delle stelle tipici dell'area malavitosa dell'ex Unione Sovietica: il suo progressivo integrarsi con il gruppo di fuggitivi - dalla minaccia alla protezione, fino al perfetto commiato - è l'esempio dell'ottima gestione che nello script si è tenuta rispetto ai personaggi, molto diversi tra loro eppure ugualmente importanti nell'economia del viaggio, ed approfonditi in modo che tutti possano trovare uno spazio adeguato - una sorta di approccio "lostiano", per usare un termine più vicino ai giorni nostri che non ai tempi della Seconda Guerra Mondiale -.
In realtà - e nonostante la parte del leone la faccia senza dubbio alcuno il confronto tra l'impresa di questo sparuto gruppo di prigionieri affamati e la Natura in tutte le sue incarnazioni, dal gelo siberiano al deserto mongolo - uno dei temi più interessanti toccati da Weir è quello della lotta per la libertà, diritto sacrosanto di ogni essere umano che anche qui al Saloon non ci si stancherà mai di difendere e proteggere: il punto di vista del regista, lontano dagli standard cui siamo abituati rispetto al periodo e concentrato sulla denuncia degli orrori commessi da Stalin - già fotografati nella meraviglia di Wajda, Katyn -, è lampante, e trova una traduzione perfetta nella ferma decisione del protagonista Janusz di non abbandonare mai il suo obiettivo, anche quando fermarsi potrebbe apparire la decisione più sensata e saggia - il passaggio in Tibet, poco prima di raggiungere l'India -.
Ritagliandosi, poi, momenti più leggeri che aiutano lo spettatore a respirare nelle due ore piene della pellicola - il ruolo di Irena nello scoprire le vite dei suoi compagni di viaggio, la discussione sulla quantità di sale da usare in cucina -, Weir pare tracciare un parallelo tra la lotta dell'Uomo contro l'Uomo per la libertà e quella dell'Uomo contro la Natura per la sopravvivenza: e se quest'ultima appare spietata e terribile, anche nei momenti davvero critici non si ha mai la percezione della stessa, angosciosa agonia che la Storia ci ha più e più volte insegnato ad imporre ai nostri simili, a diverse latitudini ed in opposti contesti politici e sociali.
Gulag sovietici o campi di concentramento nazisti, steppe siberiane o città latino americane, l'Uomo ha vergato tra le pagine dei suoi libri, nei secoli, le trame di vicende abominevoli che imprese come quella di Janusz e compagni - ispirata a fatti reali - ci aiutano a guardare senza dimenticare la speranza: la speranza di non mollare, di muovere un passo dopo l'altro verso quella che dovrebbe essere la condizione fondamentale di ogni esistenza, vivere la propria vita senza doversi guardare continuamente le spalle, e costruire - o cercare di farlo - i propri sogni senza qualcuno che venga a raccontarci che così non può essere, perchè lo ha deciso lui.
Vivere la propria vita da uomini liberi.
Fosse anche per morire nel tentativo di respirare quell'aria così diversa che tutti i giorni ci riempie i polmoni ma che, spesso, non sappiamo valorizzare come dovremmo.
L'aria che si può gustare lontani dalle prigioni.


MrFord


"I want to break free
I want to break free
I want to break free from your lies
you're so self-satisfied I don't need you
I got to break free
God knows, God knows I want to break free."
Queen - "I want to break free" -


martedì 24 gennaio 2012

La talpa

Regia: Tomas Alfredson
Origine: Francia/Uk/Germania/Svezia
Anno: 2011
Durata: 127'


La trama (con parole mie): Smiley, con l'uscita di scena del suo capo all'intelligence britannica Control, si ritrova di nuovo nel pieno dell'azione richiamato dalla pensione per snidare una talpa che da anni si muove ai vertici dell'organizzazione, lo stesso uomo che era costato un'importante missione in Ungheria e l'apparente dipartita di un agente, Jim Prideaux.
Muovendosi nell'ombra all'interno degli ambienti in cui ha passato la sua vita, Smiley si ritroverà a dover scegliere gli alleati e le pedine migliori per una partita a scacchi con gli avversari russi, il destino e la nemesi che si cela alle sue spalle, responsabile di molti degli eventi in grado di mettere alle strette Control, il governo britannico e lui stesso.





Ne ho sentite davvero di tutte, a proposito di questo lavoro di Tomas Alfredson.
Dal Capolavoro alla noia mortale, senza dubbio pare si sia guadagnato l'appellativo di pellicola più dibattuta - almeno online - dai tempi di Melancholia.
Personalmente, l'opera precedente del regista - l'osannatissimo Lasciami entrare - tolte un paio di scene clou ha rappresentato uno dei film più sopravvalutati degli ultimi anni, nonchè uno dei pochi che, proprio per noia, riuscii a portare a termine soltanto in due visioni distinte, una cosa più unica che rara in casa Ford.
La talpa pare essere, in questo senso, una conferma: una grande prova di regia e comparti tecnici assolutamente priva dell'anima e del mordente necessari per avvincere il pubblico ed affermarsi come cult, perlomeno di genere.
Dunque, per quale motivo ho scelto di dare una valutazione discreta ad una pellicola che, a quanto pare, meriterebbe soltanto sonore bottigliate?
Perchè La talpa - così come, forse, il suo predecessore nella filmografia di Alfredson - è una di quelle pellicole da sedimento, che al principio irritano o annoiano per essere poi rivalutate nel tempo, o valere almeno un ulteriore tentativo affinchè questo fenomeno certo raro possa compiersi: personalmente, a fare da riferimento per questa schiera ho un precedente più che illustre, The heat di Michael Mann, visto quando ancora non ero pronto per un'opera di quella portata e rivalutato negli anni ad ogni visione successiva.
Rispetto a questo film, dunque, resto tutto sommato fiducioso, e pronto ad affidarmi ad una seconda - rivelatrice? - visione in futuro: per ora resta una confezione impeccabile - regia ottima, fotografia da urlo, richiamo ai capisaldi del genere in pieno stile seventies riuscito alla perfezione - al servizio di una storia macchinosa e bolsa, non tanto incomprensibile - come molti hanno scritto - quanto priva di anima, come la quasi totalità dello stellare cast, compreso il comunque ottimo Gary Oldman, troppo impegnato ad immergersi - in tutti i sensi -  nel suo algido Smiley per scoprire che, di cuore, questo protagonista comunque sulla carta straordinario risulta assolutamente privo.
Spiccano soltanto Mark Strong - che a questo punto potrebbe cimentarsi davvero in qualcosa di più dei consueti film action cui ci ha abituati - ed un superlativo - ma questo già si sapeva - Tom Hardy, mentre il resto dei grossi nomi, a parte portare a casa la pagnotta, fa poco per staccarsi dall'atmosfera di stanca trasmessa dalla pellicola: su tutti, il pessimo Colin Firth, sempre uguale a se stesso - come giustamente sottolineato da Julez - e decisamente svogliato nel portare sullo schermo uno dei personaggi al contrario più interessanti dello script, fornendone quasi un'involontaria caricatura.
Riallacciandomi proprio all'appena citato Firth, potrei quasi sbilanciarmi affermando che La talpa rappresenta, per il genere spionistico, quello che il terribilmente vuoto Il discorso del re fu per l'autorialità da grande pubblico lo scorso anno: non, dunque, un film brutto nel senso realizzativo del termine, quanto fiacco.
Ai tempi ricordo che usai il termine di "sala da the" per il lavoro di Tom Hooper: rispetto a quello Alfredson fa certo di meglio, eppure il suo lavoro sa tanto di un gin tonic annacquato rispetto al Tanqueray liscio che mi sarei aspettato.
Resta comunque chiaro il fatto che si stia parlando di un film profondamente autoriale, e decisamente di valore - tecnicamente parlando, almeno -, e non di un'immondizia galattica come quelle proposte spesso e volentieri nelle nostre sale, eppure l'impressione, soprattutto rispetto ai suoi lati positivi, è quella di un'enorme occasione sprecata dal regista per compiere il salto di qualità che i suoi fan più fedeli si sarebbero aspettati dopo il suo esordio ed i detrattori - come il sottoscritto - si erano auspicati di fronte ad un'abilità dietro la macchina da presa certamente invidiabile.
Chissà, forse il tempo darà ragione a lui: eppure fino ad ora quello che resta è un piatto insipido e totalmente privo della passione necessaria a renderlo un must senza se e senza ma.
Di noia, dunque, non si tratta - la lentezza soporifera è ben altra, fidatevi -, ma allo stesso modo i Capolavori di genere, quelli veri, come La conversazione, I tre giorni del condor e Tutti gli uomini del Presidente sono ad un livello che questa talpa da merendina si può solo sognare.


MrFord


"I'm a spy in the house of love
I know the dream, that you're dreamin' of
I know the word that you long to hear
I know your deepest, secret fear
I'm a spy in the house of love
I know the dream, that you're dreamin' of
I know the word that you long to hear
I know your deepest, secret fear
I know everything
everything you do
everywhere you go
everyone you know."
The Doors - "The spy" -



giovedì 27 ottobre 2011

The guard - Un poliziotto da happy hour

Regia: John Michael McDonagh
Origine: Irlanda
Anno: 2011
Durata: 96'



La trama (con parole mie): Gerry Boyle, inusuale e scorretto poliziotto di campagna irlandese, vede la sua routine fatta di qualche acido e una scopata con escort ogni tanto turbata dall'arrivo nel suo territorio dell'agente federale Wendell Everett, giunto sull'isola di smeraldo per sgominare un gruppo di narcotrafficanti locali che si sospetta stiano pianificando uno scambio con i loro soci in affari lungo la costa.
Tra omicidi, anziane madri colpite dall'Alzheimer e difficoltà con il gaelico, i due uomini - profondamente diversi tra loro - dovranno, non senza difficoltà, unire le forze per fare fronte alla corruzione della polizia locale ed evitare di essere ammazzati come nel più classico dei film noir, cercando allo stesso tempo di fare la cosa giusta.
Più o meno.



Le strane coppie sono sempre state uno dei punti forti del poliziesco, al Cinema e non.
Dall'accoppiata vincente Danko/Ritzik ai formidabili Hap e Leonard letterari, passando per Starsky e Hutch, il duo di investigatori soli contro tutti ha spesso e volentieri regalato grandi soddisfazioni agli autori in grado di azzeccarne la formula, finendo per divenire una sorta di vera e propria garanzia a fronte di characthers in grado di conquistare il pubblico: The guard - mi rifiuterò di citare nel corso del post l'ignobile titolo italiano -, in questo senso, non è da meno.
Sull'onda dell'ottimo In Bruges, John Michael McDonagh recupera Brendan Gleeson e lo catapulta nella campagna irlandese tutta gaelico e facce segnate da alcool e lavoro, delineando un personaggio che ricorda il Walter lebowskiano con un pizzico - per usare un eufemismo - di eccentricità in più: il sergente Gerry Boyle, che fin dalla prima sequenza sfodera una perla dietro l'altra - impagabili le sue battute sull'origine etnica dei narcotrafficanti ed il palpeggiamento dei cadaveri -, ha tutte le caratteristiche per entrare nel cuore dello spettatore pane e salame nonostante la confezione - fotografia, scelta delle inquadrature, montaggio - sappiano fin nel profondo di Cinema autoriale un pò ruffiano.
Eppure, così come fu poco tempo fa con Nord, The guard si scrolla di dosso a suon di - a tratti nerissime - risate i suoi tratti potenzialmente più radical chic, ed in barba ad una sceneggiatura a volte un pò troppo facile ingrana la marcia con l'inserimento nel cocktail dell'agente speciale Everett, tutto d'un pezzo e ligio alle regole e alle procedure, agli antipodi rispetto al ruvido collega Boyle.
E così, dall'incomprensibile gaelico - "Che credevi, siamo in Irlanda, qui, non vorrai mica sentire parlare inglese!" - alla partecipazione del sergente alle olimpiadi di Seul 1988 passando per il suo viaggio in solitaria a DisneyWorld, i due protagonisti infilano una serie di gag azzeccate una dopo l'altra, giusto in tempo per scaldare i motori e finire a fronteggiare il malvagio - anche se pare più grottesco - trio di trafficanti, tra i quali spicca l'ormai cattivo per antonomasia Mark Strong, cui forse poteva essere dedicato addirittura più spazio.
Un omaggio, pur se particolare, all'Irlanda e ai suoi splendidi paesaggi, che fanno da sfondo ad una vicenda in realtà legata a doppio filo a corruzione, violenza, segreti nascosti - davvero triste la vicenda del giovane collega di Boyle e della moglie - e pallottole a volontà per un finale che ricorda i vecchi scenari western filtrati attraverso la sensibilità action figlia dei Michael Mann e dei William Friedkin.
E il dubbio che corre lungo la schiena di Everett se Boyle sia "uno stupido che fa il furbo" o "un furbo che si finge stupido" diviene un modo per descrivere al meglio uno dei migliori antieroi che siano capitati al noir cinematografico recente capitanato dall'indimenticabile pilota di Drive.
Certo, con parecchi anni, chili e litri di Guinness e Jameson in corpo in più.

MrFord

P. S. Un appunto - ed una serie incredibile di bottigliate - vanno ai responsabili dell'indecente titolo italiano. Roba da interdire l'accesso alle sale per tutta la vita agli autori di questo abominio.


"Dal Donegal alle isole Aran
e da Dublino fino al Connemara
dovunque tu stia viaggiando con zingari o re
il cielo d'Irlanda si muove con te
il cielo d'Irlanda è dentro di te."
Fiorella Mannoia - "Il cielo d'Irlanda" -
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