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lunedì 26 agosto 2019

White Russian's Bulletin



Prosegue, nonostante la "differita", la carrellata delle visioni da grande e piccolo schermo che hanno caratterizzato le ormai purtroppo già alle spalle vacanze di casa Ford, con ogni probabilità il periodo di maggior coinvolgimento e con il numero di visioni - e non solo - più alto degli ultimi mesi. 
Praticamente, un ottimo modo per essere già in attesa delle prossime ferie.


MrFord



JOHN BARLEYCORN - MEMORIE ALCOLICHE (Jack London, Mattioli)

Risultati immagini per john barleycorn memorie alcoliche

In realtà la carrellata inizia con un libro consigliatomi - e prestato, come se non bastasse - dal suocero Ford, una sorta di autobiografia alcolica di Jack London, uno dei grandi nomi del classico d'avventura americano: queste memorie alcoliche, in realtà, sono una sorta di viaggio di autoanalisi di London, che racconta al lettore il suo rapporto - decisamente stretto, per usare un eufemismo - con l'alcool, dagli inizi in giovane età sfruttando le sbronze come rito sociale per conquistare la fama di "vero uomo" al controllo - o presunto tale - del bevitore esperto.
Da bevitore esperto ho trovato molto interessante, divertente, drammatico e a volte inquietante questa lettura, perchè anche quando si è "benedetti da una costituzione di ferro" e si pensa di avere il controllo di questa sorta di demone che lo scrittore ritiene si attacchi con molta più facilità agli individui più ricettivi e pensanti, in realtà il controllo vero non si ha mai.
Personalmente, mi sono sentito toccato nel profondo dalla descrizione che London da dei bevitori "professionisti", affermando "troverete questo tipo di uomini ai ricevimenti, tra i professionisti, nei club esclusivi, nei circoli: ebbene, non li vedrete mai ubriachi, perchè sanno quel che fanno, ma sappiate che non sono neppure mai davvero sobri": una verità che può davvero spaventare anche il più guascone e leggero tra i bevitori.




ANNABELLE 3 (Gary Dauberman, USA, 2019, 106')

Annabelle 3 Poster


Probabilmente dev'essere l'estate all'insegna delle sorprese, per quanto riguarda l'horror: dopo i titoli quasi decenti passati nelle ultime settimane su questi schermi, perfino il franchise di Annabelle - nato da una costola di The Conjuring e legato a due capitoli di livello infimo - si riprende con un numero tre quantomeno guardabile nello spirito estivo legato a doppio filo a questo genere.
Mescolando il tipico prodotto da babysitter in pericolo figlio degli anni ottanta alle possessioni, con una spruzzata di coniugi Warren - protagonisti dei Conjuring - a fare da spalle di lusso, il lavoro di Dauberman intrattiene come si conviene, non brillando per logica ma regalando quantomeno quello che questo tipo di visioni dovrebbero garantire come minimo sindacale.
Considerato che, quando l'abbiamo approcciato, pensavo si sarebbe rivelato una merda atomica di quelle da top ten assicurata del peggio dell'anno, direi che la produzione ha centrato il bersaglio, e gli incassi discreti lo testimoniano: a questo punto, e non l'avrei mai detto, quasi spero in un quarto capitolo.




CRIMINAL MINDS - STAGIONE 14 (CBS, USA, 2019)

Criminal Minds Poster


L'estate, in casa Ford, ha sempre significato, fin dai primi tempi della convivenza con Julez, l'appuntamento con Grey's Anatomy e Criminal Minds, le due colonne portanti della "bella stagione" su piccolo schermo: il serial dedicato alle indagini dei membri del BAU sempre in caccia di psicopatici e serial killers per anni ha rappresentato un'alternativa decisamente più valida ed interessante ai vari e più noti C.S.I. e soci, prima di cominciare a navigare in acque sicure e segnare il passo come tutte le produzioni televisive eccessivamente lunghe.
Questa quattordicesima - e penultima - stagione ne è la netta dimostrazione: un solo episodio davvero interessante su quindici - una scelta strana quella di troncare rispetto ai consueti ventiquattro episodi e stabilirne soltanto dieci per la prossima -, idee non pervenute, cast stanco e svogliato, l'ombra di quello che il prodotto era ai tempi del Gideon di Mandy Patinkin, quando si chiudeva la visione della puntata con i sudori freddi. 
Giusto, a questo punto, terminarlo. Anche se salutare il BAU sarà comunque difficile.




ORANGE IS THE NEW BLACK - STAGIONE 7 (Netflix, USA, 2019)

Orange Is the New Black Poster


E in tema di addii da piccolo schermo, i Ford hanno salutato anche le ragazze di Orange is the new black, che dopo aver raggiunto il loro apice con la stagione dell'inizio della rivolta e la morte di Washington avevano calato un pò i ritmi, portando probabilmente - e giustamente - gli autori a scrivere l'ultimo capitolo dedicato alle ospiti di Litchfield: un capitolo toccante, sentito, emozionante, che si rivela uno dei più intensi e vivi dell'intera vita di questo prodotto, e riesce a dare il giusto spazio alle protagoniste rimaste, regalare un'ultima vetrina a chi, stagione dopo stagione, se n'era andato, e soprattutto firmare una critica feroce ma anche divertente e divertita al sistema statunitense.
A prescindere dal fatto che un addio provoca sempre emozioni forti, personaggi come Taystee o Caputo resteranno assolutamente nel mio cuore, e parabole discendenti come quella di Red continueranno a ricordare che il Tempo, prima o poi, diventa la nostra prigione più terribile.
Quello che è certo, a proposito di Tempo, è che le ragazze di Litchfield non saranno dimenticate, e in qualche modo rappresenteranno, per chi studierà Cinema e non solo nei prossimi anni, uno dei titoli più importanti rispetto al riconoscimento della figura della donna.





lunedì 13 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Settimana fiacca, qui al Saloon, rimbalzata tra Game of thrones, le semifinali - spettacolari - di Champions League e il Salone del Libro di Torino, dove Julez ha avuto la fantastica prima esperienza da autrice. Del resto, a dispetto degli anni d'oro della blogosfera, quando pur di schiaffarmi il mio film o due al giorno perdevo il sonno, per ora preferisco vivere il più possibile e, al massimo, crollare sul divano la sera senza preoccuparmi troppo. In fondo, essere perfetti e sempre incrollabili alla lunga stufa. E forse neppure alla lunga. I Gallagher sottoscriverebbero.


MrFord



SHAMELESS - STAGIONE 9 (Showtime, USA, 2018)

Shameless Poster

I Gallagher sono sempre stati di casa, al Saloon.
Forse perchè, pur in modo meno "estremo", anche i Ford non sono propriamente un esempio di famiglia da comunione, Mulino bianco e cose del genere, forse perchè il disequilibrio ed il caos che ognuno - anche i più perfettini - porta dentro determina anche il fascino che irradia, forse perchè nelle storie di Frank, Fiona, Lip e via discorrendo si cerca sempre di vivere a fondo e il più possibile, abbiamo sempre finito le loro stagioni con un pò di groppo in gola.
Certo, nell'ultimo paio d'anni le cose procedevano stancamente, e io stesso cominciavo ad auspicarmi una fine gloriosa della serie prima che le cose potessero cominciare a crollare inesorabilmente: con questa stagione nove, invece, pur se non ai livelli delle prime sei, i Gallagher tornano a respirare e dare segni, per l'appunto, di rinnovata vitalità.
Dalla discesa di Fiona a Lip difensore dei deboli, passando per il sempre "scarafaggesco" Frank, nessuno pare davvero mollare, e anzi, la sensazione ora è che i Gallagher abbiano ancora qualche cartuccia da sparare, qualche sbronza da prendere, qualche rovinosa caduta sulla loro strada fosse anche soltanto per rialzarsi in barba al Destino.
E con il faccia a faccia tra Fiona e Frank, l'emozionante addio di quella che è stata la colonna portante dei Gallagher per anni e anni, l'arrivo di un figlio per Lip, il nuovo ruolo di Debbie e l'assetto rivoluzionato dell'intera famiglia, forse c'è davvero da pensare che la chiusura di salvataggio che mi auspicavo lo scorso anno sia più lontana del previsto: in fondo, non sorprendere non sarebbe stato da Gallagher.


mercoledì 25 luglio 2018

Calibre (Matt Palmer, UK, 2018, 101')




Non è mai semplice considerare l'etica. O approcciarla. Capire quando è il momento di seguirla e quando di ignorarla. Nel corso della mia vita ho fatto senza dubbio cose che mi avrebbero potuto portare guai, altre che avrebbero potuto - o l'hanno fatto - soffrire altre persone, altre ancora che le hanno rese felici.
E sono stato fortunato a non essermi mai trovato in mezzo a situazioni davvero complicate, da questo punto di vista. O quantomeno, ringrazio di non essermici trovato.
Perchè l'etica può portare a scelte strane, assurde, crudeli, non desiderate, trasformare la vita in un sogno o in un incubo nel giro di un istante: il Cinema anglosassone, in questo senso, aveva già sfornato proposte molto amate qui al Saloon come The Descent e Eden Lake, che a prescindere dal genere ponevano lo spettatore in una condizione scomoda e di disagio legata alle scelte dei protagonisti, e nello stesso filone, pur con risultati ed impatto inferiore, si può considerare inserito Calibre.
Il lavoro di Palmer, incorniciato dalla natura splendida eppure soffocande delle Highlands scozzesi, porta in scena il dramma da thriller con rimandi ad Haneke ed alla crudeltà del caso di due amici da una vita che, nel pieno di un weekend all'insegna dell'alcool e della caccia che celebri una delle ultime uscite goliardiche prima che uno dei due diventi padre, vengono travolti da una casualità che sfocia nel sangue, pronta ad innescare una spirale di eventi ovviamente pronti a peggiorare la situazione ora dopo ora.
Non siamo ovviamente di fronte ad un Polanski, al già citato Haneke o ai lavori migliori di Neil Marshall, eppure Calibre funziona, trasmette disagio e stimola riflessioni importanti nello spettatore, a prescindere dal fatto che possa essere d'accordo oppure no sulle scelte che porteranno i due main charachters - forse il punto debole della pellicola, rispetto alla location, allo script e ai caratteristi attorno - o che in alcuni punti si noti una certa incompletezza della produzione, o limiti naturali in termini di budget o approccio.
Cailbre è uno di quei progetti di nicchia per nulla radical, scontati o pronti alla concessione che andrebbero riscoperti, e senza dubbio tra i titoli "ripescati" più interessanti che abbia trovato sulla piattaforma di Netflix, pronto a lasciare indietro molti altri decisamente più in vista e distribuiti.
Ma a prescindere dalle questioni pratiche e tecniche, dalle analisi e dall'approccio, la verità è che titoli come questo sono destinati, in un modo o nell'altro, a restare per qualche tempo dentro chi li guarda, perchè inevitabilmente pronti a portare l'audience a considerare ogni posizione, dubbio, errore, approccio più o meno umano - non necessariamente nel senso buono del termine -.
Un incidente, una casualità, il Destino a volte sono arbitri di scelte e posizioni estreme, ma non per questo esistono per giustificare quelle stesse estremità: la nostra posizione, il rischio, la decisione di proteggere se stessi o nascondere qualcosa, il pensiero che una strada possa essere migliore di un'altra diventano arbitri non tanto della Legge o delle convenzioni sociali, quanto della capacità di guardarsi allo specchio e tenere i conti con se stessi.
Non molti di noi sono in grado di gestire quei conti.
Nella quotidianità ancora meno che rispetto a tutti gli estremi cui il mondo può mettere sul piatto.
E quando un film semisconosciuto distribuito in sordina da una delle piattaforme di streaming più note del mondo decide di farlo, l'unica cosa che pare etica è incoraggiarlo. E dargli la possibilità che si merita.



MrFord



sabato 21 luglio 2018

Jessica Jones - Stagione 2 (Netflix, USA, 2018)









Nell'Universo dei Marvel Knights, che nelle menti e nelle aspirazioni degli autori e dei produttori di Netflix doveva e dovrebbe andare a rappresentare una versione più cupa ed urbana - ma sempre votata ai supereroi - del Cinematic Universe che tanto successo sta riscuotendo sul grande schermo, Jessica Jones rappresentava, sulla carta, per quanto riguarda i ricordi che avevo dei personaggi negli albi a Fumetti, l'anello debole: nata infatti come charachter più legato alle atmosfere della linea Vertigo della rivale di sempre DC Comics, la detective dotata di superforza suonava comunque distante dai più classici Daredevil, Punisher, Iron Fist e Luke Cage: a sorpresa, però, nonostante non abbia rappresentato chissà quale sorpresa, la prima stagione dedicata alla scontrosa ed alcolizzata antieroina non era stata per nulla malvagia, grazie anche ad un villain d'eccezione come il Killgrave di David Tennant, vero e proprio mattatore dell'intero ciclo.
A questo secondo giro di giostra, complice il vuoto lasciato dall'attore inglese, da una serie di idee che faticano a decollare e da un trasporto suscitato nel pubblico pari a quello che riesce a trasmettere un mattonazzo bielorusso da quattro ore in una sera d'estate dalla voglia di spiaggia e sbronza allegra, ho patito e non poco i tredici episodi dedicati alla scorbutica Jones, alle prese principalmente con la Famiglia - dalla rediviva e folle madre alla sorella acquisita Trish, passando i nuovi amori - e di situazioni e sequenze che paiono troppo spesso tirate decisamente per le lunghe, neanche ad ogni singola puntata si fosse allungato il brodo di una decina di minuti abbondanti: un netto passo indietro, dunque, per una serie che prometteva bene ma che non aveva certo fatto il botto, e che rispetto a Punisher e Daredevil era sicuramente distante per livello qualitativo.
Se, dunque, dopo la certo non irresistibile The Defenders la seconda season di Jessica Jones aveva il compito di rilanciare l'interesse dell'audience sull'intera operazione Marvel Knights la missione è decisamente fallita nonostante, occorre ammetterlo, episodio dopo episodio si notano miglioramenti ed il finale è senza dubbio da considerarsi in crescendo rispetto alla prima metà del cammino: ma è ancora troppo poco per un personaggio ed un prodotto decisamente ed esageratamente incensato al suo debutto, al quale occorrerà un importante bagno di umiltà prima di iniziare il viaggio che - decisioni di produzione permettendo - condurrà il pubblico alla terza stagione.
Per quanto mi riguarda, in questo momento non solo non ho assolutamente voglia di pensare a quando mi ci troverò di fronte, ma neppure affrontare Luke Cage, uscito per la sua seconda annata proprio "trainato" - almeno sulla carta - da Jessica Jones, quanto più che altro confido in Daredevil ed in una definitiva esplosione del Punisher, nettamente i due assi nella manica di questa linea che, tra alti e bassi, è sopravvissuta nel corso delle ultime stagioni ma che se vorrà restare a galla e magari regalare qualche grande soddisfazione dovrà cominciare a pensare di rivoluzionare qualcosa nell'approccio.
Perchè rifugiarsi in una fine che pare un nuovo inizio ma che, di fatto, riporta il main charachter alla condizione di "tutto cambia per non cambiare" tipica, per l'appunto, del fumetto seriale incapace di fornire una vera crescita ai suoi protagonisti, non mi pare davvero la strada migliore da percorrere.
Neppure quando si hanno incredibili superpoteri.



MrFord



martedì 29 maggio 2018

Ballers - Stagione 3 (HBO, USA, 2017)







Orfano - o quasi, considerato quanto ancora influiscono sulla cultura pop - dei mitici action heroes figli degli anni ottanta, un vecchio tamarro come me non può che essere felice e grato dell'esistenza di Dwayne Johnson, ormai ex The Rock che per una decina d'anni buona fece sognare - accanto al suo rivale più importante in WWE Stone Cold Steve Austin - i fan di wrestling di tutto il pianeta: il ragazzone di origini samoane, infatti, dai tempi in cui decise di lasciare il quadrato e tentare una carriera a tempo pieno sul grande e piccolo schermo, ha fatto passi da gigante, collezionato successi e gran soldi, arrivando perfino a tornare sul ring di tanto in tanto giusto per soddisfare i desideri dei fan - lo dimostra il doppio scontro avvenuto in due edizioni consecutive di Wrestlemania con John Cena, uno degli atleti che ne raccolse il testimone -.
Film tamarri a parte, sono stato fin dal principio fan dell'esperimento di Ballers, nato da una produzione HBO che vedeva tra i produttori protetti fordiani quali Peter Berg e Mark Wahlberg, incentrata sulla carriera post campo da football di un giocatore reinventatosi consulente finanziario ed agente: nel corso delle prime due annate, infatti, avevo visto in questa serie una sorta di sorellina minore di Californication, tra capricci di star, richiami a Jerry McGuire, toni da commedia ed una spruzzata di malinconia.
Non che le cose siano cambiate, o che non mi sia piaciuto seguire le gesta di Spencer e del suo fidato sidekick Joe anche a questo giro, ma l'impressione è stata quella di un "vorrei ma non posso", di un prodotto che pare voler prendere una strada nuova e coraggiosa per poi tornare sui suoi passi per evitare di spiazzare troppo gli spettatori o chissà chi altro.
In qualche modo, ho trovato la gestione dei dieci episodi decisamente schizofrenica, pronta a palleggiarsi tra puntate che parevano riempitivi ed altre pronte a far spalancare gli occhi per la soddisfazione, passaggi che hanno fatto sognare - il discorso di Spencer ai rappresentanti della Lega - ed altri figli del "tutto cambia per non cambiare" tipico delle serie che, e mi dispiace dirlo, arrivano al punto in cui cominciano a mancare le idee - l'anticlimatica chiusura che pare riportare indietro le lancette alla prima stagione -: un'annata, dunque, tra luci ed ombre per Strasmore e soci, che essendo stati confermati per un quarto giro di giostra dovranno rimboccarsi le maniche e cercare di recuperare il terreno soprattutto in termini di direzione di scrittura, considerato che è decisamente più facile per una produzione che non racconti una vera e propria storia ma pezzi di vite che si incrociano - e non parliamo di chissà quali personaggi realmente esistiti, o di fantasia, destinati a cambiare il mondo, ma solo di sportivi con un sacco di soldi e problemi da gente comune amplificati a dismisura - perdere originalità e pubblico, piuttosto che rinnovarsi al meglio e catturarne sempre di più.
Personalmente resto convinto delle potenzialità di Ballers, e credo che con un pò più di decisione ed attenzione questa serie potrebbe continuare a rivelarsi una sorpresa: gli autori devono soltanto non fossilizzarsi sul vecchio Dwayne e le sfanculate che spara a raffica in ogni dove, quanto più decidere cosa fare dei protagonisti e come gestirli permettendo loro di evolversi, invece di fare grandi giri per poi tornare al punto di partenza.
Altrimenti finiranno per fare la fine di Spencer, con le sue ambizioni da pezzo grosso ed il desiderio di paternità, e proprio come lui si troveranno esattamente con quello che ci si ritrova quando si vuole troppo: si finisce per non stringere nulla.




MrFord




 

venerdì 25 maggio 2018

You never had it - An evening with Charles Bukowski (Matteo Borgardt, USA/Italia/Messico, 2016, 52')




Quando lessi il primo libro di Bukowski - che, per assurdo, fu il suo ultimo, Pulp - ero decisamente più giovane di ora, non bevevo ed ero ancora preda della timidezza che mi permise di soffrire abbastanza, ai tempi dell'adolescenza, da iniziare a scrivere.
Anche se non lo ricordo, senza dubbio compresi le parole di quello che poteva essere praticamente un nonno - del resto, il vecchio Hank nacque nel millenovecentoventi, come il mio fondamentale nonno materno - solo parzialmente, tanto da rivalutarlo in termini di importanza personale e letteraria molto tempo dopo, una volta presa coscienza io stesso dei tanti alti e bassi della vita, ed una familiarità decisamente maggiore con alcool, sesso e lato bestiale ai tempi ben celato.
Non avevo però mai avuto occasione di confrontarmi con il selvaggio Buck "in persona", e dunque all'incontro quasi casuale con questo documentario/intervista legato a materiale girato nella casa di San Pedro, in California, dello scrittore nei primi anni ottanta da una giornalista italiana non ho potuto che rispondere con una presenza convinta e tutta la voglia di scoprire la parte oltre la macchina da scrivere di quello che, oggi, è uno dei riferimenti letterari indiscutibili di questo vecchio cowboy: curioso, in questo senso, che lo stesso Bukowski affermi che ogni scrittore rappresenti il meglio di se stesso soltanto nel momento in cui, solo, scrive, e che nel resto del tempo finisca per portare al mondo un esempio negativo, o pessimo.
Un quadro che ben racconta la poca fiducia del ruvido Hank verso il genere umano e la società così come l'ammissione senza ipocrisie di una serie di difetti che lo resero lo straordinario cantore della vita e dell'esperienza che era, un pirata come vorrei essere io stesso, con la differenza di almeno una trentina d'anni in più di occasioni da vivere su questa terra.
L'intervista, che tocca tematiche profondamente differenti tra loro, dalla politica, alla scrittura, alla società, passando ovviamente per alcool e sesso, non pare neppure per un istante volta a scoprire o tentare di spiegare Bukowski autore o uomo, quanto più a regalare al pubblico un'immagine genuina e magnetica di una personalità non facile e magica, di quelle che ti invitano sul balcone con panorama della camera in cui scrivono per poi rivelare di aver passato del tempo in quello stesso posto una volta l'anno, senza neppure esserne sicuri.
Del resto, probabilmente se leggesse un tentativo come questo di rendere l'idea di quell'atmosfera, o dei momenti raccontati da questo mediometraggio, lo stesso Bukowski mi manderebbe dritto affanculo, conscio del fatto che non esiste prova migliore se non il faccia a faccia - magari supportati da una robusta dose di alcool - per mostrare davvero quello che si è, o quantomeno quello che si pensa di essere, in barba a buone maniere o aspettative.
Avendo lavorato fino ai cinquanta suonati ed essendo salito alla ribalta soltanto nella maturità, Hank doveva ben sapere come stavano le cose, cosa significasse sopravvivere portando avanti le proprie passioni oppure accandonandole per una scopata o una sbronza, senza guardare in faccia nessuno: sicuramente avrebbe apprezzato non si guardasse in faccia neppure lui, nonostante il bene che alcune sue opere potessero stimolare nel lettore.
Personalmente, io sogno di avere la possibilità di una pensione a cinquant'anni, scrittore oppure no.
E di aggredire la vita il più possibile, e per il più a lungo possibile.
O quantomeno, di farlo con la stessa sfrontatezza del mitico Buck.
Che non significa necessariamente allo stesso modo - in fondo, non bevo vino e ho molta più fiducia nelle persone - ma con una dose di passione molto simile.



MrFord



 

mercoledì 16 maggio 2018

Shameless - Stagione 8 (Showtime, USA, 2017)




I Gallagher sono sempre una certezza, in casa Ford.
Sarà perchè, per estrazione sociale, grinta, casino e via discorrendo, ci sentiamo vicini a loro.
O sarà perchè la Famiglia è un tema sempre importante, da queste parti.
Senza contare quel vecchio bastardo "redento" di Frank, uno degli idoli da piccolo schermo del Fordino.
O Lip, uno degli idoli da piccolo schermo neanche fosse un'adolescente di Julez.
O quella sigla che fa ballare ancora, a distanza di otto stagioni, tutto il Saloon.
Certo, siamo lontani dalle annate migliori e magiche di questa scombinata famiglia nata dall'ispirazione di una serie inglese e illuminatasi di vita propria nella Chicago operaia e ai margini degli States, l'impressione è quella del grande spettacolo che si trascina imitando se stesso, il pathos - Lip escluso - è andato drasticamente calando in favore di una guasconeria sopra le righe che allontana la proposta dalla realtà, ma poco importa.
Rivedere Fiona, Carl, Ian, Kev, V, Liam e compagnia è sempre un piacere, come fossero vecchi amici ai quali risparmi ed abbuoni le battute che ricorrono ad ogni uscita, perchè sai che vorrai loro bene sempre e comunque, e che sarai pronto a sorreggerli durante una sbronza colossale o nel momento del bisogno. Sacro e profano. Ugualmente vicini, fratelli, vivi.
Come i Gallagher.
Con questo ottavo giro di giostra, seppellita l'eredità di Monica, troviamo un Frank come mai l'avevamo visto fino ad ora, ugualmente pronto a fregare il sistema ma più lucido, o quantomeno lontano dagli eccessi - almeno parlando di alcool e droghe - che l'avevano caratterizzato da sempre; dal canto suo Ian, con il movimento del Gesù gay, sale alla ribalta forse venendo travolto da fama e "onnipotenza" confermandosi il charachter più vicino a Monica stessa, e mentre Lip cerca la redenzione aiutando gli altri per poter rimanere in pace con se stesso Carl scopre le gioie e soprattutto i dolori del matrimonio, confermandosi uno dei punti di forza della serie e, forse, il personaggio più imprevedibile. E mentre Fiona continua il suo percorso di "borghesizzazione", si osserva Debbie nel suo somigliare inesorabilmente sempre più proprio a Frank, mentre Liam, trattato come una mosca bianca nella sua ricca scuola di bianchi benestanti, trova una dimensione nuova e potenzialmente interessante per il futuro della serie.
Non parliamo, ovviamente e come scrivevo poco sopra, di una stagione memorabile come quelle cui ci avevano abituato i Gallagher, di quelle in cui si finiva con il groppo in gola e il cuore palpitante, e la sensazione che si sia arrivati alla fase discendente del titolo c'è, eppure non è davvero possibile pensare di abbandonare uno dei prodotti che al Saloon abbiamo più amato e sentito nostri degli ultimi anni, sperando che, fino a quando sarà, possa continuare quantomeno mantenendo un livello discreto come quello di questa stagione, facendo leva sull'amore che, ormai, si prova per i protagonisti.
L'idea, poi, di cominciare a pensare ad una conclusione che possa raccontarli al meglio anche rispetto al loro futuro, potrebbe addirittura rendere Shameless degna di una chiusura davvero mitica, come, del resto, mitici sono e saranno sempre i volti che l'hanno caratterizzata.



MrFord



 

lunedì 26 marzo 2018

8 Russians



Il ventisei marzo del duemiladieci, più o meno a questa stessa ora - quindi appena passata la mezzanotte, al nascere del nuovo giorno - due coppie di amici avevano appena lasciato Casa Ford ed io, pensando che avrei fatto assolutamente più tardi, decisi di mettermi alla scrivania e tentare la strada suggerita dal mio capo di allora, aprire un blog.
Con la bottiglia di Jager alla mano - la serata non l'aveva prosciugata del tutto - iniziai un'avventura che mai mi sarei aspettato mi conducesse dove sono ora: sono passati otto anni, e dai tempi in cui eravamo una discretamente giovane coppia senza figli e ritenevo avrei mollato l'esperimento nel giro di un'estate le prospettive sono decisamente cambiate, eppure, anche più di allora, ho voglia di vivere ed affondare i denti nel pasto che cerco di guadagnarmi ogni giorno con un appetito sempre più grande.
Certo, con il ritorno alla scrittura, le vicende personali e gli impegni in famiglia la mia attenzione verso il blog è decisamente calata - scrivo un paio di volte la settimana a blocchi di tre o quattro post, stessa cosa per i commenti e la lettura dei "colleghi" -, molte cose delle quali prima mi preoccupavo sono ora pensieri di un istante, e perfino il pezzo celebrativo degli otto anni del Saloon ha finito per ridursi da un progetto che fosse un'iniziativa come quelle del test o della Hall of Fame di qualche anno fa al classico pistolotto che mi trovo a buttare ora in queste righe, eppure continuo a sentirmi vivo, presente, diverso ma deciso a continuare.
In fondo, la passione per il Cinema è qualcosa che probabilmente farà sempre parte della mia vita, e la possibilità di filtrare quello che dal grande schermo passa attraverso l'esperienza personale e diventa forma di comunicazione all'indirizzo di chi legge continua a darmi l'idea di essere in movimento e di imparare qualcosa dal confronto e dalla magia che le immagini inevitabilmente ed inesorabilmente regalano: una magia che passa anche attaverso chi, come Julez, vive il tutto quasi come fosse un'emanazione del mio carattere, e come spero possa essere quando potrò cominciare a condividere visioni e formazione cinefila con i Fordini.
Nel frattempo, da vero pirata, terrò fede al motto "Hold fast", e sarò qui, al mio bancone, ogni volta che vorrò.
Quindi, tendenzialmente all'infinito.



MrFord

mercoledì 14 marzo 2018

BoJack Horseman - Stagione 3 (Netflix, USA, 2016)





E' davvero dura, a volte, essere degli stronzi.
Nella maggior parte dei casi a farne le spese è chi sta accanto ai suddetti, ma di tanto in tanto, quando la merda piove e gli stronzi, per l'appunto, sono per la strada rigorosamente senza ombrello, capiscono quanto sia dura essere come si è.
BoJack Horseman è uno stronzo. Spesso e volentieri non si rende conto delle necessità di chi lo circonda, è egoista, alcolizzato, dipendente dai suoi lati oscuri, e chi più ne ha, più ne metta.
Eppure essere così com'è lo rende in grado di affrontare il mondo, e di tanto in tanto, regalare emozioni sincere proprio perchè non velate da quella piccola ipocrisia che, inesorabilmente, è parte della società ma non di chi ne sta ai margini, o al di fuori.
E la storia di BoJack, sempre più maliconica e a tratti struggente, incalza e tocca nel profondo episodio dopo episodio, regalando in questa sua terza annata due episodi che potrebbero essere definiti quasi Capolavori, Fish out of water - geniale e assurdo come un trip - e That's too much, man - un lento, inesorabile, poetico lungo addio -, confermando il carisma di uno dei charachter più interessanti della Storia recente del piccolo schermo, tridimensionale ed imperfetto neanche fosse davvero un attore scombinato e dissoluto, vero erede, almeno per me, di quell'Hank Moody che ho amato alla follia ed ha rappresentato una sorta di mia versione "amplificata".
Dunque, da stronzo e da persona vulnerabile ai suoi lati oscuri, non posso che stare dalla parte del vecchio BoJack, pronto ad una rincorsa all'Oscar che potrebbe significare un rilancio della sua carriera ed un riconoscimento al suo talento, con la conseguente sbronza di gloria o rovinosa caduta conseguenti, e mentre tutti attorno a lui paiono cercare quantomeno di andare avanti, cambiare, trovare una propria strada, il nostro cavallo sregolato guarda l'abisso che si porta dentro quasi crogiolandosi nell'essere guardato di rimando, pensando forse che per uno stronzo non ci sarà mai il "troppo tardi", anche quando si finisce per autocommiserarsi.
Il problema è che il troppo tardi prima o poi arriva, e a quel punto si è costretti a scegliere davvero una strada da prendere.
Ma a prescindere dalle ipotesi che, probabilmente, affronterò nella visione della quarta stagione, BoJack Horseman diviene senza ombra di dubbio una delle serie più drammatiche che abbia visto negli ultimi anni, grandiosa nel far digerire ferite e lacrime servendole accanto al grottesco, all'ironia, a quel qualcosa che, come nel già citato Fish out of water, sembra lontanissimo da noi, e invece ci apre il cuore neanche fosse un cazzo di chirurgo che nessuno potrebbe immaginare neppure in televisione, una specie di incrocio folle tra Derek Shepard e Hannibal Lecter.
Dunque, da stronzo ma anche da amante della vita e delle belle cose - su grande e piccolo schermo - spero che la cavalcata di BoJack possa durare ancora molto, e non smetta di essere così fottutamente schietta, incasinata, caotica, bevuta, carnosa, divertita, arrabbiata e qualunque altro aggettivo possiate farvi passare per la testa e renda bene l'idea di quanto forte sia la vita, e di quanto sia bello viverla ammettendo a se stessi - che poi, in fondo, è quello che conta, dato che, come si diceva in Lost, "si vive insieme, si muore soli" - tutto di se stessi.
Perchè potremo essere casinisti, bugiardi, eccessivi con il mondo e chiunque ci abiti, ma non potremo mai davvero esserlo con quello che è con noi da quando ci svegliamo la mattina a quando crolliamo addormentati la sera, che è lo stesso che guardiamo nello specchio.
E come un abisso, ci rimanda lo sguardo.




MrFord




 

martedì 24 ottobre 2017

Siren (Gregg Bishop, USA, 2016, 82')





E' sempre difficile per il sottoscritto approcciarsi, dopo ormai quasi trent'anni di esperienza nel settore, ad un nuovo horror, a prescindere dalla tipologia, dal contesto o dalla cornice: la coscienza, poi, che negli ultimi dieci o quindici anni siano stati solo tre - quasi quattro - i film che hanno finito per farmi strizzare le chiappe sulla sedia, la situazione per qualsiasi nuova proposta finisce per essere decisamente difficile da gestire.
Questo Siren, giunto per caso sugli schermi del Saloon, ha finito quantomeno per tuffarsi senza infamia e senza lode nel grande oceano delle proposte che vanno come devono andare, mescolando tentativi di raccontare il genere da un'altra prospettiva - come fu per l'altrettanto non perfettamente riuscito Spring - ad un impianto più classico da survival poggiato sulle spalle, in questo caso, di un'idea abbastanza affascinante - che in qualche modo potrebbe riportare alla mente dei fan di vecchia data Cabal e la sua Midian - e dell'interpretazione di Justin Welborn, già apprezzato da queste parti per il suo contributo a Justified.
Non parliamo certo di tensione insopportabile o produzione da alti livelli, quanto più che altro di un lavoro da artigianato di nicchia del Cinema, che riempie senza problemi una serata in tranquillità pur non offrendo chissà quale meraviglia per gli occhi o il cuore - anche se, devo ammetterlo, l'associazione di alcune caratteristiche della "sirena" a quelle del gargoyle de "I racconti del gatto nero", film a episodi di secoli fa che ho sempre amato, mi ha lasciato quella piacevole sensazione da amarcord spietato - pronta a ribaltare anche il concetto di "mostro" rivolgendo lo stesso principalmente agli esseri umani, che nel bene e soprattutto nel male rappresentano le creature più pericolose che potrebbero mai popolare i nostri incubi - non a caso il mio spauracchio imperituro è e sempre sarà il Bob di Twin Peaks, che compariva terrificante proprio perchè privo di maschere, trucchi e look "da horror" -.
Ripensando proprio al ribaltamento di ruoli, la cosa più interessante risulta senza dubbio essere la storia d'amore che lega il protagonista alla sirena, che una volta scelto il compagno per la vita prosegue lungo la sua strada senza guardare in faccia a nessuno, e senza risparmiare chiunque decida di porsi tra lei e l'amato: una visione "romantica" del "mostro" che da respiro ad un genere che di norma ha schemi ben precisi e delineati, e fornisce un punto di vista femminile che, come per il recente The autopsy of Jane Doe finisce quantomeno per cambiare prospettiva, pur non diventando necessariamente un nuovo standard con il quale fare i conti.
Da rivedere - e non in senso positivo - gli effetti, mentre resta di grande efficacia il contesto da "notte da leoni" mescolato ad una sorta di versione horror e sovrannaturale della villa del piacere di Eyes Wide Shut - ovviamente paragone da prendere con le pinze e le più che dovute proporzioni - così come lo sguardo allucinato della sirena, pronta ad incantare con la voce pur mostrando un aspetto molto jappo nella sua rappresentazione mostruosa.
Un esperimento, dunque, certo non perfettamente riuscito ma che gli appassionati potranno quantomeno godersi in una serata off senza troppi pensieri.
In caso contrario, basterà procurarsi una sanguisuga.




MrFord




 

martedì 17 ottobre 2017

BoJack Horseman - Stagione 1 (Netflix, USA, 2014)





Affrontare un titolo, si tratti di grande o piccolo schermo, incensato in ogni dove, è sempre una patata parecchio bollente, che si tratti di analizzarlo e scriverne, parlarne con gli amici o anche solo gustarsi la proposta svaccati sul divano: da mesi, ormai, la voce ricorrente che Netflix avesse fatto di nuovo centro con BoJack Horseman aveva fatto capolino un pò ovunque nella blogosfera, e molti dei miei colleghi e compari - spicca, nonostante il suo parere non sia certo un incentivo alla visione, il mio arcinemico Cannibal - hanno fin da subito dichiarato il loro amore per la figura certo non equilibrata di questo protagonista a metà tra stronzi guasconi e piacevoli come Hank Moody ed altri patentati e figli di puttana come Frank Gallagher o Mickey Donovan, per restare nell'ambito del piccolo schermo.
In tutta onestà, devo ammettere che da parte mia non si è trattato certo di amore a prima vista, considerato che ho passato le prime due o tre puntate a chiedermi come fosse possibile che un serial sicuramente interessante ma certo non innovativo potesse essere considerato tanto cult quando prima di lui abbiamo avuto cose come I Simpson, Futurama, Beavis and Butthead, South Park, I Griffin e via discorrendo, dei quali pareva semplicemente un cugino più recente, che le risate sono state tutte molto a denti stretti ed il percorso certo non facile.
Eppure, episodio dopo episodio, l'egoismo e tutti i difetti di questo cavallo star di una sitcom di successo degli anni novanta ormai dedito ad un galleggiamento tra alcool, droghe e puttanate a profusione figlie di una carriera stagnante hanno finito non solo per definire il personaggio e renderlo - come viene sottolineato anche nel corso della bellissima seconda parte di stagione - più umano - sembra una battuta, scritta in questo modo, ma si tratta della pura verità -, ma anche per proiettare BoJack Horseman dritto tra le migliori sorprese che il piccolo schermo ha regalato al Saloon nel corso di questo duemiladiciassette che, al contrario, in ambito cinematografico ha avuto fin troppo pochi sussulti.
Dal rapporto tra BoJack e Todd, passando per i riuscitissimi personaggi di contorno - Diane e Mr. Peanutbutter su tutti -, questa serie è come una di quelle serate in cui si esce per sbronzarsi come se non ci fosse un domani e ritrovarsi il giorno dopo nudi sulla spiaggia senza un rene e si finisce per scomodare massimi sistemi, sputare fuori tutta la merda e sentirsi ad un tempo feriti come mai non lo si è stati nella vita ma sinceramente puliti e pronti per aggredire un nuovo giorno.
Ogni dettaglio è collocato alla perfezione, ogni decisione ed avvenimento comporta conseguenze negli episodi successivi, dal più piccolo o apparentemente inutile al più grande, dalla D rubata alla scritta Hollywood fino alla presa di coscienza del main charachter di essere solo uno stronzo egoista che pur di vivere la sua vita finisce per calpestare chiunque stia al suo fianco.
Ed in questo senso, sarà che sono sempre stato uno stronzo anch'io, quel crescendo nel finale con Wild Horses degli Stones a fare da cornice alla cronaca della sconfitta inesorabile di BoJack mi ha fatto sentire equino e senza speranze e solo ed animalesco e fin troppo vorace, come lui.
Si potrebbe dire che BoJack Horseman sia una sorta di terapia per gli stronzi, un modo per fare da sacco da boxe al mondo pronto a restituire agli stronzi stessi quello che hanno seminato, neanche fosse una gigantesca rappresentazione del karma: ma allo stesso tempo, si potrebbe anche pensare che senza quegli stronzi con tutti i loro difetti a rendere i sapori più forti e le persone più umane, niente sarebbe così fottutamente divertente e degno di essere vissuto fino in fondo.




MrFord




venerdì 13 ottobre 2017

Ray Donovan - Stagione 4





Piccolo o grande schermo che sia, nel corso di questi anni che hanno contraddistinto la vita del Saloon, il termine "fordiano" è diventato un modo - non solo mio - di definire un certo tipo di produzioni che per tematiche, tempistiche, approccio e via discorrendo finiscono quasi senza passare dal via automaticamente tra le schiere dei favoriti del sottoscritto, o quantomeno hanno buone probabilità di farlo.
Ray Donovan è senza ombra di dubbio parte del novero dei titoli assolutamente ed indiscutibilmente fordiani: personaggi cazzuti e tormentati, legati tra loro dal sangue, dall'alcool, dal sesso, da una vita da outsiders ma anche da profondi conoscitori - ed estimatori - della vita stessa vissuta sempre e comunque.
Da Mickey Donovan - che contende il titolo di padre dell'anno a Frank Gallagher -, che trabocca essenza da figlio di puttana e fascino irresistibile - grande merito ad un John Voight pazzesco - al mesto ma combattivo Terry, passando per Bunchy - uno dei personaggi meglio caratterizzati che ricordi -, per giungere al granitico Ray, le fondamenta del clan dei Donovan sono al contempo solide e fragili, indiscutibilmente forti, clamorosamente in grado di passare dall'avere il peso del mondo sulle spalle a crollare sconfitti e così in basso da non sapere neppure immaginare una risalita.
Questa quarta stagione, giunta a breve distanza dal recupero della terza, parte proprio con il tentativo di Ray di rimettersi in piedi a seguito degli eventi - soprattutto interiori - che avevano riaperto vecchie ferite nel suo cuore al termine della season precedente, segnato già dal principio dal connubio fornito da un ritorno alla Fede e dalla lontananza dall'alcool: due cose che si sposano male, soprattutto se applicate ad uno spaccaculi professionista che trabocca caos da ogni poro nonostante la sua naturale inclinazione a proteggere e lottare per chi ama, che con la chiesa e con dio ha chiuso i conti già da tempo, e che per tenere botta alle botte della vita non può certo pensare di stare lontano dalla bottiglia.
Ma è solo la punta dell'iceberg di dodici episodi come di consueto intensi e con le palle, pronti a passare da momenti divertenti o grotteschi - il trip con il peyote di Mick, ad esempio - ad altri estremamente violenti - l'episodio conclusivo mi ha ricordato i regolamenti di conti che di norma chiudevano le annate dei Sons of anarchy -, fino alla quasi commozione di sequenze non solo degne dei migliori film drammatici con focus sulla Famiglia, ma anche di titoli che sul piccolo schermo hanno avuto - ed hanno - seguito e celebrazioni ben più grandi di quella che è ancora a tutti gli effetti una proposta di nicchia - tra quelle mainstream, ovviamente - ma che continua con forza a mantenere alti i suoi standard anno dopo anno.
A fronte, inoltre, di una chiusura di stagione che ha visto i Donovan finalmente e forse per la prima volta in questo modo lottare insieme per il bene comune della famiglia, la curiosità per quello che aspetta questi irlandesi di Boston trapiantati nella L.A. delle celebrità sale indiscutibilmente, consolidando la credibilità della proposta Showtime - sempre ben costruita sia in termini di casting che di sceneggiatura e regia - ed introducendo nuovi elementi che potrebbero determinare il futuro dei protagonisti in modo molto positivo o clamorosamente negativo.
E considerato che parliamo dei Donovan, l'impressione è che i guai torneranno, incuranti delle battaglie combattute per tenerli alla larga, a bussare forte alla loro porta.




MrFord




 

venerdì 22 settembre 2017

Atomica bionda (David Leitch, Germania/Svezia/USA, 2017, 115')




Era la primavera scorsa quando, in sala per goderci in libera uscita dai Fordini l'ultimo Fast and furious, passò il primo trailer di Atomica Bionda, action dal sapore di spy story classica che sulla carta non aggiungeva nulla ad un genere che ho sempre amato e che, purtroppo, non ha particolari sussulti da diverso tempo: probabilmente, se non mi fosse saltato agli occhi un particolare, non avrei badato troppo alla sua data d'uscita, e forse mi sarei lanciato in un recupero casuale legato all'ambientazione - adoro Berlino - ed alla colonna sonora - il pop anni ottanta è una bomba -: a metà trailer, i furboni della distribuzione piazzano una limonata selvaggia tra Charlize Theron, protagonista che pare un cocktail tra Furiosa e John Wick, e Sophia Boutella, già vista ed apprezzata nel recente La mummia.
A questo punto, Atomica bionda è diventato uno dei potenziali cult dell'anno del Saloon, alimentando anche il desiderio di spaccare qualche bottiglia in testa al sottoscritto in Julez, ben conscia del fascino che l'amore saffico esercita sul sottoscritto: il lavoro di David Leitch, dunque, è stato posto in cima alla lista delle visioni al ritorno dalle vacanze, rivelandosi un prodotto senza infamia e senza lode dal punto di vista narrativo - l'intreccio con doppi e tripli giochi sotto la Cortina di Ferro si è già visto in questo tipo di pellicole, e la seriosità non aiuta lo sviluppo di uno script decisamente freddino - e recitativo - tutti fanno il compitino, specialmente Charlize Theron nella sua versione "figa glaciale" e James McAvoy, che ultimamente pare essere rimasto prigioniero del ruolo "fattone affascinante", e non vorrei davvero che questo rovinasse uno dei giovani talenti più interessanti del Cinema mainstream -, mentre l'aspetto tecnico, dalla cornice alla strepitosa sequenza della fuga della protagonista con il sempre ottimo Eddie Marsan - il momento migliore, senza ombra di dubbio, dell'intera visione, con un piano sequenza vertiginoso, botte da orbi e passaggi spaccatutto come piacciono al sottoscritto - e la già citata sequenza della limonata dura hanno finito per rappresentare il fiore all'occhiello di un titolo certo non destinato a diventare uno dei protagonisti delle classifiche di fine anno quanto piuttosto un solido intrattenimento per gli appassionati di film d'azione e spionaggio e di belle donne pronte a concedersi l'un l'altra - anche se non parliamo, e devo aggiungere purtroppo, di sequenze come quelle viste in La vita di Adele, sia chiaro a tutti gli interessati -.
Ammetto che, forse, mi sarei aspettato qualcosa in più in termini di sceneggiatura e di ritmo - i primi quaranta minuti paiono cento -, ma il crescendo della seconda parte finisce per supplire ai limiti della prima ed alla sensazione di deja-vù che avvolge l'intera pellicola: resta una visione ottima per una serata votata all'intrattenimento "algido" - non aspettatevi battutacce o momenti particolarmente sopra le righe in stile anni ottanta, per l'appunto -, condita da una particolare cura per i corpo a corpo mostrati e le scene d'azione - la fuga già segnalata è davvero un gioiellino che non sfigura neppure se confrontata con Classici del calibro di The raid -, alcool che scorre di continuo e quella dose di sesso che non guasta mai.
In un certo senso, Atomica bionda è come il pop anni ottanta: non sarà come ascoltare Mozart, o i Pink Floyd, ma la goduria c'è ed il casino anche.
Poco importa, dunque, che la forma non sia proprio "regolare".




MrFord




lunedì 21 agosto 2017

007 - Missione Goldfinger (Guy Hamilton, UK, 1964, 110')





E' curioso come e quanto, a volte, i vecchi classici vengano in nostro aiuto quando le nuove frontiere non offrono alternative valide: non troppo tempo fa, in vista di un pomeriggio di fuoco da passare con i Fordini sul tappeto a giocare, tra animali, libri, pennarelli e le richieste di attenzione del Fordino da contrapporre alle prime volontà d'indipendenza della Fordina - che sta sviluppando un caratterino davvero niente male -, mi sono ritrovato a combattere con formati di file non compatibili con qualsiasi riproduttore avessimo in casa che non fosse uno dei computer, ripiegando, prima che il caldo potesse suscitare reazioni inconsulte, su un ripescaggio che avevo in serbo da tempo, uno dei dvd della collezione dedicata a James Bond omaggiati ai tempi della pubblicità fatta qui al Saloon alla collana uscita in allegato a non ricordo quale quotidiano.
Goldfinger, da sempre uno dei titoli più amati dell'epoca di Sean Connery nei panni dell'agente segreto più noto della Storia del Cinema, è un solidissimo film d'avventura dal ritmo invidiabile e dalle grandi trovate che ora potranno apparire naif ma che funzionano alla grande in barba ai decenni ed alla malizia che tutti noi abbiamo guadagnato con l'avvento del "futuro": non raggiunge, forse, i livelli di Licenza di uccidere, ma resta un saggio di quanto possa essere godurioso e perfetto per qualsiasi età e tempo il film d'intrattenimento ben costruito, con i suoi buoni ed i suoi cattivi - il Fordino attraversa quella fase in cui necessita di un'identificazione delle figure che vede sullo schermo -, il suo stile inimitabile - tra macchine e località turistiche da "fascia alta", dalla Svizzera a Miami - ed alcune sequenze davvero indimenticabili per i tempi come quelle dell'assalto a Ford Knox nella parte finale, l'agguato ai boss della malavita nella proprietà di Goldfinger e la lotta con il guardaspalle coreano di quest'ultimo, una vera e propria macchina da guerra su gambe.
Perfetto, ovviamente, il già citato Connery, forse meno fisico di altri Bond - come l'ultimo Craig - ma carismatico come nessun'altro, pronto a fare da centro di gravità permanente a battute mitiche che mi sono ritrovato ad approvare in pieno - "Sull'aereo ho fatto caricare da bere per tre", comunica uno dei suoi superiori all'agente, "Chi viaggia con me?" la risposta di Bond, "Nessuno, ma sapevo che avrebbe apprezzato": praticamente un sogno per il sottoscritto - ed al solito giro di belle signore che ai tempi erano una regola per ogni film di questa serie che si rispettasse.
Come se la cornice, l'atmosfera, il ritmo non bastassero, lo stesso Goldfinger finisce per rappresentare uno dei villains più interessanti dell'intera saga di Bond, dalla bellissima partita a golf giocata sui sottintesi al confronto finale a bordo dell'aereo pilotato dall'altrettanto indimenticabile Pussy Galore: e l'omicidio a Miami da "Re Mida" è una chicca che soltanto l'innocenza dei tempi poteva permettere, come l'interrogatorio subito da Bond in Svizzera: momenti magici che non solo non invecchiano un film che pare la definizione di Classico, ma che fanno rimpiangere tutto quello che, anno dopo anno, abbiamo finito per perdere.
Nel mio piccolo, spero di poter continuare fino a quando mi sarà possibile e me lo permetteranno, a condividere visioni come questa - anche se distratte, ovviamente, da parte loro - con i Fordini, e che possano germogliare sbocciando in una futura passione per questo straordinario mezzo che è il Cinema.




MrFord




 

venerdì 5 maggio 2017

Shameless - Stagione 7 (Showtime, USA, 2016)





Per quanto io sia un disadattato, casinista e scombinato, anche nei miei periodi peggiori e più wild ho sempre avuto un forte, enorme desiderio di Famiglia: un pò come se Hank Moody combattesse a parole la filosofia da focolare, preghiere e cazzotti di Dom Toretto.
E se penso al piccolo schermo, così come a quello che mi porto dentro, fatta eccezione per lo straordinario finale di Six Feet Under, non ho mai trovato nulla che si avvicini al mio pensiero di Famiglia come Shameless.
Sarà che il motto "siamo tutti Gallagher" è stato mio e del Saloon fin dalla prima stagione di questa straordinaria serie, o che tra sconfitte, vittorie sudate, risate scomposte, lacrime amare, salite e ricadute mi sono sentito affine a quasi tutti i membri di questo caotico focolare domestico: certo, Fiona mi appare sempre più distante per ambizione, Debbie per limitazioni culturali, Liam per età, ma d'altro canto trovo Carl alla ricerca di un ordine per se stesso, Ian di una maturazione emotiva e sentimentale che non dimentica il percorso compiuto fino al punto in cui si trova - stupendo il viaggio ed il momento del distacco da Mickey Milkovich, forse uno dei personaggi secondari più riusciti della produzione - e soprattutto Lip alle prese con i propri demoni, non tanto figli dell'alcool ma dell'essere per talento il predestinato della famiglia, ma non per questo necessariamente costretto ad avere successo.
Ed in mezzo a tutto questo comprensibile marasma, Frank.
Il maledetto Frank.
Un charachter che sono riuscito, nel corso di questi sette anni, ad odiare profondamente perchè lontano anni luce dal concetto di padre che applico e che cerco di essere, eppure umano e vitale come mi dipingo ogni giorno quando dico di voler restare da queste parti il più a lungo possibile e godendo il più possibile, considerato che si tratta, a quanto penso, dell'unica possibilità che ho ed avrò di farlo.
Il maledetto Frank che, come tempo fa sul lago ghiacciato con Carl in piena sfida a dio, rompe i suoi argini al funerale dell'amata Monica, e rivela il suo lato umano, sentimentale e profondo come forse mai prima.
Il maledetto Frank, uno degli esempi di egoismo puro più fulgidi che piccolo e grande schermo abbiano prodotto, che si rivela capace di amare.
Una cosa che, per quanto la società cerchi di imporre, sottolineare e consigliare, pochi sono davvero in grado di fare.
E viene quasi il dubbio che, bravura incredibile di William Macy a parte, sia proprio questo il senso.
Per poter amare davvero, profondamente, incondizionatamente, occorre poter conoscere così bene questo sentimento complesso e devastante, meraviglioso e potente, a partire da se stessi.
Non voglio giustificare Frank, neanche per idea.
E neanche per un istante.
Ma è assolutamente vero che, se tutti i Gallagher sono Gallagher, irresistibili, tenaci, determinati, pronti a rialzarsi a fronte di ogni sconfitta, lo sono anche per Frank e Monica.
La trappola della Famiglia.
Il peggio che potrai trovare, lo troverai indiscutibilmente lì.
Ma troverai anche indiscutibilmente il meglio.




MrFord




 

lunedì 27 marzo 2017

Victoria (Sebastian Schipper, Germania, 2015, 138')




Se, nel corso della vita, vi siete concessi qualche nottata wild, sarà di sicuro capitato, qualche volta, di trovarsi in situazioni - pur non così estreme, sia chiaro - in pieno stile "Fuori orario" - che non solo è uno dei titoli che preferisco di Scorsese, ma uno dei miei cult assoluti -: personalmente ricordo l'ultimo giorno che passai a Barcellona nel mio viaggio in solitario del luglio duemilasei, nel pieno del mio periodo allo stato brado.
Avevo passato il pomeriggio a tatuarmi - quello che, allora non lo sapevo, sarebbe stato il secondo di una lunga serie - e dopo aver mangiato qualcosa al volo avevo deciso di rivedere l'amica di una tizia con la quale ero uscito a Milano nel corso di giugno che si trovava a nella città catalana per lavoro e che avevo già incontrato un paio di sere prima per andare al Michael Collins, un pub irlandese di fronte alla Sagrada Familia che negli anni è diventato la mia seconda casa ad ogni visita in quello che è uno dei miei posti preferiti al mondo, dove era in programma un concerto acustico di un duo argentino che aveva in scaletta una serie di cover di classici del rock niente male.
Ad una certa ora, l'amica della mia amica decise di prendere un taxi per tornare a casa, e sul punto di rientrare in albergo - in fondo il giorno dopo avevo il volo di ritorno - pensai invece di riprendere posizione al Michael Collins e vedere quantomeno la fine dell'esibizione: quando arrivò, diversi Jameson e Coca dopo, venni fermato da una fanciulla niente male che mi disse "Hola, Working Class Hero!", alludendo alla scritta sulla t-shirt che indossavo.
Venni a sapere che non era spagnola neanche lei, bensì americana, si chiamava Dawn ed insegnava alla scuola americana - per l'appunto - a Barcellona: le cose si fecero quasi subito abbastanza ovvie, ma lei, nel locale con un'amica, mi disse che avremmo dovuto trovare qualcuno anche per la suddetta in modo da poterci divertire come si conveniva senza sensi di colpa da parte sua.
La scelta ricadde su un giovane ben vestito che pareva uscito da Wall Street, inglese, che propose di prendere un taxi a sue spese ed andare a casa sua: ricordo un appartamento esageratamente grande per un single in una città straniera, privo di qualsiasi quadro o immagine alle pareti e di mobili che non fossero la cucina, il divano e i letti delle due camere da letto.
Ci disse di non credere ad altro che al fare soldi, e dunque non gli interessava abbellire casa sua, tanto che televisione e stereo erano bellamente appoggiati sul pavimento: per quello che ne sapevo, poteva essere tranquillamente un serial killer.
Fortunatamente andò bene, sparì in camera sua dicendo che doveva alzarsi presto il giorno seguente, l'amica di Dawn tenne il divano mentre io e lei ci aggiudicammo la camera degli ospiti: la mattina seguente il tizio - non ricordo il suo nome - ci pagò di nuovo il taxi fino alla Sagrada e tanti saluti.
La cosa divertente fu che non sapevo ancora che avrei passato le successive trentasei ore all'aeroporto di Barcellona a causa di uno sciopero del personale di terra, dormendo accanto ad una ragazza olandese conosciuta in coda nell'area del check in sdraiati su scatoloni piegati come senzatetto con i bagagli a mano come cuscini, dimenticando il pin del bancomat e di conseguenza impietosendo la stessa ragazza che finì per offrirmi cena e colazione in aeroporto prima di riuscire entrambi finalmente a ripartire.
Ma tant'è.
Il bello di notti così, è l'improvvisazione totale.
Ed è anche il bello di Victoria, un gioiellino strepitoso girato grazie ad un vertiginoso piano sequenza di quasi due ore e venti che ha tutta l'energia, l'emozione, la paura, la magia di notti come quelle, in cui può andarti bene e regalare aneddoti che racconterai per tutta la vita o male, e portartela via.
Inutile raccontare di più di una vicenda che afferra lo spettatore e non lo lascia neppure al termine della visione, che passa dall'ironia e spontaneità della commedia romantica - quasi fossimo tornati ai tempi di Before sunrise - alla tensione del thriller in cui scappa sempre il morto, dall'intimismo - la parte di scoperta al pianoforte di Victoria e Sonne - all'hard boiled - la rapina e la fuga -, quasi avessero fatto un cocktail con il già citato Fuori orario, Enter the void, Irreversible, L'odio e Linklater, senza sbagliare praticamente nulla.
Sinceramente, se non avete mai avuto, nella vita, qualche nottata totalmente priva del vostro controllo, vi consiglierei di recuperare per evitare di perdervi qualcosa di unico, e se volete sentire quanto il Cinema, a volte, può avvicinarsi alla vita, dovete perdervi dentro un film come questo.
Perchè sarà come il ricordo della gioventù senza freni, il sogno di qualcosa che poi, chissà, forse non si sarà avverata, quella notte che rappresenterà per sempre la notte.
Anche quando non avremo vinto.
Anche quando saremo solo sopravvissuti.
Perchè sarà comunque la nostra notte.
Una volta e per sempre.



MrFord



 

domenica 26 marzo 2017

7 White Russians Up



E così, anche quest'anno, ci siamo arrivati.
Sinceramente, non l'avrei neppure immaginato, quella sera del ventisei marzo duemiladieci.
E neppure lo scorso anno, quando in questo periodo cominciavo a considerare l'idea di mollare, prima di prendermi un'estate più vacanziera e tornare rigenerato in una blogosfera pur - purtroppo - lontana da quella del periodo duemiladodici/tredici.
E invece, eccomi qui.
White Russian compie oggi sette anni fatti di film, serie tv, bevute, incontri, grasse risate e lacrime amare.
La sera in cui mi misi al computer per imboccare questa nuova strada io e Julez eravamo ancora senza figli, non sapevamo se ne avremmo avuti - voluti, quello sempre -, lavoravamo nella stessa azienda - pur se in settori e con competenze diverse - ed avevamo abbandonato Milano da non più di un paio di mesi, Lost doveva ancora giungere al termine, avevamo meno tatuaggi ed ero sicuramente meno grosso di adesso.
Curioso, quanto le cose cambino in un intervallo di tempo relativamente breve - per quanto, e l'esperienza me l'ha provato in più occasioni, a volte in un anno si concentrano così tanti eventi che pare di averne vissuti quattro o cinque -, e quante persone e situazioni entrino a far parte della nostra vita.
Ad ogni modo, per festeggiare questa giornata ho pensato di raccontare qualcosa in più su chi sta da questa parte della tastiera, senza sbrodolare una biografia o uno di quei post tipicamente fordiani bersagliati da Cannibal, quanto, più che altro, buttare nella mischia un pò di "Ford Facts".
Potrebbero essere dieci, come una sorta di classifica.
Dunque, in alto i calici, amici e nemici: al termine di questa bevuta potrete dire di conoscermi un pò di più.


1) Per quanto ora sia un bevitore da competizione, il mio rapporto con l'alcool è nato soltanto attorno ai ventitre/ventiquattro anni, per esplodere definitivamente superati i venticinque.
Da adolescente, quando tutti, tra compagni di scuola, fidanzate ed amici, cercavano di sballarsi in ogni modo, io conducevo una strenua lotta da straight edge, probabilmente, come ogni bravo teenager, per farmi notare.
Tendenzialmente, mi rendeva solo un pò più stronzo.
Di recente, per dare un contegno economico ed un contentino al mio corpo che invecchia, ho deciso di dedicarmi all'astensione per due giorni la settimana, che non sono un problema considerato che, in casa, nelle vetrinette che sono uno degli angoli sacri del sottoscritto, si trova circa un'ottantina di bottiglie, che riescono anche a restare (quasi) piene - ovviamente senza contare la scorta di birre in dispensa -.

2) Un altro angolo sacro di casa Ford è la sezione Cinema, che conta svariate migliaia di dvd e bluray divisi tra Cinema internazionale, Cinema italiano, Horror, Serie tv, Cofanetti e Cinema d'animazione. Tutti i settori sono in rigoroso ordine alfabetico, fatta eccezione ormai per quello dei cartoni, continuamente in subbuglio a causa dei Fordini.

3) Quando non bevo, il mio equivalente a quello che potrebbe essere il whisky è il the, che adoro per colazione ma anche la sera, in particolare se tra le sue sfumature è presente una nota di menta - come nel caso delle miscele arabe, tra le mie preferite -.

4) Se i pomodori - due a pasto, non si scappa - e la carne sono due le colonne sulle quali si basa l'alimentazione del sottoscritto, con il passare degli anni l'elemento dato dal piccante in tutte le sue forme è diventato quasi un rito. Di recente ho acquistato un vasetto di polvere di uno dei peperoncini più tosti al mondo, e quando la uso - molto poca, considerate potenza e costo in proporzione alla quantità - per il sugo della pasta, mi pare di aver bevuto una ventina di Red Bull. Una bomba.

5) Così come per l'alcool, anche la pratica della palestra è una cosa nata con l'avanzare dell'età: pur avendo sempre fatto sport, da ragazzino e più in generale da giovane sono sempre stato lontano dall'idea di mettermi a fare pesi, e sono sempre stato, infatti, una specie di grissino ambulante. Negli ultimi dieci anni, allenandomi costantemente, sono aumentato di più di venti chili.

6) Come molte persone amanti dei tatuaggi e parecchio tatuate, non tengo il conto del numero di volte in cui un ago ha iniettato dell'inchiostro sotto la mia pelle, ma ricordo bene i momenti che hanno portato ad ognuno di quelli che ho. Curioso che, dopo il primo - estate duemiladue - ho atteso quattro anni e la rivelazione che fu Barcellona - estate duemilasei - per capire che senza mi sentirei molto più "nudo". Gli spazi cominciano a ridursi, ma non per questo ho intenzione di fermarmi.

7) Patisco parecchio le altezze e mi sento profondamente a disagio quando qualcuno che, al contrario, non ha questo problema, si sporge dalla cima di un monumento o di qualsiasi luogo in cui ci si trovi in quel momento. Per cercare di vincere questa paura, non mi sono mai risparmiato quando, nel corso di un viaggio, ho avuto occasione di "scalare" qualcosa, dal World Trade Center all'Harbour Bridge di Sidney - in quel caso ero anche il primo della cordata dopo la guida -, senza considerare, sempre in Australia, l'esperienza di parasailing con Julez ed i tuffi da dieci metri durante le giornate di canyoning in compagnia di Julez e di Dembo.

8) Per quanto la nostra classe politica faccia di tutto per ostacolarmi e molti dei miei eroi a stelle e strisce siano o siano stati Repubblicani convinti, non ho mai votato una volta in vita mia la Destra.

9) Nell'estate del duemilaundici ho preso - con consistente ritardo - la patente di guida, più che altro per utilità nel caso in cui dovesse esserci bisogno estremo ed urgente.
In realtà odio guidare, che si tratti di macchina, moto o motorino, e stare al volante è una delle cose che mi provoca più tensione - di norma io sono easy su quasi tutto -: la notte in cui Julez ebbe le prime contrazioni che portarono alla nascita del Fordino, guidai la macchina fino all'Ospedale di Lodi - che sarà a cinque minuti scarsi da casa nostra - per poi scendere e far parcheggiare la signora Ford con il pancione, perchè temevo di sfondare la nostra macchina così come quelle nelle sue immediate vicinanze.

10) Da quando sono nati i Fordini sono diventato decisamente più sensibile a film, musica e romanzi: ora mi capita molto, molto più spesso di commuovermi. E capita anche che accada in stereo con Julez.



MrFord

sabato 18 marzo 2017

La ragazza del treno (Tate Taylor, USA, 2016, 112')




Ai bei tempi - per una volta - degli anni novanta della mia adolescenza, ricordo bene l'epoca d'oro che visse il genere thriller, da Il silenzio degli innocenti a Se7en passando per Misery non deve morire e I soliti sospetti, neanche la grande tradizione di Maestri come Hitchcock si fosse rinnovata ed avesse trasmesso ispirazione ai registi saliti alla ribalta in quel periodo: un periodo che, purtroppo, giunse troppo presto al termine segnando un calo vertiginoso della qualità, tanto da essere considerato dal sottoscritto ormai una cosa da "sabato sera su Italia Uno" e non in accezione positiva, ovviamente.
La ragazza del treno, uscito qualche mese fa in sala e diretto dal Tate Taylor del pur buono The help è l'ennesimo esempio riconducibile alla categoria: un film funzionale e non brutto, in grado di tenere il ritmo ma assolutamente prevedibile - chi ha una certa passione per la settima arte e ne conosce non solo le grandi stelle ma anche i cosiddetti caratteristi avrà il colpevole servito su un piatto d'argento fin dalla prima apparizione dello stesso -, piatto ed incapace di rimanere davvero nella memoria dello spettatore, un pò come, in tempi recenti, sono stati anche Go with me o Premonition - Solace.
Produzioni che paiono la pallida copia di quelli che erano stati i cult di un ventennio fa per un genere che necessita di nuova linfa come l'aria, per evitare di finire soffocato in un mare di proposte confezionate a modo ma incapaci di comunicare davvero qualcosa.
Lo stesso spunto de La ragazza del treno - non ho letto il romanzo, dunque partivo a mente totalmente libera - è interessante, specie perchè giocato sia sul tema del voyeurismo - ed in questo senso, La finestra sul cortile ed Omicidio a luci rosse sono capisaldi imprescindibili - che su quello del dubbio, considerata l'inclinazione alcolica della protagonista, spesso e volentieri non considerata attendibile proprio a causa delle sue simpatie per la bottiglia che la rendono per la quasi totalità della pellicola una sorta di inascoltata Cassandra: eppure, a conti fatti, c'è qualcosa che non scorre, nell'ingranaggio, tanto da quasi annoiare più che avvincere nonostante qualche scossone proprio nella parte finale, e rendere la vita difficile ai poveri bloggers che, dopo una giornata alle prese con due piccole bestie selvagge - ed alludo ai Fordini -, una notte che potrebbe essere spezzettata dalle sveglie delle suddette ed al quarto e meno ispirato post consecutivo vorrebbero trovare una scintilla di portata decisamente superiore di quella offerta da Taylor e soci.
La ragazza del treno, dunque, appartiene a quella sfortunata categoria di film insipidi come una pasta senza sale o un'insalata senza aggiunta di limone o aceto - a seconda di quelli che sono i vostri gusti -, o peggio, di una birra analcolica o un mojito in lattina sempre rigorosamente alcool free: il sapore potrà anche essere quello, ma la sostanza decisamente no.
Se, dunque, volete riempire una serata o un pomeriggio senza correre il rischio di incazzarvi ma senza voler essere necessariamente impegnare lo spirito, eccovi serviti.
Non lamentatevi, però, se non avrete avuto non solo la cena del secolo, ma neppure il godurioso e lascivo sbracare dei fast food o degli all you can eat.




MrFord



venerdì 27 gennaio 2017

Ash VS Evil Dead - Stagione 2 (Starz, USA, 2016)




Se esistesse un prototipo dell'eroe fordiano, senza dubbio Ash Williams sarebbe tra i candidati più forti a ricoprire il ruolo: casinista, beone, sboccato, reso completamente imbecille dal gentil sesso - per usare termini quantomeno decenti -, apparentemente menefreghista ed in realtà una gran bella persona, o quasi, un cowboy moderno pronto dall'alba al tramonto a far saltare teste di zombies e demoni usciti dall'Inferno, a prescindere da quale Inferno sia.
Alle spalle, dunque, l'esaltante prima stagione, i Ford sono tornati una volta ancora accanto ad Ashy Slashy ed ai suoi due, inseparabili, perfetti Pablo e Jessica - due charachters già mitici, resi alla grande dagli sceneggiatori -, questa volta impegnati in un comeback home del Nostro, che dalla Jacksonville in cui si erano tutti trasferiti a seguito dell'accordo con la mezza demone Ruby fanno ritorno nel cuore del Michigan per raddrizzare i torti demoniaci ed affrontare Baal, ex consorte della stessa Ruby nonchè esponente dell'Inferno di Serie A, pronto a dominare menti e sconvolgere la vita dell'allegra brigata protagonista della serie.
In questo senso viene compiuto un passo oltre rispetto alla già citata ed ottima prima stagione, unendo allo splatter ed all'umorismo nerissimo - da queste parti stiamo ancora ridendo per la sequenza della testa nel culo del cadavere posseduto, una vera chicca - anche momenti inquietanti e tesi - l'episodio nel manicomio "rimesso in attività" da Baal - ed altri di pura azione slasher in memoria dei tre, mitici film dedicati all'altrettanto mitico Ash, con un nuovo ritorno nel cottage che fu teatro dei primi massacri a seguito del ritrovamento del Necronomicon, condendo il tutto con un viaggio nel tempo nel pieno degli anni ottanta che è una goduria almeno quanto una mano riconquistata dopo trent'anni.
La cosa più interessante, comunque, oltre all'inossidabile ed irrispettoso Ash ed alla coppia dei suoi giovani aiutanti, resta il marchio di fabbrica ironico coltivato ai tempi d'oro che culminò con L'armata delle tenebre che ormai pare essere parte anche dell'approccio di qualsiasi demone al nostro mondo, perfino nei momenti più sanguinosi e drammatici: lo stesso Baal, nel suo essere inquietante, regala alcuni passaggi all'interno dei quali pare essere a sua volta posseduto dallo spirito sopra le righe di Ash, diventando a sua volta uno stronzo sboccato incapace di contenere i propri istinti.
Ovviamente, purtroppo per lui, nessuno è professionista in materia quando il vecchio Williams, che dopo una serie spassosissima di omaggi alla saga di Star Wars dovrà prepararsi ad affrontare una terza stagione che promette scintille grazie ai cambiamenti operati a Tempo e personaggi ed alle possibilità offerte dal patto siglato nel corso dell'ultimo episodio: poco importa, comunque.
Considerato quanto forte sono andate queste prime due annate - divorate entrambe a ritmi forsennati, grazie anche al minutaggio in stile Californication degli episodi -, il divertimento garantito, i personaggi più che azzeccati e lo stile - se così si può chiamare - di Ash, non posso dire altro se non che attendo con trepidazione la terza, anche se questo volesse dire turbare la tranquillità guadagnata un colpo di boomstick e di motosega dopo l'altro dal suo main charachter e scatenare su questa palla di fango una nuova pioggia di merda orchestrata dai demoni.
Del resto, non esiste ombrello più grande di quello che può metterci Ash Williams.



MrFord



 

sabato 19 novembre 2016

Preacher - Stagione 1 (AMC, USA, 2016)




Attendevo la serie dedicata a Jesse Custer ed ispirata alla serie a fumetti Preacher almeno quanto quella legata alle gesta di Hap e Leonard, paladini dei romanzi di Joe Lansdale.
La attendevo ancora di più perchè ideata e fortemente voluta dalla scuderia di Seth Rogen ed Evan Goldberg, probabilmente fan della prima ora dell'opera di Garth Ennis e Steve Dillon.
La attendevo perchè Preacher è una delle cose più fottutamente grandi che il Fumetto mi abbia regalato come lettore.
La attendevo perchè adoro ogni singola vignetta di questo titolo, e quello che avrei voluto è una serie che potesse valere quantomeno la metà dello stesso.
Peccato che non sia neppure lontanamente così.
Ora, io non vorrei fare il fondamentalista sostenitore dell'opera originale e detrattore accanito della trasposizione per piccolo o grande schermo, ma devo ammetterlo: questa versione di Preacher, per chiunque conosca il fumetto, sta all'originale quanto l'orrido Io sono leggenda con Will Smith al Capolavoro letterario al quale si sono "ispirati" per portare la stessa immondizia in sala.
Nulla, di quello che è lo spirito del lavoro di Ennis e Dillon, è rimasto nell'adattamento qui presente, dalla figura di Jesse Custer - che più che un eroe tormentato pare uno stronzo fatto e finito - o di suo padre, della mescolanza di charachters presenti in tutta la serie a fumetti condensati in questa prima stagione - dal Santo degli assassini a Odin Quincannon, tanto per citarne due -, dallo snaturamento di Tulip e Facciadiculo ad un tentativo maldestro di riproporre Cassidy in modo che, almeno per lui, i fan hardcore non rimpiangessero il sarcastico, alcolizzato e scombinato vampiro del Tarantino dei Comics Ennis.
La storia stessa non ha praticamente nulla a che vedere - o quasi - con l'originale, senza contare che, almeno per ora, alcuni passaggi tra i più interessanti dell'epopea di Custer - Fino alla fine del mondo resta uno dei miei capitoli preferiti della saga - sono stati mantenuti ai margini in attesa di tempi migliori che, per il sottoscritto, non faranno in tempo ad arrivare, considerato che ho deciso senza troppi rimpianti di abbandonare un titolo che non mi pare abbia nulla che possa trattenermi.
Anche senza contare i miei appunti da groupie dell'opera originale, infatti, ho trovato Preacher poco incisiva, a tratti perfino lenta, priva di una direzione vera e propria da assegnare ai suoi protagonisti o antagonisti, con troppa carne al fuoco per essere sviluppata in soli dieci episodi, o abbastanza per ingolosire l'audience ad attendere una seconda stagione che promette di essere incasinata - e non in senso buono - almeno quanto la prima.
Un vero peccato, perchè se c'è una materia che merita di essere sviluppata a dovere e creata per essere destinata a diventare un cult è proprio quella offerta dalle avventure del revedendo Jesse Custer, ospite umano di Genesis e combattivo rivale di Dio e di qualsiasi stronzo figlio di puttana cerchi o solo tenti di pensare che il Male possa trionfare sul Bene, anche quando il secondo è pronto a mascherarsi dal primo.
E se qui ci fossero Custer in persona, John Wayne o Genesis, non ci sarebbe parola per definire questa robetta che pare acqua calda al confronto di una bella birra ghiacciata, o un bourbon da competizione.
Dunque fanculo, Preacher all'acqua di rose della tv.
Torno felice agli albi che hanno riempito la mia crescita di lettore.




MrFord




 
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