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mercoledì 25 luglio 2018

Calibre (Matt Palmer, UK, 2018, 101')




Non è mai semplice considerare l'etica. O approcciarla. Capire quando è il momento di seguirla e quando di ignorarla. Nel corso della mia vita ho fatto senza dubbio cose che mi avrebbero potuto portare guai, altre che avrebbero potuto - o l'hanno fatto - soffrire altre persone, altre ancora che le hanno rese felici.
E sono stato fortunato a non essermi mai trovato in mezzo a situazioni davvero complicate, da questo punto di vista. O quantomeno, ringrazio di non essermici trovato.
Perchè l'etica può portare a scelte strane, assurde, crudeli, non desiderate, trasformare la vita in un sogno o in un incubo nel giro di un istante: il Cinema anglosassone, in questo senso, aveva già sfornato proposte molto amate qui al Saloon come The Descent e Eden Lake, che a prescindere dal genere ponevano lo spettatore in una condizione scomoda e di disagio legata alle scelte dei protagonisti, e nello stesso filone, pur con risultati ed impatto inferiore, si può considerare inserito Calibre.
Il lavoro di Palmer, incorniciato dalla natura splendida eppure soffocande delle Highlands scozzesi, porta in scena il dramma da thriller con rimandi ad Haneke ed alla crudeltà del caso di due amici da una vita che, nel pieno di un weekend all'insegna dell'alcool e della caccia che celebri una delle ultime uscite goliardiche prima che uno dei due diventi padre, vengono travolti da una casualità che sfocia nel sangue, pronta ad innescare una spirale di eventi ovviamente pronti a peggiorare la situazione ora dopo ora.
Non siamo ovviamente di fronte ad un Polanski, al già citato Haneke o ai lavori migliori di Neil Marshall, eppure Calibre funziona, trasmette disagio e stimola riflessioni importanti nello spettatore, a prescindere dal fatto che possa essere d'accordo oppure no sulle scelte che porteranno i due main charachters - forse il punto debole della pellicola, rispetto alla location, allo script e ai caratteristi attorno - o che in alcuni punti si noti una certa incompletezza della produzione, o limiti naturali in termini di budget o approccio.
Cailbre è uno di quei progetti di nicchia per nulla radical, scontati o pronti alla concessione che andrebbero riscoperti, e senza dubbio tra i titoli "ripescati" più interessanti che abbia trovato sulla piattaforma di Netflix, pronto a lasciare indietro molti altri decisamente più in vista e distribuiti.
Ma a prescindere dalle questioni pratiche e tecniche, dalle analisi e dall'approccio, la verità è che titoli come questo sono destinati, in un modo o nell'altro, a restare per qualche tempo dentro chi li guarda, perchè inevitabilmente pronti a portare l'audience a considerare ogni posizione, dubbio, errore, approccio più o meno umano - non necessariamente nel senso buono del termine -.
Un incidente, una casualità, il Destino a volte sono arbitri di scelte e posizioni estreme, ma non per questo esistono per giustificare quelle stesse estremità: la nostra posizione, il rischio, la decisione di proteggere se stessi o nascondere qualcosa, il pensiero che una strada possa essere migliore di un'altra diventano arbitri non tanto della Legge o delle convenzioni sociali, quanto della capacità di guardarsi allo specchio e tenere i conti con se stessi.
Non molti di noi sono in grado di gestire quei conti.
Nella quotidianità ancora meno che rispetto a tutti gli estremi cui il mondo può mettere sul piatto.
E quando un film semisconosciuto distribuito in sordina da una delle piattaforme di streaming più note del mondo decide di farlo, l'unica cosa che pare etica è incoraggiarlo. E dargli la possibilità che si merita.



MrFord



mercoledì 6 giugno 2018

End of justice - Nessuno è innocente (Dan Gilroy, Canada/Emirati Arabi/USA, 2017, 122')







Immagino sia capitato a tutti voi almeno una volta nella vita di ordinare un piatto - o un cocktail - che sulla carta avrebbe tutti gli ingredienti giusti per piacervi solo per scoprire che, al contrario, finirete per rimpiangere la scelta.
Giusto per farvi un esempio pratico: la maionese è una delle cose che più detesto al mondo, e la sua presenza - anche minima - compromette la possibilità per questo vecchio cowboy di assaggiare un piatto, un panino o qualsiasi altra cosa.
Eppure i suoi ingredienti, presi singolarmente, sono tutti più che apprezzati.
End of justice - terribile adattamento italiano dell'originale Roman J. Israel Esq. - potrebbe essere paragonato proprio alla "merda gialla", come direbbe Vincent Vega: non che mi abbia fatto così tanto schifo ma, se paragonato ai pezzi che compongono il suo puzzle, rappresenta senza dubbio una delle delusioni più clamorose di questa già decisamente spenta primavera cinematografica - anche se, lo ammetto, tra desertificazione della blogosfera, stanchezza da lavoro e crossfit e impegni con i Fordini, anch'io ultimamente sono più da serie tv -.
Questo perchè Dan Gilroy, con il suo Lo sciacallo, era stato una delle sorprese più interessanti di qualche stagione fa, il buon Denzellone è sempre un grande - anche quando, come in questo caso, gigioneggia a livelli fuori scala - ed il legal thriller ha da sempre esercitato un fascino particolare sugli occupanti del Saloon, specie se associato a questioni etiche o filosofiche, se così possiamo definirle.
Peccato che, nonostante protagonisti, autore e confezione, End of justice si perda in se stesso e soprattutto nella gestione del tempo narrato neanche fosse il peggiore dei prodotti da sabato sera su Italia Uno, raccontando il conflitto interiore di un protagonista sulla carta assolutamente interessante con una semplicità da taglio con l'accetta degna del più trash degli slasher movies: Roman J. Israel Esq, avvocato ombra del suo socio, genio quasi autistico del sistema legale, paladino dei diritti degli accusati con il sogno di intentare una sorta di "causa allo Stato" che potrebbe portare ad una rivoluzione del sistema legale, trovatosi privo del suo "scudo" e in un ambiente che non gli è consono, cade vittima del fascino del potere e delle scappatoie, finendo per commettere tutti gli errori che fino ad allora aveva tanto criticato, o lottato per cancellare.
Un'evoluzione sulla carta stimolante per sceneggiatori e pubblico resa troppo semplice e veloce, quasi si fosse deciso di condensare un'intera stagione di una serie in un film di un paio d'ore - o le tre settimane citate ad inizio pellicola neanche fossero mesi, o addirittura anni -: non che cambiamenti radicali siano da escludere completamente nella realtà, e senza dubbio eventi traumatici possono portare a compiere scelte che nella quotidianità finiscono per essere poco più di remote possibilità, eppure l'impressione, nel cambio di ruoli di Washington e Farrell, è che tutto appaia forzato e posticcio, neanche Gilroy avesse abbandonato i panni dello sciacallo per trasformarsi in una sorta di pavone e mostrarsi più appariscente di quanto in realtà non sia.
Un atteggiamento - ed un problema - che si riflettono anche sulla pellicola, assolutamente lontana dai classici del genere e neppure tanto pessima da stuzzicare una stroncatura di quelle buone per sfogarsi e divertirsi anche un pò: semplicemente il tentativo di "cambiare il mondo" di Roman J. Israel Esq risulta assurdo come tutti i sogni donchisciotteschi - e questo potrebbe essere anche positivo - quanto fastidioso come i bei voti di quei secchioni che ai tempi della scuola si lamentavano ogni volta di essere andati male ad un compito in classe per poi prendere i voti più alti.
Peccato non essere più a scuola, a volte.
Perchè per loro la vita sarebbe decisamente più semplice.
E chissà, certi piatti con ingredienti perfetti potrebbero perfino risultare perfetti a loro volta.
Peccato che la scuola sia finita da un pezzo.




MrFord




mercoledì 23 agosto 2017

The Following - Stagione 3 (Fox, USA, 2015)




Qualche anno fa, ai tempi dell'uscita del pilota di The Following, ricordo quanto clamore suscitò la proposta di Kevin Williamson con protagonista Kevin Bacon legata al mondo dei serial killer: personalmente, e da appassionato del genere, rimasi piuttosto tiepido nel corso della visione della prima stagione, decidendo di abbandonare la proposta in attesa di momenti di magra che ne veicolassero il recupero: quando, anni dopo, la seconda stagione giunse sugli schermi del Saloon, fu una vera sorpresa, considerati ritmo, tensione e perfino un James Purefoy - che ho sempre detestato - in ruolo e carismatico quanto bastava per rappresentare la nemesi del protagonista, l'agente Ryan Hardy interpretato dal già citato e decisamente più blasonato Kevin Bacon.
Con questa terza - ed ultima - stagione, il focus dell'azione e del prodotto cambia nuovamente, ponendosi idealmente tra la prima e la seconda in termini di resa finale e proponendo una nuova versione sia di Ryan Hardy - portato al limite, ed oltre, dai suoi nuovi e vecchi nemici - che di Joe Carroll, divenuto una sorta di coscienza oscura dell'agente: senza dubbio per chi è abituato - o tende alla ricerca di prodotti che li ricordino - a cose come Il silenzio degli innocenti o il Manhunter di Michael Mann la delusione può fare capolino ad ogni episodio, ma se approcciato come un serial principalmente d'intrattenimento - nonostante i temi trattati -, The Following finisce per rappresentare un buon modo per passare qualche serata scorrevole e senza impegno, un pò come quando, in spiaggia, si finisce per scegliere il thriller con morti a tutto spiano piuttosto che il classicone romantico a rischio pennica.
Certo, la cancellazione avvenuta a stagione già iniziata ed un finale forse troppo aperto - chissà che non meditino, un giorno, un ripescaggio di situazioni e personaggi - penalizzano la resa, ma nel complesso il prodotto si lascia guardare regalando di tanto in tanto anche momenti efficaci ed interessanti anche per veterani come noi Ford, che nuotiamo nell'oceano del genere "morti ammazzati" da parecchio tempo, che si parli di serie, Cinema o Letteratura.
Inoltre nel corso di quest'ultima season il lavoro di Williamson risulta interessante l'approccio a questioni morali ed etiche legate al lavoro degli agenti che seguono casi importanti e destabilizzanti come quelli dei serial killers, così come il dualismo tra Hardy e Carroll, due facce della stessa medaglia neppure si parlasse del sottoscritto e del Cannibale: l'interazione dei due nemici e la necessità che finiscono per avere l'uno per l'altro - sottolineata, tra l'altro, anche in lavori come Batman: the killing joke - e l'uno dell'altro avvince nonostante, di fatto, Carroll non rappresenti più una minaccia effettiva per Hardy, bensì, al contrario, quasi una spalla da sfruttare per poter neutralizzare la "nuova generazione" di psicopatici messa in moto dai protagonisti e dagli eventi delle stagioni precedenti.
Nulla che possa muovere a scrivere trattati o tesi, senza dubbio, ma qualcosa che, come era capitato anche al sottoscritto di fare con la prima stagione, finisce per non essere da sottovalutare.




MrFord




 

mercoledì 12 ottobre 2016

Eye in the sky - Il diritto di uccidere (Gavin Hood, UK/Sud Africa, 2015, 102')



Ricordo bene quando, nel periodo di vacanza al mare, accanto all'intrepida suocera Ford, in una serata in terrazza con il vento che arrivava dalla spiaggia e si pensava che l'estate non potesse finire mai, ci buttammo nella visione di Good Kill, prodotto dallo stesso Andrew Niccol di Lord of war - piccolo cult da queste parti - ed incentrato sulle ombre della guerra filtrata attraverso l'utilizzo dei droni.
Un prodotto non male, centrato per alcune cose, poco a fuoco per altre, che ben si inseriva in un ideale percorso tracciato da prodotti di ben altra caratura come The Hurt Locker, American Sniper o Zero Dark Thirty.
Questo Eye in the sky, uscito piuttosto in sordina dalle nostre parti e snobbato discretamente dal sottoscritto principalmente a causa del suo regista, quel Gavin Hood che non ho mai amato nei suoi tentativi più autoriali - Il suo nome è Tsotsi - così come in quelli prettamente mainstream - Wolverine: Origins -: caldeggiato, però, da un paio di colleghi fidati e recuperato in lingua originale, in un pomeriggio di relax in solitaria - evento raro in casa Ford, e propiziato alle prime esperienze sportive del Fordino -, si è rivelato una vera e propria sorpresa.
Costruito sulle regole del thriller classico più che su quelle del film bellico ed incentrato sul gioco delle parti tra USA, Gran Bretagna e servizi segreti africani rispetto alla cattura - prima - ed all'eliminazione - poi - di alcuni tra i sospettati più pericolosi ricercati dai due colossi occidentali, radunatisi in una comune abitazione per addestrare due potenziali attentatori suicidi, dalle questioni legali alle responsabilità effettive di chi si ritrova, a migliaia di chilometri di distanza, a premere il pulsante che darà la morte ad un numero imprecisato di persone, colpevoli oppure no, Eye in the sky centra il bersaglio, e lo fa alla grande.
Supportato da un cast di prim'ordine - sempre ottima Helen Mirren, bravissimo Alan Rickman, che morì nel corso della post produzione di questo film, alla cui memoria è dedicato - e scandito da un ritmo ad orologeria che tiene inchiodati dall'inizio alla fine nonostante, di fatto, non si parli per nulla di un film "di guerra" in senso letterale del termine e l'azione fisica resti molto ai margini, il lavoro di Gavin Hood ha dalla sua il grande merito di portare a galla questioni etiche e domande che difficilmente abbandoneranno lo spettatore anche al termine della visione, pronte a stimolare confronti ed eventuali discussioni: in questo senso, una frase pronunciata dal charachter del già citato Alan Rickman finisce per far male quanto una ferita aperta, "Non dica mai ad un soldato che non conosce il prezzo della Guerra".
In questo senso, quale posizione prendereste voi?
Stareste con i politici inglesi, pronti a lasciare andare i due potenziali attentatori suicidi perchè in caso di effettiva messa in opera dei propositi degli stessi si vincerebbe la guerra mediatica contro chi li ha armati?
O con quelli statunitensi, che di fronte all'idea di avere sotto tiro tre bersagli importanti non hanno intenzione di guardare in faccia a nessuno, danni collaterali compresi?
O con il generale anglosassone che prima di dare inizio all'operazione passa a comprare le bambole per quelle che potrebbero essere le sue nipoti prima di affrontare la possibilità che una bambina che potrebbe avere la loro età rischia la morte in nome di una causa più grande, quella della guerra della quale "ogni soldato conosce il costo"?
Con chi deve premere il grilletto che farà partire il missile dall'altro capo del mondo e che ha scelto un lavoro in aeronautica perchè gli permetteva di saldare i debiti maturati con il college o con chi deve sottostimare i danni dell'impatto in modo che venga approvata la missione, a prescindere dai propri sensi di colpa, dalle remore morali o dai rischi prettamente professionali?
Con i genitori di una bambina che potrebbe morire, che non favoreggiano gli estremisti ma che, spinti da una tragedia, potrebbero cominciare a prendere in considerazione come unica alternativa ad un invasore straniero che da migliaia di chilometri spazza via i loro figli?
La Guerra, purtoppo, e come la Storia insegna, non ha una ragione o un torto, ma sempre un costo: dall'antichità fino a Churchill, passando per Turing, sono molti gli esempi di sacrifici compiuti in nome di una vittoria - effettiva o no, è tutto da vedere - e spesso il punto di vista ed il lato della barricata cambia la percezione delle cose.
Quello che è certo, è che si tratta di un'espressione del peggio che l'Uomo può fornire alla civiltà ed al pianeta, che si parli di antichi campi di battaglia o di droni dalla tecnologia avanzatissima in grado di fare cose che fino a qualche anno fa pensavamo fossero fantascienza.
Per il resto, è difficile prendere una posizione che, in caso di conflitto, non sia mossa dall'istinto di sopravvivenza.




MrFord




martedì 7 giugno 2016

99 homes

Regia: Ramin Bahrani
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
112'








La trama (con parole mie): Nash, giovane padre single che cerca di sbarcare il lunario in tempi di crisi come operaio edile e che vive con la madre ed il figlio nella casa di famiglia, vede la stessa confiscata dall'immobiliare guidata da Richard Carver, squalo dell'ambiente pronto a riscattare tutte le abitazioni finite fagocitate dalla stessa crisi economica.
Vista la determinazione di Nash e scoperta la sua familiarità con i lavori di ristrutturazione, Carver propone al ragazzo di collaborare con lui in modo da rifarsi della perdita, prendendolo sotto la sua ala e coinvolgendolo nelle operazioni legate agli sfratti lecite e non, portandolo di fatto dall'altra parte della barricata.
Quando la verità sul nuovo lavoro che sta riportando la famiglia alla normalità viene a galla rispetto a madre e figlio, per il giovane Nash iniziano anche i rimorsi di coscienza.











In tempi di crisi economica, probabilmente l'unico dolore superiore a quello della perdita del proprio lavoro è quello di vedere pignorata la propria casa, non solo rifugio, ma anche ricettacolo di ricordi, affetti, momenti che restano nostri e che proteggono dall'esterno come un'armatura.
In un'epoca difficile, in questo senso, come la nostra, in cui si finisce per legarsi ad una banca per una vita in modo da poter sperare di lasciare qualcosa ai propri figli, un lavoro come 99 homes risulta quantomai attuale e pronto a smuovere riflessioni non da poco in ogni spettatore che non abbia avuto la fortuna di nascere con il portafoglio gonfio o di avere un lavoro o genitori in grado di permettere di non contare su un mutuo - due cose delle quali non bisogna vantarsi troppo, ma neppure vergognarsi, considerato che personalmente sarei felicissimo di poter assicurare almeno questo al Fordino e alla Fordina -.
La parabola di Nash, rabbioso e determinato sfrattato - comprensibili le diverse reazioni mostrate nel corso della pellicola da parte della gente allontanata dalla propria casa - pronto ad ingoiare il rospo e passare dalla parte del nemico per mantenere la famiglia è interessante e ben portata sullo schermo dai protagonisti Andrew Garfield e Michael Shannon - che continua a confermarsi non solo perfetto per interpretare i sacchi di merda, ma secondo il sottoscritto uno dei migliori attori della sua generazione -, ben ritmata e coinvolgente, nonostante un calo abbastanza evidente nella parte finale, che pare perdersi di fronte alla scelta di riportare il film su binari più ottimisti e convenzionali o affondare il coltello fino all'impugnatura.
Personalmente avrei preferito questa seconda opzione, considerato che, con ogni probabilità, anch'io in una situazione simile non penso esiterei troppo a raccogliere l'occasione fornita a Nash da Carver in modo da parare il culo alla mia famiglia, anche se si trattasse di passare per il "cattivo" agli occhi delle altre - emblematico, in questo senso, la sequenza in cui Nash viene riconosciuto da uno degli sfrattati appena trasferitosi nel motel dove provvisoriamente vive anche la sua famiglia -, così come ho digerito poco la reazione forse troppo "dura e pura" della madre di Nash e del figlio di quest'ultimo, pronti a criticare neanche il buon Andrew Garfield avesse dato il via ad un commercio di esseri umani per portarli in una nuova - e principesca, occorre dirlo - dimora.
Nonostante questo, comunque, la pellicola di Bahrani funziona e tocca le corde giuste, e pur non centrando un obiettivo che avrebbe avuto tutte le carte in regola per colpire in pieno resta un prodotto senza dubbio interessante per ogni tipo di pubblico, mantenendosi - questa volta giustamente - a metà tra la proposta autoriale e quella da tipico prodotto mainstream "di denuncia": e se, forse, uno come il sottoscritto è troppo stronzo per farsi mettere in crisi a livello etico almeno a mente fredda resta comunque sconvolgente come e quanto il sistema e le banche continuino - e probabilmente continueranno sempre - a prosperare sulle spalle della gente che ogni giorno si fa il culo per garantire ai propri cari un tetto sulla testa e ad approfittare - per usare termini quantomeno civili - della stessa.
In questo senso, così come nella scelta di lavorare per Carver, penso che sarei incazzato forte almeno quanto Nash.
E anche di più.




MrFord





MrFord





"And I thank you
for bringing me here
for showing me home
for singing these tears
finally I've found
that I belong here."
Depeche Mode - "Home" - 






giovedì 25 ottobre 2012

Serial killer - Storie di ossessione omicida

Autore: Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi
Origine: Italia
Anno:
2004
Editore: Mondadori




La trama (con parole mie): una panoramica a metà strada tra racconto ed applicazione scientifica e legale dell'operato di alcuni tra i più feroci serial killers conosciuti, dall'Italia agli States. 
Attraverso le tipologie ufficialmente riconosciute dagli esperti del settore, i due autori compongono una galleria che abbraccia il maggior numero di esempi di patologie criminali passando dai secoli scorsi in Europa agli ultimi cinquant'anni negli States, dalla Bathory ad Aileen Wournos, da Vincenzo Verzeni a Jeffrey Dahmer.
Dietro ogni ipotesi, storia e studio, domande che ancora avvincono studiosi e criminologi: i serial killer sono segnati da malattie mentali o l'espressione del loro male è qualcosa di più profondo e radicato nella Natura umana? Come si muove la legge rispetto all'approccio con figure di questo genere?
E come si rapportano loro stessi al mondo?
Quesiti, probabilmente, destinati a rimanere senza risposta ma che sono il centro di un percorso terribile quanto affascinante.





Fin dai tempi delle mie prime letture "impegnate", la figura del serial killer nell'ambito della letteratura come della storia ha sempre esercitato un fascino oscuro, sul sottoscritto, invadendo poi la mia passione per il Cinema grazie a titoli imperdibili quali Il silenzio degli innocenti e Manhunter, che rinverdirono i fasti della leggenda di Jack lo squartatore o de Il profumo.
La vera rivelazione fu, ormai una dozzina d'anni fa, Mindhunter di John Douglas, uno dei profiler più influenti nella storia di questa branca della scienza criminale nonchè personalità di spicco dell'FBI per più di un ventennio: tra quelle pagine scoprii il turbamento ed il fascino con i quali doveva fare i conti qualcuno che, sul campo, tra indagini ed interviste, aveva avuto a che fare con alcuni dei serial killers più spietati degli USA, e rimasi sconvolto, più che colpito, da alcuni passaggi da pelle d'oca.
La recente scoperta di Io vi troverò, dopo anni ad una certa distanza dall'argomento, è riuscita a riportare in auge la materia, tanto da spingermi a spolverare dallo scaffale del Kindle questo lavoro di Lucarelli e Picozzi sponsorizzato da Julez, come il sottoscritto appassionata di vicende legate ai morti ammazzati: il risultato è stato una lettura sicuramente avvincente, in grado di approfondire le storie di personaggi che conoscevo soltanto marginalmente, forse non scritta con la stessa perizia - soprattutto per quanto riguarda le parti uscite dalla penna di Lucarelli, molto riconoscibili - dell'opera di John Douglas ma comunque un buon tentativo per introdurre al pubblico italiano il concetto di serial killer in molte delle sue sfumature approcciando lo stesso anche da un punto di vista medico e legale - Picozzi è uno degli esperti più importanti del nostro Paese -.
Passare attraverso pagine di orrori ed atrocità, disagi e vicende da peli ritti sulla nuca, però, è stato molto diverso rispetto ai tempi in cui, da ragazzino, consideravo quasi come rockstar distorte questi cacciatori di uomini e donne: il mio punto di vista, ora - sarà l'età, sarà il fatto di diventare padre - è profondamente cambiato, e a parte l'interesse dal punto di vista emozionale/scientifico quello che resta è una presa delle distanze netta da quella che non mi sento neppure di considerare una malattia.
In questo senso, una delle questioni più interessanti analizzate dagli autori è proprio quella legata all'imputabilità - e non - e all'infermità mentale dei soggetti in questione: ovviamente non ho tutti gli strumenti di uno specialista per giudicare in proposito, ma la mia impressione è che sia davvero arduo considerare non perseguibile - e non solo non pericoloso - qualcuno che riesce a sopravvivere autonomamente e, al contempo, portare a termine un atto clamoroso come un omicidio.
Anche perchè non stiamo parlando di una "fredda esecuzione" - nonostante si faccia cenno alla presenza di molti individui che potrebbero essere associati ai serial killer tradizionali all'interno di criminalità organizzata, forze dell'ordine ed esercito, e che grazie alla loro professione riescono a sfogare gli istinti sadici senza che gli stessi degenerino sempre più -, ma di un vero e proprio processo di caccia, un'espressione di violenza ed accanimento che riesce anche difficile da immaginare e figurarsi, quasi si fosse usciti dritti dritti da un horror, o da un incubo vero e proprio.
Così, da Vincenzo Verzeni - che imperversò nella bergamasca ai tempi degli studi di Lombroso, che lo interrogò più volte - a Ed Gein - che nella sua fattoria conservava cimeli di pelle umana neanche fossimo in Non aprite quella porta, da Albert Fish a Jeffrey Dahmer, passando per uno dei miei - e di John Douglas - "favoriti", Ed Kemper, leggiamo di imprese che fanno dubitare rispetto all'abisso che alberga nel cuore dell'Uomo, e che vanno ben oltre gli abusi che molti di questi stessi assassini hanno subito nel corso della loro formazione e sono divenuti una sorta di combustibile per il fuoco della rabbia o della lussuria espresse dalle loro imprese.
Ed è agghiacciante scoprire come molti di loro siano giunti più volte vicini all'essere catturati, e siano riusciti a scamparla - almeno per un pò - grazie ad un intelletto spesso di molto superiore alla media - il già citato Kemper, con un QI di quasi centotrenta, Charles Manson, attorno al centoventi - mentre altri si siano lasciati travolgere dai loro istinti ed altri ancora abbiano principalmente goduto delle proprie perversioni - Ted Bundy ed i già segnalati Albert Fish, sconvolgente nella sua reiterata deviazione anche di fronte alla condanna imminente alla sedia elettrica, e Jeffrey Dahmer, che nonostante gli avvertimenti del suo stesso padre sfuggì alle forze dell'ordine in più di un'occasione -.
Senza dubbio, pensando ai serial killer, l'idea che questo mondo sia un luogo molto più oscuro di quanto già non appaia si fa decisamente più consistente, e credo che trovarsi di fronte ad un predatore di questo tipo possa essere decisamente più spaventoso che essere rapiti, aggrediti o rapinati.
Leggendo le loro storie, pur provando in alcuni casi anche una certa misura di pietà, da convinto detrattore della pena di morte da un punto di vista giuridico, sono sicuro che, nella posizione di parente di una vittima, non avrei alcuna esitazione a togliere la vita ad uno qualsiasi di questi predatori, profondamente pericolosi per gli altri come per se stessi. Dunque, comprendo bene chi, scosso direttamente dalle loro azioni, possa arrivare anche a gesti sconsiderati.
Probabilmente, l'influenza del loro - e del nostro, almeno in parte - Passeggero oscuro si fa sentire anche in questo modo.


MrFord


"I got the darkness
it was drinking from your cup,
I got the darkness
it was drinking from your cup,
I said is this contagious?
You said just drink it up."
Leonard Cohen - "The darkness" -


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