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martedì 2 luglio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova puntata - come al solito in ritardo - del Bulletin figlia di una settimana in cui lo spazio per il grande e piccolo schermo è stato decisamente ridotto, complici le vacanze al mare del Fordino con il nonno, gli appuntamenti di Julez legati alla scrittura - a proposito, è uscito il suo nuovo romanzo, non perdetevelo! - e quelli di questo vecchio cowboy con il lavoro e il crossfit: quando si è potuto, però, ci si è concessi volentieri una bella pausa sul divano, con il ventilatore puntato addosso.


MrFord



3% - STAGIONE 2 (Netflix, Brasile, 2018)

Risultati immagini per 3% stagione 2

Giunta alla mia attenzione qualche mese fa, consigliatissima da Julez, 3% si è rivelata da subito, per quanto non originalissima o clamorosamente memorabile, un buon divertissement buono per le pause pranzo che riesco a passare a casa, in attesa che questo recupero potesse diventare una visione condivisa della da poco uscita season three. 
Personalmente, fatta eccezione per un paio di twists ben orchestrati, ho trovato questo secondo gruppo di episodi più debole rispetto al precedente, nonostante sia evidente il lavoro che gli sceneggiatori hanno cercato di fare per fornire un'evoluzione degna di questo nome a quelli che ormai paiono sempre di più i quattro volti della serie: questo sforzo ha reso l'intera visione quantomeno meritevole di aver tentato una strada se non nuova quantomeno diretta e sincera, portando in scena tantissime sfumature grigie in grado di mostrare tutti i charachters, nessuno escluso, imperfetti e scombinati quanto solo noi esseri umani sappiamo essere.
Per il resto, non il prodotto del secolo, neppure lontanamente: eppure sento di volergli bene.




ROCKETMAN (Dexter Fletcher, UK/USA/Canada, 2019, 121')

Rocketman Poster


Evidentemente il duemiladiciannove sarà ricordato come l'anno che ha rilanciato il biopic musicale, considerati i successi che, pur in misura differente, sono stati Bohemian Rhapsody e The Dirt, passando - anche se in questo caso il genere è sicuramente meno inquadrabile - per Lords of Chaos: ultimo di questa serie è Rocketman, ibrido tra musical e biografia interpretato con grande trasporto da Taron Edgerton ed incetrato sulla figura di uno dei cantautori più importanti, apprezzati e di successo della Storia del Rock, Elton John.
Anche in questo caso, come per le pellicole dedicate a Queen e Motley Crue, la struttura è abbastanza tradizionale, con un'altalena ben strutturata di emozioni che passano dall'euforia alle lacrime della star di turno pronta a sfruttare i pezzi più noti, e anche in questo caso, l'esperimento si rivela azzeccato e funzionale: i brani di Elton sono delle bombe, le coreografie delle sequenze in stile musical ben orchestrate, alcuni passaggi sono addirittura emozionanti - l'esecuzione di Your Song arriva al cuore -, la solitudine dell'artista, l'importanza del rapporto con la famiglia, quello con le persone che si e ci scelgono - in particolare il legame con il collaboratore più stretto, Bernie Taupin - affrontati con profondità seppure in pieno stile mainstream.
In un certo senso, così come è stato per le gesta di Freddie Mercury, anche quelle di Elton John hanno finalmente trovato il loro degno spazio anche al Cinema, sperando che chi ancora - se possibile - non li conosce o anche il pubblico futuro possano magari partire da qui per imparare a conoscere e ad amare la loro Musica.


mercoledì 12 giugno 2019

White Russian's Bulletin



L'estensione del ritardo della rubrica dedicata alle uscite in sala al Bulletin è ormai una nuova e favolosa tradizione del Saloon, sempre più schiavo degli orari ballerini del lavoro e delle sessioni in palestra del vecchio cowboy. Questa settimana, però, non porta in dono solo il misero titolo rosicato resistendo alle penniche da divano, ma almeno un paio di interessanti visioni - una in particolare - pronte a scuotere lo spettatore nel profondo.


MrFord



ALADDIN (Guy Ritchie, USA, 2019, 128')

Aladdin Poster

Il primo dei titoli a passare dal bancone del Saloon, nonostante quello che ho scritto poco sopra, non rientra nel novero di quelli destinati a scuotere lo spettatore: consueto sfoggio di denaro, effetti e poche idee della Disney legata alle rivisitazioni live action dei suoi più classici film d'animazione - rivisitazioni che non sto amando per nulla -, il lavoro di Guy Ritchie - sono lontani i tempi di Lock&Stock - è tecnico ma da emozioni zero, il genio di Will Smith - che pure mi è sempre stato simpatico - troppo gigioneggiante per risultare simpatico quanto l'originale, la riproposizione della storia, per chi ha amato il cartoon, poco incisiva.
Perfino i Fordini, che per settimane avevano chiesto di guardarlo, hanno prestato scarsa attenzione se non nei momenti destinati alle nuove versioni delle canzoni più famose: nulla di particolarmente brutto, dunque, ma davvero incapace di rimanere davvero impresso nella memoria. Che forse è anche peggio.




UNICORN STORE (Brie Larson, USA, 2017, 92')

Unicorn Store Poster

L'esordio dietro la macchina da presa di Brie Larson, attrice molto amata sia dal grande pubblico che da quello radical, è passato attraverso Netflix e la blogosfera come una piccola tormenta, lasciando incantati molti dei miei colleghi da queste parti: approcciato quasi per caso nel corso di una cena in solitaria post palestra, si è rivelato un esperimento interessante e a tratti magico, coraggioso nel raccontare il disagio e anche la ricostruzione di se stessi attraverso una storia d'amore - perfetto il personaggio di Virgil, il migliore della pellicola -, in grado senza dubbio di incantare o, comunque, tornando al discorso a proposito di Aladdin e Guy Ritchie, di rimanere comunque nella memoria e nel cuore.
Di contro, si tratta senza dubbio di un'opera molto naif - in alcuni passaggi pure troppo, per usare un vecchio adagio -, rischiosa nell'utilizzo di personaggi come quello interpretato da Samuel Jackson - decisamemente caricaturale e forzato, a mio parere - e ostica per chi, di norma, lascia che i sogni e un certo tipo di approccio alla vita restino ben chiusi in un cassetto. 
Problemi loro, normalmente mi verrebbe da dire, e forse è così: ma se anche a chi quel cassetto lo tiene ben aperto la sensazione della sbronza da eccesso di "unicornità" viene, significa forse che la buona Brie si sia lasciata almeno in parte fuggire il controllo della sua creatura. 
Che comunque, difetti compresi, ha davvero dei signori colori.




CHERNOBYL (HBO, USA/UK, 2019)

Chernobyl Poster


Ricordo solo vagamente la primavera dell'ottantasei, quando anche in Italia giunse la paura della nube tossica figlia del terrificante incidente di Chernobyl, quando consigliarono di evitare insalate, latticini, prodotti freschi: la tragedia legata all'esplosione del reattore numero quattro della centrale, considerata - con quella di Fukujima del duemilaundici - la più grave della Storia dell'umanità nell'ambito del nucleare, ha generato nel tempo polemiche, sospetti, opinioni e ogni sorta di punto di vista nato e sviluppato prima e dopo la disgregazione dell'URSS.
Craig Mazin, a partire dalla cronaca dell'incidente, regala cinque episodi di quello che più volte mi è apparso come un vero e proprio horror, portato in scena dagli errori umani e dalle bugie che provocarono un disastro di proporzioni clamorose che, senza il sacrificio di uomini e donne impegnatisi per mesi per contenerlo avrebbe potuto essere addirittura biblico: dalle strade di Pripyat - la città più colpita dalle radiazioni, oggi fantasma - alla centrale stessa, per finire attraverso i corridoi del potere più o meno occulto dell'Unione Sovietica al principio della sua disgregazione, assistiamo ad una lotta di cui si fanno simbolo i personaggi - scritti alla perfezione - di Legasov e Shcherbina, i due responsabili delle operazioni di contenimento dell'incidente, interpretati ottimamente da Jared Harris e Stellan Skarsgaard.
Una storia terribile raccontata con la tensione del thriller ma che riesce, al contempo, a far riflettere sui ruoli della politica e della Scienza, e sull'indefessa ricerca della verità insita in quest'ultima, pronta a muovere i cuori e le vite di chi nella stessa ha deciso di credere.
Un lavoro monumentale e da brividi, che tiene inchiodati allo schermo e si presenta come uno dei titoli più importanti che il piccolo schermo abbia regalato al pubblico non solo quest'anno, ma dai tempi della prima stagione di True Detective.
Se non l'avete fatto, dunque, abituate le orecchie al raggelante ronzio dei contatori geiger, indossate le giuste protezioni ed avventuratevi in un viaggio dal quale sarà impossibile uscire come si era prima.


martedì 21 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Considerata la puntualità che nelle ultime settimane sono quasi inspiegabilmente riuscito a dare alla rubrica dedicata alle uscite in sala, ho pensato che non sarebbe stato così male tentare il ritardo con il Bulletin, slittato per questa settimana di un giorno.
Senza dubbio in termini di visioni è stata una settimana più ricca delle ultime, che affronta anche uno dei prodotti più chiacchierati del periodo, Game of thrones, giunto alla fine della sua cavalcata dopo nove anni o otto stagioni: Jon Snow e soci a parte, comunque, c'è stato spazio per proposte di ogni tipo, più o meno in grado di emozionare e conquistare il Saloon come mi sarebbe piaciuto, o mi aspettavo sarebbe stato.



MrFord



THIS IS US - STAGIONE 3 (NBC, USA, 2018)

This Is Us Poster

I Pearson, per il Saloon, sono un pò la versione da Mulino Bianco - in senso buono - dei Gallagher: una famiglia come ci si immagina e si vorrebbe sempre che fosse la famiglia, il posto dove tornare, la forza che ci permette di rialzarci quando finiamo con il culo a terra, la bomba di sentimenti per eccellenza. E in mezzo a tutto questo, un charachter fordianissimo che fin dal primo episodio ha rappresentato un ideale che, caotico e casinista come sono, non raggiungerò mai, ma che mi piacerebbe fosse una sorta di ispirazione.
Tante cose belle, tanto voler bene ai protagonisti, nonostante la creatura di Dan Fogelman tocchi il punto più basso della sua corsa fino ad oggi, impossibilitato a liberarsi dell'ingombrante - pur se magnifica - figura del già citato Jack Pearson e a portare il pubblico verso il futuro - in tutti i sensi -: e se da un lato ci troviamo di fronte ad una delle scene più belle della serie - lo stadio ricostruito per Kate da parte di Toby -, dall'altra un finale totalmente anticlimatico toglie hype rispetto a cosa ci aspetterà il prossimo anno.
Personalmente, spero qualcosa di meglio.




ANDRE THE GIANT (Jason Hehir, USA, 2018, 85')

Andre the Giant Poster


Pochi, anche tra i non appassionati di wrestling come il sottoscritto, non conoscono almeno per sentito dire la figura ormai mitica di Andre the Giant, uno dei lottatori più importanti e mitici che nel corso degli anni ottanta cambiò per sempre la percezione e la portata mediatica dello sport entertainment, finendo ad aprire la strada per chi, anni e anni dopo, avrebbe usato il wrestling stesso come trampolino per conquistare Hollywood - leggi The Rock -: la storia di Andrè Roussimoff, affetto da acromegalia e nato in un piccolo centro alle pendici delle montagne, pare scritta apposta per un film. Deciso a fare fortuna fin da ragazzo, amante della vita vissuta, uomo di compagnia ed incomparabile bevitore - i racconti di bevute che superano le cento birre o le sei o sette bottiglie al giorno divise tra vino e superalcolici sono leggendarie -, tra i più amati dai suoi colleghi, Andre segnò per sempre la sua disciplina prima che l'aggravarsi delle sue problematiche fisiche non lo condusse ad un ritiro anticipato dal ring e ad una carriera davanti alla macchina da presa chiusa ben presto dall'improvvisa quanto prevedibile morte, a soli quarantasei anni.
Un ritratto sentito e commosso di un personaggio incredibile, carismatico e dall'aura quasi romanzesca, che sarebbe bene ricordassero anche le generazioni che non l'hanno potuto vivere come la mia.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1988, 98')

La storia fantastica Poster

In occasione della ricorrenza del compleanno di Andre the Giant e della visione del documentario a lui dedicato ho rispolverato, in compagnia della Fordina, uno dei grandi classici della mia infanzia nonchè tra le fiabe - nel senso vero e classico del termine - più belle portate sul grande schermo: La storia fantastica.
In una cornice che non si nega una buona dose di ironia ed umorismo, ricca di momenti ormai epici e frasi cult - chiunque sia sopra i trenta e non conosca a memoria il monito di Inigo Montoya dovrebbe finire tra le grinfie dell'ultima moda giustizialista di Daenerys -, la vicenda di Bottondoro e Westley è una meraviglia ad ogni età, e se ai tempi mi esaltavo per i duelli e le lotte, e restavo sbigottito di fronte ai ribaltamenti di fronte inaspettati che accadevano, ora finisco quasi per commuovermi con l'incedere di Inigo finalmente giunto di fronte all'uomo responsabile di aver ucciso suo padre, o a Westley che "potrebbe anche trovare la forza".
Un classico senza se e senza ma, che riesce a far assaporare quella meraviglia che il Cinema può ed è giusto che regali.




NOI (Jordan Peele, USA/Giappone/Cina, 2019, 116')

Noi Poster


Jordan Peele è uno che, senza dubbio, sa il fatto suo. Già con Get out, qualche tempo fa, era riuscito nella non facile impresa di trasformare un thriller sociale mascherato da horror in un piccolo fenomeno giunto addirittura agli Oscar: con Noi era chiamato a confermare un talento che, almeno nella prima parte, pare ben più che evidente, graziato da una tensione costante ed un montaggio che - e questo per tutto il film - ha del clamoroso.
Poi, come molto spesso accade a chi ha gran talento, il buon Jordan finisce per mettere troppa carne al fuoco e cercare di dare fin troppo spessore politico ad una vicenda che, pur se interessante, finisce per risultare quasi forzata: in fondo, nella sua ben comprensibile lotta a sostegno della ribellione dei dimenticati, degli emarginati e degli oppressi, pare quasi non rendersi conto di essere a tutti gli effetti e a conti fatti uno dei privilegiati, che si parli di status artistico, sociale o anche, per l'appunto, di talento.
In questo senso Noi è una macchina perfetta che si inceppa quando cerca di affermarsi come tale, il figo o la figa della scuola che cercano in ogni modo di atteggiarsi tali senza sapere che lo apparirebbero anche comportandosi naturalmente, ricordando quasi a tutti noi comuni mortali che uno su mille ce la fa, e gli altri restano ombre.
Peccato che, nonostante predichi il contrario, o qualcosa di simile, il buon Peele non si sia accorto di fare parte dell'elite che sta dall'altra parte.




GAME OF THRONES - STAGIONE 8 (HBO, USA, 2019)

Il trono di spade Poster

Nelle ultime settimane, che si tratti della blogosfera, di internet, social o dei pub di tutto il mondo, penso che non si sia parlato di più di un prodotto per piccolo o grande schermo - forse se la gioca con Avengers Endgame - che di Game of thrones.
La serie ispirata dai romanzi di Martin e creata da Benioff e Weiss, alle spalle stagioni clamorose ed altre decisamente meno entusiasmanti, è divenuta negli anni un vero e proprio fenomeno mediatico, il primo di portata planetaria dai tempi di Lost: e come Lost, e come tutti i prodotti al centro di un quasi culto, ha finito per pagare dazio con quest'ultima stagione, sancita come tale forse troppo in fretta dagli autori che si sono ritrovati con troppa carne al fuoco e sole sei puntate per chiudere il cerchio di vicende che avevano impiegato anni a sviluppare anche solo in parte. 
E così, se da un lato è normale e lecito giustificare un fan service a questo punto quasi naturale, dall'altro pare di assistere ad una versione con il fast forward delle precedenti stagioni, con passaggi temporali in time warp e cambiamenti di personaggi che, ai tempi d'oro, avremmo vissuto nell'arco di almeno tre stagioni.
Ma tant'è. Game of thrones ci ha accompagnati per quasi dieci anni, e per quanto quest'ultima stagione suoni come un'occasione sprecata, è stato giusto viversela così, salutare i protagonisti sopravvissuti e ricordare quelli - parecchi - che ci hanno lasciato in modi più o meno sconvolgenti, e che abbiamo amato o odiato. 
Avrebbe potuto essere migliore? Senza dubbio.
Ma la vita è così. A volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te.
Forse Westeros era un orso troppo grosso anche per chi per anni l'ha progettato e studiato.
O un drago.
E i draghi, si sa, possono essere una variabile impazzita.


giovedì 16 maggio 2019

Thursday's child



Nuova settimana di uscite, nuova puntata della rubrica a tre, e nuovamente una Sonia che viene a fare visita a questo vecchio cowboy ed al suo rivale finto giovane Cannibal non più Kid da un pezzo.
Non mancheranno, oltre alle omonimie, anche le consuete schermaglie e le possibili sorprese, le classiche sparate cannibalesche e le possibili intuizioni fordiane. E neanche i gatti, mi sa tanto.



MrFord


"Se Cannibal vuole ricattarmi con questa foto, allora per lui si prospettano tempi più bui di quelli che lo aspetterebbero uscendo una sera con Ford!"

Dolor y Gloria

"Me l'avevano detto di non uscire a bere con Ford: questo hangover mi passerà tra un mesetto!"
Sonia: Quindi mi state dicendo che Banderas ha tradito Rosita, la gallina del mulino bianco per ritornare sul grande schermo? Tra l'altro ho anche sentito dire che lui insieme a Penelope Cruz, l'altra protagonista del film, è una delle "muse" ispiratrici del regista Pedro Almodóvar... Curiosi di vedere il film? Personalmente io e i film spagnoli non andiamo molto d'accordo...
Cannibal Kid: ¿Qué tienes Sonia contra el cine español? (grazie Google Traduttore)
Devo dire che pure io non sono mai stato un enorme fan del cinema spagnolo però, dopo La casa de papel, la mia fiducia nei prodotti provenienti dalla terra iberica è cresciuta parecchio. Pure con i film di Pedro Almodóvar non ho un rapporto troppo stretto, ma ho trovato molto bello e sottovalutato il suo ultimo Julieta e sono parecchio fiducioso in questo suo nuovo lavoro, la storia di un regista in declino. Che sia autobiografico?
Presto è in arrivo anche la versione 2.0 con Banderas nei panni di Ford, che racconterà la storia di un blogger in declino. E tranquilli, non mancherà di fare un cameo pure Rosita.
Ford: Almodovar è un signor regista che nel corso della sua lunga carriera ha regalato davvero grandi film. Negli ultimi anni è apparso molto appannato, ma con il recente Julieta pare aver ripreso la vena dei tempi migliori, dunque direi che questo Dolor y gloria potrebbe sorprendere in positivo, rispolverando uno dei primi attori feticcio del Pedrone, il fordinano Banderas.
Dunque avanti così, con tanto dolor per Cannibal e tanta gloria per Ford.

John Wick 3: Parabellum

"Effettivamente il metodo di Ford per girare nel traffico fa risparmiare tempo!"
Sonia: Il titolo sembra quasi una delle formule magiche di Harry Potter ma invece si tratta del terzo capitolo del film d'azione che vede come protagonista l'anima di Matrix, Keanu Reeves.
In genere amo i film d'azione ma a quanto pare i primi due capitoli mi sono sfuggiti... Ma è possibile stabile una taglia di 14 milioni solo per aver infranto una regola fondamentale, ovvero uccidere una persona all’interno dell’Hotel Continental?
Cannibal Kid: Io in genere odio i film d'azione e il primo John Wick è una splendida (si fa per dire) rappresentazione di tutto ciò che non sopporto di questo tipo di pellicole. Zero trama, niente fantasia, recitazione a livelli cagneschi (senza offesa per il cane sacrificato nel film) e solo tante sparatorie, inseguimenti e altre cazzate simili. In altre parole: roba da Ford. Già mi sono risparmiato il secondo, figuriamo se guardo il terzo.
Ford: il primo John Wick era una figata stratosferica, un giocattolone che rispecchiava alla grande lo spirito degli action anni ottanta. Peccato che con il secondo capitolo gli autori se la siano un pò menata rovinando l'atmosfera e dunque anche l'hype del sottoscritto per il numero tre, che non attendo con particolare impazienza. Riuscirà il buon Keanu a farmi ricredere?

Attenti a quelle due

"Anche tu sei in hangover? Non sarai uscita con Ford e Banderas!?"
Sonia: Sinceramente questo è uno di quei film che se mi capitano per sbaglio mentre faccio zapping con il telecomando bene, altrimenti non ci spreco neanche un centesimo per vederlo al cinema.
Cannibal Kid: Una commedia scacciapensieri scema con Anne Hathaway e Rebel Wilson?
A-DO-RO.
Questo è il classico film che tutti i finti macho come Ford fingono di schifare, per poi scappare in cucina di nascosto a guardare mentre lavano i piatti. E finiscono pure loro per A-DO-RA-RE.
Ford: attenti a quei due potrebbe essere un film che racconta le peripezie di recensori di Cannibal e Ford, e in quel caso potrebbe essere anche interessante correre a vederlo. Ma non è questo il caso. Dunque eviterò come la peste prendendomi molto più volentieri l'appellativo di finto macho.

Unfriended: Dark Web

L'immagine del tipico lettore di Pensieri Cannibali.
Sonia: Qualcuno ha detto Horror? Eccomi qui in prima fila con le mie amate Popz Choco, certo ultimamente non è che questi horror siano così di impatto, infatti ormai mi spavento di più quando vedo il mio gatto fissare il nulla... li sì che da un momento all'altro mi aspetto che spunti uno spirito o qualche entità malefica... tra l'altro, anche se aprirete il mio laptop troverete tanti di quei file misteriosi che non vi basteranno mesi per ricollocarli ehehe...
Cannibal Kid: File misteriosi? A cosa si starà riferendo Sonia? È la nuova Julian Assange che sta per smascherare qualche segreto di stato, o sta semplicemente parlando di video porno?
Comunque... avevo visto il primo Unfriended del 2014 e me l'ero goduto abbastanza. Un horrorino cretino, ma tutto sommato coinvolgente. Peccato che adesso, cinque anni più tardi, il sottogenere dei thriller-horror tutti ambientati davanti allo schermo del computer abbiano stufato quasi quanto Ford che si lamenta di come è desolato il mondo dei blog negli ultimi tempi. Anche se a dirla tutta in questo caso non ha tutti i torti. Che sia ora di fare un giro sul Dark Web, dove magari c'è un po' più di movimento?
Ford: filmettino horror di quelli buoni giusto per i pusillanimi del calibro di Cannibal. Preferisco guardare nel vuoto come uno qualsiasi dei gatti di Sonia, di Peppa o dei miei, che andare a recuperarlo.

Bangla

"Ford, Cannibal: siete licenziati!"
Sonia: Prima regola del Fight Club ehm Islam: la castità prima del matrimonio!
In questo scontro/incontro di culture in terra "santa", Torpignattara, quartiere multietnico di Roma avremo il piacere di conoscere Phaim. Curiosissima di vederlo.
Cannibal Kid: Pure io sono curioso di vedere questo Bangla, visto che sembra affrontare un tema in teoria pesante come quello dell'integrazione e dell'incontro/scontro tra culture, con un piglio leggero. Quasi da romcom indie statunitense. Una visione che si preannuncia come un incontro/scontro tra il radical-chicchismo cannibale e il panesalamesimo fordiano. Insomma, i botti sono garantiti!
Ford: i botti e le botte, mi sa. Film che sulla carta potrebbe essere la sorpresa della settimana. Speriamo non risulti essere troppo cannibale!

lunedì 18 febbraio 2019

White Russian's Bulletin



A questo giro di giostra il Bulletin si presenta incredibilmente più corposo in termini di numero di titoli passati al Saloon negli ultimi sette giorni, quasi l'avvicinarsi della Notte degli Oscar avesse stimolato una ripresa rispetto alla parte finale del duemiladiciotto, una delle più lontane dalla settima arte che possa ricordare di aver vissuto: recuperi, nuove visioni, come di consueto serie che accompagnano i pasti o le serate di stanca di casa Ford. Un pò di tutto, insomma. E, strano a scriversi, per la maggior parte anche valido.


MrFord


OLTRE LA NOTTE (Fatih Akin, Germania/Francia, 2017, 106')

Oltre la notte Poster


Fatih Akin è sempre stato un piccolo idolo, da queste parti, ed il recupero di Oltre la notte, accolto più che bene dalla blogosfera, era doveroso da tempo: il regista turco/tedesco racconta l'odio, l'amore, la vendetta, la passione con la stessa forza dei suoi primi lavori - La sposa turca e Ai confini del paradiso -, appoggiandosi ad un'interpretazione pazzesca di Diane Kruger, che vive il suo personaggio quanto e più di se stessa.
Tensione costante dal primo all'ultimo minuto - incredibile quanto ad ogni passaggio ci si aspetti accada qualcosa -, atmosfere che mi hanno ricordato Polanski, tematiche importanti ed attuali gestite ed affrontate da un punto di vista non solo diverso, ma anche coraggioso e legato a molteplici interpretazioni e punti di vista.
Un film a suo modo imperfetto e figlio dell'istinto, che lascia il segno anche e soprattutto per l'istinto stesso.




SE LA STRADA POTESSE PARLARE (Barry Jenkins, USA, 2018, 119')

Se la strada potesse parlare Poster


Barry Jenkins aveva già conquistato il mio cuore di spettatore con Moonlight, che forse ero stato tra i pochi a preferire al pur stupendo La La Land. Se la strada potesse parlare è un titolo più sommesso di quello che ha portato alla ribalta il regista, più canonico, meno visibile e vendibile. 
Ed è anche un titolo che può apparire meno di quanto non sia in realtà.
In fondo, si tratta di una storia d'amore, di qualcosa di semplice, fin troppo, che pare confezionato per una conferma nella notte delle statuette più ambite del Cinema.
Eppure, Se la strada potesse parlare è decisamente qualcosa in più: è una storia che contrasta l'odio raccontando la rabbia e l'indignazione dal punto di vista dell'amore, la fantasia di un libro o di un film con quello che sarebbe il compromesso della realtà - splendida l'evoluzione finale -, eleganza trasformata in semplicità da una Jenkins ispiratissimo che mi ha riportato alla mente i migliori James Gray e Wong Kar Wai, intensità pazzesca di tutto il cast.
Una storia che, se non fosse vera, lo diventerebbe grazie alle sue immagini.




RALPH SPACCA INTERNET (Phil Johnston&Rich Moore, USA, 2018, 111')

Ralph spacca Internet Poster


Approfittando - o cercando di sopravvivere - ad una giornata intera passata con i Fordini reduci dall'influenza chiusi in casa, ho approfittato per recuperare Ralph spacca Internet, sequel del piacevole Ralph spaccatutto di qualche anno fa e primo film visto dal Fordino ad una festa di una compagna di scuola in sala senza di noi, in linea con il periodo di pre-adolescenza che sta vivendo.
La Disney, ad ogni modo, continua a sapere quello che fa, e con questo secondo Ralph riesce a dare un colpo al cerchio e uno alla botte divertendo i piccoli e strizzando l'occhio ai grandi con l'introduzione di Internet come mondo da scoprire per Ralph e Vanellope ed una serie di trovate metacinematografiche davvero sfiziose - il passaggio nel mondo delle principesse Disney è forse la parte meglio riuscita della pellicola -: il ritmo c'è, il messaggio anche, ci si diverte e alla fine, come è giusto che sia, si trova anche il giusto spazio per i sentimenti. Bene così.




TITANS - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2018)

Titans Poster


In un periodo di stallo rispetto alle proposte da piccolo schermo da poter associare ai pasti senza turbare troppo i Fordini siamo incappati grazie al bacino di Netflix in Titans, una sorta di versione DC Comics degli X-Men marvelliani: conosco poco delle storie a fumetti di questi charachters essendo sempre stato un fan di Mamma Marvel - curioso che i due che conoscevo meglio, Batman e Robin esclusi, siano Hawk e Dove, praticamente sconosciuti -, dunque mi sono avventurato nella visione libero da confronti e pregiudizi vari. A prima stagione finita posso dire che il tentativo è stato fatto e a tratti è risultato anche apprezzabile, ma l'atmosfera decisamente televisiva ed un finale troppo aperto - tanto che con Julez pensavamo non fosse neppure l'ultimo episodio - hanno penalizzato il risultato. Dovessimo decidere di affrontare la season two, posso solo sperare in una ripresa.




NON CI RESTA CHE IL CRIMINE (Massimiliano Bruno, Italia, 2019, 102')

Non ci resta che il crimine Poster

Il Cinema italiano, si sa, da queste parti ha sempre vita difficile, a meno che non sia figlio delle grandi stagioni del passato. Di recente, però, complici un paio di attori ed una giusta dose di leggerezza, ho imparato ad apprezzare anche qualcosina di nostrano buona per accompagnare qualche serata senza pensieri. Non ci resta che il crimine può essere inteso in questo senso: senza troppe pretese, Massimiliano Bruno ed una squadra di caratteristi consolidata portano a casa una versione molto pane e salame di Ritorno al futuro in salsa Banda della Magliana che diverte ed intrattiene, non fa strappare i capelli ma conserva una sua dignità, tra il ricordo dei Mondiali dell'ottantadue ed un riscatto verso la vita di chi pensa di essere sconfitto dalla stessa.
Ennesima conferma della funzionalità della coppia Gassman/Giallini.


mercoledì 3 ottobre 2018

Good time (Ben&Josh Safdie, USA, 2017, 101')




- Ho recuperato quasi per caso Good Time, produzione firmata da Benny e Josh Safdie, dopo averne letto - e molto bene - in rete grazie a Netflix, sempre più una realtà con la quale fare i conti per ogni appassionato di Cinema e serie televisive.

- La cornice da periferia alla deriva, la disperazione di fondo, l'atmosfera senza troppe speranze condita dalla fallibilità dei protagonisti sono riuscite a riportare alla memoria il modello del primo Scorsese, quello di Mean Streets e delle luci dei bar malfrequentati all'ombra della grande città.

- Più che discreto Robert Pattinson, un altro di quegli attori rovinati per sempre da un ruolo che difficilmente - Daniel Radcliffe docet - riusciranno mai davvero a scrollarsi di dosso.

- Nonostante il contesto abbia evocato memorie dei lavori del giovane e mitico Marty, Good time mostra il fianco come qualsiasi opera di artisti ancora acerbi, o forse semplicemente e solo "bravi" e non indimenticabili.

- Connie Nikas, charachter borderline, egoista e disperato, pare uscito da quei noir duri, sporchi e cattivi che hanno fatto la fortuna del genere, e riesce proprio nel suo essere in qualche modo viscido e scomodo a catturare l'attenzione dello spettatore.

- Dovendo sottolineare un difetto principale al lavoro dei Safdie direi che, disagio sociale a parte, non si ha ben chiaro - o quantomeno, io non l'ho percepito - quale direzione avrebbero voluto dare alla pellicola, e con quale spirito hanno deciso di portarla sullo schermo. Good time non presenta tanto una mancanza "caratteriale", quanto di intenti che hanno reso grandiosi titoli ascrivibili alla stessa categoria come il già citato Mean Streets o il più recente Victoria.

- Pur lasciandolo sedimentare per diversi giorni, emotivamente non pare essere rimasto granchè, e forse la stanchezza che ai tempi della visione mi suggerì di riprenderlo il giorno successivo non fu così determinante nel considerarlo in qualche modo incompleto.

- I Safdie, nonostante le incertezze, meritano comunque la possibilità di crescere e di farsi conoscere, considerato che, seppur non perfettamente riuscito, Good time è un film che in molti si sognano di portare sullo schermo anche all'apice della loro carriera: l'importante è che non si perdano come i loro protagonisti, o come registi usciti da background simili inesorabilmente smarritisi lungo la strada come Dito Montiel.



MrFord



 

martedì 18 settembre 2018

Come un gatto in tangenziale (Riccardo Milani, Italia, 2017, 98')




- Considerata l'avversione che di norma nutro per il Cinema italiano recente, è curioso non solo che una commedia di questo tipo arrivi al Saloon, ma anche che finisca per piacermi non poco, risultando una delle più brillanti, malgrado qualche concessione di troppo nel finale, degli ultimi anni, in barba ad altri titoli made in Terra dei cachi più celebrati.

- La coppia Albanese/Cortellesi funziona a meraviglia, e i due, per quanto macchiettistici, si trovano alla perfezione nei loro ruoli che, risate a parte, svolgono anche una funzione sociale, e stimolano riflessioni certamente attuali ed importanti.

- Non potrà certo eguagliare i tempi d'oro della Commedia all'italiana, ma Come un gatto in tangenziale si adatta a quella che è la realtà attuale sia a livello umano che sociale, senza dimenticare classici senza tempo come il rapporto tra genitori e figli, le esperienze formative e la capacità di superare i propri pregiudizi.

- Esilaranti quasi tutti i siparietti che vedono il milanese trapiantato a Roma composto, colto e preciso di fronte alla vita "da strada" di Bastogi, quartiere al limite della periferia romana: nel corso delle disavventure di Albanese alla scoperta del mondo verace del fidanzatino della figlia non ho smesso un secondo di ridere.

- La piccola parte di Claudio Amendola, tamarro oltremisura e molto fordiano nel look che questo vecchio cowboy sfoggia in estate tra tatuaggi, canotta, pantaloncini e ciabatte, è un vero spasso, e culmina con una delle battute più folgoranti della stagione: al "Sono astemio" di Albanese risponde "Suca". Già cult.

- Personalmente, ho parteggiato per tutto il film per la parte sguaiata figlia dei bassifondi, annoiandomi a morte nei salotti radical pur riconoscendo che, alla fine, ed è questo il bello del film, tutti noi abbiamo difetti sociali e culturali, a prescindere dalle origini e dalla preparazione, e come per tutto il resto, sta a noi decidere se pilotarli o farci guidare da loro.

- La dose di retorica del finale abbassa di poco la resa del film, che comunque funziona, sensibilizza, diverte e tocca corde che a tutti i livelli, dai fighetti pieni di soldi ai tamarri di periferia, fanno parte delle emozioni umane più comuni.

- Potremo pensare di essere troppo avanti o troppo indietro, invidiare o essere invidiati, pensare che è meglio lottare per come si è che avere il culo parato o viceversa, ma che in fondo la cosa migliore è sempre vivere ed avere esperienza delle cose sulla propria pelle. Anche e soprattutto di difetti e differenze. Anche se una storia può durare quanto un gatto in tangenziale.



MrFord



mercoledì 29 agosto 2018

The Wailing (Hong-Jin Na, Corea del Sud/USA, 2016, 156')




- Per anni ho inseguito questo lavoro di Na, già apprezzatissimo da queste parti per il buon The yellow sea e lo strepitoso The Chaser, sponsorizzatissimo da mio fratello e da amici appassionati. Forse le aspettative sono una bestia più brutta di quanto abbia sempre pensato.

- Una premessa di questo tipo potrebbe far pensare che The Wailing non mi sia piaciuto, o si tratti di un'opera deludente: niente di più sbagliato. Questo film è una bomba che esplode progressivamente e si fa ripensare con il tempo, regala al pubblico almeno due sequenze pazzesche, quella del rito sciamanico che ricorda l'Herzog più visionario mescolato a Jodorowsky ed il confronto finale che ancora oggi mi fa venire la pelle d'oca, mescola alla grande terrore ed ironia. Eppure mi è parso sia giunto come "in ritardo".

- Considerato che sul mercato italiano e occidentale Na è praticamente un semisconosciuto rispetto a suoi conterranei più noti come Joon-ho Bong giunti qualche anno prima un'opera come questa, nonostante il suo innegabile valore, perde qualcosa per coinvolgimento ed originalità rispetto ad altre che trattano temi simili - come la Famiglia, la Paura, l'impossibilità di sapere quale sia davvero la verità -, su tutti The Host, che a più riprese mi è tornato alla mente nel corso della visione.
In un certo senso, e paradossalmente, mi pare che la stessa cosa che potrebbe far amare The Wailing, ovvero nascere per un pubblico che mastica di Cinema, sia la stessa che potrebbe penalizzarlo, perchè se si ha una certa familiarità con l'approccio coreano alla settima arte, risulterà certo poco "rivoluzionario".

- Nonostante l'apparente povertà della produzione, Na conferma comunque che la capacità di creare suggestione non è commisurata al denaro: il dialogo del detective protagonista con la figlia posseduta o passaggi come la comparsa della donna fuori dalla stazione di polizia sono degni di film horror in grado di far stringere le chiappe anche ai duri o presunti tali.

- Molto interessante in termini sociali e culturali è osservare la differenza incredibile tra la Corea che identifichiamo con Seoul, i treni ad alta velocità e la vita "all'occidentale" e quella delle realtà rurali che paiono lontane anni luce e decenni da tutto quanto appena elencato. Notevole anche la riflessione sul ruolo dello "straniero" e dello "sconosciuto", che si mescola alle sensazioni che la visione provoca rispetto ai concetti di sospetto e timore che serpeggiano minuto dopo minuto.

- Se, dunque, nonostante i sentieri lastricati d'oro che mi hanno accompagnato alla visione The Wailing mi sia parso "solo" un gran bel film, avete voglia di conoscere l'approccio coreano alla settima arte o più semplicemente trovarvi di fronte ad una pellicola ironica ma anche terrificante non abbiate paura: quello di Na è "solo" un gran bel film.


MrFord



 

martedì 24 luglio 2018

Sherlock - Stagione 4 (BBC, UK/USA, 2017)






Ai tempi della sua uscita in bluray, fu un ex collega e caro amico a regalarmi la prima stagione di Sherlock, quasi per caso, colpito favorevolmente da una fortuita visione e ben conscio della mia passione per il grande e piccolo schermo: ricordo che quella stessa stagione rimase in attesa mesi - e forse di più - prima di passare sugli schermi del Saloon e dare inizio ad un recupero di quelle che nel frattempo erano diventate tre annate nell'arco di pochissime settimane per uno dei prodotti più sorprendenti, ben recitati e scritti del panorama britannico e non solo.
Era inevitabile, considerata la qualità e la carriera in rampa di lancio dei suoi protagonisti - soprattutto un sempre fenomenale Benedict Cumberbatch - che si cominciasse a pensare ad una sua conclusione, e ci si potesse confrontare con un inevitabile calo nella resa complessiva: questo quarto giro di giostra, in qualche modo, unisce le due cose.
Perchè se da un lato consacra la leggenda di una coppia di personaggi - letterari e cinematografici - indimenticabili, Sherlock Holmes ed il suo fido compagno John Watson, dall'altro mostra per la prima volta il fianco ad una certa stanchezza rappresentata principalmente dall'episodio uno, senza dubbio il peggiore dell'intera saga dedicata a questa versione moderna del detective figlio della penna di Conan Doyle, ed una lentezza che a tratti rende la visione piuttosto ostica, quantomeno se paragonata a quella degli esordi: certo, la penna di Steven Moffat  è quella di un vero asso della sceneggiatura - ne è la prova della splendida seconda puntata -, le performance attoriali di alto livello, il gioco dell'epilogo avvincente, eppure le prime crepe in questa solidissima costruzione cominciavano a notarsi, e da questo punto di vista va fatto sicuramente un plauso alla produzione per aver intuito che, soprattutto quando si parla di serial di qualità, è sempre meglio chiudere in modo da lasciare un bel ricordo nel pubblico piuttosto che sputtanare quanto di buono è stato creato in precedenza, perchè purtroppo alla fine l'audience finirà per ricordare soltanto quello - esempi lampanti, in questo senso, Dexter e True blood -.
Riflessioni sui massimi sistemi del piccolo schermo a parte, però, varrebbe la pena di ricordare questa stagione di chiusura di Sherlock per la lezione che è in tutto e per tutto il già citato episodio centrale, dalla figura inquietante e quasi horror del serial killer "di potere" - simile a molti capi di stato purtroppo vivi e vegeti in tutto il mondo - agli straordinari twists orchestrati da Sherlock Holmes, folle, strafatto e sarcastico come e più del solito: se questa serie è stata celebrata ed amata così profondamente, negli ultimi anni, diventando un piccolo cult, è merito di una dovizia di particolari e di un talento come quelli che hanno generato una "puntata" di quel calibro.
Certo, partire da una base come quella dei residenti di Baker Street può apparire facile, ma non sempre solide fondamenta giustificano grandi costruzioni: mentre questo Sherlock, indubbiamente, lo è stato. E sono grato a tutti i suoi autori, così come alle storie che ha portato sullo schermo, per avermi lasciato un ricordo vivo ed intenso, di quelli che, un giorno o l'altro, mi porteranno ad incrociare di nuovo le strade di questi due incredibili protagonisti.
Proprio a partire da quel bluray.
E sono convinto che sarà semplice amarlo ancora una volta.
Anzi, elementare.



MrFord



 

martedì 10 aprile 2018

About Elly (Asghar Farhadi, Iran/Francia, 2009, 119')





Il recente recupero dell'altrettanto recente Il cliente di Asghar Fahradi, erede della grande tradizione del Cinema iraniano da sempre amato da queste parti, ha risvegliato nella memoria di questo vecchio cowboy la presenza ormai da anni nel vecchio hard disk di casa Ford di About Elly, opera prima del futuro regista di Una separazione pronta a far conoscere il talento di quest'ultimo dietro la macchina da presa come da scrivere al resto del mondo della settima arte.
In questa sorta di anomalo thriller umano vengono gettati tutti i semi di quelli che saranno i lavori del successo e della maturità del regista: dalla tensione costante all'evento scatenante e più terribile tenuto fuori campo, dalle incomprensioni tra uomo e donna alle tensioni sociali, dalle gioie ai dolori che una vita vera, vissuta, sincera e "di strada" possa regalare fino a giungere alle casualità che inneschiamo con atti apparentemente senza importanza e che, inesorabilmente, finiscono per segnare le nostre vite.
La vicenda del gruppo di amici protagonista, nata come un divertente weekend in cui rilassarsi e tornare ragazzini anche quando si ha già una famiglia e divenuta un vero e proprio incubo, scopre i nervi di tutti i personaggi, toccati chi per paura, chi per orgoglio, chi per chiusura e chi, semplicemente, ha finito soltanto per trovarsi nel posto sbagliato e nei giorni sbagliati, come nella peggiore delle storie di cronaca: Fahradi, come dimostrerà ancor più profondamente in seguito, si prende il tempo per tratteggiare tutti i membri del gruppo, bambini compresi, lasciando che il realismo spinga l'audience a sentirsi così vicina a loro da avere la sensazione di trovarsi nello stesso posto, domandandosi perchè sia accaduto quello che accade, e per quali ragioni, a volte, le buone intenzioni lastrichino davvero la strada per l'inferno.
Interessante, in questo senso, l'evoluzione dei rapporti tra i personaggi come gruppo e come singoli a seguito dell'incidente accaduto a Elly, membro aggiunto della comitiva che passa dall'essere l'attrazione ed il centro della curiosità ad un elemento oscuro, responsabile dell'ondata di guai piovuti sulla tranquilla gita di un gruppo di famiglie in "fuga" dalla città.
Certo, il livello di maturità del regista non è ancora lo stesso dei lavori che l'hanno portato al successo, e forse il minutaggio è al limite, eppure non si avverte un calo di tensione per tutte le due ore della visione, e come di consueto con le sue opere si finisce con la sensazione del boccone amaro che, in quanto parte della vita, finisce per essere inevitabile da mangiarsi, prima o poi, o di tanto in tanto.
Del resto non troviamo mai il bianco ed il nero, una ragione o un torto assoluti, da Elly al suo fidanzato passando per ognuno dei componenti del gruppo, uomini o donne, adulti o bambini: abbiamo solo una tragedia che si consuma e logora chi ha assistito, inerme, alla stessa.
Il Destino, del resto, è un predatore feroce, e l'Uomo non è forte abbastanza da affrontarne le conseguenze senza che le stesse cambino la sua percezione del mondo e delle cose: anche chi apparentemente riesce a gestire tensioni e pesi senza che le spalle cedano porta nel cuore un punto di rottura che, inesorabilmente, lo stesso Destino troverà il modo di portare allo scoperto, non fosse altro che per alzare la posta.
E per alcuni, a volte, quella posta è un prezzo troppo alto da pagare.



MrFord




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