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martedì 31 dicembre 2019

Ford Awardss 2019: i film (N°10-1)


Come da tradizione, ormai, per l'ultimo dell'anno, arriva al Saloon la top ten dedicata ai dieci film migliori - tra quelli usciti in sala e, ovviamente, passati su questi schermi - del duemiladiciannove ormai più che agli sgoccioli: chi raccoglierà il testimone di Chiamami col tuo nome? E ci saranno sorprese in grado di far discutere, o quantomeno mettere il qui presente contro Cannibal come è giusto che sia? Speriamo proprio di sì.

MrFord


N°10: LA FAVORITA di YORGOS LANTHIMOS

La favorita Poster

Lanthimos, che qualche anno fa mi lasciò a bocca aperta con Dogtooth, ormai da tempo approdato al grande circuito cinematografico, è uno dei pochi autori di nicchia a non aver perso la sua potenza alla corte della grande distribuzione: La favorita, con uno stile quasi kubrickiano, racconta quanto la Guerra, che si tratti di campo aperto o di letti e lenzuola, di duelli o sotterfugi, non lascia vincitori, ma solo vinti. Una parabola di passione e classe.


N°9: THE OLD MAN AND THE GUN di DAVID LOWERY

Old Man & the Gun Poster

Tratto da una storia vera ed interpretato dal fordiano ad honorem e vecchio leone Robert Redford, The old man and the gun è una di quelle storie semplici e dirette in pieno vecchio stile a stelle e strisce, che unisce la classicità ad una passione ed una voglia di libertà e ribellione quasi come se si fosse tornati alla rivoluzione cinematografica made in USA degli anni settanta.
Diretto e corposo come un bourbon d'annata, è un gioiellino di quelli che, una volta incontrati, non si dimenticano.


N°8: THE RIDER - IL SOGNO DI UN COWBOY di CHLOE' ZHAO

The Rider - Il sogno di un cowboy Poster

Con ogni probabilità, The Rider è uno dei film più clamorosamente fordiani mai girati, intriso della malinconia delle grandi occasioni perdute ed incorniciato dagli spazi sconfinati del cuore degli States. Ispirato alla storia vera di Brady Jandreau, anche protagonista, racconta la vita di una star del rodeo dopo un incidente che gli è quasi costato la vita.
Accanto a lui la desolazione di luoghi persi "tra il nulla e l'addio" e vite che, semplicemente, di fronte alle uniche strade - perdersi o rischiare tutto -, finiscono per essere schiacciate. Struggente.


N°7: VICE - L'UOMO NELL'OMBRA di ADAM MCKAY

Vice - L'uomo nell'ombra Poster

Alla spalle l'ottimo La grande scommessa, Adam McKay torna sul grande schermo per raccontare l'eminenza grigia che sostenne l'operato certo non memorabile - almeno in positivo - di George W. Bush, il Presidente degli anni che resteranno indissolubilmente legati al ricordo dell'Undici Settembre. Interpretazione pazzesca di Christian Bale, sceneggiatura ad orologeria, capacità di raccontare anche un personaggio di dubbia caratura morale mostrandone, comunque, l'umanità: e tra le infinite sfumature di grigio che la stessa porta in dote, si finisce addirittura per uscire affascinati da qualcuna di esse.


N°6: GREEN BOOK di PETER FARRELLY

Green Book Poster

Vincitore del Premio Oscar come miglior film e giunto su questi schermi con tutte le cautele che di solito uso quando affronto materiale, per l'appunto, "da Oscar", Green Book mi ha conquistato come uno di quei titoli che diventano Classici con il tempo, e che quando si incrociano per caso in televisione non si può fare a meno di guardarli e gustarseli come fosse la prima volta.
Un'altra storia vera legata ad un'insolita amicizia diventa un confronto profondo tra due uomini diversi eppure in grado di trovare una parte di se stessi nell'altro, interpretati straordinariamente da Viggo Mortensen e Mahershala Ali.


N°5: TOY STORY 4 di JOSH COOLEY

Toy Story 4 Poster

Cogliendomi di sorpresa - per una volta, rispetto ad un lavoro targato Pixar, ero molto scettico della necessità di un quarto episodio delle avventure di Woody e Buzz -, Toy Story 4 ha rappresentato una delle sorprese più belle ed emozionanti della stagione cinematografica, una storia legata ai concetti di amicizia, maturazione, crescita personale, passaggi di testimone che ha provocato un pianto ininterrotto di Julez praticamente dall'inizio alla fine, introdotto nuovi charachters a dir poco perfetti - Forky e i due pupazzi della giostra sono indimenticabili, così come l'antagonista Gabby Gabby, che per sfaccettature e profondità supera perfino l'orso Lotso del numero tre - e reso ancora grande una serie che pareva aver detto tutto, e invece ora mostra di avere ancora di più da dire e dare.


N°4: C'ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD di QUENTIN TARANTINO

C'era una volta a... Hollywood Poster

Il duemiladiciannove ha segnato anche il ritorno del ragazzaccio di Knoxville, Quentin Tarantino, che prosegue nel suo personale progetto di riscrivere la Storia attraverso il Cinema portando il pubblico nella Hollywood di fine anni sessanta, sfruttando due personaggi di finzione inseriti in un contesto reale che prevede omaggi e riferimenti come da grande tradizione del padre di Kill Bill.
Forse è meno immediato o potente di altri lavori del regista, ma acquista spessore con il tempo, regala un Brad Pitt in grandissimo spolvero ed una manciata di sequenze da antologia, su tutte il fantastico finale, pronto ad entrare nell'Olimpo della produzione tarantiniana di sempre.
Il vecchio Quentin, insomma, è sempre lui. E a noi va benissimo così.


N°3: DOLOR Y GLORIA di PEDRO ALMODOVAR

Dolor y gloria Poster

Alle spalle anni di produzioni altalenanti, Almodovar torna alla ribalta con un lavoro come sempre legato a doppio filo alla sua storia personale che pare aver recuperato la verve e la potenza dei suoi tempi migliori, regalando lampi di grandissimo Cinema ed emozioni pulsanti.
Il Pedrone, intellettualmente ed emotivamente parlando, si mette a nudo regalando probabilmente la parte della vita ad un attore che lui stesso aveva lanciato quando era solo un giovane spagnolo di belle speranze, Antonio Banderas, che ripaga il suo regista con un'interpretazione pazzesca e sentita giustamente premiata a Cannes.
Se cercate un film, o un modo di fare film, che trasmetta passione ed emozione, Dolor y gloria potrebbe essere il titolo perfetto.


N°2: IL TRADITORE di MARCO BELLOCCHIO

Il traditore Poster

A sfiorare il gradino più alto del podio giunge in un film italiano, testimonianza del fatto che, dopo Chiamami col tuo nome dello scorso anno, forse la nostrana settima arte mostra segnali di ripresa dopo anni passati a vivacchiare - male - ed accontentarsi: Marco Bellocchio, del resto, è un Maestro, nonchè autore, almeno per quanto mi riguarda, di uno dei tre titoli più importanti del panorama del Bel Paese degli ultimi vent'anni - Vincere, nello specifico -, uno di quelli che vanno quasi sempre a botta sicura.
E Il traditore, che ripercorre la storia del pentito più noto alle cronache, Tommaso Buscetta, è l'ennesima conferma del valore del suo autore: prima che alle vicende e alla Storia, la pellicola si concentra sull'Uomo, e, come in Vice, sul fatto che anche il peggiore che possa incrociare il nostro cammino potrebbe nascondere qualche lato in grado perfino di affascinare.


N°1: PARASITE di BONG JOON HO

Parasite Poster

Ed ecco il trionfatore dei Ford Awards 2019.
Da quando fece la sua comparsa su questi schermi, spinto dalla Palma d'oro vinta a Cannes e da recensioni entusiastiche qui nella blogosfera, ho avuto da subito l'impressione che la vittoria di quest'anno sarebbe andata ad una vicenda che riporta al posto che merita Bong Joon Ho, che in Corea ha sempre realizzato pellicole splendide e che nella sua trasferta americana è incappato negli unici due passi falsi della sua carriera, Snowpiercer e Okja.
Il tema della Famiglia di nuovo centrale e trattato con profondità commovente, un uso della musica perfetto, una sceneggiatura che è un gioiello, un finale da brividi a completamento di un film che ha numerosi passaggi da brividi.
Ci fossero venti film come questo all'anno, decidere come assegnare un premio sarebbe un dilemma devastante. Una bomba totale.


I PREMI

Miglior regia: Bong Joon Ho, Parasite

Miglior attore: Antonio Banderas, Dolor y gloria

Miglior attrice: Olivia Colman, La favorita

Scena cult: la festa di compleanno, Parasite
 
Miglior colonna sonora: C'era una volta a Hollywood

Premio "leggenda fordiana": Forrest Tucker, The old man and the gun

Oggetto di culto: il forchetto, Toy Story 4

Premio metamorfosi: Christian Bale, Vice - L'uomo nell'ombra
 
Premio "start the party": le istruzioni date al padre per ottenere il lavoro, Parasite

Premio "be there": la Hollywood dei favolosi anni settanta, C'era una volta a Hollywood

lunedì 19 agosto 2019

White Russian's Bulletin


Si torna - purtroppo - dalle vacanze e con il rietro alla quotidianità riemerge anche il Bulletin, pronto a portare in dono titoli che, appena prima della partenza, nel corso delle due settimane da spiaggia e nei primi giorni a casa dei Ford hanno animato - in misura ovviamente diversa - le serate del Saloon. In questo primo giro di giostra mi occuperò di tutto quello passato su questi schermi nei primi giorni di agosto e di mare, mentre lunedì prossimo sarà la volta di tutto quello che ha accompagnato il vecchio cowboy e la sua ciurma dalle onde alla più o meno cara e vecchia Pianura Padana una volta ancora.


MrFord



DOLOR Y GLORIA (Pedro Almodovar, Spagna, 2019, 113')

Dolor y gloria Poster

Sono da sempre un ottimo fan del Pedrone, un regista che, ai tempi della sua esplosione - parliamo ormai della Spagna sicuramente non di aperte vedute di trenta e più anni fa - fu senza alcun dubbio e a suo modo rivoluzionario, e che negli anni è riuscito a regalare molte perle al pubblico e alla critica: nel corso delle ultime stagioni, però, il suo nome - nonostante per quanto mi riguarda Julieta fosse valido - non ha mai fatto gridare al miracolo, tanto che io stesso ho finito per attendere diversi mesi prima di approcciare Dolor y gloria, che pure a Cannes era stato ottimamente accolto.
Fortunatamente, per lui e per noi, questo suo ultimo lavoro è senza dubbio una delle cose migliori dell'estate - e forse non solo -: sentito, molto emotivo ed emozionante - la sequenza del teatro con la rappresentazione della vita del regista è meravigliosa -, recitato alla grande dal vecchio protetto del Pedrone, Antonio Banderas, premiato nella succitata Cannes e ancora una volta in grado di mostrare quanto in realtà sia stato sottovalutato negli anni - Mulino Bianco a parte -, in grado di portare una volta ancora sullo schermo i temi cari all'autore - il rapporto con la madre, i dolori della crescita, quelli della povertà e del successo, gli eccessi e le cadute - prendendo ciò che Almodovar aveva raccontato in ottimi lavori come La mala educacion e Tutto su mia madre e portandoli, forse per la saggezza dell'età, ad un altro livello.
Questo è il Pedro che, ai tempi di Donne sull'orlo di una crisi di nervi e Carne tremula imparai ad amare, e questo è il Pedro che qualunque amante del Cinema non può che amare. 
Finale stupendo.




THE PRODIGY - IL FIGLIO DEL MALE (Nicholas McCarthy, USA/Canada, 2019, 92')

The Prodigy - Il figlio del male Poster

L'estate è sinonimo di horror, e come da buona tradizione in casa Ford abbiamo cercato di recuperarne qualcuno per rendere più leggere le ultime serate prima della partenza e le prime di vacanza: questo The Prodigy, gemellino di Brightburn per tematiche, svolgimento e finale, come il succitato presenta grossi difetti e ottime idee, che mescolati forse non portano al miracolo - anzi, per nulla - ma senza ombra di dubbio consegnano al pubblico un prodotto quantomeno interessante, lontano dalle schifezze che di norma vengono distribuite in sala specialmente nei mesi estivi, che più che far rabbrividire o saltare sulla sedia sconvolgono per la loro pochezza.
Anche in questo caso, e torniamo alle assonanza con Brightburn, si parla di famiglia, di possessione - anche se da un'altra angolazione -, di una potenza smisurata consegnata, se così si può dire, all'approccio e alla mente fragile e ad un tempo pericolosa di un ragazzino: buoni colpi di scena, e buone basi. Speriamo che il regista possa migliorare ancora.




LA BAMBOLA ASSASSINA (Lars Klevberg, USA/Canada, 2019, 90')

La bambola assassina Poster

Per restare nell'ambito degli horror estivi e soprattutto e per fortuna degli horror estivi che a loro modo sorprendono in positivo ecco il reboot del supercult - per gli amanti del genere - La bambola assassina, che all'inizio degli anni ottanta non solo originò un franchise decisamente fortunato ma regalò ai fan uno dei charachters più spassosi e divertenti mai creati, Chucky.
Il lavoro di Klevberg, nonostante, come per Brightburn e The prodigy non si parli di qualcosa di miracoloso, risulta molto godibile ed interessante per la gestione di Chucky e l'introduzione di una variante rispetto alle origini dello stesso: quella che, infatti, ai tempi era una maledizione guidata da un rituale magico operato da un serial killer e che conduceva l'anima dello stesso nel corpo senza vita del giocattolo qui è - cosa decisamente innovativa e interessante - una modifica di un chip voluta da un operaio sfruttato e licenziato.
Un'attualizzazione, dunque, in grado di mostrare che dalla realtà effettiva si possa passare ai film di questo tipo con molta più facilità di quanto non si possa pensare, e proprio a partire dalla realtà - più spaventosa di qualsiasi film di paura - si possa costruire qualcosa di abbastanza inquietante.




DOMINO (Brian De Palma, Danimarca/Francia/Italia/Belgio/Olanda, 2019, 89')

Domino Poster

De Palma è un altro dei vecchi leoni del Cinema americano che ho sempre particolarmente amato, in grado di unire una tecnica prodigiosa a quell'inquietudine nata dal voyeurismo che ricorda tanto Hitchcock: negli anni il buon Brian ha avuto una carriera piuttosto altalenante, fatta di cose molto interessanti ed altre assolutamente trascurabili.
Quando ho approcciato Domino, nonostante la freddezza nell'accoglienza, ho contemporaneamente sperato che si potesse trattare di un titolo appartenente alla prima categoria: peccato che, tecnica a parte, l'ultimo lavoro del regista sia un lento sprofondare in un baratro di logica, ridicolaggine e melò al limite dell'imbarazzo, e dallo script - pessimo, sinceramente non capisco come De Palma possa essersi fatto conquistare dal fascino delle motivazioni dietro il terrorismo in Europa - alla recitazione - Coster Waldau è ai minimi storici - nulla se non la fotografia e l'occhio del regista riescono a salvare una barca che pare nata e costruita per affondare.




BERSAGLIO DI NOTTE (Arthur Penn, USA, 1975, 100')

Bersaglio di notte Poster

Fortunatamente, a risollevare le sorti del thriller d'autore su grande schermo dopo il fallimento di De Palma, è giunto nel corso delle vacanze e su consiglio di mio fratello il mitico Arthur Penn, che grazie ad uno dei suoi lavori meno noti, un noir d'investigazione in pieno stile Marlowe con un Gene Hackman d'eccezione, ha riportato al Saloon il gusto per questo tipo di narrazione e prodotto.
Una vicenda a tinte fosche, storie d'amore destinate a fallire o, comunque, ad avere poche possibilità di sopravvivenza, scenari perfetti per la stagione - California e Florida - ma un'oscurità nascosta in piena luce del sole, grande ritmo, dialoghi serrati, un'anima loser di grande impatto.
E dalle parti in cui pare quasi di sentire lo scoramento dentro ed il sudore sulla pelle ad altre - come il confronto finale in mare - in cui la tensione e l'azione si incastrano alla perfezione, tutto funziona e rende l'idea di quanto il Cinema di genere, se realizzato con idee, talento e carattere, possa continuare ad impartire anche a distanza di decenni lezioni memorabili.


giovedì 16 maggio 2019

Thursday's child



Nuova settimana di uscite, nuova puntata della rubrica a tre, e nuovamente una Sonia che viene a fare visita a questo vecchio cowboy ed al suo rivale finto giovane Cannibal non più Kid da un pezzo.
Non mancheranno, oltre alle omonimie, anche le consuete schermaglie e le possibili sorprese, le classiche sparate cannibalesche e le possibili intuizioni fordiane. E neanche i gatti, mi sa tanto.



MrFord


"Se Cannibal vuole ricattarmi con questa foto, allora per lui si prospettano tempi più bui di quelli che lo aspetterebbero uscendo una sera con Ford!"

Dolor y Gloria

"Me l'avevano detto di non uscire a bere con Ford: questo hangover mi passerà tra un mesetto!"
Sonia: Quindi mi state dicendo che Banderas ha tradito Rosita, la gallina del mulino bianco per ritornare sul grande schermo? Tra l'altro ho anche sentito dire che lui insieme a Penelope Cruz, l'altra protagonista del film, è una delle "muse" ispiratrici del regista Pedro Almodóvar... Curiosi di vedere il film? Personalmente io e i film spagnoli non andiamo molto d'accordo...
Cannibal Kid: ¿Qué tienes Sonia contra el cine español? (grazie Google Traduttore)
Devo dire che pure io non sono mai stato un enorme fan del cinema spagnolo però, dopo La casa de papel, la mia fiducia nei prodotti provenienti dalla terra iberica è cresciuta parecchio. Pure con i film di Pedro Almodóvar non ho un rapporto troppo stretto, ma ho trovato molto bello e sottovalutato il suo ultimo Julieta e sono parecchio fiducioso in questo suo nuovo lavoro, la storia di un regista in declino. Che sia autobiografico?
Presto è in arrivo anche la versione 2.0 con Banderas nei panni di Ford, che racconterà la storia di un blogger in declino. E tranquilli, non mancherà di fare un cameo pure Rosita.
Ford: Almodovar è un signor regista che nel corso della sua lunga carriera ha regalato davvero grandi film. Negli ultimi anni è apparso molto appannato, ma con il recente Julieta pare aver ripreso la vena dei tempi migliori, dunque direi che questo Dolor y gloria potrebbe sorprendere in positivo, rispolverando uno dei primi attori feticcio del Pedrone, il fordinano Banderas.
Dunque avanti così, con tanto dolor per Cannibal e tanta gloria per Ford.

John Wick 3: Parabellum

"Effettivamente il metodo di Ford per girare nel traffico fa risparmiare tempo!"
Sonia: Il titolo sembra quasi una delle formule magiche di Harry Potter ma invece si tratta del terzo capitolo del film d'azione che vede come protagonista l'anima di Matrix, Keanu Reeves.
In genere amo i film d'azione ma a quanto pare i primi due capitoli mi sono sfuggiti... Ma è possibile stabile una taglia di 14 milioni solo per aver infranto una regola fondamentale, ovvero uccidere una persona all’interno dell’Hotel Continental?
Cannibal Kid: Io in genere odio i film d'azione e il primo John Wick è una splendida (si fa per dire) rappresentazione di tutto ciò che non sopporto di questo tipo di pellicole. Zero trama, niente fantasia, recitazione a livelli cagneschi (senza offesa per il cane sacrificato nel film) e solo tante sparatorie, inseguimenti e altre cazzate simili. In altre parole: roba da Ford. Già mi sono risparmiato il secondo, figuriamo se guardo il terzo.
Ford: il primo John Wick era una figata stratosferica, un giocattolone che rispecchiava alla grande lo spirito degli action anni ottanta. Peccato che con il secondo capitolo gli autori se la siano un pò menata rovinando l'atmosfera e dunque anche l'hype del sottoscritto per il numero tre, che non attendo con particolare impazienza. Riuscirà il buon Keanu a farmi ricredere?

Attenti a quelle due

"Anche tu sei in hangover? Non sarai uscita con Ford e Banderas!?"
Sonia: Sinceramente questo è uno di quei film che se mi capitano per sbaglio mentre faccio zapping con il telecomando bene, altrimenti non ci spreco neanche un centesimo per vederlo al cinema.
Cannibal Kid: Una commedia scacciapensieri scema con Anne Hathaway e Rebel Wilson?
A-DO-RO.
Questo è il classico film che tutti i finti macho come Ford fingono di schifare, per poi scappare in cucina di nascosto a guardare mentre lavano i piatti. E finiscono pure loro per A-DO-RA-RE.
Ford: attenti a quei due potrebbe essere un film che racconta le peripezie di recensori di Cannibal e Ford, e in quel caso potrebbe essere anche interessante correre a vederlo. Ma non è questo il caso. Dunque eviterò come la peste prendendomi molto più volentieri l'appellativo di finto macho.

Unfriended: Dark Web

L'immagine del tipico lettore di Pensieri Cannibali.
Sonia: Qualcuno ha detto Horror? Eccomi qui in prima fila con le mie amate Popz Choco, certo ultimamente non è che questi horror siano così di impatto, infatti ormai mi spavento di più quando vedo il mio gatto fissare il nulla... li sì che da un momento all'altro mi aspetto che spunti uno spirito o qualche entità malefica... tra l'altro, anche se aprirete il mio laptop troverete tanti di quei file misteriosi che non vi basteranno mesi per ricollocarli ehehe...
Cannibal Kid: File misteriosi? A cosa si starà riferendo Sonia? È la nuova Julian Assange che sta per smascherare qualche segreto di stato, o sta semplicemente parlando di video porno?
Comunque... avevo visto il primo Unfriended del 2014 e me l'ero goduto abbastanza. Un horrorino cretino, ma tutto sommato coinvolgente. Peccato che adesso, cinque anni più tardi, il sottogenere dei thriller-horror tutti ambientati davanti allo schermo del computer abbiano stufato quasi quanto Ford che si lamenta di come è desolato il mondo dei blog negli ultimi tempi. Anche se a dirla tutta in questo caso non ha tutti i torti. Che sia ora di fare un giro sul Dark Web, dove magari c'è un po' più di movimento?
Ford: filmettino horror di quelli buoni giusto per i pusillanimi del calibro di Cannibal. Preferisco guardare nel vuoto come uno qualsiasi dei gatti di Sonia, di Peppa o dei miei, che andare a recuperarlo.

Bangla

"Ford, Cannibal: siete licenziati!"
Sonia: Prima regola del Fight Club ehm Islam: la castità prima del matrimonio!
In questo scontro/incontro di culture in terra "santa", Torpignattara, quartiere multietnico di Roma avremo il piacere di conoscere Phaim. Curiosissima di vederlo.
Cannibal Kid: Pure io sono curioso di vedere questo Bangla, visto che sembra affrontare un tema in teoria pesante come quello dell'integrazione e dell'incontro/scontro tra culture, con un piglio leggero. Quasi da romcom indie statunitense. Una visione che si preannuncia come un incontro/scontro tra il radical-chicchismo cannibale e il panesalamesimo fordiano. Insomma, i botti sono garantiti!
Ford: i botti e le botte, mi sa. Film che sulla carta potrebbe essere la sorpresa della settimana. Speriamo non risulti essere troppo cannibale!

domenica 24 dicembre 2017

Ford Awards 2017: quello che non vedrete nelle sale italiane



Un altro appuntamento che attendo sempre con molta impazienza è quello con la classifica dedicata ai dieci migliori titoli che, nel corso dell'anno, sono passati sugli schermi del Saloon ma non nelle sale italiane: nelle scorse edizioni dei Ford Awards è capitato anche che i vincitori di questa categoria fossero, a conti fatti, i migliori a tutti gli effetti - vedasi Mud o Swiss Army Man - per il sottoscritto, dunque l'hype per questa decina finisce per essere sempre piuttosto alto.
Peccato che il trend negativo del grande schermo si sia specchiato anche qui, tanto da costringermi ad inserire al decimo posto un titolo che ai tempi avevo bottigliato soltanto per non lasciare "monca" la chart, scegliendo per il suo autore e principalmente perchè si è trattato di un film in grado quantomeno di far discutere.
Ecco dunque i titoli protagonisti di questa seconda decina dei Ford Awards.


N°10: OKJA di JOON-HO BONG

 


Ad aprire la decina un titolo che, se fosse stato un anno più ricco, senza dubbio non avrei selezionato: certo, il tema è interessante e fa discutere, Bong è un regista notevole - anche se i suoi ultimi due lavori non mi hanno affatto convinto -, Netflix si conferma una realtà dalle potenzialità enormi, eppure Okja, continuo a pensarlo, avrebbe potuto essere molto più grande.


N°9: SECURITY di ALAIN DESROCHERS

 


Consigliato dal mio fratellino Dembo, Security è un thriller d'azione di quelli vecchia maniera, con un Banderas scatenato ed un incedere che riporta alla mente cose notevoli come Nido di vespe o le pietre miliari di Carpenter. Certo, la caratura è diversa, ma per una serata da rutto libero è una delle cose più divertenti che ho visto quest'anno.

N°8: THE BELKO EXPERIMENT di GREG MCLEAN



Il film che mi ha fatto mancare ancora meno il fatto di avere un lavoro.
Dal regista dei due Wolf Creek, una sorta di favola nera sociale che sconfina nello splatter dai risvolti molto più profondi di quanto non possa sembrare, orchestrata come un terribile gioco ad eliminazione che in qualche mente deviata di capitani d'industria potrebbe addirittura prendere forma.


N°7: 1922 di ZAK HILDITCH

 


A prescindere dalle singole valutazioni, è stato davvero un buon anno questo, per il Re del brivido Stephen King: accanto al più freddo Il gioco di Gerald, sempre Netflix ha presentato questo 1922, una favola nerissima legata al concetto di senso di colpa dalle atmosfere da America rurale che qui al Saloon hanno una corsia preferenziale. Thomas Jane bravissimo.


N°6: THE BABYSITTER di MCG


Uno degli instant cult più goduriosi dell'anno, in grado di mescolare il ritmo di Edgar Wright e lo scanzonato approccio anni ottanta: citazioni a raffica, grande divertimento, sangue a fiumi, spirito da Goonie ed un bacio saffico che resterà nella Storia. Mitico.
Dritto dal Sundance giunge uno dei titoli più sorprendenti dell'estate fordiana, in grado di mescolare l'approccio indie, il pulp anni novanta, i Coen e la lotta degli outsiders per rimanere a galla. 
Malinconia ed esplosioni di violenza per una delle piccole chicche più interessanti dell'anno.

 
N°4: COLUMBUS di KOGONADA


Giunto su questi schermi sospinto dai pareri entusiasti dei radical - su tutti quello del mio rivale Cannibal Kid - accompagnato da presagi di tempesta di bottigliate, il lavoro di Kogonada, con i suoi tempi lunghi ed una disarmante sincerità e voglia di raccontare una storia di crescita e superamento del dolore mi ha preso il cuore sottovoce. Da vedere.

 
N°3: RAW - UNA CRUDA VERITA' di JULIA DUCOURNAU
Altro titolo che, stando alle premesse, avrebbe dovuto assumere le sembianze dell'apoteosi radical, e che invece si è rivelato carne e sangue, pancia e cuore.
Il viaggio della giovane protagonista all'interno di se stessa e degli istinti predatori è uno degli esperimenti più riusciti della stagione. Avercene.

 
N°2: WIND RIVER di TAYLOR SHERIDAN




L'Hell or high water di quest'anno. In un'atmosfera invernale stupenda ed una cornice che sarebbe piaciuta tanto a Clint, un noir malinconico e terribile che racconta di padri e figli, di crolli e di lenta ricostruzione. Commozione, intensità, voglia di calore e tanta rabbia. Una bomba.


N°1: A GHOST STORY di DAVID LOWERY
Il vincitore del Ford Award dei non distribuiti di quest'anno è una piccola gemma che mi ha fatto ricordare i tempi in cui Malick realizzava grandi film, e passare per la testa i viaggi mistici di Gaspar Noè.
L'amore e la morte visti attraverso chi se n'è andato, una sorta di versione ultra autoriale di Ghost che ci fa rimbalzare tra passato, presente e futuro alla ricerca di quel pezzo di noi stessi che ci definisce, e che a volte sta nel cuore di un altro.


MrFord
 
I PREMI

 
Miglior regia: David Lowery per A ghost story
Miglior attore: Thomas Jane per 1922
Miglior attrice: Haley Lu Richardson per Columbus
Scena cult: il bacio tra Samara Weaving e Bella Thorne, The Babysitter
Fotografia: Wind River
Miglior protagonista: Bee, The Babysitter
Premio "lo famo strano": Raw - Una cruda verità
Premio "ammazza la vecchia (e non solo)": la Belko per The Belko Experiment
Migliori effetti: Raw - Una cruda verità
Premio "profezia del futuro": A ghost story

martedì 14 novembre 2017

Security (Alain Desrochers, USA, 2017, 88')





Ho sempre provato una simpatia notevole, per Antonio Banderas.
Sarà che, dagli esordi come pupillo di Almodovar in pellicole decisamente impegnate alle chicche da neuroni zero come Two much, passando per gli action targati Rodriguez o le ultime scorribande accanto a Stallone e ai suoi Expendables, l'ho sempre trovato non solo credibile, ma decisamente easy e guascone quanto basta per evitare la sensazione di essere qualcuno pronto a menarsela: figuratevi, finisce per risultarmi divertente anche negli spot del Mulino Bianco.
Quando, credo agli inizi dell'estate, il mio fratellino Dembo mi parlò di questo film, decisi di dedicarmi al recupero nonchè alla visione nel corso di una serata di quelle da divano e rutto libero che di norma finiscono per ricaricarmi al termine di giornate particolarmente impegnative, e devo ammettere che ancora una volta l'attore spagnolo è riuscito nel suo intento.
Aiutato da un'atmosfera da assedio che ha riportato alla mente del sottoscritto gli echi del Carpenter di Distretto 13 o del sottovalutato - e fortissimo - Nido di vespe, questo Security finisce per diventare un piccolo miracolo dell'action dal budget ridotto dell'ultimo anno, una piccola chicca che gli appassionati del genere non dovrebbero perdersi, a prescindere da quanto telefonata possa essere: lo scontro tra Banderas reduce dell'esercito alla ricerca di un lavoro qualsiasi - una parentesi molto attuale quella della richiesta del protagonista di un impiego anche al "minimum wage" - ed i suoi colleghi abituati alla routine da centro commerciale ed un Ben Kingsley nella sua versione villain spalleggiato da un piccolo esercito di professionisti è pane per ogni appassionato della materia, ben gestita dal regista e pronta ad intrattenere come è giusto che questo tipo di proposte facciano, dalle evoluzioni del protagonista spaccaculi ai problemi dello stesso che divengono il motore per superare qualsiasi difficoltà.
Interessante anche lo sviluppo in pieno stile da horror survival dei comprimari del protagonista, nonchè la presentazione decisamente inquietante degli uomini del suo rivale, almeno in principio in grado di apparire quasi come dei veri e propri mostri anche grazie ad un look che riesce a farli sembrare, più che un gruppo di sicari militarmente addestrati, come una banda di selvaggi usciti dritti dal deserto australiano di Mad Max.
Pur se implausibile, molto divertente anche l'utilizzo in pieno stile McGiver degli oggetti a disposizione nei negozi del centro commerciale da parte dei guardiani capitanati da Banderas, così come i momenti più tamarri come quello legato all'utilizzo del mezzo messo in palio dal centro stesso, una sorta di incrocio tra una moto ed un quad.
Certo, i datori di lavoro di un gruppo di sicari pronti a farsi sgominare - pur con fatica - da cinque guardie disarmate - almeno al principio - non saranno certo contenti, ma il tutto funziona nel suo essere un bel giocattolone action, e consegna all'audience uno dei Banderas più cazzuti che ricordi, oltre ad un'ora e mezza di sano, puro intrattenimento a neuroni zero con assedio compreso nel prezzo, proiettili a profusione e botte da non fare invidia alcuna ai classici anni ottanta.
Finale positivo compreso.
Cosa volere di più, per una serata in pieno stile Saloon?




MrFord




 

lunedì 18 luglio 2016

Saloon's Bullettin #1


E' davvero curioso, oserei dire rilassante, iniziare a scrivere questa rubrica "corale" dopo anni di post quotidiani strutturati e precisi.
E devo ammettere anche di essermi goduto non poco questa prima settimana da "part time", libero dal quasi obbligo di vedere più film possibili per tenere il passo con il blog, o di scrivere la recensione prima che la memoria cominci ad impedire di andare oltre la decina di righe, soprattutto per i titoli che hanno finito per non coinvolgere particolarmente, prendendomi serate senza programmi, in famiglia o semplicemente passate rilassando il cervello tra PES ed Uncharted 4 - so che ormai sarà luglio, ma quando scrivo queste righe siamo ancora sul finire di maggio -.
Questo nuovo corso, però, non intacca la passione per il grande e piccolo schermo del sottoscritto, come sempre pronto a godersi una visione "sicura" o sperimentare in territori inesplorati: in questo senso ha esordito sugli schermi del Saloon House of cards, incensatissima produzione Netflix che seziona l'ambiente politico USA sorretta da una splendida coppia di protagonisti in forma smagliante, Kevin Spacey e Robin Wright, prodotta da David Fincher - che ne firma il pilota -, confezionata impeccabilmente e nonostante un argomento non propriamente popolare da queste parti in grado di catturare dal primo all'ultimo episodio. 
A stemperare il tono serioso e le ombre dei corridoi del potere, un main charachter sornione e figlio di puttana a mille al quale, però, è impossibile non affezionarsi, anche grazie all'ottima idea di renderlo parzialmente metacinematografico e pronto al dialogo con il pubblico attraverso l'occhio della macchina da presa (tre bicchieri).
Una certezza, invece, è stata il recupero di Assassins, pellicola che trasuda anni novanta firmata da Richard Donner entrata a far parte dell'operazione iniziata a cavallo tra i Globes e gli Oscar che sta vedendo il sottoscritto recuperare tutti i film con protagonista Stallone che ancora, per un misterioso motivo o per un altro, non avevo ancora visto: con Banderas a fare da spalla al mitico Sly ed un'insolita e giovane Julienne Moore nel ruolo della bella da salvare di turno, il film diverte e scorre, ma senza dubbio non è certo memorabile neppure per un fan hardcore di Sly come il sottoscritto, patendo tantissimo la cornice nineties e l'usura del tempo, oltre ad una mancanza generale di ironia che ingessa soprattutto il Silvestrone, che ai tempi non doveva aver ancora capito l'importanza delle risate anche negli action (un bicchiere e mezzo).
Una piacevole sorpresa, invece, è stata Daddy's Home, commedia da padri più o meno fighi e più o meno presenti per tutta la famiglia con protagonisti Marc Wahlberg e Will Ferrell, che in coppia, così come ne I poliziotti di riserva, funzionano e divertono sempre parecchio.
Il confronto tra il patrigno preciso e sempre pronto ad ascoltare ed aiutare ma impacciato e sfigatone ed il padre naturale supercool, palestrato, in grado di compiere qualsiasi impresa e dell'incontro tra i lati positivi e negativi degli stessi, per quanto ovviamente risibile da un punto di vista prettamente cinematografico, è piacevole e godibilissimo, pronto a regalare almeno tre o quattro passaggi già cult al Saloon ed un finale - che spero conduca ad un sequel - con apparizione di John Cena che vale da sola la visione.
Padri, figli, tamarrate e pane e salame. Non potrei chiedere di meglio (due bicchieri).





MrFord


sabato 23 aprile 2016

Ti va di ballare?

Regia: Liz Friedlander
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 118'






La trama (con parole mie): Pierre Dulaine, insegnante di danza abituato agli ambienti di classe del ballo da sala, viene a contatto con la dura realtà dei giovani cresciuti nelle periferie più degradate, abituati a sopravvivere alla meglio e a difendersi dal mondo con le unghie e con i denti.
Convinto di poter fare la differenza, l'uomo decide di farsi avanti con la preside di uno degli istituti più "difficili" dal punto di vista della gestione degli alunni, lo stesso dove studia un ragazzo che Dulaine ha visto di persona vandalizzare un auto: quando, quasi senza speranza, Augustine James - questo il nome della preside - decide di accettare l'offerta di Pierre di insegnare danza agli studenti del doposcuola destinato alle punizioni, non saprà di aver dato inizio ad un progetto destinato a lasciare il segno nella storia delle istituzioni scolastiche newyorkesi.












So già cosa state pensando: se Ford si è ridotto a postare recensioni di titoli legati alla danza deve essere invecchiato forte o ubriaco forte.
Effettivamente, occorre ammettere di essermi imbattuto nella visione di Ti va di ballare? - come di consueto, terrificante adattamento italiano dell'originale Take the lead, ispirato alle reali vicende dell'insegnante di danza Pierre Dulaine - totalmente per caso, nel corso di una delle mitiche cene dalla suocera Ford - sempre pronta a sfamare alla grandissima anche una cavalletta come il sottoscritto - con film in sottofondo a fare numero: eppure, sarà perchè Banderas mi è sempre stato e sempre mi starà simpatico o per la sorpresa che fu, tempo addietro, Battle of the year, non ho trovato affatto terribile - nell'ambito di questo genere, e di un livello comunque ben lontano da quello delle produzioni di qualità - il lavoro di Liz Friedlander, incentrato sul ruolo che Dulaine ebbe rispetto al "recupero" dei ragazzi problematici delle scuole più "toste" di New York negli anni novanta, incentrato sull'insegnamento della danza e sulla focalizzazione del ballo di sala, che nel passato recente anche i cinefili più navigati hanno avuto modo di sperimentare sulla pelle grazie all'ottimo Il lato positivo.
L'unione, dunque, della volontà di riscatto dei ragazzi, della condizione di outsiders degli stessi, della costruzione del rapporto maestro/allievo - spassosi passaggi come l'esibizione di tango di Dulaine e della sua ballerina che convince la maggior parte dei reticenti maschietti della classe, tra i quali spicca l'indimenticato Dante "Rufio" Basco, a dedicarsi con maggiore interesse all'argomento - e del racconto della vita negli istituti più problematici della Grande Mela - quasi come se The Principal incontrasse i teen movies soft degli Anni Zero - ha fatto il resto, a braccetto con la cucina della suocera Ford e ad un ottimo White Russian preparato come di consueto a fine cena dal sottoscritto.
Per il resto, sarei quantomeno ipocrita ad affermare di essere rimasto schifato, considerato che, tutto sommato e pur essendo praticamente un tronco di sequoia quando si tratta di ballare, ho trovato il ritmo della pellicola gradevole ed il lavoro perfetto come sottofondo per passare una serata con chiacchiera libera e passaggi di gioco intensivo con il Fordino: certo, non andrei avanti a titoli di questo genere come se nulla fosse, o li sostituirei ai tanto amati film action perfetti per staccare il cervello, ma di tanto in tanto ho finito per rivalutare perfino questo tipo di proposte: segno di un deterioramento cerebrale a seguito delle sbronze potenti o di un precoce segnale del destino che mi attenderà tra qualche anno, quando la più piccola di casa Ford entrerà nella fase adolescenziale da balla che ti passa.
Sempre che non riesca, nel frattempo, a convertirla al wrestling ed ai calci rotanti.
In quel caso, mi dispiace per Banderas, ma non ci sarà trippa - o ballo - per gatti.




MrFord





"Oh, don't you dare look back.
Just keep your eyes on me."
I said, "You're holding back, "
She said, "Shut up and dance with me!"
This woman is my destiny
She said, "Ooh-ooh-hoo,
Shut up and dance with me."
Walk the Moon - "Shut up and dance" -






domenica 12 luglio 2015

Two much - Uno di troppo

Regia: Fernando Trueba
Origine: USA, Spagna
Anno: 1995
Durata: 118'





La trama (con parole mie): Art Dodge è un giovane gallerista nonchè ex pittore ispano-americano che vive di espedienti a Miami con il vecchio padre, sbarcando il lunario vendendo opere alle famiglie di persone appena defunte.
Quando, nel corso di un tentativo di "vendita" che potrebbe finire molto male incappa nella ricca e fresca di divorzio Betty, la sua vita cambia: la donna, impulsiva e sopra le righe, decide che sarà lui il suo terzo marito, e decide di bruciare le tappe spingendo Art verso l'altare.
L'ex artista, già poco convinto, finisce per innamorarsi della sorella intellettuale di Betty, Liz: per poterla conquistare, però, considerata l'aperta ostilità che quest'ultima nutre per lui, Art inventa di punto in bianco un gemello appena arrivato dalla Spagna che riporta in superficie il suo talento di pittore.
Come finirà il doppio incastro?








Tra i guilty pleasures che nel pieno degli anni novanta dell'adolescenza io e mio fratello consumammo nel videoregistratore, titoli che avremmo quasi disconosciuto nel periodo appena successivo, dedicato quasi esclusivamente a Classici e film d'autore, spicca senza dubbio Two much, commedia romantica di grana grossa con protagonista il Banderas degli anni d'oro che da tempo e considerata la bella - e disimpegnata - stagione avevo intenzione di recuperare qui al Saloon.
Penso fossero indicativamente quindici - se non addirittura venti - gli anni passati dall'ultima visione delle disavventure sentimentali e non solo di Art Dodge, eppure devo ammettere che, pur conoscendo a memoria il lavoro di Trueba, ho finito per godermelo e divertirmi come fosse la prima, con tutti i limiti del caso ed i passaggi decisamente troppo facili che questa pellicola regala: momenti, inoltre, come il primo incontro tra Art e Liz nella doccia, la fuga dagli sgherri di Gene/Danny Ajello in compagnia degli arzilli vecchietti amici del padre - grandissimo, come sempre, il mitico Eli Wallach -, il rimbalzare da una stanza da letto all'altra delle due sorelle ed il finto faccia a faccia nel giorno del matrimonio con un Banderas ipergiogioneggiante - e sempre simpatico, devo ammetterlo, qualsiasi sia il suo "volto" - sono riusciti a strapparmi risate genuine e sincere, quasi l'affetto per questo titolo fosse tornato a galla proprio grazie alla sua leggerezza.
Lo scambio di persona e la commedia degli equivoci, del resto, se sfruttati a dovere riescono sempre a fare il loro, in quest'ambito, e l'idea di giocarli come fossero jolly in una commedia romantica funziona anche quando non ci si trova all'interno del caotico triangolo dei protagonisti - spassosi i siparietti che vedono Art tentare di convincere il padre, non sempre lucidissimo, della reale esistenza del suo gemello Bart -, e fanno tornare a mente almeno al sottoscritto le capriole ed i conseguenti incasinamenti nati dai tentativi di far coesistere due o più storie in contemporanea, e senza fratelli gemelli fasulli a complicare le cose.
Solidarietà maschile, dunque, per il buon Banderas/Art, che preda dell'istinto e della capacità di generare guai tipica di un certo tipo di uomini finisce per prendere i benefici ma anche tutti gli svantaggi - e le ferite - che la situazione comporta, nonostante, ovviamente, per questo tipo di prodotti è sempre previsto un salvagente conclusivo che possa permettere a tutti di vivere felici e contenti come nelle migliori favole.
Ma poco importa di questo e di tutti gli altri limiti della pellicola: tornare a gustarmela è stato come rivedere un vecchio amico dopo troppo tempo, farsi quattro risate, una bella bevuta e tanti saluti, senza troppi pensieri.
Ed in bilico tra la cornice di Miami, un'atmosfera molto estiva, doppie conquiste e doppi guai, godersi questo amarcord è stato come fare ritorno in un locale frequentato ai bei tempi e scoprire che quel mojito veicolo di molteplici sbronze continua ad avere lo stesso dolce e piacevole sapore.



MrFord



"Sometimes mister I feel sunny and wild 
lord I love to see my baby smile 
then dark clouds come rolling by 
two faces have I ."
Bruce Springsteen - "Two faces" - 




venerdì 3 aprile 2015

Spongebob - Fuori dall'acqua

Regia: Paul Tibbit
Origine: USA
Anno:
2015
Durata: 92'





La trama (con parole mie): approfittando della lotta che vede protagonisti Plankton e Krusty Krab, un diabolico pirata dedito a raccontare storie ai gabbiani ruba la formula segreta per la realizzazione dei Krubby Patty, alimento principale della popolazione di Bikini Button, per farne un piatto vincente sulla Terra. A questo punto il curioso e colorato mondo in fondo al mare si trasforma in una vera e propria versione dell'Apocalisse, e mentre la popolazione impazzisce a causa della mancanza degli stessi Krubby Patty, Spongebob ed i suoi amici, insieme all'avversario Plankton, dovranno fare fronte comune per cercare di capire chi si cela dietro la sparizione della formula e fare tutto quello che è in loro potere per recuperarla: perfino giungere per la prima volta sulla terraferma con superpoteri donati da un delfino spaziale e lavorare come un team.








Prima della visione di Spongebob - Fuori dall'acqua, conoscevo lo spugnoso personaggio solo grazie al successo della sua serie animata ed al culto - apparentemente assurdo ed immotivato - che alcuni nerd alternativi professavano proprio in riferimento al giallo e scombinato charachter.
Ora, alle spalle quest'esperienza assolutamente unica e surreale, posso dire di comprendere i motivi di tale curiosa ed insolita passione: Spongebob e la sua truppa sono, infatti, protagonisti di una storia e di un mondo attraversato da sprazzi di assoluta genialità, surrealismo ed assurdità assortite che non è possibile descrivere o rendere al meglio senza averle vissute sulla pelle dalla prima all'ultima.
Senza dubbio il lavoro di Paul Tibbit non è per tutti, a partire dai più piccoli - che probabilmente non coglieranno tutte le sfumature, le citazioni, i giochi metacinematografici messi in scena dall'allegra brigata marina capitanata dalla spugna più famosa del piccolo e ora anche grande schermo - fino al pubblico adulto - che in parte bollerà questo coloratissimo trip come robetta da bambini, errore che ho commesso anche io in principio, ed in parte troverà assolutamente ridicoli e grotteschi alcuni passaggi, se non la maggior parte -: eppure, riuscendo ad andare oltre le difficoltà che offre una visione assolutamente grottesca dal primo all'ultimo fotogramma, ci si trova di fronte ad una vera e propria chicca, un instant cult che mescola la fascinazione dei cartoni animati di natura disneyana, l'ottovolante dopato degli anni ottanta senza risparmiare per questo colpi proibiti neanche fossimo centrifugati attraverso i nineties, gli action e gli anni zero insieme.
A fare da collante nonchè parafulmine trash del tutto un Banderas pronto a gigioneggiare sbeffeggiando Jack Sparrow che è una vera chicca, simbolo della rinascita degli ultimi anni - nonostante i tristissimi spot del Mulino Bianco - dell'attore spagnolo, attivo su più fronti e pronto a sperimentare anche cose insolite come questa: ma i veri protagonisti sono Spongebob e i suoi, esilaranti in ben più di un momento ed in grado di condurre per mano il pubblico attraverso sequenze a dir poco strepitose come il viaggio all'interno del cervello dello stesso Spongebob intrapreso dal suo "nemicoamico" Plankton, un trip psichedelico allo zucchero filato con tanto di strepitosa citazione di Shining che pare essere uscito dal Terry Gilliam dei tempi migliori.
E proprio ripensando al regista di Brazil, effettivamente l'approccio di Tibbit e di questa divertentissima e caotica avventura pare proprio quello che guidò, ormai trent'anni or sono, i Monty Phyton, sempre in bilico tra divertissement puro, intrattenimento a trecentosessanta gradi ed una certa satira sociale che nessuno si preoccupa di celare più di tanto.
Una visione, dunque, che a conti fatti rappresenta una delle sorprese più gradite di questo inizio anno, una rivelazione in tutto e per tutto che a questo punto mi costringe ad un approfondimento rispetto a Spongebob e soci, personaggi irresistibili e caricaturali in grado di far riflettere anche nei momenti di più sbragato nonsense neanche fossero i Simpson dei tempi d'oro: se, inoltre, a questo si aggiungono un paio di riferimenti pittorici notevoli ed un finale action neanche fossimo catapultati in una versione molto, molto caricaturale degli Avengers, il gioco è fatto.
Ora voglio anch'io essere parte del team della spugna più gialla di tutti i mari ed ingozzarmi di Krubby Patty come se non ci fosse un domani.




MrFord




"Let's go surfin' now
everybody's learning how
come on and safari with me
(come on and safari with...)"
Beach Boys - "Surfin' safari" - 




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