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sabato 23 aprile 2016

Ti va di ballare?

Regia: Liz Friedlander
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 118'






La trama (con parole mie): Pierre Dulaine, insegnante di danza abituato agli ambienti di classe del ballo da sala, viene a contatto con la dura realtà dei giovani cresciuti nelle periferie più degradate, abituati a sopravvivere alla meglio e a difendersi dal mondo con le unghie e con i denti.
Convinto di poter fare la differenza, l'uomo decide di farsi avanti con la preside di uno degli istituti più "difficili" dal punto di vista della gestione degli alunni, lo stesso dove studia un ragazzo che Dulaine ha visto di persona vandalizzare un auto: quando, quasi senza speranza, Augustine James - questo il nome della preside - decide di accettare l'offerta di Pierre di insegnare danza agli studenti del doposcuola destinato alle punizioni, non saprà di aver dato inizio ad un progetto destinato a lasciare il segno nella storia delle istituzioni scolastiche newyorkesi.












So già cosa state pensando: se Ford si è ridotto a postare recensioni di titoli legati alla danza deve essere invecchiato forte o ubriaco forte.
Effettivamente, occorre ammettere di essermi imbattuto nella visione di Ti va di ballare? - come di consueto, terrificante adattamento italiano dell'originale Take the lead, ispirato alle reali vicende dell'insegnante di danza Pierre Dulaine - totalmente per caso, nel corso di una delle mitiche cene dalla suocera Ford - sempre pronta a sfamare alla grandissima anche una cavalletta come il sottoscritto - con film in sottofondo a fare numero: eppure, sarà perchè Banderas mi è sempre stato e sempre mi starà simpatico o per la sorpresa che fu, tempo addietro, Battle of the year, non ho trovato affatto terribile - nell'ambito di questo genere, e di un livello comunque ben lontano da quello delle produzioni di qualità - il lavoro di Liz Friedlander, incentrato sul ruolo che Dulaine ebbe rispetto al "recupero" dei ragazzi problematici delle scuole più "toste" di New York negli anni novanta, incentrato sull'insegnamento della danza e sulla focalizzazione del ballo di sala, che nel passato recente anche i cinefili più navigati hanno avuto modo di sperimentare sulla pelle grazie all'ottimo Il lato positivo.
L'unione, dunque, della volontà di riscatto dei ragazzi, della condizione di outsiders degli stessi, della costruzione del rapporto maestro/allievo - spassosi passaggi come l'esibizione di tango di Dulaine e della sua ballerina che convince la maggior parte dei reticenti maschietti della classe, tra i quali spicca l'indimenticato Dante "Rufio" Basco, a dedicarsi con maggiore interesse all'argomento - e del racconto della vita negli istituti più problematici della Grande Mela - quasi come se The Principal incontrasse i teen movies soft degli Anni Zero - ha fatto il resto, a braccetto con la cucina della suocera Ford e ad un ottimo White Russian preparato come di consueto a fine cena dal sottoscritto.
Per il resto, sarei quantomeno ipocrita ad affermare di essere rimasto schifato, considerato che, tutto sommato e pur essendo praticamente un tronco di sequoia quando si tratta di ballare, ho trovato il ritmo della pellicola gradevole ed il lavoro perfetto come sottofondo per passare una serata con chiacchiera libera e passaggi di gioco intensivo con il Fordino: certo, non andrei avanti a titoli di questo genere come se nulla fosse, o li sostituirei ai tanto amati film action perfetti per staccare il cervello, ma di tanto in tanto ho finito per rivalutare perfino questo tipo di proposte: segno di un deterioramento cerebrale a seguito delle sbronze potenti o di un precoce segnale del destino che mi attenderà tra qualche anno, quando la più piccola di casa Ford entrerà nella fase adolescenziale da balla che ti passa.
Sempre che non riesca, nel frattempo, a convertirla al wrestling ed ai calci rotanti.
In quel caso, mi dispiace per Banderas, ma non ci sarà trippa - o ballo - per gatti.




MrFord





"Oh, don't you dare look back.
Just keep your eyes on me."
I said, "You're holding back, "
She said, "Shut up and dance with me!"
This woman is my destiny
She said, "Ooh-ooh-hoo,
Shut up and dance with me."
Walk the Moon - "Shut up and dance" -






lunedì 16 febbraio 2015

Whiplash

Regia: Damien Chazelle
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
107'





La trama (con parole mie): il giovane e promettente batterista Andrew, figlio di un professore di liceo intenzionato a diventare un grande della musica jazz, affronta la sfida più importante della sua vita quando, al primo anno di una delle più prestigiose scuole di New York, viene selezionato per l'orchestra della stessa da Fletcher, il professore più temuto dell'istituto, un uomo noto per il suo temperamento esplosivo e per i metodi decisamente militari.
Salito alla ribalta grazie ad una casualità, Andrew si trova dapprima ad essere l'astro nascente dell'orchestra e ad abbandonare ogni legame che lo possa distrarre dalla musica, dunque vittima prescelta di Fletcher, in bilico tra la crisi e l'abisso.
Un drammatico incidente - dentro e fuori la scena - allontanerà il ragazzo dalla batteria e dall'ambiente per qualche mese, prima che l'incontro con lo stesso ex insegnante apra di nuovo le porte del jazz ad Andrew: come andrà il suo ritorno dietro casse e pedali?








C'è stato un momento della mia vita - coincidente, grossomodo, con il passaggio tra il quarto ed il quinto anno delle superiori -, in cui scrivevo ogni giorno, cercando di mettere tutto me stesso nella pagina che avevo di fronte: una cosa che continuo a fare ancora oggi, giorno più, giorno meno, soprattutto grazie al blog, ma senza dubbio portata avanti con un approccio differente.
Ai tempi ero un vero stronzo, speravo che le mie storielle da adolescente finissero sempre entro il mese perchè vedevo molti miei amici prodigarsi per un regalo allo scoccare del fatidico primo "versario", trattavo la maggior parte delle persone che avevo attorno con supponenza e ritenevo grandi le stronzate che buttavo sulla carta, neanche fossi un novello Rimbaud o cazzate di questo genere.
E mi sentivo come Andrew in un momento preciso di Whiplash.
Quello in cui il suo ex insegnante Fletcher dichiara di non aver mai avuto un Charlie Parker da tramutare in Bird.
E tu, che te lo senti dire, pensi ancora di esserlo.
In questo senso, il film di Damien Chazelle descrive molto bene il rapporto tra insegnanti ed allievi e tra genitori e figli - la figura del padre dello stesso Andrew, delineata solo sullo sfondo, risulta di gran lunga la più profonda ed interessante della pellicola -, e riesce a fotografare molto bene - oltre allo stesso prodotto, confezionato davvero alla grande nella sua parte tecnica - la sensazione che si accarezza quando, all'inizio della propria vita - perchè, di fatto, gli anni dell'adolescenza e quelli appena successivi sono solo il principio del viaggio che si compie nel mondo -, si pensa di essere più speciali degli altri, soprattutto se si accarezzano sogni di natura artistica.
Per quella che è stata la mia esperienza personale posso dire che è senza dubbio vero che alcuni di quelli che sacrificano tutto - ma proprio tutto - finiscono per raggiungere il successo ambito, ma che non sempre il prezzo da pagare vale quello stesso successo: la discussione a tavola di Andrew con i parenti a proposito di Charlie Parker è emblematica, in questo senso.
Vent'anni fa avrei detto che sarebbe stato meglio morire attorno ai trent'anni circondato dall'aura di genio assoluto, ora penso che non c'è genio che tenga, o opera immortale che compensi la sensazione che provo quando il Fordino mi sorride, o mi abbraccia, o quando si va a prenderlo al nido, e gli si illumina il viso appena ci vede.
Del resto, all'epoca avrei odiato un insegnante come Fletcher - bravo J. K. Simmons, anche se non così miracoloso come mi è capitato di leggere in giro -, tanto quanto avrei amato un Keating: la verità è che nessuno dei due è un buon insegnante, e nessuno dei due sarà mai in grado di fare quello che un insegnante ha il compito di fare, quasi come fosse un padre.
Proteggere i suoi allievi.
Non tanto da lui, o dalla materia di studio, quanto dal mondo attorno, che non regala niente a nessuno, neppure ai cosiddetti "grandi".
Tanto Fletcher forza la mano rischiando di tarpare le ali ai talentuosi più fragili, tanto Keating rischia il tutto per tutto illudendo anche i non talentuosi di potercela fare.
E la cosa più terribile è che non si arriverà mai ad una soluzione, in questo senso: perchè quello dell'insegnante è un ruolo terribilmente scomodo, una sorta di genitore senza legami affettivi, privo del vantaggio che gli stessi legami di sangue possono portare: l'insegnante è qualcuno del quale possiamo anche fare a meno, nel momento in cui la magia si spezza.
Eppure, allo stesso modo, deve essere presente, e farci sentire quanto sia importante che non si molli, che si dia il meglio, che ci si guardi le spalle per non cadere.
Osservando le cose da questa prospettiva il lavoro di Chazelle non fa una grinza, è tosto e tenace come l'insegnante più interessante o come lo studente più promettente, regge il ritmo e regala anche momenti di ottimo Cinema: eppure, saranno le fin troppo numerose recensioni entusiastiche o la sensazione di aver assistito "soltanto" ad uno sfoggio davvero notevole di tecnica e capacità di avvincere il pubblico, ma non credo di aver avuto di fronte, a conti fatti, un Charlie Parker.
In questo senso c'è un signore che di insegnamenti e rapporti tra padri e figli se ne intende parecchio che, ormai quasi trent'anni fa, è riuscito senza ombra di dubbio a portare sullo schermo non, per l'appunto, lo stesso Charlie Parker, ma Bird.
Quel signore di chiama Clint Eastwood, forse il punto d'incontro migliore tra Keating e Fletcher.
E la cosa curiosa è che, nel corso dell'imminente notte degli Oscar, a vincere non sarà il vecchio cowboy tanto quanto Chazelle, giovane che con ogni probabilità si crede un genio.
Non lo è.
Ma non merita neppure di essere preso a calci.
Quantomeno a priori.
Merita di essere compreso, palleggiato tra un abbraccio ed un rimprovero.
E poi di nuovo nella mischia.
Pronto ad un assolo che potrebbe essere decisivo.




MrFord




"Adrenaline starts to flow
you're thrashing all around
acting like a maniac
whiplash."
Metallica - "Whiplash" - 




sabato 18 ottobre 2014

Fucking Amal - Il coraggio di amare

Regia: Lukas Moodysson
Origine: Svezia, Danimarca
Anno: 1998
Durata: 89'





La trama (con parole mie): in una piccola cittadina svedese, due adolescenti vivono destini diametralmente opposti. Elin è considerata una delle più attraenti e ribelli della scuola, cambia ragazzo senza alcuna fatica, insieme alla sorella non esita a buttarsi in feste ed avvenimenti considerati mondani e sogna di abbandonare il paese.
Agnes, trasferitasi da due anni, ancora fatica ad avere amici, coltiva un rapporto non risolto con i suoi genitori e nasconde al mondo il proprio amore per Elin.
Quando, a seguito di una scommessa e di ripicche adolescenziali tra amici e fidanzati di turno, Elin finge di manifestare interesse per Agnes arrivando a baciarla, si innesca tra loro un rapporto che porterà le due ragazze a rivedere completamente il proprio punto di vista ed il rapporto con il mondo.






Esistono alcuni titoli che è un peccato non poter cogliere nel momento giusto della propria vita di spettatori, quando le sensazioni, la vita e qualunque altra cosa sia in ballo in quell'istante potrebbe rendere l'esperienza unica e speciale: è il caso di Fucking Amal, uscito sul finire degli anni novanta e spesso e volentieri incensato dalla critica alternativa come sguardo unico e diverso nel mondo del Dogma nato in Danimarca pochi anni prima, incentrato sui turbamenti adolescenziali delle giovanissime Agnes ed Elin, così diverse tra loro da finire per esercitare l'una sull'altra non solo un'influenza, ma anche un'irresistibile attrazione.
Con ogni probabilità, infatti, se avessi incrociato il mio cammino con quello del lavoro di Moodysson ai tempi della sua uscita, non ancora ventenne, ora considererei questo come uno dei titoli di formazione cui non si smette mai di voler bene, e che finiscono per occupare un posto speciale nella propria galleria di amarcord emozionale: un vero peccato, dunque, averlo recuperato solo ora, per giunta in occasione della Blog War con la mia nemesi Cannibal Kid - e dunque neppure nelle condizioni migliori, considerato di essere costretto, "per doveri di cronaca e personaggio", a sottolinearne più i difetti che non i pregi -, quando i ricordi dell'adolescenza cominciano a diventare vaghi e la sensazione che, ai tempi, per dirla come Guccini, "si è stupidi davvero", e dunque inesorabilmente destinati a propendere per scelte che in seguito verranno altrettanto inesorabilmente rinnegate.
Ad ogni modo, il lavoro del buon Moodysoon è ben svolto, e seppur tecnicamente non eccelso saggiamente costruito attorno alle due splendide protagoniste, una sorta di sorelline minori delle interpreti del più recente ed incisivo La vita di Adele, nonchè attento a portare in scena una problematica ai tempi ancora poco analizzata come quella dei rapporti omossessuali in età non adulta ed all'interno di uno degli ambiti più crudeli che si possano immaginare: quello della scuola.
In questo senso, più che la più timida e complessata Agnes risulta interessante la ribelle Elin, dal rapporto decisamente non risolto con la sorella a quello con i ragazzi fino al legame costituitosi quasi per caso con Agnes stessa, nato da una scommessa e divenuto uno di quei "dolori" destinati a segnare l'adolescenza e, chissà, forse l'intera esistenza di chi lo vive.
Il vero pregio di questo film è proprio da ricercare nella semplicità attraverso la quale il regista sceglie di raccontare questa improbabile storia d'amore, sia che si parli di girato che di narrazione, quasi come fosse un Ken Loach privo del carico di dramma che, di norma, il cineasta anglosassone porta in eredità al suo pubblico: una scelta che mi trovo a condividere, considerato che, con tutti i suoi alti e bassi, l'adolescenza e quello che la stessa comporta - soprattutto le storie d'amore - dovrebbe essere vissuta come una gioia, perchè nient'altro nel corso della vita avrà, in un certo senso, la stessa intensità e portata.
Peccato che, spesso e volentieri, si è troppo stupidi, per l'appunto, per cogliere questa sfumatura nel momento in cui la si ha tra le mani.
Resta dunque da chiedersi se Elin ed Agnes saranno rimaste insieme, se la prima avrà di fatto scoperto la sua attrazione per le ragazze o se, alla lunga, sarà tornata sui suoi passi spezzando il cuore della seconda, o addirittura il contrario.
Oppure poco importa: quello che conta è che le due ragazze siano uscite da quel bagno, incuranti della neppure troppo sottile crudeltà e della malizia dei compagni di scuola, e abbiano camminato a testa alta verso il loro futuro.



MrFord



"I wanna know what love is
I want you to show me
I wanna feel what love is
I know you can show me."
Foreigner - "I wanna know what love is" -



lunedì 26 agosto 2013

Monsters University

Regia: Dan Scanlon
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 104'




La trama (con parole mie): James Sullivan e Mike Wazowski, prima di diventare un team perfetto di spaventatore e trainer e prima di salvare la Monsters&Co., erano due matricole alla Monsters University, sogno del secondo fin dall'infanzia: ma mentre Sulley, grazie alla stazza e al nome - suo padre fu un famoso spaventatore - pareva avere la strada già spianata, per Mike le cose erano un tantino più complicate.
Per poter giungere ad un risultato importante, infatti, il monocolo verde è costretto a studiare ed applicarsi come il suo grande e grosso rivale non si sogna neppure di fare, finendo per alimentare una sorta di sfida a distanza pronta a portare solo ed esclusivamente guai: quando la loro permanenza all'università è messa in discussione, i due dovranno trovare gli stimoli giusti per allearsi e cercare di raggiungere comunque il successo.





L'argomento sequel - o prequel, che dir si voglia - è sempre piuttosto spinoso per qualsiasi franchise o titolo, soprattutto se gli stessi risultano validi ed interessanti: per quanto sia nota a tutti la magia di cui i Pixar Studios sono capaci, l'idea di un ritorno ai personaggi di Mike e Sulley, protagonisti di quel Capolavoro che fu Monsters&Co., ad oggi forse - con Up! - il mio preferito di questa ex costola Disney ormai divenuta più potente - dal punto di vista artistico - della sua casa madre, probabilmente legato ad interessi economici e di merchandise, non mi metteva esattamente dell'umore da salti di gioia.
Ho dunque approcciato Monsters University con i cosiddetti piedi di piombo, abbassando le aspettative e tenendo come riferimento più Cars 2 - unica, vera, grande delusione pixariana - che non il già citato primo capitolo delle avventure dei nostri due irresistibili mostri: probabilmente è stata una scelta saggia, perchè per quanto evidentemente non all'altezza del precedente capitolo, Monsters University ha costituito una visione divertente e leggera ma ugualmente emozionante e profonda, in grado di coinvolgere e ben disporre i grandi così come i piccini regalando momenti di assoluto e coloratissimo divertimento - una specie di Animal house in versione cartoon - ed un sottotesto decisamente non banale o buonista.
In questo senso, ho apprezzato davvero molto la gestione dei personaggi orchestrata dalla Pixar - rappresentata, in questo caso, da Dan Scanlon alla regia -, dal rapporto di amicizia che lega, inizialmente, più Mike e Randall - nemesi ufficiale di Monsters&Co. - che non lo stesso Mike e Sulley alla mossa certo non pulita che il buon Sulley orchestra - pur se a fin di bene - in modo che l'incontenibile Wazowski possa non uscire sconfitto dai giochi organizzati nel campus dell'università.
Il tutto senza contare una morale in grado di offrire numerosi spunti di riflessione - "Tu non sei spaventoso per nulla, ma non hai paura di niente" - ed una struttura che ha riportato alla mente del sottoscritto il ben riuscito Ralph Spaccatutto, probabilmente il più pixariano film Disney mai uscito insieme a Bolt.
Altro ottimo spunto è costituito dall'esempio tutto a stelle e strisce del "self-made", pronto a farsi il culo in tutto e per tutto e conscio che, prima o poi, quello stesso culo fatto e strafatto porterà ad un qualche risultato importante: sfruttando la travolgente simpatia di Mike Wazowski, perfino qualcosa di così born in the USA risulta interessante e decisamente più costruttivo del classico climax da favola grazie al quale il buono alla fine vince e tutti vivono felici e contenti: in questo caso, infatti, così come non è detto che il buono vinca - o che lo faccia scoprendo doti prima mai pervenute -, è anche probabile che lo stesso incappi in difficoltà e vicissitudini ben più complicate di quelle che ci si aspetterebbe.
Il destino, dunque, di Mike e Sulley rispetto al loro corso di studi e alla futura carriera lavorativa nella Monsters&Co., è gestito più realisticamente di quanto non si possa credere, ed aumenta lo spessore di due dei charachters meglio riusciti del Cinema d'animazione degli ultimi quindici anni: un nato vincente bisognoso di stimoli per tirare fuori il meglio ed un loser fatto e finito in grado come nessun altro di trasformare chi gli sta intorno in un vero e proprio talento mai incompreso.
Un ottimo - ed educativo - punto di vista affinchè non ci si dimentichi mai che spesso una grande squadra è figlia ed opera di un grande allenatore.
E la Pixar, senza dubbio, lo è. Pur portando sulla sua panchina molteplici facce sempre nuove.


MrFord


"The color, the color, the color of your skin don't matter to me
as long as, as long as, long as we can live in harmony
I kinda, I kinda, I kinda, like to be the president
and I could, and I could, and I could show you how your money's spent."
Smash Mouth - "Why can't we be friends" - 


mercoledì 12 settembre 2012

Monsieur Lazhar

Regia: Philippe Falardeau
Origine: Canada
Anno: 2011
Durata: 94'




La trama (con parole mie): quando l'amatissima insegnante Martine si toglie la vita impiccandosi in una classe di una scuola pubblica di Montreal, l'istituto si trova in grave difficoltà rispetto alla sua sostituzione e all'assistenza agli studenti, sconvolti per l'accaduto.
Appresa la notizia dai giornali Bachir Lazhar, immigrato algerino in attesa del riconoscimento del suo status di rifugiato politico che ha perduto la moglie anch'ella insegnante ed i figli in un incendio, si improvvisa docente nascondendo il suo passato da gestore di ristorante e viene assunto: superate le difficoltà iniziali con gli allievi, Lazhar diviene una figura fondamentale per l'assimilazione del dolore dell'intera classe, ma quando la verità sulla sua condizione viene a galla, l'uomo si troverà costretto ad abbandonare l'incarico ricoperto con professionalità e passione.





Non troppi mesi fa, ricordo quanto mi fece incazzare - e quante bottigliate scatenò - Detachment, pellicola che avevo atteso moltissimo firmata da Tony Kaye rivelatasi una delle delusioni più cocenti dell'anno: al centro della stessa era posta la figura dell'insegnante, una delle più importanti con le quali ci si possa confrontare nel corso della propria vita, genitori esclusi.
Il ruolo del docente, infatti, oltre alla responsabilità di affidare agli studenti tutti gli strumenti possibili affinchè gli stessi possano fare meglio del loro maestro, prevede anche l'accettazione di responsabilità considerevoli, dato che ogni scelta potenzialmente sbagliata potrebbe ripercuotersi sui giovani allievi per tutta la durata della loro vita: accanto alla delicatezza di questo compito vi è la triste realtà che vede un numero decisamente esiguo di professori davvero portati per il loro mestiere, in grado di non scaricare frustrazioni o proiezioni distorte sui giovani che hanno di fronte e di traghettare gli stessi ad una nuova età senza troppi colpi ferire.
Monsieur Lazhar, produzione canadese figlia della delicatezza del Cinema d'oltralpe - la vicenda è ambientata a Montreal, nella parte francofona del territorio "cugino" degli States -, riporta sotto i riflettori proprio la figura dell'educatore con una leggerezza di tocco ed una disarmante sincerità da fare impallidire tutte le produzioni pseudo autoriali con ambizioni spropositate e "divineggianti" come il già citato lavoro di Kaye: il suo protagonista, insegnante improvvisato, è un uomo che ha fatto dell'esperienza e della voglia di conoscere ed apprendere due delle sue qualità più importanti - il suo passeggiare nei corridoi della scuola ed i tentativi di ispirarsi al meglio degli altri insegnanti per migliorare la sua inesperienza sul campo hanno qualcosa di quasi magico -, come i suoi studenti segnato da un lutto improvviso e terribile - l'uccisione di moglie e figli in un incendio appiccato dai sostenitori del potere in Algeria - e proprio in memoria di esso e della sua compagna - lei, effettivamente, cresciuta professionalmente all'interno delle istituzioni scolastiche - determinato ad affrontare - e superare - il dolore senza alzare la voce, lottando con grande equilibrio e nel rispetto dell'altro.
E nonostante il valore complessivo della pellicola risulti minore rispetto ad un altro cult del genere come L'attimo fuggente, Lazhar appare come un Keating più equilibrato e dunque meno incline ad esporre - pur se involontariamente - i suoi studenti al mondo e alla sua ingombrante presenza, ad un tempo cosciente del fatto che l'esternazione dei sentimenti - in questo caso la presa di coscienza effettiva della morte della collega che proprio lui ha sostituito, Martine - sia necessaria affinchè la crescita possa comportare un effettivo costuire.
Il rapporto con la piccola Alice - la cui madre è interpretata dall'autrice della pièce dalla quale è tratto il film - è l'esempio perfetto del tatto mostrato dal regista nel raccontare una vicenda intima e toccante, leggera eppure profondamente drammatica, attuale - vengono analizzati aspetti controversi del ruolo, come il non poter neppure sfiorare gli studenti in alcun modo - e magica, che ha nel climax conclusivo e nella fiaba scritta per i suoi alunni da Lazhar il suo picco emotivo e poetico: e nella rottura delle convenzioni, dal rapporto complesso con Simon - che pensa di essere responsabile del suicidio di Martine - e Boris - chiuso in un mutismo al limite dell'autismo - a quell'abbraccio sincero e liberatorio che non ha bisogno di discorsi o autoreferenzialità, c'è tutto il bello di questa figura mitica che tutti i bambini - e non solo - sognano di incontrare.
Quella che vede unite l'autorità dei genitori, la saggezza di un mentore e la presenza di un amico: l'insegnante.


MrFord


"Cause I know the way to break your heart 
the way to tell a lie
like you do
oh yes I know
the way to make you cry
the way to give you doubts
like you do."
Anggun - "Chrysalis" -


martedì 26 giugno 2012

Detachment

Regia: Tony Kaye
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Henry Barthes è un professore supplente di letteratura abituato a muoversi di istituto in istituto, saldo nel suo proposito di mantenere un distacco dagli studenti tale da fornire loro nel modo più equilibrato possibile tutti gli strumenti necessari per affrontare le difficili prove della vita.
Giunto in una nuova scuola sulla quale gravano i problemi dei giochi di potere rispetto alla direzione ed una condotta dei ragazzi praticamente incontrollabile, il giovane insegnante finirà per confrontarsi con le angosce dei suoi alunni, del resto degli insegnanti e di una giovane prostituta che cercherà di redimere in modo da fornirle un'alternativa alla strada.
Il tutto tenendo botta, non senza difficoltà, ai colpi inferti dai fantasmi di una vita senza buoni maestri che non ha lesinato nel segnarlo nel profondo del cuore.





"Ora basta", affermava deciso James Belushi/Rick Latimer nel supercult del trash tardo anni ottanta The principal, deciso a debellare tutto quello che rendeva il disastrato istituto che era stato spedito per i suoi problemi di condotta a dirigere un luogo in cui i giovani studenti si sarebbero persi.
Più o meno, è stato il mio pensiero quando i titoli di coda hanno posto fine alla sofferenza che è stata la visione di Detachment, celebratissimo ed attesissimo - da me per primo - grande ritorno sugli schermi di Tony Kaye, autore di un film che segnò un'intera generazione sul finire degli anni novanta, quell'American history X che, con tutti i suoi limiti, ancora riesce a scuotere il sottoscritto ad ogni visione.
Perchè lo sfoggio di autoreferenzialismo, retorica, arte pretestuosa e demagogia che è questo quasi infinito monologo di un Adrien Brody tornato ad interpretare il suo bollito personaggio depresso dopo l'illusione di ripresa data con il magnifico Dalì di Midnight in Paris volutamente ed insistentemente narrato da Kaye come se fossimo ancora nei magnifici anni dei Cahiers du Cinema, o nel pieno del fermento intellettuale dello stile jazz del primo Cassavetes è una delle delusioni più cocenti e terribili dell'anno, una sviolinata da presuntuosi e presunti grandi saggi della vita e della settima arte venuti a salvare noi poveri stronzi mortali dalle insidie del mondo brutto e cattivo.
Negli anni del mio percorso da studente, purtroppo per il sottoscritto, non ho avuto la fortuna di incontrare un insegnante davvero completo e rispettoso di uno dei ruoli più difficili, impegnativi ma anche appaganti dopo quello del genitore: spesso e volentieri mi sono trovato di fronte individui che, frustrati dalle mancate realizzazioni delle aspirazioni di gioventù, finivano per sfogare gli insuccessi personali esercitando il potere sugli studenti capitati nelle loro mani, senza preoccuparsi di quello che sarebbe stato di loro una volta terminato il percorso didattico - riferimento presente ad inizio pellicola, unico momento davvero promettente del lavoro di Kaye -.
Piccoli uomini e donne, incapaci di comprendere la vera meraviglia del ruolo di educatore: quello di consegnare ai propri allievi tutti gli strumenti possibili affinchè gli stessi possano fare sempre e comunque meglio di quanto abbiamo fatto noi stessi, e non necessariamente seguendo la stessa strada.
Una sorta di passaggio di testimone, una versione ancora più complessa - se possibile - di quello che dovrebbe accadere anche in famiglia.
Ma quasi peggio di tutti loro sono stati i presunti messia dell'insegnamento: personaggi ancora più subdoli, perchè nel loro caso il potere esercitato sugli studenti faceva leva sul fascino che erano in grado di esercitare fingendo una partecipazione ed un interesse che altro non erano se non un massaggio all'ego anche più disturbante di quello dei loro colleghi assetati di potere.
Passato il primo quarto d'ora scarso fino alla conclusione, è come se fossi stato ancora tra i banchi di fronte ad uno di questi ultimi, inebetito dalle fregnacce di un presunto messia, che mi sono sentito. Tanta voglia di stupire, imporre la propria idea, fare in modo che la stessa fosse percepita come migliore delle altre seppur celata dietro il confortante abbraccio del suggerimento.
Pensate con la vostra testa, ragazzi. Leggete, guardatevi attorno.
Ma fatelo sempre e comunque con i miei occhi.
A poco e nulla servono una messa in scena confezionata apposta per i Festival, un cast all star in cui James Caan e Bryan Cranston finiscono per fare le comparse di lusso dando spazio a Sami Gayle e Betty Kaye, brave abbastanza per i ricatti morali che sono i loro due ruffianissimi personaggi, supportati da una sceneggiatura che nel compimento delle vicende di Erica e Meredith trova il punto più alto - o più basso - della sua retorica mascherata da opera d'arte.
Con pellicole di questo genere ci vorrebbe lo Spike Lee dei tempi migliori, da Fa la cosa giusta a La 25ma ora: non si gioca con i ragazzi, i loro destini, le idee che vorresti fossero ancora le tue, perchè sei il primo che vorrebbe essere ancora al loro posto, e viverti tutta la vita con la testa di un adulto.
Loro sono qui per fare molto meglio di quello che abbiamo fatto noi.
E questo Detachment, passatemi il termine duro e piuttosto brusco, mi ha lasciato un sapore amaro in bocca: quello della pedofilia culturale.
Quindi, caro il mio Tony Kaye dell'insegnante buono che però pensa tanto a guardare in macchina e farsi bello scandalizzandosi se una collega dubita di lui, che ha abbracciato una studentessa in lacrime plagiata dal suo modo cool di farla sentire speciale, vaffanculo.
Vaffanculo i disegni da film radical chic del cazzo, il montaggio alternativo, il voler premere sull'acceleratore quel tanto che basta per far rimanere a bocca aperta qualche Giuria che non sa davvero cosa significa stare tra quei banchi.
E mi sa tanto che non lo sai neanche tu.
Fanculo tu ed il tuo sincero patinatismo, o paternalismo che dir si voglia.
Ti rispedisco tra i banchi a suon di bottigliate.
Bocciato.
E chissà che l'anno prossimo, se sarai ne La classe giusta, tu non ti decida ad imparare qualcosa.
O ancora meglio, ad insegnarla.


MrFord


"Well we got no choice 
all the girls and boys
makin' all that noise 
'cause they found new toys 
well we can't salute ya can't find a flag 
if that don't suit ya that's a drag."
Alice Cooper - "School's out" -


 
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