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lunedì 23 febbraio 2015

Cinquanta sfumature di grigio

Regia: Sam Taylor-Johnson
Origine: USA, Canada
Anno:
2015
Durata:
125'





La trama (con parole mie): Anastasia Steele è una studentessa verginella di Letteratura inglese, una ragazza acqua e sapone con la testa a posto, quando la sua coinquilina le chiede di sostituirla per un'intervista a Christian Grey, miliardario magnate delle telecomunicazioni all'apice del successo. Proprio durante quest'incontro di lavoro scatta la scintilla, e Grey cerca, sfoggiando la ricchezza come se fosse un talento, di celare la propria natura di stalker selvaggio.
Una volta superate le barriere poste dalla ragazza, Grey proporrà ad Anastasia un contratto che la vedrebbe accettare di essere la sua schiava sessuale ed eseguire gli ordini del proprio padrone: peccato che la verginella non più tale non sia così ben disposta a siglare il patto, e che l'uomo d'acciaio pronto a dominarla risulti più incline a rimangiarsi i grandi proclami, e quando la rivelazione sul punto di non ritorno delle scelte di Christian verrà fatta, Anastasia potrebbe decidere di lasciarlo definitivamente.
Almeno fino al prossimo film, purtroppo.







Basterebbe un solo passaggio della "sceneggiatura" di questa roba per sottolinearne la pochezza: una doppietta di scene che definire scult suonerebbe riduttivo, grazie alle quali vediamo il protagonista - un uomo da una parola sola, sia chiaro, che non dorme mai con nessuna donna, sia chiaro, e che è irremovibile, inflessibile, qualsiasi cosa vogliate immaginare -ibile, eppure è sempre pronto a scodinzolare per mammina e per la fidanzatina - passare da dichiarazioni come "Io non faccio l'amore. Io scopo. Forte." a "E' l'ora del bagnetto!".
E già sarebbe impagabile.
Peccato che queste cinquanta sfumature di merda, spazzatura letteraria divenuta spazzatura cinematografica nata da una fan fiction di Twilight, abbiano la clamorosa e ridicola durata di centoventicinque interminabili minuti che con il sesso estremo - o anche solo vagamente spinto - e l'eccitazione non hanno nulla a che fare, e che paiono proiezioni pruriginose da Harmony senza ritegno di una qualche casalinga disperata all'interno dei quali, di fatto, si finisce per giustificare uno stalker fatto e finito - il buon Grey - soltanto perchè figo e miliardario.
Sarebbe stato divertente, in effetti, scoprire le reazioni della verginella tutta Letteratura e sguardo basso se a seguirla a scuola, al lavoro e a casa fosse stato un cassaintegrato cinquantenne senza un soldo bucato: una chiamata alla polizia, e tutti a casa.
Certo, è anche vero che il simpatico Mr. Grey è uno spasso mica da ridere, considerate le dichiarazioni di cui sopra, il fatto che possa stupire che un ventisettenne a capo di un impero economico possa aver scopato con quindici donne - ma sul serio!? E' una presa per il culo!? La scrittrice, probabilmente, vive in un mondo popolato da nerd che immaginano una cifra del genere come fosse fantascienza senza sapere che, probabilmente, un Mr. Grey del mondo reale, a quell'età, potrebbe quantomeno essersene ripassate dieci o quindici volte tanto -, che sfoderi elicotteri e macchinoni con autista per rimorchiare e che, sempre in quei famosi centoventicinque minuti, regali l'unico momento di gloria quando dimostra di conoscere molto bene le marche perfette per il Gin Tonic - Hendricks con il cetriolo in guarnizione, Bombay con il lime, complimenti per lo stile -, ma a tutto c'è un limite.
Dunque, la signorina Anastasia, più che perdere tempo con il finto trasgressivo Christian - che la mena per due terzi della pellicola con contratti, clausole, parole salvezza e tutto un campionario da finto dominatore per poi mostrare il suo peggio con qualche frustata come se fosse la cosa più sconvolgente che si possa immaginare - dovrebbe pagarsi un biglietto aereo e buttarsi in una bella nottata con Hank Moody a Los Angeles, in barba alle sfumature e pronta a godersi davvero il lato ludico, divertente e davvero passionale del sesso, che qui pare più grigio del nome del suo main charachter e di tutte le sfumature del titolo.
Non che mi aspettassi nulla di diverso da un abominio in grado di far vomitare anche la cena di natale dell'ottantacinque, ma devo ammettere che Sam Taylor-Johnson ha superato se stesso sfruttando al meglio la pochezza che gli è stata fornita in termini di script, di attori - terrificanti, inespressivi ed imbambolati i due protagonisti -, arrivando a prenotare, consumare e forse anche digerire il primo posto dedicato alla classifica del peggio di fine anno: forse soltanto un Martinelli o qualche orrore inenarrabile potrebbero scalzarlo, ma considerata la media delle schifezze che escono in sala, ci sono già grandi probabilità che Cinquanta sfumature di grigio possa riempire anche tutte e dieci le posizioni del Ford Award in questione.
Un vero e proprio record, dunque, per una vera e propria schifezza.
Ma devo ammetterlo, sono quasi contento di aver affrontato questa visione: perchè quando assisti a questo tipo di spettacoli, riaprire gli occhi e tornare al mondo reale rende più consapevoli di quanto straordinariamente bella sia la vita che ti si schiude davanti agli occhi.
Un mondo colorato, non sempre piacevole, forse, ma senza sfumature.
Senza queste sfumature.
Che lascio volentieri alle loro illusioni di scopare forte e tanto, e ai loro bagnetti.
Ci penserà mammina a rimboccare le copertine e dare tanti bacini alle loro frontine.
La stessa che poi correrà a scrivere l'ennesimo, pruriginoso best seller spazzatura che diverrà un film anche peggiore.




MrFord




"You got me looking, so crazy my baby
I'm not myself lately I'm foolish, I don't do this
I've been playing myself, baby I don't care
baby your love's got the best of me
your love's got the best of me
baby your love's got the best of me
baby you're making a fool of me
you got me sprung and I don't care who sees
cause baby you got me, you got me, oh you got me, you got me."
Beyoncè - "Crazy in love" - 




mercoledì 17 dicembre 2014

Magic in the moonlight

Regia: Woody Allen
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
97'
 




La trama (con parole mie): Stanley, illusionista tra i migliori al mondo sul finire degli anni venti, viene contattato da un suo vecchio compagno, eterno secondo nell'esercizio della professione di mago rispetto a lui, in modo che si rechi al suo fianco nel Sud della Francia, dove una giovanissima medium americana pare stia circuendo un'agiata famiglia nonchè l'erede della fortuna della stessa.
L'uomo, cinico e misogino, accetta l'invito stimolato dalla sfida di poter smascherare l'ennesima truffatrice e dal suo approccio alla vita, assolutamente razionale e distaccato: quando, però, Sophie farà breccia nel suo cuore, le regole del confronto cambieranno, e Stanley si ritroverà a far fronte non solo alla tempesta dei sentimenti, ma anche e soprattutto ad un approccio con il mondo, la vita e la morte decisamente diverso da quello tenuto nel corso della sua intera esistenza.
Sophie si rivelerà davvero in grado di comunicare con gli spiriti? E vinceranno i sentimenti, o la ragione? 








Personalmente, non sono mai stato in guerra allo stesso modo di alcuni - appassionati compresi - con Woody Allen, così come non ho mai pensato fosse il Maestro indiscusso che altri dichiaravano incondizionatamente fosse: ho sempre pensato che il vecchio Woody avesse regalato grandissime perle alla settima arte senza, di fatto, aver mai centrato il bersaglio grosso, scivolando soprattutto negli ultimi anni spesso e volentieri spinto da una sorta di ingordigia cinematografica - penso sia rimasto l'unico tra i grandi registi a far uscire un titolo a stagione - capace di regalare al pubblico schifezze come Vicky, Christina Barcelona o Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, senza contare To Rome with love, forse il punto più basso della carriera del regista.
E' altrettanto vero, però, che con Match point o Midnight in Paris Allen è stato senza dubbio protagonista di prove clamorose, in grado di riportare anche i fan più hardcore ai tempi d'oro della sua produzione: Magic in the moonlight, sua ultima fatica, sinceramente non partiva con il piede giusto, qui al Saloon.
Colin Firth è uno degli attori meno sopportati a questo bancone, l'idea dell'ennesima commedia romantica dai ritmi blandi lontana dagli indimenticabili Io e Annie o Manhattan non faceva che rendermi nervoso, così come il fatto che tutto potesse suonare come una robetta da camera per vecchie signore all'ora del the.
Fortunatamente per il sottoscritto, archiviata la visione posso dirmi sorpreso in positivo, così come affermare che gli anni venti ed affini e le loro ambientazioni - Accordi e disaccordi, Ombre e nebbia, Scoop - non facciano altro che un gran bene a Woody, che senza eccedere o strafare confeziona un titolo garbato e piacevole, una commedia romantica all'interno della quale sono scandagliati i massimi sistemi senza che gli stessi siano presi o troppo alla leggera o caricati di un peso eccessivo: e perfino il tanto detestato Firth, grazie ad un personaggio antipatico quanto vulnerabile, razionale e preciso quanto preda degli istinti, si conferma una scelta azzeccata, funziona così come una davvero imbruttita Emma Stone, che comunque resta uno dei volti più interessanti che si possano sponsorizzare tra le giovani attrici USA.
L'idea del confronto tra l'idea dell'amore e l'applicazione alla vita dello stesso - ben incarnate dai rapporti tra Stanley e Sophie così come da quello dello stesso illusionista con la fidanzata storica - è ben orchestrata e decisamente profonda, così come il continuo schierarsi del protagonista contro l'illusione e l'illusionarietà dei sentimenti, colpevoli di rendere felici così come di complicare senza possibilità di appello la vita di chiunque decida di abbracciarli.
Da istintivo cronico, trovo possa essere davvero limitante vivere un'esistenza lontano da ogni tipo di sentimento o passione, pur se allo scopo di preservarsi e mantenere un logico e sensato equilibrio, eppure nel corso della visione non sono riuscito a non parteggiare per Stanley, messo all'angolo da una trama più complessa di quanto non si possa credere e pronto ad una ribalta - culminata con il colpo di scena della rivelazione del ruolo di Sophie - capace di aprire la strada al confronto con la zia, senza dubbio il charachter più interessante della pellicola e, forse, specchio delle opinioni dello stesso regista, pronto a lasciarsi andare alla magia dell'amore - e a farsi ingannare da essa - quanto a comprendere l'insensatezza insita per Natura nelle scelte di cuore.
Del resto, se non fossimo passionali non avrebbe senso neppure l'illusionismo.
Così come molte altre cose che danno colore e significato ad esistenze altrimenti piatte, noiose e grigie, fatte di stonatissime serenate eseguite con l'ukulele.
Le stelle non sono certo messe dove sono perchè noi le si stia ad ammirare estasiati, quanto per qualche legge fisica e casualità cosmica: eppure guardarle pensandole tutte come desideri inespressi o realizzati finisce per renderle decisamente più brillanti.
E dovremmo davvero ringraziare che sia così.
Un pò come fa Woody Allen con questo suo Magic in the moonlight.




MrFord




"Dancing in the moonlight
everybody's feelin' warm and bright
it's such a fine and natural sight
everybody's dancing in the moonlight."
Van Morrison - "Dancing in the moonlight" -






lunedì 23 settembre 2013

Mystic river

Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno: 2003
Durata:
138'




La trama (con parole mie): Jimmy, Sean e Dave sono tre amici figli della Boston dei quartieri popolari. Un brutto giorno, mentre giocano per strada, vengono approcciati da due finti poliziotti che si portano via Dave, che per quattro giorni attraversa l'Inferno prima di riuscire a fuggire e mettersi in salvo.
Passano vent'anni, e le vite dei tre sono quanto di più diverso possa esserci: Jimmy, boss in erba finito in carcere e rimessosi in riga per doveri da padre, è il gestore di un negozio; Sean è un detective della Polizia di Stato che spera nel ritorno della moglie che lo chiama senza parlare ogni giorno, fuggita da lui e da una vita che non le piaceva; Dave è padre di un figlio che spera possa diventare, come lui, una promessa del baseball, è semidisoccupato e non ha mai superato il trauma che lo segnò da giovane.
Quando la figlia maggiore di Jimmy, Kathy, viene brutalmente uccisa, i destini dei tre vecchi amici tornano ad incrociarsi: e mentre il Mystic grida vendetta per il sangue versato ed il passato torna a chiamare i protagonisti della storia, per quei ragazzini divenuti uomini non resterà che fare i conti con il Destino.




"Non amerò mai nessun'altra così. Certe cose capitano soltanto una volta nella vita."
"Per alcuni neppure quella."
Così il detective Sean Devine risponde a Brendan Harris, sconvolto dalla morte della sua fidanzata e promessa sposa Kathy Markum, figlia di Jimmy, suo amico d'infanzia.
"Quando hai visto per l'ultima volta Dave Boyle?"
"E' stato venticinque anni fa, in questa strada, sul sedile posteriore di quella macchina."
Questo, invece, è l'epitaffio che si scrive per una vicenda drammatica e terribile, che per i protagonisti di questa storia ha inizio in un pomeriggio come gli altri, nel pieno di quello che dovrebbe essere il periodo con meno pensieri della nostra vita, l'infanzia.
E' una storia di padri e di figli, Mystic river, di vittime, di vampiri e lupi mannari.
Ci sono Sean, con una figlia che non ha mai conosciuto, ed una moglie che è fuggita, un senso della Giustizia che possa portarlo lontano dai quartieri popolari della Boston in cui o sei un operaio o un delinquente, Dave, che a mezza voce sostiene un figlio con poca fiducia in se stesso e continua ad avere paura, e Jimmy, il duro del gruppo, che ha rinunciato alla sua corona di re del quartiere per amore della stessa bambina che finisce per essergli portata via, neanche avesse un conto in sospeso con i piani alti.
Gli stessi che devono aver spedito all'Inferno chi stava sul sedile davanti a Dave, il giorno in cui lo rapirono.
Ci sono i padri e i figli. Le vittime, i vampiri e i lupi mannari.
E tre nomi scritti nel cemento fresco, che possano rimanere per sempre.
Peccato che quella formula da finale perfetto non si applichi a questo mondo fatto di ombre e fiumi testimoni silenziosi: sul fondo, quasi fosse una voce spezzata, uno degli stessi rimane a metà.
Incompiuto, violato, destinato a non farcela.
"Se fossi salito io su quella macchina, non avrei mai potuto corteggiare Marita, e Kathy non sarebbe mai nata, e nessuno l'avrebbe ammazzata", ammette Jimmy di fronte a Sean.
A volte il Destino che ci salva, è lo stesso che ci toglie il bene più prezioso.
E' difficile guardare Mystic river e rimanere indifferenti: questo perchè dietro la potenza clamorosa di questo lavoro pressochè perfetto c'è talmente tanta umanità da rimanerne quasi disgustati.
E' difficile guardare Jimmy e pensare che, nella sua stessa situazione, non si sarebbe disposti ad uccidere chi ha tolto la vita - o chi pensiamo possa averlo fatto - a nostra figlia.
E' difficile guardare Sean e pensare che, nella sua stessa situazione, non si sarebbe disposti a fare un passo indietro, per poter pareggiare - o pensare di farlo - il conto con tutto quello che ci viene tolto ogni giorno.
E' difficile guardare Dave e pensare che, nella sua stessa situazione, non si sarebbe disposti a sconfiggere quei lupi mannari pronti a divorare gli innocenti.
"E voi quando avete intenzione di smettere?"
"Intendi diventare onesti!? Noi!? Siamo pipistrelli, Dave, abituati alla notte. Il giorno è fatto per dormire."
Così i temibili fratelli Savage intrattengono proprio Dave, in attesa di un confronto decisivo voluto dal loro vecchio capo ritrovato nonchè suo amico d'infanzia, Jimmy.
Mystic river è il fiume pronto a mondarci da tutti i nostri peccati, o almeno a provarci.
Il vecchio Clint l'aveva già raccontata, la miseria umana - e americana -, in un modo semplice e terribile che il titolo rendeva chiarificatore: Unforgiven, senza perdono - Gli spietati, qui da noi, ma non rende abbastanza l'idea -.
E quel finale durante la parata è quanto di più devastante si possa pensare, in materia di uomini.
Padri e figli.
Vittime.
Vampiri e lupi mannari.
Jimmy, Sean e Dave sono tutti padri. E tutti finiscono per perdere qualcosa.
Ma non sono tutti vittime. Non sono tutti Kathy. Tranne Dave.
E poi ci sono i vampiri, e i lupi mannari.
Di quelli è pieno il mondo, anche quando non riusciamo ad accorgerci della loro presenza.
Anche quando vivono accanto a noi.
Anche quando si mascherano da agnelli.
Non c'è una parte da cui stare: una moglie disperata, la felicità che ci fa voltare le spalle, la presa di coscienza di una Natura che un amore troppo grande - da "uniche persone al mondo" - aveva tenuto lontana.
Ognuna di esse nasconde dei peccati.
Come il Mystic, pronto a lavarli via.
Ma è difficile, impossibile cancellare il sangue.
Quello del legame tra un padre ed un figlio.
Quello versato dalle vittime.
Quello bevuto dai vampiri e dai lupi mannari.
Il sangue è per sempre.
Come quei nomi scritti nel cemento.
Jimmy, Sean, Dave.
Fino a quando il Destino ha voluto che uno rimanesse a metà.


MrFord


"I'm shipping up to boston whoa
I'm shipping up to boston whoa
I'm shipping up to boston whoa
I'm shipping off... To find my wooden leg."
Dropkick Murphys - "I'm shipping up to Boston" -


 

martedì 26 giugno 2012

Detachment

Regia: Tony Kaye
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Henry Barthes è un professore supplente di letteratura abituato a muoversi di istituto in istituto, saldo nel suo proposito di mantenere un distacco dagli studenti tale da fornire loro nel modo più equilibrato possibile tutti gli strumenti necessari per affrontare le difficili prove della vita.
Giunto in una nuova scuola sulla quale gravano i problemi dei giochi di potere rispetto alla direzione ed una condotta dei ragazzi praticamente incontrollabile, il giovane insegnante finirà per confrontarsi con le angosce dei suoi alunni, del resto degli insegnanti e di una giovane prostituta che cercherà di redimere in modo da fornirle un'alternativa alla strada.
Il tutto tenendo botta, non senza difficoltà, ai colpi inferti dai fantasmi di una vita senza buoni maestri che non ha lesinato nel segnarlo nel profondo del cuore.





"Ora basta", affermava deciso James Belushi/Rick Latimer nel supercult del trash tardo anni ottanta The principal, deciso a debellare tutto quello che rendeva il disastrato istituto che era stato spedito per i suoi problemi di condotta a dirigere un luogo in cui i giovani studenti si sarebbero persi.
Più o meno, è stato il mio pensiero quando i titoli di coda hanno posto fine alla sofferenza che è stata la visione di Detachment, celebratissimo ed attesissimo - da me per primo - grande ritorno sugli schermi di Tony Kaye, autore di un film che segnò un'intera generazione sul finire degli anni novanta, quell'American history X che, con tutti i suoi limiti, ancora riesce a scuotere il sottoscritto ad ogni visione.
Perchè lo sfoggio di autoreferenzialismo, retorica, arte pretestuosa e demagogia che è questo quasi infinito monologo di un Adrien Brody tornato ad interpretare il suo bollito personaggio depresso dopo l'illusione di ripresa data con il magnifico Dalì di Midnight in Paris volutamente ed insistentemente narrato da Kaye come se fossimo ancora nei magnifici anni dei Cahiers du Cinema, o nel pieno del fermento intellettuale dello stile jazz del primo Cassavetes è una delle delusioni più cocenti e terribili dell'anno, una sviolinata da presuntuosi e presunti grandi saggi della vita e della settima arte venuti a salvare noi poveri stronzi mortali dalle insidie del mondo brutto e cattivo.
Negli anni del mio percorso da studente, purtroppo per il sottoscritto, non ho avuto la fortuna di incontrare un insegnante davvero completo e rispettoso di uno dei ruoli più difficili, impegnativi ma anche appaganti dopo quello del genitore: spesso e volentieri mi sono trovato di fronte individui che, frustrati dalle mancate realizzazioni delle aspirazioni di gioventù, finivano per sfogare gli insuccessi personali esercitando il potere sugli studenti capitati nelle loro mani, senza preoccuparsi di quello che sarebbe stato di loro una volta terminato il percorso didattico - riferimento presente ad inizio pellicola, unico momento davvero promettente del lavoro di Kaye -.
Piccoli uomini e donne, incapaci di comprendere la vera meraviglia del ruolo di educatore: quello di consegnare ai propri allievi tutti gli strumenti possibili affinchè gli stessi possano fare sempre e comunque meglio di quanto abbiamo fatto noi stessi, e non necessariamente seguendo la stessa strada.
Una sorta di passaggio di testimone, una versione ancora più complessa - se possibile - di quello che dovrebbe accadere anche in famiglia.
Ma quasi peggio di tutti loro sono stati i presunti messia dell'insegnamento: personaggi ancora più subdoli, perchè nel loro caso il potere esercitato sugli studenti faceva leva sul fascino che erano in grado di esercitare fingendo una partecipazione ed un interesse che altro non erano se non un massaggio all'ego anche più disturbante di quello dei loro colleghi assetati di potere.
Passato il primo quarto d'ora scarso fino alla conclusione, è come se fossi stato ancora tra i banchi di fronte ad uno di questi ultimi, inebetito dalle fregnacce di un presunto messia, che mi sono sentito. Tanta voglia di stupire, imporre la propria idea, fare in modo che la stessa fosse percepita come migliore delle altre seppur celata dietro il confortante abbraccio del suggerimento.
Pensate con la vostra testa, ragazzi. Leggete, guardatevi attorno.
Ma fatelo sempre e comunque con i miei occhi.
A poco e nulla servono una messa in scena confezionata apposta per i Festival, un cast all star in cui James Caan e Bryan Cranston finiscono per fare le comparse di lusso dando spazio a Sami Gayle e Betty Kaye, brave abbastanza per i ricatti morali che sono i loro due ruffianissimi personaggi, supportati da una sceneggiatura che nel compimento delle vicende di Erica e Meredith trova il punto più alto - o più basso - della sua retorica mascherata da opera d'arte.
Con pellicole di questo genere ci vorrebbe lo Spike Lee dei tempi migliori, da Fa la cosa giusta a La 25ma ora: non si gioca con i ragazzi, i loro destini, le idee che vorresti fossero ancora le tue, perchè sei il primo che vorrebbe essere ancora al loro posto, e viverti tutta la vita con la testa di un adulto.
Loro sono qui per fare molto meglio di quello che abbiamo fatto noi.
E questo Detachment, passatemi il termine duro e piuttosto brusco, mi ha lasciato un sapore amaro in bocca: quello della pedofilia culturale.
Quindi, caro il mio Tony Kaye dell'insegnante buono che però pensa tanto a guardare in macchina e farsi bello scandalizzandosi se una collega dubita di lui, che ha abbracciato una studentessa in lacrime plagiata dal suo modo cool di farla sentire speciale, vaffanculo.
Vaffanculo i disegni da film radical chic del cazzo, il montaggio alternativo, il voler premere sull'acceleratore quel tanto che basta per far rimanere a bocca aperta qualche Giuria che non sa davvero cosa significa stare tra quei banchi.
E mi sa tanto che non lo sai neanche tu.
Fanculo tu ed il tuo sincero patinatismo, o paternalismo che dir si voglia.
Ti rispedisco tra i banchi a suon di bottigliate.
Bocciato.
E chissà che l'anno prossimo, se sarai ne La classe giusta, tu non ti decida ad imparare qualcosa.
O ancora meglio, ad insegnarla.


MrFord


"Well we got no choice 
all the girls and boys
makin' all that noise 
'cause they found new toys 
well we can't salute ya can't find a flag 
if that don't suit ya that's a drag."
Alice Cooper - "School's out" -


 
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