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lunedì 13 maggio 2013

The man with the iron fists - L'uomo dai pugni di ferro

Regia: RZA
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 95'




La trama (con parole mie): un fabbro venuto da Occidente trova in un selvaggio villaggio della Cina feudale crocevia di assassini, soldati, uomini di potere e donne pronte ad approfittarne. Mosso dal sogno di raccogliere il denaro necessario a lui e alla sua donna per abbandonare quei luoghi e cambiare vita, il fabbro forgia giorno dopo giorno armi sempre più potenti e letali, che finiscono per alimentare il desiderio di potere del Clan dei Leoni rispetto al Governatore.
Quando il Leone d'argento elimina quello d'oro in modo da assumere il comando del Clan stesso per poi allearsi con due pericolosi assassini, il fabbro decide di unire le sue forze a quelle del figlio del capoclan trucidato e del soldato Jack Knife, in missione segreta per recuperare i beni del Governatore trafugati dai ribelli.
La lotta sarà senza quartiere, e prima di poter giocare un ruolo decisivo il fabbro dovrà perdere il suo cuore, e non solo, per diventare l'uomo dai pugni di ferro in grado di ristabilire l'ordine e la pace.





RZA è senza dubbio un uomo dai molteplici talenti: musicalmente un fenomeno, anima dei Wu Tang Clan ed autore di colonne sonore clamorose come quella del meraviglioso Ghost dog - se non l'avete visto, correte immediatamente a recuperarlo -, gravita da parecchio tempo, ormai, nei dintorni del pulp figlio del bad guy del Cinema per eccellenza, Quentin Tarantino.
Ed è proprio al genio di Pulp fiction che RZA fa riferimento con questo suo esordio dietro la macchina da presa, un cocktail decisamente divertente che mescola la grande tradizione dei film di arti marziali che vennero sdoganati in Occidente da Bruce Lee, il wuxia, l'estetica di Kill Bill e gli effetti splatter di Greg Nicotero, senza dimenticare il suo caro, vecchio, hip hop.
Non mancano certo i difetti, a quest'opera prima interessante quanto eccessiva, in primis il suo autore: forse perchè troppo ansioso di dimostrare il suo talento anche nella settima arte, il leader dei Wu Tang - tralasciando le naturali sbavature sia in fase di script che di regia, tutte giustificabili - decide di porre se stesso anche dalla parte opposta della macchina da presa assegnandosi il ruolo di protagonista, causando in questo modo la perdita di almeno una parte di appeal del lavoro finito.
Non me ne voglia il buon Robert Fitzgerald Dicks, ma come attore i suoi limiti sono decisamente più evidenti di quelli di Dave Bautista, che i più noti fan di wrestling come il sottoscritto conoscono semplicemente come Batista, ex campione WWE ed anima dello sport-entertainment nel periodo 2005/2010, che nel suo primo ruolo di un discreto spessore mette tutto quello che può - e, inutile negarlo, dal punto di vista dell'impatto fisico è sempre impressionante - facendo una figura decisamente migliore di quella del suo regista.
Inoltre il tributo allo stile tarantiniano risulta decisamente pesante, tanto da far pensare in più di un'occasione di stare assistendo ad un film già visto almeno una decina d'anni fa, o ad un uno di quegli omaggi che gli esordienti semisconosciuti insistono per tributare ai loro registi preferiti.
Non propriamente, dunque, il cult che molti di noi - e mi ci metto in mezzo senza problemi - si aspettavano da una proposta assolutamente attesissima almeno dal popolo della rete.
Dall'altra parte, però, occorre ammettere che The man with the iron fists ha stile da vendere, funziona anche con i suoi difetti dall'inizio alla fine, avvince e diverte, e grazie ad un ottimo Russell Crowe assume uno spessore a suo modo autoriale pur essendo un'opera decisamente votata al tamarrismo da grindhouse selvaggio: l'eccesso di esibizionismo tecnico, il citazionismo sfrenato, la colonna sonora volutamente al limite del kitsch ed i combattimenti che mescolano i cult del genere come Le implacabili lame di Rondine d'oro - supercult del 1966 che ispirò lo stesso Quentinone per il suo già citato Kill Bill - al più moderno stile del folle Takashi Miike - in alcuni momenti pare quasi di essere stati catapultati nel pieno di una versione old school di Ichi the killer - senza dimenticare il quasi horror e lo spirito a stelle e strisce modello Indiana Jones - "quando prendo parte ad un combattimento con il coltello non dimentico mai di portarmi una pistola", sentenzia Jack Knife sornione - donano a questo ibrido imperfetto un fascino quasi irresistibile, che riesce a regalare all'audience la sensazione di goduriosa soddisfazione che permette, di norma, di non considerare troppo gravi i difetti e sminuire le aspettative deluse.
Sicuramente se quello che potreste aspettarvi è grande Cinema le probabilità di rimanere con l'amaro in bocca sono molte, così come se doveste pensare di andare incontro ad una nuova pietra miliare dei film di botte o all'instant cult dell'anno appena iniziato, ma è facile ovviare a questi eventuali inconvenienti: sedetevi, prendete un bel respiro, e godetevi il lavoro di RZA e questo sfoggio di ego e coolness come se non ci fossero troppi domani, lasciando che i colori, le immagini e le danze da ottantotto folli possano intrattenervi e nulla più, cercando di spassarvela come un vecchio soldato cialtrone decisamente letale che abbia solo voglia di buon cibo, una sana sbronza e compagnia femminile fino ad essere stremato, senza perdere troppo tempo ad ammazzare cristiani.
In questo modo rischierete davvero di uscire dalla sala come se il vostro Chi fosse una potenza praticamente incommensurabile.


MrFord

"Bone, crushing, smooth, kicks
blades, chopping, through, bricks
master of the weaponry, sells to both clicks
blacksmith, with the iron fists."
Wu Tang Clan - "Rivers of blood" -



martedì 26 giugno 2012

Detachment

Regia: Tony Kaye
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Henry Barthes è un professore supplente di letteratura abituato a muoversi di istituto in istituto, saldo nel suo proposito di mantenere un distacco dagli studenti tale da fornire loro nel modo più equilibrato possibile tutti gli strumenti necessari per affrontare le difficili prove della vita.
Giunto in una nuova scuola sulla quale gravano i problemi dei giochi di potere rispetto alla direzione ed una condotta dei ragazzi praticamente incontrollabile, il giovane insegnante finirà per confrontarsi con le angosce dei suoi alunni, del resto degli insegnanti e di una giovane prostituta che cercherà di redimere in modo da fornirle un'alternativa alla strada.
Il tutto tenendo botta, non senza difficoltà, ai colpi inferti dai fantasmi di una vita senza buoni maestri che non ha lesinato nel segnarlo nel profondo del cuore.





"Ora basta", affermava deciso James Belushi/Rick Latimer nel supercult del trash tardo anni ottanta The principal, deciso a debellare tutto quello che rendeva il disastrato istituto che era stato spedito per i suoi problemi di condotta a dirigere un luogo in cui i giovani studenti si sarebbero persi.
Più o meno, è stato il mio pensiero quando i titoli di coda hanno posto fine alla sofferenza che è stata la visione di Detachment, celebratissimo ed attesissimo - da me per primo - grande ritorno sugli schermi di Tony Kaye, autore di un film che segnò un'intera generazione sul finire degli anni novanta, quell'American history X che, con tutti i suoi limiti, ancora riesce a scuotere il sottoscritto ad ogni visione.
Perchè lo sfoggio di autoreferenzialismo, retorica, arte pretestuosa e demagogia che è questo quasi infinito monologo di un Adrien Brody tornato ad interpretare il suo bollito personaggio depresso dopo l'illusione di ripresa data con il magnifico Dalì di Midnight in Paris volutamente ed insistentemente narrato da Kaye come se fossimo ancora nei magnifici anni dei Cahiers du Cinema, o nel pieno del fermento intellettuale dello stile jazz del primo Cassavetes è una delle delusioni più cocenti e terribili dell'anno, una sviolinata da presuntuosi e presunti grandi saggi della vita e della settima arte venuti a salvare noi poveri stronzi mortali dalle insidie del mondo brutto e cattivo.
Negli anni del mio percorso da studente, purtroppo per il sottoscritto, non ho avuto la fortuna di incontrare un insegnante davvero completo e rispettoso di uno dei ruoli più difficili, impegnativi ma anche appaganti dopo quello del genitore: spesso e volentieri mi sono trovato di fronte individui che, frustrati dalle mancate realizzazioni delle aspirazioni di gioventù, finivano per sfogare gli insuccessi personali esercitando il potere sugli studenti capitati nelle loro mani, senza preoccuparsi di quello che sarebbe stato di loro una volta terminato il percorso didattico - riferimento presente ad inizio pellicola, unico momento davvero promettente del lavoro di Kaye -.
Piccoli uomini e donne, incapaci di comprendere la vera meraviglia del ruolo di educatore: quello di consegnare ai propri allievi tutti gli strumenti possibili affinchè gli stessi possano fare sempre e comunque meglio di quanto abbiamo fatto noi stessi, e non necessariamente seguendo la stessa strada.
Una sorta di passaggio di testimone, una versione ancora più complessa - se possibile - di quello che dovrebbe accadere anche in famiglia.
Ma quasi peggio di tutti loro sono stati i presunti messia dell'insegnamento: personaggi ancora più subdoli, perchè nel loro caso il potere esercitato sugli studenti faceva leva sul fascino che erano in grado di esercitare fingendo una partecipazione ed un interesse che altro non erano se non un massaggio all'ego anche più disturbante di quello dei loro colleghi assetati di potere.
Passato il primo quarto d'ora scarso fino alla conclusione, è come se fossi stato ancora tra i banchi di fronte ad uno di questi ultimi, inebetito dalle fregnacce di un presunto messia, che mi sono sentito. Tanta voglia di stupire, imporre la propria idea, fare in modo che la stessa fosse percepita come migliore delle altre seppur celata dietro il confortante abbraccio del suggerimento.
Pensate con la vostra testa, ragazzi. Leggete, guardatevi attorno.
Ma fatelo sempre e comunque con i miei occhi.
A poco e nulla servono una messa in scena confezionata apposta per i Festival, un cast all star in cui James Caan e Bryan Cranston finiscono per fare le comparse di lusso dando spazio a Sami Gayle e Betty Kaye, brave abbastanza per i ricatti morali che sono i loro due ruffianissimi personaggi, supportati da una sceneggiatura che nel compimento delle vicende di Erica e Meredith trova il punto più alto - o più basso - della sua retorica mascherata da opera d'arte.
Con pellicole di questo genere ci vorrebbe lo Spike Lee dei tempi migliori, da Fa la cosa giusta a La 25ma ora: non si gioca con i ragazzi, i loro destini, le idee che vorresti fossero ancora le tue, perchè sei il primo che vorrebbe essere ancora al loro posto, e viverti tutta la vita con la testa di un adulto.
Loro sono qui per fare molto meglio di quello che abbiamo fatto noi.
E questo Detachment, passatemi il termine duro e piuttosto brusco, mi ha lasciato un sapore amaro in bocca: quello della pedofilia culturale.
Quindi, caro il mio Tony Kaye dell'insegnante buono che però pensa tanto a guardare in macchina e farsi bello scandalizzandosi se una collega dubita di lui, che ha abbracciato una studentessa in lacrime plagiata dal suo modo cool di farla sentire speciale, vaffanculo.
Vaffanculo i disegni da film radical chic del cazzo, il montaggio alternativo, il voler premere sull'acceleratore quel tanto che basta per far rimanere a bocca aperta qualche Giuria che non sa davvero cosa significa stare tra quei banchi.
E mi sa tanto che non lo sai neanche tu.
Fanculo tu ed il tuo sincero patinatismo, o paternalismo che dir si voglia.
Ti rispedisco tra i banchi a suon di bottigliate.
Bocciato.
E chissà che l'anno prossimo, se sarai ne La classe giusta, tu non ti decida ad imparare qualcosa.
O ancora meglio, ad insegnarla.


MrFord


"Well we got no choice 
all the girls and boys
makin' all that noise 
'cause they found new toys 
well we can't salute ya can't find a flag 
if that don't suit ya that's a drag."
Alice Cooper - "School's out" -


 
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