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lunedì 16 marzo 2020

White Russian's Bulletin



In diretta dalla quarantena - anche se il lodigiano non è più l'epicentro della pandemia in Italia -, il Saloon continua a lottare contro una condizione che non gli è propria - quella della forzata condizione casalinga - sfruttando il momento per accelerare i tempi dei Sabati Sera Cinema dei Fordini ormai moltiplicati e recuperare visioni e letture neanche si fosse tornati indietro di qualche anno, quando da casalingo - per scelta - mi godevo un altro tipo di libertà.
Ad ogni modo, tra piccolo e "grande" schermo, titoli vecchi e nuovi, gli spunti, per fortuna, non mancano.


MrFord



HOTEL ARTEMIS (Drew Pearce, UK/USA, 2018, 94')

Hotel Artemis Poster


Giunto in casa Ford in una di quelle serate da divano senza pretese che nelle normali condizioni di routine lavorativa avrebbe significato una dormita galattica, Hotel Artemis è stato, principalmente, un intrattenimento derivativo senza troppe pretese che non potrà mai competere con la magia degli action anni ottanta e prima parte dei novanta ma che, quantomeno, finisce per risultare meno indigesto di alcuni dei prodotti troppo seriosi figli degli anni zero. 
Molto sfortunato al botteghino - probabilmente la produzione sperava nell'inizio di un franchise -, pronto a pescare a piene mani dall'immaginario di titoli simili dal buon successo - John Wick in primis - Hotel Artemis è giusto un diversivo buono per gli appassionati del genere e per chiunque non abbia troppe pretese, arricchito da un cast comunque interessante considerata la tipologia di prodotto e quantomeno non noioso da vedere.
Un giocattolino.




SEMPRE AMICI (Neil Burger, USA, 2017, 126')

Sempre amici Poster


Ai tempi della sua uscita, avevo adorato Quasi amici. Uno di quei film che, per quanto a loro modo un pò ruffiani, fanno sempre bene ed è sempre un gran piacere guardare.
Avevo completamente ignorato l'esistenza di questo remake made in USA fin troppo a ridosso della pellicola transalpina fino a quando, considerato il massiccio sfruttamento di Prime dell'ultimo periodo, non è capitato anche da queste parti: a prescindere dal fatto che, senza dubbio, avendo visto l'originale ed essendo da questo punto di vista "fresco" dell'esperienza, l'operazione, il cast e la gestione non mi sono apparsi neppure troppo malvagi, anzi. Sotto molti aspetti funzionano.
La pecca più grande resta quella di non aggiungere nulla rispetto ad un titolo divenuto un instant cult che, forse, necessitava di qualche anno in più prima di essere non solo considerato per un remake, ma tendenzialmente rifatto con variazioni minime.
Una visione ci può stare, ma forse varrebbe quasi più la pena nel caso in cui Quasi amici, incredibilmente, mancasse ancora alla lista delle vostre visioni.




SANGUE E LIMONATA (Joe Lansdale, USA, 2017)

Risultato immagini per sangue e limonata

Joe Lansdale è uno dei fordiani più ad honorem che esistano, un pò come i suoi due protagonisti principi, Hap e Leonard. Scoperti ormai una buona decina di anni fa e recuperati in tutta la loro serie di romanzi, i due improvvisati detectives sono ancora oggi una delle fonti di divertimento letterario più importanti per questo vecchio cowboy, anche se l'accelerazione della produzione dello scrittore texano dedicata loro - conseguenza, probabilmente, della serie televisiva - non ha certo giovato alla freschezza e alla qualità della proposta: passato, infatti, Honky Tonk Samurai, il buon Joe pare essersi messo comodo, e dopo aver sfornato nuove avventure dei due ragazzacci texani ad una velocità mai avuta prima è uscito con un "romanzo a mosaico" che racconta alcuni episodi del loro passato, dall'infanzia all'adolescenza. 
Molto piacevole per i fan di vecchia data, forse troppo "morbido" per chi dovesse approcciarsi al loro mondo ora. Spero solo che con l'ultima fatica, Elefante a sorpresa, prossimo della lista, le cose possano tornare un pò come ai vecchi tempi.




INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO (S. Spielberg, USA, 1984, 118')

Indiana Jones e il tempio maledetto Poster

Le "serate Cinema" dei Fordini proseguono con la riscoperta di uno dei più grandi miti degli anni ottanta e non solo, quell'Indiana Jones che fece la fortuna di Harrison Ford e consegnò al pubblico uno degli eroi più noti ed apprezzati anche al di fuori della cerchia degli appassionati di settima arte.
Spinti dalla curiosità per il ribattezzato "stregone pazzo", i Fordini hanno approcciato questa seconda avventura del vecchio Indy - paradossalmente a livello qualitativo inferiore alla precedente - con un entusiasmo maggiore, lo stesso che ai tempi avevo avuto io.
Del resto, Il tempio maledetto è un vero e proprio circo di inseguimenti, trappole, situazioni ben oltre la fantascienza che resero il franchise dell'archeologo più famoso del grande schermo un vero e proprio cult del genere e non solo, tra cuori estirpati a mani nude e cene a base di serpenti e cervelli di scimmia. 
Il ritmo è serratissimo, il divertimento assicurato, e il Tempo pare non pesare troppo. Almeno a giudicare dalla partecipazione dei Fordini, che non immaginano neppure lontanamente com'era l'epoca in cui il loro vecchio si entusiasmava per le gesta di Indy impegnato contro lo "stregone pazzo".




INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA (S. Spielberg, USA, 1989, 127')

Indiana Jones e l'ultima crociata Poster


L'ultima tappa - per ora Il teschio di cristallo resta in stand by - del percorso dei Fordini nel mondo di Indiana Jones è stata L'ultima crociata, probabilmente il titolo più amato e divertente della saga, grazie anche al fondamentale contributo di uno degli Sean Connery più in forma di sempre.
Nonostante il tracollo della Fordina - che aveva insistito a tutti i costi per vederlo, ma era visibilmente provata dalla giornata - la cosa più bella è stata la partecipazione del Fordino, che non solo ha dichiarato di sentirsi a suo agio immedesimandosi con la figura di Jones Senior, ma ha chiesto delucidazioni sui nazisti, il graal, l'esistenza oppure no di alcuni riferimenti.
A prescindere dalle valutazioni e dalla critica cinematografica vera e propria, queste sono le cose che rendono il passaggio di testimone un vero piacere, e lasciano il gusto unico dell'esperienza e dell'emozione trasportate a chi viene dopo di noi.
Un pò come i Jones, anche se, effettivamente, a conti fatti, io e il Fordino la viviamo un pò alla rovescia.




HUNTERS - STAGIONE 1 (Prime Video, USA, 2020)

Hunters Poster


Alle spalle Narcos, che aveva riportato un entusiasmo da piccolo schermo nel sottoscritto che quest'anno ho potuto vivere prima solo grazie a The Witcher, in casa Ford si è cercato, in questo periodo di quarantena, un titolo che potesse venire buono per i momenti "da aperitivo" in cui i Fordini si dilettano con il loro film o cartone animato. 
Hunters, produzione Prime di grande impatto dal sapore tarantiniano, ha colmato abbastanza bene il vuoto, portando in scena dramma, pulp e ironia con il giusto tocco, forse un pò prevedibile ma ben orchestrato e gestito: l'epopea del giovane Jonah, che si ritrova dall'essere outsider di quartiere a pedina fondamentale nella caccia ai nazisti ospitati segretamente dal governo USA è coinvolgente e ricca di situazioni e personaggi interessanti, a tratti commovente e a tratti furba.
Sarà interessante, considerate le evoluzioni della trama, come verrà deciso di gestire la seconda stagione, se preferendo una svolta completamente fuori dai binari della Storia o una gestione più realistica: a prescindere dalla scelta, gli ingredienti per tirare fuori qualcosa di valido ci sono in una direzione o nell'altra.




SCRUBS - STAGIONE 8 (ABC, USA, 2009)

Scrubs: Medici ai primi ferri Poster

La cavalcata di Scrubs, serie amatissima dai Fordini e compagnia per pranzi e cene degli ultimi mesi, giunge ormai quasi al termine con quella che è stata la sua vera stagione conclusiva - bellissimo il finale, assurdo pensare di prolungare con un altro anno, ma se ne parlerà quando scriverò della nove - salutando un cast che è riuscito a fare il verso e ad un tempo fare amare il cosiddetto "medical drama" da un punto di vista più leggero - ma non sempre - e confidenziale, sfornando idoli assoluti come Cox e Kelso ed una galleria di personaggi nei quali chiunque ha la possibilità di trovare un favorito, o quantomeno qualcuno in cui immedesimarsi.
L'inventiva ovviamente non è più quella delle prime stagioni, ma il crescendo che conduce al commiato porta questa ottava stagione ad essere una delle meglio riuscite della produzione, carica dello spirito che, probabilmente, aveva spinto Bill Lawrence a crearla.


lunedì 27 novembre 2017

Nemesi (Walter Hill, Francia/Canada/USA, 2016, 95')





Se si potesse legittimare una petizione a favore dell'old school, sarei senza dubbio il primo firmatario.
Le lezioni che giungono dal passato - soprattutto se con due palle considerevoli - non andrebbero mai dimenticate nel momento in cui si decide di costruire il futuro, a prescindere dal fatto che non si saprà mai, quando lo stesso diverrà passato, se sarà stato abbastanza forte da fare la differenza.
Walter Hill è da sempre uno dei registi più importanti per quanto riguarda il Cinema americano del sottoscritto: I guerrieri della notte, I guerrieri della palude silenziosa, Danko sono solo alcuni dei cult che questo spigoloso Maestro ha regalato agli appassionati ai tempi della sua consacrazione, prima che la stessa spigolosità e l'essere parte di un'epoca in cui non si facevano sconti finissero per relegarlo in un angolo del mondo dorato della settima arte.
L'ultima volta che il vecchio Walt aveva dato sue notizie la ricordo piuttosto bene, grazie a quel Jimmy Bobo che vedeva tra i protagonisti Stallone e l'allora non così conosciuto Jason Momoa, una tamarrata vecchio stile che non sfigurava affatto - anzi - rispetto ai tentativi maldestri dei registi attuali di lanciarsi in esperimenti dello stesso tipo, che mi fece gridare il bentornato ad un vecchio leone del Cinema a stelle e strisce: questo Nemesi - terribile adattamento italiano dell'originale The Assignement - non raggiunge, purtroppo, il livello del lavoro precedente del regista, ma senza ombra di dubbio conserva alcuni dei tratti distintivi di un Autore che non ha mai fatto sconti a nessuno e che ancora oggi paga per il carattere che l'ha sempre contraddistinto.
Il plot di Nemesi, del resto, sarebbe stato più che bene sia negli anni ottanta che - oso - nei novanta, regala buoni twist e quasi strizza l'occhio all'ondata di tentativi pseudo pulp - ovviamente di caratura minore - nati all'inizio degli Anni Zero - da Sin City a 300, sono molti gli esempi in questo senso -, un finale decisamente interessante ed un'idea di base fuori dagli schemi del genere: peccato, di contro, che un limitato budget ed un approccio forse troppo artigianale finiscano per minare un prodotto implausibile e sopra le righe ma potenzialmente molto divertente, finendo per giungere ad una via di mezzo che con ogni probabilità schiferà l'audience radical lontana da un certo tipo di pellicole e lascerà perplessi i fan della prima ora, abituati al meglio che questo grande regista ha regalato in passato.
Non una produzione, comunque, da sottovalutare, ma da seguire con attenzione non tenendo troppo conto della trasformazione decisamente imbarazzante della protagonista Michelle Rodriguez - che pare più mascolina in veste femminile che truccata decisamente male da uomo nella prima parte - quanto più del racconto a posteriori della "nemesi" Sigourney Weaver, pronto a regalare spunti di riflessione sia in termini di intrattenimento che etici, senza contare il suo strano rapporto con l'antagonista, personaggio comunque negativo e costruito sulle ombre almeno quanto il suo.
Un duello, dunque, tra villains - pentiti o no che siano - inedito in termini di trama e svolgimento, non perfetto nella messa in scena o nello stile ma ugualmente efficace, segno che, seppur invecchiato e limitato da fattori più legati a scrittura e produzione che non regia, Hill abbia comunque ancora qualcosa da dire, un dettaglio assolutamente non trascurabile che alcuni registi che potrebbero essere suoi figli o nipoti possono anche tranquillamente scordarsi di immaginare.
Potrà senza dubbio considerarsi ben lontano dall'essere in prima linea, ma Walter Hill conferma, almeno idealmente, di essere ancora ed indiscutibilmente un "guerriero".




MrFord



 

giovedì 9 giugno 2016

Hap and Leonard - Stagione 1

Produzione: Sundance
Origine: USA
Anno:
2016
Episodi: 6








La trama (con parole mie): Hap Collins, obiettore di coscienza dalla mira infallibile ma contrario alle armi, e Leonard Pine, veterano del Vietnam nero, gay e repubblicano fino al midollo, sono amici fraterni fin dall'infanzia, e condividono tutto il possibile, dalla quotidianità ai lavori precari.
Quando Trudy, ex moglie di Hap nonchè responsabile delle scelte di quest'ultimo ai tempi del rifiuto alla leva, si fa viva per reclutare il buon Collins affinchè recuperi un'auto abbandonata nelle profondità del fiume Sabine contenente il bottino di una rapina andata male decenni prima, i guai per la coppia di amici si moltiplicano: i compagni d'impresa di Trudy, infatti, una banda di ex hippies indecisi se darsi al crimine o alla rivoluzione pacifista, paiono non riuscire a combinarne una giusta, e quando i nodi verranno al pettine e si scopriranno i reali scopi di tutti i partecipanti al gioco, Hap e Leonard scopriranno sulla pelle che attrarre guai non è proprio la miglior qualità che si possa avere.











Non so neppure da quanto tempo attendevo una trasposizione - soprattutto legata al piccolo schermo - delle avventure di Hap e Leonard, antieroi protagonisti di una serie di romanzi cult per il sottoscritto firmati dal mitico Joe Lansdale: ricordo quando, grazie al lavoro, ebbi l'occasione di passare una giornata con lui come suo accompagnatore nell'autunno del duemiladieci, in occasione dell'uscita di Devil Red, e parlammo proprio di quali attori avremmo visto bene nei ruoli dei due amici fraterni e detectives improvvisati che tanta fortuna hanno portato a lui e gioia al sottoscritto.
Personalmente, la scelta degli attori protagonisti è stata uno dei pochi punti dolenti della prima stagione di Hap and Leonard: ho sempre detestato, infatti, James Purefoy, ed ignorato bellamente Michael Kenneth Williams, entrambi non solo troppo vecchi per interpretare i due cercaguai almeno ai tempi di Una stagione selvaggia - primo romanzo della serie, che ha ispirato, giustamente, questa prima stagione -, ma anche meno tosti ed in forma di come vengono descritti i main charachters della saga sulla pagina.
Ma tant'è.
Jim Mickle, già autore della più che discreta trasposizione del lansdeliano Cold in July, riesce nell'impresa non facile di adattare lo spirito di questi due azzeccatissimi personaggi e portarlo sullo schermo seminando, nel corso dei sei episodi, anche più di un indizio rispetto a quello che accadrà - o dovrebbe accadere - alla coppia nel corso delle prossime stagioni, a partire dal finale che conduce dritti a Mucho Mojo, romanzo numero due della serie nonchè mio personale favorito.
Certo, non tutto calza - specialmente per chi, come il sottoscritto, ha fatto una vera e propria malattia della saga letteraria -, l'approccio dei protagonisti appare più malinconico che gigionesco - un tratto che si è cominciato a sentire solo con gli ultimi romanzi, considerato anche l'avanzare dell'età di Hap e Leonard, partiti proprio con Una stagione selvaggia intorno ai trentacinque ed ormai giunti ai cinquanta suonati -, i protagonisti non spaccano neppure lontanamente i culi quanto le loro versioni cartacee, il tono è decisamente più morbido e meno pulp, eppure i sei episodi scorrono che è un piacere, mantengono una certa ironia e tensione, regalano diverse chicche ed un'atmosfera molto southern al pubblico senza per questo escludere dall'equazione i pusillanimi come Cannibal Kid, che forse riusciranno ad immedesimarsi bene nei tormenti di Hap, nella complicata e caotica Trudy o nello psicotico Soldier, lasciando ai fordiani di turno il cazzuto Leonard e la quasi inarrestabile Angel - interpretata alla grande da una sempre convincente Pollyanna McIntosh -.
Il risultato è una (mini)serie disimpegnata, easy, torbida, ritmata e bagnata di sangue quanto basta per affascinare ed incuriosire anche tutti quelli non abituati alla materia o legati alla mitica saga firmata da Joe Lansdale, che può contare fan hardcore - sottoscritto compreso - in tutto il mondo, una raccolta di racconti e nove romanzi con protagonisti Hap e Leonard.
Sinceramente, spero proprio che il piccolo schermo possa regalare ai miei due non detectives preferiti la stessa fortuna: i quel caso, sarò pronto a sostenerli dal primo all'ultimo episodio.
Anche se dovessi specchiarmi nei visi stanchi, sporchi e malinconici di attori che neppure per sbaglio riescono a ricordare l'immagine di due tra gli action heroes che ho più amato nel corso della vita di lettore e non solo.





MrFord





"I'm a rollin stone all alone and lost
for a life of sin I have paid the cost
when I pass by all the people say
just another guy on the lost highway."
Hank Williams - "Lost highway" -







venerdì 3 giugno 2016

Quella sporca sacca nera

Produzione: BloodFilm Aragoni
Origine: Italia
Anno: 2015
Episodi:
4






La trama (con parole mie): il cacciatore di taglie Red Bill, leggenda sia per i criminali che per la gente comune, è in Messico sulle tracce di due ricercati quando, dopo aver dato sfoggio della sua velocità con la pistola e del suo cruento metodo legato alle prove dei suoi successi - una sacca nera all'interno della quale raccoglie le teste mozzate dei suoi bersagli una volta uccisi -, si ritrova ostaggio di uno psicopatico che si nutre delle sue vittime.
Tratto casualmente in salvo proprio dai banditi cui da la caccia Red Bill dovrà far fronte alle difficoltà, ai segni lasciati dai ricordi dolorosi legati all'uccisione della sua famiglia ed all'eventualità che non sarà lui a consegnare alle autorità la sacca che porta, pronta a garantire un'ingente somma di denaro a chi la consegnerà.
Riuscirà il cacciatore di uomini a sconfiggere i suoi due rivali?











Avere la possibilità di confrontarsi, che sia online o dal vivo, con altri appassionati del proprio "settore", permette una delle cose più interessanti che si possano chiedere alla passione in questione stessa: scoprire titoli e prodotti che non si conoscevano e che, forse, non si sarebbero mai neppure conosciuti.
Dai tempi in cui aprii le porte del Saloon ho avuto la fortuna di trovarmi in situazioni come questa numerose volte, ed ancora oggi sono sempre lieto di scoprire qualche titolo nuovo grazie al passaparola: nel caso di Quella sporca sacca nera, web serie western in quattro episodi scritta e diretta dal giovane e talentuoso Mauro Aragoni in Sardegna con un budget irrisorio e premiata negli States prima ancora che potesse essere conosciuta dalle nostre parti, è stato mio fratello a regalare al sottoscritto l'imbeccata.
Divorata in un paio di giorni di ritagli di tempo grazie anche al minutaggio, figlia del Western che tanto amo, del pulp tarantiniano e del Cinema di genere legato alle produzioni italiane anni settanta, Quella sporca sacca nera non solo è un vero e proprio saggio di tecnica - per quanto espressa attraverso mezzi produttivi limitati -, ma anche un interessante esperimento in termini di scrittura - ottima l'evoluzione, partita in termini molto tradizionali, del protagonista, soprattutto con il finale - e la dimostrazione che, quando passione e talento si incontrano, i risultati non possono che essere interessanti.
Senza dubbio il retaggio di Aragoni è legato a doppio filo a figure come quella di Sergio Leone, che con la Trilogia del Dollaro ha indubbiamente influenzato la Storia della settima arte, ed allo stesso modo del Maestro autore di Per un pugno di dollari il buon Mauro trasporta la Frontiera in territori a lui ben noti e congeniali - l'entroterra sardo, in questo caso - affidando al suo sanguinario e maledetto protagonista invece la parte più realistica e selvaggia di quello che doveva essere il vecchio West, lasciando il classicismo alla parte tecnica e visiva, alle inquadrature ed ai tempi dilatati e tenendo per lo script, le evoluzioni più crude della trama ed il finale il fatto che la stessa Frontiera doveva essere una vera e propria giungla all'interno della quale il forte schiacciava il debole e solo l'istinto, il talento e, a volte, la fortuna facevano la differenza tra vivere e morire.
L'esperimento, dunque, di Aragoni è senza dubbio riuscito, ed oltre a stimolare nel sottoscritto il desiderio di recuperare le altre opere del giovane cineasta sardo, ha finito per stuzzicare la curiosità rispetto ad un eventuale esordio dietro la macchina da presa del regista sostenuto, però, da una produzione che, in termini di costi, mezzi e possibilità possa dare al buon Mauro tutti gli strumenti affinchè il prodotto finale risulti ancora più potente.
Certo, poi, il dubbio che il salto di qualità in termini economici e distributivi possa nuocere al talento verace resta, ma pensare che in sala siano distribuite schifezze immonde e prodotti assolutamente meritevoli come questo restino confinati al tam tam della rete ha davvero il sapore del delitto nei confronti del Cinema: personalmente, il Saloon sostiene pienamente Quella sporca sacca nera ed il suo autore, che è stato in grado in tre quarti d'ora scarsi di farmi rivivere una stagione fantastica per il genere e per il Cinema italiano così come il fascino che la Frontiera - come setting ed ancor di più come concetto - non ha mai davvero perduto.
Ben vengano, dunque, i Red Bill con le loro accette, le pallottole, le teste mozzate, il sigaro consumato e le poche parole a ricordare quanto un certo tipo di Cinema è ancora vivo, e potente come pochi altri.





MrFord




"Ora ti voglio dire: c'è chi uccide per rubare
e c'è chi uccide per amore,
il cacciatore uccide sempre per giocare,
io uccidevo per essere il migliore."
Francesco De Gregori - "Buffalo Bill" -





lunedì 25 gennaio 2016

Fargo - Stagione 2

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2015
Episodi: 10






La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentosettantanove, in Minnesota. La famiglia Gerhardt, da tempo dominatrice della malavita locale, alle prese con la decadenza del suo leader Otto, si trova alle strette rispetto alla Mafia di Kansas City, pronta a mettere le mani sulla loro fetta di territorio a tutti i costi.
Quando Rye, il più giovane della dinastia, decide di imporre il proprio carattere tentando il colpo uccidendo un giudice locale finendo per causare un massacro in un caffè e la propria morte, il caos ha inizio: le forze di polizia locali, rappresentate da Hank Larsson e Lou Solverson, rispettivamente suocero e genero, i coniugi Ed e Peggy Blumquist, macellaio e parrucchiera, e gli stessi Gerhardt, si troveranno a giocare tutte le loro carte al cospetto di un Destino che pare sempre e comunque più grande di quanto potranno mai pensare.













Se si dovesse pensare alla giungla più selvaggia all'interno della quale giocarsi la propria esistenza, non avrei dubbi nel rispondere che si tratti di quella umana.
Allo stesso tempo, credo non ne esista un'altra in grado di smuovere emozioni così forti, o una partecipazione tale, nel bene e nel male, da cambiare una vita intera.
Nel corso della prima stagione di Fargo, avevamo assistito ad un delinearsi progressivo del prototipo del predatore organizzato e consapevole così come di quello pronto a formarsi passo dopo passo, nel pieno rispetto della pellicola che l'aveva ispirata e delle riflessioni che portarono la stessa season one a giocarsi lo scettro di migliore del duemilaquattordici con True Detective.
Con il passo indietro temporale di questo secondo giro di giostra, di fatto, assistiamo ad un approfondimento delle stesse tematiche reso ancor più coinvolgente e di pancia dall'amplificazione che avviene, di fatto, rispetto al concetto di Famiglia da una parte e dall'altra del confine tracciato dalla Legge.
Dai charachters assolutamente perfetti di Ed e Peggy Blumquist alla convinzione distorta della propria forza dei Gerhardt, passando attraverso l'approccio tutto d'un pezzo di Lou Solverson ed Hank Larsson, assistiamo ad un progressivo precipitare tratteggiato alla grande sia in termini di sceneggiatura che di ritmo, impreziosito da episodi destinati a diventare riferimenti del genere - in particolare il settimo e l'ottavo, protagonisti di uno scambio temporale perfetto - e spalle indimenticabili - Hanzee finisce, di fatto, per essere la pietra angolare del bad guy da tutti i punti di vista - pronte a fornire assist perfetti a protagonisti che dalla prima apparizione finiscono per diventare indimenticabili - Mike Milligan, da uomo di forza a uomo di sistema, parabola inquietante e quasi orrorifica del cambiamento legato al mondo del crimine organizzato in tutto il mondo -.
Con la seconda stagione, dunque, Fargo non solo finisce per battere la concorrenza del suo rivale più agguerrito - il già citato True detective -, ma anche per superarlo, trasportando lo spettatore in una provincia da Western profondo e noir sarcastico, quasi comico ed assolutamente grottesco, in grado di raccontare storie profondamente drammatiche e di sdrammatizzarne altre senza darsi alcun tono autoriale e supponente - splendidi, in questo senso, i due dialoghi che vedono protagonista la lettrice accanita addetta alla cassa in macelleria prima e dunque baby sitter dei Solverson confrontarsi con Ed e la moglie di Lou a proposito dell'appoccio "filosofico" alla morte -.
E i sogni californiati di Peggy incarnati da una baia che non si vedrà mai davvero e quelli di un linguaggio universale auspicato da Hank, che sogna per la figlia un futuro che superi il suo, fanno da contraltare a quelli materiali e senza perdono o ritorno dei Gerhardt e di Milligan, delle occasioni pronte a complicare la vita e delle casualità, degli approcci violenti e privi di empatia di chi non sa ancora dove andare, ma sa che si muoverà grazie alla forza come unica risposta.
Ed il fantasma della guerra che popola il tutto di sensi di colpa o tentativi di redenzione finisce per rendere questa seconda stagione di Fargo ancora più intensa e travolgente della prima, tanto da stuzzicare la curiosità non solo di noi spettatori, ma anche di alieni provenienti da chissà quale altro mondo.
Del resto, la passione miete sempre vittime.
C'è da sperare soltanto che, una volta o l'altra, siano quelle giuste, a poter vedere l'alba e sognare un mondo dove non sia necessario lottare per forza per sopravvivere ai predatori.





MrFord





"Up all night long
and there's something very wrong
and I know it must be late
been gone since yesterday
I'm not like you guys
I'm not like you."

Blink 182 - "Aliens exist" - 






domenica 25 ottobre 2015

Preacher - Alamo

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 2000
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): Jesse Custer è giunto alla fine della sua missione. Nel cuore degli States che ama, ad Alamo, il predicatore si prepara ad affrontare l'Onnipotente approfittando dell'occasione per invitare alla festa l'ex migliore amico Cassidy, il Santo degli Assassini, Herr Starr ed il Graal, e a malincuore l'amata Tulip, che il Nostro vorrebbe proteggere sempre e comunque.
Il piano di Jesse è semplice: far credere a Dio che Genesis ha lasciato il suo corpo ed indurlo a tornare in Paradiso, dove ad attenderlo prima che si possa sedere sul trono che gli conferisce poteri illimitati troverà il Santo, assetato di vendetta ed ormai, pur se riluttante, alleato del predicatore.
Peccato che, per poter completare la missione, Custer debba andare incontro ad un effetto collaterale non indifferente: dovrà necessariamente morire.
Tutto questo se Tulip non avrà modo di dire la sua, e Cassidy non decida di metterci lo zampino.









Tutte le cose belle, prima o poi, finiscono.
Non c'è scampo. La più grande condanna delle nostre esistenze e, di fatto, anche il sale che rende il viaggio che compiamo lungo la Frontiera così dannatamente interessante vale per tutto, perfino per Preacher.
Il viaggio di Jesse Custer, Tulip, Cassidy, Genesis, Starr, Facciadiculo e dell'Altissimo in persona finisce in una cornice che è perfetta per lo spirito che l'opera di Ennis e Dillon ha portato sulla pagina attraverso le gesta del suo indimenticabile protagonista, Alamo, teatro di una delle imprese più leggendarie della Storia del West.
Personalmente, potrei scrivere davvero di tutto sulla cavalcata che segna l'addio di questo straordinario gruppo di personaggi ai fan, dal tripudio di proiettili che traccia la parola fine sul conflitto tra i Nostri ed il Graal fino al confronto con Dio di Custer e soprattutto del Santo degli Assassini, personaggio granitico ed apparentemente tagliato con l'accetta che, al contrario, visto da vicino mostra sfumature a profusione, oltre a rappresentare, di fatto, la critica degli autori ad un certo tipo di approccio alla religione - bellissima la riflessione sul "Dio d'amore" che scatena i peggiori conflitti e crea il libero arbitrio perchè mosso dal bisogno disperato di vedere la gente scegliere di amarlo -, passando per la chiusura dei conti tra Jesse e Cassidy e l'amore troppo grande per questo e l'altro mondo di Jesse e Tulip, elogiare scrittura e disegni, colori ed idee.
Ma non ce la faccio.
Perchè rileggere Preacher è stato anche più bello della prima volta.
E' stato riscoprire un personaggio che incarna tutti i valori dell'America che sogno da quando ero bambino, dai tempi dei Western con John Wayne visti accanto a mio nonno, delle seconde possibilità e dei losers, del larger than life che comporterà pure tanti difetti, ma che rende gli USA un paese magico ed unico, che in un modo o nell'altro colpisce l'immaginario di tutto il mondo.
E' stato sentire sulla pelle la libertà di potersi battere fino alla fine (del mondo) per le persone che si amano e per quello in cui si crede, e di farlo a testa alta, senza guardare in faccia a nessuno o vergognandosi di quello che si prova.
E si finisce in questo modo per sentirsi quasi avvolti dagli abbracci di fuoco di Jesse e Tulip, investiti dall'ossessione di Dio e di Starr, incazzati per quanto in merda siano andate le cose con Cassidy, e di nuovo commossi per quel braccio teso ad un amico, e furiosi quanto il Santo, e felici che perfino l'esule Facciadiculo, alla fine, possa trovare il suo posto nel mondo, permettendo agli autori di congedarsi anche dai comprimari conosciuti a Salvation.
Preacher se ne va dunque con il botto, un epilogo perfetto per il suo spirito profondamente Western, e alla grande come John Wayne che saluta il suo "protetto" Jesse prima di uscire di scena: e se il mitico Duca è stato un'icona perfetta per la generazione di mio nonno, vorrà dire che il mio spirito guida diventerà questo predicatore dedito a sesso, alcool, giustizia e libertà che nel corso del suo viaggio ha illuminato anche la mia strada.
Grazie, Custer. Grazie, Ennis. Grazie, Dillon.
Qui al Saloon avrete sempre un posto d'onore, la mia gratitudine ed una bottiglia di whisky.




MrFord




"And a hundred and eighty were challenged by Travis to die
by the line that he drew with his sword when the battle was nigh
any man that would fight to the death crossed over
but him that would live, better fly
and over the line went a hundred and seventy nine
hey Santa Anna, we're killing your soldiers below!
that men, wherever they go will remember the Alamo."

Johnny Cash - "Remember the Alamo" - 






domenica 18 ottobre 2015

Preacher - Inferno sulla Terra

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 2000
Editore: Vertigo/Magic Press





La trama (con parole mie): mentre Jesse archivia i problemi di Salvation e si prepara a tornare in pompa magna per prepararsi allo scontro decisivo con Dio ed il Graal, Tulip, ribellatasi dal giogo della dipendenza e di Cassidy, si rifugia a New York dall'amica di una vita Amy, conosciuta ai tempi in cui ancora piangeva il suo adorato padre.
Ritrovato l'amato che credeva morto, per i due inizia la vera e propria preparazione all'impresa che li vedrà affrontare la loro battaglia finale, ma non prima, almeno per Jesse, di aver scoperto tutto quello di cui ha bisogno a proposito dell'ex migliore amico Cassidy, vampiro di sentimenti e vite e non solo di sangue.
Nel frattempo Herr Starr, scampato alla battaglia della Monument Valley, si trova a dover affrontare l'ostacolo più grande che lo separa dal dominio completo del Graal e delle sue risorse prima di scagliarsi contro Custer: lo stesso uomo che per il Graal l'aveva reclutato.










Il tempo di "rifiatare" - se così si può dire - con la scampagnata di Jesse Custer in quel di Salvation, ed eccoci di nuovo pronti a salire sull'ottovolante che è l'ossatura principale della saga di Preacher, ovvero il confronto a tre tra il nostro predicatore preferito, l'Altissimo ed il Graal: con Inferno sulla Terra, penultimo volume della serie, di fatto assistiamo alla sistemazione sulla scacchiera dei pezzi che andranno a collidere nello strepitoso finale della storia, partendo con un bellissimo flashback legato a Tulip ed alla sua memoria del padre - che Ennis, con la sua solita irriverenza, smonta con un paio di colpi di genio da commedia nerissima legati il primo proprio alla nascita della stessa Tulip ed il secondo alle circostanze legate alla morte del suo genitore pronti a contrastare come di consueto l'alta carica emotiva del racconto - per passare all'atteso ricongiungimento di Jesse e Tulip, e dunque alla ricerca del Nostro, deciso prima di affrontare Dio a ritrovarsi faccia a faccia con il suo ex migliore amico, Cassidy.
Il vampiro irlandese, forse il personaggio più sfaccettato ed umano dell'intera saga, con un altro spaccato sul suo passato raccontato da una delle donne che è stato abituato a far soffrire senza guardarsi troppo indietro, assume una connotazione certamente negativa ma, d'altro canto, anche clamorosamente imperfetta ed umana, addirittura più di quella mostrata da Jesse e Tulip, così fottutamente perfetti e tutti d'un pezzo da apparire, a volte, "solo" dei personaggi: personalmente, nel corso della saga di Preacher ho finito per detestare Cassidy, con le sue pacche sulle spalle e le sue pugnalate - sempre alle spalle -, eppure forse questa sensazione è legata al fatto che l'egoismo profondo e radicato del succhiasangue irlandese, di fatto, si avvicina molto a quello che, spesso e volentieri, Fordino a parte, in passato e a volte nel presente io stesso ho mostrato, l'incuranza tipica di chi fa danni - soprattutto emotivi - a chi gli sta attorno e poi pensa di poter risolvere tutto con una bevuta e due risate.
Come se tutto questo non bastasse a rendere la cavalcata verso la conclusione della serie ancora più avvincente Ennis e Dillon riportano sulla cresta dell'onda l'amatissimo, al contrario di Cassidy, Facciadiculo, alle prese con il dorato mondo dello spettacolo, pronto, neanche a dirlo, ad incularlo come si conviene.
Ma le vere perle di Inferno sulla Terra sono da ricercare nel progetto sempre più folle di Starr di vendicarsi del Destino e di Jesse Custer, così come ai suoi esilaranti tentativi di fare fuori lo stesso uomo che per il Graal l'aveva reclutato, unico ostacolo rimasto tra lui ed il potere assoluto sull'organizzazione: il rapporto di Starr con i suoi sottoposti Featherstone e Hoover, i tentativi di liberarsi su commissione del suo ex mentore, la battaglia con lo stesso e le sue due spaventose guardie del corpo - che porterà in dono a Starr l'ennesima menomazione fisica - sono un vero e proprio campionario di chicche di sceneggiatura, humour nero e pulp alla massima potenza, e di fatto, come già scritto poco sopra rispetto al flashback sull'infanzia di Tulip, stemperano la tensione emotiva che si fa sempre più forte anche in vista di quello che sarà l'ultimo atto di questa strepitosa serie, capace di regalare lirismo e sguaiatezza, sentimenti e pancia allo stato puro, istinto e ragione, fede ed irriverenza.
In poche parole, come avere in moglie - o marito - l'amante più rovente che avreste potuto sognare nelle vostre fantasie più sfrenate.
Questo è Preacher.
E cazzo, quanto è bello goderselo.




MrFord




"Haven't you heard, there's a new revolution
gotta spread the word - too much confusion
all hell's breakin' loose -
hey hey have you read the news
all hell's breakin' loose -
overloadin' 'n' blowin' my fuse
all hell's breakin' loose -
day and night, baby, night and day
all hell's breakin' loose -
in the streets there's a brand new way, yeah."
Kiss - "All hell's breakin' loose" -





domenica 4 ottobre 2015

Preacher - Salvation

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 1999
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): sconvolto dalla scoperta dell'unione di Cassidy e Tulip che lo credono morto ed in cerca di se stesso, Jesse Custer si perde per le strade dell'America rurale finendo nella piccola cittadina di Salvation, posta nel cuore del bayou e dominata dal malvagio industriale locale Odin Quincannon, legato a doppio filo con il Klan. Spinto dal suo senso della Giustizia, Jesse si ritrova sceriffo della piccola comunità e principale rivale di Quincannon stesso, che per la prima volta dovrà affrontare un osso forse troppo duro per i suoi denti.
Ma non sarà solo questo scontro, a rendere il soggiorno del predicatore a Salvation unico: due persone legate al suo passato, infatti, hanno finito per stabilirsi proprio nella sperduta cittadina, ed accanto a loro Custer avrà modo di confrontarsi anche con losers e reietti ansiosi di incontrare qualcuno che possa davvero tenere fede al nome del loro paese.
E quel qualcuno è, neanche a dirlo, Jesse Custer.








Il fatto che il sottoscritto adori incondizionatamente Preacher e le gesta del suo indimenticabile protagonista Jesse Custer non è ormai un mistero neppure per il più scombinato dei radical fan del mio rivale Cannibal Kid, che ormai, invece, questo strepitoso fumetto deve essere arrivato ad odiarlo. Per darvi un'idea di quanto la saga ideata dalla premiata ditta mi abbia segnato, potrei paragonare addirittura il fatto di aver incrociato il cammino di questo insolito predicatore alla prima visione de Il grande Lebowski.
Roba grossa, insomma.
E Salvation, volume che, di fatto, crea una parentesi - anche piuttosto ampia - nella storia principale della serie e riporta il lettore alle atmosfere che avevano reso grandiosa la prima parte di Fino alla fine del mondo, è uno dei miei personali favoriti nella cavalcata orchestrata dal Tarantino del Fumetto e già citato Garth Ennis: atmosfere torride da profondo Sud, un'America fatta di losers e seconde possibilità, emozioni e commozione accanto a risate, alcool e quell'aura mitica che pare sempre perduta dei tempi del vecchio West, con l'eroe solitario e dannato pronto a raddrizzare tutti i torti possibili per poter vivere in pace prima di tutto con se stesso.
Odin Quincannon, ridicolo e grottesco villain scelto dagli autori per tentare di contrastare il potere di Jesse come sceriffo, ometto che parla in terza persona legato al Klan ed alla carne, spalleggiato dalla segretaria filonazista con la passione per il dominio è perfetto per bilanciare le questioni etiche, religiose e sociali affrontate tra le righe delle pagine di questo volume, e soprattutto il carico emotivo dei due incontri che porteranno una volta ancora Jesse nel cuore dei suoi ricordi di Angelville e dell'infanzia rubata dalla nonna e dai suoi sgherri Jody e T.C., così come del confronto tra lo stesso predicatore/sceriffo con l'ex spia nazista rifugiatasi negli States proprio in cerca di quell'opportunità che gli USA, per Natura, finiscono per dare a chiunque sogni di ricominciare da capo.
Un riscatto, una salvezza che passa dal nome di questo paese dimenticato "tra il nulla e l'addio" e prende forma nei gesti, nelle parole e nelle azioni di un viaggiatore come Custer, pronto a mettersi in gioco in tutto e per tutto e non abbandonare chi ha scelto di proteggere fino a quando il suo compito non sarà assolto: in questo senso, viene descritto alla grande anche il rapporto tra Jesse e la sua vice, che da potenziale nuova fiamma del Nostro finisce per diventare un trampolino per il ritorno di quest'ultimo tra le braccia della sua amata, amatissima Tulip.
Ma non pensiate che Salvation sia tutto massimi sistemi e sogni di Frontiera: preparatevi ad una serie di sequenze ben oltre il grottesco, ad ammazzarvi dalle risate nel vedere Custer prendere Quincannon a calci in culo così forte da spedire il deretano al vecchio affiliato del KKK dritto in gola, a tifare spudoratamente per l'eroe neanche ci trovassimo in un action tamarro anni ottanta o ancora bambini, di fronte al nostro cartone animato del cuore, solo con tanto sesso, sangue, violenza, turpiloquio ed alcool in più.
La scoperta, inoltre, della verità a proposito di Dio, Genesis e di quello che gli è accaduto a seguito degli eventi di Guerra sotto il sole, spingeranno Jesse, una volta risolti tutti i sospesi di Salvation, dritto indietro alla civiltà per chiudere definitivamente i conti con Dio, Cassidy, Starr e chiunque altro avrà la malaugurata idea di mettersi tra il cowboy solitario ed il suo orizzonte.
Ed io, cazzo, continuerò a viaggiare al suo fianco.
Sceriffo, predicatore, amico, combattente, uomo.
Perchè di Jesse Custer c'è bisogno.
A meno che non si rinunci definitivamente alla salvezza.




MrFord




"To all those people doin' lines, 
don't do it, don't do it. 
inject your soul with liberty, 
it's free, it's free."
The Cranberries - "Salvation" - 







sabato 19 settembre 2015

Preacher - Mangiatori di uomini

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 1999
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): proseguono le vicende di Jesse Custer, creduto morto tragicamente da Tulip e Cassidy a seguito dello scontro tra il Graal ed il Santo degli Assassini nel cuore della Monument Valley.
Sono passati sei mesi, da quei concitati istanti, e mentre la fidanzata del predicatore si crogiola in alcool, antidepressivi ed autocommiserazione il vampiro irlandese suo migliore amico cerca di sfruttare l’occasione per conquistare finalmente il cuore della ragazza. Custer, invece, che perso l’occhio sinistro ed ha trovato rifugio presso un curioso anarchico che si prodiga per rimetterlo in sesto e sulla strada giusta per tornare ai suoi compagni di viaggio ed alla sua missione.
Nel frattempo, Facciadiculo finisce per confrontarsi con il lato oscuro del successo, e Starr, Alto Padre del Graal uscito anche peggio di Custer e soci dalla battaglia con il Santo, si ritrova tra le mani di tre personaggi a dir poco curiosi, incatenato in un sotterraneo e con una gamba in meno.
Riusciranno i nostri eroi ad uscire sani – più o meno – e salvi e tornare a cercare il loro posto nel mondo?








La saga di Preacher, che lessi per la prima volta nei primi Anni Zero, nel pieno del periodo in cui mi cimentai – senza trovare la via del successo – come sceneggiatore di fumetti, fu una vera e propria pietra miliare nella mia carriera di lettore: Garth Ennis, che come più volte mi è capitato di scrivere può essere considerato il Tarantino delle nuvole parlanti, aveva confezionato una vera e propria bomba atomica in grado di avvincere, divertire, emozionare e chi più ne ha, più ne metta perfino nei suoi volumi maggiormente di raccordo, come questo Mangiatori di uomini.
Forse l’albo che meno preferisco dell’epopea di Custer e soci, anche questo resta comunque una lettura unica per inventiva – la parte dedicata al sogno di Facciadiculo rispetto ad un mondo fatto a sua immagine e somiglianza è assolutamente geniale -, sentimenti – il triangolo sempre più complicato Tulip/Jesse/Cassidy -, grottesco – il percorso di Starr verso la libertà dai mangiatori di uomini – ed un’atmosfera che pare quella della fine delle vacanze, quando si lascia alle spalle qualcosa di unico e ci si tuffa nell’incerto dell’autunno.
Di fatto, Mangiatori di uomini pone le basi per quella che sarà la vera e propria cavalcata degli ultimi tre volumi della serie, senza alzare troppo la voce e focalizzando le sue attenzioni su quelli che sono stati gli “eroi” di Preacher fino ad ora, regalando la sua seconda metà a quello che negli States era stato lo Special dedicato all’antagonista del Nostro, Herr Starr.
Anche in questo caso quel vecchio volpone di Ennis riesce ad incastrare ogni tassello rendendo tridimensionale e decisamente umano anche quello che, di fatto, è il “cattivo” principale della sua creatura, confermando la teoria secondo la quale la fortuna dei grandi eroi è fatta anche – e soprattutto - da grandi nemici: il percorso dell’agente segreto tedesco, dalle drammatiche origini della mancanza dell’occhio destro ai primi contatti con il Graal, fino alla rivoluzione dall’interno dello stesso, sono uno sguardo all’abisso ma anche all’umanità di un sognatore distorto di quelli da leccarsi i baffi, e che confermano il talento cristallino di uno degli autori di fumetti più importanti della Storia – recente e di sempre, negli ultimi quarant’anni forse secondo solo ad Alan Moore e Neil Gaiman, anche se su quest’ultimo non metterei la mano sul fuoco -, che proprio con Preacher ha regalato al pubblico il meglio che quest’ultimo potesse desiderare.
Perfino avendo già presente, ed indelebile nei ricordi, il percorso che condurrà Jesse Custer, Starr, Cassidy, Tulip, Facciadiculo e lo straordinario universo di Preacher alla conclusione della storia, ora che le pedine sono tutte posizionate, e con Mangiatori di uomini, di fatto, Ennis e Dillon finiscono il riscaldamento per concentrarsi su una serie di vicende pronte a rivoltare come un calzino chiunque di noi – anche chi, come il sottoscritto, sa già a cosa andrà incontro – si approcci ad uno dei titoli più rivoluzionari che il Fumetto abbia avuto la fortuna, la passione e la tenacia di presentare, tremo all’idea di iniziare la discesa vertiginosa che avrà inizio con Salvation: perché da qui in poi, dovrete lasciare ogni speranza, o voi ch’entrate.
Perchè Preacher è come sesso selvaggio, una sbronza colossale, un lancio con il paracadute.
Una volta iniziato, non si può più tornare indietro.
E difficilmente si dimentica.




MrFord




"Hey you Mrs I dont know what the fuck your name is 
I'm drawn to you somethings magnetic here 
if I could approach you or even get close to the scent that you left behind Id be fine 
no doubt that (no doubt) you bring out (bring out) the animal inside."
Limp Bizkit - "Eat you alive" - 





venerdì 11 settembre 2015

Preacher - Guerra sotto il sole

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 1999
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): Jesse Custer e Tulip, in compagnia dell’inseparabile ed instabile compagno di viaggio Cassidy sono alla ricerca dell’Altissimo, al quale il reverendo ha intenzione di fare un gran bel culo a seguito delle fregature che lo stesso pare aver rifilato non solo a lui, ma al genere umano intero.
Le loro strade, però, sono destinate ad incrociarsi ancora una volta con quelle del Graal, ora comandato da un Herr Starr sempre più assetato di vendetta rispetto alle cicatrici che proprio Jesse gli ha lasciato in dono nel corso del loro ultimo confronto.
Quando, nel pieno della Monument Valley, le due forze collideranno con una variabile impazzita nel mezzo – nientemeno che il Santo degli Assassini -, le cose si faranno decisamente caotiche, incasinate e tinte di sangue e brandelli di corpi come se piovessero.
Quando Starr, poi, deciderà di attivare una soluzione estrema per risolvere la questione, i destini di tutti i protagonisti della storia potrebbero finire per cambiare una volta per sempre.







La cavalcata di Preacher, che con estrema goduria sto vivendo una volta ancora e riproponendo, in barba al fatto che si tratti di un Fumetto in più volumi, qui al Saloon, giunge con Guerra sotto il sole alla sua apoteosi pulp, sfrontata e divertente: probabilmente, per quello che è l’albo che segna il mezzo del cammin della vita di Jesse Custer e soci – almeno editorialmente parlando -, Ennis e Dillon hanno pensato, ai tempi, di organizzare una vera e propria festa alla quale invitare non solo i loro protagonisti – sempre indimenticabili – ma anche tutti i lettori, regalando l’equivalente di un action dopato a suon di colpi che neppure Tarantino si sarebbe sognato di immaginare.
Quello che, non contando il senno di poi, poteva dare l’impressione di essere l’ultimo e definitivo confronto tra Jesse ed i suoi ed il Graal guidato da un sempre più segnato e determinato Starr, è un vero e proprio tripudio in termini di sangue, violenza, trovate al limite dell’assurdo e sfide lanciate da Garth Ennis, che dall’emissario della Casa Bianca Dick – per chi non lo sapesse, “cazzo” in una delle sue possibili traduzioni letterali – al Colonnello dei marines costretto proprio dal Presidente a sottostare agli ordini di Starr e mandare i suoi al massacro contro il Santo degli Assassini, per non parlare di un finale che i lettori della serie regolare, ai tempi, avranno vissuto come gli spettatori de L’impero colpisce ancora sono vera e propria dinamite, assistiamo, di fatto, al capitolo più dinamico e scanzonato eppure clamorosamente drammatico e destabilizzante della serie – almeno finora -, perfetto nel preparare il terreno per quella che sarà l’escalation della seconda parte della sua vita editoriale.
Ancora una volta Ennis risulta perfetto nella scelta dei tempi, delle gag, dei momenti romantici e di quelli assolutamente senza ritegno, e Dillon l’unico in grado di dare volto, corpo e spessore ai protagonisti di una saga che è on the road, sentimento, guerra, crescita, lotta, sesso, sangue, morte, romanticismo, valori di un tempo mescolati a passioni attuali, un cocktail esplosivo ed ingovernabile che probabilmente troverà il suo senso anche quando tutti noi poveri stronzi saremo con il culo sottoterra da qualche parte e, chissà, magari incasinati con l’Altissimo almeno quanto il nostro Jesse Custer.
Guerra sotto il sole, di fronte all’intero affresco di Preacher, potrebbe risultare forse addirittura un capitolo quasi leggero, transitorio, di passaggio: ma quando in campo scendono forze di questo calibro, non lasciatevi trarre in inganno dalle apparenze.
Questo è uno snodo cruciale delle vicissitudini di Jesse Custer e di tutto il cast di questo clamoroso ed inarrivabile titolo, uno tra i più rivoluzionari lavori della Storia intera del Fumetto: dunque godete quanto e più potete della sua parte goliardica e cazzara, e prendete il possibile dal resto.
Perché in fondo tutti siamo santi ed assassini, e quello che passa in mezzo: la differenza, di fatto, la farà il desiderio di poter, un giorno, alla fine dei giorni, poter tracciare una linea e capire di aver dato tutto quello che si poteva, anche di fronte all’impossibile.
Chiedete a Tulip, Cassidy e Jesse.
Lo confermeranno ad occhi chiusi.





MrFord




"If I seem bleak
well you'd be correct
and if I don't speak
it's cause I can't disconnect
but I won't be burned by the reflection
of the fire in your eyes
as you're staring at the sun."
The Offspring - "Staring at the sun" - 





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