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mercoledì 13 giugno 2018

Nella tana dei lupi (Christian Gudegast, USA, 2018, 140')












Uno dei generi più affascinanti dell'action e del crime è senza dubbio, almeno al Cinema, quello dell'heist movie.
Quando, poi, lo stesso si mescola con l'hard boiled, per quanto mi riguarda almeno metà del lavoro è fatto: il suddetto cocktail, infatti, permette ai suoi autori di mescolare storie di "buoni" e "cattivi" con talmente tante sfumature da mescolare continuamente le carte, di regalare passaggi da vecchi duelli da Far West e tenere inchiodato il pubblico dal primo all'ultimo minuto.
Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di godermi vere e proprie pietre miliari del genere, dal mitico Rififi a Inside man, passando per cult personali come Heat - La sfida: posso dire, dunque, che è sempre difficile, per una nuova uscita che entri in questo campo da gioco, pensare di confrontarsi con quelle che l'hanno preceduta.
E' difficile anche per Nella tana dei lupi, firmato dallo sceneggiatore all'esordio dietro la macchina da presa Christian Gudegast, solido filmaccio con duri da entrambi i lati della barricata, proiettili come se piovesse ed un ritmo decisamente sostenuto.
Grazie al fordiano ad honorem Gerard Butler e a queste caratteristiche, il lavoro di Gudegast - che negli USA è stato un buon successo al botteghino, tanto da sollecitare la produzione ad avviare il processo che porterà ad un sequel - avrebbe sula carta tutte le caratteristiche per diventare uno dei guity pleasures di questa spentissima primavera: peccato che lo stesso sia in più di un senso frenato dal suo essere profondamente derivativo, cosa assolutamente dannosa se si pensa al pubblico più smaliziato ed appassionato al genere.
Nonostante, infatti, alcuni buoni passaggi, è possibile chiaramente notare le influenze di David Ayer, Michael Mann, Antoine Fuqua, il Ben Affleck di The Town con una spruzzata finale che sa di scopiazzata de I soliti sospetti talmente evidenti da insinuare il dubbio, nello spettatore, che il regista sia un derivato dei suoi più noti colleghi piuttosto che un giovane in grado di trasformare le influenze in qualcosa di nuovo.
Può essere che si tratti di peccati di "gioventù", per l'appunto, e che con i prossimi lavori il buon Gudegast impari a gestire meglio le sue fonti d'ispirazione, ma per il momento lui e Nella tana dei lupi restano solo interessanti divertissement da una sera di quasi estate assolutamente lontani dai cult che hanno caratterizzato un genere tra i più affascinanti della settima arte, in grado di consegnare al pubblico e alla cultura pop charachters e situazioni memorabili.
Senza dubbio la lunga sequenza dell'uscita dalla Federal Reserve e le sparatorie che ricordano la filosofia dietro a Capolavori come Il mucchio selvaggio o il già citato The Heat sono punti a favore di questo lavoro, ma è ancora troppo poco affinchè lo stesso si affranchi dalle ispirazioni e trovi un carattere ed una via unici: per il momento resta qualcosa destinato a scivolare piano piano dalla memoria, cancellato dalle stesse immagini che devono aver formato il loro autore.
Immagini che prendono il posto di quelle cui si è assistito per oltre due ore, pronte a svanire come un fuggitivo pieno di sorprese anche quando di fronte si ritrova una squadra di sceriffi da far impallidire i più tosti degli sbirri da grande schermo.



MrFord



martedì 14 novembre 2017

Security (Alain Desrochers, USA, 2017, 88')





Ho sempre provato una simpatia notevole, per Antonio Banderas.
Sarà che, dagli esordi come pupillo di Almodovar in pellicole decisamente impegnate alle chicche da neuroni zero come Two much, passando per gli action targati Rodriguez o le ultime scorribande accanto a Stallone e ai suoi Expendables, l'ho sempre trovato non solo credibile, ma decisamente easy e guascone quanto basta per evitare la sensazione di essere qualcuno pronto a menarsela: figuratevi, finisce per risultarmi divertente anche negli spot del Mulino Bianco.
Quando, credo agli inizi dell'estate, il mio fratellino Dembo mi parlò di questo film, decisi di dedicarmi al recupero nonchè alla visione nel corso di una serata di quelle da divano e rutto libero che di norma finiscono per ricaricarmi al termine di giornate particolarmente impegnative, e devo ammettere che ancora una volta l'attore spagnolo è riuscito nel suo intento.
Aiutato da un'atmosfera da assedio che ha riportato alla mente del sottoscritto gli echi del Carpenter di Distretto 13 o del sottovalutato - e fortissimo - Nido di vespe, questo Security finisce per diventare un piccolo miracolo dell'action dal budget ridotto dell'ultimo anno, una piccola chicca che gli appassionati del genere non dovrebbero perdersi, a prescindere da quanto telefonata possa essere: lo scontro tra Banderas reduce dell'esercito alla ricerca di un lavoro qualsiasi - una parentesi molto attuale quella della richiesta del protagonista di un impiego anche al "minimum wage" - ed i suoi colleghi abituati alla routine da centro commerciale ed un Ben Kingsley nella sua versione villain spalleggiato da un piccolo esercito di professionisti è pane per ogni appassionato della materia, ben gestita dal regista e pronta ad intrattenere come è giusto che questo tipo di proposte facciano, dalle evoluzioni del protagonista spaccaculi ai problemi dello stesso che divengono il motore per superare qualsiasi difficoltà.
Interessante anche lo sviluppo in pieno stile da horror survival dei comprimari del protagonista, nonchè la presentazione decisamente inquietante degli uomini del suo rivale, almeno in principio in grado di apparire quasi come dei veri e propri mostri anche grazie ad un look che riesce a farli sembrare, più che un gruppo di sicari militarmente addestrati, come una banda di selvaggi usciti dritti dal deserto australiano di Mad Max.
Pur se implausibile, molto divertente anche l'utilizzo in pieno stile McGiver degli oggetti a disposizione nei negozi del centro commerciale da parte dei guardiani capitanati da Banderas, così come i momenti più tamarri come quello legato all'utilizzo del mezzo messo in palio dal centro stesso, una sorta di incrocio tra una moto ed un quad.
Certo, i datori di lavoro di un gruppo di sicari pronti a farsi sgominare - pur con fatica - da cinque guardie disarmate - almeno al principio - non saranno certo contenti, ma il tutto funziona nel suo essere un bel giocattolone action, e consegna all'audience uno dei Banderas più cazzuti che ricordi, oltre ad un'ora e mezza di sano, puro intrattenimento a neuroni zero con assedio compreso nel prezzo, proiettili a profusione e botte da non fare invidia alcuna ai classici anni ottanta.
Finale positivo compreso.
Cosa volere di più, per una serata in pieno stile Saloon?




MrFord




 

lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Il genio della fuga (Edgar Wright, UK/USA, 2017, 112')




Ricordo benissimo la prima volta in cui il mio cammino incrociò quello di Edgar Wright: per puro caso, sul retro della copertina del dvd - perchè uscì direttamente per l'home video, cosa a dir poco scandalosa - de L'alba dei morti dementi, terribile adattamento di Shaun of the dead, lessi di pareri entusiastici dell'esordio "da grande" del regista inglese giunti da Peter Jackson, Quentin Tarantino e nientemeno che George Romero, il Maestro indiscusso del genere zombie, che rimase così colpito da invitare poco tempo dopo lo stesso Wright ed il suo protagonista Simon Pegg per un'apparizione in La terra dei morti viventi.
Ricordo anche lo scetticismo spazzato via scena dopo scena da quello che è ancora oggi - e ancor più - un supercult, nonchè forse il miglior film di questo cineasta talentuoso ed originale, che potrebbe non avere i numeri - almeno per ora - di un suo quasi coetaneo ormai considerato una realtà mondiale - Christopher Nolan - ma che rappresenta ad ogni visione una ventata d'aria fresca: dalla strepitosa Trilogia del Cornetto - che non posso che amare in blocco - a Scott Pilgrim, Wright ha fatto del ritmo, della musica e del montaggio i suoi punti di forza, e Baby driver, osannato negli States da pubblico e critica, non è assolutamente da meno rispetto ai lavori precedenti del Nostro.
Senza dubbio, oltre ai punti di forza appena segnalati, questo heist movie andrebbe ricordato per le ottime scelte di casting - spassoso il charachter di Jamie Foxx, grande invece il lavoro svolto dal giovane Ansel Elgort -, la soundtrack variegata e da urlo, il crescendo che conduce lo spettatore come se fosse un guidatore "da rapina" ed una mescolanza di generi che passa dal pulp anni novanta all'heist movie classico - anche se, va detto, come Inside man ancora non ne ho visti -, passando per il film di formazione e quello romantico: si sente forse la mancanza dell'ironia spinta e selvaggia del già citato Shaun e di Hot fuzz, o della maggiore freschezza degli stessi, ma occorre anche ammettere che, ai tempi, un film di Edgar Wright rappresentava un'assoluta novità, qualcosa che nessuno aveva mai portato sullo schermo, quantomeno in quel modo.
Resta però una visione assolutamente meritevole, che intrattiene alla grande e riesce perfino ad emozionare in un paio di passaggi, forse non clamorosa come le voci della vigilia affermavano fosse ma senza dubbio pronta a confermare il valore del regista e sceneggiatore, che oltre ad essere un vero e proprio "batterista" della settima arte per la sua cura del ritmo, dimostra - proprio come Nolan - di non sbagliare film neppure quando di fronte ci si ritrova "soltanto" ad un'opera discreta o buona, e non semplicemente strepitosa.
Baby driver, dunque, apre decisamente bene questo autunno cinematografico, con tanta musica, corse in macchina a velocità folli, amori da melò d'altri tempi, una trama noir e personaggi scombinati come neppure i Coen si immaginerebbero - la coppia Hamm/Gonzalez fa scintille -, un protagonista per il quale è impossibile non fare il tifo e perfino quella speranza che pare ormai fantascienza che, prima o poi, anche i bravi ragazzi avranno la loro gloria.
Questo è senza dubbio uno dei grandi meriti di Wright: quello di credere in una positività che, anche tra sangue e proiettili, è in grado di regalarci un sogno.
Neanche fosse la canzone della nostra vita.




MrFord




lunedì 21 agosto 2017

007 - Missione Goldfinger (Guy Hamilton, UK, 1964, 110')





E' curioso come e quanto, a volte, i vecchi classici vengano in nostro aiuto quando le nuove frontiere non offrono alternative valide: non troppo tempo fa, in vista di un pomeriggio di fuoco da passare con i Fordini sul tappeto a giocare, tra animali, libri, pennarelli e le richieste di attenzione del Fordino da contrapporre alle prime volontà d'indipendenza della Fordina - che sta sviluppando un caratterino davvero niente male -, mi sono ritrovato a combattere con formati di file non compatibili con qualsiasi riproduttore avessimo in casa che non fosse uno dei computer, ripiegando, prima che il caldo potesse suscitare reazioni inconsulte, su un ripescaggio che avevo in serbo da tempo, uno dei dvd della collezione dedicata a James Bond omaggiati ai tempi della pubblicità fatta qui al Saloon alla collana uscita in allegato a non ricordo quale quotidiano.
Goldfinger, da sempre uno dei titoli più amati dell'epoca di Sean Connery nei panni dell'agente segreto più noto della Storia del Cinema, è un solidissimo film d'avventura dal ritmo invidiabile e dalle grandi trovate che ora potranno apparire naif ma che funzionano alla grande in barba ai decenni ed alla malizia che tutti noi abbiamo guadagnato con l'avvento del "futuro": non raggiunge, forse, i livelli di Licenza di uccidere, ma resta un saggio di quanto possa essere godurioso e perfetto per qualsiasi età e tempo il film d'intrattenimento ben costruito, con i suoi buoni ed i suoi cattivi - il Fordino attraversa quella fase in cui necessita di un'identificazione delle figure che vede sullo schermo -, il suo stile inimitabile - tra macchine e località turistiche da "fascia alta", dalla Svizzera a Miami - ed alcune sequenze davvero indimenticabili per i tempi come quelle dell'assalto a Ford Knox nella parte finale, l'agguato ai boss della malavita nella proprietà di Goldfinger e la lotta con il guardaspalle coreano di quest'ultimo, una vera e propria macchina da guerra su gambe.
Perfetto, ovviamente, il già citato Connery, forse meno fisico di altri Bond - come l'ultimo Craig - ma carismatico come nessun'altro, pronto a fare da centro di gravità permanente a battute mitiche che mi sono ritrovato ad approvare in pieno - "Sull'aereo ho fatto caricare da bere per tre", comunica uno dei suoi superiori all'agente, "Chi viaggia con me?" la risposta di Bond, "Nessuno, ma sapevo che avrebbe apprezzato": praticamente un sogno per il sottoscritto - ed al solito giro di belle signore che ai tempi erano una regola per ogni film di questa serie che si rispettasse.
Come se la cornice, l'atmosfera, il ritmo non bastassero, lo stesso Goldfinger finisce per rappresentare uno dei villains più interessanti dell'intera saga di Bond, dalla bellissima partita a golf giocata sui sottintesi al confronto finale a bordo dell'aereo pilotato dall'altrettanto indimenticabile Pussy Galore: e l'omicidio a Miami da "Re Mida" è una chicca che soltanto l'innocenza dei tempi poteva permettere, come l'interrogatorio subito da Bond in Svizzera: momenti magici che non solo non invecchiano un film che pare la definizione di Classico, ma che fanno rimpiangere tutto quello che, anno dopo anno, abbiamo finito per perdere.
Nel mio piccolo, spero di poter continuare fino a quando mi sarà possibile e me lo permetteranno, a condividere visioni come questa - anche se distratte, ovviamente, da parte loro - con i Fordini, e che possano germogliare sbocciando in una futura passione per questo straordinario mezzo che è il Cinema.




MrFord




 

venerdì 7 aprile 2017

Command performance (Dolph Lundgren, USA, 2009, 93')




Se Stallone, Schwarzenegger e Van Damme sono i simboli intoccabili di un'epoca fantastica che ancora oggi mi godo come una macchina del tempo, molti sono i volti di quegli anni ottanta votati all'action tamarra che qui al Saloon sono praticamente di casa: uno di questi è quello di Dolph Lundgren, che tutti gli amanti del genere avranno incontrato - o ricorderanno - per la prima volta in Rocky IV nel ruolo di Drago, anche se sono molte le chicche che ha regalato negli anni, da Resa dei conti a Little Tokyo a Red Scorpion.
Quello che almeno i suoi detrattori non sapranno è che il buon Dolph, oltre ad essere uno specialista di Karate, conoscere sei o sette lingue, avere un Q. I. di centosessanta o simili, una laurea al M.I.T. - se non ricordo male in ingegneria chimica -, essere un ottimo musicista, ha sempre preferito la carriera d'attore a quella del professore: nel caso di Command performance, solido action televisivo che non sarà un miracolo di qualità ma che fa barba e capelli ad altri suoi simili - vedasi tutta la produzione recente che vede protagonisti il già citato Van Damme o ancora peggio Steven Seagal -, l'ex Ivan Drago non solo si cimenta come di consueto in botte da orbi e sparatorie, ma anche dietro la macchina da presa - come regista - e da scrivere - come sceneggiatore -.
Certo, non sarà Sly - che resta il numero uno, in questo senso -, il lavoro è abbastanza grezzo e piuttosto lineare, le sequenze d'azione non memorabili e la trama davvero basic, eppure il tutto si lascia guardare senza colpo ferire, riuscendo ad intrattenere quello che serve specie quando ci si trova, come nel mio caso, a sfruttare film di questo tipo come sottofondo per le giornate passate con i Fordini - in questo caso era presente la sola Fordina, che potrà così vantarsi di aver visto il suo primo film con Dolph Lundgren prima di aver compiuto un anno -.
Prendendo spunto dall'epoca di transizione tra Unione Sovietica e Russia, buttando nel calderone un pò di rock and roll, una storia di vendetta ed uno scenario da terrorismo quasi in anticipo sui tempi - l'attacco al concerto mi ha ricordato, con qualche brivido, quello che ha sconvolto Parigi ed il mondo un anno e mezzo fa - Dolph confeziona un prodotto di grana grossa perfetto per gli appassionati del genere, senza farsi troppi problemi o pensieri e portando a casa una pagnotta non per tutti i palati, ma comunque giusta per godersi una serata a cervello spento.
I divertiti riferimenti, poi, alla sua età ed alla "vecchia scuola", per quanto lontani dalla magia di cose come Expendables 2, funzionano, e non essendo presenti sequenze in cui il Nostro sia impegnato in una corsa - penso sia il secondo uomo a correre peggio al mondo dopo Nicholas Cage, sarà colpa dell'altezza - il fu Drago spiezza ancora in due senza troppi pensieri o problemi.
Se, dunque, avete bisogno di un divertente intermezzo per i vostri neuroni, o siete in cerca di una pellicola assolutamente non impegnativa per una serata da rutto libero, dateci dentro: e ricordate, mentre lo fate, che il tamarro biondo di quasi due metri che state guardando avrebbe potuto essere il vostro professore di chimica.
E per fortuna non è stato così.




MrFord




domenica 2 aprile 2017

Justified - Stagione 6 (FX, USA, 2015)




Esistono alcuni titoli, soprattutto tra quelli destinati al piccolo schermo, che negli ultimi anni, a prescindere dal valore oggettivo, dal contesto o dalle vicende narrate, hanno significato per il sottoscritto davvero tanto: da Spartacus a Sons of anarchy, passando per Six feet under con il suo finale spaccacuore, alcuni serial avranno per sempre spazio al Saloon, ed uno spazio d'onore.
Stessa sorte toccherà a Justified, produzione che mescola i SamCro con il concetto di Western e di Frontiera attraverso i characthers indimenticabili di Raylan Givens e Boyd Crowder, resi perfettamente da Timothy Olyphant e dal il fordiano ad honorem Walton Goggins.
Certo, non parliamo di un titolo destinato a fare una rivoluzione nell'ambito del piccolo schermo, o di qualcosa con la forza dirompente delle pietre miliari, ma di un prodotto che, con quest'ultima stagione, raccoglie quello che ha seminato e lo rappresenta con assoluta onestà e schiettezza, regalando un'escalation notevole, dei villains decisamente interessanti - Sam Elliot è sempre una sicurezza, del resto - ed una consacrazione quasi mitica dei già citati Raylan e Boyd, uniti dall'essere nati in un luogo in cui o si è minatori, poliziotti o criminali, da padri che non sono stati quello che avrebbero meritato e da un legame che tocca soltanto i migliori amici ed i migliori nemici.
Ed è curioso, nonostante tutto quello che accade, e che porta ancora una volta i loro sentieri in direzioni opposte, che entrambi finiscano come padri, loro, che forse fin dai tempi della miniera parevano nati con la maledizione di una vita troppo breve sulla testa.
Curioso ma confortante, come quella conclusione che, per una volta, è praticamente perfetto che sia come sia, quasi positiva, in cui ognuno raccoglie quello che ha seminato senza troppi drammi: in fondo, chi ha la scorza dura come questi due scombinati e caotici antieroi - da una parte e dall'altra della barricata - avrebbe cozzato con una morte nemica del vivere - ed entrambi paiono essere tremendamente attaccati a questa palla di fango - e del ruolo che hanno, perfino nei momenti in cui paiono lottare prima di ogni altra cosa contro se stessi.
In tutta onestà, mi mancherà davvero molto, Justified, dalla sigla d'apertura che così tanto ricordava Sons - con Julez abbiamo sempre cantato le parole di una sulla musica dell'altra - alla verace cornice country, dall'amicizia e rivalità tra i due protagonisti al sangue ed alle storie di provincia per la quale è stato versato ispirate dai racconti di Elmore Leonard, cui è dedicata l'opera e che non si può, da amanti del genere e della Frontiera, non amare.
Mi mancherà nelle battute tra i Marshall e nei tentativi di cambiare il proprio mondo dei fuorilegge, nei cappelli a tesa larga e nei colpi di pistola, nell'essere guascone ed inesorabilmente innamorato di Boyd e cazzuto ed inesorabilmente figo di Raylan, nella speranza che, perfino per chi è destinato a non farcela, la possibilità di scamparla ci sia sempre e comunque.
Perchè anch'io sono attaccato a questa vita, anche quando chiede in cambio sudore, lacrime e sangue, e sono convinto che, a volte, ma solo a volte, quando nel West la realtà incontra la leggenda, possa non vincere la leggenda.
Ma permettere, in casi eccezionali, che possa diventarlo la realtà stessa.



MrFord




venerdì 24 marzo 2017

On the job (Erik Matti, Filippine, 2013, 118')





Fin dai primi passi mossi nell'incredibile mondo del Cinema d'Oriente, compiutid a suon di pallottole grazie a Kitano e To, sono sempre stato affascinato dal modo di raccontare il dramma e lo struggimento del crimine e di una realtà senza uscite dei nostri cugini ad Est: probabilmente liberi dai condizionamenti religiosi e culturali presenti da queste parti, infatti, ho sempre trovato gli autori asiatici ben più capaci di quelli occidentali di rappresentare senza nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso la crudeltà di un certo tipo di storie e di mondi, così come la semplicità, l'emozione e, a tratti, l'ironia macabra delle stesse - una sequenza come quella del confronto tra Kitano ed il pedofilo in L'estate di Kikujiro, probabilmente, qui avrebbe provocato uno scandalo -.
Dunque, quando si tratta di crime violento proveniente da Oriente, da queste parti si sfonda una porta aperta: doveva ben saperlo il mio fratellino Dembo quando, nel corso di un pomeriggio a casa sua con i bimbi scatenati, il Fordino in fremente attesa di vedere ancora una volta il pappagallo Elvis ed i consueti scambi "tra genitori", ha gentilmente offerto al sottoscritto questo On the job, teso crime filippino di qualche anno fa inspiegabilmente uscito sul mercato home video anche in Italia e ben recensito in rete.
Il risultato è stato, oltre ad un viaggio nel tempo fino all'epoca in cui il già citato Kitano e John Woo erano i miei mostri sacri, una vera, interessante scoperta: a prescindere dal fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti - e non mi stupisco, Manila è una delle metropoli con il più alto tasso di corruzione e criminalità di tutta l'Asia -, On the job rappresenta il tipico racconto senza speranze manifesto dell'hard boiled, in cui tutti perdono, specie se sono "buoni" o animati da intenzioni "giuste", il Potere vince sulla Giustizia, il sangue sulla speranza e chi più ne ha, più ne metta.
Da entrambi i lati della barricata, che si tratti di poliziotti o criminali, la bassa manovalanza finisce fagocitata dai meccanismi dei grandi burattinai di entrambe, spesso soffocata nel sangue: in questo senso, occorre ammettere una perizia notevole - nonostante un montaggio a mio parere non sempre all'altezza - nel rappresentare con un realismo sconvolgente le fasi più concitate e violente di inseguimenti ed uccisioni, così come l'ottima scrittura che permette allo spettatore di trovare spunti di coinvolgimento che si parli dei poliziotti in caccia, dei criminali pronti a tutto - anche a fare da sicari per il Governo - pur di toccare con mano una speranza tradotta in termini economici o di promesse di libertà, e delle vittime.
Come di consueto, eminenza grigia ed avversario di tutti - nonchè mio, da spettatore e da uomo - il Potere costituito manovrato dalle dittature silenziose, che si esprimono per bocca di personaggi come il generale Pacheco e tutti quelli come lui, "guardiani" silenziosi di democrazie che celano imperi, monarchie pronte a spacciarsi per repubbliche: e non nascondo che, per indole ed inclinazione, se non ci fosse stata l'azione a stemperare il mio lato ribelle e politico, mi sarei indignato di fronte all'ennesima dimostrazione di come vanno le cose, a prescindere dalla parte del mondo in cui ci si trova.
Per poter quantomeno accantonare il pensiero, mi sono rifugiato, neanche fossi tornato ai tempi di The Killer, al rapporto ed allo struggente finale dello stesso tra i due sicari: umanità, sangue e lacrime.
Qualcosa di vissuto, nel bene o nel male.
Qualcosa che il potere non potrà mai comprendere.
Perchè quello si mangia tutto, senza badare al sapore.




MrFord




 

martedì 21 marzo 2017

John Wick - Capitolo 2 (Chad Stahelski, USA, 2016, 122')

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Quando si parla di action movies tamarri, l'hype che mi travolge nell'attesa della visione è superiore a quello di qualsiasi proposta d'autore, film di Clint Eastwood o Michael Mann.
Probabilmente, soltanto un ritorno a sorpresa del mitico Stanley potrebbe scatenare dentro di me qualcosa di più devastante.
Dunque, capirete bene quanto attendessi, dopo l'ottimo exploit - inaspettato, tra le altre cose - di John Wick qualche anno fa, il nuovo film della saga dedicata all'ex assassino spaccaculi ed ammazzacristianiamazzi interpretato da Keanu Reeves, che lasciati a casa i panni del "cibernetico signore degli anelli" con il buon John aveva ritrovato il posto che gli competeva nel panorama action dai tempi di Speed.
E capirete bene quanto possa essermi sentito deluso e quasi incazzato, non fossi stato intorpidito completamente dal sonno al termine della visione.
Perchè il secondo capitolo di John Wick è una delle delusioni più terribili che abbia patito nel corso degli ultimi mesi: un prodotto moscio, privo di ironia, eccessivamente serioso, statico non tanto nelle sequenze d'azione - ben congeniate - quanto nello spirito, un trito e ritrito portato avanti per due ore che paiono interminabili - ed in questi casi non dovrebbe certo andare in questo modo - e che hanno il sapore di raccordo per un eventuale terzo capitolo, quasi si volesse cercare di trasformare John Wick in una produzione, per l'appunto, nello stile di Michael Mann, senza ricordare che le tamarrate non solo devono restare tamarrate, ma anche e soprattutto pestare il piede sull'acceleratore ogni volta possibile - in questo senso, una lezione è data dall'impietoso confronto tra Expendables 2 e 3, per citare una saga che adoro alla follia -.
E pensare che l'unico a seguire questo consiglio sia il nostrano Riccardo Scamarcio - che non è esattamente Marlon Brando, per essere quantomeno alla lontana politically correct - è l'indice di quanto, purtroppo per me e per tutti i fan del personaggio, questo secondo capitolo sia un fallimento su tutta la linea, quasi un ritorno alle atmosfere cupe e pesanti degli anni novanta che, lo sanno anche i sassi, con l'action sguaiata sono stati teneri quanto John con chi gli ha rubato la macchina ed ammazzato il cane.
Peccato davvero, perchè mi sarei aspettato fuochi d'artificio, momenti di esaltazione con salti sul divano ed un giro aggiuntivo di bevute per festeggiare e mi sono ritrovato abbattuto, deluso, quasi stroncato dal sonno e per la prima volta dopo settimane desideroso di andare a letto senza passare dal via, e soprattutto senza neppure avvicinarmi alla mezzanotte - non succede praticamente mai, a meno che non stia davvero male -.
John Wick - Capitolo 2, dunque, pecca nel tentare di apparire come un action d'autore - perchè non siamo certo sul pianeta, nella galassia o nell'universo di cose come The Raid 2 o Blackhat - così come una tamarrata senza ritegno alcuno - cosa perfettamente riuscita con The Equalizer, ad esempio -, e si tuffa neppure troppo bene nel grande oceano di titoli destinati ad essere dimenticati in fretta e senza alcun rimpianto.
L'unica nota positiva potrebbe essere data dal fatto che, dal molto probabile capitolo tre, mi aspetterò decisamente meno.




MrFord






domenica 19 marzo 2017

Justified - Stagione 5 (FX, USA, 2014)




Fin dai tempi dei suoi esordi sugli schermi del Saloon, la saga del Marshall Raylan Givens è entrata subito a far parte del ristretto novero dei titoli assolutamente ed inequivocabilmente fordiani del piccolo schermo, finendo per diventare, con il tempo, dapprima un'ideale compagna di Sons of anarchy e dunque un palliativo al termine della cavalcata dei SamCro.
Del resto, con una cornice southern perfetta ed uno stile da Western moderno, un protagonista che unisce faccia da schiaffi ed un approccio cool e letale ed un antagonista - il Boyd di Walton Goggins, che ormai è parte del club dei miei idoli - che spesso e volentieri finisce per mangiarsi tutta la serie, Justified aveva tutte le carte in regola per fare breccia da queste parti: inoltre, giunti alla quinta e penultima stagione, si può notare quanto la qualità sia rimasta sostanzialmente immutata, anche grazie ai due main charachters appena citati ed alla capacità degli autori di non puntare mai troppo in alto o accontentarsi del troppo in basso nel continuare a raccontare le vite e le morti nella Contea di Harlan, sperduta tra le campagne del Sud in cui si spara prima di fare domande.
Nonostante tutto, devo ammettere che con questa quinta stagione ho impiegato più tempo che con le precedenti a sentirmi davvero all'interno della storia: sarà che, per quanto costante, il livello di questo titolo è rimasto sempre sugli stessi standard - alti - e non ci sono stati veri e propri scossoni - siano essi molto positivi o molto negativi -, o che i Crow, rappresentati dalla parte di famiglia giunta ad Harlan dalla Florida attratta dai soldi del patetico e grottesco Dewey - uno dei personaggi più sfigati ed involontariamente comici che ricordi - non mi sono mai sembrati davvero all'altezza di Raylan e Boyd, ma ci sono voluti il Cartello messicano - o almeno, una sua parte - ed un'escalation del mitico Crowder che con ogni probabilità porterà al definitivo confronto tra lui e Raylan nell'ultima stagione della serie - che, lo ammetto, fosse anche solo per questo non vedo l'ora di vedere - per premere sull'acceleratore e consentire a Givens e compagni di rimanere senza alcun dubbio tra i preferiti del sottoscritto, quantomeno in termini di affinità con un certo tipo di genere e narrazione.
Justified, del resto, è come uno di quei bourbon da stendere i cavalli che solo i bevitori più tosti riescono a reggere in quantità importanti, una storia che non fa sconti a nessuno e lascia cicatrici da una parte e dall'altra della barricata, mostra le sfumature oscure dei "buoni" e quelle luminose dei "cattivi" - in questo senso, Raylan e Boyd sono assolutamente perfetti -, senza scene madri o sparatorie epiche da antichi duelli - si veda il confronto tra Raylan e Danny, il Crow più squilibrato ed odioso della cricca, e l'assurda morte di quest'ultimo -, specchio di una provincia made in USA dove il sogno delle stelle e delle strisce non è mai arrivato, in cui l'unica possibilità resta quella di cercare di sopravvivere, a prescindere da dove porterà la strada che viene scelta.
Non resta, dunque, che tenersi stretti alla "sella" e cavalcare verso l'ultima stagione dedicata alle gesta di questo insolito tutore dell'ordine e dell'ancor più insolito suo amico/nemico d'infanzia, specchio, di fatto, delle scelte che l'uno o l'altro hanno abbracciato o allontanato nel corso della vita.
Spero soltanto non venga sparso troppo sangue.




MrFord




lunedì 23 gennaio 2017

Face/Off - Due facce di un assassino (John Woo, USA, 1997, 138')




Questo post partecipa orgogliosamente indossando un parrucchino assurdo alle celebrazioni per il Nicholas Cage Day.




Quasi mi dispiace di aver utilizzato un supercult anni novanta - e sapete bene quanto sia problematico il mio rapporto con i nineties - come ripiego per questo Nicholas Cage Day organizzato dalla ciurma di F.I.C.A.: in realtà, approfittando dell'occasione, avrei voluto recuperare uno dei film più importanti della carriera del Gabbia - Via da Las Vegas, che gli portò l'Oscar - colpevolmente ancora mai passato sugli schermi del Saloon, ma per questioni organizzative e di tempo ho dovuto ancora una volta rimandare l'appuntamento con la Città del peccato e rispolverare, in un pomeriggio da solo con la Fordina, che più passa il tempo e più, rispetto a suo fratello, sembra una vera e propria bestia selvaggia - la sala, al termine della visione, pareva un vero e proprio campo di battaglia tra libri e giochi sparsi in ogni dove -, uno degli esperimenti più riusciti della carriera di un Maestro dell'action come John Woo, al servizio di una doppia grande interpretazione del Nicolone - ovviamente - e di John Travolta, entrambi talmente sopra le righe da fare spavento eppure efficaci come non mai.
Ammetto che, rivedendolo per la prima volta dopo qualche anno, l'impressione che sia un pò invecchiato ha fatto capolino a tratti, eppure Face/Off rappresenta ancora oggi l'esempio perfetto di unione quasi da fantascienza tra action tamarro e sguaiato e film d'autore, grazie ad un comparto tecnico perfetto al servizio di una vicenda totalmente implausibile ma in grado di reggere la tensione ed il ritmo - pazzeschi entrambi - dall'inizio alla fine, regalando uno dei charachters più strabilianti mai interpretati dal Nicolone, Castor Troy, che dal mitico "Mi piace mangiare la patata" agli occhi sgranati delle grandi occasioni è e resta indimenticabile non solo per i fan del Nostro, ma anche per chiunque apprezzi il classico cattivo senza ritegno di questo genere di produzioni.
Come se non bastasse - e, ricordiamolo, vale lo stesso discorso per Travolta - la doppia parte permette a Cage di sfoderare anche il suo lato romantico/patetico prepotentemente come poche altre volte nel corso della carriera, e senza dubbio in questo caso funzionale al personaggio, per l'appunto doppio: la rivalità tra Archer e Troy, che riesce ad essere intensa quasi quanto quella tra il sottoscritto e Cannibal Kid, fa da ossatura ad un film che è un vero e proprio caposaldo del genere, ed uno dei pochi action che, negli anni, sono riusciti a convincere perfino la critica "dura e pura".
Dai "bullet time" che anticiparono i tempi alle riflessioni sul tema del doppio e su quello che accadrebbe se fossimo costretti a vestire i panni del nostro peggior nemico, passando attraverso molti dei grandi nodi narrativi del poliziesco, Face/Off è un film nel suo ambito quasi perfetto, che potrà cominciare ad apparire datato agli spettatori attuali ma che è senza alcun dubbio una bomba pronta ad esplodere, un rollercoaster dal quale non si scende fino ai titoli di coda, e che permette di cedere al fascino del bad guy da parte di chi è sempre stato il buono per antonomasia - la rissa in carcere - così come a quello del bravo ragazzo per chi, al contrario, è sempre stato uno stronzo maiuscolo - il trattamento allo spasimante della "figlia" -: in un giorno di celebrazioni come questo, non mi sento troppo a disagio nell'affermare che si tratta senza ombra di dubbio di uno dei successi maggiori di Nicola Gabbia, in uno dei ruoli che più hanno calzato sulla sua capacità interpretativa da occhio sbarrato e movenze nervose ed apparentemente scomposte, un misto tra un cane maledetto ed un veterano della cocaina.
Chiunque pensi che l'action sia morta con gli anni ottanta o, ancora peggio, che viva in molti dei prodotti spompati che girano in sala di questi tempi - si veda il recente terzo capitolo dell'inutile XxX -, dovrebbe farsi un giro con i signori Archer e Troy per assaporare il vero brivido di un genere da sempre troppo sottovalutato ed in grado come pochi altri di esaltare a dismisura lo spettatore.




MrFord



 




Partecipano orgogliosamente indossando il parruccone con me anche:
Il Bollalmanacco 
Director's Cult
Non c'è paragone
Pietro Saba's World
In Central Perk 
Una mela al gusto pesce
Cooking Movies

domenica 15 gennaio 2017

24 - Stagione 8




In questi primi quasi sette anni di Saloon, accanto a novità e scoperte, si è dato ampio spazio, che si parli di Cinema come di piccolo schermo, ai recuperi di titoli divenuti cult per un motivo o per un altro, ai tempi della loro uscita, snobbati dal sottoscritto: uno di quelli più goduriosi è stato senza ombra di dubbio quello di 24, celebratissima da tutti gli amanti dell'action e non solo ai tempi di Lost e giunta al Saloon quando negli States quasi si avviava alla sua (prima) conclusione proprio con questa season numero otto.
La corsa del mitico Jack Bauer, dunque, al termine di otto anni costruiti da momenti memorabili, innumerevoli uccisioni, terroristi neutralizzati e governi - anche statunitensi - rovesciati, giunge al termine nel modo più onorevole, lontana dai fasti del momento migliore della serie - direi senza dubbio le stagioni dalla tre alla cinque - ma sempre in grado di intrattenere qualsiasi pubblico, dai poco avvezzi all'action ai tamarri, dai vecchi fan come il sottoscritto ai nuovi come il Fordino, che non vedeva l'ora di vedere il sempre leggermente reazionario Bauer arrabbiarsi per "spaccare tutto".
A rendere ancora più divertente un'ottava stagione che, ai tempi, segnò il commiato dell'agente speciale americano, un ritmo ed una serie di twists ben orchestrati - nonchè il ritorno di vecchi nemici come Logan - pronti a recuperare terreno su una settima che, indubbiamente, segnava il passo rispetto ad una proposta, come scrissi ai tempi, decisamente figlia degli anni del "bushismo" che, nel pieno dell'era di Obama, trovava poco terreno fertile.
Interessante, comunque, vedere Jack dapprima coinvolto suo malgrado nel tipico intrigo da potenziale attentato che l'aveva visto protagonista in diverse occasioni nel corso di questa cavalcata dunque al centro di un gioco delle parti da infiltrato con la mafia russa e la sua vecchia fiamma Renee Walker, prima di dedicarsi al testa a testa con i potenziali terroristi ed agli intrighi politici pronti a coinvolgere le più alte cariche dello Stato: in questo senso, ottima la scelta di rendere più fragile il personaggio del Presidente Taylor - il primo a non risultare, almeno finora, profetico, rispetto a quanto mostrato da questa serie - e di permettere il rientro di Logan, così come di spostare l'azione dalla strada della prima parte ai corridoi del potere della seconda, sfruttando come collante l'interessante charachter di Dana Walsh, partita in sordina e finita alla grande regalando una delle scene più clamorose pensate per Jack Bauer, forse il protagonista da "sconti a nessuno" più tosto dai tempi del Dirty Harry di Eastwood.
Certo, non si potrà mai pretendere di trovarsi di fronte il titolo che cambia la vita come per i già citati Lost o Breaking Bad, così come l'atmosfera assolutamente ludica di chicche del calibro di Alias, ma 24 è e resta parte integrante della storia delle serie televisive, una sorta di risposta del piccolo schermo al Die Hard figlio della settima arte, con un protagonista che difficilmente i fan dimenticheranno, e che non vedo l'ora di tornare a vedere in azione nel sequel andato in onda un paio d'anni or sono che, almeno per ora, chiude il discorso con il franchise mantenendo inalterata la squadra vincente Bauer/O'Brien in attesa del reboot atteso per febbraio, che cambiando protagonista potrebbe, purtroppo, non avere la stessa fortuna dell'originale.
A prescindere da tutto, da come sono andate o come andranno le cose, senza dubbio Jack Bauer avrà sempre un posto speciale, nel cuore del sottoscritto e degli spettatori: fosse anche solo per essere uno dei migliori scacciapensieri in un'epoca in cui, purtroppo, alcuni avvenimenti incredibili - e non in senso buono - hanno finito per trovare più spazio nella realtà che non nella fiction.



MrFord



 

domenica 4 dicembre 2016

Criminal (Ariel Vromen, USA/UK, 2016, 113')




Se nel corso degli anni ottanta, o anche solo qualche anno fa, qualcuno mi avesse detto che sarebbe nata una vera e propria corrente di attori non proprio più di primo pelo pronti a rimettersi in gioco nel ruolo di spaccaculi action heroes, spesso e volentieri non provenendo neppure lontanamente da quel tipo di genere ed ambiente cinematografico, avrei riso a crepapelle: allo stesso modo, se avessi saputo che Kurt Russell sarebbe finito a lavorare con Tarantino e Liam Neeson, Mel Gibson o Kevin Costner a fare i sessantenni da battaglia, avrei strabuzzato gli occhi - anche se, forse, con il vecchio Mel le cose sono un pò diverse -.
Eppure, tutto questo è successo.
Criminal, nonostante una cornice quasi spionistica in uno stile più vicino agli ultimi 007 - con le dovute proporzioni -, si inserisce perfettamente nel novero, ed ha rappresentato, almeno in termini di aspettative, una delle tamarrate da rutto libero più attese dal sottoscritto in questi ultimi tempi insieme a Blood father: peccato che, come quest'ultimo, si sia rivelato più che altro una grossa delusione.
Non basta, infatti, avere un Kevin Costner in versione finto bad guy sulla via forzata della redenzione affiancato da nomi grossi come Gary Oldman, o traini per il pubblico occasionale e più giovane come Ryan Reynolds il re dei cani maledetti e Gal Gadot, uno script apparentemente più profondo di un action standard e, probabilmente, un certo grado di compiacimento, per rendere un prodotto interessante: Criminal, infatti, purtroppo risulta a conti fatti un ibrido troppo serioso e prevedibile per essere una scheggia impazzita dell'action d'autore o dell'action e basta e decisamente troppo dozzinale - la regia ed il montaggio non sono impeccabili, a mio parere - per ambire a qualcosa di più del titolo di genere.
Quando, infatti, un fan accanito di questo tipo di pellicole come il sottoscritto rischia la pennica da spiegoni da intrigo per tutta la prima parte e prevede quasi tutti gli sviluppi della seconda - rigorosamente più movimentata - senza vedersi strappata neppure una risata, significa che qualcosa nell'ingranaggio non funziona, e che la pellicola in questione è destinata in breve tempo al dimenticatoio.
Se considero che la visione stessa è "vecchia" non più di quattro o cinque ore e già fatico a tirare fuori qualche spunto per il post, il gioco è fatto: forse è meglio che il buon, vecchio Kevin - al quale voglio un gran bene, sia chiaro - torni alla materia che ha fatto la sua fortuna - l'altrettanto amato Western - piuttosto che reinventarsi action hero quando non lo è mai stato.
Non vorrei vederlo, un giorno o l'altro, fare il buono ed il cattivo tempo in un filmaccio di infima serie facendo sfoggio di una mobilità limitata in corsa come hanno già fatto il già citato Neeson ed il Nicholas Cage di Pay the ghost: sarebbe una pugnalata al cuore di tutti i lupi che ballano fin dagli anni novanta.




MrFord




venerdì 11 novembre 2016

Blood father (Jean Francois Richet, Francia, 2016, 88')




Spesso e volentieri, nella mia ricerca di visioni, approccio alcuni titoli a scatola chiusa, soltanto affidandomi al fatto che vengano proposti sottotitolati e non siano ancora stati distribuiti - e chissà se mai lo saranno - in Italia: negli anni, questa tecnica mi ha permesso di venire a contatto con chicche assolute - come Alabama Monroe o Holy Motors, giunte con ritardo biblico anche dalle nostre parti - ed altre purtroppo nella Terra dei cachi mai neppure giunte, così come di sòle da record di bottigliate rimosse dalla memoria il più velocemente possibile.
Quando recuperai informazioni su questo Blood father, non potei che sperare per il meglio: una produzione americana firmata dal francese Richet, regista dell'ottimo Nemico Pubblico N. 1, uscito qualche anno fa, che vedeva Vincent Cassell nella parte del criminale Jacques Mesrine - una sorta di Vallanzasca d'Oltralpe - action e tamarra quanto basta almeno sulla carta con protagonista un Mel Gibson pronto a ricoprire un ruolo che, negli ultimi anni, è stato prerogativa del Liam Neeson di Taken.
Insomma, il cocktail perfetto per il vecchio Ford.
Con la stessa logica, in una sera da festivo in cui io e Julez arriviamo stremati all'ora del divano a causa degli impegni genitoriali, si è deciso di ospitare al Saloon la pellicola qui presente in modo da rimanere svegli e, magari, esaltarsi anche parecchio: niente di più sbagliato.
Purtroppo, nonostante le premesse e la presenza di volti importanti per i Ford come quello di William Macy, Blood father si è rivelato un prodotto davvero scadente, molto televisivo - e non in senso buono -, recitato malissimo - il vecchio Mel, che io adoro, è talmente sopra le righe da far risultare quasi sopportabile la cagna maledetta Erin Moriarty - e scritto ancora peggio, illuminato giusto da due o tre passaggi di critica sociale interessanti - la prima sequenza con l'acquisto delle pallottole al supermercato, la questione della raccolta delle arance degli immigrati messicani ed in parte il confronto finale padre/figlia - persi in un'evoluzione prevedibile e gestita nel peggiore dei modi, pronta a dimenticarsi per strada logica e pezzi di script - si veda tutta la questione dello zio del fidanzato vendicativo della figlia del pazzo Mel, boss del Cartello oltre confine - ed incapace di spiccare il volo - anche in termini trash - quantomeno nella parte prettamente action.
Una bocciatura clamorosa e su tutti i fronti, dunque, che ha scoraggiato perfino un fan di questo tipo di proposte come il sottoscritto che per una buona metà della visione ha finito per cercare di difendere alla disperata dalle critiche - giustissime - di Julez il lavoro di Richet: lavoro ingrato, perchè riuscire a trovare qualcosa di davvero salvabile in questo maldestro tentativo d'esportazione del regista francese risulta davvero impresa titanica.
Non mi resta che sperare nella venuta di qualcuno pronto a veicolare nel modo giusto, tamarro e divertente tutta l'esplosiva follia dell'ormai sempre più vecchia roccia e palestrato Mel Gibson.
E non sto certo parlando del suo Gesù da "La passione di Cristo 2 - La vendetta".




MrFord




venerdì 24 giugno 2016

Hawaii Five-O - Stagione 4

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2013/2014
Episodi:
22






La trama (con parole mie): proseguono le indagini e le avventure dei componenti dello speciale team della polizia hawaiana Five-O, momentaneamente orfani della loro compagna Kono, impegnata nella fuga con il fidanzato ed ex yakuza Adam, sostituita tra le loro fila da Catherine Rollins, fidanzata del leader McGarrett.
Ai casi di tutti i giorni si affiancano una rivalità pronta a diventare alleanza con il comandante della Swat Grover, la vicenda di Kono, i segreti che custodisce la madre di McGarrett, agente della CIA ancora operativa ed il destino di Wo Fat, nemesi della Five-O arrestata proprio dai componenti della stessa di recente evasa.
Riusciranno i membri di questa famiglia d'azione a mantenere saldo il legame tra loro ed affrontare al contempo la routine di polizia e le più complicate vicende che li riguardano da vicino?












Considerate bocciature clamorose rispetto a titoli di culto del piccolo schermo come Mr. Robot, risulterà più che curioso ai radical come Cannibal Kid che io perseveri ed insista nel seguire, al contrario, proposte di puro intrattenimento di grana grossa come Hawaii Five-O stagione dopo stagione, eppure continuo a pensare che prodotti di questo genere, a prescindere dalla resa finale - ed in questo caso, non parliamo certo della miglior stagione di McGarrett e soci, soprattutto in termini di scrittura -, siano una vera e propria manna dal cielo specie rispetto a chi, come gli occupanti di casa Ford, invece di dedicarsi alla tv durante i pasti si concede l'episodio di una serie per passare la serata.
In questo senso, le avventure della task force schiacciasassi targata Hawaii è una vera bomba a partire dalla sigla - ispirata all'originale anni settanta ed in grado di stimolare la tentazione del ballo anche nel sottoscritto - fino ai personaggi, che saranno anche stereotipati a mille ma che risultano di pancia, vivi ed onesti come si finisce per avere bisogno al ritorno dal lavoro o al termine di una giornata passata dietro le faccende quotidiane: e dai passaggi action da fare invidia alle migliori produzioni a stelle e strisce in termini di retorica e contenuti - nel corso di questa stagione, lo spaccaculi per eccellenza McGarrett ha almeno un paio di occasioni per esaltare i valori statunitensi senza ritegno - all'amicizia virile non solo tra il già citato McGarrett ed il mitico Danny Williams, ma anche tra i due e la new entry della squadra Grover, tutto contribuisce a rendere la visione scorrevole, spensierata e senza troppi pensieri, condita da una cornice meravigliosa - ad ogni stagione, con Julez, ci ripromettiamo non tanto un viaggio, quanto un trasferimento alle Hawaii - ed una serie di soluzioni in grado di fare contenti sia i maschietti del pubblico - dalle comparsate di Lili Simmons alle bellezze locali - che le femminucce - sempre McGarrett -, senza contare le numerose reminiscenze del cult Lost, rappresentato non più da Terry O'Quinn - a questo giro di giostra non pervenuto - ma dalla presenza fissa Daniel Dae Kim e da Jorge Garcia, che pare essere entrato in pianta quasi stabile nel cast.
La ricetta ideale, insomma, per una visione scacciapensieri orchestrata con sapienza dai creatori di uno dei capisaldi dell'action su piccolo schermo come Alias, che pur non raggiungendo i livelli delle vicissitudini di Sidney Bristow porta a casa la pagnotta, intrattenendo quanto basta unendo episodi autoconclusivi e sottotrame a lungo raggio - un pò come nei fumetti Bonelli, giusto per citare un esempio vicino a noi - e presentando una galleria di main charachters pronti a soddisfare qualsiasi esigenza, sempre che, a monte, sia presente la voglia di divertirsi senza pensare troppo alla costruzione o alla profondità del prodotto finale.
Tutto questo, nonostante pensi, più passa il tempo, che prodotti pur modesti come Hawaii Five-O siano comunque in grado di trasmettere sensazioni forti nel momento in cui decidono, senza troppi peli sulla lingua o sullo stomaco, di toccare tematiche come quelle della fratellanza, dell'amicizia e della famiglia: in fondo, a prescindere da quanto cinefili o esperti si possa essere, siamo tutti esseri umani.
E certe cose, nel bene o nel male, finiscono davvero per toccare tutti.
Un pò come quando si guarda un'onda perfetta scendere verso una spiaggia da sogno.
Difficile credere che esista qualcuno pronto a non desiderare di trovarsi lì, con una ragazza da sballo in bikini sulla sdraio accanto ed un cocktail saldamente in mano.





MrFord





"I'm slowly drifting away (drifting away)
wave after wave, wave after wave
I'm slowly drifting (drifting away)
and it feels like I'm drowning
pulling against the stream
pulling against the stream."
Mr. Probz - "Waves" - 






venerdì 3 giugno 2016

Quella sporca sacca nera

Produzione: BloodFilm Aragoni
Origine: Italia
Anno: 2015
Episodi:
4






La trama (con parole mie): il cacciatore di taglie Red Bill, leggenda sia per i criminali che per la gente comune, è in Messico sulle tracce di due ricercati quando, dopo aver dato sfoggio della sua velocità con la pistola e del suo cruento metodo legato alle prove dei suoi successi - una sacca nera all'interno della quale raccoglie le teste mozzate dei suoi bersagli una volta uccisi -, si ritrova ostaggio di uno psicopatico che si nutre delle sue vittime.
Tratto casualmente in salvo proprio dai banditi cui da la caccia Red Bill dovrà far fronte alle difficoltà, ai segni lasciati dai ricordi dolorosi legati all'uccisione della sua famiglia ed all'eventualità che non sarà lui a consegnare alle autorità la sacca che porta, pronta a garantire un'ingente somma di denaro a chi la consegnerà.
Riuscirà il cacciatore di uomini a sconfiggere i suoi due rivali?











Avere la possibilità di confrontarsi, che sia online o dal vivo, con altri appassionati del proprio "settore", permette una delle cose più interessanti che si possano chiedere alla passione in questione stessa: scoprire titoli e prodotti che non si conoscevano e che, forse, non si sarebbero mai neppure conosciuti.
Dai tempi in cui aprii le porte del Saloon ho avuto la fortuna di trovarmi in situazioni come questa numerose volte, ed ancora oggi sono sempre lieto di scoprire qualche titolo nuovo grazie al passaparola: nel caso di Quella sporca sacca nera, web serie western in quattro episodi scritta e diretta dal giovane e talentuoso Mauro Aragoni in Sardegna con un budget irrisorio e premiata negli States prima ancora che potesse essere conosciuta dalle nostre parti, è stato mio fratello a regalare al sottoscritto l'imbeccata.
Divorata in un paio di giorni di ritagli di tempo grazie anche al minutaggio, figlia del Western che tanto amo, del pulp tarantiniano e del Cinema di genere legato alle produzioni italiane anni settanta, Quella sporca sacca nera non solo è un vero e proprio saggio di tecnica - per quanto espressa attraverso mezzi produttivi limitati -, ma anche un interessante esperimento in termini di scrittura - ottima l'evoluzione, partita in termini molto tradizionali, del protagonista, soprattutto con il finale - e la dimostrazione che, quando passione e talento si incontrano, i risultati non possono che essere interessanti.
Senza dubbio il retaggio di Aragoni è legato a doppio filo a figure come quella di Sergio Leone, che con la Trilogia del Dollaro ha indubbiamente influenzato la Storia della settima arte, ed allo stesso modo del Maestro autore di Per un pugno di dollari il buon Mauro trasporta la Frontiera in territori a lui ben noti e congeniali - l'entroterra sardo, in questo caso - affidando al suo sanguinario e maledetto protagonista invece la parte più realistica e selvaggia di quello che doveva essere il vecchio West, lasciando il classicismo alla parte tecnica e visiva, alle inquadrature ed ai tempi dilatati e tenendo per lo script, le evoluzioni più crude della trama ed il finale il fatto che la stessa Frontiera doveva essere una vera e propria giungla all'interno della quale il forte schiacciava il debole e solo l'istinto, il talento e, a volte, la fortuna facevano la differenza tra vivere e morire.
L'esperimento, dunque, di Aragoni è senza dubbio riuscito, ed oltre a stimolare nel sottoscritto il desiderio di recuperare le altre opere del giovane cineasta sardo, ha finito per stuzzicare la curiosità rispetto ad un eventuale esordio dietro la macchina da presa del regista sostenuto, però, da una produzione che, in termini di costi, mezzi e possibilità possa dare al buon Mauro tutti gli strumenti affinchè il prodotto finale risulti ancora più potente.
Certo, poi, il dubbio che il salto di qualità in termini economici e distributivi possa nuocere al talento verace resta, ma pensare che in sala siano distribuite schifezze immonde e prodotti assolutamente meritevoli come questo restino confinati al tam tam della rete ha davvero il sapore del delitto nei confronti del Cinema: personalmente, il Saloon sostiene pienamente Quella sporca sacca nera ed il suo autore, che è stato in grado in tre quarti d'ora scarsi di farmi rivivere una stagione fantastica per il genere e per il Cinema italiano così come il fascino che la Frontiera - come setting ed ancor di più come concetto - non ha mai davvero perduto.
Ben vengano, dunque, i Red Bill con le loro accette, le pallottole, le teste mozzate, il sigaro consumato e le poche parole a ricordare quanto un certo tipo di Cinema è ancora vivo, e potente come pochi altri.





MrFord




"Ora ti voglio dire: c'è chi uccide per rubare
e c'è chi uccide per amore,
il cacciatore uccide sempre per giocare,
io uccidevo per essere il migliore."
Francesco De Gregori - "Buffalo Bill" -





lunedì 9 maggio 2016

Codice 999

Regia: John Hillcoat
Origine: USA
Anno: 2016
Durata:
115'








La trama (con parole mie): Marcus Belmont, un ex militare legato a doppio filo alla moglie di un boss della mafia russa di Atlanta, è coinvolto con un gruppo di compagni - composto da ex commilitoni e poliziotti corrotti - in un duplice colpo apparentemente impossibile volto a permettere la scarcerazione dello stesso boss. 
Quando Chris Allen, un poliziotto di recente assegnato alla squadra anti gang della città, nipote del detective veterano Jeffrey, è indicato come partner ad uno dei soci di Marcus e la consorte del padrino, Irina, mostra a Belmont cosa sarebbero in grado di fare se lui ed i suoi soci decidessero di non obbedire ai loro ordini, la situazione precipita: cosa saranno disposti a fare i rapinatori per portare a casa soldi e pelle? E quanto influirà nella vicenda il ruolo di Chris e Jeff?












Se John Hillcoat mi garantisse un'uscita a settimana per alleviare i pensieri da spettatore costretto a lottare con il sonno, gli impegni genitoriali, il lavoro e gli incastri della vita di tutti i giorni, penso sarei pronto a mettere la firma per godermi il suo operato tosto e senza fronzoli ed andare a letto felice neanche fossi nel pieno di una sbronza più che allegra o alla fine di una goduriosa scopata pronta a prendere a braccetto e gettare tra le braccia di Morfeo.
Del resto, con Lawless alle spalle, il buon John partiva già avvantaggiato qui al Saloon, finendo per uscire rafforzato grazie ad un cast di tutto rispetto - da Kate Winslet a Chiwetel Ejiofor, passando per Woody Harrelson e Casey Affleck, solo per citare i nomi più grossi -, un ottimo trailer ed un'atmosfera che pareva un incastro tra Michael Mann e l'action con le palle di Katheryn Bigelow: e, occorre ammetterlo, oltre ad avermi soddisfatto alla grande, Hillcoat ha rischiato, per buona parte del film, addirittura per sorprendermi e superare il suo lavoro precedente, arrivando ad un soffio dal piazzare una bomba che non aspettavo neppure nei sogni più sfrenati.
Peccato che, soprattutto nella parte che precede l'escalation finale - che torna ad essere ottima - Codice 999 finisca per dilungarsi quel tanto di troppo da far calare la tensione pregiudicando un risultato che, altrimenti, sarebbe stato davvero strepitoso: certo, non starò qui a lamentarmi di non aver assistito ad un nuovo Inside man o Heat - La sfida, ma un pizzico di rammarico resta nel vedere una delle proposte migliori dell'hard boiled americano recente venire frenata da, almeno credo, un eccesso di confidenza proprio nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno di spiccare letteralmente il volo.
Ad ogni modo, ho voluto affrontare per primo l'argomento pseudo delusione così da togliermi il sassolino dalla scarpa ed affermare in tutta tranquillità che Codice 999 è un'assoluta figata, un film da palle quadrate che ricorda The Shield o una versione più riuscita del recente Sabotage, un poliziesco di quelli che sono il vero e proprio pane quotidiano per gli appassionati del genere, interpretato benissimo da tutto il cast, pronto a regalare violenza sotto forma di parole, sangue e pensieri ed a mostrare la vita dura che certe strade riservano a chi decide di percorrerle, da una parte o dall'altra del labile confine della Legge.
Da un certo punto di vista, e forse proprio per quest'ultimo aspetto, il lavoro di Hillcoat potrebbe essere senza alcun problema considerato un Western moderno fatto di scontri all'ultimo sangue, sparatorie, rapine in banca e rocambolesche fughe, banditi pittoreschi destinati al fallimento, malvagi ed apparentemente intoccabili boss ed (anti)eroi solitari e disequilibrati - splendida, in questo senso, la coppia formata dallo zio Harrelson, strafatto e geniale come non mai, ed il nipote Affleck, tagliente e deciso tanto da apparire la versione palestrata del Tim Roth che ormai vent'anni fa rubava la scena a tutti in Le iene -: poco importa che il teatro dell'azione sia Atlanta, o che si parli di mafia russa e bande di latinos tagliateste, che i duelli da mezzogiorno di fuoco siano sostituiti da trappole esplosive o sventagliate di fucili d'assalto automatici.
La dimensione che mostra Codice 999 è quella della Frontiera, che si parli di Legge, Famiglia, sangue o vendetta.
Di successo o fallimento.
E qui al Saloon, quando entra in gioco quel confine sottile, si sfonda una porta aperta: anche perchè il punto forte di questo film è rappresentato, a prescindere dall'adrenalina che pompa ed il sangue che scorre, proprio dall'umanità di ogni personaggio, anche di quelli più disumani.
Perchè ognuno di noi, poliziotto o criminale, padre o figlio, tutto d'un pezzo o corrotto, conosce bene il caos che si porta dentro, o quantomeno intuisce la portata dello stesso: resta solo da capire se la Frontiera stessa riuscirà a mostrare la via migliore che possiamo percorrere.
Per poter vivere al meglio che possiamo, e portare a casa la pelle.





MrFord





"And you can see my heart beating
no, You can see it through my chest
said I'm terrified but I'm not leaving no
know that I must pass this test
you can see my heart beating
oh, you can see it through my chest
I'm terrified but I'm not leaving no
know that I must pass this test."
Rihanna - "Russian roulette" - 





lunedì 25 aprile 2016

Fermati, o mamma spara!

Regia: Roger Spottiswoode
Origine: USA
Anno: 1992
Durata:
87'






La trama (con parole mie): Joe Bomowski, poliziotto allergico alle regole ed alla manifestazione dei propri sentimenti di servizio a Los Angeles, abituato a sparatorie e scontri a viso aperto con i criminali per le strade della metropoli, appare molto più in difficoltà quando finisce per dover fare i conti con il rapporto agli sgoccioli con la sua superiore Gwen, che vorrebbe l'uomo deciso a compiere il fatidico passo piuttosto che rimanere un apparente scapolo a vita.
Quando la madre di Joe decide di volare dal New Jersey in California per passare qualche giorno con il figlio, la situazione del detective si complica ulteriormente: preso in una vera e propria morsa da madre e quasi ex compagna ed alle prese con un caso di traffico di armi e truffe assicurative che vede come testimone proprio la genitrice, dovrà fare appello a tutta la sua pazienza e volontà per risolvere ogni cosa, portare a casa la pelle e, chissà, anche la sanità mentale.












Prima di iniziare un nuovo e come sempre graditissimo viaggio nel passato di uno dei simboli del Saloon, Sylvester Stallone, occorre che lo ammetta: non ho mai particolarmente amato, neppure e soprattutto ai tempi della sua uscita, Fermati o mamma spara!, titolo troppo virato alla commedia per un action hero tutto d'un pezzo come lo Stallone Italiano, paragonabile a Un poliziotto alle elementari con Arnold Schwarzenegger, giusto per rendere l'idea di quelli che erano i miei due indiscutibili riferimenti per il genere all'epoca: non ricordo, infatti, di aver più rivisto questa commedia giocata sul rapporto tra madri e figli - specie troppo cresciuti - da allora - un caso più unico che raro, quando si tratta di un film con protagonista Sly, considerato che i vari Rambo, Rocky, Cobra, Tango e Cash, Sorvegliato speciale e Over the top finiscono puntualmente per tornare a fare capolino nel lettore bluray del sottoscritto almeno una volta l'anno -, timoroso di trovarmi nella posizione di dover criticare troppo aspramente il titolo stesso.
Affrontarlo, invece, oggi, è stato quantomeno - e ben conscio della pochezza della pellicola, davvero una produzione di stampo televisivo - divertente e spassoso se non altro nell'ottica del tema trattato, in grado di farmi pensare ad un paio di amici e colleghi "prigionieri" della propria madre anche a quasi quarant'anni suonati: i duetti tra il sempre mitico Sly - che, inconsapevolmente, stava di fatto entrando nel suo decennio più buio - e l'assolutamente sopra le righe e macchiettistica Estelle Getty hanno infatti fatto il loro dovere regalando le risate ed i rutti liberi necessari di quando in quando per rilassare il cervello o accompagnare uno dei tanti pomeriggi di gioco accanto al Fordino, che crescendo ed arricchendo la costruzione delle vicende che vedono protagonisti i suoi giocattoli sta richiedendo sempre più attenzione del sottoscritto rispetto ai tempi in cui bastavano un paio di lanci di palla o un paio di giri di pista con le macchine per portare a casa il risultato.
Personalmente, dunque, mi sarei aspettato molto di peggio dal recupero di uno dei titoli della filmografia stalloniana che ancora mancavano all'appello qui al Saloon, e devo ammettere di aver raggiunto i titoli di coda contento di essermela spassata senza troppe pretese con il lavoro dell'improbabile Roger Spottiswoode, che i nostalgici più irriducibili degli anni ottanta ricorderanno dietro la macchina da presa in Turner e il casinaro o Air America, le tipiche battute e situazioni legate al rapporto madre/figlio - che, a volte, soprattutto con l'età adulta, assume connotati effettivamente grotteschi rispetto al modo in cui le nostre mamme continueranno a vederci sempre e comunque - e le espressioni imbarazzate di Sly, che doveva aver cominciato a fare grande scorta dell'ironia che l'avrebbe rilanciato in un'epoca più recente per noi rinunciando all'aura di uomo d'azione tutto d'un pezzo e spaccaculi per passare per un bamboccione in balia dell'anziana, furbissima ed assolutamente sopra le righe madre in visita - la scena del sogno con il pannolone gigante deve essere ancora impressa a fuoco nella memoria del nostro amico Silvestrone -.
Come di consueto in questi casi, evito a priori di consigliare la visione ai critici più hardcore di Sly, che troverebbero cinematograficamente soltanto conferme ai loro dubbi, quantopiù al pubblico pane e salame come il sottoscritto alla ricerca dei brividi di un'epoca ormai putroppo tramontata o a chi non ha paura di ammettere che il Cinema serve anche - e, a tratti, soprattutto - per rilassare anima e corpo sul divano, lontani da una realtà che, vista attraverso la sua lente deformante, passa dall'essere drammatica al diventare divertente.
Chiedetelo pure ad un qualsiasi vostro amico che ancora condivide il tetto con la madre.






MrFord





"Hush now, baby, baby, don't you cry
mama's gonna make all of your nightmares come true
mama's gonna put all of her fears into you
mama's gonna keep you right here under her wing
she won't let you fly but she might let you sing
mama's gonna keep baby cosy and warm."
Pink Floyd - "Mother" - 





lunedì 15 febbraio 2016

1981: indagine a New York

Regia: J. C. Chandor
Origine: USA, Emirati Arabi
Anno: 2014
Durata: 125'







La trama (con parole mie): Abel Morales, titolare di un'azienda che si occupa di fornitura di carburanti, da sempre animato da uno spirito arrembante ed ottimista e pronto a tenersi il più lontano possibile dagli affari poco puliti, scommette tutto il suo denaro nell'acquisto di un deposito che potrebbe cambiare il suo ruolo all'interno della geografia del suo settore in città.
Quando un'indagine del Procuratore e la pressione e l'intimidazione operata da qualcuno dei suoi concorrenti attraverso manovalanza criminale mettono in pericolo non solo gli affari, ma anche la sua famiglia, Morales si butta a capofitto in una lotta al limite della legalità che potrebbe costargli ogni cosa oppure portarlo al successo, seppur sacrificando, in prospettiva, molto dell'azienda nella quale crede così tanto.










Da spettatore ed appassionato di Cinema, penso di dovere davvero molto alla New Hollywood che nel corso degli anni settanta di fatto ribaltò la visione del Cinema USA figlio dei grandi Studios che dominarono la scena nel corso degli anni cinquanta e sessanta, fornendo una nuova visione delle stelle e strisce sporca, a suo modo dannata e certo più dura, benchè non priva di forza e speranza.
J. C. Chandor, che appartiene anche anagraficamente alla generazione del sottoscritto, deve aver nutrito per la stessa New Hollywood una passione simile, perchè dal suo ottimo esordio con Margin Call al successivo e meno riuscito - ma comunque affascinante - All is lost, il suo percorso mostra chiaramente le influenze che la settima arte statunitense del periodo ha avuto ed ha ancora su di lui.
Con 1981: indagine a New York - adattamento da galera a vita di A most violent year -, uscito in ritardo clamoroso in Italia, l'impressione delle radici di Chandor nel Cinema "impegnato" di Chandor diviene certezza, così come il fatto che il talentuoso regista e sceneggiatore pare forse avere perso la potenza che caratterizzò il suo esordio - il già citato Margin Call - per adagiarsi su ritmi troppo attendisti anche per un amante dei tempi lunghi come questo vecchio cowboy.
Intendiamoci: questo 1981 non è affatto un cattivo film, è chiaro che Chandor dietro la macchina da presa sappia il fatto suo, il cast risulta in parte e i due protagonisti efficaci - Isaac, per quanto continui a non piacermi, pare perfetto per il ruolo di Abel Morales, e la Chastain è sempre una gioia per gli occhi, anche se purtroppo poco sfruttata a questo giro -, troviamo almeno un paio di sequenze degne del miglior Fincher - la fuga dell'autista e dei due uomini dalla polizia, l'inseguimento degli stessi uomini da parte di Abel, prima in macchina e dunque a piedi - e la tematica trattata è assolutamente interessante - un uomo d'affari che potrebbe portare avanti la propria impresa in modo losco e facile che sceglie con testardaggine ed una robusta dose di ego di continuare a camminare sulla retta via, per quanto sia possibile seguire la stessa -, ma a questo giro Chandor mostra il fianco in quello che, inizialmente, pensavo fosse il suo punto forte, la sceneggiatura.
Dopo essersi preso tutto il tempo necessario - e forse anche di più - nel corso di due terzi della pellicola, con la parte finale il regista pare avere quasi troppa fretta di chiudere i conti, inserendo l'escamotage che porta alla risoluzione dei dilemmi di Morales quasi come un miracolo o una bacchetta magica da fiaba - pur se nera - dimenticandosi, di fatto, anche solo di assaggiare tutta la carne al fuoco messa in precedenza, dalla famiglia della moglie che si intuisce essere parte del mondo criminale agli accordi presi con i competitors, che preannunciano per Abel anni forse meno violenti dell'ottantuno raccontato dalla pellicola ma non per questo più semplici da affrontare: in questo senso il finale, con quell'accordo solo suggerito con il Procuratore, assume la connotazione di un futuro che, forse, il protagonista potrà tentare di controllare ma che ha quasi più probabilità di portarlo "al lato oscuro" di quanto non abbia fatto la vicenda appena lasciata alle spalle.
Ma il problema di A most violent year è proprio questo: gli spunti migliori paiono essere quelli lasciati all'immaginazione.





MrFord




"In a crowded room on that summer night
when you fell in love, yeah, you knew it right
when you saw her
she was walking on water
she's a picture, framed in a windowsill
you give up trying to make time stand still
so you hold her
yeah, you just hold her."

Graham Colton - "1981" -







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