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domenica 26 agosto 2018

Monolith (Ivan Silvestrini, Italia, 2016, 83')




Come ormai è noto ai più assidui o storici frequentatori del Saloon, questo vecchio cowboy sta alla guida quanto The Rock alla danza classica.
Non ho mai avuto urgenza, nel corso della mia vita, o desiderio, di prendere la patente e mettermi al volante: probabilmente ha influito in questo essere cresciuto in una città in cui praticamente ogni destinazione era raggiungibile con i mezzi pubblici, o non considerare l'auto come un mezzo per rimorchiare, o, più tardi, riprendermi dalle sbronze grazie a lunghe camminate da una parte all'altra di Milano nella notte in modo da ascoltare musica e prendere aria ed arrivare a casa più sano di quanto non avrei fatto al volante. O forse, semplicemente, non è roba per me.
Da quando ho preso la patente - ormai quasi sette anni fa - il mio rapporto con le quattroruote è rimasto piuttosto freddo, e credo attualmente di non aver messo piede al posto del guidatore negli ultimi due anni almeno - al momento in cui scrivevo questo post: per esigenze lavorative tra giugno ed oggi penso di aver guidato più che nei già citati ultimi sette anni -: i progressi tecnologici e il livello sempre più alto di sicurezza rispetto alla guida, però, mi fanno ben sperare in un futuro in cui ogni mezzo avrà il suo pilota automatico e la presenza all'interno di noi umani sarà solo ed esclusivamente di monitoraggio.
Da questo punto di vista, un film come Monolith - tratto da una graphic novel che non conoscevo e prodotto addirittura da Sergio Bonelli Editore, di norma lontano da questo tipo di operazioni - dovrebbe servire a riportarmi sulla retta via, fidarmi di più di noi ominidi e considerare che, come Sully insegna, non ci sono macchine o computer in grado di sostituire l'uomo che le gestisce: eppure, a conti fatti, la pellicola dell'italiano Ivan Silvestrini non ha fatto altro che alimentare i dubbi a proposito di tutte le sviste, piccole o grandi, che possiamo fare, incarnate alla perfezione da una protagonista che, pur se animata da buone intenzioni, concorre in questi appena ottanta minuti al record mondiale di stronzate che si possono compiere quando si viaggia con un bambino, dalle biglie comprate nel drugstore al costume da orso fatto indossare mentre si attraversa una zona desertica al piccolo, passando alla gestione dello smartphone e alla sigaretta in macchina con i finestrini chiusi - senza contare le patologie di natura asmatica del bambino -.
In questo senso non sono riuscito a capire, a fronte di un ritmo comunque ben sostenuto, cosa abbia animato gli autori della graphic novel già citata e dunque della sceneggiatura, e se la logica che muove questa madre comunque amorevole e legata al suo bimbo sia stata resa male o esasperata in modo che si sviluppassero tutti gli snodi dello script, che senza dubbio rappresenta, al contrario del timing e della qualità delle riprese - probabilmente effettuate ad altissima definizione direttamente in digitale - il punto debole dell'operazione.
Ad ogni modo, con il senno di poi ho trovato decisamente esagerate alcune stroncature lette in rete, almeno quanto le poche recensioni entusiastiche che dipingevano Monolith come un tentativo fuori dal coro e a suo modo geniale: in nessuno dei due casi, che la si veda in termini positivi o negativi, ci troviamo di fronte al nuovo Duel - quello sì che era un car movie pazzesco -, quanto più ad un tentativo piuttosto malriuscito - in termini di concetto e scrittura - di mostrare la fallibilità umana e quella artificiale, con la differenza che alla prima potremo sempre e comunque provare a trovare un rimedio.
Il fatto è che, per uno allergico alla guida come il sottoscritto, il desiderio di avere un mezzo come la Monolith è rimasto immutato: in fondo, con i Fordini sono sempre stato molto attento ed apprensivo, e non c'è alcun pericolo, da non tabagista, che decida di affumicare l'interno dell'auto.
Potrei, però, mettermi comodo e chiacchierare - magari di Cinema - con il computer di bordo lasciando che sia lui a portarmi a destinazione: il sogno di bambino anni ottanta fan di Supercar che si realizza.



MrFord



 

sabato 21 luglio 2018

Jessica Jones - Stagione 2 (Netflix, USA, 2018)









Nell'Universo dei Marvel Knights, che nelle menti e nelle aspirazioni degli autori e dei produttori di Netflix doveva e dovrebbe andare a rappresentare una versione più cupa ed urbana - ma sempre votata ai supereroi - del Cinematic Universe che tanto successo sta riscuotendo sul grande schermo, Jessica Jones rappresentava, sulla carta, per quanto riguarda i ricordi che avevo dei personaggi negli albi a Fumetti, l'anello debole: nata infatti come charachter più legato alle atmosfere della linea Vertigo della rivale di sempre DC Comics, la detective dotata di superforza suonava comunque distante dai più classici Daredevil, Punisher, Iron Fist e Luke Cage: a sorpresa, però, nonostante non abbia rappresentato chissà quale sorpresa, la prima stagione dedicata alla scontrosa ed alcolizzata antieroina non era stata per nulla malvagia, grazie anche ad un villain d'eccezione come il Killgrave di David Tennant, vero e proprio mattatore dell'intero ciclo.
A questo secondo giro di giostra, complice il vuoto lasciato dall'attore inglese, da una serie di idee che faticano a decollare e da un trasporto suscitato nel pubblico pari a quello che riesce a trasmettere un mattonazzo bielorusso da quattro ore in una sera d'estate dalla voglia di spiaggia e sbronza allegra, ho patito e non poco i tredici episodi dedicati alla scorbutica Jones, alle prese principalmente con la Famiglia - dalla rediviva e folle madre alla sorella acquisita Trish, passando i nuovi amori - e di situazioni e sequenze che paiono troppo spesso tirate decisamente per le lunghe, neanche ad ogni singola puntata si fosse allungato il brodo di una decina di minuti abbondanti: un netto passo indietro, dunque, per una serie che prometteva bene ma che non aveva certo fatto il botto, e che rispetto a Punisher e Daredevil era sicuramente distante per livello qualitativo.
Se, dunque, dopo la certo non irresistibile The Defenders la seconda season di Jessica Jones aveva il compito di rilanciare l'interesse dell'audience sull'intera operazione Marvel Knights la missione è decisamente fallita nonostante, occorre ammetterlo, episodio dopo episodio si notano miglioramenti ed il finale è senza dubbio da considerarsi in crescendo rispetto alla prima metà del cammino: ma è ancora troppo poco per un personaggio ed un prodotto decisamente ed esageratamente incensato al suo debutto, al quale occorrerà un importante bagno di umiltà prima di iniziare il viaggio che - decisioni di produzione permettendo - condurrà il pubblico alla terza stagione.
Per quanto mi riguarda, in questo momento non solo non ho assolutamente voglia di pensare a quando mi ci troverò di fronte, ma neppure affrontare Luke Cage, uscito per la sua seconda annata proprio "trainato" - almeno sulla carta - da Jessica Jones, quanto più che altro confido in Daredevil ed in una definitiva esplosione del Punisher, nettamente i due assi nella manica di questa linea che, tra alti e bassi, è sopravvissuta nel corso delle ultime stagioni ma che se vorrà restare a galla e magari regalare qualche grande soddisfazione dovrà cominciare a pensare di rivoluzionare qualcosa nell'approccio.
Perchè rifugiarsi in una fine che pare un nuovo inizio ma che, di fatto, riporta il main charachter alla condizione di "tutto cambia per non cambiare" tipica, per l'appunto, del fumetto seriale incapace di fornire una vera crescita ai suoi protagonisti, non mi pare davvero la strada migliore da percorrere.
Neppure quando si hanno incredibili superpoteri.



MrFord



martedì 3 aprile 2018

Tonya (Craig Gillespie, USA, 2017, 120')




Nonostante la parentesi delle scuole medie, quando con la classe il sabato pomeriggio si andava a pattinare sul ghiaccio sperando di non farsi troppo male e magari limonare duro con qualcuna e con mio padre mi capitava di seguire qualche incontro di hockey di una delle squadre milanesi, non ho mai avuto grossa dimestichezza con tutta la parte artistica del pattinaggio: del resto, la tecnica e la grazia non hanno mai fatto parte delle mie caratteristiche distintive, e dovendo scegliere, ho sempre trovato più divertenti le mazzate dell'hockey, per l'appunto, ai volteggi delle pattinatrici.
Eppure, questo biopic firmato dal Craig Gillespie di Lars e una ragazza tutta sua mi incuriosiva non solo per i progressi mostrati da Margot Robbie nella recitazione - che le sono valsi la nomination agli Oscar di quest'anno -, ma anche per il controverso personaggio che l'attrice australiana interpretava, Tonya Harding.
Talento atletico e sportivo pazzesco, Tonya fu uno dei personaggi statunitensi più in vista all'inizio degli anni novanta, complici un comportamento non proprio sotto le righe in pista e rispetto agli alti papaveri della sua disciplina ed un caso che sconvolse l'opinione pubblica e che coinvolse il suo ex marito ed un amico dello stesso, pronti a pagare un "collaboratore esterno" affinchè aggredisse la più grande rivale in patria della Harding.
Il processo mediatico ebbe risonanza enorme, e Tonya divenne un personaggio più per la vicenda in cui era coinvolta che non per il suo percorso da atleta.
Gillespie e la Robbie - autrice, va detto, di una performance notevole - cercano di raccontare la donna dietro la figura "pop", che, come troppo spesso accade negli USA quando si tratta di sport, venne demonizzata e punita neanche fosse una criminale - mi ha ricordato, in questo senso, Lance Armstrong, colpevole di aver assunto per anni sostanze dopanti come la maggior parte dei suoi colleghi ma colpito più duro degli altri perchè più in vetrina degli stessi -: la vicenda che ne esce è quella di una ragazza cresciuta nella provincia profonda, dove niente è regalato a nessuno che non sia già benestante o ben collocato, in cui la violenza, fisica e morale, è all'ordine del giorno anche e soprattutto tra le mura di casa, e fin troppo spesso è l'unica risposta che viene cercata e trovata - emblematici gli esempi del marito e complice così come della madre, charachter inquietante interpretato da un'altrettanto inquietante Allison Janney -.
Tonya, dunque, viene ritratta come una combattente che nella lotta ha conosciuto l'unica strada da percorrere, che si trattasse di affetti, di rapporti di coppia o di sport, e che nel corso della sua vita ha imparato a reagire solo ed esclusivamente con la violenza, sia essa espressiva - sono celebri i suoi abbigliamenti e le musiche di accompagnamento alle esibizioni - o assolutamente fisica - il rapporto con il marito Jeff Gillooly è costruito sulle continue risse tra i due -.
Il merito della pellicola, ad ogni modo, è quello di non mostrare Tonya come una vittima degli eventi, quanto come una forte individualità che a causa di circostanze avverse - che stimolano molte giustificazioni ed indulgenze con se stessa della protagonista - si è trovata a dover affrontare ostacoli molto più importanti di gran parte delle sue compagne pattinatrici, viste e celebrate come piccole principesse con la possibilità di allenarsi in strutture private e coccolate in ogni tappa del loro percorso.
Certo, non mancano le occasioni perdute dalla stessa Harding a causa del suo orgoglio e di un carattere spigoloso e difficile, ma così come sottolineato dalla voce narrante della protagonista e dal bellissimo montaggio parallelo dell'epilogo, la verità è una brutta bestia, e le sfumature di ciò che ci accade possono essere percepite diversamente a seconda delle angolazioni dalle quali si guarda una vittoria o una sconfitta, un volo o una caduta.
E a volte, un triplo axel che nessuna pattinatrice aveva mai completato prima di lei può essere una liberazione più costretta e soffocata di un rovinoso knockout di quelli che avrebbero lavato via i peccati al più tosto tra i "tori scatenati".
L'importante, ad ogni modo, sarà allargare le spalle, tornare in piedi ed andare avanti a testa alta.
Vittoria o sconfitta che sia.



MrFord



mercoledì 7 marzo 2018

Lady Bird (Greta Gerwig, USA, 2017, 94')




E' diventata quasi una tradizione, nella grande corsa agli Oscar, i premi più noti ed ambiti - anche da tutti quegli autori radical che fingono di no - del Cinema, che nel novero delle pellicole in lizza per la statuetta del Miglior Film, compaia ormai un titolo proveniente dal bacino indie, in grado di regalare grandi soddisfazioni così come stuzzicare le bottigliate più selvagge: Lady Bird, esordio alla regia dell'attrice Greta Gerwig - che da queste parti, nonostante l'aura alternativa, piace molto -, ha rappresentato proprio la "quota Sundance" alla kermesse losangelina, forte di una narrazione diretta e di pancia come la sua protagonista e di un'ottima performance fornita dall'attrice che le presta il volto, Saoirse Ronan.
Questo lavoro sentito e piacevole, pronto a regalare almeno un paio di sequenze da brividi sulla pelle - finale stupendo - che pure non avrà avuto alcuna possibilità di vittoria, ha finito comunque per rappresentare, nel corso della visione, una sorta di versione adolescenziale di uno dei miei cult totali figli di questo "genere", quel Little Miss Sunshine che ancora oggi è uno dei film del cuore di questo vecchio cowboy.
Il racconto di formazione che vede protagonista Lady Bird - ribattezzatasi in questo modo per ribellarsi alle convenzioni di una scuola troppo puritana e ad una madre presente ma spesso in conflitto con lei - ha la capacità di riportare lo spettatore al traumatico periodo dell'adolescenza, quando la fine di una storia significa abbandonare per sempre l'idea dell'amore, un'amicizia può cambiare la vita, i propri sogni e quello che si desidera per il futuro una strada tracciata nella propria testa che nessuno sarà mai in grado di deviare.
Lady Bird non è un film particolarmente originale, e rispecchia in questo la sua main charachter, che come tutti gli adolescenti ha l'impressione di sentirsi unica e al di sopra di tutto prima di scoprire sulla propria pelle che sì, tutti siamo unici, ma nessuno al di sopra degli altri, che si parli di problemi, patimenti o sogni: la sua forza è proprio questa, l'umanità che viene mostrata e si dimostra pronta ad esplodere nel percorso del rapporto tra l'inquieta ragazza e la sua migliore amica o quello con sua madre, vera e propria antagonista nonchè centro di gravità della pellicola - non avrebbe sfigurato, la brava Laurie Metcalf, con l'Oscar -, simbolo di tutto quello che a quell'età non vorremmo essere ma che, senza che sia possibile rendersene conto, ci forma e prepara a quelle che saranno le vere battaglie, quelle dell'età adulta.
In questo senso non ho trovato il lavoro della Gerwig all'altezza delle entusiastiche recensioni che l'hanno accolto e sospinto nelle ultime settimane, ma ammetto di avergli davvero voluto bene per la sua onestà, ed essere arrivato al termine della visione con una sensazione di familiarità piacevole e quasi magica, neanche la ragazza fosse una sorella minore, o ancora di più una figlia da accompagnare coprendole le spalle silenziosamente - molto affascinante e sentita la figura del padre -: tutti noi, del resto, abbiamo attraversato giorni in cui farsi spezzare il cuore pareva fondamentale, rinunciare al proprio nome per inseguire quello che avremmo voluto appariva come la cosa giusta, trovare la propria strada, dalla scuola, alla vita, al futuro una cosa fondamentale.
Il bello di Lady Bird è la spontaneità di una rigidità magica che si vive soltanto da adolescenti, e che si impara ad amare davvero prendendola a calci in culo quando siamo adulti, come un serpente che si morde la coda e non troverà mai il vero segreto dell'equilibrio.
Ma in fondo, è giusto così.
E scoprire che il nostro nome non è così male, che prima di viaggiare, o fuggire lontano, dobbiamo imparare ad affrontare noi stessi, altrettanto.



MrFord



 

lunedì 24 luglio 2017

Mommy (Xavier Dolan, Canada, 2014, 139')





Si può dire che Mommy, in un certo senso, rappresentasse in qualche modo la Moby Dick di Dolan, giovanissimo e fenomenale regista incensato dalla critica di tutto il mondo, e la mia come spettatore dei suoi lavori, quando tempo fa ho dato inizio al recupero della sua filmografia in ordine cronologico.
Se, dunque, potevo aver paura in una certa misura di approcciare il suo lavoro al principio, Mommy rappresentava quella stessa paura nella sua versione più mostruosa e titanica, considerato il suo status sin dai tempi dell’uscita in sala ed ai riconoscimenti a Cannes.
Dunque, considerato tutto, devo togliermi questo peso dal cuore: Mommy è un film strepitoso, realizzato con un talento visivo pazzesco, emotivamente d’impatto, come sempre per i lavori del giovane Xavier costruito in modo sublime attorno alla Musica – la scena cult sulle note di Wonderwall, ma anche i passaggi su Colorblind dei Counting Crows o Celine Dion sono da brividi -, destinato a rappresentare uno standard difficilmente superabile dai cineasti delle prossime generazioni, iniziato prendendosi il tempo e chiuso in modo pazzesco, quasi fosse una versione del Nuovo Millennio del fu I 400 colpi.
Eppure, lo ammetto, non è e non sarà il preferito, il film del cuore di Dolan, per quanto mi riguarda.
Forse, il fatto di esserci arrivato un gradino alla volta, ed avendo visto a breve distanza anche i quattro film precedenti del ragazzo, ha tolto in parte l’entusiasmo che una visione così sconvolgente provocherebbe a mente sgombra, senza sapere che Mommy è in realtà il culmine di un percorso iniziato con J'ai tuè ma mere, proseguito con Les amours imaginaires, LawrenceAnyways e Tom a la ferme.
In Mommy tutti i temi cari al regista canadese trovano forma e perfezione – forse perfino troppa -, e così come fu per quello che io considero il Maestro dei Maestri – il signor Kubrick, per intenderci – quello che è oggettivamente il suo film migliore ha finito per segnarmi dentro in misura minore rispetto ad altri meno potenti e perfetti ma più spontanei.
Certo, sto fancendo le pulci a quello che, con ogni probabilità sarà ricordato come uno dei film simbolo di questa seconda decina degli Anni Zero, dall’uso del formato – che potrà apparire un po’ pretenzioso, ma che risulta perfetto se applicato alle emozioni dei personaggi – ad un protagonista sopra le righe, rabbioso e commovente, un “rebel without a cause” che raccoglie il testimone dei Jimmy Dean e lo porta ad un livello ancora più alto, alimentando il fuoco di quello che è uno dei rapporti più complicati e profondi che ognuno di noi vive nel corso dell’intera esistenza: quello con la propria madre.
I conflitti, i momenti d’amore e confidenza, la sensazione di dipendenza ed allo stesso modo la necessità del distacco, l’escalation di un legame che finisce per influenzare chiunque in positivo come in negativo, nella formazione e nella crescita, in amore ed una volta ritrovatisi genitori: il rapporto di Steve con Die è senza dubbio uno dei più intensi e complessi passati sul grande schermo, erede della tradizione che va da Psyco a Tutto su mia madre, ed indaga senza snaturare nulla, dagli insulti agli abbracci, dalla posizione egoistica di Die a quella di Steve, dai piccoli gesti di generosità di una e dell’altro in un mare in tempesta come è giusto che la vita sia.
In un certo senso, Mommy è un film di guerra, il fratello maggiore e cresciuto di J'ai tuè ma mere, la lotta di due entità indivisibili che iniziano la loro esistenza insieme, in simbiosi, la proseguono in battaglie alternate da periodi di pace vissuti con trasporto e tornano a combattersi pur sapendo che fughe, tradimenti, ferite e lacrime non potranno mai intaccare il nodo che tiene insieme i reciproci cuori.
Come ogni guerra che si rispetti, non ci sono veri vincitori, né vinti.
E forse, solo un ultimo salto potrà liberare davvero tutti.
E portarli dove nessun muro, interno ed esterno, potrà più separare quegli stessi cuori.




MrFord




 

lunedì 17 luglio 2017

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, Canada, 2009, 96')




Per uno che mangia pane e Cinema tutti i giorni come il sottoscritto, considerata la sua fama soprattutto rispetto agli appassionati, pare assurdo pensare che non avessi mai visto un solo film firmato da Xavier Dolan: un fenomeno a detta praticamente di tutti, un giovane talento pronto a ribaltare il mondo della settima arte, qualcuno con il potere di fare la differenza come capita un paio di volte ogni cinquantennio, e che a vent'anni si ritrova a suo agio con la macchina da presa come ne avesse cinquanta.
Quello che, per citarne uno non proprio da poco, fu Orson Welles.
Grazie ad un regalo apprezzatissimo ricevuto da Julez, un cofanetto che racchiude i primi film firmati dal giovane cineasta, ho deciso di iniziare finalmente un percorso cronologico mettendo da parte la paura di restare deluso dalla fama che precedeva il ragazzo e di essere troppo duro nel giudicarlo: ad accogliermi, dunque, nel mondo e nell'arte di Dolan, è stato J'ai tué ma mère, non solo diretto, ma anche scritto ed interpretato dal nativo di Montreal.
"Tu non puoi morire, Narciso, senza una Madre: senza Madre non si può amare, senza Madre non si può morire": recita più o meno così uno dei passaggi conclusivi di Narciso e Boccadoro, uno dei romanzi più importanti della mia formazione umana e letteraria.
Del resto, a prescindere da quanto accadrà dopo, alle nostre Madri dobbiamo la vita, senza dubbio in gran parte, e soltanto per questo dovremmo amarle incondizionatamente qualsiasi cosa accada.
Ognuno di noi, però, è ben cosciente di essere umano, e dunque non necessariamente simile a chi ci ha dati alla luce e cresciuti.
Se penso a mia madre, che ancora oggi combatte per nascondere le parti più intime di se stessa o mostrarsi sempre e comunque provocatoria e dura a tutti i costi, che è astemia, penso non abbia letto - al pari di mio padre e mio fratello, del resto - niente di mio a parte qualche recensione, critica il fatto che la superficie del mio corpo dedicata ai tatuaggi sia sempre maggiore o che quando mi chiede un regalo la mia risposta sia sempre riferita ad alcool, film o inchiostro sulla pelle, vedo una persona che ha permesso a me di essere come sono oggi anche quando, come spesso capita in questi casi, si pensa a quanta differenza ci sia tra la Famiglia che si sceglie di costruire e quella che vive nel nostro sangue, e che Dolan descrive alla grande quando afferma "se qualcuno facesse male a mia madre penso che lo ucciderei, anche se lei è quanto di più diverso da me possa esistere".
E vivendo sulla pelle le immagini di questo film, ho pensato a quanto sarebbe bello se, un giorno, il Fordino e Julez potessero godere di questo film insieme, gioie e soprattutto dolori.
Perchè quella tra i figli e le madri - come tra le figlie ed i padri - è una lotta ancestrale che prescinde e segna molti dei legami che le nuove generazioni costruiranno per le loro vite: io stesso lo vedo e vivo quando guardo mio fratello, molto più simile a nostra madre - alcool a parte - di me, che sono decisamente più vicino a nostro padre, e lo noto di riflesso nelle vicende che legano Julez, sua madre ed i suoi tre cugini, la cui storia potrebbe valere un film e che, un giorno, senza dubbio uscirà in qualche racconto di vita vissuta attraverso una visione ed un post.
Quello che posso dire, però, a parte tutto questo, è che il film di Dolan è assolutamente straordinario.
E' figlio di una grande cultura cinematografica - soprattutto europea -, di un enorme talento - che non appare mai, nonostante la collocazione, spocchioso -, di un bisogno impellente di raccontare una serie di emozioni incontrollabili, se lasciate dentro.
E' un film che, senza fronzoli, movimenti di macchina o pipponi di vario genere, è riuscito a lasciarmi senza parole, e che in almeno due sequenze ha rischiato di portarsi via, con le lacrime, un pezzo di cuore: "Se io dovessi morire oggi, mamma, cosa faresti?", chiede il giovane protagonista all'amata e soprattutto odiata genitrice.
"Morirei domani".
A vent'anni, credo sia un'impresa quasi impossibile riuscire a convogliare la rabbia fremente dell'adolescenza e la rassegnata consapevolezza dell'età adulta.
Eppure, Dolan ci è riuscito.
Mi aspettavo un ragazzino troppo osannato dalla critica, ed ho scoperto un giovane narratore mosso da quello che, per me, è il cuore di qualsiasi Arte: il bisogno di raccontare. La necessità di raccontare.
Se questo è il primo Dolan, si potrebbe quasi affermare che ha fatto più lui con un film che molti registi in una carriera.
E se questo è Dolan, non solo ne vorrò di più.
Ma ancora, ed ancora.
Perchè questa è la vita che sento, di cui voglio godere, per la quale voglio soffrire e gioire fino all'ultimo secondo.
Questo è il Cinema.
E da oggi, per me, ha un nuovo volto.




MrFord




 

venerdì 26 maggio 2017

Under the shadow (Babak Anvari, UK/Giordania/Qatar/Iraq, 2016, 84')




Il Cinema mediorientale, iraniano in particolare, ha sempre esercitato un fascino notevole sul sottoscritto fin dai tempi della scoperta del Maestro Kiarostami, che ho adorato e probabilmente adorerò fino a quando adorerò la settima arte: con il suo allievo Panahi, poi, e qualche scoperta giunta negli anni, posso affermare con certezza di aver trovato un tipo di approccio che riesce quasi sempre a convincermi, povero e profondo ad un tempo, e che aspettavo al varco rispetto a questo insolito horror - anche se sarebbe più corretto, a mio parere, chiamarlo thriller - giunto qui al Saloon spinto dalle critiche positive raccolte in rete.
Come sempre, in questi casi, l'hype e le aspettative creano ostacoli decisamente ardui da superare per una pellicola, e quando capita - come per Under the shadow - che la stessa non sia propriamente memorabile, finiscono per appesantire il fardello e, di conseguenza, il mio giudizio nel momento di scrivere il post: in realtà non vorrei andarci troppo pesante, con questo film piccolo ma per nulla privo di idee e riflessioni legate in special modo alla situazione sociale iraniana ed al ruolo della donna così come allo "spettro" della guerra, dunque mi limiterò a sottolineare due cose che hanno avuto un ruolo fondamentale nel farmi considerare Under the shadow decisamente sopravvalutato rispetto a quanto avevo letto in proposito.
La prima è, ed è assolutamente triste per un prodotto di questo tipo, che non inquieti o spaventi per nulla, e che anzi, abbia finito per stimolare nel sottoscritto, nel corso della visione, la febbrile ricerca di una sequenza che potesse quantomeno regalare un minimo jump scare, senza successo.
La seconda è data dal fatto che la "povertà" stilistica che di norma rende il Cinema iraniano così interessante - l'accostamento con il nostro neorealismo per me è quasi naturale - finisca per cozzare con un genere che non prevede un approccio antispettacolare, a meno che non si tratti di qualcosa di talmente potente in termini di atmosfere da far passare lo spettatore perfino oltre all'estetica - come per Radice quadrata di tre, uno degli horror a bassissimo costo più spaventosi che abbia mai visto anche rispetto a titoli con produzioni da cifre di gran lunga superiori -.
Il risultato è dunque un tentativo e poco più, che già a distanza di ventiquattro ore dalla visione inizia a scomparire dalla memoria e non riesce ad essere evocativo come un djinn vorrebbe essere - quantomeno potrebbe essere interessante andarsi a leggere qualcosa su queste mitiche figure della letteratura mediorientale -: uscendo dal contesto e concentrandosi, al contrario, sul conflittuale rapporto mostrato tra madre e figlia protagoniste del film si finisce per trovare qualche spunto in più, neanche si fosse catapultati in una versione "povera" del Babadook che tanto colpì la blogosfera un paio d'anni or sono - altro film, per quanto ben realizzato, sicuramente sopravvalutato -.
Ma rispetto a quanto mi sarei aspettato, posso tranquillamente affermare che l'ombra sotto la quale pensavo di trovarmi avventurandomi in questa visione era decisamente più nera e minacciosa della nebbiolina che mi ha fatto compagnia per un'ora e venti scarsa.
E di nebbia, purtroppo, me ne intendo.



MrFord



 

venerdì 18 novembre 2016

Julieta (Pedro Almodovar, Spagna, 2016, 99')





Il mio nuovo periodo da "casalingo", per quanto impegnativo e minacciato all'orizzonte dall'ombra della disoccupazione, si sta rivelando una manna dal cielo per tutto quello che riguarda l'arricchimento emotivo e culturale: una bella pila di libri in attesa - per quando si può, come nel corso dell'ora di lezione di ginnastica artistica del Fordino del venerdì, ad esempio -, molte più serie tv, un ritorno al Cinema d'autore che negli ultimi mesi di lavoro era stato decisamente sacrificato in modo da avere serate più distensive e non a rischio di coma sul divano nel corso della visione.
Dunque, da Larraìn a Loach, ho potuto colmare alcune lacune accumulate nel corso della stagione, come l'ultima fatica di Pedro Almodovar, Julieta.
Per chi non lo sapesse, ho sempre amato il regista iberico, lontano come stile dai miei standard eppure in grado di riportare sul grande schermo quel pizzico di grottesco che la grande tradizione di un Maestro come Bunuel - uno dei registi più grandi di tutti i tempi - ha regalato alla settima arte: ci sono molte pellicole del Pedrone che nel corso degli anni hanno segnato profondamente il cuore di questo vecchio cowboy, da Carne tremula a Parla con lei, pronte a liberare il lato drammatico di un autore spesso legato anche alla commedia - esempio perfetto, lo splendido Donne sull'orlo di una crisi di nervi -.
Negli ultimi tempi, però, anche lui pareva essere caduto in quello stato di bollitura che coglie i registi nel momento in cui la necessità di raccontare una storia viene soppiantata da quella di essere necessariamente in sala come un nome su una locandina, e devo ammettere di aver avuto più di un dubbio rispetto alla visione di questo Julieta.
Fortunatamente per me, l'Almodovar qui presente è molto più simile a quello "classico", dei suoi film più riusciti ed intensi, e nonostante non ne raggiunga le vette, così come fu per La mala educacion porta sullo schermo una vicenda forte, calda, vibrante come l'emotività di un autore che trasuda passione come la terra dalla quale proviene: il racconto di Julieta, donna e madre, coraggiosa e fragile, ribelle ed arrendevole, è un altro tassello importante nella filmografia del regista, un altro percorso verso la rinascita che passa, inevitabilmente, attraverso una caduta, sesso liberatorio e prigioni sentimentali, sogni di vita ed incubi da provare sulla pelle, la provincia e la città, quello che eravamo e quello che siamo diventati.
Onestamente, sono stato davvero felice di farmi massaggiare ancora una volta dall'Almodovar più puro, dimenticando in questo modo scivoloni come Gli amanti passeggeri o La pelle che abito, e ricordando invece quelle che sono le certezze della sua produzione: certo, i vecchi fan come il sottoscritto non potranno considerare Julieta più di un gran bell'amarcord dei tempi andati, ma per chi non conosce ancora questo nome importante per il Cinema europeo potrebbe essere un ottimo inizio ed un veicolo niente male per solleticare la curiosità di ripercorrere la carriera del Pedrito, tornato a dimostrare di avere ancora qualcosa da raccontare e di saperlo raccontare con l'intensità che solo le più struggenti storie d'amore - e quella tra genitori e figli lo è, indubbiamente - possono garantire anche ai cuori più aridi.
E se la via che conduce a quello che potrebbe essere un nuovo inizio passa attraverso cadute, risalite, impennate e ferite, poco male: in fondo, è questo che accade nella vita.
E da queste parti, si è sempre pronti ad afferrarla e stringerla.
In questo senso, spero che possa essere lo stesso anche per Julieta.
E penso lo speri anche Almodovar.




MrFord



 

venerdì 28 ottobre 2016

Mother's Day (Garry Marshall, USA, 2016, 118')





E' curioso, iniziare a scrivere un post su un film come Mother's Day, piacevole - a sorpresa, almeno per il sottoscritto -, patinatissima e mainstream commedia dei buoni sentimenti made in USA con un cast di prim'ordine snobbata ai tempi dell'uscita in sala e recuperata solo ora nel corso di una giornata tipica del weekend fordiano attuale, tra piscina per i bimbi, spesa e sessioni di gioco intensive a causa dei primi sentori di brutto tempo autunnale: prendono infatti corpo di colpo due entità simili all'angelo ed al diavolo tipici dei cartoni animati pronti a consigliare il charachter di turno, il primo a dirmi quanto alla fine meno peggio di quello che mi aspettassi si è rivelato questo prodotto, o mi sia piaciuta la vicenda del padre vedovo interpretato da Jason Sudeikis alle prese con le sue due figlie ed il ricordo della moglie, o la visione si sia rivelata leggera abbastanza da permettermi un allenamento pomeridiano insperato mentre il Fordino assemblava uno dei suoi zoo eccezionalmente senza l'aiuto del sottoscritto e le due donne di casa si dividevano il divano, il secondo a ricordare quanto in questi casi mi manca la rubrica estiva del Bullettin, quando un titolo come questo, pur passato senza troppi patemi su questi schermi, sarebbe stato liquidato in una decina di righe al massimo invece che "costringermi" alla stesura di un post intero.
Probabilmente, la verità sta nel mezzo, e questa sorta di film corale di grana grossa è finito per risultare gradevole per le scelte di casting ed il fatto di averlo visto in un classico sabato "da famiglia" di quelli che paiono talmente normali da risultare assolutamente eccezionali da vivere tanto quanto ora finisce per apparire un'impresa titanica scrivere qualcosa che non suoni troppo forzato o tirato per le lunghe: dunque farò accenno alla discreta varietà di registri delle varie storie raccontate - dal comico/grottesco delle due sorelle alle prese con l'improvvisata dei genitori, texani purosangue, all'oscuro del fatto che una delle due sia lesbica e che l'altra sia sposata con un medico di origini indiane, ed entrambe madri al più classico degli intrecci da romcom, passando per la tipica storia dei due giovani innamorati che prima di coronare il loro sogno si troveranno a dover affrontare difficoltà emotive e "materne" -, allo stupore di vedere inserito in un contesto di questo genere un fordiano come Timothy Olyphant, star del cult Justified, che probabilmente sta ad un prodotto di questo tipo quanto il sottoscritto, se non fosse che, come già sottolineato, ha finito per passare la durata della pellicola con i pesi tra le mani.
Senza dubbio se una quindicina d'anni fa mi avessero detto che avrei trascorso un sabato pomeriggio in salotto in pieno contesto di famiglia allenandomi - ai tempi, nonostante sia sempre stato sportivo, il fitness non era proprio in cima alla mia lista - guardando una cosa come questo Mother's Day avrei riso di gran gusto, bersagliando a priori questo film e, in caso mi fosse capitato tra le mani o davanti agli occhi, bersagliandolo ancora di più.
Ma i tempi cambiano, e così noi, senza contare che non penso che Tarkovskij o Welles si adattino ad una visione da palestra con bambini in sottofondo, oltre al fatto che, in quel caso, perdere qualche fotogramma "a causa" di una serie di flessioni alimenterebbe enormi sensi di colpa verso il Cinema: dunque, per questa volta, mi sono goduto anche il lavoro di Garry Marshall, consapevole che faccia parte dei compromessi a loro modo piacevoli che rendono la vita in famiglia - ed i rapporti con chi ci ama, madri comprese - l'avventura che, di fatto, è.




MrFord






mercoledì 26 ottobre 2016

Somnia (Mike Flanagan, USA, 2016, 97')




Non troppo tempo fa, quando quasi contemporaneamente uscirono Hush e questo Somnia, entrambi firmati dal Mike Flanagan di Oculus - che, nonostante le molte recensioni positive, ai tempi non trattai propriamente con i guanti -, finii per aspettarmi due tempeste di bottigliate delle grandi occasioni, di quelle che di norma sono destinate agli horrorini di questi ultimi anni, capaci di qualche scossa soltanto grazie ai jump scare e ad inquietare giusto per un paio di secondi su un'ora e mezza di durata media.
Come raramente accade - soprattutto per quanto riguarda il genere, e soprattutto considerato il regista - non solo entrambe le pellicole hanno scampato le suddette tempeste, ma Hush ha guadagnato perfino una certa approvazione, mentre questo Somnia, per quanto non clamoroso ed assolutamente dimenticabile, ha finito per regalare qualche emozione con un finale insolito ed interessante, che riporta in auge il tema del rapporto tra genitori e figli e da una scossa quantomeno emotiva ad una pellicola che, altrimenti, non avrebbe detto molto più di tante altre - anche se, nel complesso, non l'avrebbe fatto peggio -.
Oltre all'analisi della figura della madre e del concetto di superamento del dolore, la pellicola è interessante anche per la presenza del piccolo Jacob Tremblay, star di Room, che seppur non all'altezza dell'interpretazione nel titolo appena citato cattura l'attenzione dello spettatore con uno sguardo che, se continua ad usare in questo modo, in futuro gli procurerà una lunga e prospera carriera: al contrario, tutto il comparto degli effetti speciali si rivela a mio parere come uno degli anelli più deboli accanto alla sceneggiatura, che nonostante il finale interessante in termini di riflessione dell'audience percorre l'ora e mezza di pellicola regalando alcuni passaggi talmente implausibili e tagliati con l'accetta dal richiamare immediatamente le produzioni buone per il tritacarne fordiano tipiche dei filmetti di paura vestiti a festa e cuciti addosso al mio antagonista Cannibal Kid e tutti i pusillanimi radical che non hanno idea di dove stiano gli horror degni di questo nome di casa.
Flanagan, ad ogni modo, si rivela piuttosto furbo, e considerata la sorpresa "in positivo" che è stata in un certo senso anche Somnia finisce per incuriosirmi a proposito dei suoi prossimi lavori, magari affiancato per l'occasione da qualche pezzo grosso della macchina da scrivere, in modo da potersi concentrare sull'aspetto prevalentemente cinematografico dei suoi lavori e, chissà, finire per conquistarsi un posto di rispetto qui al Saloon che fino a pochi mesi fa trovavo impossibile anche solo accostare al suo nome.
Non penso esistano, praticamente per contratto, horror "per famiglie", ma per quanto suoni strambo il concetto direi che Somnia potrebbe esserne un perfetto rappresentante: ideale per mostrare diversi risvolti - più o meno inquietanti - del rapporto tra genitori e figli, finisce, considerando l'evoluzione e l'utilizzo del mostro - davvero tra i più scarsi come resa visiva degli ultimi anni - e del suo rapporto con il piccolo protagonista, per stimolare le domande dei "più piccoli" e le riflessioni degli adulti a proposito del ruolo che hanno nella formazione dei propri figli, e come ogni singola decisione presa "per il loro bene" possa influire a livello intimo e non solo subconscio di chi cresce in una certa misura guidato ed amato da loro.
Considerato che si tratta in buona sostanza di un filmetto, direi che già questo può essere considerato praticamente un successo.





MrFord




 

lunedì 25 aprile 2016

Fermati, o mamma spara!

Regia: Roger Spottiswoode
Origine: USA
Anno: 1992
Durata:
87'






La trama (con parole mie): Joe Bomowski, poliziotto allergico alle regole ed alla manifestazione dei propri sentimenti di servizio a Los Angeles, abituato a sparatorie e scontri a viso aperto con i criminali per le strade della metropoli, appare molto più in difficoltà quando finisce per dover fare i conti con il rapporto agli sgoccioli con la sua superiore Gwen, che vorrebbe l'uomo deciso a compiere il fatidico passo piuttosto che rimanere un apparente scapolo a vita.
Quando la madre di Joe decide di volare dal New Jersey in California per passare qualche giorno con il figlio, la situazione del detective si complica ulteriormente: preso in una vera e propria morsa da madre e quasi ex compagna ed alle prese con un caso di traffico di armi e truffe assicurative che vede come testimone proprio la genitrice, dovrà fare appello a tutta la sua pazienza e volontà per risolvere ogni cosa, portare a casa la pelle e, chissà, anche la sanità mentale.












Prima di iniziare un nuovo e come sempre graditissimo viaggio nel passato di uno dei simboli del Saloon, Sylvester Stallone, occorre che lo ammetta: non ho mai particolarmente amato, neppure e soprattutto ai tempi della sua uscita, Fermati o mamma spara!, titolo troppo virato alla commedia per un action hero tutto d'un pezzo come lo Stallone Italiano, paragonabile a Un poliziotto alle elementari con Arnold Schwarzenegger, giusto per rendere l'idea di quelli che erano i miei due indiscutibili riferimenti per il genere all'epoca: non ricordo, infatti, di aver più rivisto questa commedia giocata sul rapporto tra madri e figli - specie troppo cresciuti - da allora - un caso più unico che raro, quando si tratta di un film con protagonista Sly, considerato che i vari Rambo, Rocky, Cobra, Tango e Cash, Sorvegliato speciale e Over the top finiscono puntualmente per tornare a fare capolino nel lettore bluray del sottoscritto almeno una volta l'anno -, timoroso di trovarmi nella posizione di dover criticare troppo aspramente il titolo stesso.
Affrontarlo, invece, oggi, è stato quantomeno - e ben conscio della pochezza della pellicola, davvero una produzione di stampo televisivo - divertente e spassoso se non altro nell'ottica del tema trattato, in grado di farmi pensare ad un paio di amici e colleghi "prigionieri" della propria madre anche a quasi quarant'anni suonati: i duetti tra il sempre mitico Sly - che, inconsapevolmente, stava di fatto entrando nel suo decennio più buio - e l'assolutamente sopra le righe e macchiettistica Estelle Getty hanno infatti fatto il loro dovere regalando le risate ed i rutti liberi necessari di quando in quando per rilassare il cervello o accompagnare uno dei tanti pomeriggi di gioco accanto al Fordino, che crescendo ed arricchendo la costruzione delle vicende che vedono protagonisti i suoi giocattoli sta richiedendo sempre più attenzione del sottoscritto rispetto ai tempi in cui bastavano un paio di lanci di palla o un paio di giri di pista con le macchine per portare a casa il risultato.
Personalmente, dunque, mi sarei aspettato molto di peggio dal recupero di uno dei titoli della filmografia stalloniana che ancora mancavano all'appello qui al Saloon, e devo ammettere di aver raggiunto i titoli di coda contento di essermela spassata senza troppe pretese con il lavoro dell'improbabile Roger Spottiswoode, che i nostalgici più irriducibili degli anni ottanta ricorderanno dietro la macchina da presa in Turner e il casinaro o Air America, le tipiche battute e situazioni legate al rapporto madre/figlio - che, a volte, soprattutto con l'età adulta, assume connotati effettivamente grotteschi rispetto al modo in cui le nostre mamme continueranno a vederci sempre e comunque - e le espressioni imbarazzate di Sly, che doveva aver cominciato a fare grande scorta dell'ironia che l'avrebbe rilanciato in un'epoca più recente per noi rinunciando all'aura di uomo d'azione tutto d'un pezzo e spaccaculi per passare per un bamboccione in balia dell'anziana, furbissima ed assolutamente sopra le righe madre in visita - la scena del sogno con il pannolone gigante deve essere ancora impressa a fuoco nella memoria del nostro amico Silvestrone -.
Come di consueto in questi casi, evito a priori di consigliare la visione ai critici più hardcore di Sly, che troverebbero cinematograficamente soltanto conferme ai loro dubbi, quantopiù al pubblico pane e salame come il sottoscritto alla ricerca dei brividi di un'epoca ormai putroppo tramontata o a chi non ha paura di ammettere che il Cinema serve anche - e, a tratti, soprattutto - per rilassare anima e corpo sul divano, lontani da una realtà che, vista attraverso la sua lente deformante, passa dall'essere drammatica al diventare divertente.
Chiedetelo pure ad un qualsiasi vostro amico che ancora condivide il tetto con la madre.






MrFord





"Hush now, baby, baby, don't you cry
mama's gonna make all of your nightmares come true
mama's gonna put all of her fears into you
mama's gonna keep you right here under her wing
she won't let you fly but she might let you sing
mama's gonna keep baby cosy and warm."
Pink Floyd - "Mother" - 





lunedì 7 marzo 2016

Room

Regia: Lenny Abrahamson
Origine: Irlanda, Canada
Anno: 2015
Durata: 118'






La trama (con parole mie): Joy è una ragazza tenuta prigioniera da un uomo in una stanza dai tempi in cui, diciassettenne, fu rapita dallo stesso. Da poco suo figlio Jack, nato dagli abusi del suo stesso rapitore, ha compiuto cinque anni, e dopo essere stato cresciuto da lei protetto dall'esterno, diviene l'unica speranza della giovane madre di tentare la fuga: il ribaltamento dei concetti trasmessi a Jack diverrà, dunque, la chiave del piano di Joy per riuscire a liberarsi da quella stanza che è stata il loro unico universo per un tempo che le è parso infinito e che ha costituito tutta la crescita e l'apprendimento del piccolo.
Quando, proprio grazie alla prontezza ed al coraggio del bimbo, l'impresa riuscirà, la difficoltà starà tornare a vivere una vita normale all'esterno, con Joy costretta a ricostruire la sua identità e risanare ferite soprattutto interiori e Jack alla scoperta di un mondo che fino a pochi mesi prima conosceva solo come non reale e legato alla televisione.








E' difficile, dannatamente difficile, mettersi alla tastiera nel momento in cui si ha ben chiaro che i sentimenti che ribollono nel petto non troveranno mai un riscontro abbastanza potente nelle parole, nel loro flusso e nelle combinazioni, nelle frasi e nei concetti: dunque, considererò il post dedicato a Room, forse non il mio favorito nella corsa all'Oscar per il miglior film di questo duemilasedici, ma senza dubbio quello che ho visceralmente amato di più, come una specie di tentativo.
Il ventotto maggio duemilaquattordici è stato senza dubbio uno dei giorni più difficili della mia vita: quel mattino, quando scoprimmo con Julez che avevamo perso quella che ancora consideriamo come la nostra prima bambina, mi sentii strappare qualcosa dentro, nel profondo.
Quando passammo a prendere il Fordino, rimasto dalla nonna, e ci venne incontro sorridendo come se niente fosse accaduto - in effetti, per lui è stato così -, senza saperlo, ci salvò da uno sconforto che forse ci avrebbe impedito di raccogliere le forze e trovarci qui, ora, in attesa di un altro figlio.
Ed è curioso il fatto che, per quanto ci si sbatta e preoccupi per proteggere i propri figli tutta la vita, siano più loro a salvarci, anche senza rendersene conto.
Questo, almeno dal mio punto di vista, è stato il merito più grande di questo piccolo, potente film: mostrare, senza se e senza ma, la forza e la bellezza disarmante della condizione di bambini, che purtroppo resta un ricordo sfocato per tutti noi e che abbiamo speranza di rivedere soltanto specchiandoci negli occhi di quelli che cresciamo, meravigliandoci ogni giorno della loro profondità.
Una profondità raccontata come raramente accade da Lenny Abrahamson, che si affida, più che a Brie Larson - comunque molto brava - allo straordinario Jacob Tremblay e ad una macchina da presa portata ad altezza bambino neanche fossimo tornati ai bei tempi dello straordinario E. T.: purtroppo, in questo caso la vicenda narrata è molto più drammatica e dolente - l'idea di un rapimento che porti una madre ad escludere a tutti gli effetti il proprio figlio dal mondo e a giocarsi tutte le speranze proprio affidandosi ad una separazione da lui non è certo cosa da poco -, eppure il tocco è leggero e quasi magico, pronto a regalare sequenze che sono pura poesia - lo sguardo di Jack rivolto al cielo ed alla scoperta del mondo proprio nel tesissimo momento della fuga dal cassone del pick up del suo padre biologico nonchè carceriere - o una stretta al cuore - la decisione di tagliarsi i capelli per dare forza alla madre è uno dei momenti più commoventi degli ultimi mesi di visioni -, e conduce lo spettatore attraverso la storia di una rinascita emotiva portata sullo schermo con genuina passione, spostando l'attenzione dal thriller e dal disagio della prima parte - una sorta di incrocio tra Prisoners e The Babadook - e la ricostruzione della seconda, più simile ad un lavoro in stile Sundance di quelli ben riusciti, finendo per risultare come uno dei titoli genitoriali più intensi delle ultime stagioni, e seppur non dirompente nell'effetto, in grado di trovare uno spazio nel cuore di ogni spettatore.
Non era facile raccontare, sfruttando inoltre una vicenda assolutamente drammatica senza scadere nella retorica spicciola ma agendo, al contrario, per sottrazione - sono tratteggiate benissimo le figure del padre di Joy e del nuovo compagno della madre, esempi di reazioni agli antipodi rispetto al dramma vissuto dalla ragazza e da suo figlio -, ed ancor di più farlo mantenendo la naturalezza e la freschezza di una scrittura giocata anch'essa ad altezza bambino, dai dubbi ed il disorientamento iniziali rispetto al cambio di direzione della madre al toccante ritorno nella stanza dell'epilogo, con quell'addio che pare un punto di partenza nuovo per due vite che, di fatto, hanno bisogno di ricominciare e di credere che il mondo possa essere un posto migliore così come di respirare quell'aria e quella meraviglia riflessa negli occhi di Jack steso di schiena su quel cassone, la vita appesa ad un filo, l'ultima chance in gioco, eppure la gioia di scoprire che l'azzurro del cielo è sopra di lui, ed esiste.
E' reale.
Come l'amore di sua madre. Ed il suo.





MrFord





"Oh the mother and child reunion
is only a motion away
oh the mother and child reunion
is only a moment away."
Paul Simon - "Mother and child reunion" - 






sabato 14 novembre 2015

Ixcanul - Volcano

Regia: Jayro Bustamante
Origine: Guatemala, Francia
Anno: 2015
Durata:
93'






La trama (con parole mie): Maria, una diciassettenne Maya che vive alle pendici di un vulcano in Guatemala, è promessa sposa alla figura più importante del luogo, Ignacio, che amministra i braccianti delle piantagioni di caffè e gestisce l'emporio locale. Quando, spinta dal desiderio di andare oltre il vulcano e cercare fortuna e futuro negli Stati Uniti, viene sedotta ed abbandonata dal giovane e scapestrato contadino Pepe, partito proprio alla volta degli USA, si ritrova incinta di una bimba, rifiutata dallo stesso Ignacio e costretta a fronteggiare la situazione con i genitori.
Mentre il padre, dunque, cerca un lavoro che possa portarli ad un'altra piantagione e ad una nuova casa, la madre cerca di mettere in contatto la figlia con la spiritualità della loro cultura e di quei luoghi: ma quando un incidente legato all'incontro di questi due approcci porterà Maria a rischiare la propria vita, la famiglia scoprirà che ci sarà ben altro da temere, che non un matrimonio mancato o la superstizione.












Devo ammetterlo, sono fuori allenamento.
Non fisicamente, o in termini pratici e sportivi, quanto di approccio.
Sono fuori allenamento rispetto ai tempi dilatati ed all'ampio respiro del Cinema d'autore.
Dieci anni fa circa, quando nel mio momento di maggior radicalchicchismo cinematografico andavo avanti a pane e proposte d'essai come se non ci fosse un domani, un lavoro come Ixcanul, potente affresco della realtà rurale guatemalteca e dello stato attuale dell'antica popolazione Maya firmato da Jayro Bustamante, l'avrei affrontato in grandissima scioltezza, senza alcun tipo di fatica.
Il ritorno ad un'apertura a trecentosessanta gradi sul Cinema tutto e del pane e salame, nonchè la passione ritrovata per le tamarrate action, ha arrugginito e non poco la tenuta del sottoscritto rispetto ad un Cinema, al contrario, giocato sulle attese, i silenzi e l'intimismo.
Tradotto, per l'appunto, in termini spicci, l'ora e mezza scarsa di questo film mi è costata fatica, eccome.
Eppure, lo ammetto senza alcun dubbio, Ixcanul è un film splendido, dolente, di grande forza sia immaginifica che emotiva.
La vicenda di Maria e della sua famiglia, campesinos che vivono di duro lavoro nelle piantagioni alle pendici di un vulcano che per alcuni è l'ultimo ostacolo prima della grande via verso il sogno degli Stati Uniti e per altri cela soltanto un deserto, uomini e donne figli di una cultura millenaria - quella dei Maya - ora confinati ai margini della società senza neppure conoscere e parlare lo spagnolo, è una delle più lucide ed avvincenti che la settima arte dei grandi Festival - il lavoro di Buscamante è stato premiato con l'Orso d'argento all'ultima Berlinale - abbia regalato al Saloon ed al sottoscritto negli ultimi mesi, in bilico tra bellezza mozzafiato - i paesaggi, fotografati alla grande, ed il vulcano, rendono perfettamente l'idea di un confronto impari tra questi uomini e donne, la società e la Natura -, momenti di grande profondità - i dialoghi tra Maria e la madre, figura tra le più interessanti che mi abbia riservato questa stagione cinematografica - ed una parte finale tesa e drammatica - la corsa verso l'ospedale dopo il morso del serpente, pur se in un contesto e con immagini assolutamente differenti, mi ha riportato alla mente Mud - pronta a mostrare uno dei grandi drammi rispetto al quale persone poverissime e limitate in termini culturali e sociali rischiano di trovarsi senza possibilità di scelta, o lotta.
In Ixcanul si mescolano realtà profonda e suggestione quasi magica, coscienza e praticità da uomini semplici e legati alla terra con superstizione ed ignoranza, accettazione del dolore e speranza che lo stesso dolore possa, in qualche modo, significare invece un futuro migliore per chi abbiamo perduto - pur se non nei termini che potrebbero sembrare, leggendo queste righe senza aver visto il film -: e se il vulcano che da il titolo alla pellicola e rappresenta, per chi vive alle sue pendici, una sorta di divinità alla quale affidarsi nei momenti di maggiore difficoltà, pur consci che le stesse potranno essere superate quasi esclusivamente allargando le spalle e rimboccandosi le maniche, allo spettatore soprattutto occidentale apparirà come il testimone muto di tanti piccoli drammi che, nel mondo, continuano a perpetrarsi giorno dopo giorno, e che finiscono per essere risvolti della felicità di qualcuno che, forse, questi stessi drammi neppure li immagina.
Il vulcano che ispira Maria, guidata da sogni troppo grandi per essere inseguiti, nella sua impresa più assurda e disperata, e che come Maria porta il fuoco dentro, pronto a riscaldare cuori e parti basse, a portare una vita, a donarla e non credere che possa essere perduta, ad esplodere, bruciare e tornare a vivere ancora una volta.
Perchè il vulcano forgia, tempra, mette alla prova.
Come la vita.
Un ciclo senza fine che la Natura, e chi la vive sulla pelle, conosce bene.
E riprende a girare, quasi svogliatamente, sulle parole di due vecchi contadini che pensano al nuovo futuro dei loro figli.





MrFord





"Volcano, you don't wanna, you don't wanna know.
Volcano
something in you wants to blow
Volcano
you don't wanna, you don't wanna know."
U2 - "Volcano" - 





sabato 26 settembre 2015

African cats - Il regno del coraggio

Regia: Alastair Fothergill, Keith Scholey
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 89'





La trama (con parole mie): nel cuore della riserva Maasai Mara, in Kenya, vivono le stagioni ed il loro susseguirsi animali nomadi e stanziali, solitari o abituati a vivere in branco, predatori come coccodrilli o tranquilli erbivori come antilopi e giraffe. 
In ognuno di loro, però, vive l'istinto più forte in Natura, quello che lega madri e figli: in questo contesto seguiamo le vicende parallele di Mara e Sita, leonessa e ghepardo, alle prese con la dura realtà della sopravvivenza e quella che lega indissolubilmente genitori e prole anche nel regno animale: le vicende che travolgono il branco di Mara, sconvolto da una successione in termini di potere del leone dominante, e quelle che vedono l'indipendente Sita lottare per la sopravvivenza e la crescita dei suoi cuccioli.
Riusciranno nei loro intenti, o la crudeltà che a volte mostra la Natura avrà il sopravvento su di loro?








La passione che sta sviluppando il Fordino per gli animali è ormai una delle grandi certezze del Saloon, a partire dalla splendida giornata passata qualche mese fa allo Zoo di Barcellona - che il Fordino ancora cita facendo un elenco degli animali che ha visto - fino alle visioni, che di norma, dall'animazione ai veri e propri film, finiscono per essere wild animals oriented: quando, non troppo tempo fa, passò il trailer di African Cats sul dvd de Il re leone, il più piccolo della tribù si profuse in un ovazione da stadio, inducendomi a recuperare quanto prima il titolo suddetto.
In tutta onestà, essendo una produzione figlia della grande D costruita come un documentario "romanzato" - del resto, il successo di questo tipo di format è noto dai tempi de La marcia dei pinguini -, non nutrivo grandi aspettative o speranze, e pensavo che avrei finito per metterlo come sottofondo nel corso delle sessioni intensive di gioco o per occupare AleLeo mentre il suo vecchio si dedica ai fornelli o prende cinque minuti di pausa dal suo ruolo di pupazzone formato famiglia: devo ammettere che, visione - pur se frammentaria - alle spalle, il lavoro di Fothergill e Scholey funziona, affascina nonostante la narrazione troppo enfatizzata dalla voce off di Claudia Cardinale - molto meglio l'originale, con Samuel Jackson e Patrick Stewart come narratori -, esalta alla grande l'hd e mostra senza troppi sconti anche le parti meno "carine e coccolose" del mondo degli animali e della Natura.
In questo senso, spiegare al Fordino che il ghepardo non è arrabbiato quando insegue la gazzella e l'azzanna, ma che semplicemente sta procurando il cibo ai suoi cuccioli è una delle prime lezioni rispetto alle regole del mondo che il Cinema mi permetta di cominciare a trasmettergli, e se a questo tipo di riflessioni si aggiunge la presenza di alcune delle sue specie preferite in assoluto - elefanti, coccodrilli ed ippopotami, frutto di ulteriori ovazioni da stadio e di uno dei neologismi che amiamo di più, "Potottii" - il gioco è fatto: abbiamo di fronte mesi e mesi di ripetuti passaggi nel lettore bluray delle vicende di Mara e Sita, della rivalità tra i due leoni alfa che vivono ai lati del fiume infestato dai coccodrilli e dei paesaggi mozzafiato del Kenya, che spero un giorno o l'altro possano essere i protagonisti di un viaggione zaino in spalla di tutti i Ford, ed alimentare i sogni di esplorazione e scoperta di AleLeo, che spero possa mantenere il più possibile della curiosità entusiasta che soltanto i bambini alla scoperta del mondo e della vita a quell'età possono avere.
Nel frattempo, il vecchio leone sarà sempre accanto a suo figlio, pronto a dargli tutto l'aiuto possibile e a lottare con lui e per lui: se, poi, nonostante il nome non dovesse essere la scelta preferita, mi metto tranquillamente a disposizione per diventare un coccodrillo o un potottio.
In fondo, mi basta stare al suo fianco.




MrFord




"Slow cheetah come
before my forest
looks like it's on today
slow cheetah come
it's so euphoric
no matter what they say."
Red Hot Chili Peppers - "Slow cheetah" -





venerdì 25 settembre 2015

Lord of tears

Regia: Lawrie Brewster
Origine: UK
Anno: 2013
Durata: 100'





La trama (con parole mie): James Findlay, alla morte della vecchia madre con la quale non aveva più rapporti da anni, scopre che quest'ultima ha deciso di lasciargli non solo la casa in cui abitava, ma anche una residenza nella quale lui stesso aveva passato l'infanzia, e che causò una frattura insanabile nella famiglia e la quasi follia di James, allora bambino.
Deciso a fare luce sui propri ricordi e sul perchè la donna abbia deciso che proprio a lui andasse questa eredità evidentemente pericolosa, Findlay si recherà in visita alla magione solo per conoscere Evie, una ragazza con la quale fin da subito instaura un legame profondo che gli permette di fare fronte a misteriosi incubi e sogni ad occhi aperti che lo vedono fronteggiare un terrificante Uomo Gufo, che pare essere deciso ad impossessarsi proprio di lui.








Una delle cose più belle e delle quali ringrazio per questi anni passati nell'universo della rete e della blogosfera è ed è stata la possibilità di scovare pellicole che, di norma, sarebbe difficile scoprire o pensare di recuperare, e che proprio grazie al passaparola, invece, diventano dei must see più o meno fortunati: Lord of tears, rimbalzato con effetti assolutamente imprevedibili in più blog qualche settimana fa, mi aveva affascinato prima di tutto per il suo protagonista - un improbabile Uomo Gufo -, dunque per il fatto di aver riscosso un inaspettato successo o incassato stroncature roboanti.
Personalmente, non covavo chissà quali aspettative, e non sapevo se sperare più in qualcosa in stile Sharknado o un prodotto spaventoso ed inquietante nonostante la produzione low cost - in questo senso, conto sempre di riproporre, prima o poi, Lidris cuadrade di tre qui al Saloon -: peccato che, a conti fatti, il lavoro di Lawrie Brewster si sia rivelato una pura, semplice, clamorosa schifezza senza possibilità di appello, con poche idee - e molto confuse -, una trama che se ne fotte allegramente della logica - una cosa che in un horror rompe immediatamente l'incantesimo nello spettatore - ed una recitazione degna della storica ed indimenticata telenovela piemontese portata alla ribalta dalla Gialappa's un paio di decenni or sono - in particolare, ho patito la recitazione perennemente sopra le righe ed involontariamente ridicola della protagonista femminile Alexandra Nicole Hume, che regala uno dei momenti più trash della Storia dell'horror con la camminata seducente scendendo dalla scala a chiocciola che conduce alla piscina dove il protagonista la sta aspettando -.
Come se non bastasse tutto questo scempio, ho trovato il montaggio di Lord of tears uno dei peggiori che abbia mai avuto modo di osservare, e l'utilizzo dello stesso a fare da rafforzativo alla narrazione della voce off mi è parso, in termini di storytelling, degno delle bottigliate dei tempi migliori: e se, a due terzi della pellicola, nonostante il twist telefonatissimo, pare quasi di cogliere un barlume di speranza sul risultato finale, proprio l'epilogo demolisce ogni pensiero legato ad un'eventuale rivalutazione delle gesta dell'Uomo Gufo piazzando Lord of tears di diritto tra i film peggiori dell'anno, e tra gli horror più scarsi che mi sia capitato di vedere, incapace di farmi incazzare come il secondo Human Centipede o di farmi divertire - pur se involontariamente - come il già citato Sharknado.
Peccato, comunque, perchè l'idea del Moloch e l'ambientazione molto anglosassone - una sorta di incrocio tra il fascino del Lochness e l'atmosfera da romanzo gotico -, uniti alla presenza del santuario pagano collegato alla cantina della villa - che ricordava tanto il decisamente interessante The conjuring - potevano far fruttare il tutto in maniera decisamente maggiore, insieme ad un pò più di logica - per quale motivo una madre che per tutta la vita e per proteggere il figlio ha rinunciato addirittura a parlargli dovrebbe lasciargli in eredità la villa che è origine di tutti i loro problemi intimandogli di non recarsi assolutamente sul posto!? -, attori meno cani, un comparto tecnico degno ed un taglio netto agli sproloqui aulici dell'Uomo Gufo.
A conti fatti, effettivamente, mancava davvero troppo per poter sperare di avere un risultato decente.
Anche per uno spettatore senza troppe pretese come il sottoscritto.




MrFord




"Fall into the strangle, skip around the neck
this albatross is warning with extreme prejudice
when you walk the plank, tell me what you see
Moloch in the time of mutiny."
The Mars Volta - "Molochwalker" -





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