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sabato 31 ottobre 2015

We're still here

Regia: Ted Geoghegan
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
84'
 





La trama (con parole mie): Anne e Paul Sacchetti, che hanno da pochissimo perso il loro unico figlio in un incidente d'auto, abbandonano la città per stabilirsi in una vecchia casa di campagna nel New England, pronti a ricominciare da capo. Quando, però, alcuni strani fenomeni uniti all'atmosfera che regna nel paese poco distante finiscono per inquietarli e spingerli a contattare i genitori dell'ex compagno di stanza del college del loro ragazzo, esperti in materia nell'ambito del sovrannaturale, la situazione precipita: la casa che hanno acquistato per ricominciare a vivere, infatti, è segnata da una maledizione legata alla prima famiglia che vi dimorò a metà dell'ottocento, e pare che, ogni trent'anni, la stessa richieda un tributo di sangue al mondo per poter tornare al silenzio.
Cosa accadrà, dunque, ai Sacchetti ed ai loro ospiti?










Guardandomi indietro, penso non saprei assolutamente quantificare il numero di film horror visti dalla prima adolescenza fino ad ora: potrei addirittura pensare che sia, numericamente, il genere che più ha visitato gli schermi delle varie incarnazioni di casa Ford fin dai miei primi passi nel mondo della settima arte, e da quelle notti d'estate a cavallo tra gli anni ottanta e novanta fino ai tentativi attuali di rimanere quantomeno lontanamente inquietato, gli esperimenti siano stati davvero innumerevoli, dallo slasher al quasi thriller, dal trash all'inquietudine esistenziale.
We are still here, prodotto low budget firmato dal semisconosciuto Ted Geoghegan, è giunto da queste parti spinto dalle recensioni più che lusinghiere firmate da colleghi affidabili come Bradipo e Lucia più che dalla fin troppo impietosa valutazione su Imdb, e nonostante lo scetticismo iniziale, grazie ad una ricostruzione splendidamente vintage - è ambientato nel settantanove, anno al quale sono ovviamente molto legato -, un citazionismo assolutamente non invasivo o spocchioso, interpreti amatissimi dai fan del genere - personalmente, ho trovato mitico Larry Fessender, che peraltro mostra una somiglianza non indifferente non solo con Jack Nicholson, ma anche con un mio zio acquisito - ed un paio di cambi di registro perfetti per evitare che lo spettatore perda interesse e che tutto risulti fin troppo banale finisce per risultare una delle cose più interessanti che l'horror abbia regalato ai suoi appassionati quest'anno, dimostrando quanto siano importanti passione e voglia di raccontare una storia a fronte di budget milionari o tecnicismi superflui.
Una visione a tempo perso, dunque, divenuta un richiamo a piccoli grandi cult come La casa nera, che ripercorre diversi aspetti del genere, dalle case infestate e l'inquietudine del suggerito, più che del visto, della prima parte, allo spauracchio dell'uomo nero della fase centrale dello svolgimento fino ad un epilogo in grado di mescolare le carte in tavola e ricordare più l'angoscia di Cane di paglia mescolata abilmente allo splatter e al gore, finendo per indurre a simpatizzare per gli oscuri abitanti della casa, divenuti minuto dopo minuto protagonisti affascinanti e tragici, pronti a legarsi, nel sangue o nel destino avverso, alla coppia protagonista della pellicola, passata dall'essere involontariamente bersagliata da Julez e dal sottoscritto a causa della somiglianza del protagonista con Enrico Bertolino ad un tifo da stadio nel confronto con i loro aspiranti aguzzini a suon di colpi di coltelli da cucina - interessante, in questo senso, anche il fatto che non si assista ad una di quelle tipiche trasformazioni da gente comune ad aspiranti Rambo, ma che si resti nell'ambito della logica che fin troppo spesso latita, quando si parla di produzioni di questo genere -.
Un produzione povera, dunque, ma appassionante e ben strutturata, che tiene legati dall'inizio alla fine ed è favorita, oltre che dalla cornice, anche da un minutaggio finalmente a portata di stanchezza post-lavorativa infrasettimanale, che ricorda cose come The house of the devil o The conjuring in una versione decisamente più terra terra, ma non per questo meno interessante: e dai Dagmar - ottimi nella loro raffigurazione - alla presenza, sia solo presunta o effettiva, dello spirito del figlio morto della coppia dei Sacchetti, passando per gli abitanti del piccolo paese dove hanno scelto - sciagurati loro - di trasferirsi per ricominciare a vivere dopo il terribile lutto che li ha colpiti, gli antagonisti hanno tutti lo spessore giusto per non essere dimenticati.
E nel faccia a faccia dell'epilogo tra Dagmar in persona e Paul, c'è tutto il dolore dei padri che hanno perso qualcosa che non potranno più ritrovare, qualcosa che nasce dal sangue e che neppure tutto il sangue versato del mondo potrebbe riportare indietro, o risanare.
Siamo ancora qui, recita il titolo.
Ed è un bene che film come questo lo siano.
Per il Cinema, e per noi appassionati.





MrFord





"Hold tight
wait 'til the party's over
hold tight
we're in for nasty weather
there has got to be a way
burning down the house."
Talking heads - "Burning down the house" - 




venerdì 25 settembre 2015

Lord of tears

Regia: Lawrie Brewster
Origine: UK
Anno: 2013
Durata: 100'





La trama (con parole mie): James Findlay, alla morte della vecchia madre con la quale non aveva più rapporti da anni, scopre che quest'ultima ha deciso di lasciargli non solo la casa in cui abitava, ma anche una residenza nella quale lui stesso aveva passato l'infanzia, e che causò una frattura insanabile nella famiglia e la quasi follia di James, allora bambino.
Deciso a fare luce sui propri ricordi e sul perchè la donna abbia deciso che proprio a lui andasse questa eredità evidentemente pericolosa, Findlay si recherà in visita alla magione solo per conoscere Evie, una ragazza con la quale fin da subito instaura un legame profondo che gli permette di fare fronte a misteriosi incubi e sogni ad occhi aperti che lo vedono fronteggiare un terrificante Uomo Gufo, che pare essere deciso ad impossessarsi proprio di lui.








Una delle cose più belle e delle quali ringrazio per questi anni passati nell'universo della rete e della blogosfera è ed è stata la possibilità di scovare pellicole che, di norma, sarebbe difficile scoprire o pensare di recuperare, e che proprio grazie al passaparola, invece, diventano dei must see più o meno fortunati: Lord of tears, rimbalzato con effetti assolutamente imprevedibili in più blog qualche settimana fa, mi aveva affascinato prima di tutto per il suo protagonista - un improbabile Uomo Gufo -, dunque per il fatto di aver riscosso un inaspettato successo o incassato stroncature roboanti.
Personalmente, non covavo chissà quali aspettative, e non sapevo se sperare più in qualcosa in stile Sharknado o un prodotto spaventoso ed inquietante nonostante la produzione low cost - in questo senso, conto sempre di riproporre, prima o poi, Lidris cuadrade di tre qui al Saloon -: peccato che, a conti fatti, il lavoro di Lawrie Brewster si sia rivelato una pura, semplice, clamorosa schifezza senza possibilità di appello, con poche idee - e molto confuse -, una trama che se ne fotte allegramente della logica - una cosa che in un horror rompe immediatamente l'incantesimo nello spettatore - ed una recitazione degna della storica ed indimenticata telenovela piemontese portata alla ribalta dalla Gialappa's un paio di decenni or sono - in particolare, ho patito la recitazione perennemente sopra le righe ed involontariamente ridicola della protagonista femminile Alexandra Nicole Hume, che regala uno dei momenti più trash della Storia dell'horror con la camminata seducente scendendo dalla scala a chiocciola che conduce alla piscina dove il protagonista la sta aspettando -.
Come se non bastasse tutto questo scempio, ho trovato il montaggio di Lord of tears uno dei peggiori che abbia mai avuto modo di osservare, e l'utilizzo dello stesso a fare da rafforzativo alla narrazione della voce off mi è parso, in termini di storytelling, degno delle bottigliate dei tempi migliori: e se, a due terzi della pellicola, nonostante il twist telefonatissimo, pare quasi di cogliere un barlume di speranza sul risultato finale, proprio l'epilogo demolisce ogni pensiero legato ad un'eventuale rivalutazione delle gesta dell'Uomo Gufo piazzando Lord of tears di diritto tra i film peggiori dell'anno, e tra gli horror più scarsi che mi sia capitato di vedere, incapace di farmi incazzare come il secondo Human Centipede o di farmi divertire - pur se involontariamente - come il già citato Sharknado.
Peccato, comunque, perchè l'idea del Moloch e l'ambientazione molto anglosassone - una sorta di incrocio tra il fascino del Lochness e l'atmosfera da romanzo gotico -, uniti alla presenza del santuario pagano collegato alla cantina della villa - che ricordava tanto il decisamente interessante The conjuring - potevano far fruttare il tutto in maniera decisamente maggiore, insieme ad un pò più di logica - per quale motivo una madre che per tutta la vita e per proteggere il figlio ha rinunciato addirittura a parlargli dovrebbe lasciargli in eredità la villa che è origine di tutti i loro problemi intimandogli di non recarsi assolutamente sul posto!? -, attori meno cani, un comparto tecnico degno ed un taglio netto agli sproloqui aulici dell'Uomo Gufo.
A conti fatti, effettivamente, mancava davvero troppo per poter sperare di avere un risultato decente.
Anche per uno spettatore senza troppe pretese come il sottoscritto.




MrFord




"Fall into the strangle, skip around the neck
this albatross is warning with extreme prejudice
when you walk the plank, tell me what you see
Moloch in the time of mutiny."
The Mars Volta - "Molochwalker" -





mercoledì 4 giugno 2014

La stirpe del male - Devil's due

Regia: Matt Bellinelli-Olpin, Tyler Gillet
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 89'




La trama (con parole mie): Zach e Samantha, novelli sposi innamorati ed ansiosi di godersi la vita insieme, dopo una notte decisamente strana in un locale altrettanto particolare a Santo Domingo, fanno ritorno a casa senza sapere che la ragazza, rimasta incinta, porta in grembo uno dei profetizzati portatori dei geni dell'anticristo. La passione per i filmini amatoriali di Zach diviene quindi un veicolo per testimoniare il progressivo cambiamento della giovane, resa sempre più aggressiva ed in grado di compiere imprese e gesti spaventosi con il passare dei mesi.
Cosa accadrà, dunque, alla coppia e al loro bambino? Riusciranno a sopravvivere e venire a capo del mistero?







Fin dai tempi di Blair Witch Project, il mockumentary rappresenta un campo minato ed una tentazione decisamente irresistibile per i registi legati all'horror, nonostante la Storia abbia di fatto mostrato quanto poco convenga, di norma, avventurarsi in un terreno così sconnesso: fatta eccezione, infatti, per poche chicche da ricordare - Lake Mungo, The Troll Hunter - il genere ha riservato al pubblico quasi esclusivamente schifezze inenarrabili, che periodicamente tornano a rinfoltire le fila dei Ford Awards dedicati al peggio dell'anno.
Di recente era rientrato pienamente nel novero Il segnato, innocuo quanto inutile lavoro pronto a proseguire nella tradizione dei b-movies horror basati sul found footage che tanto ha imperversato nel corso delle ultime stagioni, incapace addirittura di scomodare le bottigliate delle grandi occasioni: della stessa pasta è fatto questo La stirpe del male, ennesima escursione nei territori delle possessioni demoniache e delle atmosfere apocalittico/religiose originate da veri Capolavori come Rosemary's baby e L'esorcista.
Senza dare neppure troppo peso alla trama risibile ed alla sua stessa evoluzione, o fare considerazioni sul protagonista Zach Gilford, passato dall'essere uno dei volti della splendida Friday night lights a questa roba, la visione scorre senza pretesa alcuna ed anche piuttosto in fretta, limitando i danni almeno quanto gli spaventi, ormai merce più unica che rara perfino nelle pellicole che, almeno sulla carta o stando all'opinione dei distributori, dovrebbero lasciare senza fiato ben oltre il termine della visione.
Un filmetto innocuo, in definitiva, che mescola i classici luoghi comuni che ci si aspetterebbero da una proposta di questo tipo - i Caraibi come luogo di mistero e perdizione maligna, gli incontrollabili scatti d'ira e le pause inquietanti tipiche delle possessioni, l'escalation che porta dal quotidiano leggermente intaccato ad un vero e proprio bagno di sangue - al tentativo di far assaporare al pubblico - specie quello più giovane - il terrore che ormai decenni fa dispensavano calibri nettamente superiori trattando la stessa materia.
Ora, non so se i ragazzini di oggi - decisamente più smart di quanto non potessimo essere già noi, figurarsi i nostri genitori - possano essere davvero sconvolti da versioni collaterali di Paranormal activity come questa, ma se davvero una porcheruola come il lavoro di Bellinelli-Oplin e Gillet riesce nell'intento di scatenare il panico in una platea attuale direi proprio che il futuro del genere naviga in acque decisamente agitate, con il rischio concreto di inabissarsi in wannabe movies insipidi dall'impatto pressochè nullo. Almeno se confrontati con l'old school dell'orrore.
Tutto questo senza contare che, quando da una visione si riesce a cavare così poco da faticare a trovare un qualche argomento per scrivere un post decente e non in formato tweet, le cose non si mettono troppo bene: a suo favore questo Devil's due ha giusto l'avversione della protagonista per i prelati - posizione che non mi sento di non condividere - ed una sorta di ingenuità quasi naif di fondo, legata principalmente alla qualità più che bassa non solo del prodotto finito, ma anche, di fatto, dello spessore dei suoi artefici.
Resta il mistero legato al fatto che proposte clamorosamente superiori ed interessanti fatichino a trovare una collocazione all'interno del mondo della grande distribuzione e robaccia di questo genere occupi uno spazio decisamente importante in sala: se fosse il Saloon a gestire queste faccende, difficilmente Devil's due avrebbe raggiunto un pubblico superiore a quello dei due registi con i loro amici e parenti.
Ma chissà, forse la stirpe del male è già tra noi.



MrFord



"It's a new breed
a new breed of evil
conceived in the moonlight
breathing fire."
Farmer boys - "A new breed of evil" -




sabato 22 dicembre 2012

Sinister

Regia: Scott Derrickson
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Ellison Oswalt è uno scrittore di romanzi catalogati come "true crime", ovvero indagini su crimini ancora aperti o irrisolti svolte dallo stesso autore e rese best sellers di successo. I tempi della sua ultima, vera, scalata alle classifiche, però, sono ormai distanti dieci anni, ed Oswalt comincia a sentirsi alle strette, e più che l'aspetto economico o il benessere di sua moglie o dei figli, avverte la morsa della mancanza del brivido che solo il successo può dare.
Decide così di dedicarsi al misterioso caso di una famiglia trovata impiccata ad un albero: un massacro che pare aver risparmiato la piccola Stephanie, che risulta ancora scomparsa.
Lo scrittore, all'insaputa della compagna, acquista proprio la casa nel cortile della quale avvennero i fatti, che già dai primi giorni del trasloco pare avere un'influenza negativa non soltanto su di lui, ma anche sui suoi due bambini: a complicare le cose si mette il ritrovamento da parte dell'uomo di una misteriosa scatola in soffitta che contiene filmini amatoriali riferiti agli omicidi di cinque famiglie a partire dal 1966, che indicano per ogni scena del crimine la scomparsa di un bambino e la presenza sui luoghi dei delitti di uno strano simbolo e di un personaggio altrettanto inquietante.





Sinister è giunto praticamente per caso nell'hard disk sempre zeppo di titoli di casa Ford, pescato a caso nel grande mare dei film sottotitolati ancora senza una data di uscita italiana: pensare ad Ethan Hawke - uno dei sex symbol alternativi degli anni novanta - nel pieno di un horror diretto dal regista dei ben poco memorabili The exorcism of Emily Rose e Ultimatum alla Terra - pessimo remake dell'omonimo Classico di fantascienza - non mi faceva presagire nulla di buono se non una cascata di bottigliate pronte a colpire.
E invece salta fuori che non solo Sinister funziona, inquieta e spaventa come un film di questo genere dovrebbe sempre fare, ma riesce addirittura a non traballare troppo dal punto di vista della logica e portare a casa un risultato assolutamente insperato date le carte che potevo supporre avesse da giocarsi.
Non c'è nulla di troppo nuovo, nella sceneggiatura tra l'altro firmata anche dal regista, dagli ormai classici bambini spaventosi fino agli omaggi a pietre miliari dell'horror come Shining e L'esorcista con una strizzata d'occhio a cose più recenti come Il sesto senso, senza contare i riferimenti a Stephen King - l'autore letterario horror per eccellenza, citato non solo in qualche modo grazie alla professione del protagonista, ma dal protagonista stesso con il suo riferimento a Cujo -, eppure gli ingranaggi girano neanche fossero stati appena oliati, Ethan Hawke sfodera un'ottima interpretazione - che permette al regista di costruire praticamente l'intera pellicola su di lui, da solo in scena per la quasi totalità del tempo -, non mancano i momenti da salto sul divano e tutto il disegno non crolla neppure quando avviene, di fatto, il passaggio tra realtà e sovrannaturale.
Quello che, infatti, parte come un'indagine - tra l'altro molto inquietante - su una serie di omicidi terrificanti che ricordano quelli del Dragone rosso in Manhunter - pellicola memorabile firmata Michael Mann, sorella maggiore di quello che sarebbe stato Il silenzio degli innocenti - e portano una firma che fa tornare alla mente L'occhio che uccide - l'utilizzo del super 8 a testimonianza degli omicidi -, riesce appena ad indurre nel pubblico l'ipotesi che dietro le mattanze sulle quali indaga Oswalt si celi un serial killer - o una setta - prima di cambiare completamente strada avventurandosi sul sentiero oltre i confini del mondo come noi lo conosciamo, pratica normalmente molto rischiosa per ogni horror che voglia mantenere almeno una parvenza di dignità cinematografica.
Io per primo ammetto di avere storto il naso di fronte all'evidenza di una scelta che, quasi a metà pellicola, ribaltava di fatto il punto di vista rischiando di mandare tutto a monte, compreso il buon carico di tensione accumulato fino a quel momento: invece - e va dato tutto il merito a Derrickson - lo stile di ripresa e l'evolversi della vicenda, pur non risultando rivoluzionari riescono a catturare praticamente da zero per la seconda volta l'attenzione dello spettatore portando in scena un racconto per nulla scontato, dal climax insolito per il genere - davvero ottimo il finale, uno dei migliori degli ultimi anni di horror - e rappresentato da un "uomo nero" da fare invidia al Carpenter dei giorni migliori, un demone legato alla Storia antica che "seduce" dalla prima apparizione per "look" ed apparenza - una sorta di incrocio tra il trucco dei Misfits e le maschere degli Slipknot, dunque una porta aperta che non c'era affatto bisogno di sfondare, con il sottoscritto, per prendere punti - e chiude alla grandissima un crescendo decisamente ben riuscito.
Contribuisce al buon risultato finale anche la colonna sonora - anche se sarebbe più il caso di parlare di effetti -, creepy e disturbante come non mi capitava di sentirne da tempo, ed un'atmosfera in grado di rendere la consueta casa infestata o pseudo tale nel teatro per l'incontro tra una realtà inquietante ed un incubo pronto a realizzarsi nella sua interezza, e che non lascerà nulla e nessuno libero di sperare di avere scampo.
Senza dubbio, dunque, ed assolutamente a sorpresa, una delle migliori proposte del genere non solo di questo 2012 ormai giunto alla conclusione, ma addirittura delle ultime stagioni cinematografiche: in un momento di gravissima crisi dell'horror, roba come questa dobbiamo tenercela stretta e non mollarla neanche per scherzo.
Anche se dovesse tramutare in un vero incubo la già abbastanza inquietante realtà.


MrFord


"We have made the present obsolete
what do you want? What do you need?
We'll find a way
When all hope is gone."
Slipknot - "All hope is gone" -



sabato 20 ottobre 2012

ParaNorman

Regia: Chris Butler, Sam Fell
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
92'



La trama (con parole mie): Norman è un ragazzino molto particolare che vive nella tranquilla comunità di Blithe Hollow, talmente particolare da essere ritenuto un freak non soltanto a scuola, ma anche a casa, dai genitori e dalla sorella maggiore.
Questo perchè Norman ha un'abilità unica che pare essere un dono di alcuni membri della famiglia di sua madre: è in grado di vedere e comunicare con i morti.
Quando il compagno di scuola Neil - emarginato anch'egli perchè grasso - stringe amicizia con lui e non dubita neppure un secondo della sua abilità di "comunicazione", e lo zio di Norman riemerge dal silenzio per rivelare l'esistenza di una pericolosa maledizione che incombe sul paese, per i due inizierà un'avventura mozzafiato che metterà gli abitanti di Blithe Hollow di fronte all'importanza delle insolite capacità del ragazzo.





E' curioso quanto vedere questo film sia stato come essere in bilico tra due mondi, neppure fossi il suo protagonista: onestamente, quando fu ufficializzata la sua uscita, pensai subito che Brave, in mancanza di Miyazaki, avrebbe finalmente trovato un degno rivale per il titolo di film d'animazione di questo duemiladodici decisamente di transizione, per i buoni, vecchi, cartoni animati.
E invece ammetto che le speranze sono state almeno in parte deluse.
Questo perchè se da un lato il lavoro di Butler e Fell porta in dote tutta la mitologia dei film d'avventura per ragazzi dal gusto molto eighties - dai Goonies a Stand by me, fino ad arrivare al recente e "vintage" Super 8 -, ironia e sequenze dal ritmo serratissimo - stupenda la fuga in macchina con il fratello di Neil e la sorella di Norman -, dall'altro l'eredità del passato di animatore di Butler pesa rispetto all'influenza di titoli come Coraline e La sposa cadavere, entrambi ben lontani dai miei preferiti nel genere, e non disdegna una robusta dose di buonismo in stile Disney in grado di rendere la parte finale - che mi ha ricordato il lato meno riuscito di Amabili resti - un pò troppo zuccherosa.
Certo, Norman e l'insolita "squadra" che si imbarca nell'impresa funzionano alla grande, l'idea di giocare la carta degli zombies - tipo di mostro normalmente avvezzo a pellicole decisamente più violente ed adulte - e soprattutto il twist sull'identità della strega responsabile della maledizione che il protagonista lotta per sventare sono da manuale, Neil ed il bullo Alvin rendono benissimo in ruoli che nei già citati anni ottanta spopolavano in ogni pellicola di questo genere, Courtney e soprattutto Mitch - letteralmente mitico il "suo" finale - sono spassosissimi, ed il look da b-movie di genere è davvero riuscito - mi sono tornati alla mente i tempi dei drive-in, o cult come Blob -: eppure, di fondo, resta qualcosa di incompiuto, nel complesso dell'opera, che come se non bastasse per essere una proposta da piede sull'acceleratore e ritmo esagerato da avventura senza respiro mi è parso - anche se la stanchezza per un periodo lavorativo non certo dei migliori ha senza dubbio inciso - decisamente lento, e l'ora e mezza scarsa di minutaggio ha pesato come poche volte in passato è capitato rispetto all'animazione, normalmente scorrevole e fresca in misura molto maggiore rispetto alla media dei film "in carne ed ossa".
Peccato, perchè più che una versione simpatica del classico lavoro in stile darkeggiante e burtoniano degli ultimi anni - e non è un complimento - mi sarei aspettato una risposta decisa e sorprendente almeno quanto il background che ha influenzato, per età e formazione cinematografica, i due registi: ed è dura ritrovarsi a sperare che arrivi presto la fine di un film come questo per crollare a letto senza che la visione abbia lasciato qualcosa di abbastanza importante da giustificare un post che possa stimolare il sottoscritto a scrivere e voi compagni di bevute del Saloon a leggere con la curiosità di quello che potrebbe essere l'esperienza della visione.
Per dirla in poche parole e pane e salame, ParaNorman rientra in quel gruppo terribile definito da uno degli aggettivi più pesanti e scomodi che possano esistere: carino.
E non c'è verso che si vada un passo oltre.
Neppure con tutta la flemma di cui solo uno zombie è capace.


MrFord


"If you wanna mess around, just stay away from my door
I've got a leak in my bucket and a great big hole in my floor
but if you wanna stay around and love me
you know it's all right with me.
I've got no money, can't afford no big black car
my bank account won't see me very far
but if you wanna stay around and love me
you know it's all right with me."
Zombies - "It's all right with me" -



sabato 21 luglio 2012

Cigarette burns - Incubo mortale

Regia: John Carpenter
Origine: Usa
Anno: 2007
Durata: 59'



La trama (con parole mie): Kirby, giovane gestore di una sala cinematografica e cacciatore di cimeli legati al mondo della settima arte, viene ingaggiato dal misterioso Bellinger affinchè recuperi il film maledetto "La fin absolue du monde", proiettato una sola volta al Festival di Sitges e causa di una sorta di sanguinosa follia collettiva, di cui si dice siano state distrutte tutte le copie, divenuto oggetto di culto per gli appassionati più estremi.
Kirby, inizialmente riluttante, mosso dal lauto compenso decide di mettersi al lavoro in modo da saldare definitivamente i debiti che incombono sulla sua sala, legati al passato e ad un amore perduto: la ricerca della pellicola lo porterà a scavare dentro se stesso, oltre che nella psiche di chi, in un modo o nell'altro, ha avuto a che fare con il famigerato titolo segnato.
Al termine della vicenda, niente del mondo che i protagonisti conoscono sarà come lo era prima dell'inizio della "proiezione".




Non troppo tempo fa, in occasione del post dedicato a Homecoming - episodio della serie Masters of horror realizzato da Joe Dante -, i commenti sottolinearono quanto importante fosse, nell'ambito della stessa operazione, Cigarette burns - Incubo mortale, firmato da uno dei registi horror di culto in casa Ford e non solo, John Carpenter.
L'autore di pietre miliari come Halloween, Fuga da New York e Il seme della follia, effettivamente, non smentisce la sua fama, confezionando un gioiellino che ho trovato potente ed efficace tanto quanto il succitato lavoro di Dante, concentrato su una dimensione meno politica e giocato tutto sul Cinema: paradossalmente, pur raccontando un viaggio quasi senza ritorno nel cuore di tenebra di una pellicola maledetta, Cigarette burns trasuda amore per la settima arte, dalle numerose citazioni all'idea che, in qualche modo, un film possa effettivamente cambiare la nostra vita non soltanto in qualità di spettatori, ma anche e soprattutto come persone.
La ricerca di Kirby, scandita dai ricordi e dalle visioni del suo passato, pare una sorta di neppure troppo velata metafora rispetto alla passione che ha guidato, nel corso dei decenni, Carpenter stesso non soltanto come regista, ma anche e soprattutto come esploratore di una forma d'arte che non smette mai di sorprendere, mostra costantemente il fianco alla meraviglia e allo stupore e, a volte, può indurci a vivere un viaggio così in profondità da rimanerne sconvolti e turbati: osservando tutte le persone coinvolte nel confronto con La fin absolute du monde mi sono tornati alla mente i Classici di Griffith, abomini inguardabili come A serbian film o trip incredibili come Enter the void, Valhalla rising e Kynodontas.
Viaggi cui non si può rimanere indifferenti, destinati a segnare la nostra storia di appassionati e, chi può dirlo, anche l'esperienza vissuta o da vivere una volta usciti dalla sala proprio a causa del loro essere totalizzanti: una sensazione che ricorda lo scivolare lungo un precipizio mossi dalla passione e dal desiderio, senza sapere - o essendone ben consci - di andare incontro ad una qualche terribile forma di autodistruzione.
In questo senso questa piccola perla firmata Carpenter riesce ad assumere dimensioni ben maggiori di quella televisiva, facendo sorgere più di un dilemma a proposito di quale portata avrebbe potuto avere questo lavoro con un minutaggio maggiore ed una produzione di livello.
D'altro canto, è difficile trovare qualcosa da eccepire nella messa in scena definitiva, certo non patinata ma assolutamente funzionale, confezionata senza sbavature da quello che è a tutti gli effetti un Maestro ben oltre i confini del suo genere di appartenenza: registi come Carpenter sono il motore del Cinema, e vederli all'opera con questa decisione anche in uno spazio ridotto rispetto alla loro consuetudine è un piacere assoluto per chi ama perdersi nei meandri della settima arte, segno che non è mai un errore lasciare che la magia del proiettore ci conquisti, e porti inesorabilmente alla "follia", giusto per rimanere in tema con Cigarette burns e, in una certa misura, richiamare il già citato Il seme della follia, altro lavoro profondamente caratterizzato dal suo essere metacinematografico.
Troviamo anche il tempo, nell'ora scarsa di visione, di goderci qualche momento al limite del grottesco ed elementi tipici dell'horror nel suo senso più tradizionale - l'angelo privo di ali preso direttamente dal set di La fin absolute du monde - del termine, in modo da non dimenticarci neppure che esiste anche una fisicità più esplicita - e perchè no, anche tamarra - che può, ogni volta che vogliamo, farci scansare le riflessioni fin troppo decise per lasciare che il corpo si muova quasi in trance - e di nuovo, interessante l'utilizzo di questo aspetto sul protagonista - verso un ignoto pronto a plasmarci.
Del resto, il Cinema può tutto.
Basta crederci.
E da queste parti ci si crede, eccome.


MrFord


"Benvenuti al piccolo cinema onirico 
prima di dormire ad un passo dal risveglio
puoi vedere cose che trovi soli lì
è uno spazio grande poco più dell'universo
e se non ci sei, riprova lunedì."
Tre Allegri Ragazzi Morti - "Piccolo cinema onirico" -


domenica 15 gennaio 2012

The covenant

Regia: Renny Harlin
Origine: Usa
Anno: 2006
Durata: 97'



La trama (con parole mie): quattro ragazzi da copertina eredi dei superpoteri magici delle loro rispettive famiglie sono gli idoli di una piccola località in cui fanno un pò quello che gli pare.
Quando nella loro scuola fa capolino un nuovo, altrettanto da copertina e altrettanto ricco sfondato studente di nome Chase, tra loro s'insinua il dubbio se quest'ultimo possa essere amico, nemico, dotato di poteri o addirittura l'ultimo discendente di una quinta famiglia "perduta".
Sfruttando le ragazze di due dei quattro, non proprio due menti eccelse, Chase metterà in atto un piano che prevede il furto dei poteri di quello che pare proprio essere il leader dei quattro, un tizio tormentato in pieno stile Twilight di nome Caleb.






The covenant è un film così brutto, ma così brutto, ma così brutto da far quasi sembrare Breaking dawn una pellicola tutto sommato passabile.
E' vero, il suddetto Breaking dawn non sarà mai e poi mai neppure lontanamente decente, ma The covenant, che alla saga di Twilight è indubbiamente ispirato - così come indirizzato agli stessi fan adolescenti in cerca di struggimento fittizio -, riesce davvero nell'impresa ardua di raggiungerne - se non superare - i limiti.
L'unico vero dispiacere - a parte la visione - è che purtroppo non si tratta di un'uscita cinematografica dell'anno appena concluso, perchè in quel caso senza dubbio le posizioni più alte della classifica del peggio sarebbero state scosse dall'arrivo prepotente di quest'accozzaglia di pseudo miti di ispirazione ottocentesca e non solo - caccia alle streghe, romanticismo e mistero nella loro accezione peggiore - interpretata da una squadra di attori presi dalle copertine delle riviste per teenagers in balia dei primi turbamenti ormonali e schiaffati nonostante un'evidente incapacità di trovarcisi davanti di fronte ad una macchina da presa a recitare battute che paiono prese dalla peggiore fiction in stile "a cazzo di cane".
In realtà, la visione di questa robaccia nasce proprio a causa di un elemento del cast, quel Taylor Kitsch che nell'ottimo Friday night lights presta corpo e volto a Tim Riggins, mio personaggio preferito della serie nonchè cotta adolescenziale per Julez, dalla quale mi sono fatto convincere, in una serata di debolezza, ad affiancarla nella visione di questo "indimenticabile" lavoro dell'altrettanto "indimenticabile" Renny Harlin che le costerà almeno una visione di Sokurov o Tarr per ripagarmi.
La cosa davvero drammatica rispetto a questo film è che, nonostante la sua pochezza, non riesce neppure lontanamente a suscitare quelle sane risate che, a volte, il trash estremo provoca negli spettatori, scivolando al contrario nella noia più terribile da coma profondo, più che da pisolino pomeridiano.
Immaginate, giusto per avere un'idea, cinque modelli dall'espressione vuota con un paio di non protagoniste femminili a metà strada tra le pupazzone degli horror scelte appositamente per ben precise doti artistiche e personaggi che vorrebbero tanto essere interessanti come le vittime sacrificali del thriller del sabato sera di Canale 5 fare a gara a chi ha gli addominali più scolpiti neanche fossero i membri d'elite dei Trecentocelle Dream Men di Leonida grazie a fuochi e fiamme forniti da alcuni degli effetti più brutti che abbia mai visto in tutta la mia ormai piuttosto lunga carriera di spettatore.
In tutto questo noto di aver scritto, fino ad ora, più o meno una trentina di righe.
Praticamente un miracolo, considerata la materia.
Già vi vedo ridere sotto i baffi pensando ad una sorta di masochismo senza speranze che porta dritto dritto alla mancanza d'ispirazione: e allora vi sfido, scellerati.
Provate a vederlo voi, questo film.
E se riuscite a scrivere un post più lungo di questo, giuro che vi offro una bottiglia.
Da finire rigorosamente insieme e rigorosamente in una botta sola, ovviamente.


MrFord


"Nothing left to say, anyway
now that the magic has gone
there's no sense in holding on
baby now, now that the magic is gone."
Joe Cocker - "Now that the magic is gone" -
 
 

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