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martedì 7 novembre 2017

The Devil's candy (Sean Byrne, USA, 2015, 79')









E' sempre brutto rimanere delusi approcciando una pellicola.
Di norma, è una sensazione anche peggiore rispetto a quella di aver appena finito di guardare un film di merda, di quelli che senza dubbio non torneranno mai più a far parte della nostra vita, se non negli incubi cinematografici peggiori.
Una delusione è qualcosa di subdolo, sotterraneo, che quando meno te lo aspetti esce fuori e trasforma una potenziale serata di goduria in una noia mortale che vorresti lasciarti alle spalle il prima possibile.
The Devil's Candy, incensato quasi ovunque nella blogosfera e soprattutto da persone che ho sempre considerato autorità del Cinema di paura, firmato dallo stesso Sean Byrne del dal sottoscritto amatissimo The Loved Ones di qualche anno fa, atteso come uno di quei metal horror da volume al massimo, sangue a fiumi e terrore pronto a colpire si è rivelato, fatta eccezione per la buona prova di Ethan Embry - che avevo già apprezzato nell'apprezzatissimo Cheap Thrills -, davvero robetta, poco coeso ed incisivo in fase di scrittura, lento nel ritmo, incapace di trovare una linea guida che desse un senso all'intera operazione, che non si capisce se voglia essere inserita nel filone "satanista" del genere, in quello prettamente thriller, oppure cercare nella caotica follia dello psicopatico Ray una sorta di richiamo alla realtà che vede, a volte, menti decisamente contorte muoversi senza un criterio apparente nel mondo, mietendo vittime scelte in base a qualcosa di "oltre" - una cosa che potrebbe richiamare l'operato del Figlio di Sam, per intenderci -.
Un vero peccato per il sottoscritto, che da Byrne si aspettava qualcosa di potente almeno quanto l'esordio, e per la pellicola stessa, che invece di puntare esclusivamente sui legami forti della famiglia Hellman - una cosa rarissima quella di un rapporto, peraltro cementato da gusti musicali comuni, tra un padre ed una figlia adolescente - e sulla loro progressiva lotta per la sopravvivenza, preferisce inserire elementi apparentemente disturbanti come le voci che perseguitano Ray così come Jesse Hellman, l'inutile sottotrama - peraltro sviluppata superficialmente - della galleria d'arte "demoniaca" e passaggi legati alla follia dello stesso Ray che non si comprende bene dove si collochino tra realtà di narrazione e visioni del charachter.
L'impressione, qui in casa Ford, è stata quella di un tentativo clamorosamente fallito di portare sullo schermo la mitologia dell'horror disturbante degli anni settanta neanche fossimo all'interno di uno dei peggiori lavori di Rob Zombie: il fatto è che ai tempi, con il Vietnam a pesare sulle spalle degli States e la ferita aperta dei massacri della Manson Family, alcune suggestioni potevano anche funzionare, mentre ora, se mal gestite, paiono solo inutilmente provocatorie.
La mossa migliore, e questo va riconosciuto a Byrne, è quella di mantenere un discreto realismo nella parte più violenta della pellicola - soprattutto nel confronto tra Ray e gli Hellman nel finale -, in cui non abbiamo, almeno fino all'incendio, scene clamorose che non troverebbero riscontro nella realtà neanche per caso: in questo senso, la lotta sull'ingresso della magione tra l'invasore e Jesse funziona molto bene, dai proiettili sparati a vuoto e a caso da parte di qualcuno non abituato ad usare la pistola alla forza della disperazione che interviene nel momento in cui è in gioco la sopravvivenza propria e di chi si ama.
Troppo poco, però, per poter anche solo pensare di perdonare tutti i limiti - finale compreso - di una pellicola che risulta, purtroppo, molto wannabe cult, ma che dei cult veri, soprattutto quelli che l'hanno ispirata, non ha davvero nulla.




MrFord




venerdì 3 novembre 2017

Amityville - The Awakening (Franck Khalfoun, USA, 2017, 85')





La settimana di Halloween dedicata agli horror prosegue nel segno dei sequel, prequel e compagnia danzante, seguendo le orme degli ultimi giorni da queste parti, che hanno visto sfilare il nuovo It, Leatherface ed Annabelle: oggi è la volta di Amityville - The Awakening, nuovo capitolo ispirato ai fatti narrati nel film del settantanove legati alle possessioni demoniache ed affini.
Forte di un cast buono per le nuove generazioni e per le vecchie - da Jennifer Jason Leigh a Bella Thorne, vista di recente anche in The Babysitter ed ormai nota per una clamorosa sequenza del lavoro firmato da McG - così come per il grande e piccolo schermo - molti dei protagonisti provengono dall'ormai interessantissimo e vasto bacino delle serie televisive, come Jennifer Morrison e Cameron Monaghan -, il lavoro di Franck Khalfoun, affrontato senza alcuna aspettativa, per quanto certo non rivoluzionario si è rivelato decisamente migliore dei già citati Leatherface e Annabelle - Creation, se non altro mostrando la volontà di inserire in un contesto piuttosto prevedibile e a conti fatti poco spaventoso - nonchè, come spesso purtroppo accade con gli horror, lacunoso in quanto a logica di narrazione - idee decisamente interessanti come quelle del rapporto tra la madre ed il figlio costretto da due anni in uno stato vegetativo e sui motivi che hanno portato la stessa genitrice a scelte estreme - come l'acquisto della casa in cui sono avvenuti i fatti raccontati nella pellicola originale - e l'applicazione, in una certa misura, del concetto di eutanasia all'interno di una pellicola horror legata alle possessioni che con questo tipo di cose, almeno sulla carta, c'entra più o meno come il Diavolo e l'acqua santa - per l'appunto -.
Non parliamo ovviamente di una pellicola destinata ad entrare nel cuore degli appassionati - tutto è abbastanza scolastico, ed in tutta onestà, mi hanno fatto più paura film peggiori per la qualità, che non questo per l'atmosfera e la tensione che vorrebbe trasmettere -, ma nell'ambito dei titoli buoni per una serata horror con gli amici o la propria dolce metà senza pensieri fa il suo dovere, intrattenendo senza pretendere di assurgere allo status di cult, lasciando che i minuti scorrano senza appesantire la visione, citando metacinematograficamente tutti i capitoli della saga legata alla villa di Long Island e regalando anche un paio di intuizioni niente male - il cerchio a protezione della casa, l'incisione in stile Metallica, la scoperta della stanza segreta -: decisamente più di quanto mi aspettassi prima della visione da Khalfoun, non certo un fenomeno della macchina da presa.
Certo, occorre ammettere che a poche ore dal passaggio sugli schermi del Saloon poco resta se non una sorta di ricordo di aver incrociato il cammino di una versione scialba del filone inaugurato da L'esorcista, ma considerato il volume di merda che purtroppo viene distribuito quando si tratta di film di paura, direi che questo risveglio di Amityville non è il peggio che ci si possa augurare.
Anzi, se mi fanno un prezzo di favore, la casa di tre piani a Long Island me la compro volentieri io.
Tanto, una volta arrivati i Ford, prevedo una fuga dell'entità maligna in meno di mezza giornata.




MrFord




sabato 18 febbraio 2017

American Horror Story - Roanoke (FX, USA, 2016)




Il mio personale rapporto con il brand di American Horror Story, creatura camaleontica di Murphy e Falchuk, è stato quantomeno travagliato: la tanto incensata prima stagione, infatti, ai tempi da queste parti non andò oltre le bottigliate; con la seconda, ambientata quasi interamente in un manicomio ed a cavallo tra diversi decenni, rimasi molto, molto sorpreso in positivo; dalla terza in poi fu un lento declino, che mi portò a lasciare il titolo alle visioni da sessioni di ferro da stiro di Julez senza che mi mancasse neppure lontanamente.
Con il duemilasedici e l'ottima prova dell'antologico American Crime Story - sempre creato dal duo - a risvegliare il mio interesse per AHS sono giunte molte recensioni positive di questa sesta annata, Roanoke, che a quanto pare rinverdiva i fasti delle prime due - ed ho sperato fortemente nella seconda, ovviamente -: in questo periodo da casalingo, dunque, accanto ai recuperi delle molte serie televisive passate su questi schermi nell'ultimo periodo, è giunto anche questo.
Il risultato è stato decisamente positivo per quella che, proprio con la già citata Asylum, è senza ombra di dubbio la miglior stagione della serie, costruita sfruttando più livelli di narrazione, metacinema, stili e mezzi di ripresa, e generi: partita come un incrocio tra il thriller e la ghost story e divenuta un vero e proprio incubo mortale per i protagonisti simile ad un survival, a metà del cammino chiude un arco narrativo per aprirne un altro trasformando il tutto in un grottesco ritratto dei reality e della società "social" attuale fino a diventare una delirante mattanza conclusa con un finale quasi lirico, e con il sacrificio dell'unico charachter superstite alle due "spedizioni" a Roanoake.
Quello che, come sempre, è interessante notare quando gli horror hanno spunti interessanti, è quanto, in realtà, a prescindere dagli incubi, dalle Macellaie e dalle streghe dei boschi, l'Uomo finisca sempre per risultare la minaccia più grande e pericolosa, che si tratti di squilibri mentali - i rednecks vicini di Matt e Shelby, Agnes -, vuoti interiori - Lee - oppure avidità di potere e successo - Ryan -: se, infatti, le creature venute dall'altro mondo, sanguinarie per imposizione, condizione e status, si muovono come se seguissero una macabra routine, gli esseri umani spinti dalle loro emozioni, dall'istinto e dal terrore o dalla furia del momento finiscono per risultare ben più pericolosi ed inquietanti pur non mostrando un aspetto particolarmente agghiacciante - sinceramente, i Chang o Testa di maiale non fanno venire i brividi quanto alcuni dei passaggi che coinvolgono e vedono protagoniste quelle che dovrebbero essere solamente le vittime sacrificali -.
Il viaggio a Roanoke, in bilico tra antiche maledizioni, violenza, sospetto, gelosie, rancori e follia, è stato senza dubbio, pur non risultando certo spaventoso quanto il Twin Peaks dei tempi d'oro, una delle sorprese più interessanti dell'ultimo periodo, segno che, inventiva ed originalità a parte, quando Murphy e Falchuk si concentrano sull'animo umano più che sulla volontà di stupire a tutti i costi, riescono ad essere convincenti e decisamente inquietanti, così come macabri e divertenti ad un tempo - il personaggio di Cricket è una chicca, in questo senso -: non voglio cantare vittoria troppo presto, ma direi che, se le premesse e le idee sono queste, il viaggio di American Horror Story può tranquillamente continuare tornando a trovare uno spazio importante anche qui al Saloon.



MrFord



 

mercoledì 18 maggio 2016

The Boy

Regia: William Brent Bell
Origine: USA, Cina, Canada
Anno:
2016
Durata:
97'







La trama (con parole mie): Greta Evans, una ragazza americana decisa a sfuggire dai problemi avuti con l'ex fidanzato, violento e tenuto lontano da un'ordinanza restrittiva, accetta un lavoro come tata oltreoceano, recandosi nel cuore della campagna inglese dove una vecchia coppia in procinto di partire per un lungo viaggio ha bisogno di qualcuno che segua il piccolo Brahms.
Peccato che, una volta giunta a destinazione, Greta scopra che Brahms è in realtà una bambola che replica le fattezze del figlio della coppia, morto a otto anni in circostanze misteriose vent'anni prima: stranita dalla situazione ma ugualmente spinta dall'ottima paga e dalla presenza del giovane fattorino incaricato di portare la spesa nella tenuta, Malcolm, Greta accetta di rimanere approfittando, nel corso dei primi giorni, per godersi la villa e la solitudine ignorando la bambola. 
Quando, però, alcuni fenomeni ed accadimenti la inducono a credere che Brahms sia in qualche modo ancora presente tra quelle mura, Greta decide di adempiere al suo compito al meglio.
Ma i suoi guai sono appena iniziati.








Dalle parti del Saloon, considerata la passione che fin dall'infanzia del sottoscritto è legata all'horror, le proposte legate al suddetto genere finiscono per dover superare prove ben più ardue rispetto a quelle del resto dei titoli che accompagnano gli occupanti di casa Ford giorno dopo giorno: ne è una prova recente The last shift, accolto discretamente bene eppure ridimensionato dal passaggio su White Russian, così come lo sono stati tanti altri prima.
L'approdo in sala di questo The Boy, dunque, rappresentava un nuovo test, anche se, di fatto, mi verrebbe quasi da pensare a questo film come ad un thriller di stampo hitchcockiano - soprattutto ai lavori inglesi del Maestro, da Rebecca a Notorius - più che ad una pellicola d'orrore dura e pura, pronto a ricordare, in una certa misura, cose come The others per l'atmosfera e Housebound per il risultato finale.
Il risultato, devo ammetterlo, è stato superiore alle aspettative della vigilia se non per il banale livello di inquietudine e spaventi - ormai trovo davvero poche cose sullo schermo che riescano davvero a farmi saltare sulla sedia - quanto per lo sviluppo della storia ed il paio di twist pronti a cambiare le carte in tavola nella parte finale della pellicola, in grado di sorprendere in positivo nonostante un epilogo a mio parere troppo frettoloso e legato alla speranza di un'eventuale sequel che, a conti fatti, abbassa la valutazione complessiva di un lavoro onesto e di atmosfera, forse non troppo plausibile in termini di logica ma comunque buono per una serata d'intrattenimento con il brivido - per chi lo prova - a scivolare lungo la schiena.
A prescindere dall'utilizzo di una bambola - ottimamente realizzata, tra l'altro -, pronta a divenire uno spauracchio per molti spettatori, il personaggio di Brahms resta sicuramente il motivo d'interesse principale della pellicola, pronto a passare dalle suggestioni in stile Conjuring alla materialità di prodotti come La casa nera: accanto a lui il grosso del lavoro è svolto dall'affascinante villa e dall'atmosfera più che dalla piuttosto anonima protagonista e dalla sua spalla Malcolm, che si distingue giusto per la spigliatezza con la quale fin dalle prime battute finisce per provarci spudoratamente con Greta.
Per il resto, il regista sceglie di puntare sulle sensazioni più che sulla violenza o l'horror vero e proprio, e benchè non si raggiungano i livelli dei classici dell'inquietudine - mi è passato per la mente anche il supercult Gli invasati - riesce comunque nell'intento di portare a casa la pagnotta, rendendo quella chiusura ancora più scomoda da digerire considerato il livello discreto della storia narrata per due terzi della pellicola.
Nulla, a conti fatti, di davvero impressionante, ma una visione che, in un periodo moscio e scialbo in sala come questo, potrebbe starci tutta, che si parli di appassionati di horror e bambole inquietanti o di pubblico occasionale, considerati i tratti decisamente più da suspence di questo The Boy: e se doveste imbattervi nell'annuncio di una vecchia coppia pronta a proporvi una paga elevata per badare alla loro bambola, siate saggi e passate oltre.
Fidatevi di un vecchio esperto di storie horror.





MrFord





"I wish I never had taken this dare
I wasn't quite prepared
doll me up in my bad luck
I'll meet you there."
Foo Fighters - "Doll" -





 

martedì 22 dicembre 2015

Crimson Peak

Regia: Guillermo Del Toro
Origine: USA, Canada
Anno: 2015
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Edith Cushing, una giovane aspirante scrittrice figlia di un magnate di successo della provincia dello Stato di New York, rimane affascinata dalla visita negli States del Baronetto Thomas Sharpe, venuto con la sorella Lucille dall'Inghilterra, avvolto da un alone di mistero ed in cerca di finanziatori per i suoi sogni di rilancio dell'impresa mineraria che fu di suo padre.
Quando il vecchio Cushing, insospettito dagli Sharpe, muore, ed il ricordo della fine della madre inquieta e perseguita sotto forma di spettro Edith, questa decide di sposare Thomas e trasferirsi nella tenuta degli Sharpe perduta nella campagna inglese, finanziando con i suoi averi il progetto di questi ultimi.
La casa stessa, però, pare nascondere segreti agghiaccianti, così come Lucille, la cui presenza diviene sempre più invadente ed inquietante: quali misteri si celano dietro l'argilla rossa di Crimson Peak?
E riuscirà il giovane medico McMichael, da sempre innamorato di Edith, ad arrivare a salvarla prima che sia troppo tardi?










Ho sempre voluto un gran bene, a Guillermo Del Toro: il gusto gotico ed il piglio quasi pulp lo hanno reso uno degli ospiti più graditi del Saloon fin dai tempi delle prime volte in cui incrociai il suo cammino, dai suoi tentativi più autoriali - La spina del diavolo, Il labirinto del fauno - a quelli più pop e rivolti al grande pubblico - il secondo Blade, i due Hellboy -.
Alle spalle, però, l'abbandono al progetto della trilogia de Lo hobbit e la parziale delusione di Pacific Rim, ammetto che le aspettative del sottoscritto rispetto a questo Crimson Peak avevano finito per essere clamorosamente basse, quasi come se si trattasse di uno di quei film in cui Tim Burton fa il Tim Burton a tutti i costi e si finisce a desiderare con tutto il cuore di tornare ai bei tempi in cui sfornava film innovativi, inquietanti ed avvincenti.
Fortunatamente per il sottoscritto, il risultato della visione dell'ultimo lavoro del regista di origini messicane è stato decisamente sorprendente - e di molto - in senso positivo: certo, Crimson Peak non è esente da difetti, pecca in logica in più di un passaggio di sceneggiatura e risulta telefonato rispetto ad alcuni particolari - il destino del padre della protagonista, il ruolo dell'inquietante Lucille, resa alla grande da una come di consueto irresistibile Jessica Chastain -, eppure in ogni suo fotogramma, effetti speciali e magione degli Sharpe a parte - un plauso ai tecnici che hanno reso praticamente un personaggio vivente la dimora -, si respira l'atmosfera dei grandi romanzi gotici, di Mary Shelley e Poe, e si ha l'impressione in più di un passaggio che Del Toro abbia voluto a suo modo omaggiare il Cinema del primo Hitchcock, quello, fra gli altri, di Rebecca - La prima moglie.
Perfino il ritmo, che mi è capitato di leggere in giro essere latitante, ha finito per risultare decisamente più fluido di quanto mi aspettassi, da un incipit che ricorda la diversità tra la Vecchia Europa ed il Nuovo Continente dei tempi ad un crescendo che si concentra sui segreti degli Sharpe ed i misteri che portano con loro fin dall'infanzia: peccato solo che, al cospetto della già citata Chastain, sia Mia Wasikowska che Tom Hiddlestone finiscano per risultare quantomeno scialbi, un pò come l'ex SamCro Charlie Hunnam abbigliato come il più educato dei damerini - e che con quei capelli fa rimpiangere parecchio il tenebroso motociclista che Kurt Sutter ha portato sul piccolo schermo -.
Peccati, comunque, assolutamente veniali, quelli di Del Toro, che eccede forse anche rispetto al ruolo dei fantasmi all'interno di una vicenda che avrebbe funzionato alla grande anche come semplice crime story, ma che nel finale assume una connotazione fondamentale legata a doppio filo ai ricordi ed alle fotografie ed i segni che, in un modo o nell'altro, ci portiamo dentro e addosso insieme ai luoghi in cui viviamo o abbiamo vissuto.
Un passato, dunque, che vive traumatizzando fino a quando non si raccoglie il coraggio necessario per superarlo, con la volontà di vivere pronta a superare quella di inabissarsi, guardando al passato prima ancora che al futuro: dai sogni insanguinati degli Sharpe a quelli fin troppo candidi di Edith, passando per la pragmaticità di aspirante Conan Doyle di McMichael, tutto in Crimson Peak pulsa dell'energia della passione, del sangue che tinge i nostri gesti più eclatanti, siano essi nobili o terrificanti.
Crimson Peak è una vecchia, impressionante dimora con un cuore pulsante in grado di pompare il cremisi più profondo trasformando anche la neve più bianca, è il confronto tra Passato e Futuro, tra distruzione e voglia di ricominciare, tra l'addio a chi abbiamo amato ed il benvenuto ad un nuovo giorno: cade a pezzi, puzza, sporca le mani.
Eppure lascia il segno come un fantasma che, pur se alle nostre spalle, continuerà a farci sentire il suo tocco. Per sempre.





MrFord





"Past the square, past the bridge,
past the mills, past the stacks
on a gathering storm comes
a tall handsome man
in a dusty black coat with
a red right hand."
Nick Cave and The Bad Seeds - "Red right hand" - 






sabato 31 ottobre 2015

We're still here

Regia: Ted Geoghegan
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
84'
 





La trama (con parole mie): Anne e Paul Sacchetti, che hanno da pochissimo perso il loro unico figlio in un incidente d'auto, abbandonano la città per stabilirsi in una vecchia casa di campagna nel New England, pronti a ricominciare da capo. Quando, però, alcuni strani fenomeni uniti all'atmosfera che regna nel paese poco distante finiscono per inquietarli e spingerli a contattare i genitori dell'ex compagno di stanza del college del loro ragazzo, esperti in materia nell'ambito del sovrannaturale, la situazione precipita: la casa che hanno acquistato per ricominciare a vivere, infatti, è segnata da una maledizione legata alla prima famiglia che vi dimorò a metà dell'ottocento, e pare che, ogni trent'anni, la stessa richieda un tributo di sangue al mondo per poter tornare al silenzio.
Cosa accadrà, dunque, ai Sacchetti ed ai loro ospiti?










Guardandomi indietro, penso non saprei assolutamente quantificare il numero di film horror visti dalla prima adolescenza fino ad ora: potrei addirittura pensare che sia, numericamente, il genere che più ha visitato gli schermi delle varie incarnazioni di casa Ford fin dai miei primi passi nel mondo della settima arte, e da quelle notti d'estate a cavallo tra gli anni ottanta e novanta fino ai tentativi attuali di rimanere quantomeno lontanamente inquietato, gli esperimenti siano stati davvero innumerevoli, dallo slasher al quasi thriller, dal trash all'inquietudine esistenziale.
We are still here, prodotto low budget firmato dal semisconosciuto Ted Geoghegan, è giunto da queste parti spinto dalle recensioni più che lusinghiere firmate da colleghi affidabili come Bradipo e Lucia più che dalla fin troppo impietosa valutazione su Imdb, e nonostante lo scetticismo iniziale, grazie ad una ricostruzione splendidamente vintage - è ambientato nel settantanove, anno al quale sono ovviamente molto legato -, un citazionismo assolutamente non invasivo o spocchioso, interpreti amatissimi dai fan del genere - personalmente, ho trovato mitico Larry Fessender, che peraltro mostra una somiglianza non indifferente non solo con Jack Nicholson, ma anche con un mio zio acquisito - ed un paio di cambi di registro perfetti per evitare che lo spettatore perda interesse e che tutto risulti fin troppo banale finisce per risultare una delle cose più interessanti che l'horror abbia regalato ai suoi appassionati quest'anno, dimostrando quanto siano importanti passione e voglia di raccontare una storia a fronte di budget milionari o tecnicismi superflui.
Una visione a tempo perso, dunque, divenuta un richiamo a piccoli grandi cult come La casa nera, che ripercorre diversi aspetti del genere, dalle case infestate e l'inquietudine del suggerito, più che del visto, della prima parte, allo spauracchio dell'uomo nero della fase centrale dello svolgimento fino ad un epilogo in grado di mescolare le carte in tavola e ricordare più l'angoscia di Cane di paglia mescolata abilmente allo splatter e al gore, finendo per indurre a simpatizzare per gli oscuri abitanti della casa, divenuti minuto dopo minuto protagonisti affascinanti e tragici, pronti a legarsi, nel sangue o nel destino avverso, alla coppia protagonista della pellicola, passata dall'essere involontariamente bersagliata da Julez e dal sottoscritto a causa della somiglianza del protagonista con Enrico Bertolino ad un tifo da stadio nel confronto con i loro aspiranti aguzzini a suon di colpi di coltelli da cucina - interessante, in questo senso, anche il fatto che non si assista ad una di quelle tipiche trasformazioni da gente comune ad aspiranti Rambo, ma che si resti nell'ambito della logica che fin troppo spesso latita, quando si parla di produzioni di questo genere -.
Un produzione povera, dunque, ma appassionante e ben strutturata, che tiene legati dall'inizio alla fine ed è favorita, oltre che dalla cornice, anche da un minutaggio finalmente a portata di stanchezza post-lavorativa infrasettimanale, che ricorda cose come The house of the devil o The conjuring in una versione decisamente più terra terra, ma non per questo meno interessante: e dai Dagmar - ottimi nella loro raffigurazione - alla presenza, sia solo presunta o effettiva, dello spirito del figlio morto della coppia dei Sacchetti, passando per gli abitanti del piccolo paese dove hanno scelto - sciagurati loro - di trasferirsi per ricominciare a vivere dopo il terribile lutto che li ha colpiti, gli antagonisti hanno tutti lo spessore giusto per non essere dimenticati.
E nel faccia a faccia dell'epilogo tra Dagmar in persona e Paul, c'è tutto il dolore dei padri che hanno perso qualcosa che non potranno più ritrovare, qualcosa che nasce dal sangue e che neppure tutto il sangue versato del mondo potrebbe riportare indietro, o risanare.
Siamo ancora qui, recita il titolo.
Ed è un bene che film come questo lo siano.
Per il Cinema, e per noi appassionati.





MrFord





"Hold tight
wait 'til the party's over
hold tight
we're in for nasty weather
there has got to be a way
burning down the house."
Talking heads - "Burning down the house" - 




venerdì 25 settembre 2015

Lord of tears

Regia: Lawrie Brewster
Origine: UK
Anno: 2013
Durata: 100'





La trama (con parole mie): James Findlay, alla morte della vecchia madre con la quale non aveva più rapporti da anni, scopre che quest'ultima ha deciso di lasciargli non solo la casa in cui abitava, ma anche una residenza nella quale lui stesso aveva passato l'infanzia, e che causò una frattura insanabile nella famiglia e la quasi follia di James, allora bambino.
Deciso a fare luce sui propri ricordi e sul perchè la donna abbia deciso che proprio a lui andasse questa eredità evidentemente pericolosa, Findlay si recherà in visita alla magione solo per conoscere Evie, una ragazza con la quale fin da subito instaura un legame profondo che gli permette di fare fronte a misteriosi incubi e sogni ad occhi aperti che lo vedono fronteggiare un terrificante Uomo Gufo, che pare essere deciso ad impossessarsi proprio di lui.








Una delle cose più belle e delle quali ringrazio per questi anni passati nell'universo della rete e della blogosfera è ed è stata la possibilità di scovare pellicole che, di norma, sarebbe difficile scoprire o pensare di recuperare, e che proprio grazie al passaparola, invece, diventano dei must see più o meno fortunati: Lord of tears, rimbalzato con effetti assolutamente imprevedibili in più blog qualche settimana fa, mi aveva affascinato prima di tutto per il suo protagonista - un improbabile Uomo Gufo -, dunque per il fatto di aver riscosso un inaspettato successo o incassato stroncature roboanti.
Personalmente, non covavo chissà quali aspettative, e non sapevo se sperare più in qualcosa in stile Sharknado o un prodotto spaventoso ed inquietante nonostante la produzione low cost - in questo senso, conto sempre di riproporre, prima o poi, Lidris cuadrade di tre qui al Saloon -: peccato che, a conti fatti, il lavoro di Lawrie Brewster si sia rivelato una pura, semplice, clamorosa schifezza senza possibilità di appello, con poche idee - e molto confuse -, una trama che se ne fotte allegramente della logica - una cosa che in un horror rompe immediatamente l'incantesimo nello spettatore - ed una recitazione degna della storica ed indimenticata telenovela piemontese portata alla ribalta dalla Gialappa's un paio di decenni or sono - in particolare, ho patito la recitazione perennemente sopra le righe ed involontariamente ridicola della protagonista femminile Alexandra Nicole Hume, che regala uno dei momenti più trash della Storia dell'horror con la camminata seducente scendendo dalla scala a chiocciola che conduce alla piscina dove il protagonista la sta aspettando -.
Come se non bastasse tutto questo scempio, ho trovato il montaggio di Lord of tears uno dei peggiori che abbia mai avuto modo di osservare, e l'utilizzo dello stesso a fare da rafforzativo alla narrazione della voce off mi è parso, in termini di storytelling, degno delle bottigliate dei tempi migliori: e se, a due terzi della pellicola, nonostante il twist telefonatissimo, pare quasi di cogliere un barlume di speranza sul risultato finale, proprio l'epilogo demolisce ogni pensiero legato ad un'eventuale rivalutazione delle gesta dell'Uomo Gufo piazzando Lord of tears di diritto tra i film peggiori dell'anno, e tra gli horror più scarsi che mi sia capitato di vedere, incapace di farmi incazzare come il secondo Human Centipede o di farmi divertire - pur se involontariamente - come il già citato Sharknado.
Peccato, comunque, perchè l'idea del Moloch e l'ambientazione molto anglosassone - una sorta di incrocio tra il fascino del Lochness e l'atmosfera da romanzo gotico -, uniti alla presenza del santuario pagano collegato alla cantina della villa - che ricordava tanto il decisamente interessante The conjuring - potevano far fruttare il tutto in maniera decisamente maggiore, insieme ad un pò più di logica - per quale motivo una madre che per tutta la vita e per proteggere il figlio ha rinunciato addirittura a parlargli dovrebbe lasciargli in eredità la villa che è origine di tutti i loro problemi intimandogli di non recarsi assolutamente sul posto!? -, attori meno cani, un comparto tecnico degno ed un taglio netto agli sproloqui aulici dell'Uomo Gufo.
A conti fatti, effettivamente, mancava davvero troppo per poter sperare di avere un risultato decente.
Anche per uno spettatore senza troppe pretese come il sottoscritto.




MrFord




"Fall into the strangle, skip around the neck
this albatross is warning with extreme prejudice
when you walk the plank, tell me what you see
Moloch in the time of mutiny."
The Mars Volta - "Molochwalker" -





venerdì 31 ottobre 2014

Gli invasati

 Regia: Robert Wise
Origine:
USA, UK
Anno: 1963
Durata:
112'




La trama (con parole mie): il Dottor Markway, studioso di fenomeni paranormali, costruisce una squadra di esperti del settore da affiancare a persone che abbiano avuto esperienze dirette o indirette con l'occulto in modo da esplorare un'antica dimora del New England fin dalla sua costruzione teatro di eventi nefasti ed apparentemente inspiegabili.
Rimasto, a causa di defezioni nate dal timore, in compagnia di due sole donne, Eleanor e Theodora, alla prima esperienza di questo tipo, e raggiunto dalla moglie, Markway si troverà a far luce sul misterioso luogo spalla a spalla con il giovane che l'ha ereditato, diffidente rispetto a tutto quello che allo studioso pare ovvio.
La verità sulla magione cambierà le vite dei protagonisti dell'indagine, e porterà in dote una serie di circostanze terrificanti almeno quanto quelle delle quali la dimora è stata negli anni testimone indiretta.





Questo post partecipa, brividi di terrore ed urla pronte a squarciare il silenzio, all'Halloween Special della blogosfera cinefila.


 


Era il millenovecentoquarantasei quando il mondo del Cinema fu letteralmente scosso da quello che ancora oggi è considerato uno dei suoi Capolavori più importanti e clamorosi: Quarto potere.
Orson Welles, allora solo ventiseienne, diresse, interpretò e scrisse un'opera monumentale e tecnicamente spaventosa: eppure, alle sue spalle - e come sua spalla - si trovava un altro elemento geniale certamente meno noto del futuro ed "infernale" Quinlan, Robert Wise, che montò Citizen Kane creando, di fatto, uno standard che difficilmente ancora oggi viene eguagliato.
Proprio lui, qualche anno dopo la realizzazione di quella pietra miliare, tentò la strada della regia regalando al pubblico uno dei capostipiti - se non il capostipite assoluto - dei ghost movies: Gli invasati.
Girato in una cornice più simile ai Classici inglesi in stile hitchcockiano - Rebecca la prima moglie su tutti -, privo di effetti speciali visivi e giocato quasi esclusivamente sul mistero, la tensione, l'atmosfera e soprattutto gli effetti sonori - prodigiosi ancora oggi -, The haunting - questo il titolo originale - rappresenta anche ad oltre cinquant'anni dalla sua realizzazione un titolo che guarda al futuro, ispiratore di molti altri decisamente più noti - qualcuno ha detto The others? - e di registi evidentemente affascinati dal mondo che Marway ed i suoi improvvisati compagni di ricerca si trovano ad affrontare tra le mura di casa Crane - Guillermo Del Toro, per citarne uno non proprio poco noto -.
In particolare il lavoro ed i dettagli legati a tutti i rumori provocati dalla vecchia magione pronti a far drizzare i peli sulla nuca dei protagonisti - e non solo - costituiscono una lezione da scuola di Cinema, ed un esempio insuperato dell'utilizzo del non visto, oltre che del non detto e rivelato, per tenere lo spettatore sulla corda dai primi minuti fino alla risoluzione del mistero.
Come se non bastasse, inoltre, un'atmosfera come raramente se ne sono respirate nel genere, Gli invasati mostra anche il suo lato più razionale ponendo il pubblico di fronte al binomio suggestione/realtà che è alla base di ogni credenza sovrannaturale, e forse della nostra Natura di Uomini.
Cosa nascondono, infatti, le visioni e le suggestioni, gli incubi e le paure, se non una sorta di interpretazione della realtà? E cosa rappresenta un oggetto - o meglio dire un luogo come casa Crane - divenuto parte integrante di una storia, del percorso che il Destino pone di fronte, inesorabile, ai suoi protagonisti?
In un certo senso, la tesi di Wise e di questo suo straordinario lavoro sta nell'ammissione dell'esistenza del sovrannaturale come fatto estremamente naturale e "vero" - e non come lo starete immaginando ora, figurandovi chissà quali scene o visioni apocalittiche ed agghiaccianti -: esempi perfetti, per quanto praticamente opposti per indole e direzione presa nel corso della pellicola, il giovane Luke, destinato a prendere possesso della casa - un quasi irriconoscibile Russ Tamblyn, che molti di noi ricorderanno più per l'inquietante Dottor Jacobi di Twin Peaks più o meno trent'anni dopo - e la vulnerabile Eleanor, influenzata dalla casa fin dal suo arrivo, e forse resa ancora più sensibile dalla fuga verso la "libertà" operata ai danni della sorella.
La verità, forse, è che il sovrannaturale siamo noi, più terribili e spaventosi di quanto non appaia fino a quando non si decide di ricambiare lo sguardo dell'abisso: ce lo insegnano, prima ancora dei film d'orrore e le storie di fantasmi, la cronaca nera, i bassi istinti, le esplosioni di rabbia e necessità predatoria dei serial killer.
Difficile scappare dalla nostra Natura, o quantomeno dal suo lato più incontrollabile.
Markway e i suoi finiscono per provarlo prima come una suggestione, dalle orecchie alla mente, poi come un'effettiva messa in atto della minaccia del Fato.
Che, contrariamente a quanto non si possa essere portati a pensare, non ha il volto spettrale ed austero di casa Crane.


"Choose they croon the Ancient Ones
the time has come again
choose now, they croon
beneath the moon
beside an ancient lake
."
The Doors - "The ghost song" - 



       
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