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giovedì 1 agosto 2019

Thursday's child



Benvenuti ad una nuova puntata della rubrica a tre un tempo a due più combattiva della blogosfera, dedicata alle uscite cinematografiche di agosto e caratterizzata da due grandi rivelazioni: la prima è che l'ospite della settimana è nientemeno che MrInk, primo ospite della versione "triangolare" di questo format, e la seconda è che con questa puntata io ed il mio rivale Cannibal Kid abbiamo deciso, dopo anni di onorata carriera, di chiudere questo spazio.
Una decisione che, considerati gli ultimi mesi di stanca, la situazione della blogosfera e chi più ne ha, più ne metta, ci stava tutta: questo non significa, ovviamente, che la nostra rivalità avrà fine, ma che si rinnoverà attraverso nuovi confronti, e chissà, magari in un ritorno a sorpresa - più o meno - delle care, vecchie Blog Wars.


MrFord

"Hey, Jodie, io volevo essere in quell'altro film che parla di wrestling, perchè diavolo sono finito qui!?"
Una famiglia al tappeto
(1 agosto)

"Finalmente abbiamo messo al tappeto Cannibal. Ora la rubrica la conduciamo insieme a Ford."
Mr. Ink: Per anni e anni, da ragazzino, sono stato un patito di wrestling. Non sono più aggiornato da un po’. Accanto a The Rock, Triple H e John Cena, però, ricordo loro: le Divas. Bionde e sexy come le conigliette di Playboy. Qualcuna se le dava di santa ragione. Qualcuna – per esempio Stacy Keibler, ex fiamma di George Clooney – era più interessata alle paparazzate che al ring. Fare un film sulla giovane Paige, lottatrice atipica con il look da rocker e il nome di una delle sorelle Halliwell, poteva essere interessante: mio fratello mi parla di uno scandalo sessuale che l’ha vista coinvolta e di un infortunio, purtroppo, che l’ha costretta presto al ritiro. Restando su toni più superficiali, invece, il film è un’innocua favoletta femminista sulla scia di Glow con la prezzemolina Florence Pugh. Già visto, se ne scriverà a breve.
Cannibal Kid: Mr. Ink era un patito di wrestling?!?
Questa non me l'aspettavo. Questo sì che è un colpo basso! Che Mr. Ink e Mr. Ford in realtà siano la stessa persona? Se non altro, come chiunque abbia superato gli 8 anni di età, Ink ha smesso di seguire questo “sport”.
Anche io comunque ho già visto questo film e devo dire che... mi è piaciuto un sacco. Sorpresa! Dopo Glow, il wrestling femminile mi ha messo di nuovo al tappeto. Quello maschile invece continua a sembrarmi una fordianata pazzesca.
Ford: sapevo della passione di Ink, che ovviamente sostengo e che anzi, sul buon esempio del fratello, gli consiglio di rispolverare. Non ho ancora visto il film - ma è tra le visioni obbligate delle vacanze -, ma quello che posso dire è che la figura di Paige è stata senza dubbio una delle più importanti per il cambiamento avvenuto nel wrestling femminile degli ultimi anni: la ragazza è sempre stata parecchio turbolenta - le sue relazioni sentimentali ed i gossip conseguenti ne sono la prova -, ma sul ring era un vero talento, e l'infortunio che l'ha costretta al ritiro giovanissima è stato uno dei più grandi torti al wrestling che il destino abbia giocato nel passato recente. Ad ogni modo, aspetto di essere messo al tappeto.

Hotel Artemis
(1 agosto)

"Io sono venuto per soccorrere Cannibal, mica questo qui! Pare che Ford l'abbia conciato davvero male!"
Mr. Ink: Un trafficante, un assassino, due ladri e un poliziotto s’incontrano in un ospedale privato. Sembrerebbe proprio l’inizio di una barzelletta triste, di quelle che raccontano gli zii alticci (o Ford, anticipando la battuta del Cannibale) alle cene di Natale. Si tratta, in realtà, di un thriller futuristico con un cast decisamente popoloso, che medie disastrose e un poster italiano realizzato con gli scart di Paint hanno reso a malapena adatto per una timida distribuzione estiva. Neanche il piacere di rivedere Jody Foster, di recente regista di film e serie TV tutt’altro che memorabili, può spingermi a fare il check-in all’Artemis.
Cannibal Kid: Film che latita nell'hard-disk da mesi, la sua uscita italiana mi ha ricordato della sua esistenza. E ora che me ne sono ricordato, posso dimenticarmene di nuovo. Di cosa stavamo parlando?
Ford: altro film che mi pare sinceramente scarso e che non intendo recuperare neppure alla vigilia delle ferie, quando la serata film diventa una vera e propria goduria, specie sapendo che il giorno dopo ci attende il mare invece che il lavoro. Passo oltre senza troppi patemi.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw
(8 agosto)

"Questa rubrica chiude: non posso fare altro che perdermi in un trip per combattere il dispiacere."
Mr. Ink: The Rock e Jason Statham chi? Ospitato da due boss come Ford e Cannibal Kid, esperti in risse (verbali) da orbi, mi sembra una scortesia grande preferire la compagnia dei protagonisti dell’ennesimo Fast & Furious (reboot, prequel, boh: non so cosa sia) alla loro. Lo salterò per questo motivo perciò, e non perché non abbia mai visto in vita mia un capitolo della serie action.
Cannibal Kid: Mr. Ink, non hai mai visto manco un Fast & Furious? Devi recuperare il primo, un caposaldo della tamarraggine dei primi anni zero, mentre il resto della saga è più che altro trascurabile. Curiosamente, a introdurre Ford alla visione di questa serie cinematografica ero stato proprio io. Riuscirò a convincere pure il poco tamarro autore del blog letterario Diario di una dipendenza? Tutto può succedere, tranne che questo non necessario spin-off dedicato alla versione action-hero di Ford & Me, ovvero Hobbs & Shaw interpretati da Dwayne Johnson & Jason Statham, si riveli un capolavoro.
Ford: questo spin off di un franchise partito decisamente male e divenuto interessante con l'arrivo di The Rock e del suo livello oltre misura di tamarraggine promette di essere uno dei guilty pleasure fordiani dell'estate: botte, casino, The Rock, Statham, altre botte, esplosioni, altre botte. E, sempre in tema di wrestling, la comparsata di un parente dello stesso Dwayne Johnson, considerato da molti come il "nuovo John Cena", Roman Reigns. Direi che non posso perderlo.

Il sole è anche una stella
(8 agosto)

"Ho talmente paura di questo film che non vado oltre la locandina."
Mr. Ink: Lui, asiatico, incontra lei, giamaicana con il visto in scadenza. Hanno un giorno insieme, New York e pochissime speranze di lieto fine. Sembra tutto talmente teen e adorabile, ovviamente, che lo conosco già. Lo scorso anno ho letto infatti l’omonimo romanzo di Nicola Yoon, giù autrice del passabile Noi siamo tutti, con un coinvolgimento che non mi sarei aspettato. Un po’ Serendipity, un po’ Prima dell’alba, come risulterà in sala un genere che, di solito, preferisco leggere sotto l’ombrellone anziché guardare?
Cannibal Kid: Finalmente Mr. Ink rivela il suo lato più cannibale, e finalmente la programmazione cinematografica di agosto mi regala una youngadultata strappalacrime come si deve. A piangere mi sa però che sarà più che altro Ford. Dal terrore.
Ford: in effetti, questo promette di essere l'horror più terrificante dell'estate. E di fronte ad una cannibalata tale, giro bene al largo.

Crawl – Intrappolati
(15 agosto)

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Ford e Katniss Kid durante la stesura dell'ultima puntata della rubrica.
Mr. Ink: Gli animalisti devono essersi rotti i cosiddetti. Squali intrappolati negli uragani del trash, squali che nuotano nei supermercati sommersi, squali alle prese con le grazie di Blake Lively o Mandy Moore strizzate in drammatici bikini colorati. Insomma, non soltanto Steven Spielberg. E alla lobby dei coccodrilli giganti, invece, chi pensa? Il francese Alexandre Aja, dopo avermi divertito da morire con Alta tensione, Le colline hanno gli occhi e Piranha, ci porta in uno scantinato allagato. Una trappola mortale, in cui la suddetta belva assassina può tormentare Kaya Scodelario: piuttosto misera a livello di curve, vero, la fanciulla britannica di Skins è comunque una bellezza da non sottovalutare. Produce Sam Raimi.
Cannibal Kid: Una robaccia survival trash con i coccodrilli giganti? Ma questa è una fordianata gigante che non guarderò mai!
Ah, la protagonista è Kaya Scodelario? Corro subito a guardarlo!
Ford: Aja è piuttosto incostante, ma il suo livello di trash abbastanza elevato da farmi considerare questo survival con coccodrillo gigante annesso come un altro dei guilty pleasures da ombrellone che mi sa tanto dovrò cercare di recuperare, immaginando una delle future battaglie con il Cannibale con me nella parte del rettile mangiatutto e lui in quello della damigella in pericolo.

Il re leone
(21 agosto)

Cannibal Kid e Ford si salutano prima delle vacanze.
Mr. Ink: Margo Mengoni ed Elisa sono le versioni italiane di Donald Glover e Beyoncé. Doppieranno Simba e Nala, tanto nel cantato quanto nel parlato, nel’ennesimo live action non richiesto. Ripeto, signore e signori, Mengoni ed Elisa: e c’è chi, con anni d’anticipo, osa lamentarsi se la prossima Ariel sarà impersonata da un’attrice di colore? Di questo passo attendiamo Crudelia doppiata da Alessandra Amoroso: i dalmata, così, si ammazzeranno direttamente da sé, per la gioia delle pelliccerie di ogni dove.
Cannibal Kid: Considerando che già la versione originale a livello musicale non è niente di che, per quella italiana c'è proprio da aver paura. Anche se la scelta di Elisa non mi sembra così malvagia. Considerando inoltre che già ero stato tra i pochi al mondo a non aver sopportato la ruffianissima e fordianissima pellicola animata, questa “nuova” versione, non richiesta soprattutto da me, me la sbranerò. Se mai la guarderò.
Ford: la Disney, in evidente crisi di idee, continua a propinare al pubblico live action dei suoi film d'animazione più noti e amati. E, a meno di pressioni insostenibili dei Fordini, farò come ho già fatto con Dumbo e compagnia bella. Finta che non siano neppure usciti.

La rivincita delle sfigate
(21 agosto)

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"Ti senti davvero una sfigata?" "Mai quanto un blogger cinematografico!"
Mr. Ink: Inaspettato successo di critica in patria, Booksmart – esordio alla regia dell’attrice Olivia Wilde – arriva in Italia storpiato da un titolo a misura di Giffoni. Ritratto adolescenziale annunciato come fresco e divertente, per alcuni già iconico, potrebbe essere una delle maggiori sorprese di una stagione dichiaratamente fiacca. Dopo Eight Grade (se vi manca, recuperatelo!) ho lasciato un posto vuoto per un altro romanzo di formazione, sperando che quest’opera prima sia proprio il diamante grezzo di cui si legge in anteprima.
Cannibal Kid: Dai, dai, dai. Un film teen che si preannuncia come il Lady Bird di quest'anno e che si prenota un posto tra i miei nuovi cult personali. Alla faccia di quello sfigato di Ford, uahaha!
Ford: nonostante le apparenze cannibalesche - paurosamente cannibalesche - questo film potrebbe rivelarsi la sorpresa del mese e forse dell'estate, considerato che incuriosisce perfino un tamarro senza ritegno come il sottoscritto. Speriamo bene.

Submergence
(22 agosto)

"Questa rubrica chiude." "Sono distrutto dal dolore."
Mr. Ink: Nomen omen. Sumbergence, dramma romantico con a bordo una coppia di belli e bravi da paura (Michael Fassbender, nella fantasia di qualche fan, probabilmente si è spupazzato entrambi), è stato sommerso e superato dagli altri titoli girati nel mentre da Alicia Vikander e James McAvoy. Io stesso me l’ero procurato in lingua per poi dimenticarlo presto e senza rimpianti sul mio Hard Disk. C’è da aggiungere l’aggravante, poi, che il cielo non brilli da un po’ sulla filmografia ondivaga del regista Wim Wenders... Meriterà finalmente una rispolverata, e il recupero?
Cannibal Kid: Se manco a un fan di Alicia Vikander come me è mai venuta voglia di guardare questo potenziale polpettone che ha già due anni sul groppone, dubito che verrà a qualcun altro. Forse giusto a quel tenerone di Ford, uno dei pochi al mondo a cui quell'altro polpettone con la Vikander, alias La luce sugli oceani, era piaciuto ancora più che a me.
Ford: La luce sugli oceani era stato una grande e inaspettata sorpresa, ma c'è da dire che in quel periodo ero a casa per il mio anno sabbatico dal lavoro ed avevo le energie fisiche e mentali per affrontare polpettoni di ogni genere. Ora mi pare più difficile, dunque penso che lascerò Wenders ancora per un pò in standby.

Charlie Says
(22 agosto)

"Stasera White Russian per tutti, e poi si va a far visita a un certo Marco Goi!"
Mr. Ink: Il famigerato Charles Manson si contende il titolo di cattivo dell’anno con il nostro Matteo Salvini. Spunto prima per un orribile film di serie Z con la rediviva Hilary Duff nei panni di Sharon Tate, poi per l’ultimo attesissimo Quentin Tarantino, il carismatico sussurratore dallo sguardo infernale ha questa volta il volto di uno dei Doctor Who più noti nel ritorno in sala di Mary Harron. Sia per il passaggio in Laguna, sia per la regista che – a proposito di squinternati da manuale di psicologia – firmò il cult American Psycho, ci si fida.
Cannibal Kid: Come antipasto per il film di Tarantino ci potrebbe stare. Anche perché pure io di Mary Harron mi fido, così come non mi fido di James Ford, Charles Manson e Matteo Salvini. I tre cattivi dell'anno. E di sempre.
Ford: Manson è un personaggio che mi ha sempre infastidito, un pò come Cannibal, e parlando di psicopatici e serial killers non è mai stato tra i miei favoriti. Eppure, non fosse altro che per fare da anticamera a Tarantino, una visione ci potrebbe stare. Potrebbe.

Attacco al potere 3 – Angel Has Fallen
(28 agosto)

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"Cannibal? Sto venendo a prenderti."
Mr. Ink: Perché, ne hanno fatto pure altri due? Gerard Butler, accusato del tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti (no, non Donald Trump: la storia allora sarebbe molto diversa), si vendica insieme a papà Nick Nolte. L’attore protagonista, per l’occasione, rispolvera in parte il canovaccio di Giustizia privata – thriller tamarro che, a sorpresa, mi era piaciuto parecchio ai tempi – e ruba il ruolo all’ormai intercambiabile Liam Neeson. Gerard, che mi combini: la precedenza agli anziani!
Cannibal Kid: La precedenza agli anziani non viene data nemmeno in questa rubrica. Ford infatti è sempre l'ultimo a commentare. Mentre sarà il primo (e unico) a guardare questo nuovo inutile capitolo di una saga che per me poteva tranquillamente finire già al trailer del primo film.
Ford: Gerardone Butler è uno dei fordiani più fordiani degli ultimi anni, anche se ammetto che la saga di Attacco al potere è quasi troppo perfino per me. Avendo visto gli altri due ed essendo in agosto potrebbe scapparci anche questo numero tre, ma non garantisco. A meno che il Gerardo non mi prometta di darle a Trump, Cannibal o entrambi.

The Rider – Il sogno di un cowboy
(29 agosto)

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"Questo sarebbe il sogno di Ford."
Cannibal Kid: Sono felice che i miei colpi di teatro siano apprezzati, almeno da qualcuno. Un altro colpo di teatro è l'annuncio che questa sarà l'ultima puntata della rubrica sulle uscite cinematografiche. Però se non altro si chiude alla grande. The Rider a me è piaciuto decisamente, ma credo che Ford potrebbe trovarlo addirittura uno dei più bei film del decennio. E una pellicola gradita da entrambi è un altro colpo di scena clamoroso.Mr. Ink: Tante cose possono dirsi del Cannibale, belle e brutte, ma non che non abbia un certo gusto per i colpi di teatro: me lo conceda a cuor leggero anche Ford. Chi non legge le sue classifiche di fine anno per sapere quale film di nicchia, all’ultimo momento, ha tirato fuori dal cilindro? Nel 2018, fra gli altri, è stato il turno di The Rider. Dramma western alla Kent Haruf, acclamatissimo nel circuito indie, che potrebbe regalare gioie e lacrime di commozione anche su White Russian. E quando un piccolo film mette d’accordo il Gatto e la Volpe, diciamolo, non può che essere grande.
Ford: non mi ricordavo di questo colpo di teatro del Cannibale, e dunque mi segno di recuperare questo The Rider - che promette benissimo - in modo da poterne parlare appena tornerò dalle vacanze, anche se sarà durissima farlo rischiando di essere d'accordo con il Cucciolo Eroico, così come è stata dura essere d'accordo con lui nel decidere di chiudere questa rubrica.

Teen Spirit – A un passo dal sogno
(29 agosto)

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"Questo sarebbe il sogno di Cannibal."
Mr. Ink: Ha il titolo che fa pendant con una canzone dei Nirvana ma, nella colonna sonora interamente cantata dalla protagonista, si scorgono a colpo d’occhio alcuni dei successi pop più trasmessi di questi anni. In attesa di vedere Natalie Portman in Vox Lux ed Elisabeth Moss in Your Smell, ci si godrà con gli occhi a cuoricino il talento e la bellezza della mia sorella Fanning preferita. Benché il sottotitolo suggerisca un musical in stile Disney Channel, meglio fidarsi della fotografia cupa alla Refn e della prova alla regia di Max Minghella, figlio d’arte conosciuto come attore (è Nick, l’autista innamorato) in The Handmaid’s Tale. Off topic: su YouTube, intanto, cercate il duetto fra Elle e Woodkid e alzate il volume a palla.
Cannibal Kid: Per chiudere alla grandissima per sempre questa rubrica, dopo il gioiellino The Rider ecco un altro potenziale nuovo cult assoluto. Per abbassare un po' le aspettative devo ricordarmi della cocente delusione provocata di recente da Vox Lux. Questa volta spero comunque che tutto vada per il verso giusto. Elle Fanning in versione popstar è già la mia nuova popstar preferita e un film del genere qui su Pensieri Cannibali già solo dal titolo è a un passo dal sogno. E a un passo dal cult.
Quanto alla fine della nostra rubrica sulle uscite cinematografiche, rappresenta invece la fine di un incubo. Almeno per un po' potrò starmene beato senza le opinioni spesso discutibili, e ancor più spesso detestabili, di Mr. James Ford. Tranquilli però che la nostra rivalità continuerà ancora. Cannibal VS Ford, la sfida prosegue. Coming soon su Pensieri Cannibali e WhiteRussian.
Ford: si chiude questa puntata - e la rubrica - con un potenziale cult cannibale che spero sinceramente di poter massacrare alla grande, più che altro perchè, ora che un capitolo è alle spalle, la rivalità più lunga della blogosfera ha bisogno di nuove sfide, e nuova benzina gettata sul fuoco. Non sia mai che si lasci questo spazio troppo vacante, del resto.


martedì 25 settembre 2018

Hereditary - Le radici del male (Ari Aster, USA, 2018, 127')




- Quando un horror o presunto tale giunge da queste parti spinto da recensioni entusiastiche anche al di fuori del bacino degli appassionati di genere, sono sempre molto preoccupato: trovare titoli degni di nota in un panorama così difficile, infatti, è un'ardua impresa. Hereditary ha aperto le porte del Saloon con le stesse premesse.

- La regia di Ari Aster è interessante, viene piazzata una sequenza davvero notevole - quella dell'incidente d'auto - davvero da brividi ed inaspettata, tutto si appoggia su una Toni Collette come al solito estremamente valida in un ruolo che le è congeniale, il messaggio non è banale, eppure Hereditary è, a conti fatti, un film che di incisivo ha davvero poco o nulla.

- Nonostante le premesse che l'avevano dipinto come un film angoscioso ed inquietante, credo di non aver avuto mezzo brivido neppure per sbaglio, ripensando per tutto il tempo all'effetto opposto che mi fece quel gioiellino purtroppo nascosto di Lake Mungo, che scavava nel dramma di una famiglia trasmettendo decisamente più terrore di quanto si possa sperare di trovare qui.

- Perfino quella che dovrebbe essere una sorta di nuova promessa dei bimbi spaventosi da horror Milly Shapiro pare più che altro una sorta di versione triste e depressa del piccolo protagonista di Wonder, e poco più. Il Danny di Shining è davvero tutta un'altra storia.

- Alcune idee funzionano, altre sono troppo presto abbandonate, altre ancora - la medium - solo potenzialmente interessanti: di certo tutto si sviluppa troppo in fretta nonostante il minutaggio nella parte finale, che pare una corsa a perdifiato verso la troppa carne messa sul fuoco.

- Quando introdussi i voti nel blog e di conseguenza le bottigliate, pensavo proprio ad occasioni come questa: titoli con un grande potenziale, un buon cast e trovate non banali - come i modellini creati dal charachter di Toni Collette -, spinti a dismisura e chissà per quale motivo dalla critica anche al di fuori del genere che, alla fine, si rivelano inconsistenti e privi di carattere.

- Con più di due ore di visione alle spalle, mi sono reso conto di quanto poco Hereditary avesse lasciato, proprio come, per citare il mitico Maestro Miyagi, se non avesse radici abbastanza forti per reggere l'albero che avrebbe voluto mostrare e la casa costruita tra i suoi rami. E senza radici forti, si sa, non si resta in piedi a lungo.



MrFord



mercoledì 29 agosto 2018

The Wailing (Hong-Jin Na, Corea del Sud/USA, 2016, 156')




- Per anni ho inseguito questo lavoro di Na, già apprezzatissimo da queste parti per il buon The yellow sea e lo strepitoso The Chaser, sponsorizzatissimo da mio fratello e da amici appassionati. Forse le aspettative sono una bestia più brutta di quanto abbia sempre pensato.

- Una premessa di questo tipo potrebbe far pensare che The Wailing non mi sia piaciuto, o si tratti di un'opera deludente: niente di più sbagliato. Questo film è una bomba che esplode progressivamente e si fa ripensare con il tempo, regala al pubblico almeno due sequenze pazzesche, quella del rito sciamanico che ricorda l'Herzog più visionario mescolato a Jodorowsky ed il confronto finale che ancora oggi mi fa venire la pelle d'oca, mescola alla grande terrore ed ironia. Eppure mi è parso sia giunto come "in ritardo".

- Considerato che sul mercato italiano e occidentale Na è praticamente un semisconosciuto rispetto a suoi conterranei più noti come Joon-ho Bong giunti qualche anno prima un'opera come questa, nonostante il suo innegabile valore, perde qualcosa per coinvolgimento ed originalità rispetto ad altre che trattano temi simili - come la Famiglia, la Paura, l'impossibilità di sapere quale sia davvero la verità -, su tutti The Host, che a più riprese mi è tornato alla mente nel corso della visione.
In un certo senso, e paradossalmente, mi pare che la stessa cosa che potrebbe far amare The Wailing, ovvero nascere per un pubblico che mastica di Cinema, sia la stessa che potrebbe penalizzarlo, perchè se si ha una certa familiarità con l'approccio coreano alla settima arte, risulterà certo poco "rivoluzionario".

- Nonostante l'apparente povertà della produzione, Na conferma comunque che la capacità di creare suggestione non è commisurata al denaro: il dialogo del detective protagonista con la figlia posseduta o passaggi come la comparsa della donna fuori dalla stazione di polizia sono degni di film horror in grado di far stringere le chiappe anche ai duri o presunti tali.

- Molto interessante in termini sociali e culturali è osservare la differenza incredibile tra la Corea che identifichiamo con Seoul, i treni ad alta velocità e la vita "all'occidentale" e quella delle realtà rurali che paiono lontane anni luce e decenni da tutto quanto appena elencato. Notevole anche la riflessione sul ruolo dello "straniero" e dello "sconosciuto", che si mescola alle sensazioni che la visione provoca rispetto ai concetti di sospetto e timore che serpeggiano minuto dopo minuto.

- Se, dunque, nonostante i sentieri lastricati d'oro che mi hanno accompagnato alla visione The Wailing mi sia parso "solo" un gran bel film, avete voglia di conoscere l'approccio coreano alla settima arte o più semplicemente trovarvi di fronte ad una pellicola ironica ma anche terrificante non abbiate paura: quello di Na è "solo" un gran bel film.


MrFord



 

martedì 24 luglio 2018

Sherlock - Stagione 4 (BBC, UK/USA, 2017)






Ai tempi della sua uscita in bluray, fu un ex collega e caro amico a regalarmi la prima stagione di Sherlock, quasi per caso, colpito favorevolmente da una fortuita visione e ben conscio della mia passione per il grande e piccolo schermo: ricordo che quella stessa stagione rimase in attesa mesi - e forse di più - prima di passare sugli schermi del Saloon e dare inizio ad un recupero di quelle che nel frattempo erano diventate tre annate nell'arco di pochissime settimane per uno dei prodotti più sorprendenti, ben recitati e scritti del panorama britannico e non solo.
Era inevitabile, considerata la qualità e la carriera in rampa di lancio dei suoi protagonisti - soprattutto un sempre fenomenale Benedict Cumberbatch - che si cominciasse a pensare ad una sua conclusione, e ci si potesse confrontare con un inevitabile calo nella resa complessiva: questo quarto giro di giostra, in qualche modo, unisce le due cose.
Perchè se da un lato consacra la leggenda di una coppia di personaggi - letterari e cinematografici - indimenticabili, Sherlock Holmes ed il suo fido compagno John Watson, dall'altro mostra per la prima volta il fianco ad una certa stanchezza rappresentata principalmente dall'episodio uno, senza dubbio il peggiore dell'intera saga dedicata a questa versione moderna del detective figlio della penna di Conan Doyle, ed una lentezza che a tratti rende la visione piuttosto ostica, quantomeno se paragonata a quella degli esordi: certo, la penna di Steven Moffat  è quella di un vero asso della sceneggiatura - ne è la prova della splendida seconda puntata -, le performance attoriali di alto livello, il gioco dell'epilogo avvincente, eppure le prime crepe in questa solidissima costruzione cominciavano a notarsi, e da questo punto di vista va fatto sicuramente un plauso alla produzione per aver intuito che, soprattutto quando si parla di serial di qualità, è sempre meglio chiudere in modo da lasciare un bel ricordo nel pubblico piuttosto che sputtanare quanto di buono è stato creato in precedenza, perchè purtroppo alla fine l'audience finirà per ricordare soltanto quello - esempi lampanti, in questo senso, Dexter e True blood -.
Riflessioni sui massimi sistemi del piccolo schermo a parte, però, varrebbe la pena di ricordare questa stagione di chiusura di Sherlock per la lezione che è in tutto e per tutto il già citato episodio centrale, dalla figura inquietante e quasi horror del serial killer "di potere" - simile a molti capi di stato purtroppo vivi e vegeti in tutto il mondo - agli straordinari twists orchestrati da Sherlock Holmes, folle, strafatto e sarcastico come e più del solito: se questa serie è stata celebrata ed amata così profondamente, negli ultimi anni, diventando un piccolo cult, è merito di una dovizia di particolari e di un talento come quelli che hanno generato una "puntata" di quel calibro.
Certo, partire da una base come quella dei residenti di Baker Street può apparire facile, ma non sempre solide fondamenta giustificano grandi costruzioni: mentre questo Sherlock, indubbiamente, lo è stato. E sono grato a tutti i suoi autori, così come alle storie che ha portato sullo schermo, per avermi lasciato un ricordo vivo ed intenso, di quelli che, un giorno o l'altro, mi porteranno ad incrociare di nuovo le strade di questi due incredibili protagonisti.
Proprio a partire da quel bluray.
E sono convinto che sarà semplice amarlo ancora una volta.
Anzi, elementare.



MrFord



 

domenica 29 aprile 2018

Dott. House - Stagione 7 (Fox, USA, 2011)





Insieme all'ostracizzato Frank Underwood e all'impenitente Frank Gallagher, Gregory House è ormai parte integrante del trittico di veri stronzi che il Fordino adora incondizionatamente: proprio la sua passione per il claudicante medico dipendente da Vicodin è stata il motivo scatenante del recupero delle sue avventure, ai tempi - come i frequentatori abituali del Saloon ben sanno - ignorate o quasi da questo vecchio cowboy a causa della "guerra di ascolti" che coinvolgeva lo stesso House e Lost, che da queste parti era ed è quasi una religione.
Schermaglie da "tifoseria" a parte, devo ammettere di essermi molto divertito nel seguire quello che è e resta un prodotto d'intrattenimento senza picchi particolari ma che ha mantenuto sempre piuttosto costante la sua qualità con poche battute d'arresto e stagioni come questa - la penultima ad essere trasmessa - addirittura migliori delle precedenti: a partire, infatti, dal cambio di direzione fornito dall'inizio di una storia d'amore tra House e la sua direttrice sanitaria, Lisa Cuddy - altro personaggio chiave della produzione - fino alle conseguenze di questo stesso rapporto, il settimo anno del bastardissimo Greg non ha segnato alcuna crisi, ed al contrario ha proposto alcuni degli episodi più interessanti dell'intera serie - il primo che mi viene in mente è Nella notte, ma ricordo anche con molto piacere la puntata "cinematografica" con tanto di citazioni riferite a pellicole cult per il pubblico amante del grande schermo - e seppur non piazzando la zampata conclusiva - il finale ha il sapore del già visto - si propone come uno dei più interessanti dell'intera serie.
Come di consueto, poi, accanto all'imprevedibile e sempre irriverente immunologo, viene riservata attenzione anche all'evoluzione delle vite e dei caratteri dei suoi collaboratori, dagli storici Chase e Foreman - spentosi un pò nel corso degli anni - ai più "recenti" Taub - che resta la vera sorpresa della squadra di House, in bilico tra aria da loser, personaggio da commedia e jolly su tutta la linea - e 13 - che lanciò Olivia Wilde, allora non nota certo come oggi -, fino alla meteora Masters, praticamente l'opposto di tutto quello che rappresenta l'instabile medico e dunque perfetta sia nel ruolo di spalla comica che di contrappeso in termini etici - peccato, in questo senso, averla tolta dal gioco così frettolosamente -: in un certo senso, tornare ogni volta nell'ufficio di House è diventato un appuntamento piacevole e rilassante, quasi come se questa proposta ai tempi così nettamente snobbata si fosse rivelata ben più vicina al mio cuore di spettatore di quanto non potessi neppure immaginare.
Senza dubbio il Fordino ha fatto e continua a fare la sua parte in questo, ma devo ammettere che se l'appeal dei personaggi non fosse stato lo stesso o la qualità fosse calata drasticamente non avrei certo esitato a trovare un modo per dirottare le attenzioni del piccolo Ford su altro: merito, dunque, di autori ed attori aver dato vita ad un mondo sicuramente pop nelle ambizioni ma ugualmente in grado di coinvolgere piacevolmente anche chi cerca, piccolo o grande schermo che sia, anche un salto di qualità autoriale.
E se dopo sette anni ancora il risultato è questo, significa che la cura di House ha senza dubbio successo.



MrFord



 

venerdì 27 aprile 2018

Homeland - Stagione 6 (Showtime, USA, 2017)





Nel corso delle ultime stagioni, pochi serial possono vantare di avere avuto un impatto simile a Homeland sul pubblico e gli appassionati: ricordo ancora oggi con i brividi le prime due annate di questa proposta che mescola dramma, attualità, spionaggio ed azione, talmente cariche di tensione da risultare a tratti addirittura insostenibili, e rese esplosive - in tutti i sensi - dalla coppia formata da Damien Lewis e Claire Danes, perfetti per i ruoli loro ritagliati dagli autori.
Con il tempo e la morte del personaggio di Brody - interpretato da Lewis, per l'appunto - Homeland è riuscita nella non facile impresa di mantenere sempre molto alta la qualità del suo prodotto pur risultando più fredda nell'approccio, orfana di un charachter tra i più memorabili mai giunti sul piccolo schermo ma pronta a contenere i danni sfruttando la crescita del maestro della protagonista - il Saul Berenson di Mandy Patinkin che per me rimarrà sempre e comunque l'Inigo Montoya de La storia fantastica - e l'inserimento di un nuovo "compagno" - il Peter Quinn più immortale di Ciro Di Marzio, interpretato da Rupert Friend -.
Con questa stagione numero sei, l'azione torna sul suolo statunitense dopo gli anni trascorsi da Carrie in Medio Oriente ed in Europa, ricordando quasi più nell'evoluzione un'annata di 24 che non i dubbi e le paure dei primi anni, sfruttando il dissenso creato ad arte all'indirizzo della Presidente eletta, osteggiata dall'interno e dall'esterno da un gruppo disposto a tutto pur di ribaltare la decisione popolare finendo per dare inizio ad un'escalation nell'abuso di potere della stessa futura Presidente USA che pare, con il season finale, pronta a scavalcare - a quanto sembra anche dalle anticipazioni della settima stagione, a breve in rampa di lancio negli States - dalla realtà alla distopia abbandonando definitivamente i binari estremamente realistici dai quali era partita.
Una scelta che potrebbe risultare un azzardo, in positivo o in negativo, e che pone qualche dubbio quantomeno sulla chiusura dell'ennesima stagione solida seppur non travolgente, che vede un Quinn creduto morto - almeno dal sottoscritto - in chiusura della quinta stagione tornare in una veste decisamente non facile, Dar Adal divenuto una sorta di eminenza grigia con la quale fare i conti e tutti i giochi di potere legati alla Presidenza pronti a risultare ben più pericolosi e macchinosi di qualsiasi piano terroristico orchestrato da una minaccia esterna.
In fondo, sono molti i detti pronti a ricordare quanto pericoloso possa essere chi sta al nostro fianco rispetto a chi affrontiamo a viso aperto, e guerre civili, dittature e ferite nella Storia dell'Umanità sono pronte a testimoniare quanto, in passato, i peggiori disastri per i popoli hanno trovato la loro origine e la loro forza proprio nel cuore dei paesi che le genti chiamavano casa: in questo senso, la nuova direzione data ad Homeland potrebbe significare un tentativo per sensibilizzare rispetto a quanto il Potere possa corrompere e rivoltare gli uni contro gli altri oppure il naufragio di una proposta tra le più interessanti che il piccolo schermo abbia avuto la fortuna di regalare al pubblico.
In attesa di scoprirlo con la settima stagione, in casa Ford si continua a correre il rischio per battersi accanto a Carrie Mathison, che con tutti i suoi difetti, è riuscita a costruire qualcosa che forse neppure lei, fin dal principio, si sarebbe aspettata: qualcosa che spero davvero possa mantenersi vitale quanto la sua pur problematica eroina.



MrFord



 

giovedì 26 aprile 2018

Hannibal - Stagione 2 (NBC, USA, 2014)




E' curioso come alcuni titoli di serie televisive, pur colpendo positivamente gli occupanti del Saloon, finiscano per riposare in attesa neanche fossero single malt da far invecchiare: di recente abbiamo riscoperto Ray Donovan, che inaugurò la sua presenza in casa Ford anni fa con la prima stagione per poi restare in standby ed essere recuperato con la bellezza di quattro stagioni viste in un anno, e a seguito di quest'ultimo si è deciso di riprendere anche un altro paio di titoli che, nonostante il "favore della critica", erano rimasti impietosamente fermi ai box.
Uno di questi è Hannibal, ispirato dai romanzi di Thomas Harris che al Cinema hanno regalato perle del calibro di Manhunter e Il silenzio degli innocenti, incentrato sulla figura dello psichiatra cannibale Hannibal Lecter e su quella della sua nemesi, Will Graham, interpretati da Mads Mikkelsen - fordiano ad honorem - e Hugh Dancy, pronti a prestare volto e follia a due lati della stessa medaglia in un prodotto complesso e diverso dai classici crime da piccolo schermo, curatissimo esteticamente - fotografia e taglio sono maniacali almeno quanto la cucina di Lecter - e poco disposto a fare concessioni allo spettatore, ma ugualmente entusiasmante, oltre che a livello estetico, per la tensione ed i riferimenti ad episodi già raccontati, pur se in modo diverso dai due filmoni citati poco sopra - ricordo benissimo la sequenza della sedia a rotelle infuocata fatta scivolare sulla rampa del garage in Manhunter, o i disegni a memoria di Lecter nella cella della struttura coordinata da Chilton -.
Il duello a distanza tra Hannibal e Will, giocato sia a livello mentale che fisico, sul dubbio e l'illusione, rende alla perfezione il rapporto che si instaura tra rivali che si ammirano, odiano e, in una certa misura, amano, quasi fossero una versione da studio psichiatrico di Joker e Batman, e l'equilibrio dell'uno fosse dato, inevitabilmente ed inesorabilmente, da quello dell'altro.
Ottimo il cast dei comprimari, che vede partecipazioni importanti come quella di Lawrence Fishburne, Gillian Anderson e Michael Pitt, splendide le cornici e le ambientazioni così come le ricostruzioni dei delitti di Lecter, talmente artistici nella loro messa in scena da risultare quasi estranei all'efferatezza degli atti compiuti dal folle psichiatra: osservando l'incedere della storia e l'ottima chiusura di stagione, personalmente aumenta il rimpianto non solo di aver atteso così tanto per proseguire questa cavalcata, ma anche che un titolo con potenzialità di questo livello sia stato interrotto con il finire della terza stagione, per la quale ovviamente ora in casa Ford l'hype è alle stelle anche perchè vedrà i protagonisti incontrare Donahue, il "Dente di fata" del di nuovo citato Manhunter di Michael Mann, personaggio cardine del romanzo Red Dragon - ovviamente sempre di Harris - riproposto in tempi più recenti in una pellicola decisamente lontana dal livello dell'originale o di questo serial.
Nel frattempo, ripenserò ai piatti in stile Masterchef estremo di Lecter - portati in scena e realizzati interamente da Mikkelsen, allenatosi con uno chef per l'occasione - così come a tutto quello che porterà la caccia nella prossima serie: in fondo, quando due menti e personalità così complesse e problematiche si scontrano, una tempesta è il minimo che ci si possa aspettare.
Se poi si riflette a proposito del fatto che quelle stesse menti siano figlie di nature predatorie, il gioco è fatto: non c'è niente di più affascinante, accattivante, sanguinoso, di uno scontro tra creature assetate - mentalmente, oppure no - di sangue.



MrFord



venerdì 30 marzo 2018

Ray Donovan - Stagione 5 (Showtime, USA, 2017)




Esistono alcuni casi in cui un film, un libro o una serie, più che dalle storie che raccontano, vengono resi quello che sono grazie ad un personaggio: ad esempio, se la saga di Rocky non fosse stata poggiata sulle spalle del mitico Balboa e di uno Stallone che aveva scritto il personaggio sulla propria pelle probabilmente nessuno la ricorderebbe se non come l'ennesimo racconto del comeback del loser, e difficilmente lavori come Aguirre furore di dio o Fitzcarraldo avrebbero assunto le dimensioni che hanno ora agli occhi di molti appassionati se non fosse stato Kinski ad interpretare i due protagonisti.
Ray Donovan può tranquillamente essere ascritto a questa categoria.
Fatta eccezione, infatti, per il padre e rivale di Ray, il mitico Mickey dell'altrettanto mitico Jon Voight - che continua a gareggiare con Frank Gallagher per il titolo di peggior genitore del piccolo schermo -, tutti i personaggi e le storie raccontate anno dopo anno in questa produzione paiono infrangersi sull'ostinata graniticità del problem solver cui presta gran presenza Liev Schrieber, e perfino in una stagione come questa, segnata dal "lungo addio" al personaggio di Abbie, moglie di Ray, ogni tentativo di far prendere il volo a qualcosa o qualcuno che non sia lui continua a scomparire nel momento in cui il roccioso main characther entra in campo anche in punta di piedi.
Una premessa come questa - specie se legata alla quinta stagione di una serie - potrebbe suonare come negativa, e invece mi ritrovo per l'ennesima volta ad applaudire una qualità che continua a mantenersi costante e alta nonostante inesorabilmente Raycentrica e con qualche sbavatura in fase di scrittura - ho trovato, ad esempio, piuttosto vergognosa la gestione della figlia di pochi mesi di Bunchy, comparsa solo quando le esigenze di copione prevedevano e dimenticata neanche fosse una borsa il resto del tempo -, lasciando gli spettatori con un finale apparentemente "definitivo" - ma tutti sappiamo che non sarà così, essendo appena iniziata la sesta negli States - e la promessa di un rinverdirsi della faida tra Ray e suo padre, unico a tenere testa, in termini di carisma e magnetismo, al protagonista, riportando indietro l'orologio agli esordi di questo titolo, quando tra i due infuriava la tempesta.
La scelta, ad ogni modo, di chiudere la quinta stagione come è stata chiusa rappresenta anche una discreta scommessa per gli autori, che a questo punto potrebbero decidere di rilanciare il prodotto salutando alcune storylines e personaggi secondari e concentrarsi su un nuovo corso per Ray Donovan, che potrebbe portare l'intero prodotto ad un livello ancora più alto o far capire a spettatori e sceneggiatori che, come tutte le ottime serie, andrebbe salutata quando ancora si trova in cima.
In casa Ford, comunque, rimaniamo sintonizzati ed in attesa di scoprire che ne sarà della banda dei Donovan, considerato che il personaggio di Ray ed i suoi "sogni ad occhi aperti" - riferimento alle apparizioni della moglie defunta - sono riusciti nell'impresa di colpire anche il Fordino nonostante questo titolo non possa contare su una sigla accattivante - fattore molto importante per il piccolo Ford - ed i suoi due preferiti continuino ad essere House e, neanche a dirlo, Frank Gallagher.
Alzo dunque i calici neppure appartenessi alla scombinata e combattente famiglia Donovan - e ne scorre di alcool, da quelle parti -, e spero che il futuro, per loro, pur tra sangue e battaglie reiterate, continui ad essere potente come il personaggio cardine della storia.



MrFord



 

martedì 27 febbraio 2018

Il filo nascosto - The phantom thread (Paul Thomas Anderson, USA, 2017, 130')




Paul Thomas Anderson è da sempre considerato uno degli autori di punta del Cinema americano, qui al Saloon: fatta eccezione per Sidney, primo film che ancora manca all'appello, il resto delle sue pellicole è passato almeno una volta su questi schermi, e in alcuni casi - Boogie nights, Magnolia, Vizio di forma - il suo lavoro è e sarà considerato fino alla fine dei tempi assolutamente cult.
Personalmente, non avevo grosse aspettative rispetto a questo Il filo nascosto: questioni tecniche a parte, l'idea di portare sullo schermo la vicenda di un complicato e maniacale stilista e sarto nella Londra degli anni cinquanta non era esattamente quello che potevo sperare per alimentare l'hype della vigilia, in barba alle sei nominations agli Oscar ed al favore quasi unanime della critica oltreoceano.
E, devo ammetterlo, per una buona metà della visione ho sentito il tintinnare delle bottigliate scaldarmi le mani e la testa: al contrario dello scorso anno, infatti, quando alla lotta per la statuetta assegnata al miglior film si contendevano i pronostici della vigilia film come Arrival, La la land e Moonlight, questo duemiladiciotto riserva al pubblico prodotti che, per quanto realizzati impeccabilmente, non fanno altro che mostrare la mancanza di registi ed autori della necessità di raccontare davvero una storia, finendo per fare sfoggio di qualità e stile senza riuscire a coinvolgere il pubblico.
In questo senso, The phantom thread soffre per due terzi della sua durata degli stessi difetti di The Post, quasi Anderson avesse voluto rischiare atteggiandosi a Kubrick - le atmosfere mi hanno ricordato moltissimo Lolita, che pure non è uno tra i miei personali preferiti del Maestro - senza riuscire a bucare lo schermo - ma quando si parla di lui, è quasi ovvio - come il vecchio Stanley: fortunatamente, almeno per quanto mi riguarda, Il filo nascosto si rivela essere una di quelle pellicole da degustare con il tempo, che necessitano, con ogni probabilità, di ben più di una visione, e che ha il potere di rinsaldarsi minuto dopo minuto.
La storia di Alma e Woodcock - due personaggi detestabili e dal fascino incredibile -, con la sua evoluzione, regala infatti al film ed al suo regista un crescendo finale davvero notevole, che riscatta tutta la lentezza e la scarsa emotività della prima parte ed offre non solo un'interpretazione da una diversa prospettiva della canonica vicenda amorosa tipica dei film hollywoodiani, ma anche una visione dell'amore che, per quanto insana possa sembrare vista dall'esterno, ha il sapore della totalizzazione e della purezza che molte storie nella realtà possono solo sognare di avere.
Scrivendo in modo più pane e salame, occorre fare un plauso al rigore scenico portato sullo schermo da Anderson, ma anche ammettere che per un'ora abbondante, fino a quando non si comincia a capire dove voglia andare a parare, Il filo nascosto sia un film tremendamente freddo e noioso, poggiato sulle spalle di un Daniel Day Lewis bravissimo quanto lezioso - una specie di Meryl Streep versione maschile -, tanto da solleticare il dubbio che forse, se sforbiciato di qualche minuto o liberato in termini di passionalità molto prima, il lavoro del buon Paul Thomas avrebbe potuto ambire allo status di cult dei titoli che ho citato poco sopra invece di apparire come un tentativo dalle grandi potenzialità finito quasi soffocato dalle stesse, come fu per Il petroliere e, in misura minore, per The Master.
Certo, resta il fatto che si tratta di fare le pulci ad un film ineccepibile in grado di regalare una manciata di sequenze notevoli - la colazione nell'albergo che fa da teatro al primo incontro tra Woodcock e Alma, il delirio con la visione della madre, il finale -, e restare qui a scriverne di fatto quasi male mi fa sentire in un certo senso fuori posto, eppure il Cinema, a prescindere dai mezzi e dalla tecnica, è anche cuore ed emozione: e se devo pensare a quello che mi resterà dentro dei titoli in lizza per l'Oscar del Miglior Film duemiladiciotto, cuore ed emozione, purtroppo, paiono un filo nascosto.
Che, per un tamarro come me, non basta.
Non basta affatto.
Pur se cucito nella fodera di un vestito di prima scelta.

Dai tempi della visione e dalla stesura del post sono passate un paio di settimane, e proprio come quel filo nascosto che citavo in chiusura del post, questo film è uscito dopo essersi sedimentato in tutta la sua potenza. Non sarà per tutti, dunque, a tratti richiederà uno sforzo nello spettatore, ma nasconde un ricamo davvero da Maestri.



MrFord



 

lunedì 12 febbraio 2018

The end of the f***ing world - Stagione 1 (Netflix, UK, 2017)




Il percorso delle serie televisive all'interno dei più classici tam tam della rete è forse addirittura più difficile di quello delle pellicole che giungono in sala: sarà per il numero di episodi o il tempo complessivo di visione dedicato loro, ma i serial finiscono sempre, a fronte di aspettative alte, per esaltare e conquistare o lasciare senza parole per la delusione molto più dei loro parenti figli della settima arte.
The end of the f***ing world, giunta in casa Ford sospinta dall'entusiasmo di molti dei miei colleghi bloggers, si è dovuta conquistare episodio dopo episodio la fiducia degli occupanti del Saloon superando uno scetticismo acuito dalla prima parte di stagione, sicuramente interessante e carina da vedere ma decisamente al di sotto di quelle che erano le aspettative della vigilia, che vedevano questo titolo come una sorta di nuovo manifesto della "ribellione" giovanile sotto forma di un boy meets girl sotto acido, una versione hipster di Assassini nati.
Il riscatto, avvenuto grazie ai due irresistibili protagonisti nel corso della visione e divenuto con il finale una sorta di sentito omaggio a tutte le pellicole in stile "rebel without a cause" da I quattrocento colpi in avanti, si compie con il giusto mix di ironia, romanticismo e nostalgia - almeno per quanto riguarda questo vecchio cowboy - di uno dei periodi più merdosi ma intensi della vita, l'adolescenza.
Alyssa e James, con i loro baci scomposti ed impacciati, le litigate, gli sguardi appena suggeriti, le canzoni in macchina e tutte quelle ingenuità che rendono i loro anni i più terribili e formativi che possano esistere si prendono minuto dopo minuto ed episodio dopo episodio un pezzetto di cuore in più, e se forse la loro storia non brilla per innovazione o originalità - l'evoluzione è piuttosto prevedibile, ed il passaggio più fuori dagli schemi si brucia in partenza con l'incontro tra i due ed il serial killer - la passione che entrambi mettono nella lotta ad un mondo che ancora non comprendono e che non fa che sottovalutare, schiacciare, costringere entrambi compensa con il cuore in tutto e per tutto, rendendo The end of the f***ing world una delle proposte più genuine di questo inizio anno, di quelle a cui voler bene pur con la consapevolezza che non saranno mai le tue preferite, o quelle destinate a cambiarti la vita, fosse anche solo a causa del Tempo che è passato e che ora ti porterebbe sullo schermo dall'altra parte di quella landa di sogni ed orizzonti da inseguire dei due giovani protagonisti.
La differenza sarebbe di porgere loro la mano, e cercare di avvicinarsi più all'addetto della sicurezza del negozio o alla detective Eunice che non ai loro padri e patrigni, incapaci non solo di trovare un dialogo o un punto di contatto - quello, mi rendo conto, è difficile da entrambe le parti in un periodo come questo - ma anche e soprattutto di riuscire a non fare nulla o fare tutto quanto sia in loro potere per ferire due cuori troppo scoperti: James e Alyssa, in fondo, siamo tutti noi a quell'età, pronti a fare i duri contro l'intero pianeta solo per nascondere l'immensa e fottuta paura che abbiamo di vivere.
E prima che James si lanci in quella corsa a perdifiato verrebbe quasi da gridarlo: "Fermati, non avere paura. L'orizzonte è più vicino di quanto tu possa pensare. Devi solo tirarlo fuori."
Ma il mondo, purtroppo, non fa sconti ai sogni.
E a volte arriva la fine, e ti accorgi di non avere avuto che una piccola porzione di quelli che avresti potuto assaporare.



MrFord



martedì 5 dicembre 2017

Il culto di Chucky (Don Mancini, USA, 2017, 91')





Ho sempre amato alla follia il personaggio di Chucky, uno degli alfieri dell'horror trash anni ottanta nonchè charachter perfetto nel mescolare crudeltà, terrore, ironia, risate grasse, linguaggio colorito e violenza incontenibile, rivale assoluto in questo dell'altrettanto mitico Freddy Krueger: tempo fa, qui al Saloon, avevo perfino dedicato una sorta di retrospettiva alla creatura di Don Mancini, recensendo tutti i film della saga e divertendomi a rivederli anche più di quanto non fosse accaduto per quelli, per l'appunto, più blasonati e legati al brand di Nightmare.
Alla notizia - ed avendo letto buone recensioni - del ritorno della bambola più folle del Cinema, avevo già immaginato una serata da rutto libero selvaggio e risate sguaiate un pò come era capitato, anche se non parliamo di horror, di recente con Thor: Ragnarok, pregustandomi già tutte le cattiverie che il buon Chucky avrebbe riservato alle sue vittime di turno: peccato, però, che non si sa neppure bene perchè, Mancini abbia deciso, nonostante la vena ironica sia ovviamente presente, di virare in una direzione decisamente più seriosa, quasi un tentativo di rendere il prodotto più oscuro ed "autoriale", risultando a conti fatti un pò troppo pretenzioso - anche se mi pare assurdo associare un termine di questo tipo alla figura di Chucky - e finendo per limitare troppo lo spettacolare protagonista pupazzo, in questo caso reso sulla carta ancora più forte da un nuovo potere che gli permette di trasferire la sua coscienza in più bambole contemporaneamente e perfino all'interno di persone viventi.
Peccato che l'insieme del lavoro, legato ad un fu piccolo Andy sempre più cresciuto e potenzialmente più pericoloso della sua nemesi ed agli internati in un istituto psichiatrico di media sicurezza - compresa Nica, che Chucky affrontò nel capitolo precedente del suo percorso cinematografico - non regga neppure per sbaglio in termini di logica anche spiccia - per quale motivo scegliere una cornice di questo tipo se a fronte di una struttura ipermoderna ed enorme troviamo soltanto cinque o sei persone tra personale e pazienti? -, ritmo e divertimento, restando a galla solo nei - comunque troppo rari - momenti in cui Chucky sproloquia e conducendo ad un finale che dovrebbe portare ad un nuovo capitolo addirittura, ma spero davvero che non sia così, con protagonisti il serial killer divenuto bambola e la sua ex ma neanche poi tanto moglie in versione umana - in questo senso andrebbe spezzata una lancia in favore di Jennifer Tilly, che ricopre il ruolo con grande ironia e sfruttando tutte le sue non proprio spiccate doti recitative -.
Una grossa delusione su tutta la linea, dunque, che giunge proprio quando, al contrario, mi aspettavo la definitiva consacrazione comedy di un characther dalle potenzialità illimitate, che necessiterebbe di un approccio in stile Ash vs Evil Dead e di un rilancio a tutti gli effetti, magari proprio attraverso una serie televisiva: dopotutto, a Chucky piace stare sotto i riflettori, e pensare che il suo posto possa essere in qualche modo "rubato" da un eccesso di presunzione degli autori e dalla figlia dell'attore che da sempre gli ha prestato la voce mi pare davvero uno spreco enorme.




MrFord



 

martedì 7 novembre 2017

The Devil's candy (Sean Byrne, USA, 2015, 79')









E' sempre brutto rimanere delusi approcciando una pellicola.
Di norma, è una sensazione anche peggiore rispetto a quella di aver appena finito di guardare un film di merda, di quelli che senza dubbio non torneranno mai più a far parte della nostra vita, se non negli incubi cinematografici peggiori.
Una delusione è qualcosa di subdolo, sotterraneo, che quando meno te lo aspetti esce fuori e trasforma una potenziale serata di goduria in una noia mortale che vorresti lasciarti alle spalle il prima possibile.
The Devil's Candy, incensato quasi ovunque nella blogosfera e soprattutto da persone che ho sempre considerato autorità del Cinema di paura, firmato dallo stesso Sean Byrne del dal sottoscritto amatissimo The Loved Ones di qualche anno fa, atteso come uno di quei metal horror da volume al massimo, sangue a fiumi e terrore pronto a colpire si è rivelato, fatta eccezione per la buona prova di Ethan Embry - che avevo già apprezzato nell'apprezzatissimo Cheap Thrills -, davvero robetta, poco coeso ed incisivo in fase di scrittura, lento nel ritmo, incapace di trovare una linea guida che desse un senso all'intera operazione, che non si capisce se voglia essere inserita nel filone "satanista" del genere, in quello prettamente thriller, oppure cercare nella caotica follia dello psicopatico Ray una sorta di richiamo alla realtà che vede, a volte, menti decisamente contorte muoversi senza un criterio apparente nel mondo, mietendo vittime scelte in base a qualcosa di "oltre" - una cosa che potrebbe richiamare l'operato del Figlio di Sam, per intenderci -.
Un vero peccato per il sottoscritto, che da Byrne si aspettava qualcosa di potente almeno quanto l'esordio, e per la pellicola stessa, che invece di puntare esclusivamente sui legami forti della famiglia Hellman - una cosa rarissima quella di un rapporto, peraltro cementato da gusti musicali comuni, tra un padre ed una figlia adolescente - e sulla loro progressiva lotta per la sopravvivenza, preferisce inserire elementi apparentemente disturbanti come le voci che perseguitano Ray così come Jesse Hellman, l'inutile sottotrama - peraltro sviluppata superficialmente - della galleria d'arte "demoniaca" e passaggi legati alla follia dello stesso Ray che non si comprende bene dove si collochino tra realtà di narrazione e visioni del charachter.
L'impressione, qui in casa Ford, è stata quella di un tentativo clamorosamente fallito di portare sullo schermo la mitologia dell'horror disturbante degli anni settanta neanche fossimo all'interno di uno dei peggiori lavori di Rob Zombie: il fatto è che ai tempi, con il Vietnam a pesare sulle spalle degli States e la ferita aperta dei massacri della Manson Family, alcune suggestioni potevano anche funzionare, mentre ora, se mal gestite, paiono solo inutilmente provocatorie.
La mossa migliore, e questo va riconosciuto a Byrne, è quella di mantenere un discreto realismo nella parte più violenta della pellicola - soprattutto nel confronto tra Ray e gli Hellman nel finale -, in cui non abbiamo, almeno fino all'incendio, scene clamorose che non troverebbero riscontro nella realtà neanche per caso: in questo senso, la lotta sull'ingresso della magione tra l'invasore e Jesse funziona molto bene, dai proiettili sparati a vuoto e a caso da parte di qualcuno non abituato ad usare la pistola alla forza della disperazione che interviene nel momento in cui è in gioco la sopravvivenza propria e di chi si ama.
Troppo poco, però, per poter anche solo pensare di perdonare tutti i limiti - finale compreso - di una pellicola che risulta, purtroppo, molto wannabe cult, ma che dei cult veri, soprattutto quelli che l'hanno ispirata, non ha davvero nulla.




MrFord




lunedì 30 ottobre 2017

Leatherface (Alexander Bustillo&Julien Maury, USA, 2017, 90')





Considerati il periodo, il ritorno sugli schermi del sorprendente It di Muschietti, i festeggiamenti per il mio compleanno ed una certa fioritura di titoli potenzialmente interessanti da recuperare, l'idea di dedicare la settimana di Halloween alle pellicole horror mi pareva una di quelle cui brindare a bicchieri alzati, considerata l'antica passione del sottoscritto per il Cinema di paura.
Dunque, spinto dalla sorpresa fornita dal buon, vecchio Pennywise, ho recuperato il recente prequel di un altro dei mostri capisaldi del genere, l'amatissimo Leatherface del cult Non aprite quella porta, confidando, per una volta, di non trovarmi di fronte all'ennesima porcata neppure all'altezza dei più giovani e meno esperti appassionati in materia.
Purtroppo, la speranza data dalla presenza dello stesso creatore Tobe Hooper - recentemente scomparso - tra i produttori e quella di nomi interessanti come Stephen Dorff, Lili Taylor e Finn Jones è stata ampiamente delusa: il lavoro di Bustillo e Maury, infatti, oltre a compiere il miracolo - non certo esaltante - di far apparire uno slasher di un'ora e mezza scarsa come un mattone di quattro e a compiacersi di sequenze che vorrebbero essere scioccanti ma che risultano solamente inutili e tristi - la scopata dei due fuggitivi con tanto di limonata della scatenata Clarice al cadavere sotto di lei - finisce non solo per svilire l'atmosfera malsana e tesissima dell'originale, ma anche per presentare buchi di narrazione enormi e ricordare, più che il suo ispiratore, alcuni tra i peggiori episodi di produzioni altalenanti quali American Horror Story.
Un modo decisamente poco confortante di tentare il rilancio di uno tra i mostri più affascinanti eppure bistrattati del genere, così come di inaugurare una settimana halloweeniana che speravo potesse dare fuoco alle polveri cavalcando l'onda decisamente alta fornita dal già citato It: l'atmosfera vorrebbe essere quella calda e polverosa di cose come La casa del diavolo - a loro volta legate alla tradizione del primo lavoro di Hooper -, ma la stessa finisce per servire a poco se l'intento diviene solo quello di cercare di sconvolgere sfruttando una gratuità ed una pochezza di spessore degne dei peggiori prodotti da tentativo - spesso fallito - di creazione di un blockbuster horror.
Vagamente interessanti solo l'idea di sviare l'attenzione sul futuro Leatherface grazie al personaggio di Bud ed il livello di follia caotico di Clarice e Ike, versione redneck e wannabe dei Natural Born Killers di Stone, così come il twist legato al personaggio interpretato da Finn Jones: ma è davvero, davvero troppo poco per quello che avrebbe dovuto rappresentare il rilancio di un titolo sacro per moltissimi appassionati - sottoscritto compreso -, e che al contrario induce a pensare che, forse, l'epoca di Leatherface sia decisamente tramontata, come quella degli slasher naif dalle atmosfere opprimenti che resero grande un genere a cavallo tra gli anni settanta e ottanta regalando alla cultura pop alcune icone che restano indimenticabili, dal buon Faccia di cuoio a Jason Voohries.
Un vero peccato, lo ammetto.
Ma piuttosto che restare mezzi addormentati ad assistere allo scempio compiuto su un mito, forse l'oblio è una soluzione preferibile.




MrFord




mercoledì 25 ottobre 2017

Il gioco di Gerald (Mike Flanagan, USA, 2017, 103')





Senza dubbio Stephen King, anche grazie all'immenso bacino fornito dalla sua opera, può essere considerato uno degli autori più "saccheggiati" della Storia del Cinema, battuto forse soltanto dal Bardo Bill in persona: da Shining a The Mist, passando per It, Le ali della libertà, Il miglio verde, sono molti gli esempi di questa fruttuosa - anche se non sempre qualitativamente all'altezza - "collaborazione".
Il gioco di Gerald, legato a tematiche simili ad un altro supercult cinematografico tratto da un lavoro del Re del brivido, Misery, è giunto sugli schermi di molti di noi grazie alle ottime recensioni raccolte ed al lavoro come di consueto straordinario di Netflix, che sempre più pare essersi consolidata nel ruolo di nuova frontiera del Cinema e delle serie televisive: a rendere il tutto potenzialmente più interessante la presenza dietro la macchina da presa di Mike Flanagan, molto amato da diversi appassionati di horror, autore di titoli decisamente sopravvalutati come Oculus ed altri più convincenti, come Hush o Ouija - L'origine del male.
Considerate le premesse e le già citate recensioni, quello che speravo di trovarmi di fronte era un titolo che sancisse il salto di qualità definitivo del regista nativo di Salem, ma purtroppo, come spesso accade quando le aspettative sono alte, si finisce per essere quantomeno parzialmente delusi.
Il gioco di Gerald, thriller di sopravvivenza che racconta il dramma interiore e non solo di una donna che vede il compagno morire d'infarto nel corso di un tentativo di gioco erotico lasciandola sola ammanettata al letto ed impossibilitata a liberarsi, si poggia principalmente sulle suggestioni, l'atmosfera ed il lavoro svolto dai due protagonisti, Carla Gugino e Bruce Greenwood, chiamati a lavorare su più fronti proprio per amplificare l'effetto delle immagini che prendono vita nella mente di Jessie, costretta a lottare con i propri demoni prima ancora che con la stessa prigionia per riuscire a sopravvivere - tema molto caro al buon King -.
Eppure, forse per la difficoltà oggettiva di portare in scena un lavoro da stanza chiusa, ho avuto l'impressione che l'operato di Flanagan fosse più che altro espressione di un "vorrei ma non posso" cinematografico, il tentativo di costruire un cult senza di fatto riuscirci nonostante alcune buonissime intuizioni - l'idea di far lavorare le due metà della coppia come fossero la coscienza di Jessie muovendosi nella stanza di fronte a lei come sul palco di un teatro rende molto bene -, una confezione molto curata ed una tensione che gioca bene le sue carte: il risultato, infatti, appare a tratti troppo sbrigativo - la parte iniziale che precede il gioco erotico, piuttosto piatta, i ricordi del trauma subito dalla protagonista per colpa del padre, il finale rivelatorio a proposito del "mostro" finiscono per far perdere fascino ad un titolo che avrebbe potuto fare il paio con il già citato Misery ma che colpisce poco e scivola via abbastanza in fretta, proprio quello che un horror - o un thriller - non dovrebbe fare.
Discreti i due protagonisti - eccessivo, a mio parere, l'entusiasmo creatosi attorno alla performance della Gugino -, buona la tenuta - anche se non saprei che effetto potrebbe fare a chi ha letto il romanzo -, un paio di momenti coinvolgenti ma nel complesso troppo poco per essere considerato non solo un potenziale cult, ma anche, banalmente, un bel film.
Flanagan ha fatto di peggio, ma considerate le sue potenzialità, occorre ammettere che ha portato sullo schermo anche di molto meglio.
Un pò come, probabilmente, è stato per King e Il gioco di Gerald.




MrFord




mercoledì 18 ottobre 2017

Dottor House - Stagione 6 (Fox, USA, 2010)





La mia storia rispetto alla serie dedicata allo Sherlock Holmes della medicina, il Dottor House, è davvero strana: ai tempi del suo massimo successo, da fan adoratore di Lost, detestavo cordialmente quello che era diventato uno dei rivali - in termini di audience - dei naufraghi più famosi del piccolo schermo, boicottandone la visione e lasciando che scorresse verso l'inevitabile conclusione senza alcun colpo ferire.
Quando, anni dopo, la necessità di trovare qualche titolo valido per coprire la fascia dei pasti di casa Ford senza scombinare troppo la crescita del Fordino portò me e Julez a ripescare proprio il sarcastico e cinico immunologo, le cose cambiarono.
Dalla sigla al personaggio, infatti, tutto quello che riguardava il burbero Greg House divenne cult proprio per l'allora più piccolo del Saloon almeno quanto Frank Gallagher - altro suo idolo da piccolo schermo -, e dunque il recupero dell'intera serie è divenuto, stagione dopo stagione, una richiesta specifica del Fordino, attratto più che dalle questioni mediche dal fatto che House non si preoccupi di provocare l'ira di chi gli sta attorno, e dal comportamento del medico più irriverente che la fiction abbia mai prodotto.
Alle spalle una stagione decisamente sottotono - la numero cinque, indiscutibilmente la peggiore che il brand abbia conosciuto - il Nostro riscatta la sua posizione tornando agli standard cui aveva abituato il pubblico, cambiando nuovamente la formazione del suo team, regalando una prima manciata di episodi in pieno stile Qualcuno volò sul nido del cuculo ed un'evoluzione sentimentale che coinvolge dapprima l'amicizia con Wilson e dunque il rapporto con la vecchia fiamma mai sentita sulla pelle Lisa Cuddy, pronta a regalare un season finale in pieno stile romantico ad alimentare domande e curiosità a proposito del settimo e penultimo anno di produzione della serie.
Dal canto nostro, i Ford ora riscopertisi - almeno per quanto mi riguarda - fan dello stronzissimo specialista e dei suoi "protetti" - nel corso degli anni il posto da favoriti è stato preso saldamente da Taub e Tredici - attendono di scoprire quale sarà stato il destino scelto per la sua maturazione dagli autori, e di veder crescere il Fordino, che già ora dichiara di voler diventare ad ogni costo "medico degli animali", accanto ad uno dei suoi primi miti televisivi, dai tempi in cui batteva le mani al ritmo della sigla ad oggi, quando è pronto a chiedere quali siano le ragioni per le quali il paziente di turno sta male così tanto da aver bisogno dell'intervento di un pezzo grosso come House.




MrFord




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