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lunedì 21 gennaio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana del Bulletin, specchio di un periodo che mi trova - purtroppo - piuttosto lontano dal Cinema e più vicino, per tempi tecnici e capacità di rimanere sveglio la sera, alle serie televisive: che si tratti di recuperi di titoli ormai legati al Saloon o di nuove avventure giunte grazie al tam tam della blogosfera o dei recenti Globes, i prodotti da piccolo schermo stanno acquistando uno spazio sempre più importante, rivelandosi fruibili e fornendo alternative sempre molto diverse tra loro.
Con l'avvicinarsi dell'uscita di Creed 2, poi, ho approfittato per ritrovare un vecchio mito di questo vecchio cowboy.


MrFord


RAY DONOVAN - STAGIONE 6 (Showtime, USA, 2018)

Ray Donovan Poster

Proseguono le gesta della famiglia Donovan e del granitico problem solver Ray, uno dei fordiani da piccolo schermo ormai più stimati da queste parti: dopo la morte della moglie ed il trasferimento a New York, le cose si mettono di male in peggio per Ray, suo padre e i suoi fratelli, ed una stagione cui fanno da sottofondo intrighi politici e poliziotti corrotti tanto da ricordare The Shield, vengono a galla i lati oscuri e soprattutto le fragilità di ogni membro della famiglia, mettendo alle corde i suoi membri così come lo spettatore, che tra lacrime e sangue, episodio dopo episodio, soffre, cade e si rialza accanto ai protagonisti. Splendido il season finale, ispirato da Gente di Dublino di Joyce.
Come sempre, grande prova attoriale di Eddie Marsan e Jon Voight.


L'INNOCENTE (Netflix, USA, 2018)

Innocente Poster

Sulla scia del recentemente apprezzato Making a murderer, e considerata la stima letteraria che Julez ripone in John Grisham, grazie all'ormai sempre più presente Netflix abbiamo affrontato la visione de L'innocente, docufiction tratta dall'unico libro ispirato a fatti reali pubblicato dallo stesso Grisham: tornando indietro nel tempo all'ottantadue e all'ottantaquattro ad Ada, in Oklahoma, l'autore si domanda quale sia stato il percorso dietro l'indagine, gli arresti e le vicende legate a due terribili omicidi di due ragazze che si sono viste strappare la vita e di presunti colpevoli che si sono visti togliere la Giustizia.
Un'altra piccola chicca che racconta il lato oscuro del sistema legale statunitense, e trasporta lo spettatore in una spirale di dolore, desolazione, disperazione inquietante proprio perchè vera e vissuta: un altro viaggio nel dolore che solo il più pericoloso tra gli animali può provocare.


THE KOMINSKY METHOD (Netflix, USA, 2018)

Il metodo Kominsky Poster

Premiato ai Globes e giunto grazie al passaparola al Saloon, The Kominsky Method è la prima bella sorpresa del duemiladiciannove: fresco - nonostante l'età dei protagonisti -, piacevole e sentito, l'ho vissuto come una sorta di Californication della terza età.
Strepitosi Douglas e Arkin, perfetti nei duetti da risata come da commozione, piacevole il formato - che mescola le normali atmosfere da serie a quelle da sit com -, interessante il modo in cui, a conti fatti, ci si può prendere in giro per cercare di prendere in giro il Tempo, che prima o poi passa da tutti per chiedere e chiudere i suoi conti, fisicamente oppure no che sia.
Forse il suo vero difetto sta nell'essere troppo corta, ma per quanto mi riguarda non vedo già l'ora di godermi di nuovo le schermaglie verbali da amici veri di questi due vecchi ragazzacci che proprio non vogliono mollare la vita.



ROCKY BALBOA (Sylvester Stallone, USA, 2006, 102')

Rocky Balboa Poster

In attesa di gustarmi in sala Creed II - l'attesa è già alle stelle -, ho deciso di rispolverare uno dei miei capitoli preferiti della mitica saga dedicata allo Stallone Italiano, l'ultimo che l'ha visto protagonista e sul ring: Stallone, regista e sceneggiatore, porta sullo schermo una sorta di "favola d'addio" del suo più fortunato charachter adattando quelle che qualche anno dopo sarebbero state le atmosfere di The Wrestler per raccontare di come, invecchiando, si comincia a vivere al di fuori del Tempo, ma non per questo si è disposti ad arrendersi ad esso.
Un omaggio sentito e commovente ad una galleria di protagonisti unica, dove vengono recuperati personaggi di secondo piano come Mary - la ragazzina del primo Rocky - e Spider Rico - lo sfidante di Balboa nel match che aprì quello stesso capitolo - e più di una volta si sospira pensando che la clessidra non risparmia neanche i grandi combattenti. 
Ma questo non significa che ci si debba arrendere. Anzi.


venerdì 30 marzo 2018

Ray Donovan - Stagione 5 (Showtime, USA, 2017)




Esistono alcuni casi in cui un film, un libro o una serie, più che dalle storie che raccontano, vengono resi quello che sono grazie ad un personaggio: ad esempio, se la saga di Rocky non fosse stata poggiata sulle spalle del mitico Balboa e di uno Stallone che aveva scritto il personaggio sulla propria pelle probabilmente nessuno la ricorderebbe se non come l'ennesimo racconto del comeback del loser, e difficilmente lavori come Aguirre furore di dio o Fitzcarraldo avrebbero assunto le dimensioni che hanno ora agli occhi di molti appassionati se non fosse stato Kinski ad interpretare i due protagonisti.
Ray Donovan può tranquillamente essere ascritto a questa categoria.
Fatta eccezione, infatti, per il padre e rivale di Ray, il mitico Mickey dell'altrettanto mitico Jon Voight - che continua a gareggiare con Frank Gallagher per il titolo di peggior genitore del piccolo schermo -, tutti i personaggi e le storie raccontate anno dopo anno in questa produzione paiono infrangersi sull'ostinata graniticità del problem solver cui presta gran presenza Liev Schrieber, e perfino in una stagione come questa, segnata dal "lungo addio" al personaggio di Abbie, moglie di Ray, ogni tentativo di far prendere il volo a qualcosa o qualcuno che non sia lui continua a scomparire nel momento in cui il roccioso main characther entra in campo anche in punta di piedi.
Una premessa come questa - specie se legata alla quinta stagione di una serie - potrebbe suonare come negativa, e invece mi ritrovo per l'ennesima volta ad applaudire una qualità che continua a mantenersi costante e alta nonostante inesorabilmente Raycentrica e con qualche sbavatura in fase di scrittura - ho trovato, ad esempio, piuttosto vergognosa la gestione della figlia di pochi mesi di Bunchy, comparsa solo quando le esigenze di copione prevedevano e dimenticata neanche fosse una borsa il resto del tempo -, lasciando gli spettatori con un finale apparentemente "definitivo" - ma tutti sappiamo che non sarà così, essendo appena iniziata la sesta negli States - e la promessa di un rinverdirsi della faida tra Ray e suo padre, unico a tenere testa, in termini di carisma e magnetismo, al protagonista, riportando indietro l'orologio agli esordi di questo titolo, quando tra i due infuriava la tempesta.
La scelta, ad ogni modo, di chiudere la quinta stagione come è stata chiusa rappresenta anche una discreta scommessa per gli autori, che a questo punto potrebbero decidere di rilanciare il prodotto salutando alcune storylines e personaggi secondari e concentrarsi su un nuovo corso per Ray Donovan, che potrebbe portare l'intero prodotto ad un livello ancora più alto o far capire a spettatori e sceneggiatori che, come tutte le ottime serie, andrebbe salutata quando ancora si trova in cima.
In casa Ford, comunque, rimaniamo sintonizzati ed in attesa di scoprire che ne sarà della banda dei Donovan, considerato che il personaggio di Ray ed i suoi "sogni ad occhi aperti" - riferimento alle apparizioni della moglie defunta - sono riusciti nell'impresa di colpire anche il Fordino nonostante questo titolo non possa contare su una sigla accattivante - fattore molto importante per il piccolo Ford - ed i suoi due preferiti continuino ad essere House e, neanche a dirlo, Frank Gallagher.
Alzo dunque i calici neppure appartenessi alla scombinata e combattente famiglia Donovan - e ne scorre di alcool, da quelle parti -, e spero che il futuro, per loro, pur tra sangue e battaglie reiterate, continui ad essere potente come il personaggio cardine della storia.



MrFord



 

venerdì 13 ottobre 2017

Ray Donovan - Stagione 4





Piccolo o grande schermo che sia, nel corso di questi anni che hanno contraddistinto la vita del Saloon, il termine "fordiano" è diventato un modo - non solo mio - di definire un certo tipo di produzioni che per tematiche, tempistiche, approccio e via discorrendo finiscono quasi senza passare dal via automaticamente tra le schiere dei favoriti del sottoscritto, o quantomeno hanno buone probabilità di farlo.
Ray Donovan è senza ombra di dubbio parte del novero dei titoli assolutamente ed indiscutibilmente fordiani: personaggi cazzuti e tormentati, legati tra loro dal sangue, dall'alcool, dal sesso, da una vita da outsiders ma anche da profondi conoscitori - ed estimatori - della vita stessa vissuta sempre e comunque.
Da Mickey Donovan - che contende il titolo di padre dell'anno a Frank Gallagher -, che trabocca essenza da figlio di puttana e fascino irresistibile - grande merito ad un John Voight pazzesco - al mesto ma combattivo Terry, passando per Bunchy - uno dei personaggi meglio caratterizzati che ricordi -, per giungere al granitico Ray, le fondamenta del clan dei Donovan sono al contempo solide e fragili, indiscutibilmente forti, clamorosamente in grado di passare dall'avere il peso del mondo sulle spalle a crollare sconfitti e così in basso da non sapere neppure immaginare una risalita.
Questa quarta stagione, giunta a breve distanza dal recupero della terza, parte proprio con il tentativo di Ray di rimettersi in piedi a seguito degli eventi - soprattutto interiori - che avevano riaperto vecchie ferite nel suo cuore al termine della season precedente, segnato già dal principio dal connubio fornito da un ritorno alla Fede e dalla lontananza dall'alcool: due cose che si sposano male, soprattutto se applicate ad uno spaccaculi professionista che trabocca caos da ogni poro nonostante la sua naturale inclinazione a proteggere e lottare per chi ama, che con la chiesa e con dio ha chiuso i conti già da tempo, e che per tenere botta alle botte della vita non può certo pensare di stare lontano dalla bottiglia.
Ma è solo la punta dell'iceberg di dodici episodi come di consueto intensi e con le palle, pronti a passare da momenti divertenti o grotteschi - il trip con il peyote di Mick, ad esempio - ad altri estremamente violenti - l'episodio conclusivo mi ha ricordato i regolamenti di conti che di norma chiudevano le annate dei Sons of anarchy -, fino alla quasi commozione di sequenze non solo degne dei migliori film drammatici con focus sulla Famiglia, ma anche di titoli che sul piccolo schermo hanno avuto - ed hanno - seguito e celebrazioni ben più grandi di quella che è ancora a tutti gli effetti una proposta di nicchia - tra quelle mainstream, ovviamente - ma che continua con forza a mantenere alti i suoi standard anno dopo anno.
A fronte, inoltre, di una chiusura di stagione che ha visto i Donovan finalmente e forse per la prima volta in questo modo lottare insieme per il bene comune della famiglia, la curiosità per quello che aspetta questi irlandesi di Boston trapiantati nella L.A. delle celebrità sale indiscutibilmente, consolidando la credibilità della proposta Showtime - sempre ben costruita sia in termini di casting che di sceneggiatura e regia - ed introducendo nuovi elementi che potrebbero determinare il futuro dei protagonisti in modo molto positivo o clamorosamente negativo.
E considerato che parliamo dei Donovan, l'impressione è che i guai torneranno, incuranti delle battaglie combattute per tenerli alla larga, a bussare forte alla loro porta.




MrFord




 

venerdì 30 giugno 2017

Ray Donovan - Stagione 3 (Showtime, USA, 2015)




La Famiglia, si sa, può essere il più grande dei piaceri e la peggiore delle bestie.
Di certo, è una di quelle cose che nella vita non lascia indifferenti.
Personalmente, non ho avuto o vissuto - e sono contento così - traumi particolari, tra le mura domestiche, e anzi, ho sempre avuto rapporti dal civile all'ottimo con tutti i miei parenti, i miei genitori - per quanto diversi dai loro figli - ci hanno sempre sostenuti per quanto hanno potuto e mio fratello - nonostante approcci alcolici e non che partono da differenti filosofie - è una delle persone che sento più vicine.
Eppure, ho sempre avuto un debole, per le famiglie disfunzionali.
Sarà che tirano fuori il pane e salame, o rendono benissimo l'idea di "tenere i cavalli" che è uno dei miei capisaldi, ma da Little Miss Sunshine ai Gallagher, passando per Altman e, per l'appunto, Ray Donovan, adoro i drammi da famiglia instabile.
Curioso, invece, il fatto che la vicenda dello spigoloso problem solver di origine irlandese sia rimasta ai box per così tanto tempo - e si parla di anni - per poi esplodere scatenando curiosità nel sottoscritto, in Julez e nel Fordino, che ormai comincia ad essere più grandicello ed avvezzo a tutti i personaggi che passano sul piccolo schermo del Saloon, a prescindere da quali siano i suoi preferiti - Dr. House e Frank Gallagher, come ormai è noto -.
Con questa terza stagione, forse quella con le evoluzioni e sviluppi più drammatici fino ad ora, Ray Donovan conferma il suo valore e la consistenza di una proposta che affronta temi scomodi e profondi senza dimenticarsi passaggi o momenti grotteschi ed al limite dello spassoso, tematiche vicine a qualsiasi tipo di pubblico - a prescindere dal tipo di famiglia che avete - ed una qualità complessiva decisamente alta a partire dal lavoro attoriale, che vede Liev Schrieber in costante evoluzione e Jon Voight come sempre mattatore di una proposta che non sarà clamorosa per popolarità ma che, senza dubbio, rappresenta una delle certezze assolute quando si parla di risultato complessivo.
Ray Donovan, infatti, ha carattere da vendere, palle d'acciaio, coraggio ed una carica emotiva notevoli, quasi fosse uno specchio del suo solo apparentemente inavvicinabile, infallibile e tutto d'un pezzo protagonista, portato dai suoi autori al punto di rottura nel corso di queste dodici puntate come mai prima era capitato, alimentando la curiosità del sottoscritto e dei Ford tutti per la stagione quattro e confermando tutto il bene che pensavo di volergli fin dai giri di giostra precedenti.
Dalla drammatica lotta con la mafia armena - e qui occorre stare attenti, The Shield è un monito - ai conflitti interni con Bridget, passando per scomuniche, Donovan che partono e Donovan che arriveranno, non si vive un secondo di pausa e si continua a fare il tifo per Ray, Terry, Bunchy e Darryll, e perfino, ma solo a volte, per quel vecchio figlio di puttana di Mickey, l'unico padre a combattere al già citato Frank Gallagher lo scettro di peggior genitore del piccolo schermo e non solo.
Noi, che siamo senza dubbio in parte irlandesi nel cuore, tifiamo per tutti loro.
E non possiamo fare altro.




MrFord




sabato 29 aprile 2017

Ray Donovan - Stagione 2 (Showtime, USA, 2014)





A volte, al termine della visione di un film o della stagione di una serie, ci si chiede per quale diavolo di motivo si sia aspettato così tanto per buttarcisi a capofitto: qui in casa Ford approcciammo Ray Donovan ormai qualche anno fa, più o meno in contemporanea con Orange is the new black, e tra tradimenti, sentimenti forti e famiglia disfunzionale, le vicende del problem solver più taciturno di L.A. interpretato da un roccioso Liev Schreiber avevano senza dubbio colpito il bersaglio.
Eppure, la seconda stagione di questo serial è rimasta a prendere polvere fino a quando, poco tempo fa, per mancanza di alternative non è stata riesumata: il risultato è stato senza dubbio una cavalcata ancora più intensa e tosta della precedente, tanto, per l'appunto, da farmi chiedere per quale cazzo di ragione non mi fossi precipitato ai tempi a recuperarla e mettermi in pari con le vicende dei Donovan, scombinati, spigolosi e difficili da gestire come poche altre famiglie del piccolo e grande schermo.
In questo secondo ciclo di episodi ci si concentra principalmente sulle conseguenze degli avvenimenti che hanno chiuso il primo e sui tentativi di ognuno dei fratelli di far funzionare - invano, ovviamente - la propria vita: Ray, sempre più violento e dritto per la sua strada, pur essendo il pilastro sul quale tutta la famiglia si poggia continua ad isolarsi, Bunchy perde una grandissima occasione - e non è neppure colpa sua - di uscire dal tunnel di dolore ed ansia iniziato con le violenze subite da bambino, Terry, come tutti i "buoni", finisce per prenderlo dove non batte il sole rispetto al sogno di emigrare in Irlanda e vivere una vita normale con la sua donna, almeno fino a quando la sua malattia lo permetterà, e via discorrendo tutti gli altri, figli, nipoti, amici e mogli, tutti condizionati dagli strascichi della vita non proprio dentro le regole di Ray e quella totalmente egoriferita di suo padre Mickey, uno che fa sembrare genitore dell'anno Frank Gallagher.
Ed accanto alle loro schermaglie i dolori della crescita dei due figli di Ray, in special modo quelli di Bridget, costretta prima ad andare contro il volere del genitore per amore e dunque vedersi strappare quello stesso amore nel peggiore dei modi, innescando l'ennesimo colpo di mano del Mr.Wolf del piccolo schermo, che come di consueto, pur vestendo e mantenendo sempre un tono molto elegante non risparmia certo i colpi, bassi e non, se vede messa a rischio l'incolumità soprattutto della sua famiglia - o almeno, di una parte di essa -.
Un esempio di grande capacità attoriale - Jon Voight è strepitoso - e di scrittura, che almeno per il momento pongono Ray Donovan in scia con i grandi cult di genere - I Soprano su tutti - ed aumentano l'hype del sottoscritto per una terza stagione che certo non attenderò più anni per iniziare: anche perchè, come tutti i tipi silenziosi, chiusi e forti, perfino Raymond avrà un punto di rottura.
E resta da capire quale sarà la portata dei danni che si porterà dietro nel momento in cui questo punto, come pare dall'ultima inquadratura del season finale, sarà raggiunto.
Nel frattempo, ripercorro le follie, le situazioni grottesche - la festa di compleanno del figlio quattordicenne terminata con la sequenza d'antologia sulle note di Walk this way nella versione Run DMC -, il ribollire del sangue che solo il sangue innesca, e dunque solo le persone che possiamo amare o odiare - o entrambe le cose - più di ogni altra: quelle cui siamo legate da qualcosa di così ancestrale e forte come la Famiglia.
E penso che, se c'è qualcuno che non è un marinaio, ma il capitano, è proprio Ray.
E che, nonostante detesterebbe saperlo, in questo è tale e quale a suo padre.




MrFord




 

martedì 11 novembre 2014

Ray Donovan - Stagione 1

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Ray Donovan risolve problemi. E' un tipo tosto, tutto d'un pezzo, pronto a sopraggiungere nel momento in cui la celebrità di turno si trova con la merda fino al collo. Ed è garantito che Ray Donovan, quella merda, la spalerà tutta, senza risparmiarsi o scomporsi troppo. Peccato che, nella gestione dei propri disagi, Ray non mostri la stessa abilità che porta sul lavoro: il rapporto con la moglie sempre appeso ad un filo, il dialogo con i figli scarso, il legame con i tre fratelli profondo e radicato, eppure instabile, e soprattutto il patimento legato al ritorno dal carcere del padre Mickey.
Quest'ultimo, finito dietro le sbarre quasi vent'anni prima proprio a causa di Ray, da Boston - città originaria della famiglia - raggiunge i figli a Los Angeles, compromettendo il già traballante equilibrio delle loro esistenze.
Riuscirà Ray a fare fronte alle difficoltà della sua vita privata con lo stesso piglio con il quale affronta quella "pubblica"? E quali segreti nasconde una delle famiglie più complicate del passato recente del piccolo schermo?










Per esperienza, ho sempre pensato che i ricordi e le vicende destinate a restarci impresse nel cuore siano quelle legate alla questione di essersi fatti il culo il più possibile.
Un pò come accade per le relazioni importanti, o la famiglia: parliamo dei focolari delle nostre più grandi passioni, ed al contempo del frutto delle più profonde sofferenze, di legami praticamente inscindibili costruiti con il sudore della fronte, la lotta, le battaglie e le fatiche tanto quanto le risate, l'affetto, la sensazione che il sangue sia qualcosa di più forte di ogni convinzione.
Ray Donovan - la serie ed il suo protagonista - conoscono bene il significato di queste affermazioni.
Era dai tempi del meraviglioso Six feet under, infatti, che non mi trovavo di fronte una proposta figlia del piccolo schermo così legata al concetto più profondo di Famiglia, all'importanza dello stesso ed alle difficoltà che si affrontano affinchè possa continuare ad essere il posto in cui tornare, il nostro rifugio dalle tempeste e lo stimolo ad essere sempre presenti, rocciosi, granitici per difenderlo.
Non che questo debba giustificare una promozione ad occhi chiusi, però: Ray Donovan si è sudato il suo spazio episodio dopo episodio, mostrando le crepe nella sua corazza - e Liev Schreiber è perfetto per questo ruolo - e dando libero sfogo agli squilibri di Bunchy, Terry e Mick, interpretati e scritti con l'anima dagli autori di quello che, di fatto, è uno dei titoli che, pur restando ostico dall'inizio alla fine, ho finito per amare di più nel passato recente.
Non tanto per la messa in scena ed una Los Angeles che pare un incrocio tra Bukowski e I Soprano - parlando di famiglia, più che di Costa Ovest contro Costa Est -, la cura dei particolari, i comprimari - perfetti i soci di Ray, così come la sua famiglia ed il quarto Donovan -, l'intreccio o i dialoghi, quanto per quella scintilla che pare quasi faticare a scoccare, e che non sai fino all'ultimo episodio essere già mutata in un incendio: questa prima stagione di un serial che ha consacrato una volta ancora uno strepitoso Jon Voight è dannatamente simile ad un incontro di boxe, ferita e sudata, sempre in bilico, pronta ad appoggiarsi alle corde così come a tornare ansimando all'attacco, caricando a testa bassa.
Non ci sono personaggi positivi, eroi da pellicola d'altri tempi, quanto uomini e donne alla ricerca di un equilibrio che, sotto i ripetuti cazzotti sferrati dalla vita, cercano di fare del loro meglio per stare in piedi, o quantomeno alzarsi anticipando il conto di dieci: Ray, ex promessa della boxe, problem solver d'altri tempi, grezzo e spigoloso quanto presente e protettivo, è il ritratto perfetto dello scontro impari che tutti noi combattiamo ogni giorno, con i secondi che la vita ci ha assegnato e quelli che abbiamo scelto riuniti allo stesso angolo, che se abbiamo giocato bene le carte della mano del Destino finisce per essere il nostro, ben oltre il suono della campana.
Perfino il personaggio di Mick, decisamente più vicino ad un vecchio e criminale Hank Moody che non allo squallido Frank Gallagher, finirebbe per stare bene, in quel posto.
Perfino Bunchy, con le sue ferite e la sua anima di bambino rimasto intrappolato in un trauma che i suoi fratelli hanno spazzato via a suon di botte.
Perfino Terry, cui bastano due mani tremanti per mettere con il culo per terra chi ha provato a fare del male a chi ama.
E Ray. Che pare in grado di risolvere qualsiasi problema, tranne i suoi.
Forse perchè sono proprio quelli che lo mantengono vivo, vigile, reattivo.
Come lo squalo impossibilitato a fermare la sua corsa.
Eppure finisce per essere evidente il bisogno del predatore di prendersi il suo tempo, e sedersi all'angolo.
Su una sdraio, in spiaggia.
Prima del round successivo.




MrFord




"Hey brother, do you still believe in one another?
Hey sister, do you still believe in love, I wonder?
Oh, if the sky comes falling down for you,
there’s nothing in this world I wouldn’t do."
Avicii - "Hey brother" - 




sabato 24 maggio 2014

The rainmaker - L'uomo della pioggia

Regia: Francis Ford Coppola
Origine: USA
Anno: 1997
Durata: 135'




La trama (con parole mie): Rudy Baylor, un giovane ed idealista avvocato di Memphis, accetta di patrocinare una famiglia a basso reddito rimasta vittima di una complessa truffa assicurativa per mano di una compagnia che è un vero e proprio colosso del settore.
Spalleggiato dal veterano e non ancora avvocato Deck Shifflet, Rudy dovrà ingaggiare una vera e propria battaglia all'ultimo cavillo che lo vedrà opposto ad uno degli studi più importanti della città, schierato al gran completo alle spalle dello squalo del foro Leo Drummond: l'occasione finirà per essere un banco di prova per il ragazzo per una crescita non soltanto professionale, ma umana.
Accanto alla fragile Kelly, maltrattata dal marito e conosciuta proprio grazie all'esercizio del mestiere, Rudy muoverà i suoi primi passi ben oltre i confini delle aule di tribunali: un percorso che potrebbe rivelarsi ben più importante rispetto a quello da avvocato.








Francis Ford Coppola è senza ombra di dubbio uno dei nomi di riferimento del panorama cinematografico statunitense, non fosse altro per Apocalypse now, uno dei grandi Capolavori irrinunciabili della Storia del Cinema.
Accanto a quest'ultimo, ovviamente, figurano almeno i primi due capitoli della saga de Il padrino e La conversazione, pronti a rendere il cineasta di origini italiane uno dei volti più importanti della New Hollywood che nel corso degli anni settanta ribaltò il mondo del Classico e dei grandi studios che avevano dominato la scena nel ventennio precedente.
Eppure quando penso al buon Francis, uno dei primi titoli che mi tornano in mente è senza dubbio The rainmaker, legal drama onesto e pulito tratto da un romanzo dell'esperto del settore John Grisham, titolo al quale ho voluto un gran bene fin dalla prima visione.
Tenendo, infatti, un profilo squisitamente basso, Coppola è riuscito, grazie anche ad una confezione assolutamente pregevole, a trovare il punto d'incontro perfetto tra il blockbuster hollywoodiano "impegnato" e l'opera d'autore, potendo contare su un gruppo di attori tutti straordinariamente in parte - dall'aggressivo principe del foro Jon Voight alla futura star del piccolo schermo grazie a Homeland ed ex Giulietta Claire Danes passando attraverso la piccola comparsata di Mickey Rourke, al quale potrebbe essere stato cucito addosso il personaggio di Bruiser come uno dei completi su misura che lo stesso indossa - ed una sceneggiatura che conduce dritti al punto toccando le corde giuste, come un'arringa finale in grado di mettere una giuria al servizio della Legge, sia essa scritta o morale.
Difficile, in questo senso, non immedesimarsi almeno in parte con l'idealista Rudy Baylor - cui presta volto ed ingenua passione un Matt Damon che pare la versione placida di Will Hunting - seguendolo passo dopo passo nella battaglia condotta contro un colosso del ramo delle assicurazioni affrontato con coraggio da una famiglia dalle possibilità economiche decisamente limitate determinata, però, nell'inseguire la Giustizia.
In particolare, le figure dei genitori di Donny Ray - combattiva e fiera lei, scombinato e commovente lui - divengono il cardine di una struttura che Coppola gestisce come solo un Maestro del suo calibro riesce a fare, un meccanismo ad orologeria che dispone i pezzi sulla scacchiera prendendosi tempo e spazio prima di liberare la strategia vincente, tradotta in un finale capace di toccare nel profondo senza scadere nel melenso e non chiudere la vicenda come se fosse la classica e prevedibile storia americana di affermazione dei giusti.
Principalmente, infatti, la lezione importante de L'uomo della pioggia resta l'elogio di una determinazione che dimora nella fierezza e nel coraggio tutti "proletari" di chi lotta per non farsi mettere i piedi in testa o intimorire da chi pensa di poter disporre della vita - soprattutto altrui - a proprio piacimento: in questo senso Rudy diviene l'alfiere di una battaglia ingaggiata da outsiders sulla carta destinati ad essere vittime eppure fermamente disposti a dare tutto il possibile - e anche di più - affinchè quella stessa realtà dei fatti possa essere smentita - dai coniugi Black a Kelly, fino allo stesso protagonista -.
E per quelli di noi abituati a rimboccarsi le maniche e farsi il culo - Ford al completo compresi - battaglie come questa - a prescindere dai risultati - sono ossigeno che permette alla lotta di continuare a rinnovarsi insieme alle energie che permettano agli abitueè dei cavalli tenuti ben saldi fuori dal Saloon, ai Goonies della quotidianità, di alzare la testa ed essere fieri di guardare avanti, senza preoccuparsi troppo di quanto gli squali possano approfittarsi del sistema e dei soldi che chiamano soldi.
In fondo, un giorno o l'altro un "rainmaker" giungerà a cambiare le carte in tavola, battendosi con il proprio nemico con la stessa fierezza dei poveracci che rappresenta ed ispira.
E chissà che, un giorno o l'altro, l'uomo della pioggia non possa essere proprio qualcuno di noi.



MrFord



"You tell me we can start the rain.
You tell me that we all can change.
You tell me we can find something to wash the tears away.
You tell me we can start the rain.
You tell me that we all can change.
You tell me we can find something to wash the tears."
Iron Maiden - "Rainmaker" - 




venerdì 27 luglio 2012

Mission impossible

Regia: Brian De Palma
Origine: Usa
Anno: 1996
Durata:
110'




La trama (con parole mie): Ethan Hunt, membro del nucleo "missioni impossibili", è a Praga con la sua squadra per intercettare l'uomo che dovrebbe trafugare la lista di tutti gli agenti sotto copertura in Europa per conto del misterioso trafficante Max.
Nel corso dell'operazione, i componenti del team vengono eliminati, e Hunt, unico superstite, finisce sulla lista nera dal Governo Usa come sospetta talpa: rimasto solo ed in fuga, dovrà rimettersi in piedi ed organizzare una complessa operazione che vedrà coinvolti Max, i vertici della sua ex agenzia, i vecchi colleghi ed una squadra d'azione costituita interamente da elementi allontanati dagli incarichi, le cosiddette "mele marce", almeno per gli organismi ufficiali.
Il suo scopo è individuare il vero traditore e vendicare, in qualche modo, i compagni d'armi perduti sul campo.




L'impressione che ho avuto trovandomi quasi per caso a rispolverare il primo capitolo della fortunata serie di Mission impossible è stata quella di essere proiettato nel pieno di una di quelle feste vintage in cui non si capisce bene se ci si stia divertendo oppure sprofondando in un amarcord triste nel vero senso della parola - un pò come quando, per caso, finisco per imbattermi in una puntata di Friends data in tv -: il taglio profondamente anni novanta che avvolge la pellicola di De Palma, infatti, pare essere rimasto come congelato quindici anni fa - e oltre - dall'approccio allo stile, tanto da rendere decisamente pesante anche la mano del regista - che resta, di fatto e nonostante questa impressione, uno dei virtuosi dei movimenti della mdp più eleganti del panorama statunitense - e decisamente meno scorrevole di allora questo divertissement d'azione che pare decisamente invecchiato maluccio - al contrario del suo protagonista, un Tom Cruise che, fresco cinquantenne, è ancora in forma come ai tempi della sua prima scorribanda nei panni di Ethan Hunt -.
Nonostante tutto ammetto di essermi comunque divertito, nel giro su questa insolita macchina del tempo in grado di stupire in un paio di sequenze - l'apertura con l'eliminazione dei membri della squadra di Hunt dal sapore hitchcockiano così come la parte dedicata alla camera di sicurezza di Langley, costruita ottimamente sia dal punto di vista tecnico che di coinvolgimento -, riuscendo addirittura a dribblare l'inespressività del già allora bollitissimo Jean Reno - che pare rimasto ai bei tempi di Leon, a proposito di cristallizzazioni - e godendomi la versione reloaded del Marcellus Wallace di Pulp fiction di Ving Rhames quasi come fosse un vecchio amico ritrovato.
Certo, l'ultimo capitolo del franchise firmato Brad Bird fresco di visione finisce per eclissare anche il lavoro di un veterano come il buon De Palma, eppure rispetto alla tamarrata di John Woo ed al fiacco numero tre targato J.J. Abrams questo primo capitolo funziona ed avvince, confermandosi come uno dei migliori prodotti action d'intrattenimento dei novanta dimentichi delle atmosfere fracassone degli eighties e spesso e volentieri tormentati e cupi quanto e più dei precedenti seventies.
Hunt, in effetti, non ha nulla - se non una robusta dose di ego decisamente sopra le righe, eredità del suo interprete - degli eroi del decennio a lui precedente, uomini tutti d'un pezzo e dalla battuta pronta usciti dal trash con la prepotenza di chi si sente sempre a proprio agio, e trova i suoi avversari più ostici nel senso di colpa e nella ricerca di un brivido che, probabilmente, non riuscirà mai a raggiungere divenendo, di fatto, una sorta di "cercatore" di un'onda perfetta che, quando verrà il momento, non sarà pronta a nient'altro che a spazzarlo via: una filosofia spericolata ed in una certa misura autodistruttiva che rende l'agente Ethan nella versione Cruise lo specchio convincente di un decennio in cui anche l'action pagò il suo tributo ad una realtà che aveva smesso con i luccichii delle illusioni reaganiane.
Niente male davvero per un prodotto dalle poche pretese in cui lo stesso regista pare non mettere troppa anima, che nel suo essere prigioniero di un momento ben definito, finisce per esserne, in qualche modo, un'immagine decisamente profonda in cui tuffarsi alla ricerca delle proprie origini o di una visione che appare più solida di un ricordo.


MrFord


"I've been waiting my life
and I stayed on my grind
now I made up my mind
it's been way too much time
that's why
(it's just impossible)
it's impossible
and you know that
(it's impossible)"
Kanye West - "Impossible" -


giovedì 26 gennaio 2012

A trenta secondi dalla fine

Regia: Andrey Konchalovskiy
Origine: Usa
Anno: 1985
Durata: 111'



La trama (con parole mie): Manny, detenuto in una prigione di massima sicurezza nel cuore dell'Alaska, esce dall'isolamento in cui era stato confinato dal direttore del penitenziario Ranken deciso a sfidare di nuovo l'autorità e tentare la fuga con il vecchio amico Jonah.
Quando quest'ultimo si ritira dall'impresa, il suo posto viene preso dal giovane Buck, pronto a tutto pur di condividere l'avventura con una leggenda come Manny: giunti all'esterno del perimetro del carcere, però, i due fuggitivi si troveranno imprigionati a bordo di un treno rimasto senza conducente lanciato senza controllo, senza sapere come fermare il convoglio e turbati dal dubbio che le Ferrovie possano decidere, per evitare danni a centri abitati e persone, di guidarlo lungo una linea morta.
Il tutto senza contare Ranken, lanciato in una febbrile ricerca dei due evasi.



Esistono alcuni film in grado - a prescindere dai presupposti, dall'età e dall'attualità del prodotto così come dalla generazione dello spettatore - di inchiodare alla poltrona neanche si fosse appesi ad un filo, ansiosi di scoprire a cosa porterà la conclusione della storia come se la stessa ci coinvolgesse in prima persona: A trenta secondi dalla fine è sicuramente parte della categoria.
Ispirato da un'idea di Akira Kurosawa - certo non uno qualsiasi - e sceneggiato, tra gli altri, da Edward Bunker - che compare nel ruolo del vecchio Jonah e porta in dote per un ruolo ancora assolutamente marginale un giovane Danny Trejo, suo amico dai tempi della prigione -, questo solidissimo action carcerario resiste agli attacchi del tempo e, neanche fosse una vera e propria tragedia shakespeariana - dalla splendida citazione conclusiva al rapporto tra Buck e Manny - spinge dal principio fino in fondo sull'acceleratore, appoggiandosi ad un'interpretazione di rara potenza di Jon Voight, in grado di dare cuore ed una fisicità prorompente al suddetto Manny, uomo in lotta contro l'autorità ed il mondo e per nulla disposto a compromessi, di qualunque genere essi siano.
Ispirazione di pellicole decisamente meno riuscite - ricordate Unstoppable, bottigliato selvaggiamente da me e Cybsix qualche tempo fa? -, questo lavoro di Konchalovskiy - regista fin troppo sottovalutato - si presenta da subito come un action nel classico stile seventies, decennio che vide anche un genere tendenzialmente tamarro e privo di pretese assumere connotazioni sociali e di spessore come sempre più raramente si potrà vedere nei decenni successivi: in questo senso, il tocco di Bunker nello script si sente a fondo, legato profondamente alle due figure dei fuggitivi - in Manny troviamo tutta la rabbia del detenuto in guerra contro la società che lo ha spinto ai suoi margini classificandolo come una belva, mentre in Buck le speranze di un giovane criminale che ha ancora il futuro dalla sua parte - e al loro specchiarsi nel personaggio di Sara, la donna che condividerà il loro destino nel convoglio che pare destinato a portarli inesorabilmente alla morte.
Interessante, in questo senso, l'elemento scatenato dalla donna - così come dal direttore del carcere - e legato alla natura di bestie affibbiata agli evasi che, oltre ad una lotta strenua per la sopravvivenza, paiono combattere anche - soprattutto? - per gridare al mondo il loro essere uomini, a prescindere dalla storia e dalla violenza che li hanno portati dove si trovano.
La figura di Ranken, ottimo antagonista - ho trovato numerose affinità con lo sceriffo persecutore di Rambo nel primo film dedicato al reduce del Vietnam interpretato da Sly - funge da catalizzatore per questa battaglia, accendendo il fuoco che la già citata Sara tenta faticosamente di domare anche nei momenti in cui la scintilla si accende tra i due fuggiaschi, ed il confronto finale tra il direttore ed uno straripante Manny - da brividi la sequenza della sfida al suo inseguitore conclusa con il raggiungimento della locomotiva - ha tutto il sapore della grande epica, pur se arrangiata per un contesto che di glorioso ed altisonante ha davvero poco, e trova al contrario il suo senso nella miseria umana e nel prezzo da pagare per una sopravvivenza che va guadagnata ogni giorno, dentro e fuori dalle mura di un carcere.


MrFord


"San Quentin, what good do you think you do?
Do you think that I'll be different when you're through?
You bend my heart and mind and you warp my soul,
your stone walls turn my blood a little cold."
Johnny Cash - "San Quentin" -



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