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martedì 10 dicembre 2019

White Russian's Bulletin



Tra gare di crossfit, impegni di famiglia, lavoro e stanchezza cronica che finisce, weekend escluso, per abbattermi sul divano ogni santa sera, il Bulletin torna dopo due settimane di silenzio portando in dono recuperi e nuove proposte da piccolo schermo, novità da grande, Maestri e registi alla prima esperienza dietro la macchina da presa, cult dei tempi che furono riproposti per i sabati sera Cinema con i Fordini. Insomma, un pò di carne al fuoco.


MrFord



IL METODO KOMINSKY - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

Il metodo Kominsky Poster


La commedia "da terza età" è da decenni una solida sicurezza su piccolo e grande schermo, quando è ben scritta e condotta: Il metodo Kominsky, che pare la versione da casa di riposo di Californication, cavalca quest'onda alla grande anche con questa seconda stagione, prendendo con un sorriso sornione per il culo quel Tempo e quel decadimento fisico che prima o poi colpiranno anche i più forti e i più fortunati tra noi. 
L'alchimia tra Douglas e Arkin, ottimi protagonisti, è perfetta, i dialoghi brillanti, l'equilibrio tra commedia e dramma ben dosato: senza dubbio non saremo di fronte al titolo destinato a rivoluzionare il mondo del piccolo schermo, ma Il metodo Kominsky rappresenta una di quelle piccole certezze che, arrivati a fine giornata, possono garantirvi di addormentarvi sul divano soddisfatti di non aver perso tempo di fronte a qualcosa che non è valso la pena.




SCRUBS - STAGIONE 3 (ABC, USA, 2003)

Scrubs: Medici ai primi ferri Poster


Dopo anni di "silenzio", è tornato a fare capolino sugli schermi del Saloon uno dei Classici da piccolo schermo dei primi Anni Zero, Scrubs, perfetto per alleggerire ogni giornata pesante e, nonostante i quasi vent'anni di età, ancora spassoso nonchè nuovo mito dei Fordini, che adorano le avventure "del dottore giovane che fa arrabbiare il dottore pazzo", chiara allusione a Perry Cox, uno dei miei personaggi preferiti di sempre quando si tratta di piccolo schermo.
Una proposta sempre fresca e perfetta per le cene in famiglia, ormai diventate una specie di circo all'interno del quale i Fordini impazzano impedendo una visione impegnativa o anche solo vagamente tale: meglio, allora, fare un giro sulla macchina del tempo e tornare ai tempi in cui il buon J.D. veniva vessato continuamente da Cox, perfetto nel trovare sempre il nomignolo giusto per il suo protetto, nonchè per la sua vittima preferita.




THE IRISHMAN (Martin Scorsese, USA, 2019, 209')

The Irishman Poster


Scorsese, inutile dirlo, è un Maestro. Nel corso della sua carriera dagli anni settanta ad oggi ha regalato al pubblico titoli che hanno fatto scuola, e che sono diventate le basi del Cinema americano: Mean Streets, Taxi Driver, Toro scatenato, Fuori orario, Quei bravi ragazzi, L'età dell'innocenza, Casinò, The Aviator, fino al più recente The wolf of Wall Street sono esempi fulgidi della grandissima capacità di raccontare di un grandissimo autore che raramente ha deluso il suo pubblico - nel mio caso, porto ancora nel cuore la ferita dell'inutile Hugo Cabret - e solo di recente ha finito per lasciarsi andare a dichiarazioni buone più per la pubblicità ed il marketing che non per la settima arte vera e propria.
Assodato tutto questo, ho approcciato The irishman con il rispetto e la pazienza del caso - duecentonove minuti di film non sono proprio pochi -, considerati il livello indiscutibile dei talenti scesi in campo da una parte e dall'altra della macchina da presa: e per due terzi della sua impegnativa durata, ho pensato che il vecchio Marty si fosse fatto seppellire dalla nostalgia realizzando la versione amarcord del già citato Quei bravi ragazzi sfruttando le nuove tecnologie per ringiovanire i protagonisti - scelta pessima, per quanto mi riguarda: quando sei vecchio ti muovi come un vecchio, per quanto bravo tu possa essere in qualità di attore - e perdendosi in dialoghi e rimembranze di un'epoca che fu, forse addirittura anche per lui come narratore.
Poi, di colpo, nell'ultima ora il senso di tutto questo lavoro prende forma, e The Irishman diventa una riflessione profonda e commovente sul Tempo che ci porta via tutto, dalla salute a chi amiamo, dagli amici ai nemici, dai ricordi al mondo in cui abbiamo vissuto, progressivamente lasciato alle spalle dalle nuove generazioni. E anche il più glaciale degli assassini si ritrova a fare i conti con qualcosa che ha meno remore di lui.




FROZEN 2 - IL SEGRETO DI ARENDELLE (Chris Buck&Jennifer Lee, USA, 2019, 103')

Frozen 2 Poster


Attesissimo dalla Fordina, accanita fan di Elsa e Anna, Frozen 2 era la visione "obbligata" da sala del Natale incombente, ennesima produzione monstre di Mamma Disney, colosso sempre più grande e sempre più potente, dentro e fuori dalle sale: morto di stanchezza al termine di una settimana impegnativa su più fronti e affrontato dopo una cena al ristorante greco, Frozen 2 mi ha messo duramente alla prova nonostante la durata, dandomi l'impressione di essere più un'accuratissima operazione di marketing globale che non una storia che gli autori avevano davvero l'esigenza di raccontare.
Certo, la realizzazione è perfetta, almeno due o tre dei pezzi della colonna sonora sono notevoli, le tematiche profonde ed interessanti - come giustamente Julez faceva notare al termine della visione, per molti versi ricorda la saga, comunque superiore, di Dragon Trainer -, le trovate visive funzionali, ma l'impressione è che manchi in una certa misura l'anima di un lavoro che è più figlio del mercato che non della narrativa, sia essa scritta o portata sullo schermo.
In un certo senso, Frozen 2 è come il Natale quando si scopre che quel vecchio signore che scende dal camino in realtà non esiste. Non si perdono la gioia e la curiosità per i regali che arriveranno, ma senza dubbio una buona parte della magia.




GROSSO GUAIO A CHINATOWN (John Carpenter, USA, 1986, 99')

Grosso guaio a Chinatown Poster


A fare visita ai Fordini per il loro più recente "sabato sera Cinema" è giunto nientemeno che Grosso guaio a Chinatown, cult totale che ha cresciuto con grande soddisfazione questo vecchio cowboy, portando gioia e grande godimento ad ogni nuova visione: divertissement tamarro firmato da John Carpenter ed interpretato da un bulgarissimo Kurt Russell, è un giocattolone costruito su scene cult che si susseguono una dopo l'altra, e che, come per i più recenti film con protagonista The Rock, ha colpito molto più la Fordina che non il Fordino, innescando una reazione contraria a quella di Frozen 2, visto la sera precedente. Curioso come, a volte, questi scambi portino i due piccoli del Saloon in direzioni opposte, alimentando il bello delle loro differenze. 
Per il resto, il bambino più grande della casa si è goduto l'ennesima visione delle peripezie di Jack Burton, con i combattimenti cinesi, le botte, le battute, le esplosioni verdi, i mostri e chi più ne ha, più ne metta: per quanto possa dirne Cannibal, di tamarrate di questo tipo, purtroppo, non ne esistono più, ed è una vera fortuna non solo averle vissute, ma permettere di viverle anche alle nuove generazioni.




L'IMMORTALE (Marco D'Amore, Italia/Germania, 2019, 116')

L'immortale Poster


L'ultima immagine che gli spettatori di Gomorra avevano di Ciro Di Marzio detto l'Immortale, il personaggio cardine dell'intera serie - ancora più della sua nemesi nonchè fraterno amico Genny Savastano - era quella del cadavere del solitario criminale che sprofondava nelle acque del Golfo di Napoli, preludio ad una lotta che Gennaro avrebbe dovuto compiere da solo da quel momento in avanti. Marco D'Amore, che a Ciro ha prestato carattere e volto fin dal principio, prese a quel punto in mano il charachter che gli aveva dato la notorietà approfittando di un film da lui stesso diretto per realizzare una sorta di spin off di Gomorra che raccontasse l'infanzia dell'Immortale, cui più volte si era fatto riferimento nel corso delle stagioni del serial.
Il risultato è senza dubbio qualitativamente buono per essere di produzione nostrana - e per essere un titolo "di nicchia" e di genere -, ha dalla sua una certa energia, l'ottima trovata di tenere nascosto il dettaglio più importante per la pellicola stessa e la serie intera dalla campagna di lancio e di marketing, un finale che manderà in visibilio i fan di Gomorra ed un Ciro finalmente raccontato fin dai tempi della sua infanzia: d'altro canto, però, occorre ammettere che per chi non venisse direttamente dalla produzione Sky legata alla saga dei Savastano L'immortale risulterebbe godibile e fruibile solo in parte, e che lo stesso, in fondo, altro non è se non una "puntatona" della stessa riadattata al grande schermo per introdurre quelli che, senza dubbio, saranno i cardini della storia della quinta stagione. 
Per chi, come il sottoscritto, era legato alla figura di "Ciruzzo", è stato un ottimo antipasto per la stessa. Che, a questo punto, non vedo l'ora di affrontare.


lunedì 21 gennaio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana del Bulletin, specchio di un periodo che mi trova - purtroppo - piuttosto lontano dal Cinema e più vicino, per tempi tecnici e capacità di rimanere sveglio la sera, alle serie televisive: che si tratti di recuperi di titoli ormai legati al Saloon o di nuove avventure giunte grazie al tam tam della blogosfera o dei recenti Globes, i prodotti da piccolo schermo stanno acquistando uno spazio sempre più importante, rivelandosi fruibili e fornendo alternative sempre molto diverse tra loro.
Con l'avvicinarsi dell'uscita di Creed 2, poi, ho approfittato per ritrovare un vecchio mito di questo vecchio cowboy.


MrFord


RAY DONOVAN - STAGIONE 6 (Showtime, USA, 2018)

Ray Donovan Poster

Proseguono le gesta della famiglia Donovan e del granitico problem solver Ray, uno dei fordiani da piccolo schermo ormai più stimati da queste parti: dopo la morte della moglie ed il trasferimento a New York, le cose si mettono di male in peggio per Ray, suo padre e i suoi fratelli, ed una stagione cui fanno da sottofondo intrighi politici e poliziotti corrotti tanto da ricordare The Shield, vengono a galla i lati oscuri e soprattutto le fragilità di ogni membro della famiglia, mettendo alle corde i suoi membri così come lo spettatore, che tra lacrime e sangue, episodio dopo episodio, soffre, cade e si rialza accanto ai protagonisti. Splendido il season finale, ispirato da Gente di Dublino di Joyce.
Come sempre, grande prova attoriale di Eddie Marsan e Jon Voight.


L'INNOCENTE (Netflix, USA, 2018)

Innocente Poster

Sulla scia del recentemente apprezzato Making a murderer, e considerata la stima letteraria che Julez ripone in John Grisham, grazie all'ormai sempre più presente Netflix abbiamo affrontato la visione de L'innocente, docufiction tratta dall'unico libro ispirato a fatti reali pubblicato dallo stesso Grisham: tornando indietro nel tempo all'ottantadue e all'ottantaquattro ad Ada, in Oklahoma, l'autore si domanda quale sia stato il percorso dietro l'indagine, gli arresti e le vicende legate a due terribili omicidi di due ragazze che si sono viste strappare la vita e di presunti colpevoli che si sono visti togliere la Giustizia.
Un'altra piccola chicca che racconta il lato oscuro del sistema legale statunitense, e trasporta lo spettatore in una spirale di dolore, desolazione, disperazione inquietante proprio perchè vera e vissuta: un altro viaggio nel dolore che solo il più pericoloso tra gli animali può provocare.


THE KOMINSKY METHOD (Netflix, USA, 2018)

Il metodo Kominsky Poster

Premiato ai Globes e giunto grazie al passaparola al Saloon, The Kominsky Method è la prima bella sorpresa del duemiladiciannove: fresco - nonostante l'età dei protagonisti -, piacevole e sentito, l'ho vissuto come una sorta di Californication della terza età.
Strepitosi Douglas e Arkin, perfetti nei duetti da risata come da commozione, piacevole il formato - che mescola le normali atmosfere da serie a quelle da sit com -, interessante il modo in cui, a conti fatti, ci si può prendere in giro per cercare di prendere in giro il Tempo, che prima o poi passa da tutti per chiedere e chiudere i suoi conti, fisicamente oppure no che sia.
Forse il suo vero difetto sta nell'essere troppo corta, ma per quanto mi riguarda non vedo già l'ora di godermi di nuovo le schermaglie verbali da amici veri di questi due vecchi ragazzacci che proprio non vogliono mollare la vita.



ROCKY BALBOA (Sylvester Stallone, USA, 2006, 102')

Rocky Balboa Poster

In attesa di gustarmi in sala Creed II - l'attesa è già alle stelle -, ho deciso di rispolverare uno dei miei capitoli preferiti della mitica saga dedicata allo Stallone Italiano, l'ultimo che l'ha visto protagonista e sul ring: Stallone, regista e sceneggiatore, porta sullo schermo una sorta di "favola d'addio" del suo più fortunato charachter adattando quelle che qualche anno dopo sarebbero state le atmosfere di The Wrestler per raccontare di come, invecchiando, si comincia a vivere al di fuori del Tempo, ma non per questo si è disposti ad arrendersi ad esso.
Un omaggio sentito e commovente ad una galleria di protagonisti unica, dove vengono recuperati personaggi di secondo piano come Mary - la ragazzina del primo Rocky - e Spider Rico - lo sfidante di Balboa nel match che aprì quello stesso capitolo - e più di una volta si sospira pensando che la clessidra non risparmia neanche i grandi combattenti. 
Ma questo non significa che ci si debba arrendere. Anzi.


martedì 23 maggio 2017

Insospettabili sospetti (Zach Braff, USA, 2017, 96')




Nel corso delle ultime stagioni cinematografiche la mancanza di nuove idee così come di produzioni, personaggi e situazioni pronti a diventare instant cult ha provocato un fenomeno decisamente curioso, quello della riscossa dei "vecchietti", leggende dello schermo dal punto di vista attoriale o di charachters riproposte in modo da solleticare la fantasia dei nuovi fan e l'amarcord dei vecchi: dalla saga degli Expendables ai ritorni di Rocky e Terminator, passando per operazioni come Il grande match o Stand up guys, chiaramente basate sull'effetto nostalgia.
Inutile dire che, per la maggior parte di questi titoli, il mio livello di esaltazione sia stato piuttosto alto, essendo cresciuto fortunatamente in un decennio - i mitici eighties - che praticamente ha macinato cult uno dietro l'altro: purtroppo, però, ormai il fenomeno ha raggiunto il suo punto di saturazione, e così come per i supereroi - altro genere ultimamente andato alla grandissima - rischia di stancare perfino i fan più accaniti come il sottoscritto.
Questo Insospettabili sospetti - terribile adattamento italiano, come al solito, dell'originale Going in style - fa parte, purtroppo, del novero: nonostante, infatti, la presenza di tre mostri sacri come Morgan Freeman, Alan Arkin e Michael Caine, alcuni passaggi molto divertenti ed una riflessione sociale non banale, il lavoro di Zach Braff - che tutti noi ricorderemo per Scrubs davanti alla macchina da presa, ma non è da dimenticare l'interessante La mia vita a Garden State, realizzato invece come autore - si presenta come inplausibile e poco avvincente nonostante il minutaggio favorevole, finendo per trasformarsi da commedia dissacrante sull'avanzare dell'età e sul riscatto dell'uomo della strada nel più classico dei film buonisti pronti a mettere d'accordo tutti con il più prevedibile finale che si possa immaginare.
Certo, il prodotto funziona, non fa incazzare ed è perfetto per una visione disimpegnata, ma non aggiunge nulla a questo nuovo "genere", ed anzi finisce per confermare i dubbi rispetto ad una saturazione del mercato dello stesso: Michael Caine e soci che scherzano a proposito di quanti anni restano loro da vivere sono sempre mitici da vedere, ma forse è ora di cominciare a valutare di tirare fuori dal cilindro qualche idea nuova che vada oltre il (ri)pescare attori, situazioni e personaggi che siano garanzie e sbatterli sullo schermo sicuri che bastino i loro nomi a portare a casa il risultato.
Ad ogni modo, doveste aver voglia di un film leggero ed innocuo, pronto a riempire una serata in cui il sonno e la stanchezza la fanno da padroni, Insospettabili sospetti farà al caso vostro.
Non aspettatevi troppo, e non pensiate che si possa andare avanti ancora per molto così: e certo non a causa del poco tempo che sulla carta rimane a certi pezzi da novanta.




MrFord



martedì 21 gennaio 2014

Il grande match

Regia: Peter Segal
Origine: USA
Anno:
2013
Durata: 113'


Il grande match. Sylvester Stallone contro Robert De Niro?
Ma va là, a chi frega più niente ormai di quei due jovanotti?
Il vero grande match, almeno nella blogosfera cinematografica, è quello tra il sottoscritto Cannibal Kid ed il suo acerrimo eterno rivale, MrJamesFord. Uno scontro tra differenti generazioni, tra differenti visioni del mondo e tra differenti visioni del cinema. Uno scontro che negli ultimi tempi si è un po’ affievolito. I due grandi sfidanti sul ring della rete hanno progressivamente smussato le loro opinioni, hanno cominciato ad avvicinare le loro posizioni contrastanti, si sono ritrovati sempre più spesso d’accordo.
Questo periodo di relativa quiete è ora finalmente destinato a giungere al termine. Il terreno di scontro?
Naturalmente Il grande match, il film che racconta dello scontro tra due vecchi pugili pure loro eterni nemici: Henry “Razor” Sharp, interpretato da Sylvester Stallone, e Robert De Niro alias Billy “The Kid” McDonnen. La parola quindi a Sylvester Fordone e a Billy The Cannibal Peppa Kid. Che il vero grande match abbia inizio, attraverso questo scambio di pugni verbali!



Cannibal Kid Una cosa che non capisco sono quelli che per tutta la vita riguardano sempre gli stessi film, riascoltano sempre le stesse canzoni e hanno sempre gli stessi miti. Da un certo punto di vista lo capisco. È una cosa rassicurante. Però nella vita credo sia bello, e soprattutto divertente, scoprire anche altre cose. Va bene avere i propri punti di riferimento, ma allo stesso tempo bisogna mettersi di fronte a una tragica verità: anche i tuoi miti, a meno che non li veneri in maniera incondizionata e cieca, sono destinati a deluderti. Io ad esempio ho adorato gli Smashing Pumpkins negli anni ’90, però riconosco come Billy Corgan non ne abbia praticamente più azzeccata mezza da 15 anni. Oppure ho adorato anche e continuo ad adorare Bret Easton Ellis, però il film che ha sceneggiato di recente, The Canyons è una mezza boiata. Lo riconosco.
Con calma, Ford, ma ci sto arrivando al primo pugno che voglio tirarti: possibile che non ti stufi mai di venerare e parlare sempre bene di Sylvester Stallone? Capisco che lui in effetti di grandi film non ne ha mai fatti quindi non può nemmeno peggiorare troppo, però negli ultimi tempi sta sempre più raschiando il fondo, non credi?
MrFord Un primo pugno non troppo convinto, questo, caro il mio Peppa Kid, che forse potrebbe essere paragonato ad uno spento jab. Stallone è stato un grande mito della mia infanzia, un action hero dal cuore tenero che ai tempi riusciva a toccare la parte sensibile nascosta dietro la timidezza e quella spinta dalla voglia di riscatto, che negli ultimi anni ho fieramente recuperato rivalutando pienamente proprio il suo valore "sociologico", un po’ quello che è accaduto agli spaghetti western dopo la sponsorizzazione di Tarantino.
Allo stesso modo sono sempre stato pronto a criticare, ad esempio, il suo lavoro dei tardi anni novanta, che il vecchio Sly ha dovuto faticare parecchio per recuperare: per rendere possibile quest'impresa, ha rispolverato proprio le atmosfere dei cari, vecchi eighties. Se la cosa funziona, dunque, perchè smettere!?
Cannibal Kid Perché un revival 80s ci può ancora ancora stare, se lo fai una volta. Poi diventa una cosa patetica, anche perché gli anni ’80 sono finiti da un pezzo. E, a parte l’Italia che è ancora rimasta ferma al berlusconismo e allo yuppismo, il resto del mondo è andato avanti. Per fortuna.
MrFord A dire il vero a me pare il revival anni ottanta non sia ancora passato di moda, tra remake e film che tu stesso hai molto apprezzato - vedi Take me home tonight -. Senza contare che Sly è immortale e continuerà ad essere giustamente celebrato anche tra mille anni.
Cannibal Kid Take Me Home Tonight è un film del 2011. Sveglia, Ford, siamo nel 2014. Ormai il revival 80s ha rotto!
Senza contare che Sly, a parte da te, è celebrato giusto dai Razzie Awards!
UAHAH
UAAAAHAAAAH
UAAAAAAAHAAAAAAAAAAAH!

Cannibal Kid Entrando nello specifico di questo ultimo Il grande match, Sylvester Stallone è ormai sempre più la parodia di se stesso. Io non ho visto tutti i suoi film come hai fatto tu, Ford, e manco ci tengo a farlo, ma quelli che ho visto mi sono sufficienti per capire che fa sempre la stessa identica parte. Si può considerare una cosa del genere recitare?
E cos’è successo poi alla sua faccia?
MrFord Probabilmente l'unione tra botulino e anni che passano non stanno facendo un gran bene al buon Silvestrone, anche se, per avere quasi settant'anni, direi che si mantiene fisicamente molto più in forma di te, finto giovane!
Poi, quella che tu chiami parodia di se stesso, io la chiamo grande autoironia!
Cannibal Kid Dubito che l'unico uomo al mondo più rifatto di Serena Grandi nella Grande bellezza sia più in forma di me. Vado a correre tutti i giorni, io. E senza manco ascoltare “Eye of the Tiger”! Sono in forma come l’Oscar Pistorius dei tempi migliori, escluse le protesi e gli istinti omicidi. Ok, in pratica non c’entro un cazzo con Oscar Pistorius. E forse non è nemmeno un così grosso male…

Cannibal Kid Complessivamente, il film Il grande match non è nemmeno realizzato così malamente. Anzi, nella sua paraculaggine è un discreto prodotto commerciale. Se solo fossimo ancora negli anni Ottanta uahahah.
Oggi appare invece come una pellicola nemmeno brutta, solo giunta fuori tempo massimo. Un film che nel suo essere così esplicitamente fuori moda e fuori dal mondo, proprio come te Ford ahah, non si fa nemmeno odiare troppo. Da una parte fa un po’ tenerezza, dall’altra un pochino di tristezza. E poi va detto, che, sullo stesso genere di vecchietti moribondi alla riscossa, film come Di nuovo in gioco con il tuo altro idolo Clint Eastwood e il recente Uomini di parola mi sono sembrati più riusciti.
MrFord Di nuovo in gioco e Uomini di parola, in effetti, sono pellicole molto simili a questa, e se dovessi metterle in scala Il grande match sarebbe sicuramente il terzo in graduatoria, eppure me lo sono goduto proprio con quel mix di dolceamaro che queste pellicole devono necessariamente ispirare allo spettatore. Parliamo di vecchi miti ormai sul viale del tramonto, dunque perchè non regalare agli stessi una grande - e prolungata, perchè no!? - uscita di scena?
Cannibal Kid Perché, appunto, è ormai troppo prolungata.
Più che un’uscita di scena, sta diventando un accanimento terapeutico.
Forse sarebbe ora di prendere in considerazione l’eutanasia uahahah!
MrFord Stai tranquillo, che Sly seppellisce anche noi. Soprattutto te! Ahahahahah!

Cannibal Kid Come dicevo poc’anzi, il film è comunque abbastanza ben orchestrato, visto che al suo interno mescola un po’ di tutto. C’è la parte comica, che è quella che funziona di più. Le battute sulla vecchiezzitudine dei due protagonisti funzionano, anche se dopo qualche minuto cominciano a stufare. Come io quando piglio Ford per il culo sulla sua mentalità da vecchio. Posso dire che Giorgio Napolitano al suo confronto è il nuovo che avanza, però poi basta. Finisce lì. Il film invece va avanti per 2 ore con battute tutte dello stesso tipo. A provare a vivacizzare un po’ la situazione smorta dei cadaverici Stallone/De Niro ci pensano allora Kevin Hart e soprattutto uno scatenato Alan Arkin. Stendiamo un velo pietoso invece sulle terrificanti scene sui titoli di coda, che non fanno ridere manco per sbaglio.
Poi c’è la parte action, davvero penosa. Il regista Peter mezza Segal dirige in maniera blanda, facendosi contagiare dalla lentezza dei movimenti dei due protagonisti, e il combattimento finale è teso quanto una gara di velocità tra lumache.
La parte che funziona meno è però quella più drama, quella più famigliare. Qui il film finisce per somigliare a una versione buonista di The Wrestler, con tanto di Kim Basinger che vorrebbe ripetere l’exploit di Marisa Tomei, peccato le abbiano regalato un personaggino dello spessore di una sottiletta. È la fiera dei buoni sentimenti, del volemose bene, e il grande match tanto atteso (ma da chi?) finisce in farsa. E poi Ford hai pure il coraggio di accusare Hunger Games di buonismo… Ma per favore, qui ci manca solo che Stallone e De Niro si diano i bacini e si regalino orsacchiotti, e poi Il grande match si trasforma davvero nel film più puccioso e cuoricioso dell’anno.
MrFord Nonostante i tuoi sforzi, Coniglione, direi proprio che sul ring non riusciresti neppure a mettere al tappeto un arzillo vecchietto come l'incontenibile Alan Arkin di questo film, senza dubbio il migliore del cast. Invece sai come rispondo a questo tuo blando mettermi all'angolo? Abbassando la guardia sbeffeggiandoti come il miglior Alì, invitando il prossimo colpo prima della mia offensiva decisiva: Il grande match è un prodotto artigianale, un blockbuster con tutti i topoi di genere, buonismo compreso, cui manca il mordente ed il ritmo dei migliori Rocky o la meraviglia autoriale di Toro scatenato, eppure va bene proprio per questo.
E' un film da Saloon, di pancia, carne e sangue, una versione popolare e di categoria decisamente più "leggera" del peso massimo The wrestler: ma va bene così. In fondo tutti sanno che invecchiando si diventa più spigolosi ma anche più buoni.
Senza contare che, come nella sequenza del confronto con il lottatore di MMA, l'intramontabile Sly è ancora in grado di mandare al tappeto tutte le Katniss Kid che dovrebbero - e il condizionale è d'obbligo - essere il futuro del Cinema d'intrattenimento.
Cannibal Kid Il cinema d’intrattenimento e i blockbuster dovrebbero essere rivolti al grande pubblico. O comunque a un pubblico. Considerando come questo Grande match all’infuori del tuo Saloon l’abbia visto giusto io e quattro gatti pensionati in croce, mentre Hunger Games ha giustamente spopolato in tutto il mondo, direi che Sly è bello che tramontato e Katniss Kid è – senza condizionale – il futuro nonché il presente del cinema d’intrattenimento.
È un mondo ingiusto?
No, è così che vanno le cose, a parte in Italia. Il ricambio generazionale è cosa buona e giusta. Quindi adesso tu, Sly, De Niro, Alan Arkin e pure Kim Basinger godetevi il vostro meritato (eterno) riposo e levatevi dalle palle, buahahah!
SBEM, piaciuto questo colpo sotto la cintola, Sylvester Fordone?
MrFord Ci leveremo dalle palle soltanto quando potremo essere sicuri di aver affidato il mondo a qualcuno almeno vagamente responsabile, cara la mia Katniss Kid Breaker!

Il grande match
(USA 2013)
Titolo originale: Grudge Match
Regia: Peter Segel
Sceneggiatura: Tim Kelleher, Rodney Rothman
Cast: Sylvester Stallone, Robert De Niro, Kevin Hart, Alan Arkin, Kim Basinger, Jon Bernthal, LL Cool J, Anthony Anderson, Mike Tyson, Evander Holyfield
Genere: vecchietti anziani alla riscossa
Se ti piace guarda anche: Uomini di parola, Di nuovo in gioco, The Wrestler, Last Vegas

(voto cannibale 5,5/10)

(voto fordiano 6,5/10)


La trama (con parole mie): Henry "Razor" Sharp e Billy "The Kid" McDonnen sono due leggende del pugilato professionistico, entrambi protagonisti di carriere al limite dell'incredibile, sconfitti soltanto una volta l'uno dall'altro. All'apice della loro rivalità, però, il primo decise di ritirarsi dalla boxe, lasciando il secondo a rimuginare su quello che sarebbe stato di un loro terzo e decisivo match. A trent'anni di distanza dai tempi d'oro Razor è tornato a fare l'operaio in fabbrica a seguito di non grandi fortune finanziarie, mentre Kid, proprietario di un autosalone ed un ristorante, gioca ancora con soldi e donne come se non fosse passato un giorno: avvicinati dal figlio del loro vecchio organizzatore per la realizzazione di un videogioco, i due rispolvereranno le ruggini fino ad arrivare ad un nuovo - e decisivo - incontro, che dovrebbe mettere fine alla loro rivalità.
Cosa porterà ai due vecchi leoni questa nuova prospettiva?


C'è stato un tempo in cui, e mi vergogno a ripensarci, se avessi visto un trailer come quello di Il grande match avrei gridato allo scandalo: due vecchie glorie - una delle quali ex grande attore - alle prese con una pellicola di grana grossa dalla retorica facile sulle seconde possibilità e l'orgoglio di tenere la testa ben alzata anche di fronte all'ironia: del resto, capita nella vita di tutti di passare un periodo dedicato solo ed esclusivamente alle stronzate.
E non so quanto ringrazio di essermelo lasciato alle spalle.
Perchè, se così non fosse stato, non avrei potuto apprezzare Il grande match - firmato dall'artigianissimo Peter Segal - come ho fatto.
E non avrei potuto associare questo film a mio padre, che ancora oggi, con i settanta che si fanno sempre più vicini - del resto, è coscritto di Sly - ancora si dedica alla sua passione per il ciclismo con lo stesso piglio di quando mi raccontava dei vecchi tempi che gli portarono gioie e dolori - soprattutto questi ultimi -, nonchè una serie di aneddoti degni di un vero e proprio romanzo.
E lo ammetto: sarebbe facile - e lo è senza dubbio, per i critici dalla puzza sotto il naso ed i giovani radical chic - schierarsi contro un'operazione come questa.
Fin troppo.
Un pò come sperare di averla vinta con un pugile che ormai è praticamente privo di un occhio.
Ma la "nobile arte", si sa, è legata ad una storia che non considera troppo facilmente la parola "resa": e così è per Il grande match, in grado di ricordare perfino il Maestro Clint dall'ironia di Space cowboys al recente Di nuovo in gioco, senza contare una struttura che, come per il Capolavoro Gran Torino, parte dalla commedia per introdurre temi decisamente più profondi e drammatici.
Con questo non sto dicendo che si ha la possibilità di assistere allo spettacolo dell'anno, o ad una visione in grado di cambiare prospettive ed ispirare nuove strade per il futuro, quanto ad una pellicola onesta dall'inizio alla fine, di pancia, sempre pronta a scambiare colpi, a mettere e ad andare al tappeto, come se si trattasse di qualcosa di ben più profondo e radicato di un record o uno sport.
Potrà trattarsi di qualcosa di già visto, Alan Arkin avrà rispolverato il suo fortunatissimo - e premiato con l'Oscar - nonno di Little Miss Sunshine, Sly e De Niro appariranno come le ombre di loro stessi - fisicamente e a livello recitativo -, Kim Basinger sarà sempre la splendida donna ammirata nel pieno degli anni ottanta da ben più di una generazione di spettatori senza l'occasione di mettersi in luce grazie a personaggi degni, eppure Il grande match diverte, avvince, tiene incollati in attesa di cosa sarà davvero di questa "bella", e di chi finirà per portarsela a casa, racconta una storia semplice ed onesta, senza troppi fronzoli, diverte e tocca le corde giuste affinchè non si finisca per sentirsi fregati - e vedete poi voi da cosa -.
Le generazioni sono cambiate - vedasi il sonoro flop negli States -, il tempo è passato, Youtube e l'Ipad hanno sostituito il passaparola e l'ansia che fa attaccare il telefono quando risponde la persona di cui siamo innamorati: eppure chi vuole credere al riscatto e alla voglia di fare fronte sempre e comunque alla vita, ed al fatto che esistono persone e passioni in grado di non spegnersi mai e poi mai, resta ancora saldamente dov'è, pronto a scommettere anche sullo sfavorito.
Ed eccomi qui.
Pronto a scommettere su Il grande match.
Onestamente, ci avrei scommesso.
Perchè le mie mani conoscono il lavoro e le fasciature da allenamento.
E perchè trovo assurdo non voler arrivare all'ultimo round di questo incontro.
"Non ho sentito la campana", sussurrava Rocky.
"Sono il più forte, il più forte, il più forte", affermava davanti allo specchio La Motta in Toro scatenato.
Costi quel che costi, qui nessuno getta la spugna.
Sottoscritto compreso.



MrFord



"Give me one more shot
baby it’s all I got
baby don’t freeze up on me
(one more shot)."
The Rolling Stones - "One more shot" - 



giovedì 11 luglio 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite e nuovo confronto tra me e quello scellerato del mio indisponente collega Peppa Kid, che passati i fasti di Spring breakers torniamo a darcele di santa ragione a proposito di quello che sarà con ogni probabilità uno dei grandi cult dell'estate e non solo.
Di cosa stiamo parlando? Del nuovo film di Clint? Del ritorno degli Expendables? Del definitivo e documentato ritiro di Lars Von Trier dalle scene? Purtroppo nessuno dei tre, ma in tempi di vacche magre come questo ci facciamo bastare anche quella ficata pazzesca che promette di essere l'ultimo lavoro di Del Toro.

 
RoboFord pronto ad abbattere i mostruosi Cannibali.

 
Pacific Rim di Guillermo del Toro


Il consiglio di Cannibal: non sono Pacific né nei confronti di Ford, né nei confronti di questo film
Guillermo del Toro per me è una delle figure più sopravvalutate oggi a Hollywood. Vive di rendita sull’unico buon film che ha fatto, Il labirinto del fauno, comunque nemmeno un capolavoro assoluto, ma ha anche girato porcherie come Mimic e Blade II, mentre Hellboy non è niente di che. Poi gli hanno affidato la realizzazione de Lo Hobbit e non è manco riuscito a portarla a termine e i suoi due nuovi progetti si preannunciano come dei gran flopponi: una nuova versione di Pinocchio (tremo al solo pensiero) a breve, e intanto se ne esce con questo Pacific Rim. Già dal trailer, mi sembra una delle cose peggiori che abbia mai visto in tutta la mia vita. Una cagata robotica al cui confronto la già pessima saga di Transformers sembra una prelibatezza per intenditori.
Se non si rivela uno dei film peggiori dell’anno, potrei seriamente considerarmi deluso. Così come potrei restare deluso se il mio nemico Ford non lo considererà una delle migliori pellicole nella storia del cinema…
Il consiglio di Ford: impossibile essere Pacific nei confronti del mostruoso Cannibal
Dai tempi del primo trailer, questo Pacific Rim è entrato immediatamente a far parte della schiera dei film più attesi dell'anno dal sottoscritto, che come la maggior parte di chi è stato bambino all'epoca dei robottoni giapponesi sogna da trent'anni una cosa fantastica come questa.
Ovviamente il mio rivale la bollerà di antico o roba simile, ma per il sottoscritto si tratta senza dubbio della tamarrata della stagione, e del giocattolone numero uno dell'estate e non solo.
Senza contare che Del Toro è un signor regista quando si parla di fantasy - Il labirinto del fauno e i due Hellboy ne sono la prova -, che le immagini viste finora sono da urlo e, effetti speciali a parte, vedere uomini alla guida di robot giganti fare a cazzotti con mostri enormi venuti da chissà dove in stile Cloverfield è un supercult anche solo sulla carta.

Cannibal Kid dopo aver digerito (male) l'ultimo pippone di Malick.

Now You See Me - I maghi del crimine di Louis Leterrier


Il consiglio di Cannibal: Now you can see this
In mezzo a tante porcatone commerciali in arrivo dall’America, c’è un film che senza tanti clamori si è rivelato uno dei successi dell’estate USA a sorpresa e che potrebbe anche non essere male. Una magia?
Proprio così. Il film parla infatti di un gruppo di maghi che, in tempi di crisi, si reinventano ladri, per il colpo del secolo. Riuscire a chiudere una volta per tutte il blog WhiteRussian?
Purtroppo no. Cercheranno di rapinare una banca di Parigi. Anche se io preferivo un colpo ai danni di Ford, il divertimento dovrebbe comunque essere garantito e il cast è di quelli pieni di idoli cannibali come Jesse Eisenberg, Woody Harrelson e Mélanie Laurent. Sarebbe un crimine ignorarlo.
Il consiglio di Ford: Cannibal can't see Ford
Film che si prospetta caruccio, un divertimento buono giusto per la stagione meno impegnata dell'anno ma che certo non rappresenterà il meglio del meglio di questo duemilatredici, e neppure, in tutta onestà, il meglio del discreto intrattenimento.
Comunque, visto anche il cast, proprio da buttare via non dev'essere, anche se nella settimana di Pacific Rim solo Stallone o Clint avrebbero avuto una chance di scavalcare la tamarratona di Del Toro.

"E così quello è il Cucciolo eroico!?" "E' anche peggio di quanto pensassi!"

Parental Guidance di Andy Fickman


Il consiglio di Cannibal: Fordental Guidance
Questo sembra il classico film per Ford.
Una pellicola action trash su un wrestler travestito?
Ma no, quello sarebbe stato per il vecchio Ford. Il nuovo Ford ha bisogno di una Parental Guidance, una guida a fare il genitore, e chi può dargliela se non due vecchie glorie e suoi quasi coetanei come Billy Crystal e Bette Midler?
Per quanto mi riguarda, di questa commediola famigliare bimbominkiosa ne posso anche fare a meno, sebbene potrebbe non risultare nemmeno troppo malaccio come visione disimpegnata.
Il consiglio di Ford: Parental guidance, ovvero il simbolo che non serve a Pensieri cannibali, il blog giusto giusto per i bimbiminkia.
Seconda commedia senza pretese della settimana, che pare una versione cinematografica della marea di trasmissioni in stile Real Time che negli ultimi anni hanno letteralmente invaso il piccolo schermo.
Onestamente Billy Crystal mi è sempre stato simpatico, ed il risultato non dev'essere neppure così pessimo, ma dovessi scegliere qualcosa da mettere in coda a Pacific Rim opterei per i maghi prima di questo.
Il Cannibale, invece, lo lascio sempre in fondo. Del resto, come fanalino di coda sta proprio alla grande.

Peppa Kid mentre cerca di infastidire il vecchio Ford.

Uomini di parola di Fischer Stevens


Il consiglio di Cannibal: sono un uomo di parola e dico che mi batterò contro Ford fino alla morte!
Ed ecco un altro film perfetto per Ford. Dopo il trash dei robottoni e la commedia famigliare, una pellicola crime action old style con tre attori old school. Se Alan Arkin a livello di carriera ultimamente è messo meglio che mai, lo stesso non si può dire per Al Pacino e Christopher Walken che negli ultimi tempi non sono sempre garanzia di qualità, quindi chissà cosa ne sarà venuto fuori…
Questo Uomini di parola mi attira pochino, ma potrebbe tornarmi utile per massacrare in allegria qualche altro vecchino, visto che prendermela solo con Ford non mi basta!
Il consiglio di Ford: guardatelo, e non ve ne pentirete. Parola di Ford!
Film che, nonostante la pessima traduzione italiana, è una piccola chicca old school giocata sull'amicizia virile ed i vecchi leoni come non ne fanno più, interpretata benissimo dalla premiata ditta Arkin, Pacino e Walken ed incentrata su un'ambientazione che mescola Una notte da leoni, Lock&stock e Gran Torino.
Non sarà il capolavorone del secolo, ma è una pellicola da godersi dal primo all'ultimo minuto, certo non esplosiva o innovativa ma tremendamente tosta e di cuore.
Meglio di così non si potrebbe chiedere.
In caso, poi, voleste saperne di più, qui trovate la mia recensione: http://whiterussiancinema.blogspot.it/2013/04/stand-up-guys.html.
E lasciate perdere l'orrido titolo italiano, che deve aver giusto inventato quel tordo di Peppa Kid!

"E così quello è il Cannibale!?" "Già. Possiamo sistemarlo senza neppure rovinarci il vestito."
Oggetti smarriti di Giorgio Molteni


Il consiglio di Cannibal: Cinema smarrito, quello italiano
Anche questa settimana, non manca il filmetto italiano che nessuno si filerà ma che per obbligo sono costretti a distribuire e io e Ford costretti a commentare. Dopo aver visto l’ennesimo agghiacciante amatoriale trailer, non sto a filarmelo più di tanto nemmeno io, anche perché la mia voglia di cinema italiano, se mai l’ho avuta, ormai è andata smarrita da lungo tempo.
Un po’ come il senno di Ford.
Il consiglio di Ford: gusto per il Cinema smarrito, quello di Cannibal Kid.
Non poteva mancare, tra le uscite della settimana, l'agghiacciante film italiano di turno che non mi sforzo neppure a bersagliare.
Il trailer ci pensa da solo.
Un po’ come il Cucciolo eroico quando snocciola i suoi "illuminati" pareri cinematografici.

"Cannibal, vieni a fare un giro: ti prometto che non guido come Ford!"

giovedì 25 aprile 2013

Stand up guys

Regia: Fisher Stevens
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
95'




La trama (con parole mie): Val, ex ma non troppo criminale incallito, esce di galera dopo aver scontato ventotto anni per una rapina andata male. Ad attenderlo fuori dalle porte del penitenziario trova Doc, vecchio socio ormai ridotto a vivere solo in uno squallido appartamento dipingendo le albe sulla città in attesa proprio del giorno che l'amico torni in libertà.
Questo perchè Claphands, boss locale, perse il figlio proprio nel corso dello sciagurato colpo che costò la libertà a Val, e da allora ha mantenuto saldo il proposito di far uccidere il suddetto proprio dall'amico una volta uscito di prigione: ma le sue minacce varranno ben poco a fronte di un legame durato una vita intera, e i due stagionati casinisti, una volta recuperato il loro terzo moschettiere, il guidatore Hirsch, si daranno ad una notte di baldoria prima dell'alba - questa da vivere, e non da dipingere - che segnerà il loro destino.




Fortunatamente il Cinema riesce ad offrire, di tanto in tanto, pellicole senza pretese, easy, pane e salame ma comunque ottimamente realizzate in grado di raddrizzare giornate e far stare meglio neanche ci si trovasse nel posto e nel momento giusto: nelle ultime settimane, il titolo che più ha rappresentato la categoria è stato senza dubbio Stand up guys.
Segnalato dal sempre valido Frank Manila, questo lavoro onestissimo di Fisher Stevens - che molti conoscono più come caratterista che non come regista, considerate le parti interpretate di recente in serial come Lost - è stato una piacevole sorpresa per gli occupanti di casa Ford, riuscendo nell'intento facile soltanto sulla carta di unire le aspettative del sottoscritto e quelle di Julez portando in scena una vicenda a metà strada tra la crime story ed il buddy movie - sulla scia del modello Hap/Leonard dei romanzi di Joe Lansdale - in grado di stuzzicare corde e sentimenti senza mai per questo diventare retorico o involontariamente ridicolo.
La strada per questo discreto successo è costruita principalmente su uno script che non avrebbe sfigurato nelle mani del Guy Ritchie di The snatch e Lock&stock portato in scena con eleganza - ottima la fotografia -, supportato da una colonna sonora con le palle in equilibrio tra Bon Jovi e il soul old school ed interpretato finalmente - almeno per quanto riguarda Pacino, negli ultimi tempi sulla pericolosa china che ha reso imbarazzante il suo collega e rivale DeNiro nel corso delle ultime stagioni - alla grandissima da tre leggende del calibro del suddetto Pacino, Christopher Walken - dai tempi de Il cacciatore uno dei preferiti fordiani in assoluto - ed Alan Arkin, di fatto al centro di una seconda giovinezza a seguito della mitica interpretazione del nonno eroinomane di Little Miss Sunshine.
L'atmosfera da rimpatriata tra vecchi compagni d'armi e di merende dal sapore dolceamaro risulta piacevole sia nei suoi risvolti più divertenti - l'episodio del viagra - e di piacevole gigioneria - il rimorchio delle ragazze nel locale, la scoperta delle doti di amatore di Hirsch - sia in quelli tendenzialmente drammatici - la condizione degli ospiti della casa di riposo, il climax finale in pieno stile Butch Cassidy -, il ritmo sostenuto e la riflessione sulle occasioni da cogliere prima che la vita giunga a chiedere il conto - il rapporto tra Doc e la nipote - non è banale o fuori tempo massimo, e l'idea di poter invecchiare con la consapevolezza di avere ancora qualche cartuccia da sparare risulta quantomeno confortante, specie per un vecchio cowboy come il sottoscritto che da sempre sogna di vedersi ottantenne sul portico con lo sguardo arcigno e la battuta pronta del Walt Kowalski di Gran Torino, conscio dei segni che la vita e l'età inevitabilmente lasciano dentro e fuori di noi ma ugualmente in grado di fronteggiare la stessa esistenza, che sia una serata fuori con i vecchi amici dei tempi andati, un ultimo tango da letto o un confronto da chiudere nel rispetto di legami che nessuno che non li avrà mai vissuti potrà spezzare.
E se c'è chi storcerà il naso di fronte a quella che pare l'ennesima - pur se ben confezionata - operazione vecchie glorie, qui dalle parti del Saloon cose come Stand up guys troveranno sempre il loro posto d'onore dall'apertura fino al bicchiere della staffa.
Non vorrei certo che qualcuno di questi vecchi ragazzacci potesse avere il rimpianto di non essersi goduto a fondo l'ultima sbronza.


MrFord


"I got a black cat bone
I got a mojo too
I got the Johnny Concheroo
I'm gonna mess with you
I'm gonna make you girls
lead me by my hand
then the world will know
the hoochie coochie man
but you know I'm him
everybody knows I'm him
oh you know I'm the hoochie coochie man
everybody knows I'm him."
Muddy Waters - "(I'm your) Hoochie coochie man" -


giovedì 15 novembre 2012

Argo

Regia: Ben Affleck
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 120'




La trama (con parole mie): siamo alla fine del 1979 a Teheran quando scoppia una rivolta di proporzioni allarmanti che porta la popolazione locale a prendere d'assedio l'ambasciata statunitense, rappresentante del governo che ha concesso asilo politico all'odiato Scià in fuga.
Quando l'assalto ha inizio tutte le persone all'interno dell'edificio vengono prese in ostaggio - e tali resteranno per più di un anno, sotto gli occhi dei media di tutto il mondo - fatta eccezione di sei americani cui viene concessa ospitalità dall'ambasciatore canadese.
Questa condizione, però, è precaria e mette in allarme i servizi segreti di Canada e States, che non senza qualche dubbio affidano il compito di riportare negli USA gli "ostaggi non ostaggi" a Tony Mendez, esperto del settore: l'uomo ha infatti avuto un'idea particolarmente curiosa che potrebbe trarre in inganno le forze iraniane in modo da permettere la fuga proprio sotto i loro occhi.
Questa idea si chiama Argo, un finto film di fantascienza prodotto con tutti i crismi ad Hollywood e che dovrebbe essere girato proprio a Teheran.





"E chi lo fa il regista?"
"Ascolta, puoi prendere anche una scimmia, metterla dietro la macchina da presa, e potrà farlo benissimo anche lei."
Recita più o meno così lo scambio con protagonista Ben Affleck nelle vesti di Tony Mendez, alle prese con l'organizzazione di quell'Argo che potrebbe valergli la carriera e, soprattutto, sei vite al centro di un vero e proprio caso politico - e storico - che ancora oggi fa pensare.
In effetti, qualche anno, fa, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul bisteccone di Pearl Harbour, in qualità di attore o - figurarsi - di regista: ma evidentemente, a parte una stazza da giocatore di football e lo sguardo un pò spento, il vecchio Ben aveva qualcosa di meglio su cui puntare, e così, tra un siparietto e l'altro di "I'm fucking Matt Damon" e "I'm fucking Ben Affleck" - vi prego, recuperateli su Youtube - con l'inseparabile amico ha tempo di realizzare lo script di un film sottovalutato eppure per me sempre bellissimo come Will Hunting, e senza fretta coltivare il sogno di passare il confine, segnando tra l'altro un percorso in continua crescita in grado di portarlo dal discreto Gone baby gone al solido The town fino a questo buonissimo Argo.
Una cosa simile era capitata, parlando sempre di attori "dalle due espressioni", qualche decennio fa anche ad un signore chiamato Clint Eastwood, autore di alcuni dei più grandi Capolavori made in USA degli ultimi trent'anni - Gli spietati, Million dollar baby, Un mondo perfetto, Mystic river, Lettere da Iwo Jima, Hereafter, Gran Torino tanto per citarne alcuni -: certo, Ben Affleck deve ancora battere parecchia strada prima di potersi considerare ai livelli di quello che è ormai un Maestro, eppure le basi per poter nutrire una grande fiducia in lui sono ormai poste su solidissime fondamenta.
Argo, in particolare, assume un'importanza ancora maggiore per la maturità con la quale è presentato, uno stile classico - che non significa noioso, badate bene - che l'anno scorso aveva già vestito uno dei titoli che più mi colpirono in chiusura dell'anno - Le idi di marzo di George Clooney, qui in veste di produttore -, in grado di richiamare il Cinema impegnato che sul finire dei gloriosi seventies consegnò al pubblico quello che, a mio parere, resta il Capolavoro del genere, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula.
Ma non c'è soltanto questo, dietro ad una vicenda ispirata ad una missione resa "unclassified" soltanto da Clinton sul finire degli anni novanta: c'è un amore incondizionato per la settima arte, prima di tutto - dagli impagabili John Goodman e Alan Arkin alle reazioni a metà tra l'ebete ed il felice dei soldati iraniani omaggiati del contenuto dell'artbook di Argo -, il gusto per il suddetto Classico e la costruzione quasi geometrica di un climax conclusivo da cuore in gola, ritmo martellante, interpretazioni convincenti di un cast eterogeneo ed in gran forma, e soprattutto molta ironia.
Dalla questione sulle abilità richieste ad un regista che abbiamo già affrontato alla parodia - che poi, a conti fatti, parodia tanto non è - sul mondo dorato di Hollywood in cui vince chi mente e la spara più grossa degli altri, il lavoro del nostro bisteccone viaggia a corrente tutt'altro che alterna, convincendo sia quella parte di audience abituata al blockbusterone confezionato ad arte sia a quella più incline all'autorialità, prendendo tutti quanti per mano in una corsa contro il tempo che tiene incollati alle poltrone fino all'ultimo, liberatorio annuncio sugli alcolici.
Ma ancora non ha finito, il soprendente Affleck: perchè nonostante già tutto quello che ho elencato basterebbe per rendere Argo una delle proposte migliori delle ultime settimane in sala, c'è una singola scena che, a mio parere, è stata in grado di permettere a questo film il vero e proprio salto di qualità senza alcuno spreco di retorica, grandi mezzi, troppe parole.
Proprio mentre i sei fuggitivi e Tony Mendez, infatti, affrontano gli ultimi istanti liberatori prima di lasciare l'Iran - sequenza, tra l'altro, assemblata con un montaggio incrociato che non ha nulla da invidiare a quelli di Thelma Schoonmaker o di The social network -, la giovane domestica fino a poche ore prima alle dipendenze dell'ambasciatore canadese è costretta ad espatriare in Iraq, quasi si buttasse dalla padella alla brace.
Per lei nessuno spenderà parole, missioni non ufficiali di agenti segreti, o inventerà film che non esistono in modo da poterla sottrarre da un destino triste ed amaro: e senza colpo ferire, o la voce troppo alta, il nostro ex bisteccone consegna pronta una piccola perla che mostra tutto il lato oscuro di una politica - estera o interna che sia - da sempre - almeno per quanto riguarda la contemporaneità - votata a scelte economiche o "scenografiche".
Nessun indice puntato sugli USA - lo Scià cui concessero asilo, colpevole di atroci crimini, del resto, era stato insediato proprio da loro -, ma qualcosa di decisamente più potente, seppure sotterraneo.
Una sorta di presa di coscienza di un concorso di colpa in grado di scuotere e, al contempo, di non sminuire l'impresa che Mendez portò a termine senza un'ufficialità riconosciuta ed effettiva e che diviene ora, a distanza di oltre trent'anni, un simbolo che è quasi un atto di fede.
Una cosa di cui il lavoro di Ben Affleck, ormai, non ha più bisogno.
Perchè è diventato una certezza.


MrFord


"Every time I look in the mirror
all these lines on my face getting clearer
the past is gone
it went by, like dusk to dawn
isn't that the way
everybody's got their dues in life to pay
yeah, I know nobody knows
where it comes and where it goes
I know it's everybody's sin
you got to lose to know how to win."
Aerosmith - "Dream on" -


 
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