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martedì 15 maggio 2018

Game night - Indovina chi muore stasera? (John Francis Daley/Jonathan Goldstein, USA, 2018, 100')








Nel corso degli anni sugli schermi di casa Ford sono passate decine - e forse centinaia - di pellicole da neuroni in vacanza perfette per la decompressione da stanchezza nel corso della settimana lavorativa, alcuni decisamente pessimi, altri completamente inutili ed altri ancora che certo non saranno destinati a fare la storia o costituire tasselli importanti della memoria ma che hanno finito per rendere al meglio il loro servizio: Game night - tralascio ogni commento a proposito dell'aggiunta voluta dalla distribuzione italiana - è senza ombra di dubbio parte di quest'ultimo gruppo.
Firmata - in parte - dallo stesso John Francis Daley del guilty pleasure trash personale di qualche anno fa Come ti rovino le vacanze, questa commedia finto nera pronta a ricongiungersi con tutti i voleri del Cinema a grande diffusione funziona nel suo genere dall'inizio alla fine, tiene un ritmo invidiabile e diverte non poco pur rimanendo nel totalmente implausibile e sopra le righe, sfrutta al meglio un gruppo di attori che senza ombra di dubbio si saranno divertiti un mondo a girarlo - è sempre un piacere vedere Rachel McAdams così come Kyle Chandler, indimenticato Coach Taylor di Friday Night Lights - e non porta sullo schermo alcuna pretesa di andare oltre quella che è la sua area di competenza.
In un certo senso, pare quasi di assistere ad una versione comedy di The Game - sopravvalutato film anni novanta per molti divenuto cult - zeppa di citazioni, momenti decisamente spassosi - l'estrazione del proiettile, tanto per citarne uno - ed una serie di situazioni perfette per adattarsi anche e soprattutto al pubblico delle coppie, unendo le speranze di norma maschili di confrontarsi con un pò di azione e quelle di norma femminili di un messaggio o un punto cui arrivare che non sia il semplice esibirsi in pirotecniche sequenze d'azione o gesti al limite dell'incredibile.
Fa il suo ritorno sullo schermo, inoltre, un altro ex grande protagonista del piccolo schermo, quel Michael C. Hall che prima del tracollo delle ultime due annate aveva fatto sognare i fan con Dexter, pronto a rendere ancora più vivace un finale giocato sui colpi di scena ed i continui cambi di prospettiva, degna conclusione di una pellicola senza pause che ha finito per sorprendermi in positivo soprattutto considerate le scarse aspettative che nutrivo fin dalla prima visione del trailer: certo, non aspettatevi qualcosa in grado di cambiare la vostra annata da cinefili, o che possa ispirare post di quelli che si scrivono con il cuore in mano, quanto più che altro uno di quei prodotti che pare una poltrona massaggiante o un piatto particolarmente buono al termine di una giornata non necessariamente andata male, ma che chiede il suo tributo in termini di stanchezza e voglia di staccare la spina da ogni responsabilità mentale.
In questo senso le vicende dei protagonisti fungono da catalizzatore d'attenzione, generatore di risate e antistress per chiunque si accomodi sul divano, aiutando l'audience a dimenticare - o quantomeno non fare troppo caso - a quello che li ha strapazzati durante tutto il giorno e farà lo stesso dalla mattina dopo: come spesso mi è capitato di sottolineare, il Cinema è anche questo, e quando l'idea del popcorn movie finisce per tradursi in intrattenimento senza pretese per quanto mi riguarda tutto fila liscio come l'olio, e pur senza grandi partecipazioni emotive, opere artistiche o colpi di genio, si finisce per crollare nel letto sereni.
E non è cosa da poco.
Anzi, direi che è proprio un bel gioco, come quelli che si fanno tra amici in quelle serate in cui ci si sente leggeri e liberi dai pensieri che si lasciano fuori dal tabellone.



MrFord



mercoledì 22 febbraio 2017

Manchester by the sea (Kenneth Lonergan, USA, 2016, 137')




La vita, per chi la vive e per chi, soprattutto, la riflette attraverso canzoni, romanzi, film e finisce per confrontare fiction e realtà, non è per nulla una passeggiata.
A prescindere dai lieti fini, nulla da questa parte dello schermo è regalato, e spesso e volentieri si finisce per trovarsi a fare i conti con la durezza di un'esistenza che, d'altro canto, non smette neppure nel peggiore dei momenti di regalare almeno un pizzico di speranza, fosse anche il ricordo di qualcosa di intenso che abbiamo vissuto.
Ad un certo punto di Manchester by the sea, Lee, che ha una ferita che pochi uomini potrebbero sopportare dentro ed ha appena perso il fratello maggiore, per affrontare la questione della visita in obitorio del nipote sedicenne descrive la situazione più o meno così: "Non è come se dormisse, perchè non c'è, ma non fa neppure schifo".
Ricordo quando, ormai quasi vent'anni fa, morì mio nonno Gianni, quello dei Western che spesso mi è capitato di citare da queste parti: il giorno prima del funerale feci una visita alla camera mortuaria, e rimasi dentro la cella frigorifera solo con lui.
A dire il vero, non c'era nessuno, lì con me.
Eppure, notavo una strana e dignitosa compostezza nel cadavere, che non faceva apparire fuori luogo neppure il freddo glaciale che si sentiva al tatto.
Quasi come se stesse bene.
Il bello del lavoro di Lonergan, forse, è proprio questo.
Perchè un lutto non si può superare, o dimenticare.
Si incassa, ci si rialza, si va avanti.
Perchè se così non è, si finisce seppelliti.
Per come sono oggi, animo tra il lebowskiano ed il surfista, easy ogni volta possibile, casinista e compagnone, forse dall'esterno nessuno penserebbe che non passa giorno in cui non pensi alla piccola Agnese, o al mio amico Emiliano.
I lutti ti stendono, ed i segni che ti lasciano sono più profondi di qualsiasi ferita, o tatuaggio, o qualsiasi cosa si possa immaginare.
Eppure, con il sorriso, l'energia, la rabbia, i pugni aperti o chiusi, il bello di sentirsi vivi è sapere di poter continuare a lottare.
Manchester by the sea è così.
Quasi come se Ken Loach avesse attraversato l'oceano e si fosse concesso una gita in Massachussets, o il vecchio Clint avesse dato un paio di dritte a proposito di come si racconta il dolore senza alzare la voce, pur entrando nel cuore.
Poi, a mente fredda, mi importa relativamente del fatto che mi abbia intimamente conquistato più Moonlight, o che forse Michelle Williams è stata fin troppo incensata - in carriera ha fatto sicuramente di più -: perchè questo film è uno di quelli che parla impercettibilmente, e soltanto tempo dopo la visione finisci per accorgerti di quanto sia andato in profondità, tirando fuori fantasmi che non si pensava neppure di avere.
Ma che sono presenti, e mangiano e bevono volentieri con noi.
Perchè tutti abbiamo affrontato - o affronteremo, mettetevi l'anima in pace - un lutto, tutti avremo un momento in cui quel turbinio di pensieri ed emozioni parrà troppo grande per essere gestito, in cui il mondo parrà un ingombro, in cui cadremo.
Non tutti, però, sono in grado di rialzarsi. O quantomeno di provarci.
In questo senso, Manchester by the sea, tristezza e dolore permettendo, è un film pieno di vita.
E per un ingordo di vita come il sottoscritto, non può che andare alla grande così.
Quello che resterà, al massimo, sarà una cicatrice con la quale fare i conti ogni giorno che ci resta.




MrFord




lunedì 11 gennaio 2016

Carol

Regia: Todd Haynes
Origine: UK, USA
Anno:
2015
Durata:
118'







La trama (con parole mie): Therese, un'introversa aspirante fotografa che si barcamena tra un lavoro in un grande magazzino come commessa e la storia con un fidanzato che non ama nella New York degli anni cinquanta incontra proprio sul luogo di lavoro Carol, una donna più vecchia di lei, madre ed in procinto di divorziare, ricca ed affascinante.
Tra le due ha inizio un gioco di seduzione ed avvicinamento progressivo che le condurrà ad una vera e propria fuga alla scoperta di se stesse attraverso la provincia americana, verso Ovest, fino a quando Harge, marito di Carol, non metterà i bastoni tra le ruote alle due donne in modo da avere gli strumenti per ricattare la futura ex moglie rispetto alla custodia della figlia.
Cosa accadrà quando Carol e Therese dovranno scegliere quale strada prendere, e cosa sarà davvero meglio per il loro futuro?












Il Tempo, l'età e l'esperienza hanno un potere davvero enorme.
E' curioso quando si pensa a quanto si girava intorno alle cose quando si era ragazzini, e piuttosto che ammettere che una ragazza ci piaceva si negava all'inverosimile: ed è altrettanto curioso come una manciata di anni e di cicatrici possano cambiare radicalmente un approccio, un avvicinamento, un modo di intendersi.
Questione di prospettive, sempre e comunque.
Del resto, nessuno potrà mai percepire l'amore - o il sesso, ovviamente - a vent'anni come a quaranta, vivere una storia e raccontarla a se stesso e con il partner con un trasporto ed un modo di vedere le cose simile: noi stessi combattiamo una battaglia non solo contro il Tempo che inevitabilmente scorre, ma anche contro l'immagine che abbiamo avuto, abbiamo e speriamo di avere di noi.
Todd Haynes è nel pieno di un testa a testa di questo genere dai tempi di Velvet Goldmine, ed ha proseguito nella sua lotta anche con lo splendido Lontano dal Paradiso e l'ottimo I'm not here, giocando e non poco sull'estetica senza dimenticare una profondità decisamente passionale per prodotti sulla carta estremamente autoriali: non è da meno quest'ultimo Carol, accolto decisamente bene oltreoceano ma con molte riserve qui al Saloon, considerati i rischi concreti di polpettone d'essai buono giusto per Cannibal Kid.
Fortunatamente la vicenda di Therese e Carol ha finito per smentire ogni timore della vigilia, ed appoggiandosi a due splendide interpretazioni di due protagoniste impeccabili - Cate Blanchett e Rooney Mara, nonostante la prima mi stia sempre e comunque sul cazzo e la seconda abbia perso tutto il fascino della decisamente più fordiana Lisbeth Salander -, un comparto tecnico senza alcuna sbavatura - forse solo Steve McQueen riesce ad avvicinarsi alla classe delle pellicole di Haynes nel panorama mainstream mondiale - ma soprattutto ad un crescendo d'intensità che non solo inchioda alla poltrona a dispetto dell'apparente lentezza e delle quasi due ore di durata, ma smuove nel profondo proprio perchè in grado di raccontare con una passione smisurata una storia d'amore come ricordo quelle de I ponti di Madison County o I segreti di Brokeback Mountain, giusto per citare due tra i film romantici che ho più amato nella vita.
Ed il bello di questo magnifico affresco dipinto da Haynes sta proprio nelle differenze tra Therese e Carol, nella gioventù della timidezza, dello struggimento e dei sensi di colpa e nella maturità che pare sminuire l'amore ma che, di fatto, lo traduce in compromesso, rischio, dedizione verso i figli, che ad un certo punto della vita diventano la vera incarnazione del sentimento più forte che noi che calpestiamo questa terra possiamo provare - da questo punto di vista, il confronto legato all'affidamento della piccola Rindy di Carol e Harge è da brividi -: due realtà che possono sfiorarsi, ma forse non avranno mai la possibilità di vivere una accanto all'altra davvero, come tradotto in immagini dal perfetto ribaltamento della stessa sequenza girata da diverse angolazioni in apertura e chiusura della pellicola.
Così come il finale, volutamente sospeso, che quasi riporta alla mente l'altrettanto efficace Two lovers, pronto a lasciare nelle mani dell'audience una risposta che, a conti fatti, non sarà mai definitiva: Therese e Carol si guardano l'un l'altra come in uno specchio che porta la prima vent'anni nel futuro e la seconda altrettanti nel passato.
Se questo sguardo significherà qualcosa, non è dato saperlo, a meno di non immaginare un lieto fine.
Nel frattempo, resta la sensazione di un ricordo, una nostalgia, un momento che ha segnato il viaggio di due persone, che si è amato e odiato, e che, quando verrà l'istante in cui dovremo tirare le somme, senza dubbio tornerà, come un brivido, dalla pelle al cuore.





MrFord





"Oh, Carol
don't let him steal your heart away
I'm gonna learn to dance
if it takes me all night and day."
The Rolling Stones - "Carol" - 






martedì 28 gennaio 2014

The wolf of Wall Street

Regia: Martin Scorsese
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 180'




La trama (con parole mie): Jordan Belfort è un ambizioso broker figlio di due comunissimi contabili che sul finire degli anni ottanta desidera emergere e diventare schifosamente ricco. Quando il lunedì nero delle borse che sconvolse l'autunno del 1987 lo mette all'angolo, Belfort scopre un nuovo canale per arrivare in cima alla catena alimentare: sfruttando le azioni legate a società di profilo decisamente più basso di quelle che era abituato a trattare ma con una commissione pari al cinquanta per cento della vendita diviene in breve tempo un vero e proprio fenomeno della finanza statunitense, liberando ego, lussuria, dipendenza da alcool e droghe e soprattutto dall'adrenalina che da essere i numeri uno, i vincenti, i ricchi bastardi che possono permettersi quello che vogliono quando vogliono.
Peccato che, con il progressivo aumentare dei capitali, l'FBI cominci ad interessarsi alle sue operazioni non proprio pulite, e così come era sorto, l'impero di Belfort inizia inesorabilmente quanto velocemente a sgretolarsi.






Spesso e volentieri, nel corso di questi quasi quattro anni di vita del Saloon, ho fatto riferimento ad un'antica frase, "homo homini lupus", quando si è trattato di parlare di pellicole che mostrassero il lato predatorio e spietato dell'Uomo, che sarà pure animale sociale ma resta altrettanto inesorabilmente il più pericoloso bastardo che la Natura abbia scatenato su questa Terra.
Decisamente meno spesso - e di norma in riferimento a Classici o pietre miliari - ho pensato di assegnare ad un titolo uscito in sala il massimo della valutazione fordiana: non ci sono riusciti neppure i migliori, i vincitori dei Ford Awards di questi anni, le sbronze più importanti che a questo bancone si poteva sperare di prendere.
Il problema, con The wolf of Wall Street, è che non si parla di una sbronza, ma di uno stramaledetto baccanale da coma etilico senza ritorno: Martin Scorsese, appoggiandosi alle spalle di un Di Caprio superlativo - vi invito ad una visione in lingua originale, da urlo in tutto e per tutto - ed un cast assolutamente ed indiscutibilmente perfetto, centra un homerun con tutte le basi occupate, consegnando al pubblico il suo lavoro più grande, dirompente, semplicemente migliore dai tempi di Quei bravi ragazzi e Casinò.
Il vecchio Marty, ispirandosi alle vicende del predatore finanziario Jordan Belfort, sradica dalla sedia di prepotenza, sbattendo in faccia all'audience tutta quintalate di sesso, volgarità, eccessi, droghe e tutto quello che è possibile concepire nel momento in cui si è così schifosamente e clamorosamente ricchi da poter decidere il proprio bello e cattivo tempo sbattendosene felicemente del resto del mondo: in questo senso il Belfort di Di Caprio, una sorta di versione sotto cocaina dell'Abagnale Jr. di Prova a prendermi, riesce ad inorridire, conquistare, lasciare sconvolti e dunque di nuovo ammirati, tanto da arrivare quasi all'empatia con questo animale da giungla - perchè è di giungla che parliamo, quando si tratta della nostra società, dalle scimmie ai suoni gutturali - che dovrebbe essere al contrario quanto di più lontano esiste da noi poveri stronzi che, come l'agente Denham, la sera torniamo a casa dal lavoro in metropolitana, e non al volante di una Ferrari bianca con superfiga in dotazione pronta a succhiarcelo senza fare domande.
Dunque per quale motivo arriviamo addirittura ad emozionarci nel momento in cui Belfort dovrebbe pronunciare il suo discorso d'addio di fronte a tutti i broker pronti a lavorare ai suoi ordini, nella pancia della balena che lui stesso ha creato, la Moby Dick che ha imparato, semplicemente vendendo una penna, ad usare i suoi Achab invece che a combatterli?
E perchè sul finale l'impressione che si sente insieme ad un brivido sulla pelle è quella che il Lupo sia sprecato di fronte ad un gregge di pecore che di quella penna non sa neppure che farsene?
Perchè, signori miei, Jordan Belfort incarna i più bassi istinti che l'Uomo in quanto predatore nutre ed alimenta nel profondo dell'anima: i miei come i vostri, senza distinzioni.
E non credete alle pecore incapaci di vendere una penna o a chi dice che non guarda una donna che non sia la sua, o non fantastica di quanto sarebbe godurioso avere talmente tanti soldi da non sapere che farsene, perchè sono bugiardi anche più dello stesso Belfort.
E non voltate mai le spalle al lupo, perchè un predatore sarà sempre e comunque guidato dal suo appetito, che cresce progressivamente fino a diventare inesauribile quante più prede riesce a mettere sotto i denti.
Credete però ai movimenti di macchina strepitosi di Scorsese, al montaggio furioso di Thelma Shoonmaker, a Leonardo Di Caprio e a The wolf of Wall Street: che non è un film sulla finanza, sul crimine, sul sesso selvaggio o sugli eccessi, ma sull'anima nera dell'Uomo.
Di qualsiasi Uomo.
Da Belfort a Denham.
Fino all'ultimo di noi.
Homo homini lupus.
E se si ha abbastanza coraggio di guardare l'abisso negli occhi, tutti possono essere lupi.
Da Belfort a Denham, per l'appunto.
Senza dimenticare Di Caprio e Scorsese.
Ma The wolf of Wall Street non è neppure un film sui lupi. Non soltanto.
E a dire il vero, non è neppure un film.
E' un fottuto, grandioso, Capolavoro.
Il coma etilico e la scopata della vita.
E' come se la settima arte tutta si mettesse in ginocchio e ve lo succhiasse per tre ore filate senza neanche prendere fiato.
Ditemi voi cosa si può chiedere di più esaltante al Cinema.



MrFord



"Release the wolves
carnage has no rules
comparison, competition
we'll bury one and all."
Machine Head - "Wolves" - 




domenica 24 marzo 2013

Friday night lights - Stagione 5

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2010/2011
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Eric Taylor si appresta ad iniziare una nuova stagione alla guida degli East Dillon Lions, ormai rodati e resi ancora più forti dagli innesti fatti alla squadra dell'anno precedente che era costata ai Panthers, rivali cittadini, la qualificazione ai playoffs.
Ormai sono i ragazzi del coach la squadra da battere, e pare proprio che gli unici rivali nella strada che porta alla vittoria del campionato nazionale siano loro stessi: Vince Howard, talentuoso quarterback, è infatti influenzato dal ritorno a casa del padre dopo anni di galera; Luke Cafferty, co-capitano, dal suo rapporto con Becky, che soltanto l'anno prima abortì perchè rimasta incinta di lui; Buddy Garretty Jr dal suo legame con il padre.
Come se non bastasse, Taylor dovrà affrontare anche i problemi della figlia Julie al college, l'incombere della possibilità che l'anno successivo i Lions possano essere cancellati per motivi di bilancio e fusi con i Panthers nonchè con l'offerta che la moglie Tami dovrà valutare se trasferirsi a Philadelphia come responsabile delle ammissioni di un college locale.





Nella mia storia di fruitore di titoli legati al piccolo schermo, poche serie sono riuscite ad emozionare questo vecchio cowboy quanto Friday night lights.
Sin dal pilota, passato dalle parti del Saloon attorno all'autunno 2011, con quel "Texas per sempre" e la promessa di Tim Riggins a Jason Street di rimanere amici per sempre e giocare insieme nella NFL a questo strepitoso finale, i cuori di casa Ford hanno palpitato con quelli dei protagonisti di una delle proposte più potenti, sentite e sincere che si possa sperare di incontrare.
Perchè quei due liceali idoli del loro piccolo mondo di provincia finiranno inghiottiti da una vita che regala tanto, ma colpisce senza guardare in faccia a nessuno: perchè Jason Street, golden boy della provvidenza, finirà su una sedia a rotelle, e dopo aver sbandato scoprirà che il Texas non è la sua casa, bensì la New York degli agenti sportivi, così come una famiglia diversa da quella che si era aspettato, ma ugualmente importante.
Perchè Tim Riggins scoprirà che dopo la gloria delle scuole superiori e le ragazze tutte ai suoi piedi riuscire ad essere protagonisti anche nel mondo degli adulti è una cosa tosta, e dovrà essere il carcere ad insegnare quanto la libertà e l'amore per quella terra siano importanti.
Ma non per questo si smetterà anche solo per un momento di volere bene a loro come ad ognuno degli altri volti di questo serial, a partire dalla famiglia del coach Taylor, uomo dalle palle d'acciaio, padre ed insegnante da manuale, uno dei personaggi meglio scritti e riusciti che abbia mai incontrato nella mia carriera di spettatore, un modello di solidità come ogni uomo sogna di essere per se e per chi gli sta accanto.
Perchè Friday night lights è come una famiglia. Anzi, come il concetto stesso di Famiglia.
Osservando le storie degli abitanti di Dillon, dei ragazzi pronti a coltivare grandi sogni a partire dal campo di football, si osservano vicissitudini che hanno visto anche noi lottare per ritagliarci un posto nel mondo, che fosse attraverso qualcuno che si ama o cavalcando sogni di gloria con il pensiero che gli stessi potrebbero sempre rivelarsi come un buco nell'acqua.
Si era partiti con la gloria dei Panthers e si è giunti alla volontà dei Lions, da Jason Street sfortunato protagonista mancato e Matt Saracen timido eroe outsider a Vince Howard che se non ci fossero stati il football ed il coach Taylor sarebbe finito a marcire in gabbia come il suo vecchio, una vita spesa nei sobborghi a spacciarsi per l'ennesimo duro di periferia finito male.
E invece Vince è qui, sul campo. Accanto ad un ragazzo che più bravo non si potrebbe, quel Luke Cafferty emblema di una purezza che forse esiste in una persona su mille, e che lo condurrà nella parte del finale forse più commovente ad un destino che potrebbe essere decisamente più amaro di quello dei suoi ex compagni passati a questo o quel college o ad un nuovo anno in una super squadra destinata a rendere Dillon la capitale del Texas del football delle scuole superiori.
Ma è inutile continuare a stare ad elencare le vicende - scritte e dirette alla grande, si veda l'ultimo episodio, una chicca da manuale sotto ogni aspetto tecnico ed emozionale - dei personaggi di questo prodotto magnifico: perchè in fondo, è come se fossimo noi.
Da Eric Taylor a sua moglie Tami fino ad ogni singolo charachter del titolo sviluppato da Peter Berg, non esiste una sola traccia di posticcio nel risultato: il bello di Friday night lights è la sincerità e la passione nella narrazione, la voglia di mostrare quello che accade in casa vostra, o alla porta accanto, che voi viviate nel Texas del football e dei timorati di Dio o nel cuore di un'Italia ben lontana dalle imprese della palla ovale.
Ma poco importa.
"Occhi limpidi e cuore puro non possono perdere", recitava Eric Taylor nello spogliatoio dei suoi Panthers, campioni dello Stato nel 2006.
"Occhi limpidi e cuore puro, e per il resto ci sarà tempo", afferma con un sorriso lo stesso uomo cinque anni dopo, cresciuto con i suoi ragazzi partita dopo partita.
Nel pieno di quest'ultima stagione, il padre di Vince uscito da poco di galera, guardando negli occhi il figlio dopo una strepitosa performance di quest'ultimo sul campo, afferma "questa sera mi hai insegnato cosa significa essere orgogliosi".
Friday night lights è una serie che mi ha reso orgoglioso.
E che al solo pensiero alimenta il fuoco della passione per la vita che non ho proprio alcuna intenzione di lasciar spegnere.
Texas per sempre, Eric Taylor.
Texas per sempre, Tim Riggins.
Mi mancherete.
Ma i miei occhi ed il mio cuore non vi dimenticheranno di certo.


MrFord


"The stars at night - are big and bright
deep in the heart of Texas.
The prairie sky - is wide and high
deep in the heart of Texas.
The Sage in bloom - is like perfume
deep in the heart of Texas.
Reminds me of - the one I love
deep in the heart of Texas."
George Strait - "Deep in the heart of Texas" - 


lunedì 11 febbraio 2013

Zero dark thirty

Regia: Kathryn Bigelow
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 157'



La trama (con parole mie): Maya, giovane agente della CIA, è reclutata dall'Agenzia già dai tempi del liceo ed il suo primo incarico la vede avvicinarsi alla squadra che si occupa di scoprire il nascondiglio di Osama Bin Laden a seguito degli attacchi dell'undici settembre.
Quello che la donna non sa è che la caccia ad uno degli uomini più ricercati della Storia la occuperà per un decennio tra false piste, morti di compagni, cambi di Presidente ed un lavoro capillare e continuo che la condurrà dove nessuno più credeva, al luogo che sarà teatro dell'azione che porterà alla morte del leader di Al Quaeda nel maggio duemilaundici.
Le strategie ed i piani dell'intelligence per antonomasia filtrati attraverso la determinazione e le sofferenze di una combattente outsider.




Kathryn Bigelow è la regista con le palle più grosse in circolazione. Senza dubbio.
Come se non bastasse, direi che i suoi attributi sono di dimensioni e sostanza decisamente maggiori rispetto a quelli di molti anche più blasonati colleghi di sesso maschile.
Zero dark thirty rappresenta, in una certa misura, la rappresentazione migliore di queste qualità "di peso" della donna dietro la macchina da presa di cult assoluti come Point break o Il buio si avvicina: ispirandosi a fatti reali e sfruttando al meglio una sceneggiatura stratificata e complessa dell'ormai inseparabile Mark Boal - già penna dietro il vincitore dell'Oscar come miglior film di tre anni fa The hurt locker -, l'ex signora Cameron confeziona un thriller politico con risvolti d'azione che pare unire la complessità e la ricchezza di Homeland all'approccio a tutto campo di Michael Mann, pur peccando, soprattutto nella sua componente emozionale, di una certa freddezza di fondo segna una differenza tra questo ed i prodotti che fin dalla prima visione sono in grado di conquistare il titolo di instant cult.
A favore della Bigelow va comunque affermato che una materia scottante quanto la questione Osama Bin Laden dovesse essere necessariamente essere trattata con un certo piglio chirurgico per evitare che l'intero progetto naufragasse in una retorica di bassa lega pronta a sfruttare il dolore che ancora provoca negli States la ferita aperta da una delle più grandi tragedie della Storia umana recente, l'undici settembre duemilauno.
E la nostra tostissima Kathryn, che non ha affatto intenzione di cadere in trappole di questo genere, asciuga tutto quello che può essere asciugato e lascia che il suo mosaico prenda lentamente forma anche a fronte di un iniziale disorientamento del pubblico a fronte di dialoghi serrati ed informazioni intelligence-style, si prende il suo tempo - più di due ore e mezza paiono un'enormità, per quello che di fatto dovrebbe essere un action movie, eppure sembra quasi, al termine, di aver avuto soltanto un assaggio di tutte le sfumature della caccia a Bin Laden operata dalla CIA - ed esplode nei quaranta minuti conclusivi - quelli dedicati al raid che portò alla morte dell'allora leader di Al Quaeda - tutto il suo talento ed il suo rigore, confezionando una sequenza al cardiopalma nonostante l'ovvietà del suo esito - credo che il fatto che Bin Laden sia stato ucciso durante la missione in questione sia noto perfino agli spettatori meno informati del pianeta -, girata magistralmente ed in grado di portare direttamente sul campo - e con estremo realismo - l'audience facendola precipitare in un caleidoscopio di sensazioni che danzano tra colpi sparati quasi alla cieca ed i filtri della visione notturna, quasi fosse al centro di una sua interpretazione di quello che è stato il palcoscenico principale della scena videoludica degli ultimi anni - da Call of duty a Battlefield, il concetto dell'esperienza dello sparatutto in prima persona è ormai una realtà decisamente più consolidata dei tempi di Wolfenstein e Doom -.
Attorno alle vicende, agli interrogatori durissimi, alle vittime e agli attentati - vengono rivisitati quelli celebri di Londra e del Marriott Hotel in Pakistan - scopriamo le vite di agenti consacrati totalmente al loro lavoro e disposti a sacrificare una vita "normale", la famiglia e tutto quello che è possibile sacrificare non tanto in nome della Patria, quanto a fronte della necessità di affrontare un "male di vivere" che li soffoca una volta rimesso piede all'interno di una quotidianità troppo pressante - e in questo continua il discorso cominciato da regista e sceneggiatore con il già citato The hurt locker -: sono vite soltanto accennate, eppure fotografate con la potenza dell'istantanea da indagine giornalistica d'assalto, caratterizzate per sottrazione - in questo torna il legame con lavori clamorosi come The heat o Insider firmati sempre da Mann - e mai scontate.
E in testa al Navy seal di Joel Edgerton o al caposezione CIA di Kyle Chandler, troviamo lei, Maya, interpretata da una Jessica Chastain finalmente resa come una donna, e non come la bambola che vogliono troppo spesso dipingere - e che non è, con buona pace di chi la considera una figa stellare -: la sua crociata contro Bin Laden diviene il simbolo di un'emancipazione che, nonostante il progresso, le figure professionali femminili ancora non possono dire di avere ottenuto al cento per cento, che assume contorni quasi mitici e giovannadarcheschi anche in un finale magistrale, in bilico tra la gioia per una vittoria conseguita sul campo - perchè seppur Maya sia tenuta a seguire il raid dal campo base, è come se fosse accanto ai soldati in piena irruzione - e la consapevolezza di non avere un luogo a cui tornare, di essere sola nella pancia vuota di una balena volante che è anche un Paese cui ha dedicato dieci anni della sua vita senza sapere, di fatto, se la scelta fu per difenderlo o proteggere se stessa da una solitudine troppo pesante.
In questo senso Zero dark thirty potrebbe essere definito addirittura il manifesto della Bigelow, prima donna a conquistare l'Oscar come migliore regista e da sempre etichettata come cineasta profondamente maschile nell'approccio: come Maya, anche lei ha dedicato la sua vita ad una vittoria che potrebbe costarle più solitudini che allori e tappeti rossi.
Una vittoria che, tra l'altro, difficilmente si ripeterà quest'anno.
Perchè Zero dark thirty è un film così grande da non concedersi ad un'unica visione.
Ha bisogno di essere inseguito, braccato, conquistato: come l'avversario più pericoloso, o il sogno più grande.
Che, a ben guardare, è sempre come essere allo specchio e sfidare noi stessi.


MrFord


"Living in the big city
the American dream
is far roaming in the streets of greed
everywhere I turn I'm on a mission for more
but I aint selling my soul
with the dope theres no girl
I'm on a one way box to the top
hitting the strip but got a sound that would rally the block
I'm in the fast lane and I wont stop."
Cypress Hill - "Rise up" -


giovedì 22 novembre 2012

Friday night lights - Stagione 4

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno:
2009/2010
Episodi: 13



La trama (con parole mie): per il coach Taylor e la sua famiglia la fine dell'anno precedente è stata un punto di svolta non da poco. L'allenatore responsabile della vittoria dei Panthers nel campionato di tre anni prima, infatti, viene dirottato grazie alle pressioni del nuovo magnate della squadra nonchè padre del quarterback J. D. McCoy alla guida del team della East Dillon High, i Lions.
Peccato che la scuola in questione, situata nella parte più problematica della città, non abbia una squadra come si deve dall'inizio degli anni ottanta, e che la maggior parte dei suoi membri siano ragazzi con problemi di disciplina e una fedina penale da record.
Taylor, però, non è il tipo da darsi per vinto, e con l'aiuto di Buddy Garretty e di alcuni ex alunni riuscirà non senza fatica a presentare una squadra in grado, se non altro, di portare a termine il campionato.
Nel frattempo sua moglie Tami dovrà fronteggiare le numerose pressioni legate alla sua delicata posizione di preside della West Dillon, la figlia maggiore Julie la separazione dallo storico fidanzato nonchè ex quarterback dei Panthers Matt Saracen e la vecchia star del football locale Tim Riggins, abbandonata l'università, dovrà trovare il modo di ritagliarsi il suo spazio nel Texas che tanto ama.




Se torno con la memoria agli inizi della mia carriera di spettatore rispetto all'universo delle serie tv per poi riavvolgere il nastro fino al presente, sono pochissimi i titoli che, anno dopo anno, stagione dopo stagione, hanno mantenuto il loro livello alla stessa altezza, conquistandomi ripetutamente e senza alcuna attenuante: Friday night lights è senza dubbio uno di questi.
Ho ancora impressa nel cuore l'escalation di emozioni che fu il pilota, primo passo di un'avventura che - tolto qualche cedimento nel corso della seconda annata, segnata dall'ormai noto sciopero degli sceneggiatori che paralizzò il piccolo schermo qualche tempo fa - non ha fatto altro che alimentarsi di una passione che ancora pulsa fieramente negli occhi, nei gesti e nelle storie di questi ragazzi del profondo Texas segnato da Dio e dal football, cui basta uno sguardo per conquistare chi, anche da questa parte dell'oceano, conosce bene il concetto senza confini della volontà di cercare uno spazio in cui sentirsi liberi, a casa, pronti ad essere felici.
E' per questa felicità che lottano costruendosi dal nulla i nuovi Lions del Coach Taylor, che episodio dopo episodio incarna sempre più la figura del padre a tutto tondo, severo e deciso quanto presente e disposto a dare tutto affinchè i suoi ragazzi possano garantirsi un futuro; per questa felicità lottano Julie e Matt, la prima ancora indecisa rispetto a cosa la aspetterà al termine delle superiori, il secondo alla ricerca di un riscatto dal ruolo che lo ha sempre visto giocare da outsider, anche quando è stato protagonista; per questa felicità lotta Vince Howard, costretto a fare da padre alla madre tossica, animo nobile contro destino da criminale; per questa felicità lotta Luke Cafferty, promessa del football della parte "bene" della città precipitato da un giorno all'altro nei "bassifondi"; per questa felicità lottano Becky e sua madre, entrambe troppo giovani e troppo sole per poter credere ancora negli uomini; per questa felicità lotta Tim Riggins, alla ricerca di un nuovo ruolo ora che i tempi del football sono alle spalle.
Ed è proprio questa la forza di Friday night lights.
La voglia e la determinazione di battersi per tornare negli spogliatoi a testa alta, ed affrontare ogni nuovo giorno con l'orgoglio di chi ha dato tutto, e anche di più.
Rinnovare una serie così radicalmente proprio quando il pubblico poteva essersi affezionato ai personaggi principali praticamente rivoluzionando il cast ed il setting - la parte Est di Dillon, segnata dallo spaccio e da vite vissute sempre in bilico, pare distante anni luce dalla provincia felice del lato Ovest - è stata senza dubbio una scommessa azzardata da parte di Peter Berg e degli autori del serial: scommessa comunque vinta a mani basse con una stagione dedicata più alla costruzione dei nuovi charachters che al football giocato, libero comunque di rubare la scena con la partita che chiude la stagione e che vede opposti i raffazzonati e mai domi Lions agli spocchiosi Panthers costruiti attorno a J. D. McCoy, giovane e miracoloso quarterback passato dall'essere la timida ombra del padre nel corso della season three ad un adolescente borioso ed arrogante, pieno di sè ed incapace di portare sul campo lo spirito di squadra tanto caro al coach Taylor.
Ed è proprio nel corso di quel match combattuto fino allo scadere che i leoni dello stesso Taylor trovano per la prima volta una loro identità come team, in una partita raccontata alla grande che rischia di essere addirittura la più emozionante vista nel corso della vita di questo titolo, superiore anche al già citato match del pilota e a quello della vittoria dei campionati statali che vide Riggins, Saracen e gli altri Panthers dei bei tempi affrontare l'ex compagno di squadra Voodoo.
E così, masticando spesso amaro ed allargando le spalle con la forza che solo la gente comune e disposta a tutto per vivere mostra - spesso e volentieri, di fronte alle storie di questo Texas lontano eppure affine a tutti noi "della strada" torna alla mente il mitico discorso del Tom Joad interpretato da Henry Fonda in Furore di John Ford, uno dei Capolavori inarrivabili del Cinema -, si torna a guardare un orizzonte che possa un giorno donarci la felicità che cerchiamo - splendidi i passaggi di Riggins di fronte al suo appezzamento di terra - gridando ancora più forte "occhi limpidi e cuore puro non possono perdere".
Amen, coach Taylor.


MrFord


"Can't see nothin' in front of me
can't see nothin' coming up behind
I make my way through this darkness
I can't feel nothing but this chain that binds me
lost track of how far I've gone
how far I've gone, how high I've climbed
on my back's a sixty pound stone
on my shoulder a half mile line."
Bruce Springsteen - "The rising" -



giovedì 15 novembre 2012

Argo

Regia: Ben Affleck
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 120'




La trama (con parole mie): siamo alla fine del 1979 a Teheran quando scoppia una rivolta di proporzioni allarmanti che porta la popolazione locale a prendere d'assedio l'ambasciata statunitense, rappresentante del governo che ha concesso asilo politico all'odiato Scià in fuga.
Quando l'assalto ha inizio tutte le persone all'interno dell'edificio vengono prese in ostaggio - e tali resteranno per più di un anno, sotto gli occhi dei media di tutto il mondo - fatta eccezione di sei americani cui viene concessa ospitalità dall'ambasciatore canadese.
Questa condizione, però, è precaria e mette in allarme i servizi segreti di Canada e States, che non senza qualche dubbio affidano il compito di riportare negli USA gli "ostaggi non ostaggi" a Tony Mendez, esperto del settore: l'uomo ha infatti avuto un'idea particolarmente curiosa che potrebbe trarre in inganno le forze iraniane in modo da permettere la fuga proprio sotto i loro occhi.
Questa idea si chiama Argo, un finto film di fantascienza prodotto con tutti i crismi ad Hollywood e che dovrebbe essere girato proprio a Teheran.





"E chi lo fa il regista?"
"Ascolta, puoi prendere anche una scimmia, metterla dietro la macchina da presa, e potrà farlo benissimo anche lei."
Recita più o meno così lo scambio con protagonista Ben Affleck nelle vesti di Tony Mendez, alle prese con l'organizzazione di quell'Argo che potrebbe valergli la carriera e, soprattutto, sei vite al centro di un vero e proprio caso politico - e storico - che ancora oggi fa pensare.
In effetti, qualche anno, fa, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul bisteccone di Pearl Harbour, in qualità di attore o - figurarsi - di regista: ma evidentemente, a parte una stazza da giocatore di football e lo sguardo un pò spento, il vecchio Ben aveva qualcosa di meglio su cui puntare, e così, tra un siparietto e l'altro di "I'm fucking Matt Damon" e "I'm fucking Ben Affleck" - vi prego, recuperateli su Youtube - con l'inseparabile amico ha tempo di realizzare lo script di un film sottovalutato eppure per me sempre bellissimo come Will Hunting, e senza fretta coltivare il sogno di passare il confine, segnando tra l'altro un percorso in continua crescita in grado di portarlo dal discreto Gone baby gone al solido The town fino a questo buonissimo Argo.
Una cosa simile era capitata, parlando sempre di attori "dalle due espressioni", qualche decennio fa anche ad un signore chiamato Clint Eastwood, autore di alcuni dei più grandi Capolavori made in USA degli ultimi trent'anni - Gli spietati, Million dollar baby, Un mondo perfetto, Mystic river, Lettere da Iwo Jima, Hereafter, Gran Torino tanto per citarne alcuni -: certo, Ben Affleck deve ancora battere parecchia strada prima di potersi considerare ai livelli di quello che è ormai un Maestro, eppure le basi per poter nutrire una grande fiducia in lui sono ormai poste su solidissime fondamenta.
Argo, in particolare, assume un'importanza ancora maggiore per la maturità con la quale è presentato, uno stile classico - che non significa noioso, badate bene - che l'anno scorso aveva già vestito uno dei titoli che più mi colpirono in chiusura dell'anno - Le idi di marzo di George Clooney, qui in veste di produttore -, in grado di richiamare il Cinema impegnato che sul finire dei gloriosi seventies consegnò al pubblico quello che, a mio parere, resta il Capolavoro del genere, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula.
Ma non c'è soltanto questo, dietro ad una vicenda ispirata ad una missione resa "unclassified" soltanto da Clinton sul finire degli anni novanta: c'è un amore incondizionato per la settima arte, prima di tutto - dagli impagabili John Goodman e Alan Arkin alle reazioni a metà tra l'ebete ed il felice dei soldati iraniani omaggiati del contenuto dell'artbook di Argo -, il gusto per il suddetto Classico e la costruzione quasi geometrica di un climax conclusivo da cuore in gola, ritmo martellante, interpretazioni convincenti di un cast eterogeneo ed in gran forma, e soprattutto molta ironia.
Dalla questione sulle abilità richieste ad un regista che abbiamo già affrontato alla parodia - che poi, a conti fatti, parodia tanto non è - sul mondo dorato di Hollywood in cui vince chi mente e la spara più grossa degli altri, il lavoro del nostro bisteccone viaggia a corrente tutt'altro che alterna, convincendo sia quella parte di audience abituata al blockbusterone confezionato ad arte sia a quella più incline all'autorialità, prendendo tutti quanti per mano in una corsa contro il tempo che tiene incollati alle poltrone fino all'ultimo, liberatorio annuncio sugli alcolici.
Ma ancora non ha finito, il soprendente Affleck: perchè nonostante già tutto quello che ho elencato basterebbe per rendere Argo una delle proposte migliori delle ultime settimane in sala, c'è una singola scena che, a mio parere, è stata in grado di permettere a questo film il vero e proprio salto di qualità senza alcuno spreco di retorica, grandi mezzi, troppe parole.
Proprio mentre i sei fuggitivi e Tony Mendez, infatti, affrontano gli ultimi istanti liberatori prima di lasciare l'Iran - sequenza, tra l'altro, assemblata con un montaggio incrociato che non ha nulla da invidiare a quelli di Thelma Schoonmaker o di The social network -, la giovane domestica fino a poche ore prima alle dipendenze dell'ambasciatore canadese è costretta ad espatriare in Iraq, quasi si buttasse dalla padella alla brace.
Per lei nessuno spenderà parole, missioni non ufficiali di agenti segreti, o inventerà film che non esistono in modo da poterla sottrarre da un destino triste ed amaro: e senza colpo ferire, o la voce troppo alta, il nostro ex bisteccone consegna pronta una piccola perla che mostra tutto il lato oscuro di una politica - estera o interna che sia - da sempre - almeno per quanto riguarda la contemporaneità - votata a scelte economiche o "scenografiche".
Nessun indice puntato sugli USA - lo Scià cui concessero asilo, colpevole di atroci crimini, del resto, era stato insediato proprio da loro -, ma qualcosa di decisamente più potente, seppure sotterraneo.
Una sorta di presa di coscienza di un concorso di colpa in grado di scuotere e, al contempo, di non sminuire l'impresa che Mendez portò a termine senza un'ufficialità riconosciuta ed effettiva e che diviene ora, a distanza di oltre trent'anni, un simbolo che è quasi un atto di fede.
Una cosa di cui il lavoro di Ben Affleck, ormai, non ha più bisogno.
Perchè è diventato una certezza.


MrFord


"Every time I look in the mirror
all these lines on my face getting clearer
the past is gone
it went by, like dusk to dawn
isn't that the way
everybody's got their dues in life to pay
yeah, I know nobody knows
where it comes and where it goes
I know it's everybody's sin
you got to lose to know how to win."
Aerosmith - "Dream on" -


 

sabato 16 giugno 2012

Friday Night Lights - Stagione 3

Produzione: NBC
Origine: Usa
Anno: 2008
Episodi: 13




La trama (con parole mie): per i Dillon Panthers è l'anno della ricostruzione. Dopo l'eliminazione ai playoff della stagione precedente e l'infortunio che è costato la borsa di studio a Smash Williams la squadra guidata dal coach Taylor deve ripartire da Tim Riggins, nuovo capitano, e Matt Saracen, entrambi all'ultimo anno.
Ma su quest'ultimo, quarterback titolare dai tempi del dramma di Jason Street, incombe la presenza della matricola J.D. McCoy, giocatore fenomenale spinto da un padre ingombrante e molto potente che da subito si impone tra i finanziatori del team.
E mentre la scelta dell'università ed il futuro bussano alla porta dei senior della scuola, la stagione prosegue in un cammino che ricorda da vicino quello di due anni prima, quando i Panthers divennero campioni di stato.




Non posso non iniziare con il botto: Friday night lights è la serie che più mi emoziona dai tempi di Lost e Romanzo criminale.
Le storie tutte realtà di questi ragazzi del profondo Texas arrivano dritte al cuore, e sono simboli perfetti della mitologia di Frontiera di cui mi faccio ogni giorno divulgatore qui dal saloon: lasciato indietro il passo falso - pur se non completo - della season two, viziata dallo sciopero degli sceneggiatori che nel 2007 causò problemi praticamente a tutti i prodotti destinati al piccolo schermo, i Dillon Panthers tornano e lo fanno con il botto, confezionando una stagione che riesce perfino ad eguagliare la straordinaria prima annata, e ritrova il carattere da outsider e da perdenti di carattere che aveva spinto il cuore ed il coraggio dei ragazzi del coach Taylor a divenire campioni di stato due anni prima.
Cuore e coraggio che, nel corso di queste incredibili tredici puntate, si formano e costruiscono tutti a partire dalle vicende fuori dal campo, dedicando la prima metà della stagione a due dei grandi protagonisti della serie fino ad ora - Jason Street e Smash Williams -, al loro lascito alla stessa e all'inizio di una nuova vita altrove per entrambi: il primo, idolo della scuola ed ex promessa del football confinato su una sedia a rotelle, impegnato a trovare il modo di iniziare economicamente una nuova vita in modo da garantire un futuro a suo figlio appena nato, trova nell'episodio legato al suo viaggio a New York accompagnato dal migliore amico Tim Riggins un'uscita di scena - definitiva? - pressochè perfetta, con il groppo in gola per la gioia e quel "Texas per sempre" pronunciato come una promessa di amicizia che durerà nonostante le miglia, la vita e tutto il tempo che pare passato da quando, al terzo anno, nel pieno del pilota della prima stagione, i due progettavano di andare a giocare insieme nell'NFL; il secondo, attaccante prodigioso e sbruffone cresciuto di colpo e divenuto vulnerabile a seguito dell'infortunio patito nei playoff dell'anno precedente, è scosso dalla madre e dal coach Taylor che proprio nell'allenare e motivare il suo ex capitano scopre di essere - e la definizione che ne da la moglie Tami è perfetta - "un educatore, prima di un allenatore".
E ancora una volta, la responsabilità ed il peso della squadra, come fosse una famiglia, trovano casa ideale sulle spalle di quest'uomo di poche parole, roccioso e determinato, all'antica ed orgoglioso eppure pronto ad ascoltare e comprendere: un uomo di quelli che si seguirebbero fino alla morte e oltre, da ammirare per la decisione ed i principi, le palle ed il coraggio. Una specie di padre formato gigante.
E se tutto questo non bastasse, ci sono Matt Saracen e il suo silenzioso lottare - splendida la sequenza dei lanci del coach Taylor e della sfida per diventare ricevitore -, Tim Riggins - sempre più il mio preferito, ed il più fordiano dei personaggi, eccetto forse il coach stesso - forse per la prima volta pronto a crescere, con tutti i suoi difetti, la sregolatezza e l'alcool, e ad essere il primo della sua famiglia ad entrare al college, lo strepitoso cast femminile - Julie, figlia del coach, finalmente uscita dalla crisi adolescenziale della stagione precedente, Tyra con le sue insicurezze, Lyla Garretty e la signora Saracen - a rendere questa serie una delle migliori del panorama statunitense degli ultimi anni ed uno dei prodotti corali più emozionanti e vivi che si siano mai affacciati sul piccolo schermo.
Una serie che non ha paura di affrontare se stessa ed i suoi punti deboli, di cambiare - si veda l'incredibile ribaltamento di prospettive dell'ultimo episodio, che pone le basi per le ultime due stagioni - e mostrare il fianco come fosse una di noi, facendoci sentire, di fatto, accanto ad ognuno dei suoi protagonisti: ed è immediato, provare questa sensazione, perchè in fondo, in questa serie non ci sono eroi, situazioni che vadano oltre la realtà che possiamo conoscere a prescindere dalla collocazione geografica, botole misteriose o conti alla rovescia.
Ci sono solo uomini e donne che imparano a vivere, giorno dopo giorno.
E imparano, prima ancora che dalle vittorie, dalle sconfitte.
Perchè se cadere è normale, per chi vive la quotidianità, rialzarsi è un atto di coraggio, fede e forza che non tutti sono pronti a compiere.
E proprio come nel football, è una questione di sudore, lacrime e centimetri.
E di non lasciare mai il campo, neppure quando si è stremati, abbattuti, sconfitti.
Perchè non si sa mai dove possa nascondersi la scintilla.
Siamo vivi.
E artigliamo il terreno pronti a scattare, perchè non è detto che il prossimo pallone sia proprio il nostro.
Quello del touchdown.
Quello dell'azione decisiva.
Texas per sempre, Dillon Panthers.
Anche qui, dall'altra parte del mondo.


MrFord


"Every day is new again
every day is yours to win
and that's how heroes are made
I wanted (I wanted) to win (to win)
so I'd said it again:
that's how heroes are made."
R.E.M. - "Every day is yours to win" -


 

venerdì 13 aprile 2012

Friday night lights - Stagione 2

Produzione: NBC
Origine: Usa
Anno: 2007
Episodi: 15



La trama (con parole mie):  i membri dei Dillon Panthers, freschi del titolo guadagnatosi sul campo la stagione precedente grazie alla guida del coach Eric Taylor, devono ripartire facendo i conti con tutto il peso che grava sulle spalle dei vincenti, scoprendo sulla loro pelle che, a volte, è più difficile essere in cima che non lottare per arrivarci.
Così un nuovo allenatore, le minacce di un pazzo all'indirizzo di Tyra, un nuovo possibile amore per Julie Taylor - in rotta con la madre a seguito della nascita della sorellina -, l'incostanza di Tim Riggins e l'apprensione di Smash Williams rispetto a quella che sarà la sua scelta per il college destabilizzano quella che era fino a pochi mesi prima una squadra perfetta, portando alla crisi anche gli elementi più equilibrati come Matt Saracen.
Riusciranno i Panthers a buttare il cuore oltre l'ostacolo e farcela di nuovo?



"Chi ha cuore e coraggio, non perde!"
Così gridavano i Dillon Panthers campioni del Texas alla fine della prima stagione, partiti come outsiders e sconvolti dall'incidente di Jason Street - promessa dal talento raro, capitano ed idolo della squadra - e finiti per stupire addetti ai lavori e tifosi contro tutti i pronostici della vigilia.
Ma è difficile respirare l'aria della cima.
E spesso, chi è abituato a lottare per raggiungerla, si rivela essere poco avvezzo al ruolo di primo della classe.
Così Friday night lights - serie che amo tantissimo - incappa in una seconda stagione decisamente meno avvincente e convincente della prima, che pare più una transizione verso quelli che saranno i promettenti lidi delle successive tre annate, complice anche la messa in onda avvenuta nel corso dello scellerato periodo dello sciopero degli sceneggiatori che coinvolse tutte le produzioni legate al piccolo schermo tra il 2007 e il 2008, minando le fondamenta delle serie ai margini come questa così come dei must come Lost, che ebbe il suo momento peggiore proprio con la quarta stagione, sempre nel 2008.
Nonostante, comunque, una certa debolezza nella scrittura e soprattutto nella capacità degli autori di mantenere solide e vive tutte le sottotrame, le vicende del coach Taylor, della sua famiglia e dei giocatori dei Panthers non hanno perso lo smalto dei giorni migliori, e continuano a coinvolgere ed emozionare il pubblico mostrando il fianco senza timori e tutta la loro umanità: dagli sconvolgimenti in famiglia dei Taylor - per la prima volta mostrati vulnerabili sia come singoli che nel loro rapporto con l'esterno - a quelli dei giocatori di punta dei Panthers - Smash con il suo sogno di sfruttare il college come un ponte per l'NFL, Riggins e le sue vicissitudini da "ospite indesiderato" prima in casa sua, poi da Tara, infine dal coach e Saracen con le sue pene d'amore -, senza dimenticare i personaggi apparentemente di contorno, ugualmente importanti nell'economia della serie - la stessa Tara e le minacce alla sua vita, un riscoperto Landry, Buddy Garretty ed il nuovo elemento della squadra Rodrigo, con il suo passato da criminale in erba -, la cittadina di Dillon offre di nuovo storie dall'intenso realismo, in grado di toccare il pubblico proprio perchè narrate da un punto di vista estremamente "normale", riuscendo sempre e comunque a mantenersi ben lontani dagli scivolosi terreni della retorica e del buonismo - si veda, in questo senso, l'evoluzione perfetta del personaggio di Jason Street, che apre uno scenario decisamente interessante sul finire della stagione rispetto a quello che sarà il futuro dell'ex quarterback -.
Una serie americana al cento per cento, fatta di sogni, amore e Dio nella migliore tradizione delle stelle e strisce, che trasuda mitologia da Frontiera e fatica da ogni poro, eppure perfettamente in grado di raccontare una storia - e, soprattutto, di farla vivere - anche a noi da questa parte dell'oceano, proprio grazie alla sua sincerità e al legame strettissimo con i concetti di famiglia e di lotta per costruire il proprio futuro e la propria felicità.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!"
Gridano i Panthers.
L'importante è non dimenticarselo mai, neppure di fronte alla sconfitta.


MrFord


"It's a long day livin' in Reseda
There's a freeway runnin' through the yard
And I'm a bad boy, 'cause I don't even miss her
I'm a bad boy for breakin' her heart.
And I'm free, I'm free fallin'."
Tom Petty - "Free falling" -


lunedì 28 novembre 2011

Friday night lights Stagione 1

Produzione: Nbc
Origine: Usa
Anno: 2006
Episodi: 22



La trama (con parole mie): a Dillon, in Texas, si vive e sopravvive come in ogni cittadina della provincia americana. La differenza la fanno i Panthers, squadra di football del liceo locale e trampolino di lancio per quelli che potrebbero essere i futuri talenti dell'Nfl.
All'esordio come allenatore c'è Eric Taylor, appena trasferitosi in città con la moglie Tami e la figlia Julie, al primo incarico come head coach di un team, sul quale pesano l'ingombrante presenza di Buddy Garretty, finanziatore principale dei Panthers, e quella dell'intera comunità, legatissima alle imprese agonistiche dei giovani giocatori.
Punto fermo per il coach è il quarterback Jason Street, praticamente il figlio che Taylor non ha mai avuto, leader in campo e fuori: con lui spiccano i runningback "Smash" Williams e Tim Riggins e la giovane riserva Matt Saracen.
Quando, alla prima della partita della stagione, Street sarà costretto ad abbandonare il campo da gioco a causa di un infortunio, toccherà proprio a Saracen prendere in mano la squadra, con la benedizione di Taylor.



Smaltita - più o meno - la delusione per American horror story, Cannibale si è clamorosamente preso la sua rivincita introducendomi - ringrazia sentitamente anche Julez - ad una serie che pare l'archetipo della materia fordiana per eccellenza, e che non era ancora entrata a far parte del novero delle preferite del sottoscritto: Friday night lights - inizialmente battezzata High school team - è stata una vera e propria bomba dall'inizio alla fine di questa più che ottima stagione d'esordio, conquistando da subito uno spazio nel mio cuore di spettatore con il suo giusto equilibrio tra drama e sport, una scrittura ed un lavoro sulla costruzione dei personaggi splendido, uno stile di ripresa che ricorda quello della mia amata The Shield ed un'ambientazione da confine che pesca nell'immaginario Usa da frontiera e losers allo sbando, grandi amori e grandi sogni accanto ad altrettanto clamorose cadute.
Ma la cosa che ha reso già dal pilota Friday night lights un cult assodato è stato l'ottimo rapporto tra l'onestà delle vicende e la capacità delle stesse di entrare in contatto con l'audience, anche grazie ad un cast semplicemente perfetto che da corpo e anima a personaggi a tutto tondo: dal solido Eric Taylor, coach duro eppure paterno alla sua inseparabile moglie Tami, dal timido Matt Saracen al potenzialmente autodistruttivo Tim Riggins - ed anche qui ho trovato il Sawyer della situazione, ovviamente il preferito del sottoscritto nonostante la cotta che Julez ha coltivato per il personaggio dall'inizio fino quasi alla conclusione della stagione -, dallo spaccone Smash al golden boy Jason Street, tutti i protagonisti risultano credibili, e crescono, con i loro errori e le loro esperienze, formandosi ed acquistando sempre più spessore episodio dopo episodio.
Non abbiamo di fronte esperienze eccezionali, storie grandiose, eppure le vicende dei membri dei Panthers e delle persone che stanno loro accanto risultano grandi proprio nel loro essere quotidiane, guadagnate, giocate sul filo e fino all'ultimo secondo come un'indimenticabile partita di football - sport che, pur non seguendo dai tempi dei Miami Dolphins di Dan Marino, mi ha sempre fatto impazzire: se non l'avete fatto, a tal proposito, concedete una visione anche al tostissimo Ogni maledetta domenica -.
Inoltre, all'emozione e all'immediatezza, la serie aggiunge quel tocco di magia che permette allo spettatore di tornare ai tempi del liceo, in cui tutto pareva possibile ed il futuro era - o si sentiva - praticamente nelle mani di chi lo costruiva giorno per giorno senza però dimenticare quanto l'esperienza della maturità possa essere fondamentale nella nostra formazione come individui - in questo senso, il coach Taylor e sua moglie risultano pressochè perfetti, quasi fossero i genitori non soltanto di Julie, ma degli altri personaggi e dell'audience stessa, che trova in loro il sostegno anche e soprattutto nei momenti di maggior tensione di questi ventidue incredibili episodi.
Certo, quest'anno ci sono state la scoperta di Misfits e l'affermazione di Game of thrones, così come l'incredibile esplosione di Romanzo criminale: eppure un insieme di emozioni costante come quello garantito da Friday night lights dalla prima all'ultima puntata non l'avevo ancora provato.
Merito, forse, di una semplicità che si avvicina più alla vita che viviamo ogni giorno, e sentiamo nostra anche quando potrebbe non piacerci, e ci spinge, in un modo o nell'altro, a lottare per lei, sempre, come in attesa di una vittoria che bramiamo, di cui abbiamo bisogno come dell'aria, per mostrare al resto del mondo che siamo qui, e siamo vivi.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
Certamente a Friday night lights non mancano nè l'uno, nè l'altro.
Non mancano ad Eric Taylor, che è solido come una roccia, e sulle spalle porta tutto il peso della pressione di questa piccola, non sempre facile, città. E protegge i suoi ragazzi, come figli.
Non mancano a Tami Taylor, perchè accanto ad un grande uomo, c'è sempre una grande donna. E tutta la forza del coach passa dalla saggezza di una compagna con palle e fascino da vendere.
Non mancano a Matt Saracen, che da riserva quasi invisibile diviene la star della squadra riuscendo a mantenere la dolcezza dei campioni silenziosi. Senza contare che esce con la figlia del coach, mica roba da poco.
Non mancano a "Smash" Williams, che da fuoriclasse impara a conoscere le proprie debolezze, per maturare e diventare grande forse addirittura prima dei suoi compagni.
Non mancano a Jason Street, che da protagonista assoluto finisce a dover ripartire da zero, e reinventarsi una vita intera. E con la forza della passione per lo sport che ama, a dimenticare rabbia e frustrazione.
Non mancano a Tim Riggins, che da sbandato dedito ad alcool, botte e ragazze rinsalda il legame con il fratello e nella mancanza di una figura paterna si riscopre un futuro padre molto migliore di quanto il suo sia mai stato.
Non mancano a Dillon, che nello sperduto panorama di un Texas troppo grande, tra voci e maldicenze, amarezze e delusioni, trova nella sua squadra un simbolo, una speranza, un sogno.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
E chi vince non dimentica mai quante sconfitte ci sono volute per arrivare in cima.


MrFord


"You can take me outside
you can take me apart
you can take me upstairs
you can take me to hear
you made me love you when
you thought you were so smart
don't try to stop me when
you told me to start."
Elvis Costello - "Inch by inch" -



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