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domenica 1 dicembre 2013

Una coppia perfetta - I racconti di Hap e Leonard

Autore: Joe R. Lansdale
Origine: USA
Anno: 2013
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Hap e Leonard, protagonisti di una serie splendida di romanzi a metà tra l'action, la crime story e le cronache di un'amicizia, tornano per i loro più accaniti fan in una piccola raccolta che contiene tre racconti scritti da Lansdale nelle pause intercorse tra un episodio e l'altro della loro saga.
Nel primo, Le iene, i nostri si troveranno a dover regolare i conti con una banda di rapinatori pronti a calpestare chiunque si ponga tra loro ed il bottino; nel secondo, Veil in visita, osserveremo da vicino uno dei processi che dovette affrontare Leonard ai tempi dei ripetuti incendi appiccati alla casa nel suo quartiere divenuta un ritrovo di spacciatori di crack, mentre nel terzo, Una mira infallibile, un caso di routine per i due improvvisati investigatori si rivelerà un complicato affare legato a doppio filo alla Dixie Mafia.






Come ogni avventore del Saloon che si rispetti ben sa, Joe Lansdale e le sue creature per eccellenza Hap Collins e Leonard Pine sono tra i fordiani onorari più amati dal sottoscritto, accanito sostenitore di tutte le loro avventure nonchè di questo prolifico e straordinario autore che, continuerò a ripeterlo e ribadirlo, è una delle persone più disponibili, alla mano e pane e salame che abbia mai conosciuto nel corso della vita.
A quasi tre anni di distanza da Devil red - ultimo romanzo della serie dedicata ai due improvvisati investigatori -, per placare la sete dei fan in attesa di un nuovo capitolo Einaudi rispolvera tre racconti che si pongono idealmente nei raccordi che intercorrono - almeno a mio parere - tra Mucho mojo e Il mambo degli orsi - Veil in visita -, Rumble tumble e Capitani oltraggiosi - Le iene -, Sotto un cielo cremisi ed il già citato Devil red - Una mira infallibile -: ritrovare i due duri dal cuore tenero Hap e Leonard, con le loro battute, i biscotti alla vaniglia e la voglia di raddrizzare i torti è sempre un piacere, anche se l'impressione che ho avuto leggendo questa raccolta è stata quella di aver ricevuto una sorta di palliativo da parte dell'editore, inutile a placare la sete del sottoscritto rispetto ad una nuova, vera, sulla lunga distanza avventura di due dei protagonisti letterari che ho più amato nel corso della vita.
Certo, il divertimento e le botte non mancano, l'incipit de Le iene e la descrizione del pestaggio operato da Leonard all'indirizzo dei bellimbusti avventori di un locale colpevoli di avergli dato della checca - solo perchè lo stesso Leonard aveva molto delicatamente deciso di concedere delle avances ad uno di loro - sono da urlo, eppure manca la sostanza cui il vecchio Joe ha abituato i suoi lettori più fedeli, nonostante nell'ultimo - e più recente - racconto l'idea di Hap e della compagna Brett di sposarsi e provare ad avere dei figli - decisamente interessante anche il riferimento alla fecondazione assistita, argomento spesso e volentieri ignorato eppure tremendamente attuale - potrebbe fornire uno spunto decisamente importante per l'evoluzione delle vicende dei due antieroi, partiti neppure trentacinquenni con Una stagione selvaggia ed ormai giunti ai cinquanta animati dal desiderio di mettere in qualche modo radici e togliersi, per quanto possibile, dai guai in cui sono soliti tuffarsi per mettere una pezza alle situazioni in cui qualche stronzo cerca di  farsi valere su chi, per un motivo o per un altro, si ritrova incapace di reagire.
Il resto è materia solo ed esclusivamente per i fan della prima ora, che senza dubbio saranno felici di vedere Hap impartire sonore lezioni agli spacconi di turno sia a mani nude che grazie alla sua impareggiabile mira e Leonard sfoderare il suo campionario completo di cinismo ed ironia pungente - oltre al consueto bagaglio di cazzotti, ovviamente -: se non doveste conoscere i personaggi o la loro storia, però, fossi in voi partirei proprio dai romanzi che li hanno resi famosi - e Lansdale uno dei più celebrati autori crime statunitensi -, perchè imbattersi come prima cosa in una raccolta come questa non solo rischierebbe di fare apparire tutto meno interessante di quanto non sia in realtà, ma soprattutto di trasmettere la straniante sensazione di essere entrati in sala a metà proiezione, senza avere la minima idea di quali possano essere i rapporti tra Hap e Leonard, i loro trascorsi con la legge, il loro background ed il ruolo che personaggi come Brett, Marvin o Jim Bob hanno avuto nella loro storia.
Dunque ho apprezzato come un divertissement puro e semplice questa lettura, ma passo oltre ed attendo al varco Joe per il nuovo capitolo delle avventure di Hap e Leonard, che penso proprio sia ora che l'autore texano tiri fuori dal cilindro in modo da soddisfare la sete di azione, cameratismo ed avventura che molti suoi lettori - ed il sottoscritto in testa - stanno accumulando da troppo tempo: e se è pur vero che questi due inossidabili charachters invecchiati con il loro autore dovranno prima o poi conoscere la fine delle loro scorribande, sarei curioso in ogni caso di vederli alle prese anche solo con vicende assolutamente "normali".
In fondo, Lansdale si è sempre dimostrato un romanziere di talento anche quando si è trattato di raccontare la quotidianità e le piccole imprese che rendono grandi esistenze che, nell'imperscrutabile disegno del mondo, appaiono ai margini, e mostrare tutta la forza degli outsiders che ne sono protagonisti.
E la premiata ditta Collins&Pine è il baluardo più strenuo che si erge a difesa degli stessi.


MrFord


"Warm winds blowing
heating blue sky
and a road that goes forever
I'm going to Texas."
Chris Rea - "Texas" -


domenica 24 marzo 2013

Friday night lights - Stagione 5

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2010/2011
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Eric Taylor si appresta ad iniziare una nuova stagione alla guida degli East Dillon Lions, ormai rodati e resi ancora più forti dagli innesti fatti alla squadra dell'anno precedente che era costata ai Panthers, rivali cittadini, la qualificazione ai playoffs.
Ormai sono i ragazzi del coach la squadra da battere, e pare proprio che gli unici rivali nella strada che porta alla vittoria del campionato nazionale siano loro stessi: Vince Howard, talentuoso quarterback, è infatti influenzato dal ritorno a casa del padre dopo anni di galera; Luke Cafferty, co-capitano, dal suo rapporto con Becky, che soltanto l'anno prima abortì perchè rimasta incinta di lui; Buddy Garretty Jr dal suo legame con il padre.
Come se non bastasse, Taylor dovrà affrontare anche i problemi della figlia Julie al college, l'incombere della possibilità che l'anno successivo i Lions possano essere cancellati per motivi di bilancio e fusi con i Panthers nonchè con l'offerta che la moglie Tami dovrà valutare se trasferirsi a Philadelphia come responsabile delle ammissioni di un college locale.





Nella mia storia di fruitore di titoli legati al piccolo schermo, poche serie sono riuscite ad emozionare questo vecchio cowboy quanto Friday night lights.
Sin dal pilota, passato dalle parti del Saloon attorno all'autunno 2011, con quel "Texas per sempre" e la promessa di Tim Riggins a Jason Street di rimanere amici per sempre e giocare insieme nella NFL a questo strepitoso finale, i cuori di casa Ford hanno palpitato con quelli dei protagonisti di una delle proposte più potenti, sentite e sincere che si possa sperare di incontrare.
Perchè quei due liceali idoli del loro piccolo mondo di provincia finiranno inghiottiti da una vita che regala tanto, ma colpisce senza guardare in faccia a nessuno: perchè Jason Street, golden boy della provvidenza, finirà su una sedia a rotelle, e dopo aver sbandato scoprirà che il Texas non è la sua casa, bensì la New York degli agenti sportivi, così come una famiglia diversa da quella che si era aspettato, ma ugualmente importante.
Perchè Tim Riggins scoprirà che dopo la gloria delle scuole superiori e le ragazze tutte ai suoi piedi riuscire ad essere protagonisti anche nel mondo degli adulti è una cosa tosta, e dovrà essere il carcere ad insegnare quanto la libertà e l'amore per quella terra siano importanti.
Ma non per questo si smetterà anche solo per un momento di volere bene a loro come ad ognuno degli altri volti di questo serial, a partire dalla famiglia del coach Taylor, uomo dalle palle d'acciaio, padre ed insegnante da manuale, uno dei personaggi meglio scritti e riusciti che abbia mai incontrato nella mia carriera di spettatore, un modello di solidità come ogni uomo sogna di essere per se e per chi gli sta accanto.
Perchè Friday night lights è come una famiglia. Anzi, come il concetto stesso di Famiglia.
Osservando le storie degli abitanti di Dillon, dei ragazzi pronti a coltivare grandi sogni a partire dal campo di football, si osservano vicissitudini che hanno visto anche noi lottare per ritagliarci un posto nel mondo, che fosse attraverso qualcuno che si ama o cavalcando sogni di gloria con il pensiero che gli stessi potrebbero sempre rivelarsi come un buco nell'acqua.
Si era partiti con la gloria dei Panthers e si è giunti alla volontà dei Lions, da Jason Street sfortunato protagonista mancato e Matt Saracen timido eroe outsider a Vince Howard che se non ci fossero stati il football ed il coach Taylor sarebbe finito a marcire in gabbia come il suo vecchio, una vita spesa nei sobborghi a spacciarsi per l'ennesimo duro di periferia finito male.
E invece Vince è qui, sul campo. Accanto ad un ragazzo che più bravo non si potrebbe, quel Luke Cafferty emblema di una purezza che forse esiste in una persona su mille, e che lo condurrà nella parte del finale forse più commovente ad un destino che potrebbe essere decisamente più amaro di quello dei suoi ex compagni passati a questo o quel college o ad un nuovo anno in una super squadra destinata a rendere Dillon la capitale del Texas del football delle scuole superiori.
Ma è inutile continuare a stare ad elencare le vicende - scritte e dirette alla grande, si veda l'ultimo episodio, una chicca da manuale sotto ogni aspetto tecnico ed emozionale - dei personaggi di questo prodotto magnifico: perchè in fondo, è come se fossimo noi.
Da Eric Taylor a sua moglie Tami fino ad ogni singolo charachter del titolo sviluppato da Peter Berg, non esiste una sola traccia di posticcio nel risultato: il bello di Friday night lights è la sincerità e la passione nella narrazione, la voglia di mostrare quello che accade in casa vostra, o alla porta accanto, che voi viviate nel Texas del football e dei timorati di Dio o nel cuore di un'Italia ben lontana dalle imprese della palla ovale.
Ma poco importa.
"Occhi limpidi e cuore puro non possono perdere", recitava Eric Taylor nello spogliatoio dei suoi Panthers, campioni dello Stato nel 2006.
"Occhi limpidi e cuore puro, e per il resto ci sarà tempo", afferma con un sorriso lo stesso uomo cinque anni dopo, cresciuto con i suoi ragazzi partita dopo partita.
Nel pieno di quest'ultima stagione, il padre di Vince uscito da poco di galera, guardando negli occhi il figlio dopo una strepitosa performance di quest'ultimo sul campo, afferma "questa sera mi hai insegnato cosa significa essere orgogliosi".
Friday night lights è una serie che mi ha reso orgoglioso.
E che al solo pensiero alimenta il fuoco della passione per la vita che non ho proprio alcuna intenzione di lasciar spegnere.
Texas per sempre, Eric Taylor.
Texas per sempre, Tim Riggins.
Mi mancherete.
Ma i miei occhi ed il mio cuore non vi dimenticheranno di certo.


MrFord


"The stars at night - are big and bright
deep in the heart of Texas.
The prairie sky - is wide and high
deep in the heart of Texas.
The Sage in bloom - is like perfume
deep in the heart of Texas.
Reminds me of - the one I love
deep in the heart of Texas."
George Strait - "Deep in the heart of Texas" - 


lunedì 24 dicembre 2012

Frailty - Nessuno è al sicuro

Regia: Bill Paxton
Origine: USA
Anno: 2001
Durata:
100'




La trama (con parole mie): Fenton Meiks, un giovane in apparente stato confusionale, si reca alla sezione locale dell'FBI per confessare all'agente Wesley Doyle i delitti che prima suo padre e dunque suo fratello minore Adam avrebbero commesso a partire dall'estate del 1979 guidati dal volere di Dio, che avrebbe loro indicato attraverso visioni alcuni demoni mascherati da uomini e donne che i due hanno il compito di eliminare in vista dell'imminente Giorno del giudizio.
Fenton, ormai adulto, rivela all'investigatore il perchè non si sia deciso fino a quel momento a rivelare i dettagli della raccapricciante serie di sparizioni che hanno investito il Texas nel corso degli anni, rievocando la propria infanzia e promettendo all'uomo di fronte a lui di portarlo nel luogo in cui sono seppellite le vittime che hanno mietuto i suoi.
Ma un terribile segreto incombe sulle vittime stesse, su Fenton e sull'agente Doyle. Un segreto mortale. O divino, a seconda dei punti di vista.




A volte è curioso come si vengano a scoprire titoli validi ed interessanti come questo: un paio di mesi fa, in ospedale per l'ormai noto intervento alle tonsille, divorai in pochi giorni Serial killer: storia, sangue, leggenda - che fu a dire il vero abbastanza deludente -, che in realtà aveva i suoi momenti migliori proprio nelle sezioni atte ad indicare quelle che sono le opere più interessanti legate al mondo degli assassini seriali nella Letteratura, nella Musica e nel Cinema.
Avendo già dato rispetto a pietre miliari del genere quali Seven, Henry pioggia di sangue, Manhunter o Il silenzio degli innocenti, spinto anche dalla curiosità di Julez sono andato a recuperare questo  Frailty, thriller dai risvolti quasi horrorifici - anche se profondamente reale nella sua rappresentazione - intriso del sudore e della terra del Texas fotografato anche da Lansdale o dalla magnifica Friday night lights, impregnato di lavoro manuale e fede in Dio: il risultato è stato una vera e propria rivelazione rispetto all'esordio dietro la macchina da presa di Bill Paxton, attore spesso sottovalutato - ma non per questo meno in gamba di molti suoi colleghi più noti al grande pubblico - che si è rivelato un regista attento e profondamente artigiano nell'accezione decisamente positiva nel termine alle prese con uno script assolutamente interessante che si pone - anche grazie all'utilizzo dello stesso protagonista - come una sorta di deviato fratellino del meraviglioso Killer Joe.
Per un appassionato in materia di serial killers come il sottoscritto, un film come questo risulterebbe interessante anche soltanto per il rapporto tra il padre - lo stesso Paxton - ed i due figli costretti ad assistere al suo inarrestabile delirio fino ad arrivare ad accettarlo come fosse loro: spesso e volentieri, nella storia degli assassini seriali, si sono infatti verificate situazioni attraverso le quali è stato relativamente semplice, per psicologi e criminologi, dare una spiegazione a proposito dell'origine delle nature violente degli stessi.
Abusi, situazioni limite, costrizioni e rapporti malati con i genitori o le persone che si sono occupate della crescita dei futuri responsabili di omicidi e violenze sono spesso una causa scatenante della loro stessa sete di vendetta verso il mondo: da Edmund Kemper a Charles Manson, non si contano i casi in cui gli squilibri dell'infanzia e della giovinezza hanno pesato come macigni sulla progressiva formazione della mente criminale e della sua conseguente e distruttiva esplosione.
Ad un elemento già interessante come questo viene aggiunta la componente religiosa, in grado di far riflettere sulla delicata questione degli estremismi analizzata anche in pellicole notevoli quali The woman e Red state, e sicuramente importante nell'analisi di alcuni aspetti deviati della società a stelle e strisce che tanto spesso si preoccupa di venderci - e vendersi - ritratti perfetti che possano celare buchi neri come questo.
Ottima la scelta di non mostrare mai esplicitamente le violenze ma giocare più che altro sulla pressione e la tensione dei momenti che precedono e seguono ogni omicidio rispetto alle reazioni dei piccoli Adam e Fenton, così come interessante la scelta di mostrare i "demoni" come colpevoli meritevoli di una punizione - una cosa in stile Dexter, per intenderci - ed assolutamente perfetto il crescendo finale, beffardo e terribile neanche ci trovassimo proprio in un film di Friedkin, che per il suo già citato Killer Joe, oltre che rispetto a Matthew McConaughey protagonista, pare aver attinto dal background di questa pellicola neanche l'avesse visionata il giorno prima di iniziare le riprese.
Certo, non mancano le sbavature soprattutto rispetto ad alcuni passaggi dello script e alla scelta di costruire la quasi totalità della vicenda sui rapporti tra padre e figli senza preoccuparsi troppo della logica delle catture e degli occultamenti dei cadaveri, eppure l'insieme funziona soprattutto per le riflessioni legate ai concetti di Famiglia e Fede, certamente non estranei a tutti noi occidentali, nati in Texas oppure no.
Un titolo tosto e sorprendente, una piccola gemma nascosta che, se vi capita, consiglio caldamente di recuperare: se poi siete attratti in qualche modo dal "lato oscuro della forza", potrebbe addirittura diventare un piccolo cult imperdibile.


MrFord


"You can run on for a long time
run on for a long time
run on for a long time
sooner or later God'll cut you down
sooner or later God'll cut you down."
Johnny Cash - "God's gonna cut you down" -


giovedì 22 novembre 2012

Friday night lights - Stagione 4

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno:
2009/2010
Episodi: 13



La trama (con parole mie): per il coach Taylor e la sua famiglia la fine dell'anno precedente è stata un punto di svolta non da poco. L'allenatore responsabile della vittoria dei Panthers nel campionato di tre anni prima, infatti, viene dirottato grazie alle pressioni del nuovo magnate della squadra nonchè padre del quarterback J. D. McCoy alla guida del team della East Dillon High, i Lions.
Peccato che la scuola in questione, situata nella parte più problematica della città, non abbia una squadra come si deve dall'inizio degli anni ottanta, e che la maggior parte dei suoi membri siano ragazzi con problemi di disciplina e una fedina penale da record.
Taylor, però, non è il tipo da darsi per vinto, e con l'aiuto di Buddy Garretty e di alcuni ex alunni riuscirà non senza fatica a presentare una squadra in grado, se non altro, di portare a termine il campionato.
Nel frattempo sua moglie Tami dovrà fronteggiare le numerose pressioni legate alla sua delicata posizione di preside della West Dillon, la figlia maggiore Julie la separazione dallo storico fidanzato nonchè ex quarterback dei Panthers Matt Saracen e la vecchia star del football locale Tim Riggins, abbandonata l'università, dovrà trovare il modo di ritagliarsi il suo spazio nel Texas che tanto ama.




Se torno con la memoria agli inizi della mia carriera di spettatore rispetto all'universo delle serie tv per poi riavvolgere il nastro fino al presente, sono pochissimi i titoli che, anno dopo anno, stagione dopo stagione, hanno mantenuto il loro livello alla stessa altezza, conquistandomi ripetutamente e senza alcuna attenuante: Friday night lights è senza dubbio uno di questi.
Ho ancora impressa nel cuore l'escalation di emozioni che fu il pilota, primo passo di un'avventura che - tolto qualche cedimento nel corso della seconda annata, segnata dall'ormai noto sciopero degli sceneggiatori che paralizzò il piccolo schermo qualche tempo fa - non ha fatto altro che alimentarsi di una passione che ancora pulsa fieramente negli occhi, nei gesti e nelle storie di questi ragazzi del profondo Texas segnato da Dio e dal football, cui basta uno sguardo per conquistare chi, anche da questa parte dell'oceano, conosce bene il concetto senza confini della volontà di cercare uno spazio in cui sentirsi liberi, a casa, pronti ad essere felici.
E' per questa felicità che lottano costruendosi dal nulla i nuovi Lions del Coach Taylor, che episodio dopo episodio incarna sempre più la figura del padre a tutto tondo, severo e deciso quanto presente e disposto a dare tutto affinchè i suoi ragazzi possano garantirsi un futuro; per questa felicità lottano Julie e Matt, la prima ancora indecisa rispetto a cosa la aspetterà al termine delle superiori, il secondo alla ricerca di un riscatto dal ruolo che lo ha sempre visto giocare da outsider, anche quando è stato protagonista; per questa felicità lotta Vince Howard, costretto a fare da padre alla madre tossica, animo nobile contro destino da criminale; per questa felicità lotta Luke Cafferty, promessa del football della parte "bene" della città precipitato da un giorno all'altro nei "bassifondi"; per questa felicità lottano Becky e sua madre, entrambe troppo giovani e troppo sole per poter credere ancora negli uomini; per questa felicità lotta Tim Riggins, alla ricerca di un nuovo ruolo ora che i tempi del football sono alle spalle.
Ed è proprio questa la forza di Friday night lights.
La voglia e la determinazione di battersi per tornare negli spogliatoi a testa alta, ed affrontare ogni nuovo giorno con l'orgoglio di chi ha dato tutto, e anche di più.
Rinnovare una serie così radicalmente proprio quando il pubblico poteva essersi affezionato ai personaggi principali praticamente rivoluzionando il cast ed il setting - la parte Est di Dillon, segnata dallo spaccio e da vite vissute sempre in bilico, pare distante anni luce dalla provincia felice del lato Ovest - è stata senza dubbio una scommessa azzardata da parte di Peter Berg e degli autori del serial: scommessa comunque vinta a mani basse con una stagione dedicata più alla costruzione dei nuovi charachters che al football giocato, libero comunque di rubare la scena con la partita che chiude la stagione e che vede opposti i raffazzonati e mai domi Lions agli spocchiosi Panthers costruiti attorno a J. D. McCoy, giovane e miracoloso quarterback passato dall'essere la timida ombra del padre nel corso della season three ad un adolescente borioso ed arrogante, pieno di sè ed incapace di portare sul campo lo spirito di squadra tanto caro al coach Taylor.
Ed è proprio nel corso di quel match combattuto fino allo scadere che i leoni dello stesso Taylor trovano per la prima volta una loro identità come team, in una partita raccontata alla grande che rischia di essere addirittura la più emozionante vista nel corso della vita di questo titolo, superiore anche al già citato match del pilota e a quello della vittoria dei campionati statali che vide Riggins, Saracen e gli altri Panthers dei bei tempi affrontare l'ex compagno di squadra Voodoo.
E così, masticando spesso amaro ed allargando le spalle con la forza che solo la gente comune e disposta a tutto per vivere mostra - spesso e volentieri, di fronte alle storie di questo Texas lontano eppure affine a tutti noi "della strada" torna alla mente il mitico discorso del Tom Joad interpretato da Henry Fonda in Furore di John Ford, uno dei Capolavori inarrivabili del Cinema -, si torna a guardare un orizzonte che possa un giorno donarci la felicità che cerchiamo - splendidi i passaggi di Riggins di fronte al suo appezzamento di terra - gridando ancora più forte "occhi limpidi e cuore puro non possono perdere".
Amen, coach Taylor.


MrFord


"Can't see nothin' in front of me
can't see nothin' coming up behind
I make my way through this darkness
I can't feel nothing but this chain that binds me
lost track of how far I've gone
how far I've gone, how high I've climbed
on my back's a sixty pound stone
on my shoulder a half mile line."
Bruce Springsteen - "The rising" -



martedì 23 ottobre 2012

Killer Joe

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Chris Smith ha un sacco di problemi. Vive in un buco di culo di provincia del Texas, la sua vita non decolla, deve dei soldi ad un boss del posto per via di un buon quantitativo di coca sparito nel nulla ed ha un pessimo rapporto con la madre.
Certo, non che con il padre Ansel e la sua nuova moglie Sharla le cose vadano meglio.
L'unica che gli resta, di fatto, è Dottie, sua sorella minore.
Innocente bambina perduta in un mondo di predatori.
Dottie e i cinquantamila dollari dell'assicurazione sulla vita della madre.
Ma perchè l'assegno possa essere incassato, ovviamente, Chris non può metterci mano personalmente, che poi non ne avrebbe neppure il coraggio.
Così, d'accordo con Ansel, contatta Killer Joe Cooper, un detective della omicidi di Dallas che ogni tanto si presta a lavori di "pulizia".
Ma ancora non sa che l'ingresso dell'uomo nella sua vita sarà solo l'inizio di un'altra infinità di guai.




Alla fine, è arrivato.
Cazzo, se è arrivato.
L'erede di Drive ha finalmente bussato alla porta di casa Ford.
Nel corso di questo duemiladodici, sono passati The artist, Quella casa nel bosco, The raid - Redemption, Expendables 2, Take shelter, ed è stato come arrivare ogni volta ad un passo dalla meta, senza poterla raggiungere.
Questo prima di Joe.
Joe che è il lato oscuro del romanticismo violento cui ha prestato anima e corpo Ryan Gosling lo scorso anno.
Joe abbigliato come un cowboy, nero vestito come una morte che non è venuta per scherzare, un creativo del pollo fritto e dei suoi utilizzi, un osservatore che, più che nel silenzio, crede nelle parole scelte con cura.
Se il guidatore di Refn era uno scorpione, Killer Joe è un serpente, o un coccodrillo: non ha fretta di attaccare, non ama disperdere energie, ma nel momento in cui è scattato potete stare sicuri che sia già troppo tardi.
Quando Joe si muove, e attacca, sei fatto. E' finita. Giù il sipario. Adios.
Questo Chris non lo sa ancora, nel momento in cui decide di fare entrare il detective nella sua vita, ed in qualche modo nella sua famiglia.
Perchè Joe è un predatore, e di quelli più pericolosi: e di fronte ad una preda unica nel suo genere il denaro e le regole possono tranquillamente andare a farsi fottere, così come tutte le povere anime che popolano una roulotte sperduta in un Texas che scaglia sulla Terra fulmini e saette quasi fossero un monito biblico.
L'istinto animale, in questo killer oscuro, è così esplosivo che pare trasudare dalla pelle, ben oltre l'equilibrio ed il controllo che lo stesso ama profondamente esercitare.
E non può nulla Chris, che per quanto possa dibattersi come un pesce in attesa dell'ultima botta una volta pescato non è altro che un piccolo perdente di provincia, un disadattato che non troverà spazio in un mondo che, forse, è troppo forte per lui.
Non può nulla Ansen, che ha deciso di farsi passare la vita davanti come uno di quei lanciatori di tappi nella pubblicità del Jack Daniels. Ansen con la giacca scucita - scena già supercult -, che giustifica sempre e comunque le donne amate ma non si fa problemi all'idea che possano essere spedite all'altro mondo.
Non può nulla Sharla, che potrà sguazzare come uno squalo nella piccola boccia per pesci rossi che si è scelta, ma che è impotente al cospetto di qualcuno ben al di sopra di lei nella catena alimentare.
A meno che non si parli di dedicarsi al pollo.
Non può nulla neppure il cane, che ringhia a tutti. Tranne che a Joe. Perchè l'istinto animale è il sonar migliore per i guai che finiscono per farti mancare la terra sotto i piedi. O le zampe.
E non può nulla soprattutto Dottie.
L'eterea, spietata, furiosa, angelica, perduta, magica Dottie.
Era dai tempi di Winter's bone che non incontravo un personaggio femminile così pazzesco.
Capisco Joe, ed il suo istinto. Dottie è una preda cui nessun lato oscuro può rinunciare.
Qualcosa di più grande.
L'esempio che possa esistere qualcosa che vada oltre il nero di quei vestiti, di quell'anima che mette a nudo - in tutti i sensi - un'America perduta neanche fossimo nel profondo del West.
E non basterà sperare di fuggire verso il Messico.
Perchè questo confine è qualcosa di ben più vasto. E profondo.
Un pozzo più profondo della notte e del pianto, e più profondo di te, Chris.
Più profondo di tutti voi.
E' il pozzo di Joe, quello.
Una voragine nata per inghiottire le meraviglie come Dottie. E tutto quello che sta loro attorno.
E ora potrei stare qui a scrivere di quanto potente sia ancora la mano di William Friedkin - che, oltre a L'esorcista, ha firmato pietre miliari come Il braccio violento della legge e soprattutto Vivere e morire a Los Angeles, non dimentichiamolo -, degli squarci di The wrestler, Rob Zombie, Tarantino, i Coen, Cuore selvaggio che ho visto illuminarmi gli occhi almeno quanto la splendida fotografia, del montaggio quasi disequilibrato - eppure perfetto -, delle interpretazioni pazzesche di tutto il cast, di un finale che pare una versione allucinata e sotto acido di quello indimenticabile di A history of violence, e via discorrendo.
Ma non posso farlo.
Perchè anche io sono perduto nell'abisso di Killer Joe.
Perchè se è vero che sono uno scorpione, e in Drive ho visto un'immagine di me - almeno in parte -, di questo coccodrillo in agguato, che pare morto e in un istante sei morto tu, ho davvero paura.
Perchè Joe è il lato oscuro di Drive.
E' il lato oscuro ed il pozzo profondo che qualcuno si porta dentro. E dietro.
E quasi viene da sperare di essere un povero cristo come Chris, o Ansen.
Fino a quando Dottie non comincia a ballare.
E a quel punto l'istinto prende il sopravvento.
La meraviglia.
E l'orrore.
E non si può più tornare indietro.


MrFord


"You know I like my chicken fried
cold beer on a Friday night
a pair of jeans that fit just right
and the radio up
I like to see the sunrise
see the love in my woman's eyes
feel the touch of a precious child
know a mother's love. "
Zac Brown - "Chicken fried" -




domenica 19 agosto 2012

Freddo a luglio

Autore: Joe R. Lansdale
Origine: Usa
Anno: 1989
Editore: Fanucci




La trama (con parole mie): Richard Dane, un corniciaio di LaBorde, Texas, comunissimo trentacinquenne con moglie e figlio, una vita di routine e tranquillità, vede l'ingranaggio dell'esistenza spezzarsi quando, nel pieno di una torrida notte di luglio, per legittima difesa toglie la vita ad un ladro introdottosi nella sua abitazione. Il morto, identificato dalla polizia come Freddy Russell, è il figlio di un pericoloso rapinatore appena uscito di galera dopo vent'anni, Ben.
Quest'ultimo ha tutte le intenzioni di vendicare la morte di Freddy, tanto da arrivare a minacciare Richard e la sua famiglia andando ben oltre quello che la polizia locale e lo stesso Dane possono immaginare.
Ma non tutto è come sembra, e quando il polverone si alzerà i due si ritroveranno dalla stessa parte della barricata in una ricerca che li vedrà incrociare il cammino del detective privato Jim Bob per giungere alla verità su Freddy.
Una verità scomoda, terribile e pericolosa.




Nella vita capita di avere - o costuire - rifugi che ci possano garantire sempre e comunque un porto ove attraccare quando le acque sono troppo agitate, o il cielo troppo scuro: un piatto, una bevanda, un luogo, un profumo, un film, un libro o un disco. O i loro autori.
Sicuramente, tra i miei rifugi letterari trova spazio Joe Lansdale, romanziere ed esperto di arti marziali, uomo gentile e alla mano - ogni volta che ne scrivo per parlare di un suo lavoro, non riesco a non citare quel diciassette ottobre duemiladieci, quando passai una giornata intera come sua "scorta" a chiacchierare a proposito di Hap e Leonard, delle mie ambizioni letterarie, di film e serie tv, degli States e dell'Italia -, autore di una delle saghe su pagina che preferisco in assoluto - quella dei già citati Hap e Leonard - ed emblema di una semplicità che è una garanzia, un pò come il pensiero che le mani di tuo padre saranno sempre abbastanza forti da sollevarti quando sarai con il culo per terra.
Senza ancora aver metabolizzato del tutto lo splendido In fondo alla palude mi sono dunque gettato a capofitto - approfittando della vicinanza stagionale - in Freddo a luglio, una storia scritta nel più classico lansdaliano in grado di sorprendere per profondità dietro l'apparenza da prodotto pulp d'azione dall'ironia marcata e, di fatto, ennesima dimostrazione di quanto lo scrittore texano tenga a trattare il tema del rapporto tra padri - ma anche genitori - e figli.
Il percorso di questo romanzo è decisamente atipico rispetto al classico, semplice e diretto schema del vecchio Joe, tanto da riuscire, nelle tre parti di cui si compone, a fornire tre punti di partenza - e tre toni di narrazione - completamente diversi: nella prima - intitolata "figli" - l'atmosfera è quella del noir alla Chandler misto alla tensione di Cape Fear, con la routine della famiglia Dane sgretolata dall'irruzione del ladro che Richard uccide praticamente per caso ed il sopraggiungere di Ben Russell come una tempesta; nella seconda - "padri" - il tono è quello del pulp scanzonato dei romanzi dedicati a Hap e Leonard, grazie al cambio di prospettiva rispetto all'intruso ucciso dal nostro corniciaio giustiziere che permette l'entrata in campo di Jim Bob, esilarante detective perfetto esempio di tamarro cowboy che i lettori più affezionati di Lansdale ricorderanno in azione accanto al suo duo di eroi più noto - devo proprio citarli un'altra volta? - in Bad Chili e, se la memoria non m'inganna, in Rumble tumble; la terza - ovviamente "padri e figli" - trova un nuovo ribaltamento di fronte nella scoperta della vera identità - e soprattutto nella vera natura - di Freddy Russell, scintilla che accende in Ben, Richard e Jim Bob un incontrollabile desiderio di Giustizia innescando, di fatto, il crescendo totalmente action del finale.
Ed è qui, pallottole che fischiano e battute da macho a parte, che trova sfogo la potenza della riflessione dietro un romanzo apparentemente semplice come questo: Ben Russell, vent'anni passati in galera perchè spinto da una volontà giovanile ad avere sempre di più e divorato da un vuoto nell'anima che pareva risucchiare ogni aspetto positivo della sua vita, a fronte delle colpe del figlio che ha sognato di incontrare per tutto il tempo passato dietro le sbarre, lo stesso che credeva perduto per mano di Richard Dane - avvenimento che innescò la sua immediata sete di vendetta - e che sempre grazie alle intuizioni di Dane e Jim Bob pareva tornato alla vita e scopre essere un rifiuto umano della peggior specie, un violentatore ed un assassino in grado di smerciare snuff movies con lui tra i protagonisti nel corso della realizzazione dei quali vengono uccise giovanissime clandestine messicane. Forse neppure maggiorenni.
Ben Russell sa che vorrà sempre bene a suo figlio.
Ma sa anche di non avere altra scelta.
Una scelta terribile, quella che arriva a fargli pronunciare una frase devastante: "Freddy, sono papà. Sono venuto per ucciderti".
Quanto profondo può essere il legame tra un padre e un figlio?
Fino a che punto si è in grado di arrivare, per amore di uno o dell'altro?
E nell'abbraccio tra Ben e Richard, nati come nemici e finiti come sangue del proprio sangue, c'è tutto il rimpianto di chi avrebbe voluto essere un padre migliore per un figlio migliore e di chi desidera essere il padre migliore per il figlio migliore.
E scopriamo che Ben, neanche ci trovassimo nel pieno di un romanzo di redenzione di Edward Bunker, con tutte le sue colpe ed i suoi difetti, riesce a rendere a fondo il concetto di padre nel senso più pieno del termine.
E mentre Richard assapora l'adrenalina di un conflitto a fuoco che pare aver inghiottito la meravigliosa routine della sua vita da sogno, è proprio Ben che gli ricorda di stare lontano dalle ombre.
Le stesse che ti succhiano l'anima una goccia alla volta.
Le stesse che gli sono costate vent'anni, un figlio, una vita.
Le stesse che rendono freddo anche il cuore dell'estate.
Stai lontano dalle ombre, Richard.
Perchè c'è qualcuno che ti protegge da loro.
Qualcuno che ha deciso di non scappare più, come fece tuo padre anni fa puntandosi in bocca il fucile.
Qualcuno che resta, e come Atlante pare portare il peso del mondo sulle spalle.
Non il suo. Il suo mondo è finito.
Il tuo, Richard.
Il tuo.
E non c'è cosa migliore che quelle grandi mani possano fare.


MrFord


"No shells ripped the evening sky, no cities burning down 
no armies stormed the shores for which we'd die
no dictators were crowned
I awoke from a quite night, I never heard a sound 
marauders raided in the dark and brought death to my hometown, buys
death to my hometown."
Bruce Springsteen - "Death to my hometown" -


sabato 14 luglio 2012

In fondo alla palude

Autore: Joe Lansdale
Origine: Usa
Anno: 2000
Editore: Fanucci




La trama (con parole mie): 1933. Siamo nel pieno del Texas orientale, nella cittadina di Marvel Creek, la Grande Depressione che ancora fa sentire gli effetti del suo passaggio anche a qualche anno di distanza e le tensioni razziali a fare da miccia alle rivalità di paese.
Il giovane Harry, quasi adolescente, e la sorellina Tom, per caso scoprono nelle Terre basse in bilico tra boschi rigogliosi e paludi il cadavere orribilmente torturato di una donna di colore: è l'inizio di un'indagine che vede coinvolti, oltre ai piccoli protagonisti, la loro famiglia - il padre, Jacob, oltre che barbiere ed agricoltore, è il tutore locale della legge - e i conoscenti, che porterà alla scoperta di un vero e proprio mostro, un serial killer che non sarà disposto a fermarsi di fronte alla razza o all'età delle sue vittime.
Per Harry sarà la fine del mondo costruito sull'innocenza dell'infanzia e l'inizio dell'età adulta, fatto di mezzetinte e debolezze, brutture e lotta per la sopravvivenza.




Leggere Lansdale è sempre un pò come tornare a casa.
Lo scrittore texano è uno di quegli esempi di onestà creativa e di linguaggio che non possono non farsi voler bene, trasparente nei suoi intenti e sincero nei racconti, quasi parli sempre, in qualche modo, di se stesso - e non può che essere così, almeno da un certo punto di vista -: quando ebbi l'occasione d'incontrarlo e passare un pomeriggio intero con lui, un paio d'anni fa, vidi nei suoi occhi e nel sorriso la curiosità di un uomo cui non fa differenza il fatto di essere uno scrittore affermato, e che mai crederebbe di essere depositario di una qualche verità supposta e supponente.
Piuttosto, l'impressione che ho avuto è stata quella di un vecchio zio di quelli capaci di affascinare i propri nipoti con racconti coinvolgenti ed unici, anche se in qualche modo tutti legati e simili l'uno all'altro.
In fondo alla palude, associabile per tematiche ed atmosfere a L'ultima caccia, torna indietro nel tempo all'epoca vissuta principalmente dai genitori dell'autore - cui il romanzo è dedicato - e tratteggia una grande avventura degna di Stand by me e definita da una cornice che deve tantissimo al pulp e al noir, segnata dalle tinte fosche della violenza e del razzismo, tanto da ricordarmi, almeno in un paio di episodi - il linciaggio del vecchio Mose, il pestaggio dei Nation da parte di Jacob - il capitolo forse più oscuro delle avventure di Hap e Leonard - i due personaggi più fortunati creati dal vecchio Joe -: Il mambo degli orsi.
Come se non bastasse, dietro alla parte più action della storia, si cela e definisce il passaggio all'età adulta del giovane Harry, che da poco meno di ragazzino incapace di porre fine alle sofferenze del suo cane ferito, ipnotizzato dalle meraviglie della foresta e della Natura diviene quasi un uomo in grado di fronteggiare occhi negli occhi il terrificante e leggendario Uomo Capra - creatura della quale gli adulti dubitano perfino l'esistenza che pare si celi nei meandri delle Terre basse - e lo stesso assassino, dopo aver visto il padre cadere e rialzarsi sotto i colpi inferti dalla vita.
Un romanzo magico, affascinante, torrido come l'estate più calda pronta ad essere scossa da quei temporali cupi e terrificanti, con tanta di quella grandine da lasciare bernoccoli più grossi di quelli di una scazzottata: come di consueto per i lavori del buon Lansdale, tutti i personaggi, dai più nobili ai più biechi, vengono tratteggiati ed accompagnati nell'evolversi della vicenda con lo stesso amore dal loro autore, che non avrà dalla sua la tecnica ed il piglio illusionistico di Nesbo ma che riesce indubbiamente a trasmettere tutta la sincerità di un narratore nel senso più universale del termine, un uomo che di una storia fa un'esperienza, il capitolo di una vita, il ricordo di un'emozione in grado di scuotere anche ad anni - o decenni - di distanza.
In questo senso trova una collocazione perfetta la scelta di affidare a Harry ormai vecchio e confinato in una casa di riposo il ruolo di traghettatore dei lettori nella storia, così come l'idea di associare più personaggi appartenenti all'universo creato dallo scrittore a partire da quelli che sono i luoghi in cui lui per primo ha trascorso la sua intera esistenza - perfetta, in questo senso, l'apparizione pur se breve dei due giovani protagonisti del già citato L'ultima caccia -.
Ma se fino alla risoluzione della parte prettamente thriller della vicenda tutto pare confluire in quello che potrebbe essere un più che buon titolo di genere, è con il clamoroso epilogo che Lansdale compie un vero e proprio balzo in avanti, insinuando nel sottoscritto il dubbio di aver appena concluso il suo romanzo migliore in più di un senso: poche pagine di intensità incredibile, capaci di ricordare nella loro carrellata di vite di alcuni dei protagonisti della vicenda lo stratosferico finale di Six feet under, mostrando allo stesso tempo l'amore per la vita e la malinconia del tempo che ci fugge tra le dita, spesso e volentieri portandosi via tutte le persone che amiamo, una dopo l'altra.
Come se non bastasse, il legame del vecchio Harry con quell'anno incredibile alla ricerca del killer di tutte quelle donne assume il significato dell'isola per i "naufraghi" lostiani - sempre rimanendo in tema di serie tv di culto -, il momento della propria vita cui si rimane più legati, e al quale si vorrebbe in qualche modo tornare una volta giunti al termine il nostro giro di giostra da queste parti.
Il desiderio di poter sentire l'intera esistenza sulla pelle unito al peso della solitudine.
Se non ci fosse l'esperienza diretta - le chiacchiere, le risate, le opinioni sugli interpreti cinematografici ideali di Hap e Leonard, perfino una foto - a testimoniare il nostro incontro, scorrendo le ultime pagine di In fondo alla palude potrei perfino giurare che Joe Lansdale sia morto e sepolto, scivolato via al termine di una vita lunga e ricca, magica e allo stesso tempo profondamente segnata da tante, tante ferite.
Fortunatamente, non è così.
Perchè un narratore di questa portata - con tutti i suoi limiti e la sua semplicità - è come un vecchio zio in grado di ipnotizzare i suoi giovani nipoti con racconti così coinvolgenti da percepirli proprio lì, sulla pelle, come quando ci si siede accanto ad un fuoco: e non ho ancora intenzione di alzarmi.
Non ho nessuna intenzione di alzarmi.
Non ho ancora abbastanza ferite, per essere stanco.
Merito di personaggi come Harry e la sua famiglia.
E del vecchio Joe, le cui storie non esiterò a raccontare ai miei nipoti.
Perfino - e soprattutto - di quella volta in cui ci trovammo faccia a faccia.


MrFord


"I got to keep moving, I got to keep moving
blues falling down like hail, blues falling down like hail
mmm, blues falling down like hail, blues falling down like hail
and the day keeps on remindin' me, there's a hellhound on my trail
hellhound on my trail, hellhound on my trail."
Robert Johnson - "Hellhound on my trail" -


 

lunedì 25 giugno 2012

Le paludi della morte

Regia: Ami Canaan Mann
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 105'



La trama (con parole mie):  Mike e Brian sono due colleghi detectives dalle diverse inclinazioni. Il primo è giovane, preciso ed arrabbiato, ha un matrimonio fallito alle spalle - con la tosta poliziotta Pam - e pare in lotta con il mondo. Il secondo si è rifugiato nel profondo Texas con la famiglia per allontanarsi da New York e dal passato, in bilico tra Fede e (co)scienza e sempre pronto a sacrificare tutto il possibile - e anche di più - per garantire sicurezza e giustizia.
Quando un caso di omicidio della loro giurisdizione si incrocia con un'indagine legata a misteriose sparizioni e morti avvenute in tutta la regione, consumate nell'area delle temibili paludi che circondano la contea, i due si troveranno a dover affrontare i loro fantasmi personali nel corso di un'indagine torbida quanto il fango pronto ad inghiottire i corpi delle giovani vittime di quella che pare essere una coppia di assassini.





Essere figli d'arte non dev'essere affatto una cosa facile, soprattutto quando si è costretti a confrontarsi con un'eredità pesante e certo non comoda: da Sean Lennon a Jacob Dylan, passando per i numerosi eredi di Bob Marley, abbiamo visto quanto, nella Musica, possa essere impietoso vivere all'ombra dei propri genitori, ed anche con il Cinema le cose non paiono essere andate tanto meglio.
La pargoletta di Lynch, così come la decisamente più ispirata e talentuosa Sofia Coppola, non sono riuscite neppure lontanamente ad avvicinarsi alla grandezza dei loro padri, ed anche Ami Canaan Mann, figlia del celebratissimo Michael - uno degli autori action più amati in casa Ford -, pur mostrando buoni presupposti per il futuro, per il momento cede impietosamente il passo nel confronto anche con i primi lavori del regista di Heat - La sfida e Nemico pubblico - tra gli altri, ovviamente -.
Non che Le paludi della morte - adattamento pessimo del decisamente più funzionale Texas killing fields - sia un brutto film, o che non si intraveda qualche piccolo lampo in grado di lasciare ben sperare, ma di certo - nonostante l'utilità indubbia di essere figlia di un regista e produttore noto e celebrato in tutto il mondo - il cognome finisce per pesare sulla pur volenterosa Amy Canaan almeno quanto una sceneggiatura decisamente non in grado di esprimere tutte le potenzialità che una vicenda come questa avrebbe potuto sfoderare.
Del resto - Lansdale insegna - il thriller sudista di ambientazione texana, se prestato ad una penna capace di maneggiarlo con cura, mescolato a storie di disagio sociale come quelle della famiglia della piccola Ann - una Chloe Grace Moretz che pare aver perso il fascino e la bravura dei tempi della Hit Girl di Kick Ass - ha tutte le carte in regola per fare da ossatura ad una pellicola potenzialmente cult, in questo caso tradita appunto dallo script, a tratti nebuloso e poco attento nel definire al meglio la profondità dei personaggi - i due poliziotti protagonisti, ma anche la maggior parte dei charachters di contorno appaiono solo accennati e decisamente stereotipati, a cominciare da uno dei colpevoli, perfettamente individuabile come tale fin dalla sua prima apparizione sullo schermo -: al contrario, il comparto tecnico risulta decisamente interessante, dalle ambientazioni alle sequenze d'azione - nonostante alcune sbavature che, del resto, c'è da dire che la Mann avrà tutto il tempo di correggere -, e grazie principalmente a Jeffrey Dean Morgan e Jessica Chastain - che avrebbe meritato ben più spazio - anche la media del cast riesce a mantenersi su buoni livelli - nonostante Sam Worthington continui imperterrito nel suo percorso di interprete monocorde e pericolosamente simile ad un paracarro, in quanto ad espressività -.
Nel complesso, comunque, Le paludi della morte risulta un discreto punto di partenza per la sua regista - sul quale lavorare, e molto, magari lontana dal padre, qui presente nelle vesti di produttore -, un film onesto che si inserisce nel filone di pellicole decisamente di altro livello come Il silenzio degli innocenti, Manhunter o Seven ma anche di piccole perle nascoste come In the electric mist, che conta molti punti in comune con questo Texas killing fields: una buona visione, dunque, a metà tra il Cinema d'autore e la grande distribuzione che in questo torrido inizio d'estate rischia di fornire qualche spunto perfetto per una serata in bilico tra brividi - il tentato omicidio mostrato nella prima parte, una delle sequenze migliori della pellicola - e riflessioni - lo stato in cui versa la famiglia della giovane Ann e la situazione di questi piccoli centri urbani che paiono distaccamenti delle periferie più disagiate delle grandi città portate da un qualche crudele tornado nel mezzo del nulla in tempo per essere lasciate in completa balìa della Natura -.
Non sarà destinata a fare la Storia del Cinema, ma, forse, potrà rimanere un piccolo ricordo di una "stagione selvaggia".


MrFord


"Now lemme tell you a story
the devil he has a plan
a bag a' bones in his pocket
got anything you want
no dust and no rocks
the whole thing is over
all these beauties in solid motion
all those beauties, gonna swallow you up."
Talking Heads - "Swamp" -


mercoledì 7 dicembre 2011

Red, white and blue

Regia: Simon Rumley
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 104'



La trama (con parole mie): siamo nella provincia profonda del Texas, nel pieno dei non luoghi della cultura dei losers made in Usa. 
Erica si arrangia con lavori di fortuna, uscendo poi la sera e finendo a letto ogni volta con un uomo diverso, con la promessa di non innamorarsi e non scopare mai due volte con la stessa persona.
Nate è un reduce dell'Iraq, lavora in un grande magazzino specializzato in ferramenta e da lontano segue le vicende della ragazza, cercando di essere gentile con lei ed aiutarla.
Franki è un giovane aspirante musicista che ha appena rotto con la fidanzata, e quando non è con la band passa il tempo ad accudire la madre che lotta contro il cancro.
Quando Erica finirà a letto con Franki ed il suo gruppo, le esistenze dei tre si legheranno indissolubilmente, esplodendo in un dramma senza speranza.




Prima di cominciare, una doverosa segnalazione per Eraserhead ed Einzige, che mi hanno incuriosito a tal punto da recuperare questo film.

Evidentemente è l'anno giusto per l'analisi del confine terribile che, nel cuore della nuova Frontiera di un West senza più alcuna aura di mito e leggenda lascia soltanto una scia di morte e disperazione, e soltanto un filo di speranza cavalcato come in un rodeo folle da pochi coraggiosi pronti a sacrificarsi: Red State e Winter's bone sono stati, in questo senso, i titoli di riferimento per questo 2011 che ha portato alla ribalta anche Lucky McKee e, per l'appunto, Simon Rumley.
Curioso - ma non troppo - quanto, in patria, tutti questi titoli non siano stati riconosciuti da pubblico e critica quanto avrebbero meritato, probabilmente frenati da una denuncia cui gli statunitensi restano molto sensibili, nel bene o nel male, legata ai nervi scoperti e celati dall'immensità della loro provincia ormai clamorosamente a fatica: il lavoro di Rumley, da questo punto di vista, resta uno dei più tosti e terribili passati sugli schermi di casa Ford negli ultimi anni.
Le vite di Erica, Nate - un ottimo Noah Taylor, che ho sempre trovato bravo quanto sottovalutato dai tempi di Shine - e Franki sono emblemi delle esistenze fagocitate da un sistema che digerisce la vita e lascia sulle spalle dei suoi "scarti" le scorie di un mondo desolato, quasi come in una società a struttura piramidale in cui la merda piove a cascata dall'alto fino a seppellire gli ultimi della fila, gli schiavi che arrancano alla base portando sulle spalle il peso di quella che dovrebbe essere la grandezza del loro popolo.
Quello che lascia attoniti - e va oltre un certo gigioneggiamento che potrebbe risultare irritante del regista, soprattutto rispetto al gusto per l'immagine, alla fotografia e al montaggio - è la drammatica ineluttabilità che colpisce i protagonisti della vicenda, costretti dal mondo a giocare da outsiders e scortati al macello dal Destino che li aizza uno contro l'altro, da Erica a Franki, da Franki a Erica, da Nate a Franki.
In particolare, nonostante le figure della donna e del veterano siano a loro modo certamente più importanti se rapportate alla società Usa di oggi, sono rimasto profondamente colpito dalla storia del giovane musicista: la rottura con la fidanzata, l'incontro con Erica e lo sfogo delle proprie frustrazioni - di vita, sessuali e musicali -, il rapporto con la madre, la rivelazione peggiore nel momento migliore e dunque un tentativo di riportare la pace in un mondo in cui l'ordinarietà sembra data dal combattere, giusto in tempo perchè tutto precipiti ed esploda di nuovo per mano di Nate, reduce da una guerra che pare una battaglia, rispetto al combattimento che lo vede protagonista ogni dannato giorno della dannata vita, in un crescendo finale che pare la versione allucinata del già terrificante Dead man's shoes.
Una pellicola spietata, agghiacciante, fredda come il mondo che, da buon cavaliere errante, mastica Erica, Franki - e sua madre - e Nate prima di sputarli tutti quanti nella terra brulla, come tabacco da masticare: tornano alla mente Ree e Teardrop, il nulla e l'addio eastwoodiani, le morti senza senso dei giovani liceali di Kevin Smith e Gus Van Sant, la rivolta della Natura di McKee, il Liberty Valance di John Ford, in cui "nel West, quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda".
I tempi sono cambiati, e la Frontiera si è evoluta.
Il sogno è finito, e la sveglia è anche peggio di una nottata da sbronzi in cui si finisce a letto con la prima persona che capita.
Non basterà una doccia.
Questo Nuovo Mondo vuole sangue.


MrFord


"Well my hairs turning white
my necks always been red
my collars still blue
we've always been hear
just trying to sing the truth to you
guess you could say we've always been Red White and Blue."
Lynyrd Skynyrd - "Red, White&Blue" -

 

lunedì 28 novembre 2011

Friday night lights Stagione 1

Produzione: Nbc
Origine: Usa
Anno: 2006
Episodi: 22



La trama (con parole mie): a Dillon, in Texas, si vive e sopravvive come in ogni cittadina della provincia americana. La differenza la fanno i Panthers, squadra di football del liceo locale e trampolino di lancio per quelli che potrebbero essere i futuri talenti dell'Nfl.
All'esordio come allenatore c'è Eric Taylor, appena trasferitosi in città con la moglie Tami e la figlia Julie, al primo incarico come head coach di un team, sul quale pesano l'ingombrante presenza di Buddy Garretty, finanziatore principale dei Panthers, e quella dell'intera comunità, legatissima alle imprese agonistiche dei giovani giocatori.
Punto fermo per il coach è il quarterback Jason Street, praticamente il figlio che Taylor non ha mai avuto, leader in campo e fuori: con lui spiccano i runningback "Smash" Williams e Tim Riggins e la giovane riserva Matt Saracen.
Quando, alla prima della partita della stagione, Street sarà costretto ad abbandonare il campo da gioco a causa di un infortunio, toccherà proprio a Saracen prendere in mano la squadra, con la benedizione di Taylor.



Smaltita - più o meno - la delusione per American horror story, Cannibale si è clamorosamente preso la sua rivincita introducendomi - ringrazia sentitamente anche Julez - ad una serie che pare l'archetipo della materia fordiana per eccellenza, e che non era ancora entrata a far parte del novero delle preferite del sottoscritto: Friday night lights - inizialmente battezzata High school team - è stata una vera e propria bomba dall'inizio alla fine di questa più che ottima stagione d'esordio, conquistando da subito uno spazio nel mio cuore di spettatore con il suo giusto equilibrio tra drama e sport, una scrittura ed un lavoro sulla costruzione dei personaggi splendido, uno stile di ripresa che ricorda quello della mia amata The Shield ed un'ambientazione da confine che pesca nell'immaginario Usa da frontiera e losers allo sbando, grandi amori e grandi sogni accanto ad altrettanto clamorose cadute.
Ma la cosa che ha reso già dal pilota Friday night lights un cult assodato è stato l'ottimo rapporto tra l'onestà delle vicende e la capacità delle stesse di entrare in contatto con l'audience, anche grazie ad un cast semplicemente perfetto che da corpo e anima a personaggi a tutto tondo: dal solido Eric Taylor, coach duro eppure paterno alla sua inseparabile moglie Tami, dal timido Matt Saracen al potenzialmente autodistruttivo Tim Riggins - ed anche qui ho trovato il Sawyer della situazione, ovviamente il preferito del sottoscritto nonostante la cotta che Julez ha coltivato per il personaggio dall'inizio fino quasi alla conclusione della stagione -, dallo spaccone Smash al golden boy Jason Street, tutti i protagonisti risultano credibili, e crescono, con i loro errori e le loro esperienze, formandosi ed acquistando sempre più spessore episodio dopo episodio.
Non abbiamo di fronte esperienze eccezionali, storie grandiose, eppure le vicende dei membri dei Panthers e delle persone che stanno loro accanto risultano grandi proprio nel loro essere quotidiane, guadagnate, giocate sul filo e fino all'ultimo secondo come un'indimenticabile partita di football - sport che, pur non seguendo dai tempi dei Miami Dolphins di Dan Marino, mi ha sempre fatto impazzire: se non l'avete fatto, a tal proposito, concedete una visione anche al tostissimo Ogni maledetta domenica -.
Inoltre, all'emozione e all'immediatezza, la serie aggiunge quel tocco di magia che permette allo spettatore di tornare ai tempi del liceo, in cui tutto pareva possibile ed il futuro era - o si sentiva - praticamente nelle mani di chi lo costruiva giorno per giorno senza però dimenticare quanto l'esperienza della maturità possa essere fondamentale nella nostra formazione come individui - in questo senso, il coach Taylor e sua moglie risultano pressochè perfetti, quasi fossero i genitori non soltanto di Julie, ma degli altri personaggi e dell'audience stessa, che trova in loro il sostegno anche e soprattutto nei momenti di maggior tensione di questi ventidue incredibili episodi.
Certo, quest'anno ci sono state la scoperta di Misfits e l'affermazione di Game of thrones, così come l'incredibile esplosione di Romanzo criminale: eppure un insieme di emozioni costante come quello garantito da Friday night lights dalla prima all'ultima puntata non l'avevo ancora provato.
Merito, forse, di una semplicità che si avvicina più alla vita che viviamo ogni giorno, e sentiamo nostra anche quando potrebbe non piacerci, e ci spinge, in un modo o nell'altro, a lottare per lei, sempre, come in attesa di una vittoria che bramiamo, di cui abbiamo bisogno come dell'aria, per mostrare al resto del mondo che siamo qui, e siamo vivi.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
Certamente a Friday night lights non mancano nè l'uno, nè l'altro.
Non mancano ad Eric Taylor, che è solido come una roccia, e sulle spalle porta tutto il peso della pressione di questa piccola, non sempre facile, città. E protegge i suoi ragazzi, come figli.
Non mancano a Tami Taylor, perchè accanto ad un grande uomo, c'è sempre una grande donna. E tutta la forza del coach passa dalla saggezza di una compagna con palle e fascino da vendere.
Non mancano a Matt Saracen, che da riserva quasi invisibile diviene la star della squadra riuscendo a mantenere la dolcezza dei campioni silenziosi. Senza contare che esce con la figlia del coach, mica roba da poco.
Non mancano a "Smash" Williams, che da fuoriclasse impara a conoscere le proprie debolezze, per maturare e diventare grande forse addirittura prima dei suoi compagni.
Non mancano a Jason Street, che da protagonista assoluto finisce a dover ripartire da zero, e reinventarsi una vita intera. E con la forza della passione per lo sport che ama, a dimenticare rabbia e frustrazione.
Non mancano a Tim Riggins, che da sbandato dedito ad alcool, botte e ragazze rinsalda il legame con il fratello e nella mancanza di una figura paterna si riscopre un futuro padre molto migliore di quanto il suo sia mai stato.
Non mancano a Dillon, che nello sperduto panorama di un Texas troppo grande, tra voci e maldicenze, amarezze e delusioni, trova nella sua squadra un simbolo, una speranza, un sogno.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
E chi vince non dimentica mai quante sconfitte ci sono volute per arrivare in cima.


MrFord


"You can take me outside
you can take me apart
you can take me upstairs
you can take me to hear
you made me love you when
you thought you were so smart
don't try to stop me when
you told me to start."
Elvis Costello - "Inch by inch" -



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