Visualizzazione post con etichetta William Friedkin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta William Friedkin. Mostra tutti i post

venerdì 16 agosto 2013

Cruising

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 1980
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Steve Burns, giovane detective newyorkese, è chiamato dal suo superiore diretto a compiere una missione sotto copertura che potrebbe essere la chiave di volta di una carriera pronta a decollare. A seguito di una terrificante serie di omicidi perpetrati nel mondo dei locali gay della città, infatti, i capi della polizia hanno dato priorità alla cattura del serial killer che li ha firmati, il cui modus operandi prevede di pescare vittime simili fisicamente a Burns proprio in quell'ambito.
Lasciate dunque la vita di tutti i giorni e la compagna per alloggiare in un appartamento nel cuore dell'area degli omicidi, Burns entrerà un passo alla volta in un mondo a lui sconosciuto, arrivando a dubitare perfino della propria sessualità nel corso della ricerca del sadico assassino: quando, finalmente, il faccia a faccia tra i due diverrà una realtà, la psiche del detective sarà pericolosamente sul filo di una rottura che potrebbe perfino portarlo a scelte folli quanto quelle della sua "preda".





Dai tempi ormai non più recentissimi di Killer Joe, vincitore del Ford Award come miglior film del 2012, mi ero ripromesso di recuperare progressivamente anche le pellicole precedenti mai passate dalle parti del Saloon firmate da quel figlio di buona donna di William Friedkin, uno dei vecchi leoni meno conosciuti e stimati dal grande pubblico più tosti che il Cinema made in USA abbia mai sfornato.
In cima alla lista c'era uno dei più discussi film dell'autore de L'esorcista, questo urbano e scurissimo Cruising, che all'inizio degli anni ottanta scatenò polemiche in ogni dove e le proteste accese della comunità gay a stelle e strisce, pronta ad opporsi non soltanto ad una vicenda torbida e trattata per certi versi da un punto di vista decisamente repubblicano, ma anche ad un antieroe contrastato e negativo che Pacino riuscì soltanto in parte a portare sullo schermo con la forza di cui avrebbe necessitato: personalmente, seppur venuto a contatto con l'indecente versione italiana edulcorata e gentilmente potata dalla censura per quasi venti minuti di durata complessivi, ho trovato il lavoro del vecchio Will sicuramente incompleto e decisamente non all'altezza di cose enormi come Vivere e morire a Los Angeles, eppure disturbante ed intriso dello spirito che animerà, con l'avvento degli anni novanta, pellicole come Se7en, ispirato ed influenzato chiaramente da Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo, che qualche anno prima lanciò Clint Eastwood in uno dei ruoli che lo definì maggiormente come icona della settima arte, ma non dannoso come pare sia stato fatto passare ai tempi della sua uscita.
Onestamente, in un'epoca ancora lontana dalla sensibilizzazione - pur non completa - attuale rispetto alla realtà della comunità gay, perfino un film cattivo e nerissimo come Cruising poteva essere preso come spunto per avvicinarsi ad un argomento allora troppo facilmente accantonato come un residuo dei sessanta e settanta fatti di amore libero e figli dei fiori e macchiato di sangue come fu per la vicenda di Harvey Milk, raccontata qualche anno fa in uno dei film più commerciali - pur se ben realizzato - di Gus Van Sant.
Andando comunque oltre alla cornice e all'atmosfera - peraltro funzionale e molto in linea con lo stile dell'appena successivo I guerrieri della notte, che porterà ben più fortuna a James Remar, futuro padre di Dexter e qui in un ruolo marginale - quello che resta è un film di genere solido e sanguigno, di quelli che non fanno sconti a nessuno e che presentano al pubblico un Cinema cui, di norma, la grande distribuzione non è abituata, completamente privo dell'aura consolatoria che i finali standard hollywoodiani garantiscono quasi per contratto.
Probabilmente i problemi di produzione ed una direzione non ben definita - tradotta con una sceneggiatura che parte alla grande, prendendosi il tempo di definire in tutta calma situazioni e personaggi e che poi perde mordente ed accelera troppo nella seconda parte - finirono per far naufragare un progetto sulla carta ottimo, che comunque ha avuto il merito di seminare il campo dal quale nasceranno i futuri e già citati Vivere e morire a Los Angeles e Killer Joe: film spietati, che non hanno bisogno di guardare in faccia a nessuno, perchè sono pronti a tutto per mostrare anche il lato scomodo che la gabbia dorata della settima arte spesso e volentieri tiene sotto il tappeto come lo zozzo in una casa solo apparentemente pulita.
Ma di pulito non c'è nulla, a prescindere dalla sessualità, dal contesto o dal luogo: soprattutto se quest'ultimo è la mente umana.


MrFord


"I want the lion's share,
gather up the broken chairs,
feed my mind unholy tests,
do me in,
I need to rest."
The Germs - "Lions share" - 


domenica 6 gennaio 2013

The hunted - La preda

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 2003
Durata:
94'




La trama (con parole mie): Aaron Hallam, specialista di armi bianche e sopravvivenza dell'esercito, dopo anni di addestramento e missioni top secret, ha un crollo psicotico che lo porta alla fuga e a rifugiarsi nelle foreste dell'Oregon ammazzando cacciatori di cervo che crede agenti giunti per liquidarlo.
L'FBI annaspa, così per dargli la caccia viene richiamato dal Canada il suo vecchio addestratore, lo scout L. T. Bonham, un uomo solitario che ha insegnato ad uccidere ad un'intera generazione di agenti speciali senza avere lui stesso mai tolto la vita ad un uomo.
Stuzzicato dal senso di colpa, Bonham affiancherà gli agenti nella caccia al ragazzo cui consegnò proprio lui gli strumenti per diventare un'arma perfetta: l'inseguimento - attraverso la città di Portland e la campagna limitrofa, costerà vite e sacrifici estremi, e porterà L. T. al confronto finale con il suo allievo.





Di recente, dopo la clamorosa illuminazione che è stata Killer Joe, ho deciso di tornare indietro e recuperare quello che ancora mi mancava del Cinema di William Friedkin, già regista di culto in casa Ford grazie a due pietre miliari quali Il braccio violento della legge e Vivere e morire a Los Angeles.
Come per tutti i cineasti di una certa età e con una produzione corposa alle spalle, avevo messo in conto che avrei incontrato anche, sulla strada, pellicole minori e decisamente trascurabili: così è The hunted, thriller d'azione confezionato quasi più per mantenersi in esercizio che per stupire le platee e che, paradossalmente, ebbe un successo di distribuzione - almeno qui nella Terra dei cachi - di molto superiore ad altri lavori più interessanti del regista - si veda il più recente Bug - probabilmente grazie alla presenza dei due protagonisti Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro, indiscutibilmente più noti dell'autore de L'esorcista, almeno ai non cinefili.
Da un certo punto di vista è un vero peccato che, di fatto, The hunted si riduca, nel corso della sua durata, ad un mero action d'inseguimento impreziosito da un combattimento finale all'arma bianca violento ed ottimamente congegnato, perchè le tematiche alla base dello script ed un'attenzione maggiore alla parte più introspettiva dello stesso avrebbero spalancato porte decisamente più interessanti per il suo destino e, ovviamente, per pubblico e critica: l'idea di sfruttare la figura dell'addestratore come se fosse un padre - ottimo l'incipit con l'attualizzazione della storia di Abramo e Isacco -, il senso di colpa che muove L. T., che mai ha tolto la vita ad un essere umano, uomo solitario e di coscienza, alla ricerca di Hallam a seguito dei delitti compiuti da quest'ultimo, il ripetuto confronto tra i due, avrebbero potuto fornire una materia decisamente più sostanziosa rispetto al reiterato duello che vede il giovane assassino dell'esercito mettere in ginocchio il nucleo dell'FBI di Portland e fuggire alla cattura in più modi ed occasioni fino al decisivo incontro/scontro con il suo mentore Bonham.
Probabilmente una scelta di questo tipo, mutuata dalla produzione e da una sceneggiatura non all'altezza del soggetto, è da intendersi come volontà di "andare sul sicuro" senza rischiare che una pellicola già di suo destinata al mercato di genere non diventasse, di fatto, un cult misconosciuto che soltanto i più fanatici sono in grado di rispolverare nei negozi specializzati gestiti da altri fanatici come loro.
Dunque, con molta semplicità, un titolo che passa e va senza colpire particolarmente l'immaginario dell'audience, utile come scelta action di matrice non tamarra, apprezzabile per il già citato duello finale e per i continui confronti ed inseguimenti tra i due protagonisti nei più disparati ambienti - la foresta, il centro di Portland, un ponte, le parti sotterranee di un cantiere, per tornare all'immersione nella natura - nonchè per la scelta di porre in chiusura The man comes around di Johnny Cash, ormai sfruttatissima al Cinema ma sempre funzionale e tosta - del resto, parliamo del Man in black, mica di uno qualsiasi -.
Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro eseguono il compitino senza neppure troppa fatica, il primo mantenendo quell'aura da vecchio leone coriaceo vista in seguito anche in Non è un paese per vecchi e Le tre sepolture - per citare i due più riusciti - ed il secondo sfoderando il suo lato da psicopatico quasi andando ad unire idealmente i personaggi interpretati ne I soliti sospetti e La promessa.
Friedkin tiene un profilo basso e si limita a piazzare qualche colpo dei suoi di tanto in tanto - tecnicamente ho già indicato la sfida finale così tante volte che vi parrà quasi di averla vista, ma il suo meglio è dato, a mio parere, dal beffardo sorriso del commilitone di Hallam quando quest'ultimo viene insignito della Croce d'argento per aver ucciso a sangue freddo un boss serbo ai tempi del conflitto nella ex Jugoslavia durante un vero e proprio eccidio di civili "per il bene della pace" -: in fondo, uno come lui non si smentisce mai, neppure all'interno di una pellicola che non è certo destinata ad essere ricordata come una delle sue più memorabili.


MrFord


"I'm going hunting
I'm the hunter
I'll bring back the goods
but I don't know when."
Bjork - "Hunter" -


venerdì 4 gennaio 2013

Ford Awards 2012: i film (N° 10-1)

La trama (con parole mie): ed eccoci giunti al momento più atteso, quello che determinerà la classifica dei dieci film più amati dal sottoscritto nel corso dell'anno appena concluso.
Potrebbero non essere quelli tecnicamente meglio realizzati, non rientrare nelle vostre corde, risultare sopra le righe, troppo tamarri o eccessivamente d'autore. 
Ma tant'è, la top ten è proprio questa. Senza se e senza ma.
Questo è il meglio che il mio bancone, i drinks, le serate sul divano o in sala, le sbronze o le lucidità, gli occhi o il cuore abbiano concesso ad un vecchio cowboy in viaggio lungo il Confine.
Cercate di goderne quanto ne ho goduto io.




N° 10: The artist di Michel Hazanavicius


Trionfatore agli Oscar ed apripista della grande stagione dei nostri cugini d’oltralpe, questo omaggio intelligente e magico al Cinema muto è una vera e propria perla nel mondo ormai contagiato dagli effettoni e dal tanto detestato – dal sottoscritto – 3D.
Chi ha amato ed ama i Classici del periodo non potrà non goderne al massimo, ma anche il pubblico abituato a visioni occasionali avrà modo di cadere sotto l’effetto dell’incantesimo della settima arte delle origini, che passa anche attraverso il cane Huggie ed una magnifica sequenza di chiusura.
Magia della settima arte. Senza se e senza ma.



N° 9: Hesher è stato qui di Spencer Susser


Era da un sacco di tempo che non mi capitava di visionare un film profondamente “Sundance” godendone dal primo all’ultimo minuto incondizionatamente: Hesher non ha soltanto rotto questo digiuno prolungatosi fin troppo, ma si è fin da subito candidato come uno degli outsiders più coinvolgenti e sorprendenti dell’anno.
L’elaborazione del lutto da parte di una famiglia e di un ragazzino perduto senza la madre attraverso il caos e l'anarchia di un charachter straordinario: tutto funziona, dal cast alla colonna sonora, dalle sequenze cult – la piscina su tutte – ai personaggi indimenticabili – protagonista a parte, mitica la nonna -.
Hesher è stato qui.
E meno male, cazzo.


N° 8: Un sapore di ruggine e d'ossa di Jacques Audiard


Probabilmente, la pellicola con più cuore e passione dell’intera annata: l’autore dello straordinario Il profeta torna a stupire con un’insolita storia d’amore che in qualche modo ricorda il legame tra i protagonisti di Quasi amici e che vede da una parte una solitudine scardinata e dall’altra una presa di coscienza rispetto alla responsabilità ed al sentimento di paternità.
Un film da pugni chiusi e nocche sbucciate, lacrime, sangue ed ossa rotte: non manca, però, il colpo di genio leggero e quasi magico di una scena di poesia pazzesca come quella sulle note di Firework di Katy Perry. Una meraviglia.


N° 7: C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan


Seconda meraviglia totalmente autoriale dell’alta classifica fordiana dopo I colori della passione: un noir atipico e dai tempi dilatatissimi che parte dal ritrovamento di un cadavere nel pieno delle steppe turche spazzate dal vento per scavare nel profondo dell’anima dei suoi protagonisti.
Un viaggio fisico ma soprattutto morale all’interno di un gruppo di poliziotti, medici e procuratori che ricorda Dostoevskij e Gogol, spazi sconfinati che fanno da contrappeso a chiusure di cuore, fotografia incredibile e sogni che finiscono oltre l’orizzonte, gettati via dalla furia di un vento che non lascia nulla, o quasi.




N° 6: Expendables 2 di Simon West


Non poteva non giungere a ridosso della top five il film action definitivo di tutti i tempi, tripudio di botulino, muscoli, autoironia e metacinema: tutte – o quasi – le star del genere figlie degli eighties affiancate dai “nuovi volti” Jason Statham, Chris Hemsworth e Scott Adkins per un cocktail perfetto di risate, tamarraggine, adrenalina e tutte quelle cazzate da macho che fanno impazzire i vecchi cowboys come il sottoscritto.
Scene già cult a profusione – l’arrivo di Chuck Norris su tutte -, battute come se piovesse e la grande accoppiata Sly/Schwarzy opposta a  Van Damme: cosa si può chiedere di più alla vita?
Solo Expendables 3!


N° 5: Ruby Sparks di Jonathan Dayton e Valerie Faris


La coppia di registi del fenomenale Little Miss Sunshine torna sugli schermi con una pellicola che è un vero e proprio gioiellino, una sorta di versione leggera e primaverile di Eternal sunshine of the spotless mind scritta alla grandissima dalla protagonista Zoe Kazan e da vivere a cuore aperto dal primo all’ultimo minuto.
Si ride molto, ma non manca lo spazio per la malinconia. Un po’ come capita anche per l’amore.
Se un film del genere fosse capitato nel mio periodo libero e selvaggio, avrebbe fatto salire nel sottoscritto una gran voglia di innamorarsi.


N° 4: Moneyball di Bennett Miller

 
L’outsider rivelazione che non ti aspetti.
Film emozionante ed intelligentissimo, recitato alla grande da Brad Pitt e Jonah Hill – spalla perfetta – e scritto da dio - forse la migliore sceneggiatura dell'anno -, Moneyball è I Goonies tradotto nell’etica sportiva, il gusto di scommettere tutto, dare spettacolo e poi finire comunque a risultare perdenti.
E’ la pellicola che “tiene i cavalli” per eccellenza.
Un film con le spalle larghe, gli occhi lucidi e tutto il coraggio di chi sa che, sempre e comunque, dovrà sudarsi l’impresa senza aspettarsi che la stessa possa comunque tradursi in una vittoria.


N° 3: La parte degli angeli di Ken Loach


New entry dicembrina in grado di scalare la classifica dei Ford Awards poco prima della loro preparazione ufficiale, l’ultima fatica di Ken Loach è una favola magica ed emozionante dal sapore di periferia e whisky di malto: la storia di Robbie, che viene dal profondo della strada e cerca un futuro per il figlio appena nato, è un toccasana per gli spettatori in quanto Uomini, prima ancora che amanti del Cinema, la speranza che mancava allo straziante My name is Joe ed una ventata d’aria fresca per un pessimista storico come il vecchio Ken.
Fiaba proletaria. Questo è il fiore del partigiano.


N° 2: Take shelter di Jeff Nichols


Numero uno quasi indiscusso per buona parte dell’anno, Take shelter è tutto il meglio che il Cinema made in USA figlio della provincia abbia mai prodotto: il dramma di un uomo alle prese con la costruzione di un rifugio per la sua famiglia in vista della tempesta imminente cui solo lui pare credere si presta a così tante chiavi di lettura da tentare lo spettatore di abbandonare tutto quello che non è istinto e lasciarsi travolgere fino ad uno dei finali più belli non soltanto della passata stagione, ma della Storia del Cinema.
Un Michael Shannon immenso per un film (quasi) immenso.


N° 1: Killer Joe di William Friedkin


Chi segue il Saloon quotidianamente ben sa che il vincitore del Ford Award come miglior film del 2012 era stato già annunciato alla fine di ottobre, quando su questi schermi giunse l’ultima fatica del veterano William Friedkin, già amatissimo da queste parti per L’esorcista, Il braccio violento della legge e soprattutto Vivere e morire a Los Angeles.
Killer Joe è il lato oscuro del vincitore dello scorso anno Drive, e ne raccoglie giustamente il testimone.
Se Drive è stato uno scorpione, Killer Joe è un coccodrillo.
Pare addormentato, ma nel momento in cui decide di scattare, seppiatelo, siete fatti.
Un predatore in tutti i sensi, anche quelli che non vi aspettereste.
Killer Joe è il film fordiano dell’anno.
E non ci sono discussioni.

MrFord



 I PREMI


Miglior regia: William Friedkin per Killer Joe

Miglior attore: Michael Shannon per Take shelter

Miglior attrice: Rooney Mara per Millennium - Uomini che odiano le donne

Scena cult: la sequenza finale, Take shelter

Miglior colonna sonora: Marley di Kevin MacDonald

Premio "leggenda fordiana": il cast di Expendables 2

Oggetto di culto: la coscia di pollo, Killer Joe

Premio metamorfosi: il Cinema muto diventa sonoro, The artist

Premio "start the party": l'assalto d'apertura, Expendables 2

Premio "be there": la Scozia del whisky e del riscatto proletario, La parte degli angeli

venerdì 9 novembre 2012

Bug

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Agnes White, che vive in un motel sperduto in Oklahoma cercando continuamente di fuggire ai fantasmi di un figlio scomparso dieci anni prima e di un marito violento, conosce per caso il veterano della Guerra del Golfo Peter Evans, un ragazzo chiuso che per la prima volta da tempo rappresenta per la donna la speranza di un rapporto davvero profondo, per quanto appena nato.
Il legame tra i due - e le rispettive solitudini - diviene quasi immediatamente strettissimo, tanto da tagliare fuori il mondo dalla loro storia: quando, però, Peter comincia a manifestare inquietudini legate a presunti esperimenti condotti su di lui dal Governo nel corso del periodo sotto le armi e convince anche Agnes di essere portatore di minuscoli insetti che nidificano sottopelle, il rapporto diviene morboso e supera ogni confine, tanto da allarmare il dottor Sweet, psichiatra di Evans già da diversi anni.




Il recente sconvolgimento provocatomi dalla visione del già mitico Killer Joe ha riportato in auge in casa Ford William Friedkin, uno dei più arcigni tra i vecchi Maestri del Cinema USA, a quasi ottant'anni ancora "contro" e scomodo come ai tempi dell'Oscar vinto dal durissimo Il braccio violento della legge.
Complici molte recensioni più che positive, ho provveduto a recuperare il film che ha segnato il suo ritorno ai favori della critica, questo Bug che in Italia non ha conosciuto neppure una distribuzione in sala, uscendo direttamente per il mercato home video come l'ultimo degli horror di serie b che spesso abbracciano questo destino: ovviamente un'interpretazione di questo tipo è quantomeno errata, considerato che l'opera in questione, oltre ad essere un signor film "da camera" - mi ha ricordato, nel chiaro background teatrale, La morte e la fanciulla di Polanski -, appare più che altro come una sorta di allucinato thriller costruito su una storia d'amore nata per finire male - anzi, malissimo -, l'incontro di due solitudini, di due reietti che la società ed il mondo per bene non vorrebbero mai per le strade delle loro città, e dunque destinano ad un'esistenza di frontiera e tormenti, lontano da tutto ciò che potrebbero sporcare anche solo con la loro presenza.
Ma non si limita a dipingere l'incontro delle disperazioni di Agnes e Peter, il vecchio Friedkin: perchè Bug è anche un allucinato excursus in territori che sarebbero stati congeniali al Maestro delle mutazioni - e mutilazioni - David Cronenberg, inserendo nel climax della storia tra i due amanti l'elemento dei misteriosi e microscopici insetti che infestano il corpo - ma più che altro la mente - del reduce finendo per suggestionarlo al punto tale da riuscire a "contagiare" la compagna.
In una qualche misura, si potrebbe addirittura osare ed affermare che il sentimento che lega i due protagonisti - bravissimi entrambi, Michael Shannon pare nato per il ruolo di psicopatico - sia un ritratto, pur se distorto, di ogni storia sentimentale del mondo: riflettendo, nel corso della nostra vita, quante volte abbiamo avuto un "codice" con la persona con cui stavamo, quante volte abbiamo parlato in un linguaggio che soltanto noi potevamo capire, o ci siamo sentiti al di fuori rispetto al tutto, incapace di cogliere le sfumature di quella che, in quel preciso istante, era per occhi, cuore e cervello la volta buona, quella perfetta?
Agnes e Peter sono vittime del mondo che le ha rifiutate, offese, umiliate, ma anche, di fatto, del loro amore: perchè in qualche modo, l'amore è una malattia, un disagio che può dare tutto ed essere meraviglioso ed al contempo prendersi anche di più: e nel passaggio - non solo di scrittura, ma cromatico e scenografico - dalla prima alla seconda parte, notiamo come le conseguenze della sua presenza possano coinvolgere l'esterno - cornice polverosa ed oscura, sudicia e fatta di carne e sangue, carta moschicida e pinze - e l'interno - alluminio, luce algida e azzurrognola, atmosfera onirica e glaciale, un freddo che solo il fuoco dello stesso sentimento potrà allontanare dalle ossa -.
Se Take shelter - pellicola con diversi punti in comune, oltre al protagonista, con questo lavoro di Friedkin - rappresenta in qualche modo un viaggio verso la salvezza dell'amore, il suo essere un rifugio, Bug mostra la parte più oscura dello stesso, prendendo per mano i suoi protagonisti e conducendoli, ferita dopo ferita, insetto dopo insetto, ad un sacrificio condiviso ma, forse, troppo grande per due losers come Agnes e Peter, che più che trovare forza l'uno nell'altra, finiscono per trascinarsi in un buco nero destinato inesorabilmente ad inghiottirli.
In fondo, l'amore è una dipendenza, che ti entra sottopelle, e scava a fondo fino a raggiungere il cuore.
E non tutti sono in grado di poterci convivere.


MrFord


"You and me have a disease,
you affect me, you infect me,
I'm afflicted, you're addicted,
you and me, you and me
I'm on the edge,
get against the wall,
I'm so distracted,
I love to strike you,
here's my confession,
you learned your lesson,
stop me before I do it again."
Bad Religion - "Infected" -



mercoledì 24 ottobre 2012

Killer Ford

La trama (con parole mie): lo so, parrà che mi sia completamente rincoglionito in vista della trentatreesima primavera in arrivo. Ma no, non lo sono.
Semplicemente, dopo aver avviato il sondaggione sul nuovo volto da dare al blog, è arrivato un fulmine a ciel sereno che mi ha fatto rivalutare tutta l'operazione, e dato che non volevo lasciarvi fuori dal Saloon, ho pensato ad un altro giro di votazioni, questa volta definitivo.
Dunque accomodatevi, prendete da bere la cosa più forte che potete e dateci dentro!



Scrivere un post sul nuovo volto di WhiteRussian con tanto di sondaggio allegato e presentarmi il giorno del mio compleanno con un header che non era minimamente presente nell'elenco sarebbe stata una bastardata davvero eccessiva per voi compagni di bevute: il fatto è che proprio nel pieno dello spoglio dei voti è arrivato a ribaltare ogni prospettiva Killer Joe, che con altissime probabilità sarà il film fordiano dell'anno.


Così, come fu nel 2010 per Inception e nel 2011 per Drive, ho deciso che il nuovo volto di questo spazio sarà dedicato alla pellicola che più è riuscita a colpirmi nel corso della stagione cinematografica.
Ma dato che non volevo tagliare fuori tutti gli sforzi dietro alla "gara" degli header, Julez si è messa al lavoro ed ha sfornato tre modelli basati sulla pellicola di Friedkin: la scelta sarà proprio tra questi.
Buona visione!


Il primo è stato ribattezzato in casa Ford con il nome Frontiera, e vede il nostro Joe nel pieno dello studio delle sue prede. Stivale da cowboy, sguardo torvo, l'impressione è di uno di quei silenzi che prospettano tempesta.


 

Il secondo, ovvero l'header Specchio, è quello che in qualche modo trova un legame maggiore con il riflesso sulla finestra del Drive dello scorso anno.
Oltretutto, la grafica del nome mi ricorda tantissimo quella della Absolut.



Il terzo, detto Western, è il più classico, quello che incarna lo spirito della Frontiera tanto caro al sottoscritto e ad ogni avventore - o quasi - del Saloon. Il tutto senza ovviamente dimenticare lo sguardo da killer di Joe, che minaccia bottigliate a cascata.

Ovviamente, come sarebbe stato anche per la scorsa selezione, l'ultima parola spetterà al vecchio Ford, ma sappiate che la vostra opinione potrebbe rivelarsi decisiva nel caso in cui avessi dubbi dell'ultimo secondo, oltre a farvi guadagnare, chissà, un bel giro di bevute per festeggiare il mio compleanno.

MrFord


 

 

martedì 23 ottobre 2012

Killer Joe

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Chris Smith ha un sacco di problemi. Vive in un buco di culo di provincia del Texas, la sua vita non decolla, deve dei soldi ad un boss del posto per via di un buon quantitativo di coca sparito nel nulla ed ha un pessimo rapporto con la madre.
Certo, non che con il padre Ansel e la sua nuova moglie Sharla le cose vadano meglio.
L'unica che gli resta, di fatto, è Dottie, sua sorella minore.
Innocente bambina perduta in un mondo di predatori.
Dottie e i cinquantamila dollari dell'assicurazione sulla vita della madre.
Ma perchè l'assegno possa essere incassato, ovviamente, Chris non può metterci mano personalmente, che poi non ne avrebbe neppure il coraggio.
Così, d'accordo con Ansel, contatta Killer Joe Cooper, un detective della omicidi di Dallas che ogni tanto si presta a lavori di "pulizia".
Ma ancora non sa che l'ingresso dell'uomo nella sua vita sarà solo l'inizio di un'altra infinità di guai.




Alla fine, è arrivato.
Cazzo, se è arrivato.
L'erede di Drive ha finalmente bussato alla porta di casa Ford.
Nel corso di questo duemiladodici, sono passati The artist, Quella casa nel bosco, The raid - Redemption, Expendables 2, Take shelter, ed è stato come arrivare ogni volta ad un passo dalla meta, senza poterla raggiungere.
Questo prima di Joe.
Joe che è il lato oscuro del romanticismo violento cui ha prestato anima e corpo Ryan Gosling lo scorso anno.
Joe abbigliato come un cowboy, nero vestito come una morte che non è venuta per scherzare, un creativo del pollo fritto e dei suoi utilizzi, un osservatore che, più che nel silenzio, crede nelle parole scelte con cura.
Se il guidatore di Refn era uno scorpione, Killer Joe è un serpente, o un coccodrillo: non ha fretta di attaccare, non ama disperdere energie, ma nel momento in cui è scattato potete stare sicuri che sia già troppo tardi.
Quando Joe si muove, e attacca, sei fatto. E' finita. Giù il sipario. Adios.
Questo Chris non lo sa ancora, nel momento in cui decide di fare entrare il detective nella sua vita, ed in qualche modo nella sua famiglia.
Perchè Joe è un predatore, e di quelli più pericolosi: e di fronte ad una preda unica nel suo genere il denaro e le regole possono tranquillamente andare a farsi fottere, così come tutte le povere anime che popolano una roulotte sperduta in un Texas che scaglia sulla Terra fulmini e saette quasi fossero un monito biblico.
L'istinto animale, in questo killer oscuro, è così esplosivo che pare trasudare dalla pelle, ben oltre l'equilibrio ed il controllo che lo stesso ama profondamente esercitare.
E non può nulla Chris, che per quanto possa dibattersi come un pesce in attesa dell'ultima botta una volta pescato non è altro che un piccolo perdente di provincia, un disadattato che non troverà spazio in un mondo che, forse, è troppo forte per lui.
Non può nulla Ansen, che ha deciso di farsi passare la vita davanti come uno di quei lanciatori di tappi nella pubblicità del Jack Daniels. Ansen con la giacca scucita - scena già supercult -, che giustifica sempre e comunque le donne amate ma non si fa problemi all'idea che possano essere spedite all'altro mondo.
Non può nulla Sharla, che potrà sguazzare come uno squalo nella piccola boccia per pesci rossi che si è scelta, ma che è impotente al cospetto di qualcuno ben al di sopra di lei nella catena alimentare.
A meno che non si parli di dedicarsi al pollo.
Non può nulla neppure il cane, che ringhia a tutti. Tranne che a Joe. Perchè l'istinto animale è il sonar migliore per i guai che finiscono per farti mancare la terra sotto i piedi. O le zampe.
E non può nulla soprattutto Dottie.
L'eterea, spietata, furiosa, angelica, perduta, magica Dottie.
Era dai tempi di Winter's bone che non incontravo un personaggio femminile così pazzesco.
Capisco Joe, ed il suo istinto. Dottie è una preda cui nessun lato oscuro può rinunciare.
Qualcosa di più grande.
L'esempio che possa esistere qualcosa che vada oltre il nero di quei vestiti, di quell'anima che mette a nudo - in tutti i sensi - un'America perduta neanche fossimo nel profondo del West.
E non basterà sperare di fuggire verso il Messico.
Perchè questo confine è qualcosa di ben più vasto. E profondo.
Un pozzo più profondo della notte e del pianto, e più profondo di te, Chris.
Più profondo di tutti voi.
E' il pozzo di Joe, quello.
Una voragine nata per inghiottire le meraviglie come Dottie. E tutto quello che sta loro attorno.
E ora potrei stare qui a scrivere di quanto potente sia ancora la mano di William Friedkin - che, oltre a L'esorcista, ha firmato pietre miliari come Il braccio violento della legge e soprattutto Vivere e morire a Los Angeles, non dimentichiamolo -, degli squarci di The wrestler, Rob Zombie, Tarantino, i Coen, Cuore selvaggio che ho visto illuminarmi gli occhi almeno quanto la splendida fotografia, del montaggio quasi disequilibrato - eppure perfetto -, delle interpretazioni pazzesche di tutto il cast, di un finale che pare una versione allucinata e sotto acido di quello indimenticabile di A history of violence, e via discorrendo.
Ma non posso farlo.
Perchè anche io sono perduto nell'abisso di Killer Joe.
Perchè se è vero che sono uno scorpione, e in Drive ho visto un'immagine di me - almeno in parte -, di questo coccodrillo in agguato, che pare morto e in un istante sei morto tu, ho davvero paura.
Perchè Joe è il lato oscuro di Drive.
E' il lato oscuro ed il pozzo profondo che qualcuno si porta dentro. E dietro.
E quasi viene da sperare di essere un povero cristo come Chris, o Ansen.
Fino a quando Dottie non comincia a ballare.
E a quel punto l'istinto prende il sopravvento.
La meraviglia.
E l'orrore.
E non si può più tornare indietro.


MrFord


"You know I like my chicken fried
cold beer on a Friday night
a pair of jeans that fit just right
and the radio up
I like to see the sunrise
see the love in my woman's eyes
feel the touch of a precious child
know a mother's love. "
Zac Brown - "Chicken fried" -




giovedì 11 ottobre 2012

Last friday night on thursday

La trama (con parole mie): ebbene no, cari lettori, non avete passato le ultime ventiquattro ore prede di un hangover con tanto di blackout selvaggio da ricostruire con una spedizione in stile Una notte da leoni. La rubrica che vede i consigli a proposito dei film in uscita in sala firmata dal sottoscritto e da quell'individuo poco raccomandabile del Cannibale si adegua alle modifiche volute dai distributori e dunque da questa settimana passa al giovedì.
A parte questo e qualche cambio all'impaginazione orchestrato dal mio antagonista, comunque, le cose non saranno molto diverse: i film italiani saranno come sempre meno interessanti delle proposte oltreconfine, le didascalie del Cucciolo più brillanti delle mie, le opinioni cinematografiche illuminate tutte firmate dal sottoscritto.

"Dannazione! Il Cannibale ha cambiato perfino giorno alla rubrica pur di non venire a fare un aperitivo con me!"
Iron Sky - Saranno nazi vostri di Timo Vuorensola


Il consiglio di Cannibal: saranno nazi di Ford
Pellicola finlandese autofinanziata grazie anche al web e che proprio sul web è stata pompata in maniera spropositata. Per essere un film di fantascienza (relativamente) low-budget il tentativo è apprezzabile, ma nonostante le, credo e spero markettare, lodi spese in rete, il risultato è parecchio modesto.
Come commedia, si ride pochissimo. Come satira politica è davvero debole. E come film di fantascienza è una robina trascurabile.
Un film recensito qui http://pensiericannibali.blogspot.it/2012/06/nazi-side-of-moon.html fondamentalmente innocuo. Come il sempre più mollaccione Ford degli ultimi tempi, al cui confronto persino il sottoscritto Cucciolo Eroico è ormai più temibile di un nazi. E ho detto tutto.
Il consiglio di Ford: meglio farsi i nazi propri, che quelli del Cannibale!
Un film che non è ancora giunto sugli schermi di casa Ford ma che fin dal tam tam in rete mi è parso decisamente trascurabile, e che dunque credo continuerà a prendere polvere ancora per un pò prima di fare capolino al Saloon. Del resto, in questa prima settimana caratterizzata dal cambio di giorno i titoli importanti sono ben altri. Lascio dunque a quello zombie inebetito dai weekend a base di birra la
gloria della recensione. Altrimenti come se lo alimenta più, quell'ego massacrato dalle vittorie del sottoscritto nelle Blog Wars!?!?

"Non sarà stato Ford a consigliarti questa robaccia!?" "No, è stato il Cucciolo eroico. La prossima volta ricordami di non fidarmi delle sue dritte sull'alcool. Sono quasi peggio di quelle cinematografiche!"
Killer Joe di William Friedkin


Il consiglio di Cannibal: Killer Cannibal is coming for you, Ford!
Noto per L’esorcista, William Friedkin è uno di quei registi vecchia scuola che faranno bagnare Ford, ma di cui io non ho mai approfondito troppo la conoscenza. Chissà che non capiti l’occasione ora, con questo promettente Killer Joe.
C’è un cast di ottimo livello, con Emile Hirsch, Gina Gershon, Juno Temple e un Matthew McCounaghey in spolvero dopo la sorprendente interpretazione in Magic Mike. Sembra più una fordianata, ma una volta tanto potrebbe essere una fordianata in grado di soddisfare anche me.
Vedremo se sarà una visione killer, oppure se ci sarà da mandare un killer per prendersi amichevole cura dell’esorcizzato Friedkin e pure del non ancora esorcizzato (purtroppo per noi) Fordkin.
Il consiglio di Ford: vivere e morire a Ford Angeles.
William Friedkin è un regista di quelli da leccarsi i baffi: cazzutissimo e scorretto, negli anni ha imparato a sbattersene delle majors e produrre molto anche low budget pur di spingere la sua idea di Cinema.
Che, poi, con titoli come L'esorcista, Vivere e morire a Los Angeles e Il braccio violento della legge potrebbe bastare. Comunque, il ritorno in grande stile avviene con questo film che pare sia molto, molto tarantiniano, e che pare abbia rischiato addirittura di vincere Venezia 2011.
Il mio hype in merito è alle stelle, e sono sicuro che in mano mi esploderà uno dei titoli più importanti dell'anno.

"Kid, ora che ti ho gonfiato di botte per bene occorrerà che inizi a darti anche qualche lezione di stile. Conciato così non ti si può guardare."
Total Recall - Atto di forza di Len Wiseman


Il consiglio di Cannibal: atto di fede, più che di forza
Il Total Recall originale, quello del 1990 di Paul Verhoeven, è un gran film. Non avete sbagliato, state leggendo la parte cannibale del commento. Per me è infatti probabilmente il miglior film con Schwarzy, diciamo pure uno dei pochi decenti della sua carriera. Una delle pellicole che più mi sono rimaste impresse della mia infanzia, prima adolescenza, oggi sottoposta a un non richiesto remake, visto che l’originale resta ancora piuttosto attuale. Questa nuova versione, nonostante Colin Farrell sia un attore di gran lunga migliore dell’ex governatore della California, mi puzza di possibile fregatura. Per curiosità, temo gli concederò una visione. Le speranze che sia decente richiedono però un atto di fede.
L’atto di forza, quello invece lo tengo in serbo per le ossa del Ford!
Il consiglio di Ford: per sfracellare il Cannibale a bottigliate non ho bisogno di forza, ma solo di un semplice atto!
Quando venni a sapere che uno dei film migliori – cinematograficamente parlando - del buon Schwarzy avrebbe avuto un remake, rimasi annichilito quasi quanto mi accade leggendo le recensioni del mio
rivale. Fortunatamente l'allenamento cui quotidianamente mi sottopongo grazie alle stesse mi ha permesso di superare i pregiudizi e convincermi a dare una chance al lavoro di Wiseman: certo, occorre guardarlo senza pensare al lavoro di Verhoeven, ed il punto di vista è completamente ribaltato, ma la lotta che vede le due protagoniste femminili, Bryan Cranston ed uno scenario che incrocia Minority report a Blade runner,
alla fine, me l'hanno anche fatto piaciucchiare.
Recensione a brevissimo.

"Puoi anche farmi saltare le cervella, ma con il tuo amico Cannibal non ci esco!"
On the Road di Walter Salles


Il consiglio di Cannibal: meglio di un viaggio on the road con Ford, però…
Jack Kerouac per la Twilight generation? Questa è la prima cosa che potrebbe venire in mente pensando al romanzo cult riletto in una trasposizione cinematografica con Kristen Stewart, la Bella Swan della saga vampiresca. La seconda impressione, quella regalata dal trailer, è che sembri più una versione patinata e alquanto retorica. In ogni caso, un’operazione ad altissimo rischio. A toccare certi libri si rischia solo di fare dei gran danni. Così come a toccare quel bruto di Ford.
Spero di sbagliarmi, sul film non su Ford, magari ne è venuta fuori una cosa decente, però non ci scommeterei troppo.
E, prima che me lo chiedi: no, Ford, non lo faccio un viaggio on the road con te. Anche perché ad affidarsi alla tua guida bisogna essere più fuori di chi ha scelto la Stewart per codesto film. E poi perché tanto tra poco sarai così sommerso dai pannolini (e non solo da quelli) che alle avventure on the road ormai puoi dire ciao ciao! Ford, per te la Fiesta è finita ahaha.
Il consiglio di Ford: un viaggio on the road con un cowboy sarà sempre troppo per il Cucciolo Eroico!
Personalmente, ho sempre avuto una certa simpatia per Walter Salles: Central do Brasil e I diari della motocicletta funzionano e continuano a piacermi anche a distanza di anni e visioni, con quel giusto mix di
onestà e retorica che fa tanto bene al cuore. Ora il regista brasiliano torna alla carica con un altro road movie tratto da uno dei libri cult di intere generazioni, che potrebbe rivelarsi una sorpresa quanto una clamorosa delusione. In ogni caso, una visione ci starà tutta.
E se le cose non funzioneranno a dovere, per sfogarmi potrei sempre recarmi a Casale, chiudere il Cannibale nel mio bagagliaio con da bere soltanto l'acqua per lavare i vetri e lanciarmi in un distensivo on
the road verso Capo Nord.

"Non ti lascio più guidare, Ford! Ci hai portati in un altro dei tuoi postacci in culo al mondo da vecchio cowboy!"
ParaNorman di Chris Butler


Il consiglio di Cannibal: per chi non ha paura del ParaFordan
Per una volta, una pellicola d’animazione che non mi sembra la solita ruffianata Disney o la solita bambinata fordiana.
Tra fantasmi, zombie e piccoli cuccioli eroici, non sarà una visione paranormal, ma se non altro appare come una visione carina e piacevole.
E poi, meglio ParaNorman che quel ParaCullen di Ford uahahah!
Il consiglio di Ford: il Cucciolo eroico sarà Paranormal o Paranoid?
Un film d'animazione che promette bene dopo le settimane decisamente sottotono offerte da Madagascar e L'era glaciale, e che potrebbe essere il vero rivale ai prossimi Academy per l'ottimo Brave made in
Pixar. Addirittura, soprattutto considerato il genere, potrebbe riuscire perfino a mettere d'accordo i due antagonisti più feroci della blogosfera: il che, a conti fatti, è già un successo. Dunque, anche in questo caso, una visione ci vorrà tutta.

"Ommmiodddio! In quella macchina c'è il Cannibale, e la sta guidando Ford!"
Taken 2 - La vendetta di Olivier Megaton


Il consiglio di Cannibal: il cinema chiede vendetta!
Nooo! Pure una porcheria immane come Taken, uscito in Italia con il titolo Io vi troverò, ha avuto un seguito? E negli USA sta pure avendo un gran successo? Il mondo sta davvero cadendo nelle tenebre.
Il primo era un film d’azione risibile, con un Liam Neeson a suo agio come action hero quanto un elefante in un negozio di cristalli. Una porcheria giustizialista della peggior specie, di cui a breve arriverà il mio post. Quanto al seguito, rischia di essere ancora peggio. Ma sarà davvero un’impresa non da poco.
Se questo è grande cinema d’azione, per una volta lancio un grido di proporzioni fordiane: a ridatece Stallone!
Il consiglio di Ford: io mi rifiuto di trovarlo.
Sequel di un film agghiacciante che qui al Saloon ho già ampiamente massacrato - http://whiterussiancinema.blogspot.it/2012/01/io-vi-trovero.html-, privo dell'ironia degli action pane e salame che piacciono a me e reso ancora peggiore da un Liam Neeson per nulla in parte.
Già dal trailer pare una porcata di proporzioni assurde, dunque cercherò con tutte le mie forze di risparmiarmelo, e non lo auguro neppure a quel cattivo soggetto del mio rivale. Meglio tornare agli anni ottanta, quando imperavano i veri cult si Sly, Schwarzy, JCVD e Bruce Willis!

"Cucciolo, Ford, avete parlato male dei miei due film: questa è la fine che farete!"
Tutti i santi giorni di Paolo Virzì


Il consiglio di Cannibal: tutti i santi fordi
Tutti i santi giorni mi devo sorbire (almeno) un nuovo post quotidiano di Ford e tutti i santi giorni mi chiedo cosa abbia fatto di male per meritarmi tanto. Non lo so, cari lettori. Forse ho preso per il cullen qualche volta di troppo i protagonisti della saga di Twilight e le Twi-hards (tra cui la Twi-hard numero 1 Ford) mi hanno fatto una macumba contro. In ogni caso, Paolo Virzì arriva da ben due film su due che mi sono piaciuti parecchio: Tutta la vita davanti e La prima cosa bella. Cosa che non posso dire di molti altri registi italiani, giusto dell’altro Paolo del cinema italiano, Sorrentino.
Il trailer di questo Tutti i santi giorni mi ha fatto però scendere di parecchio l’entusiasmo e, anzi, non promette niente di buono. A volte le prime impressioni si rivelano erronee. Sarà questo il caso? Di certo non è quanto successo con WhiteRussian: fin dalla prima volta che ci sono finito dentro per sbaglio, ho subito capito che c’era qualcosa di malvagio e di profondamente sbagliato in quel blog…
Il consiglio di Ford: tutti i santi giorni mi alzo, e spero che, per una volta, il Cannibale non abbia pubblicato nulla. E puntualmente scopro, invece, che continua a tornare.
Virzì mi è sempre piaciuto, mi pare un tipo in grado di unire il pane e salame al tocco autoriale, il Cinema popolare e le ambizioni da Festival tutte in un unica pellicola. La prima cosa bella mi era piaciuto davvero molto, e da tempo aspettavo il ritorno del buon Paolo sul grande schermo: eppure c'è qualcosa che non mi convince affatto, di questa roba che mi pare un po’ troppo Ligabue-style per impressionarmi. Speriamo di essere smentiti. Non vorrei ritrovarmi di colpo a fare lo snob come il mio ben poco illustre collega.

"Recitiamo una bella preghiera affinchè il Cannibale non ci consigli più nessun film!"
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...