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sabato 24 gennaio 2015

Justified - Stagione 3

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi:
13




La trama (con parole mie): Raylan Givens, impegnato con la sua consueta attività di US Marshall vecchio stile, è alle prese con più problemi di quanti potrebbe pensare di gestire contemporaneamente.
Mentre l'ex moglie è incinta del suo primo figlio e l'amico d'infanzia e criminale incallito Boyd Crowder pianifica un'attività che possa renderlo il boss della regione accanto alla vecchia fiamma dello sceriffo stesso Ava, infatti, da Detroit giunge un cane sciolto delle organizzazioni del Nord pronto a creare scompiglio e lasciare dietro di sè una lunga scia di cadaveri, mentre Arlo, padre di Raylan, comincia a dare segni di squilibrio, oltre a manifestare apertamente l'odio per il figlio ed il legame con Boyd.
Dietro le quinte delle vicende che si incrociano e delle lotte per la conquista del potere nella Contea di Harlan, invece, assume una forma sempre più definita la figura della vera anima nera del luogo, il "custode" Ellstin Limehouse.








Come gli ultimi Ford Awards dedicati alle serie tv hanno chiaramente testimoniato, uno dei titoli che, nel corso dell'anno appena concluso, ha più fatto breccia nel cuore del vecchio Ford è stato indubbiamente Justified, un western fuori dal suo tempo ispirato da un racconto del pioniere del genere Elmore Leonard pronto a regalare due antagonisti degni delle battaglie che vedono protagonisti il sottoscritto e Cannibal Kid: Raylan Givens e Boyd Crowder, amici d'infanzia cresciuti nello stesso contesto - la Contea di Harlan, in Kentucky, dove le possibilità di crescita per un giovane, escluse le fortune sportive, sono molto limitate: un distintivo, il carcere o una vita a spaccarsi la schiena con qualche lavoro duro -, rivali quasi "per contratto" ed ugualmente in grado di portare avanti un rapporto che sconfina in un legame quasi più forte di quello di sangue.
Con la sua terza stagione, la serie compie un ulteriore passo verso la maturità, aggiungendo elementi che saranno fondamentali per la crescita dei suoi protagonisti - la futura paternità di Raylan, il rapporto di Boyd con Ava e Arlo - ed un paio di personaggi che difficilmente gli amanti di questo genere di proposte riusciranno a dimenticare: il killer e psicopatico albino Quarles, forse uno dei più folli e disturbati villains passati sul piccolo schermo di casa Ford dai tempi di Breaking bad e l'eminenza grigia Limehouse, cresciuto ed inserito in un contesto profondamente redneck e campagnolo eppure in grado di trasmettere l'inquietudine e l'aura di potere di un boss da grande metropoli.
I tredici episodi di questa terza season, meno coesi, forse, rispetto a quelli della seconda - incentrata quasi interamente sulla lotta di Raylan e Boyd contro la famiglia Bennet, in grado di trascinare una coda anche a questo giro di giostra -, riescono comunque nella non facile impresa di unire la tensione del thriller all'azione cui Raylan ha ormai abituato il suo pubblico, il rapporto dello stesso con la Legge ed il lato meno in ombra della sua esistenza - i colleghi, il capo, l'ex moglie incinta - e quello, al contrario, del lato oscuro - la volontà di fare spesso e volentieri quello che decide e sente a prescindere dalle regole, il grilletto facile ed una capacità di cacciarsi nei guai ben oltre il livello di guardia -: se, inoltre, le premesse sono quelle che sembrano, pare che il buon Limehouse sia destinato a diventare un personaggio cardine di questo prodotto che pare costruito su misura per chi, come il sottoscritto, ama un certo tipo di atmosfere, da Lansdale ad una sorta di Stand by me per adulti, con tanto di sesso e violenza aggiunti ad un cocktail troppo forte per stomaci da pusillanimi.
Ed è davvero interessante scoprire quanto un'opera che, di fatto, appare tagliata con l'accetta come i suoi protagonisti - gente dura, abituata a crescere battendosi, e senza fare troppe domande sul perchè, come è evidente nei confronti tra Quarles e Boyd, Raylan o Limehouse - basi la sua profondità sulle sfumature, e sul fatto che, nella vita, per quanto possano esistere il bianco ed il nero, finiamo per batterci con il coltello tra i denti nuotando tra i flutti dei grigi, e non ci sono uomini di Legge completamente a norma della stessa, così come criminali privi di qualsiasi moralità - Quarles a parte, ma questo è un discorso che sconfina nell'ambito della psicopatia -.
Il bello di Justified è proprio questo: il carattere, la voglia di lottare.
A prescindere da quale lato della barricata ci si sia trovati, per colpa o per destino, a difendere.
Lo sanno bene Arlo e Raylan, padre e figlio che tutto vorrebbero essere tranne padre e figlio.
Uno con un nuovo protetto per il quale pare disposto a fare tutto quello che non ha fatto per il suo sangue, per "l'uomo con il cappello".
E l'altro con un piccolo Givens in arrivo, e la sensazione che, pur senza essere presente, potrà sempre esserci.
Specie se si tratterà di dover piantare qualche pallottola in corpo a chi vorrebbe minacciarne il futuro.



MrFord



"Nice guys finish last.
You're running out of gas.
Your sympathy will get you left behind.
Sometimes you're at your best, when you feel the worst.
Do you feel washed up, like piss going down the drain."
Greenday - "Nice guys finish last" -



domenica 16 novembre 2014

The counselor - Il procuratore

Regia: Ridley Scott
Origine: USA, UK
Anno: 2013
Durata: 117'




La trama (con parole mie): un avvocato di successo, messo all'angolo da problemi di liquidità, avidità e voglia di confrontarsi con il lato oscuro che, di norma, finisce per osservare solo in tribunale, si inserisce in un affare di droga con il Cartello messicano grazie ad un losco socio d'affari ed un altrettanto poco raccomandabile intermediario.
Peccato che, dopo aver recuperato i venti milioni necessari per entrare nel giro, il carico giunto dal Messico sparisca nelle mani sbagliate, mettendo in moto il meccanismo spietato del Cartello e dei predatori rispetto a tutti i protagonisti dell'accordo dall'altra parte del confine: ma se per alcuni significherà soltanto perdere la vita, per altri vorrà dire continuare a respirare con il peso sulle spalle di aver sacrificato tutto quello che aveva davvero valore al mondo.
Qualcosa ben oltre i diamanti, i soldi e la prospettiva di un successo.








E' curioso, a volte, quanto il gioco delle aspettative possa incidere sulla visione di una pellicola: ai tempi della sua uscita in sala, The counselor - Il procuratore, realizzato da quello che, nonostante gli alti e bassi degli ultimi anni, è considerato una sorta di mostro sacro, Ridley Scott, e scritto nientemeno che da Cormac McCarthy, uno dei più importanti scrittori viventi americani nonchè figura più che fordiana, fu massacrato praticamente in ogni dove, qui nella blogosfera e non, collezionando una serie da record di recensioni che definire negative risulterebbe quantomeno ottimistico.
Allo stesso tempo risultò curioso, almeno per il sottoscritto, che i critici più pane e salame finirono per prenderlo a bottigliate sui denti e quelli radical - fatta eccezione per la mia nemesi Cannibal Kid - addirittura lo promossero quasi a pieni voti, mentre almeno sulla carta e forte della visione avrei detto che sarebbe potuto accadere l'esatto opposto.
Detto questo, devo ammettere di essere uscito piuttosto perplesso dalla visione, ricca di momenti davvero al limite del ridicolo come la questione della temperatura o l'ormai considerata divertentissima - e non in senso positivo - spaccata di Cameron Diaz sul parabrezza della Ferrari gialla di Bardem ed una costruzione non sempre limpida in fase di scrittura ma anche paradossalmente piacevole e molto ritmata, tipica di quei titoli da divano senza impegno per alleggerirsi dal lavoro.
In un certo senso, mi è parso di vedere Scott e McCarthy colti dalla stessa sindrome che colpì Stone e Winslow - altri due che qui in casa Ford tendenzialmente amiamo molto - con Le belve: due uomini considerati assoluti professionisti nel loro settore ma decisamente non più giovanissimi travolti dalla voglia di apparire cool e alla moda, quasi le pulsioni sessuali e la prestanza dei loro protagonisti sullo schermo simboleggiassero il desiderio degli autori di tornare ad un'epoca in cui anche loro potevano considerarsi "giovani e belli", come canterebbe Guccini.
Peccato che il Tempo passi per tutti, e l'effetto di titoli come questo finisca per essere lo stesso dei sessanta e settantenni lampadati pronti a tatuarsi fuori tempo massimo ed indossare le Beats sfoggiando camminate neanche fossero usciti dal liceo: eppure, a mio parere, non parliamo di una pellicola inesorabilmente brutta - allo stesso modo di quanto si potrebbe pensare del già citato Le belve -, ma godibile e molto meno autoriale di quanto non si possa pensare, inserita più nel filone che alimenta l'esaltazione dei ragazzini che sognano di essere Tony Montana che non in quello della ricerca e dell'analisi dei massimi sistemi attraverso una storia action/crime.
La cosa migliore, rispetto a The counselor, resta per me un approccio molto ignorante ed inconsapevole, proprio come se il regista non fosse Ridley Scott - anche se il suo stile tecnicamente impeccabile si riconosce comunque - e lo sceneggiatore Cormac McCarthy: in questo modo questa vicenda di corruzione, droga, sesso e morte finisce per assumere i connotati di una sorta di versione di grana grossa e metanfetaminizzata di piccoli cult come City of god o serie Capolavoro come Breaking Bad.
Certo, i paragoni non reggono neanche per scherzo, eppure era da parecchio che non mi capitava di passare due ore senza pretese schiantato in poltrona godendomi il circo di uno dei miei generi preferiti senza considerare alcuna conseguenza, o rimediare un'incazzatura.
Ho lasciato che il buon Fassbender ed il suo avvocato desideroso di un confronto con il Lato Oscuro e la sua innocente metà Penelope Cruz diventassero gli agnelli sacrificali di una serata all'insegna del pacchiano e del sopra le righe, neanche fossi un boss del narcotraffico che si diverte ad osservare cosa racconta il dorato mondo hollywoodiano di quelli come lui.
Con tanto di Brad Pitt e Cameron Diaz - rispettivamente per signore e signori, anche se non è certo dettto, o una regola - inclusi nel pacchetto.
Direi che non è poco, anche quando dall'altra parte, più che il peso della delusione, si trovava quello per l'inguardabile look di Bardem e la fuga dei ghepardi neanche fossimo nella versione dei poveri di Collateral.



MrFord




"I'm hiding in Honduras
I'm a desperate man
send lawyers, guns and money
the shit has hit the fan."
Warren Zevon - "Lawyers, guns and money" - 



martedì 21 ottobre 2014

Joe

Regia: David Gordon Green
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
117'




La trama (con parole mie): Joe è un ex detenuto di mezza età dedito all'alcool e al duro lavoro, un uomo tutto d'un pezzo pronto ad aggredire la vita e chi gli mette i bastoni tra le ruote senza pensarci due volte. Quando Gary, un quindicenne dall'incrollabile voglia di scrollarsi di dosso le violenze del padre - il vagabondo alcolizzato Wade - e cercare di costruirsi un futuro chiede un impiego allo stesso Joe, l'uomo si ritrova in qualche modo coinvolto affinchè il ragazzo possa crescere nel migliore dei modi, ed essere premiato per la fatica che è disposto a fare per raggiungere il suo scopo.
Ma la realtà nella provincia perduta non sempre è facile da digerire e cambiare, e dunque Joe e Gary si troveranno a dover fare fronte comune affinchè i danni siano limitati al minimo e possa, una volta che la polvere si sarà posata ed i conti con Wade saranno saldati, ancora esserci una speranza.








Essere d'esempio a qualcuno, che si tratti di un allievo, un amico, un dipendente, una persona che condivide con noi almeno un pezzo di strada, è una delle cose più complicate con la quale confrontarsi.
Ancor di più se l'essere d'esempio riguarda i figli: questo perchè, nonostante di norma e per consuetudine sociale si tende a nasconderli bene, i nostri difetti finiscono e finiranno inevitabilmente per influenzare in una certa misura chi raccoglierà, volente o nolente, la nostra eredità da queste parti.
Fare da padre - o da madre, ovviamente -, inoltre, a qualcuno che figlio nostro non è risulta ancora più difficile: nel corso della mia vita, ho potuto vivere tre esempi di questo tipo di situazione, ed in tutti e tre i casi sono rimasto ammirato e stupito dalla forza che i loro protagonisti hanno mostrato decidendo di portare sulle loro spalle il peso della responsabilità legata alla crescita di figli non propri.
Uno è stato mio nonno, lo stesso dei western, quello cui devo, probabilmente, anche parte dell'amore per il Cinema, una mia suocera ed il terzo un collega e "vicino".
Quando penso a loro, ed alla mia condizione di padre, penso che non tutti sarebbero in grado di avere certe palle.
Joe è un film - ed un personaggio - con queste palle.
Non è il "Killer" predatorio e senza pietà di Friedkin, quanto più - per rimanere legati ad atmosfere molto simili ed allo stesso protagonista, Matthew McConaughey - una versione adulta ma non meno problematica di Mud: l'incontro con il giovane Gary - interpretato dall'intenso Tye Sheridan, che fu spalla del già citato McConaughey sempre in Mud - smuove infatti il protagonista di questa pellicola ruvida e passionale verso territori che, forse, non avrebbe mai pensato di esplorare, abituato a badare fondamentalmente soltanto a se stesso, seppur dotato di un animo da cavaliere improvvisato pronto a soccorrere chiunque ne abbia bisogno, ed abbia il suo rispetto.
Joe - cui presta volto ed una dirompente fisicità un ottimo Nicholas Cage - è una vicenda di confine, ennesimo ritratto dell'America "persa tra il nulla e l'addio" che dal primo Malick ai più recenti lavori di Nichols, passando per le canzoni di Bruce Springsteen è divenuta parte anche dell'immaginario di tutti noi da quest'altra parte dell'oceano, che al contempo ci ritroviamo affascinati da questa sorta di mitologia a metà tra la malinconia e l'esplosività, gli spazi sconfinati e la mancanza di prospettive.
Non è un film perfetto, soprattutto in fase di scrittura e di post produzione, e non può essere considerato all'altezza dei due pezzi da novanta che ho sfruttato per introdurlo, eppure rappresenta senza dubbio uno dei viaggi nel cuore degli USA della provincia profonda più interessanti e coinvolgenti delle ultime stagioni, un cane da battaglia pronto a mordere alla gola lo spettatore con il suo piglio senza fronzoli e legato ad una realtà che non deve avere molto dell'american dream, così come è raccontato anche in pellicole come Out of the furnace, Shotgun stories ed in una certa misura più autoriale nel recente Nebraska.
David Gordon Green, autore dello spassosissimo Strafumati - che è uno dei miei cult assoluti della Apatow generation, nonchè dei buddy movies da serata di sbronza senza ritegno -, pare aver ingranato la marcia in più che potrebbe portarlo tra i volti più interessanti del Cinema indie di confine statunitense, regalando a Nicholas Cage, divenuto negli ultimi tempi simbolo di quasi ovvie tamarrate di grana grossa uno dei ruoli più interessanti degli ultimi dieci anni di carriera che, tra le altre cose, l'attore veste come un guanto dall'inizio alla fine.
Per quanto scostante, iroso, minaccioso, senza dubbio imperfetto, uno come Joe lo si vorrebbe sempre dalla propria parte. Perchè Joe è come un cane, fedele alla sua Natura fino alla fine.
Ed in un certo senso, lo è anche Wade.
E troppo spesso e volentieri, si sa, i cani finiscono per essere decisamente migliori degli uomini.
A meno che non si sia uno come Joe, che "almeno per quanto mi riguarda, era davvero un brav'uomo".



MrFord



"Hey Joe, where you goin' with that gun in your hand?
Hey Joe, I said where you goin' with that gun in your hand?
Alright. I'm goin down to shoot my old lady,
you know I caught her messin' 'round with another man.
Yeah,! I'm goin' down to shoot my old lady,
you know I caught her messin' 'round with another man.
Huh! And that ain't too cool."
Jimi Hendrix - "Hey Joe" - 



sabato 11 ottobre 2014

Cold in July

Regia: Jim Mickle
Origine: USA, Francia
Anno:
2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): Richard Dane è un tranquillo corniciaio con una famiglia come tante altre, pronto a vivere la sua altrettanto tranquilla esistenza in un angolo del Texas sul finire degli anni ottanta. Quando, però, un ladro entra in casa sua e, sentendosi spaventato e minacciato negli affetti, l'uomo finisce per ucciderlo quasi accidentalmente con un colpo della pistola di suo padre, tutto cambia: il morto, infatti, è figlio di un pregiudicato decisamente pericoloso appena uscito dopo una lunga permanenza in prigione e pronto a prendere di mira la famiglia Dane per vendicarsi della perdita subita.
Neppure il tempo di rifugiarsi nel terrore della rappresaglia dell'ex detenuto, quand'ecco che le carte in tavola vengono cambiate di nuovo: Dane e Russel - questo il nome del vecchio criminale -, divenuti alleati, si ritrovano, accanto al detective privato Jim Bob, ad affrontare una vicenda decisamente più oscura di quanto non avrebbero mai pensato.






Joe Lansdale è uno dei più cari amici del Saloon.
E lo è dall'incipit di Una stagione selvaggia, primo romanzo della serie dedicata a Hap e Leonard, i suoi due eroi più noti, che regalò al sottoscritto uno degli autori più vicini alla sua sensibilità di sempre.
Freddo a luglio è stato senza dubbio uno dei lavori del romanziere texano che ho più apprezzato, al di fuori della saga dei succitati ed improvvisati detectives: una fosca vicenda dedicata al rapporto tra padri e figli che divorai l'estate precedente la nascita del Fordino, quando certe sensazioni potevo solo immaginarle, senza sapere che provate sulla pelle sarebbero state anche più forti.
Quando lessi della notizia di un film tratto dal romanzo, accolto come se non bastasse decisamente bene in quel del Sundance, l'aspettativa si fece decisamente alta, complice un cast che pareva essere stato scelto con un occhio di riguardo per il sottoscritto, dal Michael C. Hall interprete indimenticato di Six Feet Under e Dexter a Sam Shepard, passando per Don Johnson, uno che dovrebbe essere fordiano almeno quanto Lansdale.
Ho conservato la visione in modo da poterla condividere, pressando Julez allo spasimo e sfruttando la visita del suocero per affrontare uno dei noir più interessanti sul rapporto tra generazioni a suon di White russian come se piovessero: l'attesa è valsa la pena, e devo ammettere che, se non avessi letto l'opera dalla quale è stato tratto, avrei probabilmente finito per attribuire un voto anche più alto a Cold in July, thriller sudato e rarefatto dall'ottima atmosfera e dalle tematiche importanti, in grado di alternare momenti molto ironici e divertenti - soprattutto grazie a Jim Bob/Don Johnson - ed altri profondamente drammatici, figli di una delle tematiche cardine dell'opera dello scrittore texano, quella del rapporto tra generazioni e dell'importanza dei lasciti delle stesse mentre si susseguono.
I cambi di prospettiva che coinvolgono Dane e Russel, protagonisti della storia, a partire da una prima parte che quasi ricorda Cape Fear per giungere ad una seconda che mescola Gran Torino a Il giustiziere della notte, paiono quasi sottolineare quelle che sono le fasi di incomprensione e vicinanza di un figlio ad un padre - e viceversa -, sfruttando la vicenda che lega entrambi all'omicidio per legittima difesa commesso dal mite Richard, pronto ad innescare una serie di eventi sempre più drammatici e grotteschi.
Chi non conosce Lansdale o il romanzo sicuramente troverà pane per i suoi denti rispetto ad un'evoluzione narrativa decisamente tosta e pulp, mentre inevitabilmente i lettori più accaniti patiranno almeno in parte il piede sull'acceleratore premuto in fase di scrittura per evitare di trasformare la materia d'origine in un film di tre ore e passa dall'incedere troppo lento: una scelta saggia, per certi versi, ma almeno in parte limitativa per noi fedelissimi, pronti a ricordare le emozioni dal respiro più ampio della pagina rispetto alla velocità della pellicola.
Nonostante questo occorre confermare la solidità di Cold in July, che pecca solo nel finale di una serie di "accettate" neanche in post-produzione avessero deciso di sforbiciare qualche minuto la pellicola, di fatto eliminando uno dei faccia a faccia più importanti tra Russel e Dane - "Stai lontano dalle ombre", quasi intimerà il vecchio al suo giovane "figlio" - pur rimanendo fedele al fulcro dell'intera vicenda, la risoluzione del rapporto tra l'ex detenuto ed il suo sangue, lo stesso che aveva creduto morto e sepolto, e cercato di vendicare.
Un film che si inserisce alla perfezione nella tradizione di confine americana, dal recente e fondamentale Mud ai vecchi Classici come Il gigante, passando per il recente e discusso Out of the furnace: la propria terra e la famiglia, il legame con chi ci ha preceduti e quello con chi verrà dopo di noi, sempre pensando che lo stesso è frutto di una fatica e di un amore più forti del normale perchè legato al sangue e al Destino.
Cosa faremmo, infatti, per i nostri figli? E a che punto saremmo disposti ad arrivare, per loro?
Nel bene o nel male, quanto li proteggeremmo, anche da loro stessi?
E quali pesi porteremmo sulle nostre spalle, nel loro nome?
Qualsiasi, dico io.
E penso siano d'accordo anche Russel e Dane.
Qualsiasi.
Senza pensarci due volte.



MrFord



"How can I try to explain, when I do he turns away again.
It's always been the same, same old story.
from the moment I could talk I was ordered to listen.
now there's a way and I know that I have to go away.
I know I have to go."
Cat Stevens - "Father and son" - 



martedì 12 agosto 2014

Justified - Stagione 1

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2010
Episodi: 13






La trama (con parole mie): Raylan Givens, US Marshall dal grilletto facile poco ligio alle regole e dai metodi decisamente old school, fredda un uomo di spicco della mala di Miami - suo luogo di lavoro - finendo per essere rispedito a Lexington, in Kentucky, sua terra d'origine, in attesa che si calmino le acque in Florida.
Neppure il tempo di fare ritorno a casa, e Givens comincia a distinguersi proprio grazie agli stessi metodi che l'hanno messo nei guai riportandolo dove è cresciuto: e tra l'ex moglie, la nuova fiamma, i problemi con il padre - un vecchio truffatore incallito - e quelli con la spietata famiglia Crowder, il federale dovrà dare fondo a tutte le sue abilità di affascinante bastardo per mantenersi vivo e riuscire ad avere meno guai possibili con i superiori.






La mia permanenza nella blogosfera, oltre ad un signor nemico - ovviamente sto parlando di Cannibal Kid - è riuscita a regalarmi anche un signor amico, che ancora oggi, nonostante gli impegni di entrambi non permettano di vedersi così spesso, considero molto più vicino a me rispetto a gente che frequento da quasi una vita: Dembo.
Il mio fratellino - che in molti, sempre bloggers, hanno pensato fosse davvero mio fratello, e in un certo senso è come se lo sentissi in questo modo -, ben conscio dell'amore che entrambi proviamo per le ambientazioni e le storie in pieno stile Hap e Leonard - e se non li conoscete, correte immediatamente a recuperare il loro ciclo di avventure firmato da Joe Lansdale - non troppo tempo fa mi ha proposto il recupero di una serie ispirata dalla penna di Elmore Leonard, uno che di Frontiera, West e personaggi fordiani se ne intendeva parecchio - grande romanziere recentemente scomparso ed autore, tra gli altri, di Jackie Brown -: Justified.
Incentrata sulle vicende dello US Marshall Raylan Givens e sul suo nemicoamico Boyd Crowder - interpretato dal mitico Walton Goggins, che da queste parti è amato fin dai tempi di The Shield -, questa serie è entrata immediatamente nel cuore del sottoscritto grazie ad una cornice pressochè perfetta, una sigla che ricorda in maniera quasi scandalosa quella di Sons of anarchy ed un piglio che definire nelle mie corde risulta quasi riduttivo, divenendo di fatto una sorta di versione realistica e plausibile del divertentissimo e tamarro Banshee.
Alcool, pallottole, sesso e situazioni da provincia profonda si mescolano in un cocktail decisamente esplosivo, che non solo tiene benissimo per l'intera durata della stagione, ma riesce a rinnovarsi ed avvincere perfino con gli episodi di raccordo - splendido quello dedicato al detenuto asserragliato nell'ufficio degli sceriffi a Lexington -: tolto, comunque, il più che fordiano main charchter - Raylan pare perfetto per la galleria dei bastardi dal cuore d'oro che tanto piacciono al sottoscritto - la parte del leone è senza dubbio quella di Boyd Crowder/Walton Goggins, che non solo da prova di essere un attore decisamente più interessante di quanto non si direbbe, ma che porta in scena un personaggio controverso e ricco di spunti anche rispetto al futuro della serie, recentemente confermata negli States per la sesta - ed ultima, a quanto pare - stagione.
Il cambiamento radicale di Boyd dal primo all'ultimo episodio, infatti, rende il personaggio di fatto il fulcro delle avventure di Givens e della serie intera, con tutti i suoi estremi ed il passaggio dalla spietata efferatezza del criminale senza scrupoli e rimorsi a quella del pastore/vigilante redento dal Signore.
Accanto alla spalla del protagonista, comunque, troviamo in Givens altrettanti spunti decisamente importanti, legati principalmente all'approccio da Far West dello sceriffo ed alla questione del "Justified" che da il titolo alla serie: gli ultimatum forniti da Raylan ai criminali, tutti rispettati dal federale, rappresentano di fatto un ritorno alle origini - in senso assolutamente comprensibile, eppure clamorosamente negativo - degli States, da sempre figli di una cultura che ha nelle armi da fuoco e nella difesa della propria "zona di sicurezza" dei capisaldi che è sempre meglio non mettere in discussione.
Potrà piacere oppure no, essere discutibile, dal grilletto facile e chi più ne ha, più ne metta, eppure questa serie - ed il suo protagonista con lei - funziona alla grande dall'introduzione al climax finale - che, peraltro, promette scintille rispetto all'annata numero due -, e fin da questo esordio al Saloon si prefigge di diventare uno dei cult fordiani da piccolo schermo.
Alcool, sesso, Frontiera, sparatorie e botte.
In fondo, non potevo chiedere niente di più.
Tranne un bel cappello da cowboy.




MrFord




"On this lonely road, 
trying to make it home
doing it by my lonesome-pissed off, 
who wants some
I see them long hard times to come."
Gangstagrass - "Long hard times to come" - 





giovedì 26 giugno 2014

Eli Wallach (1915 - 2014)

So long, Brutto.



MrFord



"Chi frega Tuco e non lo uccide, vuol dire che di Tuco non ha capito niente."
Da "Il buono, il brutto, il cattivo" (1966)




sabato 17 maggio 2014

La foresta

Autore: Joe R. Lansdale
Origine: USA
Anno: 2013
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Jack Parker e sua sorella Lula sono due adolescenti texani rimasti orfani dei genitori a seguito di un'epidemia di vaiolo. Quando, durante il viaggio in compagnia del nonno, i due ragazzi vengono aggrediti da una banda di rapinatori guidata da Cut Throat Bill, il vecchio Parker viene ucciso e Lula rapita. Jack, rimasto solo, decide di mettersi sulle tracce dei malviventi chiedendo aiuto all'imponente Eustace, becchino e cacciatore di taglie a tempo perso che si offre, dietro compenso, di dargli una mano. Al loro fianco si radunerà un gruppo di avventurieri alquanto singolare, composto dal nano dalla grande cultura, la mira infallibile e la lingua lunga Shorty, l'ex prostituta Jimmy Sue, lo sceriffo Winton, dal corpo e dal volto ricoperto di cicatrici da ustioni, l'inserviente Spot ed il maiale selvatico Hog.
Nel corso della caccia ai rapinatori, tra i membri dell'improvvisata banda si instaurerà un rapporto destinato a durare nel tempo. Proiettili permettendo.








Leggere Joe Lansdale è sempre un pò come tornare a casa.
L'autore texano, da anni uno dei preferiti del vecchio Ford, nonostante, di fatto, non sfoggi la maestria di scrittura di Nesbo o Winslow e racconti storie tendenzialmente molto simili l'una all'altra, ha il grande dono di riuscire a convogliare una grande quantità di cuore nelle vicende che si preoccupa di portare sulla pagina, unendo a queste ultime un'ambientazione che, praticamente ad ogni romanzo, finisce per sposare l'idea della rappresentazione della mitologia fordiana della Frontiera.
La foresta, ultima fatica del buon Joe tradotta in Italia, è giunta dalle mie parti come una boccata d'aria dopo l'impegno che è stato Skagboys, finendo al contrario per risultare più lenta del previsto almeno nella sua prima parte, interessante per quanto riguarda personaggi e setting eppure priva dell'ironia cui da queste parti siamo abituati grazie all'esaltante ciclo di avventure di Hap e Leonard, che spero davvero possa avere presto un nuovo capitolo: con lo scorrere delle pagine e l'avvicinarsi del momento clou della vicenda - il confronto tra Jack ed i suoi alleati e la banda di Cut Throat Bill - e l'epilogo - da sempre uno dei punti forti del vecchio Joe, e che il Cannibale definirebbe senza dubbio sentimentalfordiano -, però, il romanzo assume dimensioni decisamente più importanti, avvincendo e ricordando al lettore esempi di genere di spessore clamoroso come Elmore Leonard, senza risparmiare violenza, vita dura ed esperienze che segnano sulla pelle e nell'anima sulla scia più dei Dead man e de Gli spietati che non delle epopee classiche in pieno stile John Ford.
In questo senso, il concetto di road movie applicato al romanzo funziona alla grande nell'ottica di mostrare al lettore il passaggio tra due epoche, ed i cambiamenti che portarono il vecchio West dei cavalli e la Natura incontaminata ad entrare in contatto con le prime automobili, le foreste disboscate, i pozzi di petrolio: un passaggio che non tutti riusciranno a vivere come un passo avanti, e che finisce per divenire una sorta di scommessa anche per i protagonisti, pronti - chi più, chi meno - a viverla sulla pelle.
Interessante anche la scelta di raccontare sparatorie e confronti fisici nel modo più realistico possibile - e anche in questo caso, torna alla mente Gli spietati -, con morti assolutamente casuali e scontri a fuoco con più colpi a vuoto che a segno: del resto, il sangue freddo e la precisione non dovevano essere caratteristiche comuni in una società che prevedeva il possesso di armi praticamente a tutti i livelli e senza alcun controllo.
Tra i charachters spicca senz'altro la figura di Shorty, nano dalla mira infallibile e dalla cultura smisurata - specie se confrontata a quella dei suoi compagni di viaggio -, scontroso ed irascibile eppure pronto a difendere fino alla fine le persone al suo fianco: i momenti dedicati a lui - dal racconto del suo passato al circo alla grottesca sequenza del dialogo con il proprietario della segheria - sono i migliori ed i più insoliti del romanzo, che si inserisce alla perfezione nel mosaico tutto sangue e polvere tipico dell'autore.
Un titolo assolutamente fordiano e di pancia, che i fan di Joe adoreranno e che lascerà spiazzati tutti i non avvezzi alla materia: poco male, comunque.
Nel West, come nella vita, l'esperienza è fondamentale. E se questo dovesse costare qualche cicatrice, poco importa.



MrFord




"On your own with a bad boy smile 
mama, kickin' up dust around you 
on your own with a bad boy smile 
I'm living my life without you."
Backyard Babies - "Kickin' up dust" -





venerdì 8 novembre 2013

Cani sciolti

Regia: Baltasar Kormakur
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Bobby Trench ed il suo compare Stig sono due delinquenti in rampa di lancio, interessanti al traffico di droga del boss Papi Greco e ai soldi dello stesso, depositati in una banca di minima sicurezza sul confine. Quando la rapina progettata per alleggerire Greco di tre milioni di dollari va a buon fine e i due scoprono di aver portato a casa un bottino certamente più consistente - più di quaranta milioni -, iniziano i guai: perchè quella montagna di verdoni è frutto dei fondi neri della CIA, ed i nostri due soci finiscono nel mirino di più persone pericolose di quante avrebbero voluto conoscere nella vita. 
Senza contare che la loro alleanza sarà messa a dura prova dal fatto che entrambi hanno fatto il doppio gioco: Bobby, infatti, è un agente della DEA, mentre Stig un membro dei Servizi segreti della Marina.





E' davvero curioso che un grande appassionato di action come il sottoscritto abbia di fatto incrociato il cammino delle due migliori proposte che il genere abbia offerto in questo duemilatredici partendo da aspettative decisamente basse, e che entrambe abbiano come principale motore uno dei mestieranti più sottovalutati che una tamarrata - ma non solo - possa offrire: Marc Wahlberg.
Sto parlando, ovviamente, del già mitico Pain&gain e di questo sorprendente, sguaiato e divertentissimo Cani sciolti - in originale 2 guns, molto più efficace -, cocktail esplosivo - sotto tutti i punti di vista - di buddy movies, anni ottanta, tarantinate, sparatorie e spassosi botta e risposta nella miglior tradizione dei romanzi di Joe Lansdale con protagonisti Hap e Leonard: Kormakur, che non troppo tempo fa aveva firmato il discreto Contraband, prosegue dunque al meglio la sua carriera di artigiano del genere regalando al pubblico un'ora e cinquanta minuti di adrenalina pura e ritmo serrato senza per questo prendersi troppo sul serio o cagare fuori dal vaso, per usare un'espressione certamente consona al Saloon, ricordando cose estremamente divertenti come Viaggio in Paradiso ed una qualsiasi pellicola anni ottanta con due eroi pronti a stuzzicarsi l'un l'altro dall'inizio alla fine - qualcuno ha detto Tango&Cash!? -.
Accanto agli ottimi e perfettamente in sintonia con i loro ruoli di protagonisti Wahlberg ed il sempre mitico fordiano ad honorem Denzellone Washington, che seppur non in una forma fisica da tempi d'oro regala un personaggio che è un concentrato di palle, stile ed approccio sornione lasciando la parte del simpatico cazzone al suo socio dedito agli occhiolini alle cameriere ed al tiro al bersaglio con le teste dei polli, troviamo inoltre un'ottima galleria di comprimari, dal rappresentante della CIA tutto d'un pezzo con tanto di tormentone sull'ammontare del denaro ed aneddoto reiterato rispetto alla roulette russa interpretato da Bill Paxton allo spietato ufficiale di Marina Quince cui presta l'odioso volto da boy scout James Marsden, senza contare vecchie glorie come Fred Ward, che è sempre un piacere rivedere anche in una parte marginale.
Ad un cast in grande spolvero ed una regia funzionale troviamo inoltre la consueta cornice tipica della Frontiera USA/Messico - che tanto ricorda la mitica Breaking bad - e tutto quello che potremmo chiedere ad un titolo di questa risma: sparatorie, battute a raffica, amicizia virile, machismo positivo, buoni che sembrano cattivi e cattivi che sembrano buoni, un finale aperto ad un ipotetico e da queste parti molto ben accetto sequel, donne in pericolo e donne che sono un pericolo, una strizzata d'occhio al sociale - la traversata di ritorno negli States dei nostri come fossero immigrati irregolari -, esplosioni, morti ammazzati, soldi e quel qualcosa che varrà sempre più del verde dei dollari, motore di ogni amicizia da duri che si rispetti.
Insomma, un film perfetto per le serate tra compagni di pacche sulle spalle, il Saloon ed ogni fordiano che si rispetti, in grado di intrattenere, divertire, gioire del mezzo cinematografico ed al contempo non doversi sforzare neppure lontanamente per arrivare alla fine: una specie di ottovolante ruvido e polveroso - come ogni bancone di ogni bevuta che si rispetti dovrebbe essere - dal quale, una volta saliti, sarà impossibile - e sconsigliabile - scendere, pena una decisamente poco piacevole lezione offerta dai professori Washington e Wahlberg, che in quanto a spaccare culi paiono andare forte almeno quanto a occhiolini all'indirizzo delle cameriere.


MrFord


"I'm hiding in Honduras
I'm a desperate man
send lawyers, guns and money
the shit has hit the fan."
Warren Zevon - "Lawyers, guns and money" -



mercoledì 9 ottobre 2013

Mud

 Regia: Jeff Nichols 
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 130'



La trama (con parole mie): siamo nel cuore dell'Arkansas, ed Ellis e Neckbone, due ragazzini cresciuti lungo il fiume, fanno una scoperta che cambia le loro vite di adolescenti. Le conseguenze di un violento alluvione, infatti, hanno finito per portare in secco - e sopra un albero - una barca strappata dalle acque: i ragazzi vorrebbero farne il loro rifugio segreto, ma quando scoprono che l'imbarcazione è abitata dal vagabondo Mud finiscono per entrare in una storia più grande di loro.
L'uomo, cresciuto in quegli stessi luoghi, infatti, è ricercato dalla polizia per omicidio, e vorrebbe rimettere in sesto il natante per fuggire verso la libertà con l'amore della sua vita: Juniper.
Proprio Juniper, un tempo compagna dell'uomo che Mud ha ucciso, pare essere una tempesta di guai pronta ad abbattersi non solo sul suo innamorato, ma anche sui due giovani pronti ad aiutarlo.




"Mud è un bugiardo nato. Piace a tutti perchè con le sue bugie fa stare bene le persone con se stesse."
A volte è curioso quanto la vita assuma dei connotati quasi lostiani, per coincidenze e vicissitudini.
Più o meno due anni or sono, venni fulminato da Drive, forse l'apice della carriera di Refn, che mi travolse e permise di trasformare in parole quello che penso della mia Natura di scorpione.
Dodici mesi fa fu la volta di Killer Joe, che il personaggio interpretato magistralmente da Matthew McConaughney riuscì a trasformare in una sorta di lato oscuro di quella stessa indole.
Dev'essere in qualche modo destino, che il mio film dell'anno arrivi in prossimità dei festeggiamenti per la ricorrenza della nascita del sottoscritto: perchè Mud è, senza dubbio, il film dell'anno, da queste parti.
Nichols, in grado di lasciare a bocca aperta con Take shelter e mostrare tutte le sue potenzialità con Shotgun stories, film d'esordio, sancisce definitivamente il suo ingresso nella ristretta cerchia dei più amati dal Saloon diventando, a conti fatti, il nuovo Malick: e non sto parlando dei pipponi cui il bollito Terrence ha abituato l'audience di recente, quanto alle meraviglie dei tempi de La rabbia giovane, alla Frontiera, a quei confini che oltrepassare è sempre un rischio.
Per se stessi e per gli altri.
"Tu credi che Mud sia un duro? Non lo è. Tutto quello che gli è capitato, gli è capitato per lei."
Dal primo all'ultimo momento della visione, la mia testa ha rimbalzato tra Noi siamo infinito, Stand by me e Un mondo perfetto.
La formazione passa inevitabilmente, per ognuno di noi, dall'amore: l'amore che si sogna, l'amore che ferisce, l'amore che rende adulti, e quello che sappiamo seguire solo ed esclusivamente a modo nostro. Un modo che non sarà mai il meglio, o il peggio, ma che senza dubbio riuscirà a tirare fuori il meglio ed il peggio di noi.
L'amore è un serpente, un predatore.
Come lo scorpione di Drive. Come Killer Joe.
E una volta preso l'antidoto, sei fatto.
Non avrai un'altra occasione, nella vita.
"Neck ti ammira. Non portarlo dentro a qualcosa dalla quale non sapresti tirarlo fuori."
E poi c'è la Famiglia. Quella che ci ha generato, che fa parte di noi, in un modo o nell'altro.
Se c'è un tema portante della poetica di Nichols è proprio questo.
Tutto e il contrario di tutto.
Dal sangue di Shotgun stories alla Fede di Take shelter.
La Famiglia è il nostro bene ed il nostro male.
La madre dell'amore.
E' protezione, ma anche ferite che restano. Cicatrici rituali.
Passa da chi non ha avuto la fortuna di averla, e finisce per dannarsi a trovarne una, fino a chi se la vede scivolare tra le dita, perchè la vita è anche ammettere che non ci possa essere altra strada che due binari separati.
A volte occorre ammettere anche le cose più dolorose.
E Mud è un film doloroso. Senza dubbio.
Ma non senza speranza.
La fine di qualcosa non significa necessariamente la fine di tutto.
"Mud, anche tu sei un bravo ragazzo."
"No, non lo sono."
Ed io comprendo Mud, con la sua camicia, e la pistola senza proiettili, ed il serpente.
E quella corsa in moto che è pura poesia.
Non sempre essere una brutta persona significa essere necessariamente una persona cattiva.
Anche io porto sulle spalle la Natura del bugiardo e del serpente.
E forse anche io piaccio alle persone perchè le mie bugie le fanno sentire bene.
Ma non per questo non potrò essere un buon maestro.
E gli Ellis che verranno - primo fra tutti mio figlio - avranno tutto quello che posso offrire.
Tutto. Nel bene e nel male.
Perchè l'amore è luci e ombre, ed è preferibile finire nel fango pur di poterlo provare almeno una volta nella vita.
Come una perla.
Come il morso di un serpente.
L'unica differenza sta nel fatto che per l'amore non c'è antidoto.
E cazzo, meno male che è così.
Sprofondare, per riemergere.
Per vedere il fiume ricongiungersi al mare.


MrFord


"Don't wait for me
sleepin' in the summer sun
don't wait for me
with my pillow lies my gun
don't wait for me
I'm gonna finish last
don't wait for me
I'm mending fences of my past."

Ryan Bingham - "Don't you wait for me" -




domenica 9 giugno 2013

Dead man

Regia: Jim Jarmusch
Origine: USA
Anno: 1995
Durata: 121'
 



La trama (con parole mie): William Blake è un contabile di Cleveland che seppelliti i suoi genitori spende tutti i risparmi rimasti per viaggiare verso il cuore del West selvaggio e lontano, Machine, in Arizona, seguendo la promessa di un impiego presso la fabbrica di un certo Dickinson.
Peccato soltanto che all'arrivo per il giovane non sia rimasto altro che una neppure troppo velata minaccia di morte da parte del presunto boss e l'incertezza del futuro, fragile quanto i fiori di carta di Thel, ex prostituta nonchè fidanzata del più giovane dei figli dello stesso Dickinson: quando Blake, per legittima difesa, lo uccide e fugge ferito a morte, toccherà al nativo americano Nessuno guidarlo attraverso un viaggio iniziatico verso la fine, in bilico tra le poesie del suo omonimo e la cultura che è stata il cuore degli States, cercando di comporre a suon di pallottole evitando al contempo gli spietati cacciatori di taglie sulle tracce di quello che è ormai considerato un pericoloso omicida.





Questo post partecipa pistola in pugno e fiaschetta d'alcool alla cintola alle celebrazioni per il cinquantesimo compleanno di Johnny Depp.




Ricordo bene la prima volta che vidi Dead man: ero al terzo anno delle superiori, e con un paio di compagni di classe fui praticamente trascinato in sala da un gruppo di amiche completamente rapite dal fascino di Johnny Depp, uno degli attori simbolo - volenti o nolenti - della nostra generazione che proprio oggi spegne - e quasi sento a crederlo - cinquanta candeline: al termine della visione, nel viaggio di ritorno a casa, le fino ad un paio d'ore prima eccitate fanciulle non fecero che lamentarsi dell'incomprensibilità e della lentezza di quello che fu, senza dubbio, uno dei titoli più importanti della mia formazione cinematografica, il primo, vero viaggio su pellicola che riservò al giovane Ford un brivido come mai prima di allora - anche se molti ne sarebbero seguiti - era capitato.
In qualche modo, qualcosa stava cambiando, e le gesta di William Blake - uno dei personaggi più straordinari interpretati dal festeggiato di oggi - segnarono profondamente l'immaginario di un bambino cresciuto a pane e John Wayne, per il quale il West era un mondo magico dai colori brillanti, dove "quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda", in cui tutto era sempre più semplice e mitico di quanto potesse sembrare.
In qualche modo, come avrebbe fatto in seguito Gli spietati - precedente di tre anni a quella che considero l'opera migliore di Jarmusch al pari di Ghost dog, ma che vidi per la prima volta soltanto mesi dopo -, Dead man mostrò il lato oscuro del West e del Western non solo come genere, ma come modo di intendere la vita, il mondo, una cultura - quella a stelle e strisce - fin troppo spesso idealizzata soprattutto nel corso degli anni ottanta delle meraviglie e della Guerra Fredda: intriso in ogni fotogramma di tristissima malinconia e percorso da una vena di meraviglioso e nerissimo umorismo, questo lavoro crepuscolare è una delle opere che più associo ancora oggi ad una poesia per immagini, con il suo ritmo dalla cadenza dei passi lenti ma decisi prima di un duello mortale scandita da una memorabile colonna sonora firmata da Neil Young, un vero e proprio trip sulle note distorte di una chitarra che parla la stessa lingua della penna di William Blake, quella del furore, della passione, della dolente sconfitta, della certezza dell'essere morti, eppure continuare a viaggiare, fino a trovare quello percui si è giunti fino al punto in cui si è giunti, e dunque abbandonare questo mondo consci di non essere più al proprio posto.
Il tutto accade per mezzo di colpi di pistola e di fucile esplosi con incertezza, paura e nessuna precisione, che ricordano la resa dei conti tra William Munny e gli assassini del suo fedele amico proprio in chiusura del già citato Gli spietati, lontani dall'epoca del campo e controcampo di Sergio Leone, dai Mezzogiorno di fuoco e Sentieri selvaggi: non c'è nulla per il Mito, nel percorso che Nessuno traccia per William Blake.
Neppure le briciole.
Una carcassa di opossum. Un mal di denti.
Non c'è neppure il tabacco.
C'è solo una poesia che ha il suono del cane che percuote il piombo pronto ad essere esploso il più velocemente possibile nel cuore di un malcapitato amante.
Stupido uomo bianco, con le sue armi da fuoco e la sua cultura di superiorità.
Nessuno sa di cosa si sta parlando.
Di Vecchio e Nuovo Mondo uniti sotto la bandiera dell'ignoranza, della prepotenza, della legge della giungla, e del più forte.
La legge del piombo.
Quella di qualcuno che ha la pistola, e qualcuno che scava. E tu scavi.
Nessuno sa di cosa si sta parlando.
Peccato che non ci sia nessuno ad ascoltarlo.
Perchè l'uomo bianco è stupido, e l'unico in grado di comprendere è già morto.
William Blake, che non fuma e non ha tabacco.
Almeno fino alla fine del viaggio. E forse oltre.
Perchè quello che trova servirà una volta che sarà giunto sull'altra sponda del grande fiume.
Forse potrà offrirlo all'uomo che l'ha ucciso.


MrFord


Partecipano lisergicamente a questo trip verso l'oltre:


http://viaggiandomeno.blogspot.com/2013/06/buon-compleanno-mr-depp.html http://bollalmanacco.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-ed-wood-1994.html http://erameglioillibro.blogspot.com/2013/06/the-rum-diary-cronache-di-una-passione.html http://valemoviesmaniac.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-edward-mani-di-forbice.html http://affarinostriinformand.blogspot.com/2013/06/il-compleanno-poco-segreto-di-johnny.html http://insidetheobsidianmirror.blogspot.com/2013/06/la-nona-porta.html http://triccotraccofobia.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day.html http://incentralperk.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-benny-e-joon.html http://directorcult.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-il-mistero-di-sleepy.html http://frank-manila.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-minuti-contati.html http://pensiericannibali.blogspot.com/2013/06/crai-baby.html http://castellodiif.blogspot.com/2013/06/un-sogno-americano-in-serbo.html http://criticissimamente.blogspot.it/2013/06/johnny-depp-una-biografia-non.html


"You wake up in the middle
of the night.
Your sheets are wet
and your face is white,
you tried to make
a good thing last,
how could something so good,
go bad, so fast?"
Neil Young - "American dream" -


martedì 30 aprile 2013

The last stand - L'ultima sfida

Regia: Jee Woon Kim
Origine: Corea del Sud, USA
Anno: 2013
Durata:
107'
 




La trama (con parole mie): quando il leader del più potente cartello della droga messicano evade eludendo la sorveglianza dell'FBI aiutato da una talpa e si lancia in una rocambolesca fuga verso il confine a Summerton Junction neppure sanno dell'esistenza della criminalità organizzata. Il paesino di frontiera, infatti, è un posto tranquillo in cui perdersi tra il nulla e l'addio, così come ha fatto lo sceriffo Ray Owens, ex agente dei corpi speciali di Los Angeles che ha preferito una vita tranquilla alla lotta serrata per la sopravvivenza.
Quando l'arrivo degli uomini del boss giunti per preparare la sua fuga turba la tranquillità del luogo e comincia a causare morti, Owens dovrà rispolverare la vecchia grinta e dare al cartello la ripassata che neppure l'FBI con tutte le sue moderne tecnologie e squadre di SWAT è riuscita a dare: ennesima lezione, per qualsiasi criminale con velleità di successo, di correre dritti per la propria strada incuranti del fatto che si possa incrociare il cammino di Schwarzenegger. 
In questi casi, il destino è già segnato.




Quasi non mi sembra vero. 
Dopo Jimmy Bobo - anche se, a dire il vero, a livello di distribuzione dovrei dire prima - e Sly, torna sullo schermo con un action movie che pare uscito dagli anni d'oro del genere anche l'altro grande volto che animò la mia infanzia di appassionato di film tamarri e sguaiati, l'ex governatore della California finalmente e ancora una volta davanti alla macchina da presa Arnold Schwarzenegger.
Onestamente, considerati gli esperimenti riuscitissimi di Expendables ed Expendables 2, non posso che essere contento di questa new wave - neanche tanto new, dato che gli interpreti sono sempre gli stessi - che riporta nel pieno del calderone della settima arte le pellicole che tanto sono mancate nell'ultimo ventennio, spinte nel dimenticatoio dalla depressione degli anni novanta e dalla spocchia degli zero: Jee Woon Kim, regista funanbolo di Bittersweet life, Il buono il matto il cattivo e I saw the devil, sbarca negli States abbassando la testa di fronte alla grande produzione e al buon Terminator limando la sua abilità e mettendo la perizia all'esclusivo servizio dello spettacolo per quello che è un film d'intrattenimento come non se ne vedevano da tempo - Jimmy Bobo escluso, ovviamente -, che strizza l'occhio al Western dell'epoca degli spaghetti - Sergio Leone docet - e all'ormai classico plot buoni contro cattivi tipico degli eighties con tutti gli stereotipi del caso, dalla cavalleria inetta ed inutile che non arriva mai alla giovane spalla morta per scuotere gli animi e dare il via alle danze fino al faccia a faccia conclusivo all'interno del quale il protagonista si prodiga per fare pelo e contropelo ai malcapitati criminali guidati dall'idea di poter fare sempre e comunque di testa loro convinti del successo.
A proposito di questo, poi, continuo a chiedermi come sia possibile che un qualsiasi brutto ceffo, sgherro, mezza tacca o trafficante di droga terrore delle forze dell'ordine di tutto il mondo possa pensare di attraversare come se niente fosse un confine presidiato da Arnold Schwarzenegger: si deve essere decisamente, inesorabilmente, clamorosamente, stupidamente masochisti per considerare anche solo alla lontana una cosa del genere.
Ma che ve lo dico a fare!? 
Meglio per noi che a nuovo millennio ormai già avviato esistano ancora script in grado di valorizzare idee da b-movies come queste, perchè in caso contrario sarebbe impossibile divertirsi quanto accade godendo di ogni singolo colpo sparato - o menato - da Schwarzy nel corso di questa adorabile pellicola - adorabile nel senso che è impossibile non volerle bene -, che parte piano, tra una battuta ed il sospetto che andrà a finire proprio come si spera possa andare a finire ed esplode - in tutti i sensi - in un tripudio di pallottole, momenti ben oltre il limite del trash estremo, qualche colpo di classe del regista - dopo tutto, parliamo sempre di Jee Woon Kim - e sequenze che già sono un classico del Saloon per questo 2013 - su tutte, la vecchina che fa fuori uno degli uomini di Peter Stormare con un cannone d'altri tempi per "violazione di domicilio": viva gli States! -, fino ad uno scontro decisivo nel segno della migliore tradizione non soltanto dei duelli dei tempi delle due espressioni con o senza il cappello, ma addirittura dell'epoca sfavillante degli "ultimi grandi eroi".
Come se non bastasse, ad impreziosire la confezione troviamo una buona fotografia, i tipici scenari da confine, un cast ricco di caratteristi giovani e non - dallo Zach Gilford di Friday night lights al mitico Luis Guzman, passando dall'eroe di Jackass Johnny Knoxville - senza contare il già citato Stormare e Forest Whitaker, in un ruolo marginale da inutile agente rimesso al proprio posto dalla scorza durissima del fu Conan: e se ancora tutto questo - ed il mio entusiasmo - non bastassero per indicare The last stand come una delle proposte cult tamarre di questo nuovo anno, allora provate ad arrivare alla parte finale ed osservate il pezzo di bravura che è l'inseguimento tra le due auto sportive lanciate attraverso i campi e le pannocchie prima dell'ottimamente coreografato pestaggio tra i due antagonisti principali, che dopo un antefatto da vecchio West diventa un cocktail vincente di wrestling, scazzottata da bar e MMA, oppure ripassate l'amarcord dell'action con quel "Io sono lo sceriffo". Clamoroso.
E dopo tutto questo, immagino di non dovervi neppure rivelare la conclusione. Non ci sono spoiler, da queste parti. Solo quello che ci si aspetta.
Un ponte, un trafficante spietato che nessuno pare in grado di fermare e lo sceriffo di provincia Arnoldone nostro.
Che poi, dico io, bisogna essere pazzi per considerare di riuscire a cavarsela in una situazione del genere, no!?
Comunque, pochi cazzi.
Gli anni ottanta sono tornati.
E non da soli, ma con i loro eroi.
Per fortuna di noi tutti.


MrFord


"Feel the heat 
from the beat
don't it burn you too?
And all I want to do 
is just .... Rock you."
Warren Zevon - "Stand in the fire" - 


 
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